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Un servizio andato in onda su “Report” ha denunciato il rapporto tra Poste italiane e assicurazioni e il modus operandi poco trasparente dell’azienda

Poste Italiane e assicurazioni, un binomio che – come rivelato da un servizio andato in onda su “Report” – nasconde un sistema ben oliato che spinge i risparmiatori a fare investimenti senza però fornire loro tutte le informazioni necessarie.

Il servizio, a cura del giornalista Alberto Nerazzini e andato in onda il 29 maggio scorso, ha messo in evidenza le difficoltà del titolo in Borsa in vista della seconda quotazione, nonostante il bilancio 2016 di Poste Italiane sia stato da record. Inoltre, le condizioni dei postini esternalizzati, rivelano come in breve tempo la società sia diventata la più grande banca/assicurazione del paese, con ben 140.000 dipendenti, 33 milioni di clienti e oltre 13.000 uffici sparsi per tutta Italia.

Sembra infatti che la consegna della posta, che dovrebbe essere l’attività principale dell’azienda, sia diventata marginale, mentre la consegna di pacchi non viene affatto sfruttata per le sue potenzialità. Il legame tra Poste italiane e assicurazioni, al contrario, è ben più saldo essendo questo business quello su cui l’azienda ha deciso di puntare. La componente assicurativa, infatti, è arrivata a rappresentare il 72% dei ricavi nel bilancio di Poste Italiane nel 2016, dalla raccolta di 5 miliardi nel 2007 a un totale di 20 miliardi di euro nell’ultimo anno. In 10 anni, i ricavi dai premi assicurativi sono aumentati del 400%.

Peccato che l’azienda spinga gli ignari risparmiatori verso investimenti e assicurazioni senza informare a sufficienza.

Le assicurazioni di Poste Italiane vengono vendute come prodotti sicuri, come viene dichiarato anche al giornalista Nerazzini, che nel servizio finge di voler investire 80.000 euro. Eppure queste polizze si discostano molto, nella realtà, da quanto presente sui prospetti informativi.

Nel caso dei prodotti assicurativi, viene spiegato nel servizio, non esiste alcuna garanzia per il rendimento e, considerando i tassi bassi dei Btp, i fondi che investono sui titoli di Stato dall’area Euro devono essere necessariamente gestiti, utilizzando anche strumenti derivati, per poter riuscire a dare un rendimento vicino al 2 per cento, che è quello – per intenderci – promesso dalla dipendente di Poste Italiane al giornalista di “Report”.

Poi però, quel rendimento, deve essere decurtato della commissione di gestione annuale e delle relative tasse.

Le informazioni sui rischi di questi investimenti e sulle spese di gestione sono però spesso omesse da molti dipendenti dei servizi finanziari. Tutti elementi che configurano il rapporto tra Poste Italiane e assicurazioni come poco trasparente e ambiguo. Eppure, a tutela del risparmiatore, esistono leggi ben precise secondo le quali questo ha il dovere di essere tutelato dall’acquisto di un investimento di cui non comprende pienamente rischi e pericoli. La legge europea, infatti, prevede che ogni intermediario, prima di vendere un prodotto finanziario, proceda con la redazione di un profilo che specifici l’adeguatezza del prodotto finanziario prodotto, ma soprattutto il profilo di rischio del cliente stesso.

Ma ciò non avviene sempre con questa chiarezza per le assicurazioni vendute da Poste Italiane. Per tale ragione, dopo aver scoperto il grado di approssimazione con cui Poste redigeva la valutazione di rischio sui risparmiatori, la Consob ha fatto pagate a Poste Italiane 60 mila euro di multa, una cifra irrisoria se si considerano le centinaia di migliaia di clienti che sono stati truffati.

Intanto, i dipendenti addetti alla vendita dei servizi finanziari hanno denunciato una situazione pesantissima, parlando di pressioni dall’alto con insulti, obiettivi irraggiungibili, dichiarando di essere spinti dalla stessa azienda a vendere queste polizze “senza pietà” nei confronti del risparmiatore.

 

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