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Il medico è finito ai domiciliari con le accuse di peculato, falsità ideologica e truffa aggravata in danno del Servizio sanitario della Provincia autonoma di Bolzano

Peculato, falsità ideologica e truffa aggravata in danni del Servizio sanitario della Provincia autonoma di Bolzano. Sono i reati contestati a un medico chirurgo in servizio presso un ospedale pubblico altoatesino. Il professionista è stato arrestato dai Nas ed è finito ai domiciliari in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Bolzano.

Secondo l’ipotesi degli inquirenti il camice bianco, a partire dal 2015, avrebbe praticato operazioni di circoncisione rituale su minori “attestando falsamente che l’intervento chirurgico fosse necessario a seguito di diagnosi di ‘fimosi serrata’ ovvero ‘prepuzio esuberante e fimosi”.

Le circoncisioni, infatti, non sono sostenute dal servizio sanitario provinciale. Sono eseguibili solamente con ricovero in Day Surgery ed oneri a carico del paziente per un contributo di 897,00 euro.

Il medico, invece, si sarebbe fatto consegnare arbitrariamente 300 euro per ogni intervento,

L’indagine nasce da una segnalazione della Direzione ospedaliera, scattata in seguito a varie comunicazioni interne sulla condotta anomala del professionista. La Direzione avrebbe quindi informato la Procura di Bolzano, “avviando nel contempo un procedimento disciplinare nei confronti del medico” . Tale misura sarebbe stata poi sospesa per non inficiare lo svolgimento dell’indagine giudiziaria.

Nel corso dell’attività investigativa sono stati interrogati numerosi genitori dei pazienti sottoposti a alla circoncisione. In quattordici avrebbero confermato l’assenza delle patologie attestate e la consegna di denaro in contanti per ottenere la prestazione destinata a finalità rituali.

L’emissione della misura restrittiva – sottolineano i NAS di Trento – si sarebbe resa necessaria in quanto il medico si sarebbe attivamente adoperato per inquinare le fonti di prova e suggerire ai propri pazienti versioni fuorvianti dei fatti da fornire agli inquirenti.

 

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albergatore

Era stato accusato del reato di peculato (di cui all’art. 314 c.p.) perché – secondo l’accusa -, in qualità di albergatore e amministratore delegato della società proprietaria di un hotel di Milano e in concorso con il direttore del medesimo albergo, si era appropriato della somma di euro 47.856 incassata a titolo di imposta di soggiorno, versata dai clienti della struttura alberghiera

In entrambi i giudizi di merito l’albergatore era stato condannato alla pena di legge, perché ritenuto responsabile del reato ascritto (peculato).

Seguiva pertanto, il ricorso dinanzi ai giudici della Cassazione.

La questione giuridica controversa attiene alla configurabilità del reato di peculato nel caso di appropriazione da parte del gestore di una struttura alberghiera o ricettiva residenziale delle somme riscosse a titolo di imposta di soggiorno per conto dell’ente comunale.

Il difensore dell’imputato eccepiva che questi non era a conoscenza della sua qualifica di pubblico ufficiale, in quanto ignorava che tale attività, attribuita agli albergatori dal Regolamento comunale della città di Milano in ordine all’imposta di soggiorno, fosse qualificabile come attività amministrativa disciplinata da nome di diritto pubblico.

Dunque, mancava l’elemento soggettivo del dolo. Ma tale circostanze non era stata per nulla valorizzata dalla corte d’appello che al contrario, in modo del tutto contraddittorio ed erroneo, l’aveva completamente omessa.

Il giudizio della Cassazione

La questione della configurabilità del reato di peculato nel caso di appropriazione da parte del gestore di una struttura alberghiera o ricettiva residenziale delle somme riscosse a titolo di imposta di soggiorno per conto dell’ente comunale è stata già affrontata da due arresti della Suprema Corte (Sez. 6, n. 53467 del 25 ottobre 2017; Sez. 6, n. 32058 del 17/05/2018).

In particolare, l’ultima delle due pronunce appena citate ha ricostruito ampiamente la normativa di settore.

Cosicché i giudici della Cassazione, nella vicenda in esame, ne hanno ripercorso i momenti salienti condividendo l’indirizzo giurisprudenziale espresso.

La disciplina dell’imposta di soggiorno

La disciplina dell’imposta di soggiorno è contenuta nel D.Lgs. 14 marzo 2011, n. 23, art. 4, contenente disposizioni in materia di federalismo fiscale municipale.

L’imposta di soggiorno propriamente denominata è esclusivamente quella individuata dal primo comma dell’art. 4, il quale dispone che “i comuni capoluogo di provincia, le unioni di comuni nonché i comuni inclusi negli elenchi regionali delle località turistiche o città d’arte possono istituire, con deliberazione del consiglio, un’imposta di soggiorno a carico di coloro che alloggiano nelle strutture ricettive situate sul proprio territorio“.

Il legislatore, pertanto, ha definito i contorni della disciplina del tributo individuandone il presupposto, costituito dal soggiorno nelle strutture ricettive localizzate entro il territorio degli enti locali impositori, nonché i soggetti passivi, rappresentati dagli ospiti di tali strutture.

In conformità al principio della riserva di legge vigente per la materia tributaria, sono state poi individuate la misura massima dell’aliquota nonché i criteri di modulazione della medesima, per cui il tributo deve applicarsi “secondo criteri di gradualità in proporzione al prezzo, sino a 5 Euro per notte di soggiorno”.

Il legislatore è altresì intervenuto con riguardo alla destinazione del gettito del tributo, disponendo che le entrate sono destinate a “finanziare interventi in materia di turismo, ivi compresi quelli a sostegno delle strutture ricettive, nonché interventi di manutenzione, fruizione e recupero dei beni culturali ed ambientali locali, nonché dei relativi servizi pubblici locali“.

Ebbene, come emerge dal quadro giuridico appena citato, le disposizioni contenute nel regolamento comunale in materia di imposta di soggiorno, diversamente da quanto asserito dal ricorrente, trovano la loro base normativa in una espressa norma di legge volta a disciplinare gli aspetti essenziali del tributo, laddove quella regolamentare viene adottata al fine di attuarne e specificarne il generale contenuto di indirizzo nella competente sede territoriale.

L’incaricato o responsabile della riscossione del tributo

Quanto ai profili soggettivi, deve dirsi che l’incaricato o responsabile della riscossione del tributo svolge un’attività ausiliaria nei confronti dell’ente impositore ed oggettivamente strumentale rispetto all’esecuzione dell’obbligazione tributaria, la quale, per l’appunto, comporta l’incasso delle somme spontaneamente versate dal soggetto passivo e il conseguente obbligo di riversarle all’ente impositore di competenza.

Tuttavia, vale la pena chiarire che la qualifica assunta dai gestori delle strutture ricettive esula dall’ambito della responsabilità d’imposta, sicché il gestore è un terzo rispetto all’obbligazione tributaria ed il suo coinvolgimento avviene ad altro titolo, ossia quale destinatario di obblighi formali e strumentali all’esazione del tributo comunale.

Ne discende che il rapporto tributario intercorre esclusivamente tra il Comune (come soggetto attivo) e colui che alloggia nella struttura ricettiva (soggetto passivo), mentre il Comune si rapporta con il gestore non come soggetto attivo del rapporto tributario, bensì quale destinatario giuridico delle somme incassate dal gestore a titolo di imposta di soggiorno, nell’ambito di un rapporto completamente avulso dal rapporto tributario, sebbene ad esso funzionalmente orientato e correlato.

Incaricati della riscossione: la natura è quella degli agenti contabili

Il quadro normativo di riferimento si completa con il necessario richiamo alla norma generale sancita dal R.D. 18 novembre 1923, n. 2440, art. 74, comma 1, e R.D. n. 827 del 1924, art. 178, i cui principii sono peraltro ribaditi nel T.U.E.L. n. 267 del 2000, che, in particolare, all’art. 93, comma 2, recita: “il tesoriere ed ogni altro agente contabile che abbia maneggio di pubblico denaro o sia incaricato della gestione dei beni degli enti locali, nonché coloro che si ingeriscano negli incarichi attribuiti a detti agenti devono rendere il conto della loro gestione e sono soggetti alla giurisdizione della Corte dei conti secondo le norme e le procedure previste dalle leggi vigenti”.

Si tratta di un principio generale dell’ordinamento, senza alcuna eccezione di carattere settoriale, che trova conferma anche nel D.Lgs. n. 118 del 23 giugno 2011, che nel dettare “disposizioni in materia di armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle Regioni degli Enti locali e dei loro organismi”, dispone espressamente che: “Gli incaricati della riscossione assumono la figura di agente contabile e sono soggetti alla giurisdizione della Corte dei conti, a cui devono rendere il conto giudiziale. Agli stessi obblighi sono sottoposti tutti coloro che, anche senza legale autorizzazione, si ingeriscono di fatto, negli incarichi attribuiti agli agenti anzidetti.”

Si prevede, altresì, nella medesima prospettiva e a ulteriore conferma di quanto ora illustrato, che “gli agenti contabili devono tenere un registro giornaliero delle riscossioni e versare all’amministrazione per la quale operano gli introiti riscossi secondo la cadenza fissata dal regolamento di contabilità. Il regolamento di contabilità disciplina le modalità di esercizio del riscontro contabile e le modalità di riscossione e successivo versamento in tesoreria delle entrate a mezzo degli agenti della riscossione”.

Il giudizio espresso dalla Corte dei Conti

A ciò deve aggiungersi che anche la Corte dei conti ha affermato che “i soggetti operanti presso le strutture ricettive, ove incaricati – sulla base dei regolamenti comunali previsti dal D.Lgs. n. 23 del 2011, art. 4, comma 3- della riscossione e poi del riversamento nelle casse comunali dell’imposta di soggiorno corrisposta da coloro che alloggiano in dette strutture, assumono la funzione di agenti contabili, tenuti conseguentemente alla resa del conto giudiziale della gestione svolta” (Sezioni riunite in sede giurisdizionale, n. 22/2016/QM del 8 giugno 2015, dep. 2016).

Tra il gestore della struttura ricettiva (o “albergatore”) ed il Comune si instaura un rapporto di servizio pubblico con compiti eminentemente contabili

E in tal senso giova anche richiamare il recente arresto in tema di imposta di soggiorno delle Sezioni Unite civili della Corte cassazione (ord. 19654 del 24/07/2018), secondo cui tra il gestore della struttura ricettiva (o “albergatore”) ed il Comune si instaura un rapporto di servizio pubblico con compiti eminentemente contabili, che implicano il maneggio di denaro pubblico. Ne consegue che ogni controversia intercorrente con l’ente impositore avente ad oggetto la verifica dei rapporti di dare e avere, e il risultato finale di tali rapporti, dà luogo ad un giudizio di conto, sul quale sussiste, pertanto, la giurisdizione della Corte dei Conti.

Insomma per farla breve, il gestore della struttura, incaricato della riscossione dell’imposta di soggiorno in esame, rivesta la qualità di incaricato di pubblico servizio, anche in assenza di un preventivo, specifico incarico da parte della pubblica amministrazione, in considerazione della natura prettamente pubblicistica della sua attività.

Correttamente, quindi, la Corte di appello ha escluso l’ignoranza scusabile dell’imputato circa la sua natura di pubblico ufficiale, posto che non vi era alcun dubbio ragionevole che le somme andassero riversate al Comune.

Condanna, perciò, confermata in via definita!

La redazione giuridica

 

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Era stato accusato del reato di peculato d’uso dell’autovettura di servizio e pertanto condannato con pena sospesa a dieci mesi di reclusione

L’uomo, Maresciallo Capo in servizio presso la Stazione dei Carabinieri di un piccolo comune della provincia di Agrigento, era stato accusato (e poi condannato) per aver utilizzato l’autovettura di cui aveva la disponibilità per ragioni del proprio ufficio, recandosi, fuori dal territorio comunale, per motivi personali. Il mezzo era stato rinvenuto, di li a poco, parcheggiato all’esterno di un condominio privato. Da subito era stata configurata l’ipotesi di delitto di peculato d’uso.

Non soltanto. La Procura, aperto il fascicolo, gli aveva altresì ascritto il reato di falso. Quando, infatti, al maresciallo era stato chiesto di fornire giustificazioni dell’utilizzo del mezzo di servizio egli formava (nell’esercizio delle proprie funzioni) due atti falsi: un invito per la presentazione a rendere interrogatorio di persona sottoposta ad indagini destinato ad un legale, difensore di fiducia dell’indagato, asseritamente su delega dell’autorità giudiziaria (con indicazione del relativo numero del procedimento), e della conseguente relata di notifica di detto atto provvisto di fede privilegiata, a cui era stata apposta la falsa attestazione di ricezione del destinatario.

Il ricorso per Cassazione e la decisione

I giudici Ermellini, ricordano sin da subito che le deduzioni difensive (come quelle prospettate dalla difesa del ricorrente) volte alla mera sollecitazione di una diversa valutazione rispetto a quella effettuata dai giudici di merito, è operazione del tutto preclusa in sede di legittimità.

Peraltro, a detta del Supremo Collegio, la sentenza impugnata era immune da vizi di motivazione.

La Corte territoriale aveva, infatti, ben posto in evidenza che l’utilizzo dell’autovettura di servizio non era sorretto da alcuna finalità istituzionale, circostanza peraltro che nell’immediatezza dei fatti, sottoposto ad interrogatorio dal proprio superiore, era stata spontaneamente riconosciuta anche dal ricorrente.

Quanto alla ritenuta assenza di offensività della condotta eccepita tra i motivi di ricorso, deve rilevarsi – affermano i giudici della Corte – che vi è giurisprudenza pacifica per cui integra il delitto di peculato d’uso la condotta dell’appartenente ad una forza di polizia che utilizzi l’auto di servizio per esigenze personali (ipotesi di utilizzo dell’autovettura di servizio per recarsi da una prostituta, Sez. 6, n. 5206 del 15/12/2017).

Si tratta cioè di una condotta che si sostanzia nella distrazione, sebbene provvisoria, del mezzo dalla finalità pubblica, tenuto conto che la vettura utilizzata per fini personali dal ricorrente era comunque attribuito all’Arma dei Carabinieri, al cui doveroso utilizzo istituzionale era stato sottratto per un significativo lasso di tempo.

Anche sul reato di falso, nulla quaestio.

Era evidente che proprio il ricorrente aveva predisposto i due atti falsificandoli nel loro contenuto, atti all’evidenza di natura pubblica tanto da realizzare, in ordine alla falsificazione della relata di notifica al difensore di un indagato, un atto con fede privilegiata in quanto certamente facente prova fini a querela di falso.

Niente da fare dunque, per il Maresciallo dei Carabinieri. La Cassazione dopo aver dichiarato inammissibile il ricorso, ha confermato la sua condanna, oltre al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 

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truffa pluriaggravata

Il camice bianco, noto gastroenterologo, è indagato per truffa pluriaggravata, peculato e abuso d’ufficio. E’ stato arrestato e posto ai domiciliari

Truffa pluriaggravata ai danni dello Stato, abuso d’ufficio e peculato aggravato. Sono i reati contestati dalla Procura della Repubblica di Ragusa a un dirigente medico dell’ospedale Maggiore di Modica, noto specialista in gastroenterologia. Nei suoi confronti, il Gip del Tribunale del capoluogo di provincia siciliano, su richiesta del Pubblico ministero, ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari.

Il camice bianco, nonostante un rapporto di lavoro a tempo piano ed esclusivo,  avrebbe posto in atto una gestione personalistica e scorretta della sua funzione pubblica. Il tutto a danno dello Stato e di pazienti spesso bisognosi e poco abbienti. E’ quanto emerso dalle indagini condotte dagli inquirenti attraverso intercettazioni telefoniche, documentazione acquisita presso l’Azienda Sanitaria Provinciale e l’escussione di numerosi pazienti.

L’indagine, scaturita dalla denuncia di un cittadino, si è protratta da gennaio a novembre 2018 fornendo un quadro indiziario chiaro ed incontrovertibile.

Nello specifico, il professionista avrebbe svolto costantemente numerosi esami diagnostici e visite mediche, utilizzando mezzi, farmaci, locali e forza lavoro dell’ospedale in cui presta servizio. Il tutto in totale violazione di norme, non essendo autorizzato allo svolgimento di attività di libera professione in regime di intramoenia. Il medico avrebbe indotto molti pazienti a non prenotare tramite centro prenotazioni, e avrebbe preteso, quale corrispettivo della visita, somme di denaro anche maggiori rispetto al prezziario regionale.

I pagamenti dei pazienti per le prestazioni ricevute erano effettuati in contanti, senza il rilascio di alcuna ricevuta fiscale. Ne sarebbe dunque conseguito un danno ingente sia per i pazienti che per il Servizio Sanitario Nazionale. In alcuni casi, il medico avrebbe svolto prestazioni sanitarie a titolo amicale e gratuito, senza alcuna copertura assicurativa, provocando un danno economico all’Azienda sanitaria e violando i principi di corretta gestione delle liste d’attesa previsti dal Piano Regionale vigente.

 

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FALSITÀ IDEOLOGICA E PECULATO, TRE MEDICI DENUNCIATI A NAPOLI

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falsità ideologica

I camici bianchi sono accusati di peculato e falsità ideologica per aver effettuato un intervento privato richiedendo alla Asl l’indennità di rapporto di lavoro esclusivo

Il NAS di Napoli, nell’ambito di un’indagine delegata dalla locale Autorità Giudiziaria, ha denunciato in stato di libertà tre medici di 40, 46 e 57 anni. I camici bianchi sono accusati di peculato e falsità ideologica in certificati commessi da persone esercenti un servizio di pubblica necessità.

In particolare, i tre professionisti sanitari, impiegati in ospedali e cliniche del capoluogo partenopeo, effettuavano un intervento chirurgico privato e richiedevano alla ASL di appartenenza l’indennità di rapporto di lavoro esclusivo. Inoltre, nell’ambito dello stesso intervento, attestavano sul registro del foglio operatorio la falsa presenza di uno di loro, medico anestetista. Quest’ultimo di fatto era impiegato in altra attività pubblica ed era stato quindi sostituito con un altro medico, che nell’occasione somministrava anche l’anestesia al paziente.

Sempre in Campania, a Salerno, i carabinieri del Nucleo anti sofisticazioni, nel corso di un controllo igienico-sanitario, hanno denunciato in stato di libertà un 61enne cilentano.

L’uomo è accusato di esercizio abusivo della professione di medico odontoiatra e attivazione di studio medico senza autorizzazione. I militari hanno sorpreso il sedicente professionista presso la sua abitazione, dove aveva allestito un vero e proprio ambulatorio medico con tanto di attrezzature professionali. Il tutto mentre praticava cure dentistiche ai pazienti, senza averne alcun titolo né abilitazione alla professione di odontoiatra. Nel corso dell’operazione l’ambulatorio e la relativa attrezzatura sono stati sequestrati. Il valore dell’operazione è pari a circa 300mila euro.

In Toscana, i militari del nucleo di Livorno, all’esito di specifica attività di indagine, hanno denunciato alla Corte Dei Conti uno stimato ortopedico. Il professionista, nel corso di un intervento chirurgico eseguito su una paziente 70enne, seppure a conoscenza di una allergia, peraltro documentata sulla sua cartella clinica, le ha impiantato una protesi non “FREE NICHEL”. La donna è quindi stata costretta a subire un secondo intervento chirurgico. La “disattenzione” ha provocato un danno erariale di svariate migliaia di euro che la ASL Toscana ha dovuto rimborsare alla sfortunata donna.

 

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attività intramoenia

Disposta l’archiviazione del procedimento nei confronti di un medico accusato di peculato per aver svolto attività intramoenia senza aver timbrato la propria presenza in ospedale

Aveva svolto attività intramoenia, con utilizzo dei materiali dell’ospedale, in giorni in cui non aveva timbrato la propria presenza in ospedale. La dottoressa, dirigente presso il nosocomio di La Spezia, era accusata di peculato.

Secondo il Giudice per le indagini preliminari, tuttavia, tali circostanze assumevano solamente una rilevanza al più disciplinare. Il magistrato, pertanto, ha ritenuto di archiviare il procedimento nei confronti del camice bianco.

In base alla giurisprudenza di legittimità, il delitto di peculato, disciplinato dall’art. 314 del codice penale, è integrato laddove il medico che riceva dai pazienti le somme dovute per la sua prestazione in regime di intramoenia ne ometta il successivo versamento all’azienda sanitaria.

Secondo la Cassazione, a qualunque pubblico dipendente che le prassi e le consuetudini mettano nelle condizioni di riscuotere e detenere denaro di pertinenza dell’amministrazione, spetta la qualifica di pubblico ufficiale. Ciò anche se tale qualifica non può essere riferita al professionista che svolga attività intramuraria, che è retta da un regime privatistico.

In tali circostanze – chiarisce la Suprema Corte – assume rilevanza non già l’attività professionale, ma la virtuale sostituzione del medico ai funzionari amministrativi nell’attività pubblicistica di riscossione dei pagamenti.

Tale principio, peraltro, vale anche nel caso della cosiddetta intramoenia “allargata”, ovvero quando il sanitario esplica la sua attività presso il proprio studio professionale. Il tutto avvalendosi di proprie attrezzature e senza fare ricorso a personale, locali e materiali dell’ente di appartenenza.

Nella vicenda esaminata, all’indagata veniva solamente contestato di aver eseguito la prestazione in giorni in cui non aveva timbrato la sua presenza in ospedale. Nessun riferimento, invece, ai pagamenti ricevuti e alla loro gestione. Da qui la decisione del Gip di chiudere l’inchiesta.

Per un maggiore approfondimento sul tema si invita a leggere l’articolo “Intramoenia: niente peculato se il medico non risulta in servizio” dell’avv. Maria Teresa De Luca.

 

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Rubava farmaci in ospedale: denuncia un infermiere

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Era già attenzionato ai Baschi Verdi del Nucleo Operativo Pronto Impiego del Gruppo di Aversa l’infermiere denunciato perché rubava farmaci in ospedale.

L’uomo – a seguito di accurate indagini – è stato trovato in possesso di un cospicuo quantitativo di farmaci, tutti riportanti la dicitura “confezione ospedaliera”.

L’infermiere, 45 anni e in servizio all’ospedale “Moscati” di Aversa, è stato così denunciato dai finanzieri del gruppo normanno per il reato di peculato.

Le forze dell’ordine hanno quindi proceduto al deferimento all’autorità giudiziaria, in stato di libertà, del 45enne.

Il soggetto, sul quale i finanzieri avevano già raccolto mirate informazioni, è stato intercettato ieri, proprio al termine del turno di servizio notturno, durante lo svolgimento di un posto di controllo vicino alla struttura ospedaliera.

Ebbene, già da una prima sommaria ispezione dell’abitacolo dell’auto, i finanzieri hanno notato che qualcosa non andava.

Subito è stato rinvenuto un cospicuo quantitativo di farmaci e presidi medici di provenienza illecita, in quanto chiaramente provenienti dalla dotazione interna dell’ospedale.

Tutte le confezioni risultavano trafugate da un’Unità Operativa Complessa dell’ospedale normanno.

Ma le perquisizioni, ovviamente, non si sono fermate lì.

Sono proseguite nell’abitazione dell’operatore sanitario, dove sono stati rinvenuti molti altri farmaci e presidi di vario tipo.

Tra questi, vi erano medicinali di uso comune, anestetici, cicatrizzanti, corticosteroisi, antibiotici.

E ancora: guanti monouso, disinfettanti e soluzioni fisiologiche, tutti riportanti la medesima dicitura. E, dunque, di provenienza chiaramente illecita.

L’infermiere, pertanto, è stato denunciato a piede libero per il reato di peculato, ed i farmaci, insieme ai presidi medici, sono stati sottoposti a sequestro e messi a disposizione dell’A.G. inquirente.

 

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infermiera di treviso

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Rischia il processo l’ infermiera di Treviso accusata di non aver vaccinato centinaia di bambini tra Veneto e Friuli. Il Pubblico ministero presso la Procura di Udine, come riporta il Corriere del Veneto, ha infatti depositato la richiesta di rinvio a giudizio. L’udienza preliminare è stata fissata per il prossimo 2 novembre. In quell’occasione spetterà al Gup decidere se dare seguito al procedimento o archiviare il fascicolo.

L’operatrice sanitaria, licenziata per giusta causa dall’Usl 2, è accusata di peculato, omissione d’atti d’ufficio e falsità ideologica e materiale commessa dal pubblico ufficiale.

Secondo l’accusa, la donna “avendo in ragione del proprio ufficio o servizio il possesso di farmaci vaccinali li distraeva dalle loro finalità”. In particolare, “dopo aver simulato l’iniezione gettava nei contenitori dei rifiuti speciali le siringhe contenenti il siero non iniettato”.

L’infermiera avrebbe indebitamente rifiutato il compimento di atti che “per ragioni di giustizia, sicurezza, igiene pubblica e sanità dovevano essere compiuti senza ritardo”.

Ciò “in qualità di addetto al servizio vaccinazioni e dunque quale pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio”. Più specificamente, avrebbe omesso “di procedere alle iniezioni vaccinali obbligatorie in programma nei giorni in cui prestava servizio presso l’ambulatorio”.

Per la Procura, inoltre, l’assistente sanitaria avrebbe formato atti pubblici falsi, attestando di aver effettuato regolarmente le vaccinazioni . Lei stessa li avrebbe inseriti, con il proprio codice operatore, nel sistema informatico dell’Asl di Codroipo, inducendo in errore le colleghe all’Usl 2 di Treviso.

La difesa, secondo quanto dichiarato dal legale dell’infermiera, chiederà il non luogo a procedere. “In ogni caso – fa sapere l’avvocato – non considereremo i riti alternativi ma chiederemo di andare a processo”.

 

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truffa aggravata

I camici bianchi sono finiti ai domiciliari assieme a tre cittadini cinesi con l’accusa di peculato e truffa aggravata ai danni dello Stato. Secondo l’accusa effettuavano visite private in orario di servizio incassando parcelle al nero

Quattro medici ginecologi in servizio all’Ospedale di Prato sono finiti ai domiciliari per effetto di un’ordinanza emessa dal Gip eseguita dai carabinieri del centro toscano. Con loro anche tre persone di nazionalità cinese. Le accuse nei loro confronti sono di peculato e truffa aggravata ai danni dello Stato.

Ai camici bianchi, in particolare, viene contestato di aver effettuato visite private ai cittadini asiatici incassando le parcelle al nero. Il tutto in orario di servizio e usando le strutture e i mezzi dell’Azienda sanitaria.

L’Ausl Toscana Centro ha immediatamente attuato la sospensione dal servizio dei professionisti, attivando un’ulteriore procedura per la valutazione della responsabilità disciplinare. Inoltre, ha inviato la comunicazione ai rispettivi Ordini dei Medici e Chirurghi di appartenenza dei quattro dipendenti.

L’Azienda ha poi annunciato che si costituirà parte civile nel procedimento penale che sarà istaurato. L’obiettivo è quello di ottenere il risarcimento dei danni subiti, in termini patrimoniali e di lesione d’immagine.

Il direttore generale Paolo Morello Marchese ha definito le condotte emerse nella vicenda “inaccettabili e da isolare”. “Tali comportamenti – ha sottolineato – sono gravissimi e indirettamente recano danno alle centinaia di operatori che ogni giorno lavorano con onestà nei nostri servizi e che mi sento di tutelare in tutti i modi”.

Le indagini erano iniziate lo scorso autunno quando una giovane donne cinese si era presentata in ospedale sentendosi male dopo aver assunto una pillola abortiva.

La ragazza aveva spiegato di essersi rivolta a una mediatrice cinese che l’aveva accompagnata da un medico italiano. Questi le aveva dato il farmaco.

Una perizia ha accertato che quei medicinali potevano arrivare solo dal circuito ospedaliero. Le intercettazioni telefoniche disposte dalla Procura hanno poi consentito di risalire ai medici finiti agli arresti domiciliari. Tra questi, tuttavia, non figura, perché non ancora individuato, quello che fornì alla giovane cinese le pillole per l’aborto.

Le pazienti cinesi, secondo quanto emerso dalle indagini svolte dai carabinieri del nucleo investigativo, pagavano una parcella agli stessi mediatori. La cifra era compresa tra i 100 e i 150 euro. Una parte della somma veniva poi girata ai medici.

Nei guai, quindi, oltre ai camici bianchi, sono finiti anche i mediatori. Nessun reato è stato invece contestato alle pazienti, nella convinzione che non sapessero come funziona il sistema della prenotazione del sistema sanitario regionale toscano.

 

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Si tratta di quattro dirigenti medici e tre infermieri in servizio presso un poliambulatorio della provincia di Sassari

I carabinieri del NAS di Sassari hanno dato esecuzione a sette ordinanze di applicazione della misura cautelare della sospensione dal pubblico ufficio. La misura è rivolta a quattro dirigenti medici e tre infermieri in servizio presso la locale ASSL.

I sanitari sono stati ritenuti responsabili di truffa aggravata e peculato in danno del SSN, per aver simulato la presenza in servizio. Questa sarebbe stata attestata con il proprio badge personale, quando invece i dipendenti risultavano ingiustificatamente assenti dal posto di lavoro.

L’indagine, nata nel mese di novembre 2017, è stata coordinata dalla locale Procura della Repubblica. L’obiettivo degli inquirenti era quello di verificare lo standard nell’offerta sanitaria pubblica, con particolare riferimento a un Polimabulatorio ubicato in un centro dell’hinterland Sassarese.

L’attività investigativa ha consentito invece di far emergere una notevole disinvoltura da parte di alcuni dipendenti nell’assentarsi dal posto di lavoro; il tutto senza alcuna giustificazione.

In alcuni casi è stato anche accertato l’uso di autovetture di servizio per finalità estranee a quelle lavorative.

La scoperta è avvenuta grazie all’utilizzo di videocamere e all’apparato elettronico attestante la presenza in servizio dei dipendenti. I pedinamenti hanno inoltre consentito di appurare che i dipendenti si allontanavano dal posto di lavoro per motivi del tutto estranei a cause di servizio. C’era chi andava a fare la spesa al supermercato, chi al bar e chi dava una mano alla figlia all’edicola.

In tal modo, secondo la Procura, “inducevano in errore l’Ats Sardegna circa la relativa presenza sul posto di lavoro, procurandosi un ingiusto profitto”.

Anche il NAS di Lecce, al seguito di alcuni accertamenti nel settore sanitario, ha deferito all’Autorità Giudiziaria tre dipendenti della locale Azienda Sanitaria. In questo caso, due degli indagati attestavano falsamente la propria presenza in servizio, favoriti dal loro dirigente che, anziché controllarli, ometteva di segnalare la loro condotta criminale. Il danno all’erario è stato quantificato in quasi 15.000 euro di ingiuste retribuzioni.

 

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