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bimbo di tre anni

Aperta un’inchiesta  per fare chiarezza sul decesso di un bimbo di tre anni, assistito poche ore prima presso l’ospedale di Licata. Al vaglio della magistratura la condotta di un medico del Pronto soccorso e di due camici bianchi del reparto di pediatria

Tre medici in servizio presso il nosocomio di Licata risultano indagati nell’ambito dell’inchiesta sul decesso di un bimbo di tre anni e mezzo, nell’agrigentino. L’ipotesi di reato a loro carico è di omicidio colposo. Lo riferisce il quotidiano La Sicilia.

Secondo quanto ricostruito, il piccolo sarebbe stato visitato, in seguito a un malore, dal medico del poliambulatorio del paese di residenza, Palma di Montechiaro. Su suggerimento del camice bianco sarebbe quindi stato trasportato all’ospedale di Licata. Qui i sanitari del pronto soccorso, dopo aver prestato le cure del caso, ne avrebbero disposto le dimissioni.

Le condizioni del bimbo, tuttavia, nel corso delle ore successive sarebbero peggiorate, tanto da rendere necessaria una nuova corsa in ospedale. Per lui, tuttavia, non ci sarebbe stato nulla da fare.

Sul caso la Procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta mirata a fare chiarezza sulle cause del decesso, nonché su eventuali responsabilità da parte del personale medico. La magistratura ha quindi disposto lo svolgimento dell’esame autoptico, i cui esiti sono attesi entro sessanta giorni, e l’iscrizione nel registro degli indagati di tre sanitari. Si tratterebbe, nello specifico, di un medico del Pronto soccorso e di due professionisti del reparto di pediatria.

Gli avvisi di garanzia, sottolinea la Sicilia, rappresentano un atto dovuto proprio in vista degli accertamenti medico legali che dovranno fare piena luce sulla tragedia.

 

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Il Gip, ritenendo che l’emorragia intestinale potesse essere accertata disponendo opportuni esami strumentali, ha disposto l’imputazione coatta per quattro professionisti  in servizio presso il reparto dio ortopedia dell’ospedale di Agrigento

Avrebbero omesso “gli esami strumentali che avrebbero accertato in tempo utile la presenza di un’emorragia intestinale” e, quindi, “i trattamenti chirurgici e terapeutici”. Il tutto “in violazione delle linee guida specifiche”. Con questa motivazione il Giudice per le indagini preliminari ha disposto l’imputazione coatta per quattro ortopedici in servizio presso il nosocomio di Agrigento.
L’inchiesta era scaturita dalla denuncia dei familiari di un 69enne originario di Porto Empedocle, morto nel giugno del 2016. L’uomo era finito in ospedale dopo essere stato investito da un’automobile. Era stato ricoverato nel reparto di ortopedia in quanto nell’incidente aveva riportato la frattura del femore.

A dieci giorni di distanza, tuttavia, era sopraggiunto il decesso.

Il paziente, come riportano gli organi di stampa locale, presentava problemi di obesità ed era diabetico, oltre a soffrire di una patologia cardiaca. Tuttavia l’esame autoptico rivelò che a causare la morte fu un’ischemia intestinale. Secondo il consulente della Procura i medici  avrebbero sottovalutato “l’anemizzazione del cliente senza ritenere opportuno disporre altri esami strumentali volti ad evidenziare la presenza di eventuali emorragie interne”.
L’infarto intestinale, pertanto, secondo il gip, poteva essere contrastato e risolto con un intervento chirurgico entro le 24 ore. Da qui la decisione di non accogliere del tutto la richiesta di archiviazione della Procura, alla quale si erano opposti i familiari della vittima.
Per altri sei sanitari in servizio al pronto soccorso e al reparto di terapia intensiva, invece, la vicenda giudiziaria si è chiusa nel migliore dei modi.
 
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malformazione

Secondo l’accusa il decesso si sarebbe potuto evitare con una condotta più attenta e meno superficiale da parte dei camici bianchi

Il paziente si poteva salvare con una diagnosi tempestiva. Sono queste le conclusioni della consulenza tecnica disposta dalla Procura di Agrigento in relazione al decesso, nel maggio del 2015, di un paziente presso l’Ospedale San Giovanni di Dio.

L’uomo, 48 anni, una sera dopo cena cominciò ad avvertire forti dolori allo stomaco ma, in un primo momento, non gli diede troppo peso. La mattina seguente, al persistere del malessere si recò al Pronto soccorso dove gli fu prescritto il ricovero presso il reparto di chirurgia per lo svolgimento di alcuni accertamenti. La sera stessa, alzandosi dal letto, accusò un malore. I medici lo sottoposero subito a una Tac addominale  che evidenziò un infarto intestinale in corso. Immediata la corsa in sala operatoria, ma a tre giorni dall’intervento il paziente, trasferito nel frattempo in rianimazione, morì.

I familiari, subito dopo il decesso presentarono un esposto chiedendo di accertare le cause della tragedia e denunciando che, a loro avviso, i medici avrebbero sottovalutato la criticità della situazione e non avrebbero disposto, immediatamente dopo il ricovero, gli accertamenti necessari. La Procura aprì un fascicolo iscrivendo nel registro degli indagati, con l’ipotesi di reato di omicidio colposo, quattro camici bianchi del reparto di chirurgia.

Il magistrato incaricò un esperto di esaminare la condotta del personale sanitario e il protocollo seguito. I medici hanno sempre affermato che fino all’episodio del malore occorso durante il ricovero non si era registrato alcun segno clinico o strumentale che potesse lasciar pensare a un infarto intestinale. Di diverso avviso il perito, il quale ha invece evidenziato che l’infarto intestinale poteva essere diagnosticato e curato in tempo se i sanitari avessero trattato il caso con minore superficialità e senza una ‘condotta astensionistica’.

Alla luce di tali conclusioni la Procura ha avanzato la richiesta di rinvio a giudizio per i camici bianchi; la domanda è stata accolta quasi in  toto da parte Giudice dell’udienza preliminare che, nelle scorse ore, ha disposto il processo per tre dei quattro indagati. Non luogo a procedere, invece, per il quarto medico.

 

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