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Ospedale Molinette Torino

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sindrome di prune belly

Impossibile l’anestesia generale a causa di un’insufficienza respiratoria di tipo restrittivo del paziente, affetto dalla rara sindrome di Prune Belly

I medici dell’ospedale Molinette di Torino hanno effettuato un trapianto di rene su un paziente sveglio di 40 anni, affetto da Sindrome di Prune Belly.

Si tratta di una malattia rara congenita, caratterizzata da vari aspetti: assenza dei muscoli addominali, anomalie delle vie urinarie, ipotonia vescicale, megauretere, criptorchidismo, ipertensione arteriosa e malattia renale cronica ingravescente. L’incidenza è stimata da 1 ogni 35.000 a 1 ogni 50.000 nati vivi e riguarda prevalentemente il sesso maschile (97%).

L’insufficienza renale cronica porta alla necessità di dialisi e alla valutazione della fattibilità di un trapianto di rene. Quest’ultima ipotesi rappresenta un’ardua sfida dal punto di vista chirurgico in considerazione del quadro addominale ed urologico. Nel caso di Torino, inoltre, si è aggiunta la presenza di un’insufficienza respiratoria di tipo restrittivo, che ha reso impossibile effettuare un’anestesia generale.

Esclusa, pertanto, la possibilità di effettuare un trapianto renale in modo tradizionale.

L’unica possibilità è stata quella di ricorrere ad una anestesia combinata peridurale e spinale a paziente sveglio. Una decisione molto delicata a causa delle anomalie della colonna vertebrale e la complessità chirurgica addominale ed urologica del paziente.

L’intervento, durato 5 ore, è stato condotto dall’équipe diretta dal dottor Pier Paolo Donadio. Il trapianto è perfettamente riuscito e il paziente è attualmente degente presso il reparto di Nefrologia universitaria.

Sono circa 250 le persone affette da patologie rare non glomerulari che hanno subito un trapianto negli ultimi 10 anni presso l’Ospedale Molinette di Torino. Il tutto considerando che le malattie rare rappresentano il 6 – 8% della popolazione europea.  Un effetto determinato anche dalle competenze e dall’esperienza di fondo della struttura ospedaliera piemontese nella gestione di questo tipo di patologie.

 

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trattamento delle demenze

La terapia della bambola sarà impiegata per il trattamento delle demenze presso la Geriatria dell’ospedale Molinette di Torino

Alla Città della Salute di Torino arriva la Doll Therapy. La ‘terapia della bambola’ sarà utilizzata per la prima volta nel trattamento delle demenze dei pazienti anziani, presso la Geriatria dell’ospedale Molinette.

Il trattamento nasce in Svezia dall’idea dello psicoterapeuta Britt Marie Egedius Jakobsson. Il medico ha utilizzato la bambola per stimolare l’empatia e le emozioni del proprio figlio affetto da autismo. Nel tempo, le bambole dedicate alla terapia come le “Empathy Doll” sono diventate in tutta Europa un oggetto simbolo nella relazione di aiuto. Vengono usate per stimolare l’emotività e l’empatia di bambini ed adulti, ma anche come elemento di cura e terapia per i malati di demenza.

Si tratta di un trattamento di tipo non farmacologico che può essere considerato integrativo, piuttosto che alternativo. Ma è anche uno strumento di riabilitazione in grado di aiutare a ridurre e compensare le compromissioni funzionali degenerative.

Dati preliminari dimostrano come, nei pazienti dementi degenti in RSA, la terapia sia stata utile nel ridurre i sintomi di aggressività, nonché il carico infermieristico. Il trattamento ha mostrato effetti migliori dell’approccio farmacologico tradizionale basato sulla sedazione dei pazienti agitati senza avere effetti collaterali.

Nel nostro Paese sono 1,2 milioni le persone affette da demenza.

La diffusione di tali patologie è strettamente connessa all’aumento della popolazione anziana. Una tendenza che ha colto impreparati tanto le famiglie quanto le strutture preposte agli interventi socio-sanitari. I costi diretti dell’assistenza in Italia ammontano ad oltre 11 miliardi di euro, di cui il 73% a carico delle famiglie.

Secondo le stime dell’Istat (Rapporto annuale 2017) nel 2043 gli ultrasessantacinquenni oltrepasseranno il 32%.  Nel 2001 costituivano circa il 18% della popolazione, mentre oggi raggiungono il 22% del totale.

L’Alzheimer’s Disease International ha stimato a livello mondiale per il 2017 quasi 10 milioni di nuovi casi di demenza all’anno (di cui circa 5 di Alzheimer). Si tratta di un nuovo caso ogni 3,2 secondi. Una crescita che porterà ad una quota complessiva di 74,7 milioni di malati nel 2030 e 131,5 milioni nel 2050. Numeri che si traducono in costi sia sociali che economici estremamente rilevanti.

Tali numeri, a fronte della limitata efficacia delle terapie farmacologiche e della plasticità del cervello umano, sono le ragioni più importanti del crescente interesse per terapie quali la “Doll Therapy”.

 

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tumore alla vescica

La ricerca, incentrata su una variante non infrequente del tumore alla vescica, ha ricevuto un prestigioso riconoscimento dal British Journal of Urology International

La Clinica urologica universitaria dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino ha ricevuto un prestigioso riconoscimento per una importante scoperta sul tumore alla vescica. Si tratta del Premio John Blandy 2018, assegnato dal British Journal of Urology International.

Il premio, che reca il nome di uno dei pionieri dell’urologia, è stato assegnato al lavoro che vede come primo autore il professor. Paolo Gontero. Uno studio incentrato su una variante non infrequente di tumore della vescica. Questa, seppure sia ancora “superficiale”, possiede tuttavia un “rischio elevato” di evolvere in una forma pericolosa.

Per molti anni tutti i pazienti in cui è stato diagnosticato questo tipo di tumore della vescica “ad alto rischio” hanno dovuto sottoporsi entro un mese a un secondo intervento. Un’operazione necessaria per individuare coloro che erano a rischio così elevato da dover asportare la vescica.

Grazie ai risultati della ricerca italiana è stato possibile individuare solo un sottogruppo di pazienti per i quali è importante ripetere l’intervento, evitando così il fardello di ritorno in sala operatoria.

Lo studio è stato condotto su un’ampia casistica di 2500 tumori “ad alto rischio” provenienti da 25 Centri internazionali.

Le conclusioni della ricerca sono state considerate convincenti al punto da essere acquisite dalle recenti Linee Guida Europee. Queste hanno ridimensionato significativamente le indicazioni a ripetere l’intervento per tumore alla vescica ad alto rischio.

Lo studio rappresenta quindi un beneficio per i pazienti, che potranno veder ridotto lo stress di un secondo intervento. Al contempo potrebbe portare a un decongestionamento delle liste d’attesa, sempre più incalzanti. Il Premio, sotto forma di borsa di studio, verrà consegnato nel mese di giugno durante il Congresso annuale dell’Associazione degli Urologi britannici che si terrà a Liverpool.

 

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trapianti renali

Eccezionale attività di trapianti renali all’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino nell’ultimo mese estivo

All’ospedale Molinette di Torino nelle ultime 4 settimane sono stati realizzati una serie concentrata di trapianti renali ad alta complessità come mai si è visto: 4 trapianti di doppio rene, di cui l’ultimo dopo perfusione dei reni con una speciale apparecchiatura, un trapianto renale in paziente definita “iperimmune” per l’alto rischio di rigetto e che per tale ragione ha effettuato particolare studio immunogenetico e una specifica terapia nefrologica di desensibilizzazione prima del trapianto, due terzi trapianti renale, un trapianto renale in urgenza per carenza di accessi vascolari per effettuare la dialisi ove il rene è stato trapiantato in sede completamente diversa dal convenzionale. Questo oltre a un trapianto da donatore vivente da fratello a fratello e a 5 trapianti “ordinari” da donatori deceduti.

Una girandola di trapianti renali caratterizzata da difficoltà cliniche e chirurgiche le più elevate nel campo, tutte concentrate in un tempo ristretto. Difficile ricordare una serie così impegnativa affrontata con successo in un periodo oltretutto in cui in molti ospedali ci sono riduzioni di attività per le ferie.

“Questa caleidoscopica attività di trapianto renale – fa sapere l’ospedale in una nota –  è possibile grazie al consolidato approccio multidisciplinare sul trapianto renale che permette di fare trapianti altrove difficilmente possibili e di farne anche tanti come in questo ultimo mese: la parte assistenziale clinica verte sui nefrologi diretti dal professor Luigi Biancone e per la parte chirurgica sui chirurghi vascolari diretti dal dottor Maurizio Merlo, sugli urologi del professor Paolo Gontero e sugli anestesisti del dottor Pierpaolo Donadio; la parte laboratoristica specifica è sostenuta dagli immunogenetisti del professor Antonio Amoroso e dagli anatomo-patologi del professor Mauro Papotti. Infine, è utile sempre ricordare che la componente infermieristica è essenziale per la gestione dei pazienti, ancor più in situazioni così complicate di base”.

“Rimarchevoli sono i risultati sul trapianto di doppio rene – dice il professor Biancone, responsabile del programma di trapianto renale delle Molinette – che consente minor tempo in lista ed una funzionalità nel lungo termine identica ed a volte superiore al trapianto di rene singolo per la stessa categoria di donatore. Nella pratica clinica in determinate situazioni si preferisce trapiantare due reni contemporaneamente nello stesso paziente invece di uno per dare maggiori garanzie di funzionalità col risultato alla fine di dare al paziente una massa funzionale superiore “ad abundantiam”.

Oltretutto, continua la nota, nell’ultimo trapianto di doppio rene, i reni sono stati sottoposti a perfusione continua con delle particolari macchine che sono in grado di ricondizionare e meglio preservare la microcircolazione renale e riossigenare i tessuti renali quando il rene è ancora in ghiaccio ed il trapianto ha avuto subito un ottima partenza. La casistica dell’uso delle macchine da perfusione in questi organi è ancora piccola in Italia su questi reni ma i risultati sono molto interessanti”.

 

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LARINGE RICOSTRUITA CON MUSCOLI DEL COLLO, INNOVAZIONE ALLE MOLINETTE

chirurgia robotica

L’intervento rivoluzionario all’Ospedale Molinette di Torino ha visto una laringe ricostruita con muscoli del collo in un paziente malato di tumore

Si torna a parlare dell’Ospedale Molinette di Torino per un altro intervento innovativo. Questa volta si tratta di una laringe ricostruita con muscoli del collo, una procedura estremamente nuova e in grado di fornire ai pazienti importanti benefici.

A subire l’intervento che ha visto una laringe ricostruita con muscoli del collo è stato un 73enne affetto da recidiva di tumore laringeo che, dopo 10 giorni dall’operazione, è tornato alla sua normale attività lavorativa e di relazione. L’uomo ha ripreso a parlare e a deglutire dopo che, per problemi oncologici, gli era stata asportata parte della laringe.

L’intervento, effettuato in Italia per la prima volta dal professor Giancarlo Pecorari presso l’Otorinolaringoiatria universitaria delle Molinette diretta dal professor Roberto Albera, costituisce una rivoluzione nel campo della patologia oncologica della laringe.

I benefici per i pazienti, infatti, sono enormi: ripresa fonatoria e deglutitoria in tempi rapidissimi, assai più brevi rispetto a quelli che si hanno con la tecnica utilizzata fino ad oggi.

L’operazione è stata eseguita in modo differente rispetto agli altri interventi di laringectomia subtotale, in quanto si è trattato di una completa ricostruzione della laringe con i muscoli del collo. È stata cioè effettuata una plastica laringea (laringoplastica), operazione che consente al paziente di riprendere a parlare, bere e mangiare in tempi rapidissimi, senza danni permanenti e con una altissima percentuale di guarigione.

Non solo. Con questo tipo di tecnica chirurgica, il ricovero in ospedale viene più che dimezzato rispetto alla tecnica tradizionale, la ripresa della deglutizione è rapida ed efficace con un ridotto disagio psicologico per il paziente.

Le tecniche utilizzate normalmente prevedono – se il tumore è di piccole dimensioni -interventi conservativi con il laser; se, invece, le dimensioni sono più estese, vengono effettuate laringectomie parziali o subtotali dove, una volta asportata la parte di laringe affetta dal tumore, si ricostruisce la laringe stessa unendo le strutture residue.

Questo tipo di interventi, però, pur portando a guarigione il paziente in un’alta percentuale dei casi (70-80%), comportano una ripresa molto lenta della deglutizione. Ma ci sono casi in cui la deglutizione può addirittura rimanere alterata per tutta la vita.

Il tumore maligno della laringe è il più frequente del distretto testa–collo e rappresenta circa il 2,5% di tutte le neoplasie maligne nell’uomo e lo 0,5% nella donna.

In Italia vengono diagnosticati circa 5 mila nuovi casi di tumore della laringe ogni anno e interessano soprattutto soggetti con età compresa tra 50 e 70 anni. Le modalità di trattamento (Radioterapia–Chemioterapia e Chirurgia) variano a seconda della sede e delle dimensioni del tumore.

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PENE RICOSTRUITO CON AVAMBRACCIO, INTERVENTO RIVOLUZIONARIO A TORINO

RIVOLUZIONARIA MATRICE DERMICA CREATA E USATA IN ITALIA

 

L’intervento prevederà un pene ricostruito utilizzando tessuti provenienti dall’avambraccio. Sarà effettuato all’Ospedale Molinette di Torino

Un innovativo intervento prevederà un pene ricostruito a partire da tessuti provenieni dall’avambraccio. A realizzarlo sarà una equipe dell’ospedale Molinette di Torino, che porterà avanti il complesso e innovativo intervento chirurgico in diretta durante il Congresso “Innovazioni in chirurgia ricostruttiva e robotica in urologia” in programma domani e venerdì presso l’Aula Magna del presidio di Corso Bramante.

L’intervento, messo a punto dalla collaborazione tra il reparto di Urologia delle Molinette di Torino e l’Institute of Urology di Londra, prevede che il pene ricostruito venga “realizzato” a partire da un lembo di cute e di tessuto sottocutaneo, con relativi nervi e vasi sanguigni, prelevato dall’avambraccio del paziente. La perdita di tessuto dell’avambraccio verrà poi a sua volta colmata apponendo un prelievo di cute dalla coscia del paziente.

Questo tipo di operazione – estremamente complessa – rappresenta l’unica soluzione in casi di anomalie congenite del pene (micropenia) o quando si verifica una perdita dell’organo a seguito di eventi traumatici (non inusuali ancora oggi nelle zone di guerra infestate dalle mine). A subire l’intervento saranno un uomo guarito da un tumore che ha comportato l’asportazione completa del pene e un giovane affetto da micropenia (una rara condizione caratterizzata dal mancato sviluppo del pene), il quale potrà finalmente avere un’attività sessuale normale e procreare.

Il pene ricostruito – spiegano i sanitari – può recuperare piena funzionalità. E, con un intervento di poche ore, si possono ottenere risultati molto soddisfacenti anche dal punto di vista estetico.

Questa particolare tecnica chirurgica ha consentito di semplificare in modo efficace un intervento che, in passato, era caratterizzato da tempi operatori molto lunghi, nonché da alti rischi di fallimento.

Nel corso del congresso che ospiterà la diretta dell’intervento si parlerà anche delle ultime tecniche di chirurgia ricostruttiva e robotica per guarire complesse patologie del pene. La Clinica Urologica universitaria diretta dal professor Paolo Gontero, insieme all’équipe andrologica dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino (Luigi Rolle, Omidreza Sedigh, Carlo Ceruti e Massimiliano Timpano), inaugurerà le nuove sale operatorie dell’Urologia con un intenso programma di chirurgia dal vivo alla presenza di una platea di esperti internazionali.

Si parlerà inoltre delle nuove tecniche di chirurgia robotica del tumore alla prostata, con la presentazione di una nuova tecnica in cui verrà asportato il tumore e posizionata una protesi per garantire il recupero della funzione sessuale. Una tipologia di intervento che trova la sua indicazione nei pazienti affetti da una malattia ad alto rischio, in cui la prostatectomia non può essere effettuata conservando la funzione sessuale.

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L’uomo è giunto in Pronto soccorso lucido e cosciente. L’incidente mentre puliva la propria balestra

E’ un intervento senza precedenti quello realizzato alcune sere fa all’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino. Un uomo di quarant’anni è giunto in Pronto soccorso con un dardo che gli trapassava il collo da parte a parte, senza alcuna conseguenza apparente. Il paziente sveglio, lucido e cosciente, parlava regolarmente e ha raccontato che la freccia metallica gli si era conficcata accidentalmente a metà del collo mentre in casa lui stava pulendo la propria balestra.

L’uomo è stato sottoposto subito a una Tac spirale 64 in tridimensione e a una angiotac spirale. Gli accertamenti hanno riscontrato che il dardo per una serie di fortunate coincidenze aveva risparmiato la trachea, l’esofago, la laringe e le corde vocali, passando ad un solo millimetro dalla carotide. Aveva perforato l’arteria tiroidea superiore, che però era occlusa con effetto tappo dalla presenza del corpo stesso del dardo nel vaso sanguigno, ed aveva fratturato la sesta vertebra cervicale, senza lesionare il midollo spinale, da dove usciva posteriormente per circa 8 cm..

Portato immediatamente in sala operatoria, il paziente, da sveglio e semplicemente sedato dall’anestestista è stato sottoposto a un delicatissimo intervento dall’elevato livello di rischio. L’operazione, effettuata dall’otorinolaringoiatra Massimo Capricci, coadiuvato dal chirurgo vascolare Luca Di Molfetta, ha visto i medici svitare dapprima la punta del dardo per poi successivamente sfilarlo dall’interno del collo.

A quel punto il paziente è poi stato intubato dall’anestesista e gli è stata prontamente suturata l’arteria tiroidea rotta, che precedentemente non aveva perso troppo sangue proprio per la presenza della freccia stessa che la occupava. L’operazione è tecnicamente riuscita. Successivamente l’uomo è stato trasferito in Rianimazione e gli è stata fatta una tracheostomia temporanea per mettere in protezione ed in sicurezza le vie aeree. Il decorso post operatorio è regolare. Il paziente ora è ricoverato nel reparto di degenza e sta meglio, mangia e parla e nei prossimi giorni verrà dimesso.

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chirurgia robotica

Pubblicato il primo studio mondiale, effettuato all’Ospedale Molinette, che dimostra l’efficacia e la superiorità della metodica per il trattamento delle fratture orbitarie complesse rispetto alle tecniche tradizionali

E’ stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale “Plastic and Reconstructive Surgery” il primo studio mondiale che dimostra l’efficacia e la superiorità della navigazione intraoperatoria per il trattamento delle fratture orbitarie complesse rispetto alle metodiche tradizionali. La ricerca, durata due anni, è stata effettuata presso la Chirurgia Maxillo facciale universitaria dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino, diretta dal professor Guglielmo Ramieri. Il lavoro è stato condotto dal dottor Emanuele Zavattero, dal dottor Fabio Roccia e dal dottor Giovanni Gerbino. Grazie ai risultati ottenuti, sottolinea una nota della struttura sanitaria, la metodica diventa standard di cura, modificando i precedenti protocolli terapeutici.

Il trattamento delle fratture orbitare complesse rappresenta ad oggi una sfida per il chirurgo maxillofacciale, a causa della delicatissima regione anatomica, della forma complessa da ricostruire e degli accessi chirurgici mininvasivi che permettono una limitata visualizzazione del campo operatorio. La navigazione intraoperatoria con accessi mininvasivi consente al chirurgo di pianificare e simulare l’intervento in alcune sue parti e di visualizzare su uno schermo del computer durante l’intervento la posizione di specifici strumenti chirurgici rispetto all’anatomia del paziente in tempo reale, aumentando così efficacia e sicurezza dell’intervento.

“E’ la prima volta però – spiegano da Torino – che in questo campo, i risultati degli interventi eseguiti con tale tecnologia vengono paragonati ai risultati degli interventi eseguiti con metodica tradizionale. Questa tecnologia consente inoltre una programmazione e simulazione preoperatoria tridimensionale (la creazione di un bersaglio dell’intervento, ovvero di un modello virtuale che corrisponda al risultato desiderato al fine di migliorare la predicibilità dell’intervento), mediante l’acquisizione e la manipolazione delle immagini (TC, RM, PET) e permette il trasferimento fedele del “planning” preoperatorio all’atto chirurgico, oltreché un controllo di qualità postoperatorio mediante la fusione ed il confronto delle immagini postoperatorie con il programma precedentemente elaborato. L’utilizzo della navigazione riveste inoltre un ruolo didattico con possibile appiattimento della curva di apprendimento per i giovani chirurghi”.

I pazienti arruolati nel gruppo di studio sono stati quindi operati con l’ausilio della piattaforma di navigazione che ha permesso, sulla base di dati TC, di creare una simulazione ed una “guida virtuale” del segmento anatomico da ricostruire (fase di pianificazione). In sala operatoria la navigazione è stata utilizzata per consentire al chirurgo di visualizzare in tempo reale la posizione di strumenti calibrati rispetto all’anatomia del paziente su uno schermo del computer, oltre che per seguire punto per punto la guida virtuale precedentemente elaborata al fine di ottimizzare la ricostruzione.

Ulteriore novità in questo campo, i dati postoperatori del risultato ottenuto sono stati paragonati con software a fusione di immagini alla pianificazione preoperatoria, unico vero modo per misurare in modo metrico e volumetrico (e quindi anatomico) la performance del chirurgo. I risultati ottenuti hanno dimostrato la superiorità della metodica alla tecnica tradizionale in termini di risultati clinici e di fedeltà della ricostruzione rispetto all’anatomia reale grazie all’utilizzo in sala operatoria delle “guide virtuali”.

L’intervento è stato realizzato all’Ospedale Molinette di Torino. La nefrectomia dell’organo è stata eseguita grazie alla chirurgia robotica

Un lungo calvario di dolore, interventi e pellegrinaggi presso tanti ospedali ha trovato riscatto in un gesto di grande solidarietà oltre che di straordinaria valenza scientifica. Per la prima volta al mondo, presso l’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino, è stato trapiantato dopo nefrectomia con il robot un rene proveniente da una paziente portatrice di rene ectopico pelvico, una rara anomalia congenita che può portare come in questo caso a dolore cronico ingravescente ed infezioni necessitanti l’intervento chirurgico di rimozione.

La signora, 45 anni, era stata costretta a sospendere la sua attività lavorativa da un anno ed aveva preso la decisione di rimuovere il rene. Data l’impraticabilità chirurgica nel caso in questione di un re-impianto del rene in altra sede, si è deciso di procedere alla rimozione del rene, comunque ben funzionante, e di valutare la possibilità di trapiantarlo su altro paziente in dialisi che avesse delle caratteristiche tali da poter tentare l’intervento.

Nella giornata di lunedì scorso ha preso il via la ‘staffetta’ chirurgica che ha visto, in sequenza, l’espianto del rene dalla donna 46enne, la valutazione dell’organo ‘su banco’ e, infine, una volta constatata la possibilità di utilizzarlo per un’altra persona, il trapianto del rene su un paziente di 51 anni, sganciato dalla dialisi, è in condizioni di costante miglioramento presso la terapia semi-intensiva della Nefrologia universitaria.

Nella reportistica mondiale è la prima volta che viene utilizzata la chirurgia robotica a fronte di una situazione anatomica vascolare estremamente più complessa. La nefrectomia è stata eseguita dal professor Paolo Gontero (Direttore dell’Urologia universitaria dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino), insieme al dottor Alessandro Greco ed agli anestesisti Alessandra Davi ed Elisabetta Cerutti.

“La chirurgia robotica – spiega Gontero – è stata fondamentale in questa particolare situazione di un rene in posizione anomala a stretto contatto con l’utero e con una vascolarizzazione complessa. L’aiuto del robot ha permesso l’accuratezza chirurgica necessaria in un intervento così delicato. Il robot Da Vinci di ultima generazione in dotazione presso la Città della Salute viene correntemente utilizzato in campo urologico per interventi oncologici su prostata, rene e vescica”.

Il dottor Maurizio Merlo (Direttore della Chirurgia Vascolare ospedaliera delle Molinette), che insieme al dottor Aldo Verri ed agli anestesisti Antonella Marzullo e Luisella Panealbo (dell’équipe dottor Pier Paolo Donadio) ha eseguito la ricostruzione vascolare del rene ed effettuato la fase vascolare del trapianto, sottolinea come “si sia trattato di un rene con una complessità di arterie mai presentata prima d’ora per un trapianto nella trentennale tradizione della Chirurgia Vascolare ospedaliera delle Molinette, abituata ad operare su tutti i distretti vascolari anche in condizioni sia di estrema urgenza che di difficoltà. Tale esperienza maturata in decenni di attività ha consentito di risolvere anche questa situazione permettendo il trapianto di questo rene”.

La fase successiva è poi stata eseguita dai dottori Omid Sedigh ed Andrea Bosio, urologi, che hanno ricostruito la complessa via urinaria del rene, anch’essa anomala, insieme a quella del ricevente. In conclusione “due situazioni di sofferenza e di calvario – sottolinea il prof. Luigi Biancone, responsabile del programma di trapianto renale delle Molinette – sono state trasformate entrambe in lieto fine, grazie alla generosità della signora ed all’esperienza pluridisciplinare del trapianto renale di  Torino che si è dimostrata ancora una volta vincente”.

Polmone rigenerato con la tecnica di perfusione Ex vivo Lung Perfusion e trapiantato con successo, al Molinette di Torino il primo caso in Italia e secondo al mondo

All’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino un polmone è stato rigenerato dai professori Mauro Rinaldi e Massimo Boffini con la rivoluzionaria tecnica dell’ Ex vivo Lung Perfusion, ed è stato trapiantato con successo in una donna di 57 anni affetta da una grave forma di fibrosi polmonare.

Si tratta del secondo caso al mondo e primo in Italia in cui viene utilizzata questa tecnica, che prevede che i polmoni vengano prelevati da un donatore a cuore battente ma deceduto dal punto di vista cerebrale. La tecnica di ricondizionamento ex-vivo consente di rimuovere dai polmoni mediatori chimici dannosi, acqua in eccesso nel tessuto polmonare, e di aspirare le secrezioni all’interno dei bronchi.

In questo caso, la giovane donatrice era una studentessa diciassettenne morta per una embolia polmonare massiva, motivo che aveva portato altri centri di trapianti a giudicare i polmoni inutilizzabili in quanto gravemente danneggiati.
Alle Molinette, invece, sono stati accettati e sottoposti al trattamento di rigenerazione Ex vivo Lung Perfusion con l’aggiunta di un farmaco fibrolinitico che ha permesso di sciogliere i coaguli mortali. Ci sono volute oltre cinque ore per poter guarire i polmoni.

Il polmone sinistro è stato trapiantato nel reparto di Cardiochirurgia dal direttore Mauro Rinaldi e dal dottor Paolo Lausi su una paziente di 57 anni residente a Torino affetta da una grave forma di fibrosi polmonare idiopatica.

L’intervento è riuscito con successo, il polmone rigenerato ha subito iniziato a lavorare perfettamente e la paziente sta bene ed è stata trasferita dal reparto di terapia intensiva al reparto di degenza della Cardiochirurgia.

La giovane donatrice era deceduta all’ospedale di Biella la notte tra il 4 e il 5 dicembre, e lì è stato eseguito il prelievo. Oltre ai polmoni sono stati donati fegato, reni e cornee che hanno dato una speranza di vita a sette persone.

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