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Avvocato sospeso dall’esercizio dell’attività professionale per due mesi, per aver «per avere intrapreso, una procedura di pignoramento presso terzi a carico del proprio assistito, per il recupero di un proprio compenso professionale, senza avere previamente rinunciato al mandato» in una causa giunta al grado d’appello e ancora pendente»

L’art. 46 del codice deontologico forense

Si tratta della violazione dell’art. 46 del codice deontologico forense vigente ratione temporis, configurabile ogni qualvolta l’avvocato intenti una azione giudiziaria contro il proprio cliente senza aver preventivamente rinunciato al mandato alle liti, e quindi senza aver evitato, con l’unico mezzo possibile, qualsiasi situazione d’incompatibilità esistente tra mandato professionale e contemporanea pendenza della lite promossa contro il proprio assistito.

Il CNF ha chiarito che l’illecito disciplinare per violazione dell’art. 46 c.d.f. è configurabile «qualora l’avvocato intenti un’azione giudiziaria contro il proprio rappresentato senza aver preventivamente rinunciato al mandato alle liti, e quindi senza aver evitato, con l’unico mezzo possibile, qualsiasi situazione d’incompatibilità esistente tra mandato professionale e contemporanea pendenza della lite promossa contro il proprio assistito (nella specie, il ricorrente aveva mantenuto la difesa del proprio cliente dopo averlo diffidato stragiudizialmente al pagamento di un suo credito per prestazioni professionali e dopo aver dato corso nei suoi confronti a procedura monitoria ed a procedura esecutiva). CNF sentenza n. 146/2008»

Ebbene, nel caso in esame, l’avvio della procedura esecutiva era avvenuta subito dopo il deposito della favorevole sentenza di appello e prima ancora di avvertire il cliente. Il Cnf aveva deciso pertanto di confermare la sanzione inflitta dal consiglio distrettuale di disciplina considerata anche la rivestita carica di componente del COA, cui si richiedeva il massimo rigore nel rispetto delle regole deontologiche e di evitare atteggiamenti atti a recare disonore alla istituzione rappresentata.

Per la cassazione della sentenza ricorreva il difensore, insistendo in via preliminare per la sospensione della sentenza di condanna, perché viziata per eccesso di potere e violazione di legge.

Ma per i giudici della Cassazione la decisione adottata e confermata dal CNF è valida.

I giudici competenti nel merito, non avevano fatto altro se non applicare i parametri di terminazione della sanzione previsti anche dall’art. 2 del codice deontologico vigente al momento dei fatti (2010). Tale disposizione rimetteva con grande ampiezza alla discrezionalità dell’organo disciplinare la concreta determinazione della pena, coi soli limiti dell’adeguatezza alla gravità dei fatti e della considerazione delle specifiche circostanze, soggettive e oggettive, che avevano concorso a determinare l’infrazione.

Quello appena delineato rappresenta un sistema certamente più favorevole rispetto all’attuale sistema (e dunque, applicabile in concreto, in ossequio al principio costituzionale della retroattività della lex mitior), il cui art. 21 ridisegna la potestà disciplinare con più compiuta discrezione dei parametri di determinazione della sanzione, limitandosi a disciplinare e tipizzare, al capoverso del successivo art. 22, le relative valutazioni «nei casi più gravi» a più piena garanzia dell’incolpato.

Dunque,- per i giudici della Cassazione – la scelta di applicare una norma del sopravvenuto codice deontologico, «rimane in sostanza irrilevante, perché non incisivo e in ogni caso, inidoneo ad inficiare la correttezza delle argomentazioni sviluppate, essendosi la sentenza impugnata limitata ad applicare una normativa corrispondente anche a quella previgente ed a scegliere la sanzione entro i limiti di graduazione previsti sia da questa che da quella successiva».

In definitiva, «l’irrogazione della sanzione più afflittiva, non incorre in alcun errore e rimane, incensurabile in sede di legittimità».

Nel respingere il ricorso, la Corte di Cassazione ha anche ricordato che «nel procedimento disciplinare a carico degli avvocati, gli elementi valutati in concreto per la determinazione della specie e dell’entità della sanzione non attengono all’an od al quantum della condotta, ma solamente alla valutazione della sua gravità e devono, in sostanza, reputarsi quali meri parametri di riferimento a questo solo scopo, in quanto tali analoghi a quelli previsti dall’art. 133 e dall’art. 133 bis c.p.; e, in quanto non integrano invece circostanze aggravanti in senso tecnico della fattispecie dell’illecito, vale a dire elementi accidentali non indispensabili ai fini della sussistenza, della fattispecie sanzionatrice, quegli elementi di determinazione in concreto della sanzione sono di norma sottratti all’onere, per il titolare del potere sanzionatorio, di previa e specifica contestazione».

La redazione giuridica

 

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pignoramento

Con l’ordinanza del 27 marzo scorso, il Tribunale di Roma ha stabilito che è legittimo il pignoramento presso terzi di somme oggetto di ordinanza di conversione e rateizzazione

La vicenda

La vicenda trae origine dalla procedura esecutiva immobiliare promossa da un creditore nei confronti del suo avente causa, il quale dopo aver ed ottenuto la conversione del pignoramento, aveva già cominciato a pagare le rate previste nel piano di conversione.

Sennonché, a fronte di una sentenza passata in giudicato un altro creditore dell’originario pignorante decideva di procedere nei confronti di quest’ultimo tramite un pignoramento di crediti e, più precisamente pignorando il credito vantato nei confronti del predetto debitore già rateizzate. Ebbene, l’istanza di ulteriore pignoramento era stata accolta.

L’opponente, tuttavia, lamentava, innanzitutto di non aver mai ricevuto la notificazione dell’atto di citazione che aveva avviato il giudizio poi conclusosi con la sentenza di condanna divenuta irrevocabile e in secondo luogo, l’impignorabilità delle predette somme in quanto già oggetto di una procedura esecutiva immobiliare, sottoposte a conversione e pertanto nella disponibilità del Tribunale e non anche della parte; chiedeva pertanto, la sospensione della citata esecuzione.

Ma il ricorso non è stato accolto.

Secondo l’indirizzo costantemente espresso dai giudici della Cassazione e dai giudici di merito, in sede di opposizione all’esecuzione promossa in base ad un titolo esecutivo di formazione giudiziale la contestazione del diritto di procedere all’esecuzione forzata può essere fondata su ragioni attinenti ai vizi di formazione del provvedimento fatto valere come titolo esecutivo solo quando questi ne determinino l’inesistenza giuridica, dovendo gli altri vizi del provvedimento e le eventuali ragioni di ingiustizia della decisione che ne costituiscano il contenuto essere fatte valere se, ancora possibile, nel corso del processo in cui il provvedimento è stato emesso.

«Resta pertanto preclusa, per il debitore esecutato o precettato, la possibilità di contestare o di rivisitare in sede esecutiva il titolo esecutivo in forza del quale è stata intrapresa o minacciata l’azione esecutiva negando il fondamento, nell’an o nel quantum o comunque per qualsiasi altra ragione, del diritto fatto valere nei suoi confronti per motivi che dovrebbero o avrebbero dovuto far valere in sede di cognizione, spettando soltanto al giudice di quel procedimento vagliare la fondatezza delle doglianze di qualsivoglia natura prospettate dalla parte debitrice o intimata».

In questi casi, il potere di cognizione del giudice dell’opposizione all’esecuzione è limitato all’accertamento della portata esecutiva del titolo posto a fondamento dell’esecuzione stessa, mentre eventuali ragioni di merito incidenti sula formazione del titolo devono essere fatte valere unicamente tramite l’impugnazione del provvedimento che costituisce titolo medesimo.

La decisione

Ne deriva che in sede esecutiva, l’organo giudicante deve limitarsi a verificare la persistente validità ed efficacia, per an e quantum, di tale titolo e potendo invece gli opponenti formulare le contestazioni inerenti la debenza e legittimità delle somme soltanto in sede di cognizione, ovverosia con lo strumento dell’impugnazione (appello avverso sentenza di primo grado).

Inoltre, la circostanza che le somme siano oggetto di un’ordinanza di conversione non risulta impeditivo rispetto al versamento, in sede esecutiva, delle somme pignorate, ben potendo il terzo, debitore nell’ambito della procedura esecutiva immobiliare, opporre il pagamento di quanto qui assegnato come circostanza estintiva sopravvenuta – rispetto all’ordinanza di conversione – del credito lì cristallizzato.

Per tutti questi motivi, l’istanza cautelare è stata rigettata.

La redazione giuridica

 

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In base all’art. 483 c.p.p. al creditore è data la possibilità di avvalersi di diverse forme di espropriazione, allo scopo di ottenere la piena tutela dei propri crediti

Tra queste, vi rientra certamente l’espropriazione mobiliare e quella immobiliare. Cosicché, nel caso in cui il singolo mezzo di espropriazione non sia sufficiente a soddisfare la sua legittima pretesa, al creditore è data la possibilità di “cumulare” diversi mezzi di espropriazione.
In quest’ottica il debitore, non rimane totalmente privo di tutela, ben potendo proporre opposizione, qualora l’esecuzione iniziata risulti eccessiva rispetto all’entità del credito dovuto.
Ed invero, in materia di espropriazione forzata l’esigenza è sempre quella di coordinare il principio della cumulabilità dei mezzi di esecuzione con il divieto di abuso degli strumenti processuali, nonché garantire l’operatività degli obblighi di correttezza e buona fede anche nell’eventuale fase patologica di una relazione contrattuale.
Ciò comporta che l’emissione di un’ordinanza di assegnazione, sebbene di regola non precluda la possibilità di ottenerne altre in relazione allo stesso titolo e fino alla soddisfazione effettiva del credito, rende illegittima la scelta del creditore di intraprendere una nuova esecuzione, allorché egli sia stato già integralmente soddisfatto in forza di detto provvedimento, né deduca la mancata ottemperanza all’ordine di assegnazione da parte del suo destinatario.

Il principio di diritto

Il principio è stato affermato dalla Terza Sezione Civile della Cassazione, con la sentenza n. 7078 del 2015 e di recente è stato posto a fondamento della decisione adottata dal giudice dell’esecuzione del Tribunale di Roma, che ha respinto l’opposizione presentata dalla debitrice ai sensi dell’art. 483 c.p.c., ammettendo la possibilità per il creditore di soddisfarsi attraverso il pignoramento mobiliare presso la sua abitazione.
Nel caso di specie, il giudice capitolino aveva osservato che la sola esecuzione forzata sulla retribuzione percepita dalla debitrice pari ad 1/5 mensile degli emolumenti non aveva consentito al creditore di soddisfare integralmente il suo credito.
Questi era riuscito a percepire la somma di 1.931 euro per l’anno 2016, nonché l’importo di 1.954 euro per l’anno successivo, a fronte di un credito precettato di 32.367 euro.
A nulla è valso, perciò, alla parte debitrice, presentare opposizione contro l’ordinanza di assegnazione, posto che a fronte della citata situazione, il Tribunale di Roma ha ritenuto di dover autorizzare il creditore a soddisfarsi mediante l’ulteriore esecuzione mobiliare.

La redazione giuridica

 
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ESECUZIONE: NON E’ REATO SOTTRARRE AL PIGNORAMENTO BENI DI POCO VALORE

Il lavoratore che non si insinua al passivo, ignorando la dichiarazione di fallimento della società datrice di lavoro, né agisce tempestivamente sui beni del debitore tornato in bonis, non ha diritto alla liquidazione del TFR dall’INPS

La vicenda

Nel 2017 la Corte d’appello di Milano aveva rigettato la domanda proposta da un lavoratore nei riguardi dell’INPS- Gestione Fondo di Garanzia (ex lege 297/82) volta ad ottenere il pagamento della somma di 20.690,00 euro a titolo di TFR, già accertata con decreto ingiuntivo definitivo con il quale, il medesimo lavoratore aveva chiesto, con esito negativo, la riparatura del fallimento della propria datrice di lavoro che si era chiuso con riparto dell’attivo.
Per la corte d’appello la mancata insinuazione al passivo del lavoratore era dovuta al fatto che quest’ultimo aveva ignorato che fosse stato dichiarato il fallimento della società datrice di lavoro, tuttavia tale ignoranza non era giustificabile data la pubblicità dichiarativa cui è soggetta la sentenza di fallimento e in ogni caso era stato accertato che il medesimo lavoratore non aveva neppure provato di aver tentato di ottenere soddisfazione del suo credito sui beni del debitore tornato in bonis, ma si era limitato a presentare la domanda al Fondo di Garanzia soltanto quando ormai il fallimento si era chiuso con riparto finale dell’attivo.
La decisione è stata confermata anche dai giudici della Cassazione.
Secondo il tradizionale orientamento, «in caso di fallimento del datore di lavoro, il pagamento del TFR da parte del fondo di garanzia, richiede che il lavoratore assolva all’onere di dimostrare che è stata emessa sentenza di fallimento e che il suo credito è stato ammesso allo stato passivo, senza che questo requisito possa essere escluso a seguito della dimostrazione, da parte del lavoratore, che la mancata insinuazione nel passivo fallimentare del suo credito è addebitabile alla incolpevole non conoscenza da parte sua dell’apertura della procedura fallimentare, poiché la legge fallimentare contiene una serie di disposizioni che assicurano ai terzi la possibilità di conoscenza in relazione ai diversi atti del procedimento e svolgono quindi, la funzione di una vera e propria pubblicità dichiarativa» (Cass. n. 3640/2012).

Il Fondo di Garanzia INPS

Nel dare attuazione alla direttiva n. 80/987, il legislatore italiano (l. N. 297/1982, art. 2) ha istituito presso l’INPS il fondo di garanzia in caso di insolvenza del datore di lavoro, per la soddisfazione effettiva del credito.
Tale Fondo di Garanzia assicura “il pagamento dei diritti non pagati dei lavoratori subordinati” (TFR).
In sostanza il Fondo “si sostituisce” al datore di lavoro inadempiente nel pagamento del trattamento di fine rapporto e dei crediti di lavoro, diversi da quelli spettanti a titolo di tfr, inerenti gli ultimi tre mesi del rapporto di lavoro”.
Ad ogni modo, nel caso in cui il lavoratore non dimostri di essere stato ammesso al passivo del fallimento e tale ammissione sia resa impossibile dalla chiusura della procedura fallimentare per insufficienza dell’attivo prima dell’esame di una domanda tardiva di insinuazione, il lavoratore è tenuto a procedere ad esecuzione forzata nei confronti del datore di lavoro tornato in bonis.

La decisione

Nel caso in esame, l’azione esecutiva non era stata esperita ma era stato ugualmente iniziato il procedimento giudiziario per ottenere la condanna del Fondo al pagamento delle somme predette, né era emerso che il credito fosse stato già positivamente accertato con decreto ingiuntivo dichiarato definitivo.
Il lavoratore con una diligenza ordinaria, avrebbe dovuto porre in esecuzione il titolo e solo dopo aver verificato l’incapienza del patrimonio della datrice di lavoro, rivolgere la sua domanda all’INPS che gestisce il Fondo.
Per tali motivi, il ricorso è stato rigettato con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 
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esecuzione

Mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice. Era questo il capo di imputazione oggetto del processo penale a carico di una donna, accusata di aver intenzionalmente trasferito, al fine di sottrarli al pignoramento, i beni dal loro originario luogo di custodia

Viene in rilievo l’art. 388 del codice penale, che in materia di esecuzione forzata, testualmente dispone che “Chiunque, per sottrarsi all’adempimento degli obblighi nascenti da un provvedimento dell’autorità giudiziaria, o dei quali è in corso l’accertamento dinanzi all’autorità giudiziaria stessa, compie, sui propri o sugli altrui beni, atti simulati o fraudolenti, o commette allo stesso scopo altri fatti fraudolenti, è punito, qualora non ottemperi all’ingiunzione di eseguire il provvedimento, con la reclusione fino a tre anni o con la multa da euro 103 a euro 1.032”.

In primo grado era stata condannata alla pena di legge per il reato constato. La sentenza aveva trovato conferma anche in appello.

Cosicché imputata decideva di presentare ricorso per Cassazione per denunciare l’illegittimità della decisione impugnata.

In particolare, secondo la difesa la sentenza era errata perché non teneva conto della speciale causa di non punibilità prevista dall’art. 131 bis c.p., applicabile al caso in esame; in tutto in violazione dei principi enunciati dalle Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza n. 13681/2016 dal momento che la condotta contestata aveva avuto ad oggetto sostanzialmente, soltanto la mancata comunicazione dell’allontanamento da luogo in cui i beni sottoposti ad esecuzione forzata, si trovavano e che il danno era di dimensioni contenute.

I giudici della Cassazione preliminarmente ricordano che “il reato di sottrazione di cose sottoposte a pignoramento, previsto dall’art. 388, comma 3 c.p., ha natura istantanea e si consuma nel momento in cui viene posta in essere la violazione del vincolo di indisponibilità cui è soggetto il bene, così che, una volta constatato che lo stesso è stato distolto dalla procedura esecutiva, si deve escludere che un successivo accertamento della medesima condotta già compiuta, integri un’ulteriore violazione della norma incriminatrice, trattandosi della mera ricognizione di effetti, ancora permanenti, di un delitto già perfezionatosi “(Cass. n. 52173/2017).

Ma non è tutto. Per i giudici della Cassazione il motivo di ricorso relativo al diniego di applicazione al caso in esame della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto era fondato.

Ed in effetti, nel caso in esame, il credito per il recupero del quale era stata azionata la procedura di esecuzione forzata era di importo sostanzialmente modesto, si trattava di soli 500 euro. Ragion per cui l’offesa doveva già essere considerata di particolare tenuità.

La sentenza impugnata è stata, perciò, annullata senza rinvio stante la dichiarazione di non punibilità del fatto, ai sensi dell’art. 131 bis c.p.

La redazione giuridica

 

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compensazione

Nel caso di compensazione attuata dall’INPS, per propri crediti, sugli importi pignorabili dei trattamenti pensionistici da erogare, il calcolo della quota pignorabile pari a un quinto va al netto delle ritenute applicate per legge a titolo fiscale

Il riferimento normativo è contenuto nell’art.69 della L. n. 153 del 1969 recante ‘Revisione degli ordinamenti pensionistici e norme in materia di sicurezza sociale’. Secondo la citata previsione normativa “le pensioni possono essere cedute, sequestrate e pignorate, nei limiti di un quinto del loro ammontare, per debiti verso l’Istituto nazionale della previdenza sociale derivanti da indebite prestazioni percepite a carico di forme di previdenza gestite dall’Istituto stesso, ovvero da omissioni contributive, escluse, in questo caso, le somme dovute per interessi e sanzioni amministrative”. Ebbene la vicenda in commento trae origine proprio da una causa avente ad oggetto la compensazione di crediti contributivi da parte dell’INPS sul conto di una pensionata.

Il caso

Nel 2013 la Corte d’Appello di Milano, riformando la sentenza di primo grado, aveva revocato il decreto ingiuntivo ottenuto dalla ricorrente, una donna pensionata, nei riguardi dell’INPS per il pagamento della somma di Euro 2.016,23 oltre accessori e spese.

La ricorrente era al contempo creditrice dell’INPS per la pensione di anzianità e debitrice per omesso versamento di contribuzione, riconnessa al lavoro svolto nell’ambito di una ditta artigiana costituita in s.n.c..

Cosicché la somma rivendicata in giudizio e disconosciuta dalla Corte d’Appello derivava dal fatto che l’ente previdenziale, nel recuperare, attraverso la compensazione sulla pensione dell’anziana donna, il credito contributivo di cui era titolare, aveva calcolato il quinto di legge, entro cui tale compensazione era consentita, sui valori pensionistici lordi e non, come propugnato con la domanda attorea sugli importi netti quali risultanti dalla previa detrazione delle ritenute fiscali.

Seguiva pertanto il ricorso per cassazione nei confronti dell’INPS.

Come osservano i giudici della Suprema Corte, nel caso in esame viene in rilievo il disposto della L. n. 153 del 1969, art. 69, comma 1 che – come premesso – consente il pignoramento dei crediti pensionistici, “nei limiti di un quinto del loro ammontare” per debiti verso lo stesso ente riconnessi ad erogazioni pregresse non dovute e per omissioni contributive.

Ebbene, alla luce del principio per cui il creditore può portare in compensazione verso il debitore i propri crediti verso quest’ultimo nei limiti della pignorabilità (art. 1246 c.c., n. 3), l’INPS aveva proceduto con ritenute mensili del quinto della pensione da essa erogata alla ricorrente, calcolando tale quota sull’ammontare lordo delle spettanze pensionistiche e quindi sul valore di esse prima dell’applicazione delle ritenute fiscali.

La pensionata aveva però rilevato che, così facendo, nel primo periodo di applicazione delle ritenute del quinto sul lordo degli emolumenti mensili, si era determinata l’acquisizione da parte dell’ente di un importo superiore a quello che esso avrebbe avuto diritto a stornare a proprio favore.

La legge sul pignoramento delle pensioni

Il tema specifico del pignoramento delle pensioni è regolato in via generale dal D.P.R. 150 citato che all’art. 2 stabilisce il limite delle quote pignorabili “al netto di ritenute”.

Non vi è dubbio, quindi, che la disciplina generale del pignoramento delle pensioni ne preveda il calcolo al netto e non al lordo delle ritenute fiscali. Ma in materia di pignoramento delle pensioni va anche considerata la L. n. 153 del 1969, art. 69, che è la norma specifica applicabile alla vicenda in esame.

Come chiarito dalla Corte Costituzionale 506/2002, la previsione va letta anche operando un bilanciamento di valori costituzionali, tale per cui, qualora il creditore sia lo stesso INPS, la fissazione della quota pignorabile non deve transitare per la previa detrazione di quanto da destinare al minimum vitale, ma direttamente si determina sull’intera pensione, con la salvaguardia dei minimi pensionistici.

Deve quindi affermarsi il principio per cui, anche nel caso di compensazione attuata dall’INPS, per propri crediti, ai sensi della L. n. 153 del 1969, art. 69, sugli importi pignorabili dei trattamenti pensionistici da erogare, il calcolo della quota pignorabile e dunque compensabile, pari ad un quinto, va effettuato valutando tali trattamenti al netto delle ritenute applicate per legge a titolo fiscale.

La sentenza impugnata, non essendosi adeguata al principio di cui sopra, è stata perciò cassata, con rinvio ad altra sezione della Corte territoriale per un nuovo esame di merito che tenga conto del principio di diritto enunciato.

La redazione giuridica

 

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crediti

La vertenza è relativa alla possibilità di pignorare crediti derivanti dal versamento sul conto corrente del debitore esecutato dell’assegno sociale, nel periodo coincidente con l’entrata in vigore della nuova disciplina introdotta dal decreto n. 83/2015

La questione è stata definita dalla Corte costituzionale con la sentenza in commento (n. 12/2019) che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma in cui il legislatore ha previsto, al fine di tutelare il pensionato che fruisce dell’accredito sul proprio conto corrente, l’impignorabilità di siffatti crediti, ma ne ha escluso l’applicabilità alle situazioni pendenti al momento dell’entrata in vigore della novella legislativa. il Tribunale ordinario di Brescia, in funzione di giudice dell’esecuzione mobiliare, con ordinanza del 30 settembre 2015, ha sollevato una questione di legittimità costituzionale dell’art. 23, comma 6, del decreto-legge 27 giugno 2015, n. 83, convertito, con modificazioni, nella legge 6 agosto 2015, n. 132, in riferimento all’art. 3, primo comma, della Costituzione.

La norma – a detta del tribunale lombardo – contrasta con i principi costituzionali nella parte in cui prevede che le disposizioni di cui al precedente art. 13, comma 1, lettera l), laddove introducono l’ottavo comma dell’art. 545 del codice di procedura civile, si applichino esclusivamente alle procedure esecutive iniziate successivamente alla data di entrata in vigore del predetto d.l. (27 giugno 2015), anziché a tutte le procedure pendenti alla medesima data.

Si tratta delle norme in materia di impignorabilità dei crediti transitati su un conto corrente.

Ebbene nel caso in esame al debitore esecutato era stato pignorato il saldo attivo del conto corrente bancario, a lui intestato, sul quale venivano accreditati i ratei dell’assegno sociale.

Ed infatti, secondo la disciplina all’epoca vigente, nell’interpretazione assurta a “diritto vivente”, le somme erogate a titolo di pensione o altri emolumenti pensionistici o assistenziali, e, dunque, confluite nel patrimonio del percettore, allorché depositate presso istituti di credito e quindi disciplinate dall’art. 1834 del codice civile, erano pienamente assoggettabili a espropriazione forzata.

Nel corso del procedimento, era poi entrato in vigore il sopra ricordato d.l. n. 83 del 2015 che, tra l’altro, con l’art. 13, comma 1, lettera l), ha aggiunto all’art. 545 cod. proc. civ. i commi settimo, ottavo e nono, prevedendo, con gli ultimi due, che: «[l]e somme dovute a titolo di stipendio, salario, altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, nonché a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione, o di assegni di quiescenza, nel caso di accredito su conto bancario o postale intestato al debitore, possono essere pignorate, per l’importo eccedente il triplo dell’assegno sociale, quando l’accredito ha luogo in data anteriore al pignoramento; quando l’accredito ha luogo alla data del pignoramento o successivamente, le predette somme possono essere pignorate nei limiti previsti dal terzo, quarto, quinto e settimo comma, nonché dalle speciali disposizioni di legge» (ottavo comma); «[i]l pignoramento eseguito sulle somme di cui al presente articolo in violazione dei divieti e oltre i limiti previsti dallo stesso e dalle speciali disposizioni di legge è parzialmente inefficace. L’inefficacia è rilevata dal giudice anche d’ufficio» (nono comma).

La questione di legittimità costituzionale

Ebbene, secondo il giudice rimettente, egli avrebbe potuto dichiarare l’impignorabilità del saldo attivo del conto corrente bancario intestato al debitore esecutato, alimentato esclusivamente dall’assegno sociale mensile a questi spettante, in quanto all’esiguo saldo attivo presente alla data del pignoramento si erano aggiunti solo due ratei erogati nei mesi successivi.

Tale operazione, tuttavia, non gli era consentita visto che nel frattempo era intervenuta la norma transitoria di cui all’art. 23, comma 6, del suddetto d.l. n. 83 del 2015, secondo cui «[l]e disposizioni di cui agli articoli 12 e 13, comma 1, lettere d), l), m), n), si applicano esclusivamente alle procedure esecutive iniziate successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto»; e poiché, in base all’art. 491 cod. proc. civ., l’espropriazione forzata «si inizia col pignoramento», e, nel caso di specie, il pignoramento era stato notificato all’istituto di credito il 9 dicembre 2014 e al debitore il successivo 23 dicembre.

In altre parole, il processo esecutivo di cui si tratta risultava instaurato antecedentemente al 27 giugno 2015, data di entrata in vigore del d.l. n. 83 del 2015, e non ricadeva, pertanto, nell’ambito applicativo della novella.

In tal modo si sarebbe venuto a creare un irragionevole discrimine temporale per l’applicazione del nuovo regime di pignorabilità delle somme accreditate su conto corrente bancario o postale intestato al debitore a titolo di pensione o di altre prestazioni assistenziali o retributive, previste dall’ottavo comma dell’art. 545 cod. proc. civ., aggiunto dal richiamato art. 13, comma 1, lettera l).

La pronuncia della Corte Costituzionale

Secondo il Giudice delle Leggi, deve ritenersi innanzitutto fondata la questione sollevata con riguardo alla pignorabilità della prestazione pensionistica relativamente alle procedure iniziate antecedentemente all’entrata in vigore del d.l. n. 83 del 2015.

A tal proposito il Giudice delle Leggi ricorda che l’assegno sociale ha sostituto la cd pensione sociale. Si tratta di una nuova prestazione assistenziale, erogata agli ultrasessantacinquenni, istituita in attuazione dell’art. 38 Cost. per far fronte «al particolare stato di bisogno derivante dall’indigenza, risultando altre prestazioni − assistenza sanitaria, indennità di accompagnamento − preordinate a soccorrere lo stato di bisogno derivante da grave invalidità o non autosufficienza, insorte in un momento nel quale non vi è più ragione per annettere significato alla riduzione della capacità lavorativa, elemento che, per contro, caratterizza le prestazioni assistenziali in favore dei soggetti infrasessantacinquenni» (sentenza n. 400 del 1999).

In virtù del rinvio disposto dall’art. 3, comma 7, della legge n. 335 del 1995 alle «disposizioni in materia di pensione sociale di cui alla legge 30 aprile 1969, n. 153», l’assegno sociale «non è cedibile, né sequestrabile, né pignorabile» (art. 26, dodicesimo comma, della legge 30 aprile 1969, n. 153, recante «Revisione degli ordinamenti pensionistici e norme in materia di sicurezza sociale».

Ebbene proprio di assegno sociale si tratta nel caso in esame.

I giudici della Corte costituzionale accolgono la questione di legittimità sollevata dal Tribunale di Brescia, affermando che il diverso regime temporale previsto per le procedure pendenti alla data di entrata in vigore del d.l. n. 83 del 2015, benché sia ispirato all’esigenza di salvaguardare l’affidamento nella certezza giuridica di chi ha avviato il pignoramento nella piena vigenza della disciplina antecedente che lo consentiva, è allo stesso tempo irragionevole.

La redazione giuridica

 

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paralisi cerebrale

L’Azienda sanitaria era stata condannata a liquidare 1,7 milioni alla famiglia di una bambina nata con una paralisi cerebrale nel 2004

Era rimasta invalida alla nascita, riportando una gravissima paralisi cerebrale. Lo scorso Giugno il Tribunale di Ravenna aveva condannato la Ausl Romagna a risarcire la famiglia della giovane, oggi 14enne. Il Giudice, nello specifico, aveva disposto la liquidazione da parte dell’Azienda sanitaria di una cifra pari a 1,7 milioni di euro.

La vicenda risale al marzo del 2004. La madre, giunta alla 38esima settimana di gravidanza, si era presentata all’ospedale di Lugo per un controllo. I medici, in quella circostanza, avevano rilevato una sofferenza fetale. Tuttavia, non ne avevano disposto il ricovero. Secondo quanto appurato non erano infatti disponibili culle termiche, né un’ambulanza.

La donna, quindi, era stata invitata a recarsi con mezzi propri all’Ospedale di Ferrara, dove nacquero le bambine. Ma la prima gemellina, ormai asfittica, venne alla luce con una situazione già compromessa.

Nei confronti della condanna l’Ausl non ha proposto appello. Nonostante la sentenza sia divenuta esecutiva a luglio, però, la somma stabilita a titolo di risarcimento non è ancora stata corrisposta. I parenti secondo quanto riportato dall’Ansa, hanno quindi deciso di procedere al pignoramento sui conti dell’azienda sanitaria, per 2,5 milioni di euro. Si tratta di un ammontare derivante dalla somma dovuta aumentata di un terzo, come previsto dalla normativa in materia.

I legali della famiglia avrebbero citato l’Azienda sanitaria davanti al giudice dell’esecuzione di Forlì. E’ qui infatti che avrebbe sede l’istituto di credito che gestisce il servizio tesoreria dell’Ente. L’udienza è fissata per il gennaio del 2019.

 

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fondo patrimoniale

La Corte di Cassazione ha fornito chiarimenti importanti in merito alla possibilità di pignorare il fondo patrimoniale in caso di multe non pagate

La Corte di cassazione con la sentenza n. 20998/2018 ha fornito chiarimenti sulla pignorabilità del fondo patrimoniale in caso di multe non pagate.

Secondo gli Ermellini, infatti, l’iscrizione ipotecaria per debiti tributari è legittima a meno che non si dimostri la regolare costituzione del fondo patrimoniale. Così come la sua opponibilità al creditore e l’estraneità del debito alle necessità familiari.

Il tutto potrà avvenire a meno che l’onerato non fornisca la prova richiesta dal nostro ordinamento.

In linea generale, l’iscrizione ipotecaria di cui all’articolo 77 del d.p.r. n. 602/1973 fatta su un bene facente parte di un fondo patrimoniale nell’ambito della riscossione coattiva delle imposte è legittima. Ma, ricordano gli Ermellini, solo se l’obbligazione tributaria è strumentale ai bisogni della famiglia.

Oppure, se il titolare del credito non ne conosceva l’estraneità ai bisogni della famiglia.

Un altro aspetto importantissimo da ricordare è l’onere della prova.

Infatti, l’onere di fornire la prova necessaria a rendere illegittima l’ipoteca grava in capo al debitore, il quale deve dimostrare:

  • regolare costituzione del fondo patrimoniale
  • la sua opponibilità al creditore procedente
  • la circostanza che il debito nei confronti di tale soggetto è stato contratto per scopi estranei alle necessità familiari.

L’indagine del giudice deve quindi concentrarsi specificamente sul fatto generatore dell’obbligazione, a prescindere dalla natura di quest’ultima.

In mancanza di tale prova, l’iscrizione ipotecaria su un bene facente parte di un fondo patrimoniale non può che ritenersi legittima, a prescindere dalla natura del debito che l’ha determinata.

Ciò in quanto la natura del contributo non contraddice si per sé, se manca la prova contraria, la circostanza che i crediti portati dai titoli esecutivi.

E questo, sia per violazioni del codice della strada sia per omesso pagamento di tributi, riguardino delle esigenze familiari.

La Corte, infine, si è soffermata inoltre su cosa debba intendersi per bisogni della famiglia e ha precisato che in essi vanno ricompresi anche “i bisogni ritenuti tali dai coniugi in ragione dell’indirizzo della vita familiare e del tenore prescelto, in conseguenza delle possibilità economiche familiari”.

 

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codacons

Il Codacons è a serio rischio. Potrebbe infatti scomparire come associazione dei consumatori. Il tutto dopo il pignoramento di beni per 300mila euro da parte del Fisco con conseguente blocco delle risorse.

Il Codacons si trova a rischio chiusura in seguito al pignoramento, da parte dell’Agenzia delle Entrate, di beni per 300 mila euro. E, il conseguente blocco delle risorse, metterebbe a repentaglio la  sua sopravvivenza.

È quanto ha denunciato l’associazione in una nota. Inviando un appello al premier Conte, ai vice premier, Luigi Di maio e Matteo Salvini, e al ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha chiesto un vero e proprio “salvataggio”.

A causare il pignoramento è stato, afferma una nota dell’Associazione, il contributo unificato che “il Codacons, in qualità di Onlus, non è tenuta a pagare sugli atti legali portati avanti a difesa della società e della collettività, ma che il fisco italiano continua a richiedere in modo ossessivo fino ad arrivare al recente pignoramento, deciso sulla base di interpretazioni della norma totalmente errate’.

Eppure, solo nell’ultimo anno, sono stati avviati più di 300 ricorsi nei tribunali di tutta Italia.E tutti tesi ad affermare i diritti dei cittadini.

“Azioni che ora – scrive il Codacons – a causa del pignoramento dei beni dell’associazione, dovranno essere interrotte”.

Per questo motivo, il Codacons ha deciso di rivolgere un appello al Governo, auspicando un salvataggio.

Se il ministro non spiegherà chiaramente all’Agenzia che il contributo unificato non si può applicare alle realtà Onlus, conclude la nota, “dal prossimo settembre la più importante organizzazione dei consumatori italiana sarà costretta a chiudere progressivamente tutte le proprie sedi fino ad arrivare a portare i libri in tribunale e dichiarare fallimento”.

Resta ora da capire quali saranno le prossime mosse del Governo e se, effettivamente, intenderà muoversi per salvare l’associazione dei consumatori.

 

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