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barriere architettoniche

Il comune non può negare il permesso di costruire di una piattaforma elevatrice, volta a consentire il superamento delle barrire architettoniche presenti nel condominio, se non fornisce alternative concretamente ed efficacemente praticabili

La vicenda

I ricorrenti, proprietari di una unità immobiliare sita al primo piano di uno stabile condominiale ubicato in un comune lombardo, avevano presentato domanda di permesso di costruire per l’installazione, nel vano scale condominiale, di una piattaforma elevatrice, volta a consentire il superamento delle barrire architettoniche presenti nell’edificio, allegando all’istanza, la relativa delibera condominiale.

Il Comune, ricevuta la predetta richiesta aveva evidenziato che il progetto originario doveva essere necessariamente modificato perché inidoneo a rispettare le prescrizioni contenute nel Regolamento edilizio comunale, nonché nel Regolamento locale di igiene.

Senonché dopo, un primo preavviso di diniego, giungeva quello definitivo, contro il quale i ricorrenti proponevano ricorso dinanzi al Tar Lombardia al fine di ottenere la nullità del provvedimento impugnato.

A sostegno dell’assunto difensivo, i ricorrenti citavano un precedente arresto dello stesso Tar Lombardia, n. 1541/2015 ove è stato affermato che il Comune non può rifiutare la domanda di installazione, nel vano scale del condominio, di una piattaforma elevatrice per abbattere le barriere architettoniche se non fornisce una reale e concreta alternativa al progetto del cittadino.

Ebbene, il Tar ha accolto il ricorso; ciò in quanto il provvedimento comunale, attraverso il quale era stato definitivamente negato il permesso di costruire per la realizzazione della piattaforma elevatrice nel vano scala del condominio in questione, richiamava una serie di atti presupposti, nessuno dei quali tuttavia, conteneva in modo chiaro, inequivocabile ed esaustivo l’indicazione di concrete soluzioni progettuali alternative a quella proposta dai ricorrenti.

Ebbene, in mancanza di soluzioni alternative chiare e puntuali, non condivise con i soggetti privati istanti o comunque non risultanti oggettivamente idonee, il diniego comunale si presentava come elusivo della pronuncia dei giudici amministrativi lombardi poc’anzi citata.

L’applicazione del precedente giurisprudenziale

La sua corretta attuazione avrebbe richiesto necessariamente la predisposizione di soluzioni progettuali concrete e immediatamente realizzabili, considerato che “l’eliminazione delle barriere architettoniche che impediscono la piena accessibilità degli edifici, limitando la possibilità per le persone affette da handicap di svolgere pienamente la propria personalità e di avere una normale vita di relazione, attiene ad esigenze di rilievo costituzionale primario, riconducibili anzitutto alle previsioni degli articoli 2 e 3 Cost e quindi (…) il rigetto della domanda di permesso di costruire, con la quale sia stata chiesta la deroga alle norme regolamentari, non può fondarsi sulla mera esistenza in astratto di ulteriori soluzioni tecnicamente praticabili, ma – laddove il richiedente abbia illustrato, come nel caso in esame, la non praticabilità, a suo avviso, di altre idonee soluzioni – deve muovere dall’evidenziazione di soluzioni, che sulla base delle circostanza fattuali note, siano da ritenere come reali alternative, ossia come possibilità effettivamente e concretamente praticabili”.

E qualora, si ritenesse che l’esistenza solo in astratto di altre possibili soluzioni costituisca una ragione sufficiente per il rigetto dell’istanza di deroga alle norme regolamentari, si finirebbe con il frustrate le finalità stesse della deroga, oltre che dei principi costituzionali sopra richiamati, esponendo il richiedente a elaborare altre soluzioni progettuali, che potrebbero però poi a loro volta risultare non effettivamente fattibili”.

In conclusione l’attività posta in essere dal Comune è stata considerata elusiva dei precetti giurisprudenziali contenuti nella sentenza n. 1541/2015 e pertanto, meritevole di annullamento.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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Per gli interventi di ristrutturazione edilizia c.d “leggera”, quali ad esempio, il solo aumento delle unità immobiliari, non è più richiesto il permesso di costruire

La vicenda

Il capo d’accusa era quello di aver realizzato un intervento di ristrutturazione edilizia in assenza di permesso di costruire, avendo presentato soltanto una s.c.i.a. per lavori di risanamento conservativo
Si trattava, in realtà, di lavori di ristrutturazione di un immobile “comportanti la suddivisione in quattro unità immobiliari, la demolizione dei solai del sottotetto finalizzata alla realizzazione di nuovi volumi abitabili nel vano sottotetto”, lavori che a detta della corte territoriale – non rientravano in un intervento di risanamento conservativo; e pertanto la suddetta scia presentata per l’esecuzione di quelle opere, non era sufficiente.
Detto in altri termini, trasformazione del bene da una a quattro unità immobiliari non è riconducibile nella riduttiva nozione di risanamento conservativo ma costituisce piuttosto, ristrutturazione edilizia, con conseguente necessità di richiedere il permesso di costruire.
Cosicché, i proprietari committenti, la ditta che aveva assunto la realizzazione dei lavori, il progettista e il direttore dei lavori venivano condannati alla pena di legge prevista per il reato di cui al D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, art. 44, comma 1, lett. b),.
Ebbene, rispetto al fatto contestato neppure la Cassazione ha dubbi che gli interventi citati fossero qualificabili come ristrutturazione edilizia, piuttosto che come mero risanamento conservativo, posto che da quelle opere era derivato un immobile diverso da quello originario, sia per la trasformazione di un appartamento in quattro distinte unità abitative, sia per la modifica di elementi costitutivi (quali il ribassamento dei solai) e l’inserimento di nuovi impianti (funzionali al godimento delle plurime unità realizzate); ma non per questo doveva ritenersi necessario il permesso di costruire.

La censura della sentenza impugnata

La Corte territoriale aveva trascurato di considerare che non tutti gli interventi di ristrutturazione edilizia sono soggetti al previo rilascio del menzionato titolo.
Rispetto alla definizione di ristrutturazione edilizia data dall’art. 3, comma 1, lett. d) di tale decreto, il successivo art. 10, comma 1, lett. c), nel testo oggi vigente, assoggetta al regime del permesso di costruire (…) soltanto quegli interventi che “portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino modifiche della volumetria complessiva degli edifici o dei prospetti”.
Si tratta degli interventi definiti di ristrutturazione edilizia c.d. “pesante” che, a differenza delle residuali ipotesi rientranti nella categoria per la cui realizzazione è sufficiente la s.c.i.a. in forza della residuale previsione di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 22, comma 1, lett. c), – sono assoggettati al previo rilascio del permesso di costruire con conseguente realizzazione della fattispecie penale contestata nel caso di assenza del titolo.
Qualora invece, si tratti di ristrutturazione edilizia “leggera” per cui è sufficiente la s.c.i.a., quand’anche la qualificazione giuridica dei lavori in termini di risanamento conservativo data dai richiedenti sia errata, il fatto comunque non integra gli estremi del reato contestato.
A tal proposito, la Cassazione ha affermato che “Il solo aumento delle unità immobiliari – che, peraltro, di regola già rileva per far ritenere che l’organismo che subisca un tale intervento sia “in tutto o in parte diverso dal precedente” non determina più, dunque, la necessità di munirsi del previo permesso di costruire, essendo al proposito necessario (al di là delle richiamate ipotesi di lavori nei centri storici o su immobili vincolati) che vi sia una modifica della volumetria complessiva o dei prospetti”.

La successione delle leggi penali nel tempo

Peraltro, la citata “novella” che ha modificato il D.P.R. n. 380 del 2001, art. 10, comma 1, lett. c), – pur intervenuta successivamente alla consumazione del reato in esame – è retroattivamente applicabile ai sensi dell’art. 2 c.p., comma 4.
Per tali motivi è stato affermato il seguente principio di diritto: “la modifica dell’art. 10, comma 1, lett. c), D.P.R. n. 380 del 2001, operata con D.L. 12 settembre 2014, n. 133, art. 17, comma 1, lett. d), conv., con modiff., nella L. 11 novembre 2014, n. 164, che ha escluso dagli interventi di ristrutturazione edilizia subordinati a permesso di costruire quelli che comportino aumento di unità immobiliari o di superfici utili, osta alla riconduzione di tali ipotesi al reato di costruzione sine titulo di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, comma 1, lett. b), e deve trovare applicazione retroattiva, ai sensi dell’art. 2 c.p., comma 4, quale norma extrapenale più favorevole integratrice del precetto“.

La redazione giuridica

 
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paletti

Una recinzione costruita con 10 paletti di ferro per evitare la sosta selvaggia e il deposito di immondizia. Il Comune chiede l’ordine di demolizione e la vicenda finisce davanti al Tar Campania

Nel 2014 la Polizia Municipale di un comune campano aveva contestato la realizzazione su di un’area condominiale di “10 paletti di ferro aventi dimensione di un 1,00 mt di altezza circa e di cm. 10 x 10, posizionati a delimitare un’area condominiale”; a ciò aveva fatto seguito l’adozione, da parte del predetto Comune, di un ordine di demolizione.

Contro tale provvedimento agiva in giudizio il condominio, chiedendone l’annullamento sulla base di un unico articolato motivo di ricorso.

L’ordine di demolizione sarebbe stato privo di adeguata istruttoria, in quanto il Comune non avrebbe verificato preliminarmente, l’esigua consistenza delle opere realizzate, che avrebbero avuto come unico scopo quello di limitare la sosta selvaggia ed il deposito dell’immondizia senza regole.

Per la realizzazione di quei paletti non sarebbe stata perciò, necessaria alcuna abilitazione edilizia, non comportando gli stessi alcuna modificazione del territorio e neppure vi sarebbe stata violazione del vincolo ambientale, come erroneamente sostenuto dal comune, nel provvedimento impugnato.

La pronuncia del Tar Campania

I giudici amministrativi della Regione Campania, all’esito del giudizio di primo grado, hanno accolto il ricorso per le ragioni che seguono.

Era chiaro, in primo luogo che l’intervento (di recinzione) effettuato dal condominio non rientrasse tra le attività libere, indicate tra l’altro in modo tassativo dall’art. 6 del t. u. n. 380 del 2001, in deroga al generale obbligo di munirsi di un titolo abilitativo per eseguire interventi edilizi.

Tuttavia aveva colto nel segno la censura mossa dal ricorrente secondo il quale nel caso in esame, non era in discussione un’ipotesi di trasformazione edilizio –urbanistica, o di alterazione permanente dell’assetto del territorio, o di nuova costruzione, tale da esigere il previo rilascio del permesso di costruire, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 10 del d.P.R. n. 380 del 2001; ma che si trattava di interventi subordinati a segnalazione certificata di inizio attività di cui all’art. 22 del d.P.R. n. 380/2001.

Recinzioni condominiali: è necessario il permesso di costruire?

Sulla questione, intuitivamente affine, dell’assoggettamento, o meno, delle recinzioni, a permesso di costruire, la giurisprudenza amministrativa di merito, ha da tempo sposato il principio per cui, la valutazione sulla necessità, o meno, del permesso di costruire, va compiuta in base ai parametri della natura e delle dimensioni delle opere, e della loro destinazione e funzione, sicché quando, ad esempio, vengono eseguite opere in muratura e la recinzione non è facilmente rimuovibile, l’intervento, essendo idoneo a incidere in modo permanente sull’assetto edilizio del territorio, esige il previo rilascio del permesso di costruire, ma a tal fine occorre avere riguardo a tutte le opere realizzate nel loro complesso.

Peraltro, in un precedente arresto gli stessi giudici campani avevano affermato che “la posa di (sei) paletti infissi nel suolo, destinati a sorreggere una recinzione di rete metallica senza opere murarie, costituisse un manufatto di limitato impatto urbanistico e visivo, essenzialmente destinato al solo scopo di delimitare la proprietà per separarla dalle altre, per cui l’intervento non richiedeva il rilascio di un permesso di costruire, fatta salva ovviamente l’osservanza dei vincoli paesaggistici”.

Una recinzione rimuovibile

Nel caso in esame, non era stata eseguita alcuna opera muraria significativa. I paletti apposti, uniti al suolo mediante un basamento di calcestruzzo assai sottile, risultavano distanziati tra loro in modo tale da consentire un facile accesso pedonale all’area ed effettivamente sembravano svolgere una funzione, non contestata dal Comune, di dissuasori della sosta e dell’abbandono dei rifiuti.

Si trattava in altre parole, di semplice opera finalizzata a delimitare la proprietà del condominio ricorrente (non era neppure una recinzione vera e propria, essendo l’area “tuttora liberamente accessibile a tutti, salvo che alle autovetture”), rimovibile in maniera tutt’altro che disagevole e, come tale, inidonea a incidere sull’assetto edilizio del territorio.

Non ha avuto dubbi, allora il Tribunale adito per affermare che, alla luce delle caratteristiche e delle dimensioni della recinzione contestata, essa rientrasse nel campo di applicazione dell’art. 22 del d.P.R. n. 380/2001, cioè, tra quelli realizzabili con il regime semplificato della d.i.a., la cui mancanza non è sanzionabile con la rimozione o la demolizione, previste dall’art. 31 del d.P.R. n. 380/2001 per l’esecuzione di interventi in assenza del permesso di costruire, o in totale difformità del medesimo ovvero con variazioni essenziali, ma con l’applicazione della mera sanzione pecuniaria prevista dal successivo art. 37 per l’esecuzione di interventi, in assenza della prescritta denuncia di inizio di attività.

Perciò, il ricorso è stato accolto e l’ordinanza impugnata conseguentemente annullata.

La redazione giuridica

 

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frazionamento

La valutazione di frazionamento immobiliare è una operazione complessa. Il giudice deve accertarne la fattibilità alla luce nella normativa urbanistica in vigore

La vicenda in esame origina dalla richiesta di frazionamento di una unità immobiliare che gli istanti avevano ereditato da un loro congiunto. Sul punto si è pronunciata la Seconda Sezione Civile della Cassazione con la sentenza in commento (n. 6915/2019).

La vicenda

Nel dicembre 2008, il Tribunale di Napoli, aveva dichiarato lo scioglimento della comunione tra gli eredi del de cuius e, stante la non comoda divisibilità dell’immobile oggetto di causa, lo aveva attribuito ad uno solo di essi

Si trattava dell’erede, proprietario della quota maggiore, pari ai 36/45 dell’edificio, che aveva acquistato con atto pubblico nel 2000; cosicché il giudice lo condannava a versare a titolo di conguaglio, la differenza in favore dei suoi congiunti.

Contro la predetta decisione, questi ultimi, presentavano ricorso in appello chiedendo che fosse accertata la divisibilità del bene.

Ma la Corte territoriale, con sentenza emessa nel 2014, rigettava nuovamente la loro istanza dando conferma alla valutazione di non divisibilità dell’immobile.

La suddivisione del fabbricato in due unità immobiliari, secondo il progetto in atti, avrebbe determinato la realizzazione di un monolocale di circa 33 mq in favore degli appellanti (superiore alla quota in natura ad essi spettante) mentre la porzione di fabbricato spettante ai coniugi convenuti in giudizio, sarebbe stata costituita dalla cantina, da un ambiente piano terra di circa mq.20, dall’intero primo piano e dal sottotetto non abitabile.

Tanto premesso i giudici dell’appello, avevano ritenuto non ammissibile la suindicata richiesta di divisione, considerato anche che il frazionamento immobiliare, pur nel rispetto della sagoma, destinazione d’uso e volumetria originaria, avrebbe dato luogo alla creazione di un organismo diverso da quello precedente, configurando dunque, un intervento di ristrutturazione edilizia richiedente permesso di costruire ai sensi del  D.P.R. n. 380 del 2001, ex art. 3.

In altre parole, sarebbe stata la stessa la normativa urbanistica a non consentire la divisone dell’immobile in questione.

Il ricorso per Cassazione

Finita davanti ai giudici di legittimità, la vicenda veniva risolta con la cassazione della sentenza impugnata con rinvio alla corte di merito per un nuovo esame secondo i principi di diritto ivi indicati.

Il ricorso principale era articolato in due motivi.

Interessante risulta, in particolare, il secondo motivo con il quale i ricorrenti denunciavano l’errore commesso dai giudici dell’appello, per aver qualificato l’intervento richiesto per il frazionamento dell’immobile come “ristrutturazione”, laddove, invece, in forza della L. n. 133 del 2014, esso costituiva semplice “restauro e risanamento” e dunque, non era necessario il rilascio del permesso a costruire, non essendovi un mutamento di destinazione d’uso.

In altre parole, a detta dei ricorrenti, l’intervento di frazionamento richiesto, sarebbe stato pienamente compatibile con la vigente normativa urbanistica.

E avevano ragione.

A tal proposito, i giudici della Cassazione, hanno ricordato che “ciò che rileva ai fini della divisibilità o meno del bene non è tanto la necessità del permesso di costruire ai fini del frazionamento, nè la qualificazione dell’intervento edilizio come “ristrutturazione o mero “restauro conservativo”, quanto la complessiva valutazione dell’intervento stesso in relazione alle caratteristiche dell’immobile oggetto di causa e la sua compatibilità con la disciplina urbanistica vigente, sia avuto riguardo alla normativa nazionale che ai regolamenti e strumenti urbanistici locali”.

“Occorre inoltre accertare se, pur risultando il frazionamento giuridicamente possibile, le porzioni realizzabili siano suscettibili di formare oggetto di autonomo e libero godimento e non risultino gravate da servitù, pesi o limitazioni eccessive o sensibilmente deprezzate in proporzione al valore dell’intero ed inoltre se la divisione richieda o meno opere complesse o di notevole costo”.

Ed infine, l’’ultimo conseguenziale accertamento, concerne la seguente valutazione: “se, alla luce della disciplina attualmente vigente (avuto riguardo sia alla legislazione nazionale che ai regolamenti e strumenti urbanistici locali), l’intervento edilizio necessario per la divisione del fabbricato, che risulta sottoposto a vincolo storico-monumentale, sia giuridicamente fattibile, in quanto pienamente compatibile con la suddetta normativa anche in considerazione del vincolo su indicato ed inoltre se il frazionamento possa essere utilmente realizzato senza compromissione del valore dell’intero edificio, nonché del godimento e del valore economico delle singole unità realizzabili”.

Ebbene, nessuno dei predetti accertamenti era stato adeguatamente valorizzato dalla sentenza di merito.

Pertanto la sentenza andava cassata con rinvio per un nuovo giudizio di merito.

La redazione giuridica

 

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LE SANZIONI AMMINISTRATIVE NON SONO TRASMISSIBILI AGLI EREDI

destinazione

Erano stati dichiarati responsabili dal Tribunale di Ascoli Piceno per aver commesso il reato di illegittimo mutamento della destinazione d’uso di un immobile di loro proprietà di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. b)

La condanna era giunta all’esito di un procedimento penale in cui era stato accertato che i due imputati, diversamente da quanto indicato nella S.C.I.A. presentata al Comune di San Benedetto del Tronto, avevano realizzato modifiche alla unità abitativa di loro proprietà, tali da consentirne la destinazione alla locazione.

La sentenza era stata confermata anche in appello. Cosicché i due appellanti decidevano di rimettere la questione ai giudici della Cassazione.

In effetti, l’affermazione della loro responsabilità era derivata dall’accertamento della destinazione, a fine abitativo, del piano seminterrato dell’immobile di loro proprietà concesso in locazione ad un terzo che però lo aveva occupato solo transitoriamente, a causa della necessità di provvedere al montaggio degli arredi e degli elettrodomestici dell’appartamento al piano rialzato nel quale abitava.

Sebbene tale circostanza non fosse stata smentita, a detta dei ricorrenti, doveva ritenersi errata la configurabilità di una difformità rispetto al permesso di costruire, dal momento che non era stata realizzata alcuna entità immobiliare differente rispetto a quella contemplata nel titolo edilizio: il locale al piano seminterrato aveva mantenuto, infatti, la sua originaria destinazione di magazzino o deposito e che, invece, quello al piano rialzato era abitato dal conduttore.

Non vi erano dunque gli estremi del reato contestato non essendosi in presenza di un mutamento di destinazione d’uso con la realizzazione di opere.

La pronuncia della Cassazione

Nella giurisprudenza di legittimità è ormai consolidato il principio per cui la destinazione d’uso è un elemento che qualifica la connotazione del bene immobile e risponde a precisi scopi di interesse pubblico, di pianificazione o di attuazione della pianificazione.

Essa individua il bene sotto l’aspetto funzionale, specificando le destinazioni di zona fissate dagli strumenti urbanistici in considerazione della differenziazione infrastrutturale del territorio prevista e disciplinata dalla normativa sugli standard, diversi per qualità e quantità proprio a seconda della diversa destinazione di zona.

L’organizzazione del territorio comunale e la gestione dello stesso vengono realizzate attraverso il coordinamento delle varie destinazioni d’uso in tutte le loro possibili relazioni e le modifiche non consentite di queste incidono negativamente sull’organizzazione dei servizi, alterando appunto il complessivo assetto territoriale.

Quando il mutamento di destinazione d’uso è giuridicamente rilevante?

Il mutamento di destinazione d’uso giuridicamente rilevante è dunque solo quello tra categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico, tenuto conto che nell’ambito delle stesse categorie possono aversi mutamenti di fatto, ma non diversi regimi urbanistico-contributivi, stanti le sostanziali equivalenze dei carichi urbanistici nell’ambito della medesima categoria.

In una nota sentenza del 1998 il Consiglio di Stato (Sez. 5, n. 24 del 3/1/1998) aveva affermato che “la richiesta di cambio della destinazione d’uso di un fabbricato, qualora non inerisca all’ambito delle modificazioni astrattamente possibili in una determinata zona urbanistica, ma sia volta a realizzare un uso del tutto difforme da quelli ammessi, si pone in insanabile contrasto con lo strumento urbanistico, posto che, in tal caso, si tratta non di una mera modificazione formale destinata a muoversi tra i possibili usi del territorio consentiti dal piano, bensì in un’alternazione idonea ad incidere significativamente sulla destinazione funzionale ammessa dal piano regolatore e tale, quindi, da alterare gli equilibri prefigurati in quella sede“.

Il mutamento di destinazione d’uso senza opere

Quando si tratti, come nel caso di specie, di mutamento di destinazione d’uso realizzato senza l’esecuzione di opere edilizie, deve farsi applicazione del principio secondo cui deve ritenersi consentita la modifica di destinazione d’uso funzionale, purché non comporti una oggettiva modificazione dell’assetto urbanistico ed edilizio del territorio e non incida sugli indici di edificabilità, che non determini, cioè, un aggravio del carico urbanistico inteso come maggiore richiesta di servizi cosiddetti secondari, come ad esempio gli spazi pubblici destinati a parcheggio e le esigenze di trasporto, smaltimento di rifiuti e viabilità (cfr., Sez. 3, n. 24852 del 8/5/2013), derivante dalla diversa destinazione impressa al bene.

Il mutamento di destinazione d’uso senza opere, infatti, è attualmente assoggettato a S.C.I.A., purché intervenga nell’ambito della stessa categoria urbanistica, mentre è richiesto il permesso di costruire per le modifiche di destinazione che comportino il passaggio di categoria o, se il cambio d’uso sia eseguito nei centri storici, anche all’interno di una stessa categoria omogenea (cfr. Sez. 3, n. 26455 del 05/04/2016, concernente fattispecie relativa a sequestro preventivo di locali trasformati mediante opere edilizie da cantina-garage ad abitazione, con conseguente passaggio dalla categoria d’uso non residenziale alla diversa categoria residenziale).

La decisione

Nel caso in esame la Corte d’appello, pur dando atto della mancata realizzazione di opere, aveva ritenuto configurabile il reato contestato, sottolineando l’intervenuta modificazione della destinazione d’uso del piano seminterrato (con la realizzazione di ingresso, cucina, sala da pranzo, camera da letto, disimpegno e gabinetto, allacciamento delle utenze domestiche e dotazione completa di arredi) concesso in locazione al terzo con finalità abitative.

Questi peraltro, aveva anche dichiarato la propria residenza presso tale unità, almeno per un certo periodo, determinando in questo modo un aggravio del carico urbanistico per la maggiore e autonoma superficie residenziale gravante sul territorio.

La Cassazione ha ritenuto, perciò, corretto il giudizio emesso dai giudici di merito, perché conforme al ricordato orientamento interpretativo secondo il quale la modificazione d’uso pur senza realizzazione di opere deve ritenersi penalmente rilevante allorquando sia tale da determinare un aggravio del carico urbanistico.

Per tali ragioni il ricorso è stato dichiarato inammissibile.

La redazione giuridica

 

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lottizzazione abusiva

Ai fini dell’integrazione del reato di lottizzazione abusiva, di cui all’art. 44, comma 1, lett. b) e c), d.P.R. 380/2001, (…) la contravvenzione di esecuzione di lavori sine titulo sussiste anche quando il permesso di costruire, pur apparentemente formato, sia (oltre che inefficace, inesistente o illecito) illegittimo per contrasto con la disciplina urbanistico-edilizia sostanziale 

Avevano costruito in assenza di permesso di costruire, gli indagati sottoposti a procedimento penale, con provvisoria contestazione del reato di lottizzazione abusiva di cui all’art. 44, comma 1, lett. c), d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380.

L’accusa aveva disposto il sequestro preventivo in via d’urgenza, poi convalidato dal GIP di Savona; successivamente, tale provvedimento, era stato revocato dal Tribunale del riesame della stessa città.

Avverso l’ordinanza aveva proposto ricorso per Cassazione il Procuratore della Repubblica, lamentando l’inosservanza e l’erronea applicazione della legge penale, nonché il vizio di contraddittorietà, manifesta illogicità e mancanza della motivazione.

I fatti

I lavori erano stati eseguiti in una zona sottoposta a tutela paesaggistica ambientale (in quanto ricadente, tra l’altro, nella fascia di 300 mt. dalla linea della battigia) ed in forza di permesso di costruire illegittimo perché rilasciato, per plurimi profili, in violazione dell’art. 338 r.d. 1265 del 1934 (Testo Unico Leggi Sanitarie). Si trattava dunque, di opere poste in essere in assenza di permesso di costruire; circostanza che non poteva certo essere equiparata alla mera assenza dello stesso provvedimento amministrativo.

Per quale motivo il Tribunale avrebbe escluso l’esistenza del fumus del reato contestato?

Peraltro è noto come, l’orientamento seguito dal tribunale del riesame e contenuto della ordinanza di revoca, era stato ormai superato da tempo.

Nelle sentenze di legittimità più recenti si legge espressamente, che il reato di costruzione sine titulo è ravvisabile in tutti i casi in cui il permesso di costruire formalmente rilasciato non sia conforme alla disciplina urbanistica ed a quella che regola il rilascio del provvedimento, sicché – laddove il vizio sia eclatante e significativo di una condotta quantomeno colposa, come avvenuto nel caso di specie- non potrebbe disconoscersi la sussistenza del reato ipotizzato.

Il ricorso per Cassazione

Con sentenza n. 56678/2018, i giudici Ermellini si sono espressi sulla vicenda in esame, riportando i due orientamenti maggiormente accreditati in materia.

Secondo un primo orientamento (sent. Sez. 3, n. 7423/2014) l’illegittimità del titolo non sarebbe assimilabile alla mancanza se non nel caso di atto inesistente, adottato da un soggetto non legittimato, ovvero di vizio macroscopico tale da sconfinare il campo della mera illegittimità e sfociare in quello della illiceità. Secondo altro orientamento, tutti i profili di conformità del titolo rilasciato alla normativa di riferimento dovrebbero essere presi in considerazione dal giudice penale ai fini della valutazione della legittimità quale elemento normativo di fattispecie.

L’ordinanza impugnata aveva optato per il primo indirizzo, laddove chiariva che “il permesso di costruire è affetto da “violazioni certamente rilevanti, ma che rimangono certamente nell’alveo della mera illegittimità senza sconfinare nella inesistenza o nella illiceità (o criminosità) ” e per questo ha escluso il fumus del reato ipotizzato e revocato il sequestro preventivo dell’immobile.

La soluzione della fattispecie in esame, è interessante perché conduce alla riflessione su di un altro tema: quello del sindacato del giudice penale sul provvedimento amministrativo, quale elemento costitutivo del reato urbanistico.

Inizialmente la questione era stata posta con riguardo alla contravvenzione di costruzione in assenza di concessione edilizia, un tempo prevista dall’art. 17, lett. b, l. 28 gennaio 1977, n. 10 (c.d. legge Bucalossi), successivamente inserita nell’art. 20, primo comma, I. 28 febbraio 1985, n. 47 (c.d. legge sul condono edilizio) e poi confluita nell’art. 44, comma 1, d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 (c.d. Testo Unico in materia Edilizia), che – tra l’altro – punisce oggi le attività di trasformazione del territorio eseguite in assenza di permesso di costruire.

Ebbene, se la giurisprudenza non ha mai avuto dubbi nel ritenere il reato di costruzione sine titulo punito ai sensi della lettera b) della fattispecie incriminatrice (o della lettera c), se l’abuso ricada in zone vincolate) quando vi sia un titolo abilitativo inefficace (ad es., quando i lavori siano stati eseguiti una volta decorsi i termini di efficacia del permesso di costruire), vi sono state iniziali incertezze su quale sorte il diritto penale riservi a chi costruisca in base ad un provvedimento amministrativo illegittimo.

Ecco trovato il nodo gordiano!

Dopo un lungo excursus giurisprudenziale, la Cassazione è giunta ad affermare che “in un sistema, come quello attuale, che, da un lato, consente di iniziare i lavori dopo 30 giorni dalla presentazione dalla s.c.i.a. alternativa al permesso di costruire se non intervenga un ordine motivato di non effettuare l’intervento (cfr. art. 23, comma 6, d.P.R. 380/2001) e che, d’altro lato, codifica il principio secondo cui (salvo che nelle zone vincolate) l’inerzia degli uffici comunali sull’istanza di rilascio del permesso di costruire – inerzia magari giustificata dall’inefficienza, dovuta anche all’endemica carenza di personale – equivale a rilascio del provvedimento “tacito” per silenzio-assenso (v., in particolare, art. 20, comma 8, d.P.R. 380/2001), il perfezionamento dell’iter amministrativo che conduce alla formazione del titolo non assicura che vi sia effettivamente stata quell’attività di controllo funzionale alla tutela dell’interesse sostanziale protetto che aveva evidentemente a suo tempo ispirato la formulazione della norma incriminatrice”.

È anche vero però,– aggiunge – che, in conformità a quanto previsto per la s.c.i.a. (v. artt. 23, comma 1, e 29, comma 3, d.P.R. 380/2001) e diversamente dall’originaria disciplina dell’iter procedurale del permesso di costruire, è stata rafforzata, con la previsione del nuovo delitto di falso ideologico di cui all’art. 20, comma 13, d.P.R. 380/2001, l’autoresponsabilità del privato, sanzionandosi la falsa attestazione, da parte di un soggetto professionalmente abilitato, di conformità del progetto (tra l’altro) “agli strumenti urbanistici approvati ed adottati, ai regolamenti edilizi, e alle altre normative di settore aventi incidenza sulla disciplina dell’attività edilizia e, in particolare, alle norme antisismiche, di sicurezza, antincendio, igienico-sanitarie” (art. 20, comma 1, TUE).

Va peraltro, tenuto conto che il delitto in esame, è punito soltanto a titolo di dolo e che l’interpretazione della disciplina urbanistica non è sempre agevole, ciò tuttavia non basta ad inficiare la più generale conclusione secondo cui il perfezionamento tacito del necessario titolo giuridico non garantisce che sia stata ragionevolmente accertata la conformità dell’opera alla normativa urbanistico-edilizia sostanziale.

Il principio di diritto

Cosicché, alla luce di queste premesse, vengono affermati i seguenti principi di diritto:

ai fini dell’integrazione dei reati di cui all’art. 44, comma 1, lett. b) e c), d.P.R. 380/2001, fatta salva la necessità di ravvisare in capo all’agente il necessario elemento soggettivo quantomeno colposo, la contravvenzione di esecuzione di lavori sine titulo sussiste anche quando il titolo, pur apparentemente formato, sia (oltre che inefficace, inesistente o illecito) illegittimo per contrasto con la disciplina urbanistico-edilizia sostanziale di fonte normativa o risultante dalla pianificazione;

in tali casi, la “macroscopica illegittimità” del permesso di costruire non è condizione essenziale per la oggettiva configurabilità del reato, ma l’accertata esistenza di profili assolutamente eclatanti di illegalità costituisce un significativo indice di riscontro dell’elemento soggettivo anche riguardo all’apprezzamento della colpa;

nel procedimento di riesame di provvedimenti cautelari reali, al giudice è demandata una valutazione sommaria in ordine al “fumus” del reato ipotizzato relativamente a tutti gli elementi della fattispecie contestata, sicché può rilevarsi anche il difetto dell’elemento soggettivo del reato, qualora esso emerga “ictu oculi“.

 

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L’intervento, indipendentemente dai materiali utilizzati, richiede il via libera del Comune se destinato a durare nel tempo e ad ampliare la volumetria e l’architettura dell’edificio

Era stata edificata in assenza di permesso per costruire, al fine di chiudere il balcone dell’appartamento di un immobile. Per tale motivo il Comune di Napoli aveva disposto la demolizione di una veranda costruita in alluminio e vetro.

Il proprietario, nel tentativo di ottenere l’annullamento del provvedimento, si era quindi rivolto al Tribunale amministrativo regionale, sottolineando come le opere in questione rappresentavano “intervento di natura manutentiva e pertinenziale” e pertanto potevano essere svolte semplicemente con una ‘Dichiarazione di Inizio Attività’. L’intervento demolitorio, pertanto, sarebbe stato a suo dire illegittimo.

Il Tar, tuttavia, con la sentenza n. 2714/2017, ha ritenuto il ricorso manifestamente infondato, respingendo le argomentazioni proposte. Il Giudice amministrativo ha precisato che gli interventi edilizi che determinano una variazione della volumetria e dell’architettura di un edificio, come, per l’appunto “le verande edificate sulla balconata di un appartamento”, richiedono la previa concessione del permesso di costruire.

La veranda, infatti, rappresenta “un nuovo locale autonomamente utilizzabile”, in quanto opera destinata a durare in modo stabile ampliando il godimento dell’immobile. Non essendo dunque costruita per esigenze temporanee, la sua costruzione necessita dell’apposito permesso.

In tal senso non è rilevante la tipologia di materiali impiegati per l’edificazione; è sufficiente che venga aumentata la volumetria dell’edificio con il fissaggio stabile delle strutture al pavimento.

Poiché bel caso in esame, il ricorrente non era preoccupato di ottenere il permesso, secondo il Tribunale la sanzione comminata dal Comune, ovvero la demolizione, era da ritenere del tutto corretta.

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