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ospedale di perugia

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colpito al volto

L’operatore sanitario, in servizio al Pronto soccorso dell’ospedale di Perugia, sarebbe stato colpito al volto mentre raccoglieva le informazioni riferite a un paziente

Nuova aggressione ai danni di un operatore sanitario. Questa volta la vittima è un infermiere in servizio presso il pronto soccorso dell’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia. Il dipendente sarebbe stato colpito al volto dal familiare di un paziente ricoverato in ospedale.

L’episodio si sarebbe verificato nel locale del triage poco prima delle 12 dello scorso sabato. Come ricostruito da una nota della struttura sanitaria, l’infermiere stava raccogliendo alcune informazioni riferite da un paziente quando un uomo di circa 50 anni lo avrebbe sollecitato a occuparsi del proprio parente ricoverato. Quindi sarebbe scattata l’aggressione.

“Non ci sono dubbi sulle capacità professionali e relazionali dell’infermiere – spiega il direttore della struttura di urgenza-emergenza Paolo Groff -. Sicuramente, nel giro di pochissimi minuti, sarebbe stata esaudita anche la richiesta di informazioni avanzata dall’aggressore. In quel momento, peraltro, non c’era alcun affollamento in pronto soccorso”.

Chi è in prima linea – sottolineano dal nosocomio del capoluogo umbro – merita di essere rispettato. Il fenomeno della violenza fisica e verbale in  Pronto Soccorso non è recente, ma va fronteggiato tempestivamente proprio per tutelare la sicurezza di chi lavora e di chi necessità di cure tempestive, nel rispetto delle regole ” .

L’infermiere, dopo essersi fatto medicare, ha deciso di sporgere denuncia presso il posto fisso di polizia.

Pochi giorni fa un altro episodio di violenza si era registrato a Napoli.  A farne le spese un’infermiera del 118, aggredita e picchiata dai familiari un paziente a cui stava peraltro prestando assistenza. I familiari, secondo quanto denunciato dall’Associazione Nessuno tocchi Ippocrate pretendevano la presenza del medico a bordo, ma il mezzo intervenuto ne era sprovvisto.  L’operatrice sanitaria sarebbe stata presa a schiaffi e strattonata. Avrebbe riportato un  trauma facciale.

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morto per embolia polmonare

I nomi dei sanitari sono finiti sul registro degli indagati dopo il decesso di un uomo di 38 anni, morto per embolia polmonare dopo essere stato ricoverato all’ospedale di Perugia per fratture multiple. Disposto l’incidente probatorio. Il Gip dovrà ora valutare la perizia affidata ai consulenti incaricati

Sette sanitari sono indagati per omicidio colposo in relazione al decesso di un 38enne morto per embolia polmonare. Si tratta di medici e infermieri in servizio presso l’ospedale di Perugia. Per loro è stato disposto  l’incidente probatorio

Il paziente, come ricostruisce il Quotidiano dell’Umbria, era stato ricoverato per fratture multiple. Le indagini mirano a fare chiarezza su eventuali responsabilità da parte del personale che lo ebbe in cura. In particolare,  la richiesta del Pm punta ad accertare “se vi sia stato un errore diagnostico e terapeutico” da parte degli indagati e una “conseguente sottovalutazione delle condizioni fisiche” dell’uomo poi deceduto.

Al centro dell’inchiesta ci sarebbe la valutazione di un eventuale trattamento con eparina.

Il pubblico ministero e il gip – riporta il Quotidiano dell’Umbria – hanno chiesto anche di sapere se gli accertamenti sulle condizioni fisiche del paziente “siano stati completi e rispondenti al caso”. E anche se, al contrario, siano individuabili nella morte “processi causali alternativi”.

Il Giudice per le indagini preliminari dovrà ora valutare la perizia affidata ai consulenti, rispettivamente una specialista in medicina legale di Bologna e la responsabile della terapia intensiva del Sant’Orsola, sempre a Bologna.

L’udienza è stata aggiornata al sei giugno. Nel procedimento sono considerate persone offese la moglie e la sorella della vittima.
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lesioni personali aggravate

L’operatrice sanitaria era accusata di lesioni personali aggravate per aver provocato a una bimba di appena 16 giorni una “frattura completa scomposta della diafisi femorale destra”

Avrebbe provocato a una neonata di 16 giorni “una frattura completa scomposta della diafisi femorale destra”, con una prognosi di oltre 40 giorni. Un’infermiera è stata condannata, con rito abbreviato, a tre anni di reclusione per lesioni personali aggravate. L’imputata è stata inoltre interdetta per cinque anni dai pubblici uffici e per tre anni dall’esercizio della professione infermieristica. La notizia è riportata da Perugiatoday.

Il fatto risale al 2013, quando la donna era in servizio presso il reparto di neonatologia e patologia neonatale dell’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia. A far partire l’inchiesta è stata la testimonianza di una tirocinante ostetrica.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, l’operatrice sanitaria avrebbe perso il controllo di sé perché “contrariata” dalla circostanza che la neonata, durante le operazioni di cambio del pannolino, “espellendo le feci le aveva sporcato la divisa”.

Come riportato nel capo di imputazione, l’operatrice sanitaria avrebbe afferrato la bambina in modo brusco e violento con una sola mano.

L’avrebbe poi spostata dal fasciatoio alla culla con movimenti pericolosi, rivolgendole, inoltre, la frase “ora stai tutta la notte nella tua m…”.

L’infermiera era stata immediatamente sospesa dal servizio e dallo stipendio per quattro mesi. Rinviata a giudizio, secondo quanto riporta Perugiatoday, aveva chiesto il rito abbreviato condizionato all’audizione del medico legale in ordine alla “naturalità delle lesioni”. L’avvocato della famiglia della bimba, aveva invece subito sostenuto che “l’ipotesi della naturalità delle lesioni era già stata sconfessata dalla procura e dalle parti civili”.
 

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Abortisce le gemelline in bagno, aperta indagine interna in ospedale

Una donna ricoverata per una gravidanza ad alto rischio ha abortito le sue due gemelle in bagno. L’ospedale: “Gravidanza ad alto rischio, avviata indagine”

Una donna ricoverata per una gravidanza ad alto rischio abortisce le gemelline in bagno e scatta la denuncia. È quanto avvenuto all’Ospedale di Perugia, dove una donna di 37 anni – come riportato dal Corriere dell’Umbria – sarebbe stata abbandonata senza assistenza in quei drammatici momenti.

Il racconto della 37enne è particolarmente drammatico. Alla signora, dopo un controllo, era stato comunicato che purtroppo una delle due gemelle che portava in grembo era deceduta.

L’altra, invece, correva il rischio di riportare gravissimi danni neurologici e quindi di morire a sua volta.

Da lì la decisione di interrompere la gravidanza a 21 settimane di gestazione. C’era quindi stato un ricovero nel reparto di Ostetricia e Ginecologia e l’inizio di questa dolorosa vicenda.

Secondo il racconto della donna, nonostante dopo l’induzione al parto avesse più volte chiesto aiuto senza ricevere risposte, una ostetrica le avrebbe solo messo una padella di plastica sul water, in bagno.

A quel punto le avrebbe detto di spingere. Un’operazione che – sempre secondo la testimonianza della donna – sarebbe avvenuta solo con l’aiuto del marito.

La donna a quel punto abortisce le gemelline in bagno in una situazione di estrema sofferenza e, secondo la sua denuncia, priva di assistenza.

Sul caso, alla luce della denuncia della coppia, è intervenuta anche l’Azienda Ospedaliera di Perugia con una nota.

“Il caso – afferma l’ospedale – riguarda una gravidanza ad alto rischio gemellare con una unica placenta e un unico sacco amniotico. A seguito di alta criticità del caso, la donna è stata presa in carico e seguita presso gli ambulatori della Struttura Complessa di Ostetricia. Nel corso dell’ ultimo controllo, è stata accertata la morte di uno dei due feti. Tale situazione elevava in maniera esponenziale il rischio di morbilità e mortalità dell’altro feto e poneva a rischio la salute stessa della donna”.

La coppia, infatti, dopo essere stata informata dal personale medico, aveva intrapreso la scelta di un aborto terapeutico, programmato per il 9 marzo scorso.

“L’aborto – prosegue la nota – è stato indotto farmacologicamente , e tenendo in considerazione il possibile rischio emorragico , sono state predisposte adeguate scorte di sangue. L’espulsione dei feti è avvenuta mentre la donna si trovava nel bagno della stanza di degenza. La donna è stata assistita presso la degenza, come da prassi per una migliore tutela della privacy in un momento particolarmente delicato e doloroso per la coppia”.

A seguito di un successivo sanguinamento, la donna è stata trasferita in sala operatoria. Qui le sono state fornite le cure necessarie e sono state eseguite trasfusioni di sangue.

“Il decorso – continua la nota – è stato regolare tanto è vero che la donna è stata dimessa in buone condizioni generali dopo tre giorni dal ricovero”.

“A seguito delle rimostranze verbali fatte dalla coppia al personale sanitario, unicamente riferibili agli aspetti comunicativi e di relazione, peraltro nei confronti di una sola figura professionale, l’Azienda Ospedaliera ha avviato una indagine interna al fine di accertare eventuali responsabilità e/o criticità”.

 

 

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Bimba colpita da tubercolosi, avviata procedura di profilassi

Secondo quanto riferito dalla azienda ospedaliera che l’ha avuta in cura, la bimba colpita da tubercolosi polmonare è ora fuori pericolo

Una bimba colpita da tubercolosi è stata ricoverata all’Ospedale di Santa Maria della Misericordia di Perugia nei giorni scorsi.

La piccola, di due anni, è stata colpita da una forma di tubercolosi polmonare e non bacillifera, come la direzione della azienda ospedaliera ha tenuto a specificare.

“La patologia – si legge in una nota – è stata prontamente diagnosticata con la documentazione dell’assenza di trasmissibilità ad altri della malattia e ottimamente curata”.

Dopo alcuni giorni di terapie ben tollerate, la bimba colpita da tubercolosi è stata stata dimessa in buone condizioni di salute.

Da parte dei medici è arrivata la precisa indicazione di non frequentare la comunità fino a 2 settimane dall’inizio del trattamento.

Oltre a questo, i sanitari hanno specificato che sarà necessario proseguire le cure per 9 mesi totali, effettuando un follow-up clinico e laboratoristico mensile presso la Pediatria di Perugia.

La responsabile della Struttura dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia, Susanna Esposito, ha mantenuto costanti contatti con le strutture sanitarie del territorio.

Questo allo scopo di procedere all’identificazione del caso indice, oltre che – naturalmente – allo screening dei contatti.

Come confermato poi dall’ospedale, è stata prontamente avviata la procedura di profilassi per quanti, bambini o adulti, presentassero un quadro di infezione da tubercolosi latente.

Infatti, per tutti i bambini, le maestre e gli addetti operanti nell’asilo frequentato dalla bimba colpita da tubercolosi polmonare, struttura è scattato il protocollo sanitario.

In totale si stima che siano circa una ottantina le persone che sono già state sottoposte al test per verificare che non vi siano stati contagi di alcun tipo.

Un caso analogo si era verificato a Fucecchio circa un mese fa, dove una bambina di 20 mesi, che frequentava un asilo comunale, era stata colpita da tubercolosi polmonare.

 

 

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Il paziente era stato portato a cena fuori la sera prima dell’intervento nonostante il ricovero e la prescrizione del digiuno preoperatorio

Cinque medici dell’Ospedale di Perugia rischiano di finire a processo per la morte di un architetto di 49 anni che si era ricoverato spontaneamente, a luglio 2015, per un intervento ai tessuti molli del palato. Il Pubblico ministero ne ha richiesto il rinvio a giudizio per omicidio colposo perché “per colpa consistita in negligenza, imprudenza e imperizia, e nella violazione della leges artis”, cagionavano la morte del paziente. L’uomo era stato sottoposto a un intervento chirurgico di turbino-settoplastica, tonsillectomia e uvuloplastica; dopo le dimissioni, avvenute il giorno successivo, veniva nuovamente ricoverato per delle complicazioni emorragiche. Morirà dieci giorni dopo a causa, riporta il Pm, di “un arresto cardiorespiratorio acuto da shock emorragico con inalazione di sangue nelle vie aeree”.

L’autopsia e le perizie medico legali disposte dalla Procura e dalla famiglia della vittima porterebbero a ritenere che nel decesso abbia giocato un ruolo determinante la pressione arteriosa del paziente. Secondo il Pubblico ministero i medici “non tenevano conto dell’elevata pressione arteriosa, circostanza che lo esponeva a un maggior rischio di emorragia”. L’otorinolaringoiatra avrebbe poi dimesso il paziente “senza misurargli la pressione, senza prescrivere alcuna terapia né segnalare l’accertata patologia nella scheda di dimissioni”. Inoltre, avrebbe “prescritto la somministrazione di un farmaco non congruo al rischio di sanguinamento, che si è poi manifestato e ha determinato il nuovo ricovero dl paziente”. Anche la gestione dell’emorragia non sarebbe stata adeguata con una non corretta applicazione dei punti di sutura.

Ma a destare ancor più scalpore nella vicenda sono stati altri elementi finiti nel fascicolo della Procura e relativi alla fase pre intervento. Il paziente aveva infatti un legame di amicizia con una delle dottoresse indagate la quale avrebbe coinvolto l’uomo, la sera prima dell’operazione, in una cena organizzata in compagnia di alcuni medici specializzandi, per poi concludere la serata in un pub. Il tutto, sottolinea il Pm nonostante il paziente “fosse già ricoverato in reparto e nonostante la prescrizione preoperatoria del digiuno”. L’uomo si sarebbe quindi alimentato “in maniera non consona rispetto all’intervento al quale sarebbe stato sottoposto il giorno seguente” e avrebbe addirittura “bevuto alcolici”. Della ‘fuga’ dall’Ospedale sarebbe stato a conoscenza anche il primario del reparto, che tuttavia non avrebbe fatto nulla “per impedire la goliardica e insana iniziativa”.

Secondo quanto riportato dal Corriere dell’Umbria, i familiari della vittima avrebbero chiesto un risarcimento di 1,1 milioni di euro e, indipendentemente dalle responsabilità penali, l’attivazione di provvedimenti disciplinari per i medici coinvolti. A tal proposito la Commissione disciplinare dell’Azienda ospedaliera starebbe valutando i comportamenti degli indagati in relazione al regolamento interno.

 

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