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Minaccia grave e reati procedibili a querela. Innovazioni della c.d. Riforma Orlando. Commento della sentenza n° 3520/2019 della Corte di Cassazione

La c.d. Riforma Orlando, avvenuta con il d. lgs. n° 36/2018, ha apportato rilevanti modifiche al codice penale. Le novità hanno riguardato anche la materia dei reati procedibili a querela.

Ebbene, solo per mera chiarezza, occorre precisare a chi legge che i reati si distinguono in due categorie : reati procedibili a querela e reati procedibili di ufficio.

Ferme restando le differenze di tipo sostanziale, l’aspetto peculiare che in questa sede rileva – ad avviso di chi scrive – è il seguente : in presenza di un reato procedibile a querela, il procedimento penale può concludersi bonariamente tra le parti, mediante la remissione di querela da parte della persona offesa e l’accettazione della remissione di querela da parte dell’indagato/imputato.

Per contro, laddove il reato contestato ad una persona risulti procedibile di ufficio, anche in presenza di un eventuale accordo bonario tra le parti, il procedimento seguirà il suo corso.

Fatta questa breve puntualizzazione, analizziamo ora il contenuto della sentenza individuata dal n° 3520/2019.

In particolare, gli Ermellini hanno analizzato il reato di minaccia aggravata, alla luce proprio della c.d. Riforma Orlando.

Infatti, nel caso in esame, innanzitutto il Collegio di Legittimità ha chiarito che alla luce della novella normativa, la minaccia grave, laddove non fosse consumata secondo le forme previste dall’art. 339 c.p., risulta ora procedibile a querela.

Pertanto, trattandosi di una innovazione del diritto sostanziale, la sua applicabilità è immediata.

Dunque, nella fattispecie de qua, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio una precedente pronuncia, affermando che l’azione penale non potesse essere proseguita, per difetto di querela, precisando altresì che nel caso di specie le persone offese, sarebbero dovute essere state informate della prospettiva di formalizzare l’istanza punitiva.

Peraltro, la Corte di Cassazione evidenziava che nel caso di specie la carenza di tale passaggio normativo risulta superata dalla circostanza della intervenuta prescrizione del reato contestato all’imputato.

Pertanto, la sentenza andava annullata senza rinvio, attesa l’intervenuta prescrizione dell’addebito contestato in rubrica all’imputato.

Avv. Aldo Antonio Montella

(Foro di Napoli)

 

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pena

La pena applicata per il reato prescritto è in sé legale, mentre illegale è l’effetto dell’errato preliminare accertamento che attiene all’insussistenza di cause di proscioglimento

Il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Benevento, all’esito del procedimento penale celebrato col rito del patteggiamento, aveva applicato a carico dell’imputato la pena concordata dalle parti di ventidue mesi di reclusione ed Euro 3.800,00 di multa.

Ma quest’ultimo proponeva, a mezzo del proprio difensore di fiducia, ricorso per cassazione, stante la mancata applicazione dell’art. 129 cod. proc. pen. (obbligo della immediata declaratoria di determinate cause di non punibilità), in relazione a uno dei delitti oggetto di imputazione, relativamente al quale era maturato il termine di prescrizione in data anteriore alla pronuncia della sentenza.

Si può parlare in questo caso di illegalità della pena, posto che la stessa era stata determinata per effetto della continuazione con gli altri delitti, sebbene uno di questi fosse già prescritto?

È questo il tema dell’impugnazione presentata dinanzi alla Corte di legittimità.

Ma per i giudici della Cassazione il ricorso è inammissibile.

Si ricorda che contro le sentenze emesse ai sensi dell’art. 444 c.p.p., il ricorso per cassazione può essere proposto per i soli motivi elencati dall’art. 448, comma 2-bis tra cui vi rientra quello attinente all’illegalità della pena.

L’articolo 448 è stato modificato a seguito dell’entrata in vigore, dal 3 agosto 2017, della L. 23 giugno 2017, n. 103, art. 1, comma 50, il quale impone di valutare se il mancato rilievo della prescrizione già maturata in sede di applicazione della pena ex art. 444 cod. proc. Pen, si risolva o meno in un vizio di legittimità che investe la legalità della pena.

Ciò si verifica nel caso in cui quest’ultima sia stata determinata sulla base di un accordo che include il computo della pena per un reato già prescritto.

La riforma dell’art. 448 bis c.p.p.

Prima della riforma, l’omesso controllo della insussistenza di cause di proscioglimento a norma dell’art. 129 cod. proc. pen. ed il conseguente erroneo esercizio del relativo potere integrava, per pacifica acquisizione giurisprudenziale, vizio di legittimità deducibile in cassazione.

Vigeva, infatti, l’orientamento affermato dalle Sezioni Unite (Sez. U, n. 5 del 28/05/1997) secondo cui “il paradigma procedimentale che regola la cognizione del giudice investito da una richiesta di applicazione della pena concordata tra le parti, assegna priorità alla verifica dell’insussistenza delle cause di non punibilità previste dall’art. 129 cod. proc. pen., da compiersi aliunde, e precisamente sulla base degli atti del fascicolo del pubblico ministero. Soltanto in caso di negativa delibazione il giudice può procedere alla valutazione degli altri profili di accoglibilità dell’accordo, relativi alla correttezza della qualificazione giuridica, dell’applicazione e comparazione delle circostanze, ed alla congruità della pena concordata“.

Tale principio è tuttora valido, non essendo stata modificata la disciplina del patteggiamento.

Perciò si deve ritenere che il giudice adito è tenuto a rilevare in via preliminare la sussistenza di eventuali cause di proscioglimento di cui all’art. 129 cod. proc. pen., tra cui rientra sicuramente anche la intervenuta prescrizione del reato, ove non rinunciata espressamente dall’imputato ai sensi dell’art. 157 c.p., comma 7.

Su quest’ultimo punto vale la pena ricordare che per la validità della rinuncia alla prescrizione è necessaria la forma espressa. Al contrario si esclude la possibilità di ravvisare, nella richiesta o nel consenso espresso dall’imputato all’applicazione della pena, una forma legale di rinuncia espressa alla prescrizione maturata.

L’illegalità della pena

Ci si può allora domandare: quando ricorre l’illegalità della pena? E ancora, la pena che tiene conto di un reato già prescritto può considerarsi illegale?

Secondo il consolidato orientamento di legittimità, l’illegalità della pena ricorre solo quando essa non è conforme a quella stabilita in astratto dalla norma penale (ad es. superiore al massimo o inferiore al minimo edittale; pena relativa ad un reato depenalizzato, per abolitio criminis o per effetto della dichiarazione di incostituzionalità della norma penale, anche se relativa al solo trattamento sanzionatorio), mentre nel caso di specie la pena è pur sempre conforme alla legge perché il vizio di legge non la riguarda direttamente ma investe, piuttosto, un accertamento preliminare, quello cioè del proscioglimento ex art. 129 c.p.p. che andava disposto per uno dei reati patteggiati, perché estinto per prescrizione.

La pena applicata per il reato prescritto è in sé legale, mentre illegale è l’effetto dell’errato preliminare accertamento del presupposto sostanziale che attiene all’insussistenza di cause di proscioglimento, la cui errata o omessa valutazione si ripercuote, per l’appunto, sulla sua determinazione.

Si tratta pertanto di un vizio che non può integrare un motivo ammissibile di ricorso per cassazione perché non riconducibile ai motivi tassativamente previsti dall’art. 448 c.p.p., comma 2 bis.

Il principio è stato anche ribadito in una recente sentenza della Cassazione, pronunciata con riguardo a un ricorso per cassazione proposto contro una sentenza di patteggiamento in tema di recidiva; ebbene in quell’occasione si è detto che per pena illegale deve intendersi solo quella che costituisca il risultato finale delle operazioni intermedie con cui viene determinata e, in sé e rispetto ai passaggi intermedi ritenuti dalla decisione contingente, fuoriesca dall’”ambito dello schema legale” (Sez.6, n. 25273 del 23/05/2018, Zidane, Rv. 273392).

Una diversa e più estensiva interpretazione di illegalità della pena non potrebbe essere accolta perché sarebbe in contrasto con il principio di tassatività relativo ai motivi per i quali è consentito il ricorso per cassazione stabiliti dalla legge penale.

La decisione e il principio di diritto

In conclusione, per i giudici del Supremo collegio, ove la prescrizione non sia stata eccepita in sede di accordo delle parti e neppure sia stata rilevata di ufficio, la pena concordata non può essere considerata pena illegale perché conforme all’accordo delle parti, rispondente alla volontà dell’imputato ed alla pena prevista dalla legge in relazione alla corretta qualificazione giuridica del fatto.

Viene così affermato il seguente principio di diritto: il mancato rilievo della prescrizione già maturata non investe la legalità della pena, perché la pena, determinata sulla base di un accordo che includa il computo anche della frazione di pena disposta per un reato prescritto tra quelli considerati unitariamente ai fini dell’aumento per la continuazione, è comunque conforme alla volontà delle parti ed alla pena prevista dalla legge penale, poiché il vizio di legge non investe la pena ma un diverso presupposto dell’accordo negoziale ratificato dalla sentenza. A tale affermazione di principio consegue che la prescrizione del reato nel patteggiamento, non potendo essere dedotta come motivo valido di impugnazione diversamente da quanto previsto per la sentenza di condanna, quandanche la sentenza fosse stata emessa dopo che sia maturato il termine di prescrizione, neppure può essere rilevata di ufficio in difetto dell’instaurazione di un valido rapporto impugnatorio.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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Comandante dei vigili

È errato affermare che la querela sporta da un pubblico ufficiale, nel caso di specie un comandante dei vigili urbani, non necessiti di autenticazione

Il fatto

Il comandante dei vigili urbani aveva sporto una denuncia per diffamazione, ma secondo il Giudice di Pace non doveva procedersi nei confronti dell’imputato per difetto di querela.

Non era dello stesso avviso il Pubblico Ministero che, a tal proposito presentava ricorso in appello affermando che la querela era stata, invece, validamente presentata.

La persona offesa l’aveva inviata a mezzo posta alla Procura della Repubblica su carta intesta del Comune di residenza – “Comando Polizia Municipale”, dopo essere stata validamente protocollata.

Inoltre, nella nota di trasmissione protocollata risultava scritto “si trasmette copia originale della denuncia-querela a firma dello scrivente a carico (dell’indagato), ivi generalizzato ed in calce alla nota medesima vi era scritto testualmente:” Il comandante della P.M. Cap. e la sua firma“.

Per il pubblico accusatore, dunque, la querela era stata correttamente trasmessa dal querelante e non vi erano, certo, dubbi in ordine alla sua identificazione.

Ma i giudici della Cassazione non sono d’accordo.

La disciplina applicabile al caso in esame rientra nella previsione di cui all’art.337 c.p.p. (e dall’art. 39 disp. att. c.p.p.). La norma stabilisce che, ove la querela sia spedita per posta con piego raccomandato, la sottoscrizione deve essere autenticata.

Ma né dalla ricostruzione della sentenza impugnata né dal ricorso risultava che la sottoscrizione del comandante dei vigili fosse stata autenticata da un terzo pubblico ufficiale, riconducibile ad uno dei soggetti indicati dall’art. 39 disp. att. c.p.p.

Ha sbagliato dunque il Pubblico Ministero a sostenere che la querela di cui al presente procedimento non necessitasse dell’autenticazione in quanto sporta da un pubblico ufficiale (il comandante dei vigili urbani), atteso che non vi è alcuna norma che legittimi un soggetto, pur pubblico ufficiale, all’autenticazione della propria firma ove agisca, come nel caso di specie, come privato cittadino (vedi sul punto sez. 5, n. 9004 del 05/10/2005).

Ricorso, perciò, respinto!

La redazione giuridica

 

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alterazione dello stato di nascita

Non vi è delitto di alterazione dello stato di nascita del figlio, se vi è stata sentenza del giudice civile che abbia rigettato in via definitiva il disconoscimento della paternità sul minore

Secondo l’accusa la donna, imputata del reato di alterazione dello stato di nascita del figlio appena nato, aveva falsamente attestato nell’atto di nascita depositato presso il comune di Roma, la paternità del figlio, indicando quale genitore il coniuge che nel frattempo aveva revocato il consenso all’inseminazione artificiale eterologa.

In primo grado la donna veniva assolta, ma in secondo grado l’esito del processo veniva ribaltato. I giudici dell’appello la condannavano, infatti, alla pena di legge per il reato a lei ascritto.

Il ricorso per Cassazione

La difesa denunciava dinanzi ai giudici della Cassazione il grave errore in cui sarebbero incorso i giudici della corte territoriale per aver omesso di considerare un fatto decisivo ai fini del giudizio.

Ed infatti, parallelamente al giudizio penale, si era svolto il giudizio civile di disconoscimento della paternità. Quest’ultimo si era concluso col definitivo rigetto della domanda di disconoscimento della paternità del minore, presentata dal coniuge.

Perché allora non era stato sospeso il giudizio penale in attesa della definizione del parallelo processo civile?

Non è forse vero che in base all’art. 3 cod. proc. pen. le decisioni in materia di stato di famiglia sono da intendersi come pregiudiziali, potendo perciò il giudice penale sospendere il processo fino al passaggio in giudicato della sentenza civile che definisce detta questione?

Ebbene, i giudici della Cassazione accolgono il ricorso perché fondato e annullano la sentenza impugnata senza rinvio perché il fatto non sussiste.

Il quadro normativo

Prima dell’intervento della Corte Costituzionale (sentenza n. 162 del 2014), la L. n. 40 del 2004 vietava l’inseminazione eterologa, pur disciplinandone gli effetti nell’esclusivo interesse del nato.

Nella specie, l’art. 6 disciplina il consenso del coniuge e del partner, precisando che il consenso può essere revocato sino al momento della fecondazione dell’ovulo, mentre l’art. 9 prevede che, in caso di inseminazione eterologa, il consenso del coniuge o del partner è ricavabile anche da atti concludenti ed a questi è preclusa l’azione di disconoscimento di paternità.

Con la sentenza citata (n. 162 del 2014) la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale il divieto di fecondazione eterologa in caso di sterilità o infertilità assoluta ed irreversibile (come nel caso di specie), ma ha ribadito la validità e conformità costituzionale della disciplina del consenso anche per detta ipotesi, sostanzialmente parificando la disciplina della fecondazione assistita.

Ne discende che anche per la fecondazione eterologa rimane fermo il limite temporale, fissato dall’art. 6 cit., quale termine ultimo per la revoca del consenso, e un’interpretazione diversa si porrebbe in contrato con la tutela costituzionale degli embrioni, più volte affermata dalla Corte Costituzionale, che ha ritenuto rispondente alla tutela del nato la mancata attribuzione dell’azione di disconoscimento della paternità al marito, che ha prestato il consenso alla fecondazione eterologa.

Nel caso in esame era accaduto che dopo l’inziale consenso espresso da entrambi i coniugi, in sede di stipula del contratto con la struttura sanitaria per l’inseminazione eterologa, l’uomo aveva cambiato idea revocando il proprio consenso.

Ma alla data in cui quest’ultimo comunicava il suo nuovo convincimento, il trattamento embrionale era stato già avviato e il giorno successivo l’ovulo fecondato fu impiantato nell’utero della moglie.

E allora, non essendovi altra prova in ordine al fatto che la revoca del consenso fosse intervenuta prima della preparazione dell’embrione o della fecondazione dell’ovulo, destinato all’impianto, la domanda di disconoscimento della paternità non poteva che essere respinta.

L’efficacia della sentenza di disconoscimento nel processo penale

A tale statuizione – affermano i giudici della Corte – deve essere inevitabilmente riconosciuta influenza nel processo penale, in quanto esclude che sia stata falsamente dichiarata nell’atto di nascita la paternità del coniuge della imputata, riconosciuto padre di diritto del nato, sebbene pacificamente non ne sia il padre biologico.
A tale conclusione era già pervenuto il Tribunale, in veste di giudice penale di primo grado, ritenendo che, a seguito della pronuncia della Corte Costituzionale citata con efficacia invalidante ex tunc del divieto di procreazione medicalmente assistita eterologa, la qualità di genitore prescinde dalla diretta discendenza e dal rapporto biologico, in quanto il nato da fecondazione eterologa acquisisce, ai sensi della L. n. 40 del 2004, art. 8, lo status di figlio, nato durante il matrimonio: pertanto, la dichiarazione della ricorrente della paternità del minore non integra un’alterazione di stato né una falsa attestazione in atti dello stato civile, essendo egli il genitore del figlio nato durante il matrimonio da indicare nell’atto e nella dichiarazione di nascita.

La sentenza impugnata è stata perciò, annullata con vittoria della madre del bambino, assolta dal reato a lei ascritto.

La redazione giuridica

 

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giudicato penale

La Corte di Cassazione, sez. III Civile, con l’ordinanza depositata l’11 dicembre 2018, n. 31947, Presidente Vivaldi – Relatore Cigna, si è occupata dei riflessi del giudicato penale sul processo civile

Nel vigente codice di procedura penale il rapporto tra il processo civile e quello penale si configura in termini di completa autonomia e separazione, salvi i casi di cui agli artt. 75 co. 3 c.p.p e 211 delle disp. att. c.p.p. in materia di giudicato penale.

Il terzo comma dell’art. 75 c.p.p. prevede la prima eccezione alla regola, disponendo che: il giudizio civile di danno debba essere sospeso soltanto allorché l’azione sia stata proposta in sede civile dopo la sentenza penale in primo grado o dopo la precedente costituzione di parte civile nel processo penale, salve ovviamente le eventuali eccezioni previste dalla legge.

Ed infatti, unicamente in tali casi si verifica una concreta interferenza del giudicato penale nel giudizio civile di danno, che, quindi, non può pervenire anticipatamente ad un esito potenzialmente diverso rispetto a quello penale per ciò che attiene la sussistenza di uno o più dei comuni presupposti di fatto.

Inoltre, il dettato dell’art. 211 delle disp. att. c.p.p. prevede che il processo civile può essere sospeso fino alla definizione del processo penale se questo può dare luogo a una sentenza che abbia efficacia di giudicato nell’altro processo e se è già stata esercitata l’azione penale.

I fatti di causa

Gli eredi di M.F., rispettivamente madre e fratello, hanno convenuto in giudizio dinanzi al Tribunale di Ravenna R.U. e la Fondiaria-SAI SpA, rispettivamente quale proprietario-conducente dell’autovettura Opel Citroen C5 tg (…) e quale impresa designata per la Regione Emilia Romagna del Fondo di Garanzia per le Vittime della Strada L. n. 990 del 1969, ex art. 19, lett. b), ratione temporis applicabile, al fine di sentirli condannare al risarcimento dei danni subiti in conseguenza delle lesioni e del conseguente decesso del proprio congiunto, avvenuto in esito a sinistro stradale.

A seguito di disposta integrazione del contradditorio si costituirono M.G. , T.V. , T.C. e T.C. , quali eredi di T.E., conducente di altra auto (Honda Civic) coinvolta nello stesso incidente, deceduto per cause indipendenti dallo stesso, i quali chiesero il risarcimento dei danni per le lesioni subite dal congiunto in conseguenza del sinistro.

Si costituirono, inoltre, la moglie del defunto M.F., M.M., figlia, e S.C.D., quale esercente la potestà genitoriale sul minore M.L., figlio, e chiesero anch’essi il risarcimento dei danni subiti in conseguenza del decesso di M.F..

La Assicurazioni ha eccepito il proprio difetto di legittimazione passiva per mancanza di copertura assicurativa del R. al momento dell’incidente, atteso che quest’ultimo aveva effettuato il pagamento del rateo dopo la scadenza e senza informare la Compagnia del sinistro in cui era stato coinvolto.
Il Tribunale, previa dichiarazione di esclusiva responsabilità del R. nella causazione dell’incidente in questione, lo condanna, in solido con la Fondiaria-SAI SpA, al pagamento, a titolo di risarcimento danni, della somma di Euro 300.000,00 per ciascuno in favore di R.G. , M.M. e M.L. e della somma di Euro 150.000,00 in favore di M.R..

La Corte d’Appello di Bologna ha ribadito l’esclusiva responsabilità del R. e, accertata la mala gestio impropria di Fondiaria SAI, ha determinato il credito residuo, condannando in solido R.U. ed Unipol Sai al pagamento dei relativi importi ed accogliendo la domanda di regresso della seconda nei confronti del primo. Avverso detta sentenza Unipolsai Assicurazioni SpA propone ricorso per Cassazione, affidato a due motivi.

Resistono con controricorso R.G. e M.M. , M.M. , M.L. , M.G. , T.V. , T.C. e T.C. , quali eredi di T.E. , e Sara Assicurazioni.

Motivi della decisione

Con il primo motivo la ricorrente UnipolSai lamenta che la Corte d’Appello non abbia considerato che, come previsto dall’art. 651 cpp, la sentenza penale irrevocabile di condanna ha efficacia di giudicato, ed è quindi vincolante nel processo civile di risarcimento del danno, solo quanto all’accertamento del fatto e della sua illiceità ma non con riferimento alle valutazioni ed alle qualificazioni giuridiche attinenti agli effetti civili della pronuncia e con il secondo motivo si duole che la Corte, omettendo di vagliare gli elementi desunti dal giudizio penale, non abbia tenuto conto del particolare valore probatorio, facente fede sino a querela di falso, del contenuto dei rilievi eseguiti dai CC di Ravenna, che nel relativo verbale avevano dato atto della presenza della copertura assicurativa.

L’effetto vincolante del giudicato penale definitivo

La Suprema Corte ha già avuto più volte modo di ribadire che  “la sentenza del giudice penale che, accertando l’esistenza del reato, abbia altresì pronunciato condanna definitiva dell’imputato al risarcimento dei danni in favore della parte civile, demandandone la liquidazione ad un successivo e separato giudizio, spiega, in sede civile, effetto vincolante in ordine alla “declaratoria iuris” di generica condanna al risarcimento ed alle restituzioni, ferma restando la necessità dell’accertamento, in sede civile, della esistenza e della entità delle conseguenze pregiudizievoli derivate dal fatto individuato come “potenzialmente” dannoso e del nesso di derivazione causale tra questo e i pregiudizi lamentati dai danneggiati” (cfr. Cass. 5560 del 2018; conf. Cass. 18352/2014).

Da tanto discende che l’accertamento fattuale, relativo alla mancata copertura assicurativa, compiuto nel processo penale, in cui ha partecipato quale responsabile civile anche la Unipolsai, conclusosi con l’affermazione della penale responsabilità dell’imputato e la condanna dello stesso, in solido con la responsabile civile, al risarcimento dei danni in favore delle costituite parti civili, non può non fare stato nei confronti della detta responsabile civile, trattandosi di accertamento in fatto che ha costituito il presupposto stesso della condanna generica della Fondiaria, quale impresa designata, al risarcimento dei danni.

Sulla base delle su esposte considerazioni la Corte ha rigettato il ricorso principale e quello incidentale.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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legittimo impedimento

Il giudice, ove abbia notizia documentata di una situazione di legittimo impedimento a comparire dell’imputato, anche se ricevuta mediante PEC, deve espressamente esaminare la circostanza, eventualmente compiendo opportuni accertamenti

Accusato per il delitto di istigazione alla corruzione, il giorno antecedente la data fissata per la trattazione dell’udienza di decisione, presentava per il tramite del proprio difensore di fiducia, una richiesta di rinvio via PEC per legittimo impedimento a comparire perché ricovero in ospedale.

Sebbene la comunicazione fosse giunta al giudice competente, il processo veniva ugualmente trattato senza disporre rinvio.

L’imputato decideva così di ricorrere per Cassazione, denunciando l’illegittimità della decisione dei giudici di secondo grado che avevano deciso di procedere con la trattazione dell’udienza, nonostante l’impedimento che egli aveva presentato a comparire.

Come noto, per consolidato orientamento giurisprudenziale, alle parti private nel processo penale non è consentito effettuare comunicazioni, notificazione ed istanze mediante l’utilizzo di posta elettronica certificata. (Cass. Sez. IV, n. 21056/2018; Sez. II, n. 31341/2017; Sez. II, n. 6320/2017).

La questione, allora deve essere valutata dopo aver deciso se, e a quali condizioni, la comunicazione mediante PEC, di una situazione di assoluta impossibilità di comparire dell’imputato per caso fortuito, forza maggiore o altro legittimo impedimento possa essere presa in considerazione dal giudice ai fini dell’eventuale rinvio dell’udienza.

A tale domanda, la Cassazione, con la sentenza in commento (Corte Cass. sent. n. 54477/2018) ha risposto favorevolmente affermando che “il giudice, ove abbia notizia documentata di una situazione di assoluta impossibilità di comparire, anche se ricevuta mediante pec, deve espressamente esaminare la circostanza, eventualmente compiendo opportuni accertamenti”.

Tale assunto trova conforto nella previsione normativa contenuta nell’art. 420-ter, comma 1, c.p., laddove stabilisce che alla rilevabilità del legittimo impedimento dell’imputato provvede il giudice “anche d’ufficio” e, quindi anche indipendentemente da una istanza, comunicazione o notificazione.

Identica soluzione è stata adottata anche dalla giurisprudenza di legittimità, che più volte, ha affermato il seguente principio di diritto: “per espressa previsione dell’art. 420-ter commi 1, 2 e 5 c.p.p, il giudice è tenuto -anche d’ufficio – a prendere atto dell’esistenza di un legittimo impedimento a comparire dell’imputato o del difensore, quando gli risulti, in qualsiasi modo, o comunque appaia probabile, che l’assenza sia dovuta ad assoluta impossibilità di comparire per caso fortuito, forza maggiore o altro legittimo impedimento” .

E aggiunge che “se l’istanza in oggetto – pur irricevibile, fosse stata portata a conoscenza della Corte d’appello tempestivamente, ovvero prima della celebrazione dell’udienza de qua, sarebbe stato comunque necessario valutarla” (Sez. II, n. 31314/2017).

Ebbene, nel caso in esame deve ritenersi illegittimo il comportamento dell’organo giudicante (con conseguente illegittimità della decisione impugnata) che pur consapevole della giusta causa di impedimento dell’imputato a partecipare all’udienza, abbia deciso di proseguire nella trattazione della causa.

 

 

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videoriprese

Una sentenza della Cassazione ha fornito precisazioni circa l’utilizzo, nel procedimento penale a carico di un lavoratore, di videoriprese effettuate sul luogo di lavoro.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4367/2018, ha fornito chiarimenti in merito all’utilizzo delle videoriprese sul posto di lavoro e alla possibilità di utilizzarle nell’ambito di un procedimento penale a carico di un dipendente.

Secondo gli Ermellini, i risultati delle videoriprese effettuate sul luogo di lavoro sono utilizzabili in questo frangente. Ciò in quanto le norme dello Statuto dei lavoratori poste a tutela della riservatezza dei dipendenti non vietano i controlli difensivi del patrimonio aziendale. Pertanto, non giustificano l’esistenza di un divieto probatorio.

La vicenda

Nel caso di specie, protagonista era un lavoratore dipendente che era stato accusato del reato di “appropriazione indebita” (art. 646 c.p.). Questo era stato commesso in ambito lavorativo.

Il soggetto era stato condannato sia in primo che in secondo grado. L’uomo aveva quindi deciso di rivolgersi in Cassazione per ottenere l’annullamento della sentenza.

A suo avviso, la condanna doveva considerarsi illegittima. Ciò in quanto il giudice aveva fondato la sua decisione sulle videoriprese della telecamera di sorveglianza. Esse, tuttavia, non erano utilizzabili.

La Corte di Cassazione, però, ha rigettato il ricorso dell’uomo ritenendolo infondato.

Per gli Ermellini, i giudici dei precedenti gradi di giudizio avevano ben evidenziato le ragioni per le quali avevano ritenuto l’imputato responsabile del reato di appropriazione indebita.

I giudici, infatti, avevano valutato in modo corretto le dichiarazioni rese dai testimoni e le “riprese visive effettuate dalla telecamera installata all’interno del luogo di lavoro”.

Non solo. Per la Cassazione, i giudici avevano giustamente ritenuto “utilizzabili i risultati delle videoriprese effettuate con la telecamera installata all’interno del luogo di lavoro”. E questo dal momento che le norme dello Statuto dei lavoratori poste a tutela della riservatezza dei dipendenti non vietano i c.d. “controlli difensivi del patrimonio aziendale e non giustificano pertanto l’esistenza di un divieto probatorio”.

Pertanto, la Cassazione ha deciso di rigettare il ricorso del lavoratore imputato, confermando la sentenza impugnata.

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aggressioni ai professionisti sanitari

Si riduce nell’ambito del processo penale, la legittimazione all’impugnazione di merito. L’obiettivo è la semplificazione delle cause

Il Consiglio dei Ministri, nella mattinata di ieri, ha dato il via libera al decreto legislativo che modifica la disciplina di giudizi di impugnazione. Si tratta di uno dei decreti attuativi previsti dalla Legge 103/2017, recante “modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario”. Un altro tassello nel compimento della riforma del processo penale voluta dal Ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

L’intervento normativo, fanno sapere da Palazzo Chigi, s’inserisce nel più ampio programma sotteso alla riforma, volto alla semplificazione e velocizzazione dei processi. L’obiettivo è quello di garantire l’attuazione del principio della ragionevole durata del processo, nonché la deflazione del carico giudiziario. Il tutto mediante la semplificazione dei procedimenti di appello e di cassazione.

In tale ottica, i principi di delega orientano alla modifica del procedimento davanti al giudice di pace, nonché all’individuazione degli uffici del Pm legittimati a proporre appello. Tra le finalità rientrano poi la riduzione dei casi di appello e la limitazione dell’appello incidentale al solo imputato.

Il decreto, più specificamente, interviene sul sistema delle impugnazioni, limitando i poteri di appello sia del pubblico ministero che dell’imputato.

L’intento è quello di circoscrivere il potere d’impugnazione nei limiti in cui le pretese delle parti risultino soddisfatte.

In questa prospettiva, si riduce la legittimazione all’impugnazione di merito. Al pubblico ministero è precluso l’appello delle sentenze di condanna, ossia delle sentenze che hanno riconosciuto la fondatezza della pretesa punitiva. Vi sono alcune eccezioni quali il caso sentenza di condanna che modifica il titolo del reato o che esclude l’esistenza di aggravanti ad effetto speciale.

All’imputato, specularmente, è precluso l’appello delle sentenze di proscioglimento pronunciate con le più ampie formule liberatorie (il fatto non sussiste, l’imputato non lo ha commesso).

 

 

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In caso di condanna il giudice può disporre il risarcimento del danno a favore della parte offesa agendo in tre diversi modi

Nell’ambito di un processo penale, il soggetto costituitosi parte civile può vedersi riconosciuto, in caso di condanna dell’imputato, il risarcimento del danno subito. In tal caso il giudice può agire con tre diverse modalità: liquidare integralmente il danno, disporre il pagamento di una provvisionale o condannare genericamente al risarcimento senza la sua quantificazione.

Per la parte offesa la decisione più conveniente è la liquidazione integrale del danno: in tal caso, infatti, la vittima potrà notificare al condannato la sentenza e l’atto di precetto, intimandogli così il pagamento della cifra dovuta e compiendo, in tal modo, le prima mossa necessaria per procedere all’esecuzione forzata in caso di inadempimento; tale misura, prima della quale è sempre consigliabile  un’indagine preliminare sui beni che possono essere eventualmente aggrediti, è tuttavia subordinata all’irrevocabilità della sentenza. Ciò vuol dire che, salvo espressa disposizione di esecutività provvisoria, non può essere applicata in caso di impugnazione entro i termini previsti.

Il precetto può essere notificato, assieme alla sentenza, anche nell’ipotesi in cui il giudice abbia disposto il pagamento di una provvisionale; la provvisionale, a differenza della liquidazione integrale, è sempre immediatamente esecutiva. Nel caso in cui la vittima non ritenga la cifra soddisfacente  e confacente ai propri interessi dovrà avviare autonomamente un procedimento civile per far accertare il danno residuo. Il processo civile, infine, rappresenta l’unica strada percorribile in caso di una sentenza di condanna generica al risarcimento del danno da parte dell’imputato, senza che il giudice, per mancanza di prove sufficienti, abbia disposto l’ammontare della somma da liquidare.

 

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