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processo penale

sospensione prescrizione

Ai sensi dell’art. 159 c.p. il corso della prescrizione rimane sospeso in ogni caso in cui la sospensione del procedimento o del processo è imposta da una particolare disposizione di legge, oltre che nei casi espressamente indicati nel medesimo articolo

In particolar modo, il comma 3 contempla l’ipotesi della sospensione del procedimento o del processo penale per ragioni di impedimento delle parti e dei difensori ovvero su richiesta dell’imputato o del suo difensore. E, in caso di sospensione del processo per impedimento delle parti o dei difensori, l’udienza non può essere differita oltre il sessantesimo giorno successivo alla prevedibile cessazione dell’impedimento, dovendosi avere riguardo in caso contrario al tempo dell’impedimento aumentato di sessanta giorni.

La vicenda

In primo grado il Tribunale di Oristano aveva pronunciato sentenza di condanna a carico di un imputato, ritenuto responsabile di alcuni reati urbanistici.

Nel 2017 giungeva la conferma anche in appello, contro la quale la difesa presentava ricorso per Cassazione.

Calcolo del termine di prescrizione: errore o esatta applicazione della legge?

Con un primo motivo, il difensore dell’imputato denunciava la violazione dell’art. 159 c.p., per l’erroneo calcolo del termine prescrizionale indicato dalla Corte di Appello all’1.11.2017: il periodo di sospensione era stato determinato in 3 anni e 18 giorni senza tener conto della disposizione di cui all’art.159, 1 comma n.3 c.p. in base al quale, in caso di sospensione del processo per impedimento delle parti o dei difensori, l’udienza non può essere differita oltre al sessantesimo giorno successivo alla prevedibile cessazione dell’impedimento.

Sosteneva pertanto, che i due rinvii disposti a seguito di adesione del difensore alle astensioni proclamate dalla categoria così come il rinvio concesso per concomitante impegno professionale del legale, impegnato in altra udienza, avrebbero consentito di calcolare la sospensione del termine prescrizionale computando soltanto 60 giorni per ognuno di essi, indipendentemente dal maggior tempo intercorso fino alla successiva udienza e che perciò rispetto al calcolo effettuato nella sentenza impugnata vi era un periodo di circa 11 mesi che non doveva essere computato come sospeso, ma come decorrente.

Insomma secondo l’assunto difensivo, al momento della pronuncia della sentenza impugnata il reato era già prescritto.

La pronuncia della Cassazione

Ma per i giudici della Cassazione l’eccezione relativa al calcolo della sospensione del termine prescrizionale, derivante dai rinvii richiesti dalla difesa in adesione all’astensione proclamata dalle associazioni di categoria era manifestamente infondata.

Ed invero, secondo costante insegnamento della giurisprudenza di legittimità il limite di sessanta giorni previsto dall’art. 159, comma primo, n. 3, cod. pen., non si applica nel caso in cui il differimento dell’udienza sia determinato dalla scelta del difensore di aderire alla manifestazione di protesta indetta dalle Camere penali, così come dalle associazioni di categoria, con la conseguenza che, in tal caso, il corso della prescrizione può essere sospeso per il tempo, anche maggiore di sessanta giorni, ritenuto adeguato in relazione alle esigenze organizzative dell’Ufficio procedente.

Dichiarato inammissibile il ricorso, la Cassazione ha altresì condannato l’imputato al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

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OMESSA COMUNICAZIONE DI RINUNCIA AL MANDATO: AVVOCATO SANZIONATO

riprese

Avevano reso delle dichiarazioni come testimoni in un processo penale e successivamente, avevano rilasciato una intervista televisiva, a condizione che fosse mantenuto il loro anonimato; ma dalle riprese era stato possibile identificarli, almeno nella cerchia dei loro conoscenti

La vicenda

Avevano agito in giudizio nei confronti della RAI – Radiotelevisione Italiana S.p.A. al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti, in conseguenza dell’assunta violazione del loro diritto alla privacy, per la avvenuta diffusione di dati sensibili che le riguardavano, nel corso della trasmissione televisiva di un processo penale, ove preso parte come testimoni.

La domanda accolta dal Tribunale di Roma, era stata poi rigettata in Appello.

Era pacifico che le riprese televisive del processo penale nel quale le due ricorrenti avevano reso dichiarazioni, erano state autorizzate dal giudice penale e che le stesse avessero autorizzato la diffusione delle proprie deposizioni, ma ad una condizione: che venisse tutelato il loro diritto all’anonimato e quindi non fossero trasmesse immagini che ne consentissero la loro identificazione, ai sensi dell’art. 147 disp. att. c.p.p..

Ebbene secondo il giudice di primo grado la società televisiva avrebbe dovuto adottare accorgimenti atti a non svelare l’identità personale delle due donne, nell’ottica di un corretto bilanciamento tra il diritto all’informazione e quello alla dignità ed alla riservatezza delle persone coinvolte.

Ciò non era avvenuto dal momento che, la trasmissione delle immagini del processo, per le modalità tecniche con le quali era avvenuta, consentiva l’identificazione delle attrici, quanto meno nella cerchia dei loro conoscenti.

Le riprese erano, infatti, avvenute in campo corto, l’oscuramento dei volti non era stato completo (ma limitato alla sola parte superiore degli stessi) e non era stata operata alcuna alterazione delle voci; inoltre, in occasione di alcuni cambi di inquadratura era risultato possibile intravedere anche il naso e l’occhio di una di esse.

Diverso, l’orientamento del giudice dell’appello, secondo il quale, l’adozione delle più penetranti modalità tecniche suggerite dal giudice di primo grado, era di fatto impraticabile, se non nel senso di vanificare l’intero servizio televisivo.

La pronuncia della Cassazione

Ebbene tale ultima affermazione è stata smentita dalla Cassazione: «E’ evidente – hanno affermato – che oscurare completamente i volti, oppure riprendere le testimoni di spalle o alterare la loro voce, non può in nessun modo influire sulla completezza dell’informazione relativa al contenuto delle loro deposizioni e del processo in generale».

«Per altro verso, tale affermazione è comunque del tutto inconferente rispetto al sillogismo iniziale: se il principio di diritto da applicare è quello per cui la diffusione delle immagini delle deposizioni è lecita solo se attuata con accorgimenti idonei a impedire l’identificazione delle testimoni, risulta incongruo e contraddittorio affermare che, poiché gli accorgimenti tecnici suggeriti dal tribunale avrebbero impedito la “valenza delle riprese”, allora dovevano ritenersi legittimi anche mezzi non idonei ad impedire l’identificazione; in tal modo, infatti, viene contraddetta la stessa premessa da cui si sono prese (o si sarebbero dovute prendere) le mosse».

Per questi motivi la sentenza impugnata è stata cassata con rinvio alla corte d’appello, al fine di verificare, in fatto, se gli accorgimenti tecnici adottati dalla RAI per impedire l’identificazione delle attrici, anche nella ristretta cerchia dei loro conoscenti, sarebbero stati effettivamente idonei a tale scopo (in tal caso rigettando la domanda), ovvero se l’identificazione sarebbe risultata di fatto possibile, a causa della inidoneità allo scopo degli indicati accorgimenti (in tal caso accogliendo la domanda e liquidando il relativo danno).

La redazione giuridica

 

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USO DEI DATI DEL PAZIENTE, I CHIARIMENTI DEL GARANTE DELLA PRIVACY

false informazioni

Era stato citato a giudizio davanti al Tribunale di Brescia per il reato di false informazioni al pubblico ministero rese in un procedimento penale che vedeva altri soggetti imputati, tutti per reati in materia di rifiuti

In occasione della prima udienza, su specifica eccezione del difensore, il Tribunale aveva disposto lo stralcio della sua posizione e quindi, sospeso il procedimento ai sensi dell’art. 371 bis c.p., comma 2, fino alla pronuncia della sentenza di primo grado nei confronti degli altri imputati. L’articolo 371 bis c.p. stabilisce che “Chiunque, nel corso di un procedimento penale, richiesto dal pubblico ministero di fornire informazioni ai fini delle indagini, rende false informazioni ovvero tace, in tutto o in parte, ciò che sa intorno ai fatti sui quali viene sentito, è punito con la reclusione fino a quattro anni”.

E, “Ferma l’immediata procedibilità nel caso di rifiuto di informazioni, il procedimento penale, negli altri casi, resta sospeso fino a quando nel procedimento nel corso del quale sono state assunte le informazioni sia stata pronunciata sentenza di primo grado ovvero il procedimento sia stato anteriormente definito con archiviazione o con sentenza di non luogo a procedere”.

Ma contro tale decisione il difensore dell’imputato aveva proposto ricorso per cassazione sostenendo l’abnormità di tale provvedimento posto che con esso, il giudice avrebbe esercitato un potere spettante al pubblico ministero esercitabile unicamente nella fase delle indagini preliminari, e per di più avrebbe realizzato una irragionevole stasi del procedimento.

Ma per i giudici della Cassazione una simile interpretazione non è condivisibile dal momento che “la ratio della disciplina…. è ravvisabile… nell’esigenza di garantire la libertà morale e di autodeterminazione della persona indagata per il reato di false informazioni da forme di condizionamento psicologico esercitabili dal pubblico ministero nel momento in cui nel procedimento principale l’organo dell’accusa è “processualmente” interessato alla formazione della prova” (Corte costituzionale n. 61/1998).

Il reato di false informazioni al Pubblico Ministero

La norma incriminatrice era, infatti, stata introdotta dal D.L. 8 giugno 1992, n. 306, convertito nella L. 7 agosto 1992, n. 356, per colmare la lacuna della sostanziale impunità di chi rendeva false o reticenti dichiarazioni al PM.

Successivamente, la L. n. 332 del 1995 ha introdotto la regola della sospensione del procedimento (oltre ad una diminuzione del limite di pena tale da impedire l’arresto in flagranza) per la chiara finalità di impedire che la genuinità delle dichiarazioni in fase di indagine potesse essere condizionata dalla soggezione psicologica del soggetto sentito fuori del contraddittorio.

Ebbene, con specifico riferimento al caso in esame, osservano i giudici della Cassazione che, la decisione adottata nel corso del procedimento penale in cui detta dichiarazione ritenuta falsa fu resa “non fa di per sé stato nel procedimento ex art. 371 bis c.p.”; perciò, nel caso del reato in questione, ad esempio, è ben possibile che la sentenza del processo principale, ritenga inattendibile la dichiarazione resa al PM (se utilizzata per le contestazioni o quale prova nel giudizio abbreviato) e che il giudice del processo ex art. 371 bis c.p., ritenga che tale inattendibilità non rappresenti di per sé un’adeguata prova del mendacio.

Così come pure non si esclude che tale sentenza (o archiviazione etc.) non accerti alcunché sull’oggetto della dichiarazione ritenuta falsa”.

È per tali ragioni che il ricorso principale è stato respinto.

La redazione giuridica

 

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INTERCETTAZIONI: QUANDO E’ POSSIBILE UTILIZZARLE IN PROCEDIMENTI DIVERSI

processo

Nell’attuale sistema processuale, la formazione della prova deve avere luogo in dibattimento nel contraddittorio tra le parti

Ciò vuol dire che gli elementi di prova raccolti nella fase investigativa non possono avere ingresso nel processo davanti all’organo giudicante.

Fanno eccezione, gli atti irripetibili e le letture consentite a norma dell’art. 500 c.p.p. per cui “le parti possono servirsi delle dichiarazioni precedentemente rese dal testimone e contenute nel fascicolo del pubblico ministero. Ma tale circostanza può essere esercitata solo se sui fatti o sulle circostanze da contestare il testimone abbia già deposto”.

La vicenda

Nel caso in esame, ad essere contestata era la sentenza di un Tribunale per i minorenni che aveva condannato un minore, autore del reato di furto, grazie ai rilievi fotografici confluiti nel fascicolo del dibattimento, di supporto alle dichiarazioni rese dalla persona offesa.

Ebbene, a detta della difesa la Corte territoriale avrebbe dovuto ritenere i verbali di individuazione fotografica inutilizzabili ai fini delle contestazioni dibattimentali posto che essi non costituiscono atti ex se atti irripetibili, e comunque andava esclusa l’inseribilità ab origine, ex art. 431 c.p.p., degli stessi nel fascicolo per il dibattimento.

L’art. 500 c.p.p. consente infatti, di dare ingresso nel dibattimento ad atti, unilateralmente compiuti dal pubblico ministero o dalla polizia giudiziaria in sede di indagini preliminari, limitatamente alle sole dichiarazioni rese precedentemente dai testimoni. Per l’inverso, l’individuazione fotografica deve servire in via esclusiva per le indagini preliminari.

In sostanza, secondo la difesa del minore, l’art. 500 c.p.p. consentirebbe solo le ipotesi in cui sia possibile un raffronto tra le precedenti dichiarazioni rese dal testimone e quelle dal medesimo rese in dibattimento. Tutto ciò, in osservanza di uno stretto criterio di legalità, onde assicurare il raggiungimento di risultati pienamente attendibili, tramite l’acquisizione delle risultanze anteriori al dibattimento. Di contro, ampliare la sfera consentita da detta disposizione sarebbe improprio e determinerebbe in concreto un aggiramento delle regole processuali.

Ed invero, nel caso in esame, l’intero impianto motivazionale della decisione di condanna era costituito essenzialmente dalle dichiarazioni, rese dalla persona offesa dal reato.

Per la precisione, quest’ultima, nell’immediatezza del fatto aveva riconosciuto l’imputato, sulla scorta dell’album fotografico, ma già precedentemente ne aveva fornito la descrizione agli investigatori, salvo poi in dibattimento, dichiarare la mancanza di ricordi.

Si versava dunque, nell’ipotesi prevista dall’art. 500 c.p.p.

Ma per i giudici della Cassazione le argomentazioni difensive erano infondate.

Secondo la secondo la giurisprudenza di legittimità, in tema di prove, il riconoscimento fotografico da parte di un testimone che, per il tempo trascorso, non abbia serbato memoria diretta delle sembianze della persona da riconoscere può conseguire comunque un risultato di certezza in esito al richiamo, attraverso il meccanismo delle contestazioni, dell’individuazione della persona da riconoscere effettuata senza esitazioni nella fase delle indagini.

In sostanza, le precedenti dichiarazioni e il precedente riconoscimento fotografico erano state legittimamente richiamate in giudizio, con la conseguenza che, tenuto conto della perdita di memoria, riconosciuta dal teste, congiuntamente al ricordo del precedente riconoscimento, reso nell’immediatezza del fatto subito dopo la descrizione dei malviventi, gli atti in questione risultavano pienamente utilizzabili in dibattimento.

La redazione giuridica

 

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COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE NEL PROCESSO PENALE E DANNO RISARCIBILE

reati procedibili a querela

Minaccia grave e reati procedibili a querela. Innovazioni della c.d. Riforma Orlando. Commento della sentenza n° 3520/2019 della Corte di Cassazione

La c.d. Riforma Orlando, avvenuta con il d. lgs. n° 36/2018, ha apportato rilevanti modifiche al codice penale. Le novità hanno riguardato anche la materia dei reati procedibili a querela.

Ebbene, solo per mera chiarezza, occorre precisare a chi legge che i reati si distinguono in due categorie : reati procedibili a querela e reati procedibili di ufficio.

Ferme restando le differenze di tipo sostanziale, l’aspetto peculiare che in questa sede rileva – ad avviso di chi scrive – è il seguente : in presenza di un reato procedibile a querela, il procedimento penale può concludersi bonariamente tra le parti, mediante la remissione di querela da parte della persona offesa e l’accettazione della remissione di querela da parte dell’indagato/imputato.

Per contro, laddove il reato contestato ad una persona risulti procedibile di ufficio, anche in presenza di un eventuale accordo bonario tra le parti, il procedimento seguirà il suo corso.

Fatta questa breve puntualizzazione, analizziamo ora il contenuto della sentenza individuata dal n° 3520/2019.

In particolare, gli Ermellini hanno analizzato il reato di minaccia aggravata, alla luce proprio della c.d. Riforma Orlando.

Infatti, nel caso in esame, innanzitutto il Collegio di Legittimità ha chiarito che alla luce della novella normativa, la minaccia grave, laddove non fosse consumata secondo le forme previste dall’art. 339 c.p., risulta ora procedibile a querela.

Pertanto, trattandosi di una innovazione del diritto sostanziale, la sua applicabilità è immediata.

Dunque, nella fattispecie de qua, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio una precedente pronuncia, affermando che l’azione penale non potesse essere proseguita, per difetto di querela, precisando altresì che nel caso di specie le persone offese, sarebbero dovute essere state informate della prospettiva di formalizzare l’istanza punitiva.

Peraltro, la Corte di Cassazione evidenziava che nel caso di specie la carenza di tale passaggio normativo risulta superata dalla circostanza della intervenuta prescrizione del reato contestato all’imputato.

Pertanto, la sentenza andava annullata senza rinvio, attesa l’intervenuta prescrizione dell’addebito contestato in rubrica all’imputato.

Avv. Aldo Antonio Montella

(Foro di Napoli)

 

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CUSTODIA CAUTELARE IN CARCERE PER AVER MINACCIATO SUI SOCIAL MOGLIE E FIGLIA

pena

La pena applicata per il reato prescritto è in sé legale, mentre illegale è l’effetto dell’errato preliminare accertamento che attiene all’insussistenza di cause di proscioglimento

Il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Benevento, all’esito del procedimento penale celebrato col rito del patteggiamento, aveva applicato a carico dell’imputato la pena concordata dalle parti di ventidue mesi di reclusione ed Euro 3.800,00 di multa.

Ma quest’ultimo proponeva, a mezzo del proprio difensore di fiducia, ricorso per cassazione, stante la mancata applicazione dell’art. 129 cod. proc. pen. (obbligo della immediata declaratoria di determinate cause di non punibilità), in relazione a uno dei delitti oggetto di imputazione, relativamente al quale era maturato il termine di prescrizione in data anteriore alla pronuncia della sentenza.

Si può parlare in questo caso di illegalità della pena, posto che la stessa era stata determinata per effetto della continuazione con gli altri delitti, sebbene uno di questi fosse già prescritto?

È questo il tema dell’impugnazione presentata dinanzi alla Corte di legittimità.

Ma per i giudici della Cassazione il ricorso è inammissibile.

Si ricorda che contro le sentenze emesse ai sensi dell’art. 444 c.p.p., il ricorso per cassazione può essere proposto per i soli motivi elencati dall’art. 448, comma 2-bis tra cui vi rientra quello attinente all’illegalità della pena.

L’articolo 448 è stato modificato a seguito dell’entrata in vigore, dal 3 agosto 2017, della L. 23 giugno 2017, n. 103, art. 1, comma 50, il quale impone di valutare se il mancato rilievo della prescrizione già maturata in sede di applicazione della pena ex art. 444 cod. proc. Pen, si risolva o meno in un vizio di legittimità che investe la legalità della pena.

Ciò si verifica nel caso in cui quest’ultima sia stata determinata sulla base di un accordo che include il computo della pena per un reato già prescritto.

La riforma dell’art. 448 bis c.p.p.

Prima della riforma, l’omesso controllo della insussistenza di cause di proscioglimento a norma dell’art. 129 cod. proc. pen. ed il conseguente erroneo esercizio del relativo potere integrava, per pacifica acquisizione giurisprudenziale, vizio di legittimità deducibile in cassazione.

Vigeva, infatti, l’orientamento affermato dalle Sezioni Unite (Sez. U, n. 5 del 28/05/1997) secondo cui “il paradigma procedimentale che regola la cognizione del giudice investito da una richiesta di applicazione della pena concordata tra le parti, assegna priorità alla verifica dell’insussistenza delle cause di non punibilità previste dall’art. 129 cod. proc. pen., da compiersi aliunde, e precisamente sulla base degli atti del fascicolo del pubblico ministero. Soltanto in caso di negativa delibazione il giudice può procedere alla valutazione degli altri profili di accoglibilità dell’accordo, relativi alla correttezza della qualificazione giuridica, dell’applicazione e comparazione delle circostanze, ed alla congruità della pena concordata“.

Tale principio è tuttora valido, non essendo stata modificata la disciplina del patteggiamento.

Perciò si deve ritenere che il giudice adito è tenuto a rilevare in via preliminare la sussistenza di eventuali cause di proscioglimento di cui all’art. 129 cod. proc. pen., tra cui rientra sicuramente anche la intervenuta prescrizione del reato, ove non rinunciata espressamente dall’imputato ai sensi dell’art. 157 c.p., comma 7.

Su quest’ultimo punto vale la pena ricordare che per la validità della rinuncia alla prescrizione è necessaria la forma espressa. Al contrario si esclude la possibilità di ravvisare, nella richiesta o nel consenso espresso dall’imputato all’applicazione della pena, una forma legale di rinuncia espressa alla prescrizione maturata.

L’illegalità della pena

Ci si può allora domandare: quando ricorre l’illegalità della pena? E ancora, la pena che tiene conto di un reato già prescritto può considerarsi illegale?

Secondo il consolidato orientamento di legittimità, l’illegalità della pena ricorre solo quando essa non è conforme a quella stabilita in astratto dalla norma penale (ad es. superiore al massimo o inferiore al minimo edittale; pena relativa ad un reato depenalizzato, per abolitio criminis o per effetto della dichiarazione di incostituzionalità della norma penale, anche se relativa al solo trattamento sanzionatorio), mentre nel caso di specie la pena è pur sempre conforme alla legge perché il vizio di legge non la riguarda direttamente ma investe, piuttosto, un accertamento preliminare, quello cioè del proscioglimento ex art. 129 c.p.p. che andava disposto per uno dei reati patteggiati, perché estinto per prescrizione.

La pena applicata per il reato prescritto è in sé legale, mentre illegale è l’effetto dell’errato preliminare accertamento del presupposto sostanziale che attiene all’insussistenza di cause di proscioglimento, la cui errata o omessa valutazione si ripercuote, per l’appunto, sulla sua determinazione.

Si tratta pertanto di un vizio che non può integrare un motivo ammissibile di ricorso per cassazione perché non riconducibile ai motivi tassativamente previsti dall’art. 448 c.p.p., comma 2 bis.

Il principio è stato anche ribadito in una recente sentenza della Cassazione, pronunciata con riguardo a un ricorso per cassazione proposto contro una sentenza di patteggiamento in tema di recidiva; ebbene in quell’occasione si è detto che per pena illegale deve intendersi solo quella che costituisca il risultato finale delle operazioni intermedie con cui viene determinata e, in sé e rispetto ai passaggi intermedi ritenuti dalla decisione contingente, fuoriesca dall’”ambito dello schema legale” (Sez.6, n. 25273 del 23/05/2018, Zidane, Rv. 273392).

Una diversa e più estensiva interpretazione di illegalità della pena non potrebbe essere accolta perché sarebbe in contrasto con il principio di tassatività relativo ai motivi per i quali è consentito il ricorso per cassazione stabiliti dalla legge penale.

La decisione e il principio di diritto

In conclusione, per i giudici del Supremo collegio, ove la prescrizione non sia stata eccepita in sede di accordo delle parti e neppure sia stata rilevata di ufficio, la pena concordata non può essere considerata pena illegale perché conforme all’accordo delle parti, rispondente alla volontà dell’imputato ed alla pena prevista dalla legge in relazione alla corretta qualificazione giuridica del fatto.

Viene così affermato il seguente principio di diritto: il mancato rilievo della prescrizione già maturata non investe la legalità della pena, perché la pena, determinata sulla base di un accordo che includa il computo anche della frazione di pena disposta per un reato prescritto tra quelli considerati unitariamente ai fini dell’aumento per la continuazione, è comunque conforme alla volontà delle parti ed alla pena prevista dalla legge penale, poiché il vizio di legge non investe la pena ma un diverso presupposto dell’accordo negoziale ratificato dalla sentenza. A tale affermazione di principio consegue che la prescrizione del reato nel patteggiamento, non potendo essere dedotta come motivo valido di impugnazione diversamente da quanto previsto per la sentenza di condanna, quandanche la sentenza fosse stata emessa dopo che sia maturato il termine di prescrizione, neppure può essere rilevata di ufficio in difetto dell’instaurazione di un valido rapporto impugnatorio.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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MOLESTIE SULLE PAZIENTI, NEGATO IL PATTEGGIAMENTO A MEDICO ESTETICO

Comandante dei vigili

È errato affermare che la querela sporta da un pubblico ufficiale, nel caso di specie un comandante dei vigili urbani, non necessiti di autenticazione

Il fatto

Il comandante dei vigili urbani aveva sporto una denuncia per diffamazione, ma secondo il Giudice di Pace non doveva procedersi nei confronti dell’imputato per difetto di querela.

Non era dello stesso avviso il Pubblico Ministero che, a tal proposito presentava ricorso in appello affermando che la querela era stata, invece, validamente presentata.

La persona offesa l’aveva inviata a mezzo posta alla Procura della Repubblica su carta intesta del Comune di residenza – “Comando Polizia Municipale”, dopo essere stata validamente protocollata.

Inoltre, nella nota di trasmissione protocollata risultava scritto “si trasmette copia originale della denuncia-querela a firma dello scrivente a carico (dell’indagato), ivi generalizzato ed in calce alla nota medesima vi era scritto testualmente:” Il comandante della P.M. Cap. e la sua firma“.

Per il pubblico accusatore, dunque, la querela era stata correttamente trasmessa dal querelante e non vi erano, certo, dubbi in ordine alla sua identificazione.

Ma i giudici della Cassazione non sono d’accordo.

La disciplina applicabile al caso in esame rientra nella previsione di cui all’art.337 c.p.p. (e dall’art. 39 disp. att. c.p.p.). La norma stabilisce che, ove la querela sia spedita per posta con piego raccomandato, la sottoscrizione deve essere autenticata.

Ma né dalla ricostruzione della sentenza impugnata né dal ricorso risultava che la sottoscrizione del comandante dei vigili fosse stata autenticata da un terzo pubblico ufficiale, riconducibile ad uno dei soggetti indicati dall’art. 39 disp. att. c.p.p.

Ha sbagliato dunque il Pubblico Ministero a sostenere che la querela di cui al presente procedimento non necessitasse dell’autenticazione in quanto sporta da un pubblico ufficiale (il comandante dei vigili urbani), atteso che non vi è alcuna norma che legittimi un soggetto, pur pubblico ufficiale, all’autenticazione della propria firma ove agisca, come nel caso di specie, come privato cittadino (vedi sul punto sez. 5, n. 9004 del 05/10/2005).

Ricorso, perciò, respinto!

La redazione giuridica

 

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CONTINUI INSULTI ALLA MOGLIE: NESSUN VALORE ALLA REMISSIONE DELLA QUERELA

alterazione dello stato di nascita

Non vi è delitto di alterazione dello stato di nascita del figlio, se vi è stata sentenza del giudice civile che abbia rigettato in via definitiva il disconoscimento della paternità sul minore

Secondo l’accusa la donna, imputata del reato di alterazione dello stato di nascita del figlio appena nato, aveva falsamente attestato nell’atto di nascita depositato presso il comune di Roma, la paternità del figlio, indicando quale genitore il coniuge che nel frattempo aveva revocato il consenso all’inseminazione artificiale eterologa.

In primo grado la donna veniva assolta, ma in secondo grado l’esito del processo veniva ribaltato. I giudici dell’appello la condannavano, infatti, alla pena di legge per il reato a lei ascritto.

Il ricorso per Cassazione

La difesa denunciava dinanzi ai giudici della Cassazione il grave errore in cui sarebbero incorso i giudici della corte territoriale per aver omesso di considerare un fatto decisivo ai fini del giudizio.

Ed infatti, parallelamente al giudizio penale, si era svolto il giudizio civile di disconoscimento della paternità. Quest’ultimo si era concluso col definitivo rigetto della domanda di disconoscimento della paternità del minore, presentata dal coniuge.

Perché allora non era stato sospeso il giudizio penale in attesa della definizione del parallelo processo civile?

Non è forse vero che in base all’art. 3 cod. proc. pen. le decisioni in materia di stato di famiglia sono da intendersi come pregiudiziali, potendo perciò il giudice penale sospendere il processo fino al passaggio in giudicato della sentenza civile che definisce detta questione?

Ebbene, i giudici della Cassazione accolgono il ricorso perché fondato e annullano la sentenza impugnata senza rinvio perché il fatto non sussiste.

Il quadro normativo

Prima dell’intervento della Corte Costituzionale (sentenza n. 162 del 2014), la L. n. 40 del 2004 vietava l’inseminazione eterologa, pur disciplinandone gli effetti nell’esclusivo interesse del nato.

Nella specie, l’art. 6 disciplina il consenso del coniuge e del partner, precisando che il consenso può essere revocato sino al momento della fecondazione dell’ovulo, mentre l’art. 9 prevede che, in caso di inseminazione eterologa, il consenso del coniuge o del partner è ricavabile anche da atti concludenti ed a questi è preclusa l’azione di disconoscimento di paternità.

Con la sentenza citata (n. 162 del 2014) la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale il divieto di fecondazione eterologa in caso di sterilità o infertilità assoluta ed irreversibile (come nel caso di specie), ma ha ribadito la validità e conformità costituzionale della disciplina del consenso anche per detta ipotesi, sostanzialmente parificando la disciplina della fecondazione assistita.

Ne discende che anche per la fecondazione eterologa rimane fermo il limite temporale, fissato dall’art. 6 cit., quale termine ultimo per la revoca del consenso, e un’interpretazione diversa si porrebbe in contrato con la tutela costituzionale degli embrioni, più volte affermata dalla Corte Costituzionale, che ha ritenuto rispondente alla tutela del nato la mancata attribuzione dell’azione di disconoscimento della paternità al marito, che ha prestato il consenso alla fecondazione eterologa.

Nel caso in esame era accaduto che dopo l’inziale consenso espresso da entrambi i coniugi, in sede di stipula del contratto con la struttura sanitaria per l’inseminazione eterologa, l’uomo aveva cambiato idea revocando il proprio consenso.

Ma alla data in cui quest’ultimo comunicava il suo nuovo convincimento, il trattamento embrionale era stato già avviato e il giorno successivo l’ovulo fecondato fu impiantato nell’utero della moglie.

E allora, non essendovi altra prova in ordine al fatto che la revoca del consenso fosse intervenuta prima della preparazione dell’embrione o della fecondazione dell’ovulo, destinato all’impianto, la domanda di disconoscimento della paternità non poteva che essere respinta.

L’efficacia della sentenza di disconoscimento nel processo penale

A tale statuizione – affermano i giudici della Corte – deve essere inevitabilmente riconosciuta influenza nel processo penale, in quanto esclude che sia stata falsamente dichiarata nell’atto di nascita la paternità del coniuge della imputata, riconosciuto padre di diritto del nato, sebbene pacificamente non ne sia il padre biologico.
A tale conclusione era già pervenuto il Tribunale, in veste di giudice penale di primo grado, ritenendo che, a seguito della pronuncia della Corte Costituzionale citata con efficacia invalidante ex tunc del divieto di procreazione medicalmente assistita eterologa, la qualità di genitore prescinde dalla diretta discendenza e dal rapporto biologico, in quanto il nato da fecondazione eterologa acquisisce, ai sensi della L. n. 40 del 2004, art. 8, lo status di figlio, nato durante il matrimonio: pertanto, la dichiarazione della ricorrente della paternità del minore non integra un’alterazione di stato né una falsa attestazione in atti dello stato civile, essendo egli il genitore del figlio nato durante il matrimonio da indicare nell’atto e nella dichiarazione di nascita.

La sentenza impugnata è stata perciò, annullata con vittoria della madre del bambino, assolta dal reato a lei ascritto.

La redazione giuridica

 

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TEST DEL DNA ERRATO NEL RICONOSCIMENTO DI PATERNITA’, MINORE RISARCITO

giudicato penale

La Corte di Cassazione, sez. III Civile, con l’ordinanza depositata l’11 dicembre 2018, n. 31947, Presidente Vivaldi – Relatore Cigna, si è occupata dei riflessi del giudicato penale sul processo civile

Nel vigente codice di procedura penale il rapporto tra il processo civile e quello penale si configura in termini di completa autonomia e separazione, salvi i casi di cui agli artt. 75 co. 3 c.p.p e 211 delle disp. att. c.p.p. in materia di giudicato penale.

Il terzo comma dell’art. 75 c.p.p. prevede la prima eccezione alla regola, disponendo che: il giudizio civile di danno debba essere sospeso soltanto allorché l’azione sia stata proposta in sede civile dopo la sentenza penale in primo grado o dopo la precedente costituzione di parte civile nel processo penale, salve ovviamente le eventuali eccezioni previste dalla legge.

Ed infatti, unicamente in tali casi si verifica una concreta interferenza del giudicato penale nel giudizio civile di danno, che, quindi, non può pervenire anticipatamente ad un esito potenzialmente diverso rispetto a quello penale per ciò che attiene la sussistenza di uno o più dei comuni presupposti di fatto.

Inoltre, il dettato dell’art. 211 delle disp. att. c.p.p. prevede che il processo civile può essere sospeso fino alla definizione del processo penale se questo può dare luogo a una sentenza che abbia efficacia di giudicato nell’altro processo e se è già stata esercitata l’azione penale.

I fatti di causa

Gli eredi di M.F., rispettivamente madre e fratello, hanno convenuto in giudizio dinanzi al Tribunale di Ravenna R.U. e la Fondiaria-SAI SpA, rispettivamente quale proprietario-conducente dell’autovettura Opel Citroen C5 tg (…) e quale impresa designata per la Regione Emilia Romagna del Fondo di Garanzia per le Vittime della Strada L. n. 990 del 1969, ex art. 19, lett. b), ratione temporis applicabile, al fine di sentirli condannare al risarcimento dei danni subiti in conseguenza delle lesioni e del conseguente decesso del proprio congiunto, avvenuto in esito a sinistro stradale.

A seguito di disposta integrazione del contradditorio si costituirono M.G. , T.V. , T.C. e T.C. , quali eredi di T.E., conducente di altra auto (Honda Civic) coinvolta nello stesso incidente, deceduto per cause indipendenti dallo stesso, i quali chiesero il risarcimento dei danni per le lesioni subite dal congiunto in conseguenza del sinistro.

Si costituirono, inoltre, la moglie del defunto M.F., M.M., figlia, e S.C.D., quale esercente la potestà genitoriale sul minore M.L., figlio, e chiesero anch’essi il risarcimento dei danni subiti in conseguenza del decesso di M.F..

La Assicurazioni ha eccepito il proprio difetto di legittimazione passiva per mancanza di copertura assicurativa del R. al momento dell’incidente, atteso che quest’ultimo aveva effettuato il pagamento del rateo dopo la scadenza e senza informare la Compagnia del sinistro in cui era stato coinvolto.
Il Tribunale, previa dichiarazione di esclusiva responsabilità del R. nella causazione dell’incidente in questione, lo condanna, in solido con la Fondiaria-SAI SpA, al pagamento, a titolo di risarcimento danni, della somma di Euro 300.000,00 per ciascuno in favore di R.G. , M.M. e M.L. e della somma di Euro 150.000,00 in favore di M.R..

La Corte d’Appello di Bologna ha ribadito l’esclusiva responsabilità del R. e, accertata la mala gestio impropria di Fondiaria SAI, ha determinato il credito residuo, condannando in solido R.U. ed Unipol Sai al pagamento dei relativi importi ed accogliendo la domanda di regresso della seconda nei confronti del primo. Avverso detta sentenza Unipolsai Assicurazioni SpA propone ricorso per Cassazione, affidato a due motivi.

Resistono con controricorso R.G. e M.M. , M.M. , M.L. , M.G. , T.V. , T.C. e T.C. , quali eredi di T.E. , e Sara Assicurazioni.

Motivi della decisione

Con il primo motivo la ricorrente UnipolSai lamenta che la Corte d’Appello non abbia considerato che, come previsto dall’art. 651 cpp, la sentenza penale irrevocabile di condanna ha efficacia di giudicato, ed è quindi vincolante nel processo civile di risarcimento del danno, solo quanto all’accertamento del fatto e della sua illiceità ma non con riferimento alle valutazioni ed alle qualificazioni giuridiche attinenti agli effetti civili della pronuncia e con il secondo motivo si duole che la Corte, omettendo di vagliare gli elementi desunti dal giudizio penale, non abbia tenuto conto del particolare valore probatorio, facente fede sino a querela di falso, del contenuto dei rilievi eseguiti dai CC di Ravenna, che nel relativo verbale avevano dato atto della presenza della copertura assicurativa.

L’effetto vincolante del giudicato penale definitivo

La Suprema Corte ha già avuto più volte modo di ribadire che  “la sentenza del giudice penale che, accertando l’esistenza del reato, abbia altresì pronunciato condanna definitiva dell’imputato al risarcimento dei danni in favore della parte civile, demandandone la liquidazione ad un successivo e separato giudizio, spiega, in sede civile, effetto vincolante in ordine alla “declaratoria iuris” di generica condanna al risarcimento ed alle restituzioni, ferma restando la necessità dell’accertamento, in sede civile, della esistenza e della entità delle conseguenze pregiudizievoli derivate dal fatto individuato come “potenzialmente” dannoso e del nesso di derivazione causale tra questo e i pregiudizi lamentati dai danneggiati” (cfr. Cass. 5560 del 2018; conf. Cass. 18352/2014).

Da tanto discende che l’accertamento fattuale, relativo alla mancata copertura assicurativa, compiuto nel processo penale, in cui ha partecipato quale responsabile civile anche la Unipolsai, conclusosi con l’affermazione della penale responsabilità dell’imputato e la condanna dello stesso, in solido con la responsabile civile, al risarcimento dei danni in favore delle costituite parti civili, non può non fare stato nei confronti della detta responsabile civile, trattandosi di accertamento in fatto che ha costituito il presupposto stesso della condanna generica della Fondiaria, quale impresa designata, al risarcimento dei danni.

Sulla base delle su esposte considerazioni la Corte ha rigettato il ricorso principale e quello incidentale.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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legittimo impedimento

Il giudice, ove abbia notizia documentata di una situazione di legittimo impedimento a comparire dell’imputato, anche se ricevuta mediante PEC, deve espressamente esaminare la circostanza, eventualmente compiendo opportuni accertamenti

Accusato per il delitto di istigazione alla corruzione, il giorno antecedente la data fissata per la trattazione dell’udienza di decisione, presentava per il tramite del proprio difensore di fiducia, una richiesta di rinvio via PEC per legittimo impedimento a comparire perché ricovero in ospedale.

Sebbene la comunicazione fosse giunta al giudice competente, il processo veniva ugualmente trattato senza disporre rinvio.

L’imputato decideva così di ricorrere per Cassazione, denunciando l’illegittimità della decisione dei giudici di secondo grado che avevano deciso di procedere con la trattazione dell’udienza, nonostante l’impedimento che egli aveva presentato a comparire.

Come noto, per consolidato orientamento giurisprudenziale, alle parti private nel processo penale non è consentito effettuare comunicazioni, notificazione ed istanze mediante l’utilizzo di posta elettronica certificata. (Cass. Sez. IV, n. 21056/2018; Sez. II, n. 31341/2017; Sez. II, n. 6320/2017).

La questione, allora deve essere valutata dopo aver deciso se, e a quali condizioni, la comunicazione mediante PEC, di una situazione di assoluta impossibilità di comparire dell’imputato per caso fortuito, forza maggiore o altro legittimo impedimento possa essere presa in considerazione dal giudice ai fini dell’eventuale rinvio dell’udienza.

A tale domanda, la Cassazione, con la sentenza in commento (Corte Cass. sent. n. 54477/2018) ha risposto favorevolmente affermando che “il giudice, ove abbia notizia documentata di una situazione di assoluta impossibilità di comparire, anche se ricevuta mediante pec, deve espressamente esaminare la circostanza, eventualmente compiendo opportuni accertamenti”.

Tale assunto trova conforto nella previsione normativa contenuta nell’art. 420-ter, comma 1, c.p., laddove stabilisce che alla rilevabilità del legittimo impedimento dell’imputato provvede il giudice “anche d’ufficio” e, quindi anche indipendentemente da una istanza, comunicazione o notificazione.

Identica soluzione è stata adottata anche dalla giurisprudenza di legittimità, che più volte, ha affermato il seguente principio di diritto: “per espressa previsione dell’art. 420-ter commi 1, 2 e 5 c.p.p, il giudice è tenuto -anche d’ufficio – a prendere atto dell’esistenza di un legittimo impedimento a comparire dell’imputato o del difensore, quando gli risulti, in qualsiasi modo, o comunque appaia probabile, che l’assenza sia dovuta ad assoluta impossibilità di comparire per caso fortuito, forza maggiore o altro legittimo impedimento” .

E aggiunge che “se l’istanza in oggetto – pur irricevibile, fosse stata portata a conoscenza della Corte d’appello tempestivamente, ovvero prima della celebrazione dell’udienza de qua, sarebbe stato comunque necessario valutarla” (Sez. II, n. 31314/2017).

Ebbene, nel caso in esame deve ritenersi illegittimo il comportamento dell’organo giudicante (con conseguente illegittimità della decisione impugnata) che pur consapevole della giusta causa di impedimento dell’imputato a partecipare all’udienza, abbia deciso di proseguire nella trattazione della causa.

 

 

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