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papillomavirus

Da un rapporto Censis sul Papillomavirus emerge che cresce la consapevolezza sulla prevenzione ma non tutti sono consci dei rischi

Presentato un nuovo rapporto Censis sul Papillomavirus, a due anni dal precedente studio. Il Rapporto analizza gli atteggiamenti nei confronti delle patologie tumorali Hpv correlate e le strategie di prevenzione adottate attraverso un’indagine su due diversi campioni: uno composto dai genitori e uno da sole donne.

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Dai risultati emerge che il numero dei genitori che conosce il virus è aumentato: dall’85,1% del 2017 all’88,3%. La conoscenza è più diffusa tra le donne (94,8%) e tra le persone con un livello d’istruzione superiore (91,4%).

La consapevolezza però è migliorata solo parzialmente. Solo la metà dei genitori sa che l’Hpv è responsabile di altri tumori oltre a quello del collo dell’utero. Solo il 42,6% sa che il virus è responsabile dei condilomi genitali. E un terzo dei genitori (31,9%) pensa ancora che sia un virus che colpisce esclusivamente le donne.

La maggiore consapevolezza deriva da diverse fonti. Non solo dépliant e campagne informative (26,3%) ma anche i servizi vaccinali delle Asl (25,6%) e internet (26,7%).

Tra i professionisti sanitari vengono citati maggiormente il ginecologo e il medico di medicina generale (24,8%).

Il Papillomavirus, cosa c’è da sapere

Il Papillomavirus Umano (Hpv, Human Papilloma Virus) è una infezione trasmessa per via sessuale. Generalmente è transitoria e priva di sintomi evidenti, manifestandosi eventualmente attraverso lesioni benigne della cute e delle mucose. In casi rari il sistema immunitario non riesce a debellare rapidamente il virus, l’Hpv può determinare l’insorgenza di forme tumorali.

Il virus Hpv è implicato inoltre nella patogenesi di altri tumori in sede genitale (vulva, vagina, ano, pene) ed extragenitale (cavità orale, faringe, laringe).

Esistono oltre 100 tipi di tipi di papillomavirus differenziati in base al genoma.

Diagnosi e prevenzione

L’individuazione precoce delle lesioni da Hpv passa attraverso i programmi di screening con Pap-test o Hpv-test.

Il Pap-Testè lo strumento di diagnosi e di prevenzione a oggi più utilizzato. Inserito nei Livelli Essenziali di Assistenza permette a tutte le donne dai 25 ai 65 anni di partecipare gratuitamente al programma di prevenzione presso la propria Asl di competenza.

Dal rapporto Censis emerge che è conosciuto dal 90,2% dei genitori e dal 94,6% delle donne. L’87,1% delle donne afferma poi che il proprio ginecologo ha consigliato il Pap-test.

L’Hpv-test invece riscontrare la presenza di Dna di virus oncogeno consentendo di individuare le donne a rischio con maggiore anticipo. È consigliato eseguirlo ogni cinque anni. La positività al test non significa necessariamente che una donna svilupperà nel tempo un tumore.

Secondo il rapporto solo il 50,8% dei genitori conosce l’Hpv-test e solo al 35,7% è stato consigliato di effettuare l’Hpv-test.

Piano di prevenzione all’avanguardia

L’Italia è all’avanguardia nel programma di prevenzione del Papillomavirus. Secondo il Piano Nazionale di Prevenzione 2014-2018, tutti i programmi di screening primari dovranno passare in maniera progressiva dal Pap-test all’Hpv-test, situazione ad aggi accertata già in diverse regioni.

La prevenzione primaria avviene mediante vaccinazione per questo nel Piano Nazionale di Prevenzione vaccinale 2017-19 si è inserita la vaccinazione anti-HPV nel calendario vaccinale per tutti gli adolescenti (di sesso femminile e maschile) a partire dal dodicesimo anno di età.

Il vaccino costituisce oggi la via più efficace e sicura per combattere il rischio di infezione da HPV. I vaccini disponibili (bivalente, quadrivalente e 9-valente) sono tutti indicati contro i ceppi 16 e 18 responsabili della formazione di lesioni neoplastiche nella cervice uterina.

 

Barbara Zampini

 

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ictus

Fondamentale riconoscere i segnali che possono predire l’arrivo di un ictus per l’avvio tempestivo del percorso diagnostico terapeutico per il trattamento

Asimmetria del volto, sensazione di debolezza a un braccio o una gamba, difficoltà di linguaggio, perdita di equilibrio o coordinazione. Sono alcuni dei segnali, spesso sottovalutati, che possono predire il sopraggiungere di un ictus. Possono infatti indicare un’interruzione dell’apporto di sangue a una parte del cervello. Una condizione che, se non gestita tempestivamente, può portare a gravi disabilità permanenti o addirittura alla morte.

L’ictus è una patologia che colpisce 200.000 persone ogni anno in Italia. Rappresenta la seconda causa più comune di morte e la principale causa di disabilità nell’a­dulto. Nel percorso diagnostico-terapeutico per il trattamento dell’ictus in fase acuta, la tempestività è quindi un fattore determinante.

Per sensibilizzare su prevenzione e gestione tempestiva dell’ictus, a livello europeo è stato disposto lo Stroke Action Plan for Europe 2018-2030.

All’iniziativa aderisce il Policlinico Tor Vergata, tra i centri più attivi in Italia per numero annuale di procedure di trombectomia. La struttura capitolina rappresenta un punto di riferimento per la presa in carico in emergenza del paziente colpito da ictus. Nel 2018, presso il presidio ospedaliero, sono stati trattati circa 140 pazienti, ottenendo una completa autonomia funzionale valutata a 3 mesi nel 50% circa dei casi. Il tutto nonostante l’estrema gravità dei sintomi all’esordio.

“Il processo di invecchiamento della popolazione ha portato ad un aumento del numero di pazienti colpiti da ictus”. A spiegarlo è Marina Diomedi, responsabile della Stroke Unit della Fondazione Policlinico Tor Vergata. I pazienti, tuttavia, possono “contare su una maggiore efficienza della rete dell’emergenza ictus”. Questa permette loro di arrivare al setting più appropriato in tempo utile per un trattamento.

“È però necessario – conclude Diomedi – che il paziente riconosca i sintomi e agisca con tempestività rivolgendosi a centri Hub specializzati”.

 

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diaday

Nella seconda edizione del DiaDay di Federfarma, la Federazione comunica che i test gratuiti per lo screening del diabete in farmacia sono stati oltre 130mila

Sono eccellenti i risultati della seconda edizione di DiaDay di Federfarma che ha fatto sapere come siano oltre 130mila i test effettuati gratuitamente ai cittadini nelle 5mila farmacie aderenti.

A darne notizia è la stessa Federfarma in una nota.

“I risultati – si legge – sono all’esame del board scientifico che elaborerà le proprie osservazioni, tenendo conto anche di variabili demografiche quali età e sesso”.

Inoltre, comunica Federfarma, “i dati saranno resi disponibili alle Istituzioni sanitarie e potranno contribuire all’individuazione di azioni di contrasto alla diffusione della patologia e delle sue complicanze”.

Come ha avuto modo di ricordare Marco Cossolo, presidente di Federfarma Nazionale, quello del Diaday è l’occasione per il cittadino “di scoprire per tempo il diabete o accertarne la predisposizione” che “permette di individuare tempestivamente, insieme al medico, le terapie e i comportamenti più opportuni da adottare”.

Contestualmente, “per il Servizio Sanitario Nazionale significa ridurre i costi economici della malattia”.

Giunta alla sua seconda edizione, “DiaDay è un’importante iniziativa di educazione sanitaria e di prevenzione sul territorio, che sfrutta appieno la capillarità della rete delle farmacie italiane, confermandone il ruolo di primo presidio sanitario del SSN. Anche quest’anno sono molto soddisfatto per l’elevata adesione dei cittadini a questa iniziativa contro una malattia troppo diffusa e subdola”.

La manifestazione ha il patrocinio di Fofi, Fnomceo, Amd, Sid, Aild, Utifar, Fenagifar e Cittadinanzattiva.

Quanto alla raccolta dei dati e le elaborazioni statistiche, queste sono a cura di Promofarma, società di servizi di Federfarma.

La nota della Federazione ha poi voluto ringraziare le oltre 5mila farmacie che hanno raccolto una quantità di dati ampia, che dà una fotografia del diabete in Italia.

“L’iniziativa – conclude la nota di Federfarma – dimostra che la farmacia ha un ruolo decisivo nelle campagne di screening, e può dare un importante contributo nel realizzare indagini profonde e dettagliate sul territorio per valutare lo stato di salute della popolazione”.

 

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infezioni resistenti

A causa delle infezioni resistenti, ogni anno, nel nostro paese muoiono 10mila persone. Il numero delle vittime è pari a quelle di Hiv, tbc e influenza insieme

Ogni anno 33mila persone muoiono nell’Unione Europea per infezioni da batteri resistenti agli antibiotici.

Il Paese più colpito da questi superbatteri è proprio l’Italia, dove si verifica almeno un terzo dei decessi.

Ad affermarlo è uno studio del Centro Europeo per il Controllo delle Malattie (Ecdc) pubblicato sulla rivista Lancet Infectious Diseases.

La ricerca sottolinea come la cifra sia addirittura pari ai morti per Hiv, tubercolosi e influenza insieme.

Lo studio sulle infezioni resistenti è stato condotto sui dati del 2015 ottenuti dal network di sorveglianza dell’Ecdc per cinque infezioni resistenti.

Secondo questa ricerca, almeno nel 75% dei casi, le infezioni sono dovute a cure mediche, mentre il 39% delle infezioni è causato da batteri resistenti anche all’ultima generazione di farmaci.

Si tratte dei cosiddett carbapenemi, seguiti dalla colistina, un ‘antibiotico di vecchia generazione.

Secondo i dati raccolti, nel 2015 sono state censite quasi 679mila infezioni nell’Unione europea e nello Spazio economico europeo, di cui oltre 201mila nel nostro paese, che ha visto anche 10.762 morti.

A pagare il prezzo, altissimo, di queste infezioni resistenti sono i bambini sotto i 12 mesi e gli anziani.

In Italia sono ben 10.762 le morti per questa causa. Nella sola Grecia, ad esempio, sono molte meno: 1.626 su circa 18.500 casi.

Gli autori dello studio hanno affermato che “il carico stimato di infezioni da batteri resistenti agli antibiotici è sostanziale rispetto a quello di altre malattie infettive, e risulta sempre in aumento dal 2007”.

Per combattere i super batteri e le infezioni resistenti occorre dunque una strategia condivisa dai paesi UE.

“Tuttavia – concludono gli esperti – il nostro studio ha dimostrato chela situazione varia notevolmente da un Paese all’altro, evidenziando così la necessità di strategie di prevenzione e controllo adeguate alle esigenze di ciascuno Stato”.

 

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giornata mondiale della vista

L’iniziativa della Soi in occasione della giornata mondiale della vista, prevede visite specialistiche gratuite per chi non è mai stato dall’oculista

Come ogni secondo giovedì di ottobre, sta per tornare la Giornata Mondiale della Vista, che come sempre ha lo scopo di informare l’opinione pubblica sull’importanza e il valore della vista durante tutta la nostra vita.

Per celebrarla, l’11 ottobre, la Società Oftalmologica Italiana ha deciso di organizzare insieme alla Fondazione Insieme per la Vista e a Iapb Italia una campagna di informazione capillare.

Inoltre, sono previste circa 30 mila visite gratuite in tutta Italia.

Ogni Medico Oculista metterà a disposizione di chi non si è mai sottoposto a una visita medica oculistica 5 visite gratuite.

Secondo Matteo Piovella, Presidente della Società Oftalmologica Italiana, “La vista è un bene prezioso da cui dipende l’83% del nostro modo di percepire il mondo e, quando affermiamo che la vista ti salva la vita, abbiamo la necessità di spiegare e condividere questi semplici concetti con tutti i cittadini”.

Il concept della campagna di quest’anno della giornata mondiale della vista è quello di avvicinarsi a chi non si è mai sottoposto a una visita specialistica oculistica.

“L’unica – spiega Piovella – in grado di diagnosticare e curare i difetti e le malattie degli occhi”.

“Vi sono malattie, quali glaucoma, cataratta e degenerazione maculare che devono essere curate perfettamente per non portare alla cecità – prosegue il presidente Soi – è per noi molto importante diffondere presso i cittadini il concetto che sottoporsi a una visita medica specialistica oculistica ‘Ti salva la Vita’”.

Basti pensare al glaucoma, malattia insidiosissima, che agisce in modo subdolo causando danni visivi a molti pazienti inconsapevoli.

E ancora, la maculopatia, patologia che “causa una grave riduzione della vista, che interessa principalmente le persone sopra i 70 anni di età, con una maggiore incidenza nelle donne”, spiega Piovella. Per non parlare del fatto che molti, ancora oggi, si stupiscono che si possa perdere gradualmente la vista a causa di malattie.

“È doveroso – prosegue Piovella – ricordare che disporre di una buona vista è straordinariamente importante per i più piccoli e che è un loro diritto poter usufruire delle cure migliori attuate dai Medici Oculisti con la possibilità di utilizzare le apparecchiature più innovative”.

“Sono convinto – conclude il Presidente Soi – che questa necessaria campagna permetterà a molte persone di curarsi meglio per poter continuare a vedere bene”.

 

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sugar tax

L’ultima battaglia del M5S potrebbe essere la cosiddetta ‘ sugat tax ’, una tassa sugli alimenti e le bevande zuccherate contro l’obesità infantile

L’obesità infantile, si sa, è sempre più una piaga anche nel nostro paese: per questo motivo il M5S sta pensando a una sugar tax sul modello di quelle già presenti in altri paesi.

Si tratta, affermano gli esponenti M5S, di “un fenomeno purtroppo in costante crescita nel nostro Paese”.

“Per questo la prevenzione deve diventare il primo strumento da utilizzare, attraverso campagne d’informazione mirate e una corretta educazione alimentare”, spiegano i componenti pentastellati della commissione Affari sociali della Camera.

Pertanto, proprio oggi, il Movimento 5 Stelle ha presentato una risoluzione in Commissione per “impegnare il governo a combattere l’obesità infantile con delle misure che affrontano il problema sotto tutti i punti di vista – spiegano i firmatari – e il nostro ringraziamento va alla capogruppo M5S in commissione Affari sociali Celeste D’Arrando, prima firmataria della risoluzione”.

I grillini, in sostanza, con la sugar tax vorrebbero produrre dei cambiamenti importanti che concernono le abitudini degli italiani e in particolare dei bambini.

Si propone “che i luoghi frequentati da bambini come asili, scuole, parchi giochi, cliniche della famiglia e del bambino e dei servizi pediatrici, siano liberi da ogni forma diretta e indiretta di commercializzazione e pubblicizzazione di alimenti con grassi saturi, acidi grassi, zuccheri e sali liberi”.

Ma non è tutto. C’è infatti in cantiere anche l’idea di iniziative per vietare l’utilizzo dei personaggi dei cartoon e delle trasmissioni TV per promuovere cibo con alto contenuto di grassi, zuccheri e sale.

Oltre a questo, il Movimento 5 Stelle ha ventilato una ulteriore ipotesi.

Quella cioè di riportare nelle confezioni dei prodotti destinati ai più giovani e nelle bevande zuccherate, etichette specifiche. Queste devono indicare il rischio di obesità associato al loro consumo squilibrato.

La tematica della sugar tax è molto importante, in quanto coinvolge in modo sinergico famiglia, scuola e istituzioni.

E lo fa con un unico obiettivo: ovvero la prevenzione prima di tutto.

Lo scopo, per i pentastellati, è quello di “assicurare ai cittadini un corretto stile di vita, a cominciare proprio dai bambini”.

 

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tubercolosi

L’Oms raccomanda di escludere che la tubercolosi sia attiva in chi ha l’Hiv prima che sia sottoposto a un trattamento preventivo per la malattia

Una recente nuova revisione sistematica e metanalisi degli studi, pubblicata da The Lancet HIV, ha messo in luce l’importanza di aggiungere alla regola di screening dei 4 sintomi dell’Organizzazione mondiale della sanità per la tubercolosi anche una radiografia al torace.  Essa consente di poter fare un maggior numero di diagnosi di tubercolosi in persone con Hiv.

Infatti, si raccomanda di escludere che la tubercolosi sia attiva in chi convive con l’Hiv. E questo ben prima che sia sottoposto a un trattamento preventivo per la malattia.

Per Haileyesus Getahun dell’Oms di Ginevra, autore principale dello studio, “la scoperta più importante dello studio è che l’algoritmo clinico dei quattro sintomi raccomandato dall’Oms per escludere la tubercolosi attiva nelle persone affette da Hiv continua a essere uno strumento valido per fornire un trattamento preventivo alla tubercolosi in contesti con risorse limitate”.

Lo studio di Getahun e colleghi ha selezionato tra il 2011 e il 2018 le ricerche pubblicate dopo che l’Oms aveva emesso le raccomandazioni sullo screening della tubercolosi a partire da quattro sintomi.

Ebbene, il team ha incluso studi con raccolta di campioni come espettorato, sangue, urina o l’aspirazione linfonodale da persone con Hiv. E questo indipendentemente dai loro sintomi, esclusi gli studi caso-controllo.

Gli autori hanno valutato la specificità dello screening nelle persone che vivono con l’Hiv in base allo stato della loro terapia antiretrovirale (Art). Oltre all’eventuale effettuazione di radiografie del torace.

Quasi tutte le 15.427 persone nei 21 studi che hanno esaminato erano adulte. Inoltre, tra queste, 1.559 avevano tubercolosi attiva.

Gli autori hanno incluso 18 di questi studi nella metanalisi. Sette includevano dati provenienti da persone che avevano ricevuto Art.

I risultati dello studio

La ricerca ha provato che la sensibilità del gruppo alla regola di screening dei quattro sintomi era significativamente più bassa per le 4.640 persone in terapia antiretrovirale rispetto alle 8.664 naive della Art (51,0% vs 89,4%). È vero il contrario per la specificità aggregata (70,7%, rispetto al 28,1%).

Sulla base dei dati di 646 persone in due studi, l’eventuale anormalità della radiografia del torace nelle persone con Art ha aumentato la sensibilità dal 52,2% all’84,6%, ma ha diminuito la specificità dal 55,5% al 29,8%.

L’Oms raccomanda a tutti coloro che hanno l’Hiv di iniziare l’Art entro sette giorni dalla diagnosi. Eccetto però quando ci sono particolari indicazioni per ritardare il trattamento.

“Questa politica – concludono gli autori – è ampiamente adottata e si prevede che si tradurrà in una riduzione del numero di persone con Hiv nei servizi sanitari che sono Art naive”.

 

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sindrome del tunnel carpale

La sintomatologia più comune della sindrome del tunnel carpale è rappresentata dall’intorpidimento di mano e polso, nonché dai formicolii di tale area

Sicuramente ne avrai sentito parlare, probabilmente ne hai sofferto o conosci qualcuno che sia stato afflitto dalla sindrome del tunnel carpale. Si tratta di una delle più frequenti patologie della mano, ma nonostante ciò si ricorre sempre meno alla fisioterapia e ancor prima alla prevenzione. Solitamente chi soffre di tunnel carpale va dall’ortopedico, si fa tagliare un legamento in day hospital e tutto finisce.

Oggi però vorrei spiegarti come prevenire la sindrome e come eventualmente mantenere un precario ma stabile equilibrio di salute qualora tu ne fossi già colpito/a. Non voglio togliere lavoro agli ortopedici, ma preferisco pensare che la prevenzione di qualsiasi disturbo rappresenti comunque il primo compito di ogni sanitario.

La sintomatologia più comune è rappresentata dall’intorpidimento di mano e polso, soprattutto pollice, indice e medio, nonché dai formicolii di tale area; infine una caratteristica ben chiara: il peggioramento di tali sintomi quanto più si utilizzano mano e polso.

A mio avviso questa è la chiave di lettura di questa patologia. Se il suo peggioramento è ingravescente quanto più si utilizza la struttura muscolo scheletrica, allora una delle cause maggiori è proprio un utilizzo massivo, ripetitivo, continuo e non corretto di tale struttura.

Ora però non pensare che solo chi pratichi lavori pesanti possa soffrire di questi disturbi. Infatti viene spesso diagnosticata la sindrome del tunnel carpale a chi utilizza per molte ore di continuo il mouse!

Quindi, in conclusione, si tratta di una sindrome da Over Use.

Cerchiamo quindi di capire come prevenirla. Inizio con una massima: “molto uso… molto stretching”!

Se abitualmente per lavoro tieni la mano in una posizione di conca, tendi ad avvicinare il pollice al mignolo o comunque a chiudere in senso longitudinale il palmo della mano, allora è davvero il caso che tu faccia questi esercizi di allungamento muscolare almeno una volta al giorno e tutti i giorni:

1) distendi il gomito e porta la mano di fronte a te all’altezza del petto come se volessi esortare qualcuno a fermarsi. Il palmo della tua mano quindi dovrebbe essere rivolto in avanti e le dita in alto. Afferra con l’altra mano tutte le dita e tirale verso di te. Dovresti avvertire tensione sul palmo. Attendi 40 secondi e l’esercizio è concluso;

2) mettiti nella stessa posizione di partenza del precedente esercizio, ma prima di tirare a te le dita ruota esternamente la mano e pur mantenendo il palmo in avanti, volgi le dita in basso. A questo punto esegui come prima una tensione di 40 secondi.

Questi due semplici esercizi sono davvero una ottima base di partenza per mantenere sano il tuo legamento anulare, questo il nome del legamento che spesso viene tagliato dagli ortopedici per liberare le strutture che vi passano al di sotto come il nervo mediano.

La compressione del nervo determina la sintomatologia, per questo spesso i medici prescrivono anti infiammatori e farmaci neuro-tonici. Ma quale è la fisioterapia più indicata? Laser, ultrasuoni, veicolazione elettroporetica e soprattutto massaggio e chinesi di polso e mano!

Dr. Paolo Scannavini
pscannavini@gmail.com
Fisioterapista e Kinesiologo
Responsabile Fisiolistic
Mysa trainer
PNL Pratictioner
Consulente Wellness per Aziende

 

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Alte temperature

Come combattere le alte temperature estive e quali gli accorgimenti prendere, dall’alimentazione alla prevenzione, per difendersi dall’afa.

Le alte temperature che si stanno registrando in questi giorni sono fonte di preoccupazione per la salute dei cittadini, soprattutto delle categorie più a rischio. L’afa infatti abbatte le performance di un individuo normale mediamente del 20%. Ma tale percentuale aumenta, sino anche a triplicarsi, nei casi di soggetti più fragili.

“I soggetti più esposti a rischio – spiega Roberto Dal Negro, pneumologo e responsabile Cesfar – sono gli asmatici, i broncopneumopatici cronici, i pazienti cardiaci, i diabetici, gli insufficienti renali e i neoplastici perché già fortemente limitati dalle loro patologie di base”.

E’ bene prendere più accortezze del dovuto se si presentano queste patologie ma concedersi comunque le vacanze estive. Oltre al caldo – soprattutto per chi affetto da patologie respiratorie – è bene tenere conto anche degli effetti provocati dall’inquinamento.

I pazienti respiratori o cardio-respiratori possono villeggiare ovunque – sostiene Del Negro. Debbono fare esercizio fisico, ma proporzionato alla loro condizione patologica. Muoversi è importante, ma è altrettanto importante proporzionare lo sforzo alla propria realtà. Quindi, evitare escursioni di cui non si conosce la difficoltà. E, comunque, rallentare o fermarsi quando insorge una dispnea evidente. Quindi, libertà di scelta, ma la scelta deve essere consapevole.

Combattere il caldo senza compromettere la salute

Per non incorrere in spiacevoli problemi è bene quindi prendere qualche accorgimento.

Se si segue una terapia farmacologica è bene prestare massima attenzione all’aderenza, soprattutto nei soggetti a rischio.

Bisogna poi bere molta acqua, 2 litri almeno, considerando lo sforzo fisico che si affronta durante la giornata. L’attività fisica va poi rilegata al mattino o nel tardo pomeriggio evitando la fascia 12-15, la più pericolosa in assoluto.

Va poi arieggiata la casa, aprendo le finestre durante la notte e preferendo durante la giornata serrande e tapparelle abbassate. Non abusare di ventilatori e aria condizionata che possono provocare fastidi come dolori articolari, mal di pancia, congiuntivite e mal di gola. L’uso deve poi essere intelligente: l’ideale è mantenere la temperatura intorno ai 26° per non creare sbalzi termici eccessivi, provvedere poi alla manutenzione alla pulizia dei filtri, coprirsi nel passaggio da una stanza all’altra e non puntare mai il getto diretto di aria contro le persone.

Vestirsi in modo leggero preferendo fibre naturali come il cotone a quelle sintetiche. Indossare sempre cappelli leggeri e occhiali da sole all’aperto.

Le raccomandazioni dell’Oms

“Il caldo può scatenare il colpo di calore ma può anche peggiorare le condizioni esistenti, come malattie cardiovascolari, respiratorie, renali o mentali” per questo, spiega l’Organizzazione Mondiale della Sanità, “I professionisti medici e le autorità sanitarie pubbliche – spiega l’Oms – devono essere preparate ad affrontare le ondate di calore estive e le possibili conseguenze sulla salute dell’esposizione al calore”.

La dieta per difendersi dalle alte temperature

Non bastano l’aria condizionata e i vestiti leggeri per difendersi dalle alte temperature, anche la tavola gioca infatti un ruolo importante.

I pasti leggeri sono l’ideale per questa stagione, anche perché mangiare cibi che appesantiscono fa aumentare la fatica con una richiesta energetica superiore al normale.

E’ importante assumere cibi rinfrescanti che possano reintegrare i Sali minerali che si perdono a causa del sudore. Da prediligere innanzitutto frutta e verdura, da consumare cruda, che aiutano a reidratare velocemente il corpo donando anche una sensazione di freschezza.

Da evitare cibi pesanti, soprattutto le fritture e le pietanze tipiche del periodo inverale come timballi, bolliti o arrosti. Questi aumentano la temperatura interna facendoci sudare ancora di più. Sì alle carni magre, al pesce e all’insalata. Da evitare poi le bevande ricche di zuccheri e alcoolici. Sì invece alle acque aromatizzate.

Barbara Zampini

 

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multidisciplinarietà

Prevenzione e multidisciplinarietà sono necessarie per fronteggiare le emergenze, nate in un contesto di complessità sociale, culturale, politica, economico-finanziaria

Se la multidisciplinarietà degli interventi viene relegata al ruolo di possibilità e non di necessità, come fin ora si è verificato,  allora le alternative degli interventi a favore delle soluzioni dei problemi possono solo rientrare  nelle categorie dell’approssimazione, della contingenza, della semplificazione, del riduttivismo. Inevitabilmente, la conseguenza di questi approcci è  la banalizzazione della gravità e complessità delle emergenze in atto che in questo modo continueranno ad essere affrontate singolarmente dagli apparati dello Stato con mezzi insufficienti, monodirezionali, inadeguati a risolverle, di volta in volta tentando la sorte e affidandosi al know-how di stake-holders, impreparati  di fronte all’ingestibilità  della continua diversificazione e moltiplicazione  delle situazioni di crescente malessere.

Invece di selezionare, come è successo fin qui,  pool di esperti,  disposti ad avallare le già tracciate  impronte del potere,  che hanno ispirazioni ed obiettivi non necessariamente coincidenti con le concrete necessità di risoluzione sostenibile dei problemi sociali, d’ora in avanti sarebbe il caso di aprirsi a categorie quali la multidisciplinarietà, ad un modo organizzato e strutturato, che renda possibile verifiche e riproducibilità, condiviso dalla comunità scientifica e  in grado di affrontare con un’analisi accurata delle cause originarie dei problemi da affrontare di volta in volta,  la complessità  delle situazioni di disagio e di precarietà  di una società disorientata e frammentata che trasmette il desiderio di un globale riassestamento e ridimensionamento del degrado umano in crescente aumento da cui si sente afflitta.

E questo è stato il brand della gestione dissennata da parte delle istituzioni ministeriali e governative di quasi tutte le problematiche sociali, trasversali alla famiglia e alla Scuola, sorte nel corso dell’ultimo ventennio, fra le quali quelle inerenti i diversi modi di fare famiglia, e le tensioni sorte a seguito delle nuove configurazioni familiari, trasferite in modo irrisolto nell’ambito della Scuola, con le conseguenze ben note di frizioni continue e violente proprio nei luoghi deputati all’educazione e alla formazione dei bambini, dei ragazzi e degli adolescenti. E senza che nei molteplici avvicendamenti che si sono verificati ai vertici di un po’ tutte le istituzioni ministeriali, ed in particolare del MIUR,  si sia pensato di affrontarle, bandendo le ideologie ed i pregiudizi,  in modo sistematico con una revisione  strutturale de modelli precedenti insufficienti  a gestire la nuova complessità.

E in questo inquadramento dei fenomeni caratterizzanti questo specifico assetto della nuova società,  una parte predominante delle trasformazioni epocali complessivamente considerate  è stato proprio l’avvento della  tecnologia digitale nella trasformazione delle comunicazioni di massa, trasformatasi in “sopravvento” della popolazione digitale.  E’ chiaro  ed evidente che  non essendo corsi ai ripari per tempo, avendo dissennatamente affrontato le problematiche step by step, e circoscritto  aree e settori in cui  il malessere era diventato emergenza alla quale far fronte obbligatoriamente con interventi mirati di emergenza, questo ha provocato molti più danni di quanti ne abbia risolti.

Infatti, la compulsiva tensione ad arginare la proliferazione delle diverse tipologie di emergenze ha aperto la strada  alla ripetizione degli errori praticati a catena,  senza via di risoluzione proprio a causa di scelte istituzionali dettate da un attivismo mirante a dimostrare un efficienza apparente che tuttavia non si è nei fatti tradotta in una effettiva efficacia dimostrata delle scelte operate.

La “prevenzione”, usata ed abusata come concetto astratto nei diversi salotti, nei talk show televisivi e dai social media per bocca dei vari esperti di turno, è sempre rimasta una pura e semplice citazione. E coloro che l’hanno inserita nelle varie fanta-proposte, lo hanno fatto senza tradurla in proposte programmatiche di interventi strutturati ed organici, basati su metodologie di stampo scientifico, corrispondenti ai criteri di un minimo livello di verificabilità e riproducibilità, selezionati prima della degenerazione  in vere e proprie emergenze.

E’ chiaro che in un quadro disorganizzato che richiede risposte immediate, e per ciò stesso poco ragionate e poco o nulla compartecipate dal basso, l’unica risposta obbligata  sia stata la scorciatoia della “semplificazione”  nel  tentativo di  arginare le problematiche, divenute “emergenze”,  attraverso interventi di emergenza. E questo ha generato un circolo ricorsivo negativo in cui la semplificazione della natura degli interventi selezionati è stata inversamente proporzionale all’aumentata diversificazione delle emergenze, divenute ingestibili per quantità e gravità. Affrontare la complessità dei fenomeni di emergenza, adottando il criterio della semplificazione  nella selezione degli interventi destinati ad arginarle, circoscrivendone i contorni al solo evento criminoso sporadico che la cronaca quotidiana porta alla ribalta ogni giorno, rappresenta la cifra dei fallimenti esperiti  che si va ingrossando ogni giorno di più.

Per fronteggiare le emergenze, nate in un contesto di complessità sociale, culturale, politica, economico-finanziaria, serve un cambiamento epocale, anche riguardo a una gestione più responsabile da parte dei vertici delle istituzioni. In altre parole, una libertà di gestione responsabile in capo ai vertici del potere che metta al primo posto scelte e decisioni,  fondate sulla pianificazione di interventi integrati strutturati ed organici, adeguati alla complessità delle emergenze educative, formative e sociali, divenute insostenibili per una società che si riconosca civile, democratica ed evoluta.

Il cambiamento deve avvenire anche nello stile di pensiero e di azione, di sentimento  e di condivisione del degrado umano  e sociale a cui un popolo è tenuto a ribellarsi. Settori quali la cultura, l’educazione, la formazione e la didattica applicata alla Scuola non possono risentire di condizionamenti al ribasso che impongono proposte vuote di sostanza, di competenza e di professionalità,  perché l’oggetto di “cura”, affidato alle scelte improvvide di certi ministri  e di certi governi, in questo caso specifico, è il fondamento stesso della società.

Dott.ssa Mara Massai

Sociologa, Dottore di ricerca in Criminologia

esperta in Tecniche Investigative in Criminologia e Vittimologia

Project Manager

Presidente di AS.SO.GRAF. (Associazione Culturale di Sociologia e Grafologia)

 

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