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La Procura ha aperto un fascicolo contro ignoti per interruzione colposa di gravidanza sul caso di una gestante, alla 34esima settimana di gravidanza, che ha perso la propria bambina

Interruzione colposa di gravidanza. E’ l’ipotesi su la Procura di Bologna ha aperto un un’inchiesta dopo che una donna alla 34esima settimana di gravidanza ha perso la bimba che portava in grembo.
La gestante, come riferisce Bolognatoday, era stata ricoverata in ospedale, al Sant’Orsola, lo scorso 5 aprile per una serie di accertamenti in quanto aveva la pressione molto alta. Dopo sei giorni era stata dimessa; sembrava, infatti, che i valori fossero rientrati nella norma.

La sera stessa, tuttavia, avrebbe cominciato ad accusare dolori fortissimi al basso ventre tanto da richiedere l’intervento del 118. Trasportata d’urgenza al Policlinico è stata ricoverata presso il reparto di Ginecologia.

Dopo i primi accertamenti, i medici avrebbero comunicato al marito che per la nascitura non c’era nulla da fare. La madre sarebbe quindi stata sottoposta a un intervento per l’estrazione del feto, subendo una forte emorragia per il distacco della placenta e rischiando, secondo quanto riportato dal legale della famiglia, anche una compromissione dell’utero. Ora la donna sarebbe in ripresa.
Il compagno e i familiari hanno ritenuto, tuttavia, di sporgere immediatamente querela ai Carabinieri. L’obiettivo è capire se quanto accaduto sia stata una disgrazia, o se vi siano responsabilità da parte di chi ha assistito la donna.
La Procura di Bologna ha quindi aperto un fascicolo sul caso per “interruzione colposa di gravidanza”. L’inchiesta, al momento, è contro ignoti.  La magistratura ha disposto il sequestro delle cartelle cliniche e della salma per gli opportuni accertamenti medico legali.
L’auspicio del legale dei familiari è che venga disposta una consulenza tecnica d’ufficio. La struttura sanitaria, da parte sua, ha fatto  sapere che, essendoci  un’indagine in corso, non intende rilasciare dichiarazioni sulla vicenda.
 
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L’ipotesi di reato, per ora provvisoria, a carico dei camici bianchi, membri della Commissione disciplinare, è di abuso di ufficio in concorso. L’OMCeO: su radiazione Venturi agito secondo le regole previste dalle disposizioni legislative vigenti

La Procura di Bologna ha iscritto nel registro degli indagati nove medici della Commissione disciplinare dell’Ordine dl capoluogo felsineo. Si tratta dei camici bianchi che lo scorso novembre votarono a favore della radiazione dall’Albo dell’assessore alla Sanità dell’Emilia Romagna Sergio Venturi. Un provvedimento dettato dalla decisione dell’assessore di proporre una delibera che consentiva la presenza a bordo delle ambulanze del solo personale infermieristico specializzato, senza medici.
I professionisti, spiega una nota dei carabinieri – “saranno iscritti per l’ipotesi di reato, per ora provvisoria, di abuso d’ufficio in concorso”. Nei prossimi giorni saranno interrogati. Nessun avviso di garanzia, invece, per il presidente dell’Ordine Giancarlo Pizza, che non presenziò alla commissione.
“Non voglio commentare un’indagine in corso – ha commentato all’Ansa Venturi – né tanto meno i suoi sviluppi. Posso solo ribadire ciò che ho già detto: la mia radiazione dall’Ordine dei medici è stata decretata sulla base di un atto della Giunta regionale e della mia attività in quanto assessore, senza che nulla c’entrasse il fatto che sono un medico. Una chiara invasione di campo per ragioni, ne resto convinto, strumentali, visto l’attivismo del presidente dell’Ordine di Bologna che più volte e in maniera chiara si è contrapposto alla Regione per le sue politiche, a partire dall’obbligo vaccinale che per primi abbiamo introdotto in Emilia-Romagna a tutela della salute pubblica”.

Venturi si dice certo “che la verità dei fatti emergerà per quella che è”.

“L’operato disciplinare della Commissione Medica di quest’Ordine è già stato sottoposto al controllo di varie Autorità giudiziarie, dalla Commissione Esercenti le Professioni Sanitarie alla Corte di Cassazione alla Corte Costituzionale, iniziative alle quali si è aggiunta, da ultimo, una ulteriore verifica in sede inquirente che ci si augura promossa al fine di escludere la ricorrenza di rilievi penali nei conflitti di attribuzione già lamentati dalla Regione e dall’iscritto Dott. Venturi. Quest’ultima circostanza – si legge in una nota dell’Ordine – nulla aggiunge o toglie alla convinzione dei Commissari tutti d’aver agito secondo le regole previste dalle disposizioni legislative vigenti e nella piena consapevolezza che qualunque decisione, come qualunque azione – deontologica o giudiziale – possa e debba essere verificata nelle varie forme e nei vari gradi di giudizio ammessi dall’ordinamento”.
“In tale convinzione quest’Ordine ha cercato di prestare la propria piena collaborazione istituzionale all’Autorità inquirente in ogni occasione in cui gli sono stati richiesti elementi conoscitivi e del pari in tale consapevolezza ci si attende che ogni dubbio – anche il più spiacevole – possa essere fugato con il concorso di tutte le citate Autorità investite dei casi e delle vicende prodottesi, continuando in ogni caso ad esercitare con serenità e convinzione quei compiti e quelle funzioni istituzionali conferite sia dal legislativo che dal deontologico, con alcuna presunzione di infallibilità”.
 
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sopravvissuta

I camici bianchi dovranno rispondere di omicidio colposo per il decesso di una neonata, sopravvissuta meno di un’ora dopo aver visto la luce

Tre medici finiranno a processo per il decesso di una neonata, morta poco dopo essere venuta alla luce all’ospedale di Imola. L’ipotesi di reato è omicidio colposo. Il fatto risale al luglio del 2014 quando la mamma, al nono mese di gravidanza, venne sottoposta a un cesareo d’urgenza dopo che i tracciati avevano evidenziato dei problemi. La piccola era sopravvissuta solamente 45 minuti. Secondo l’esame autoptico, le era stata fatale una ipossia acuta.

La successiva inchiesta aperta dalla Procura aveva portato all’iscrizione nel registro degli indagati di sette persone. Nello specifico: il ginecologo chirurgo che effettuò il cesareo, un anestesista rianimatore, un pediatra, un altro ginecologo e tre ostetriche.

Le successive indagini condotte dal pubblico ministero avevano portato all’archiviazione delle posizioni di quattro degli indagati.

Secondo la versione fornita dal papà all’epoca dell’episodio e riportata dal Resto del Carlino, i medici avevano accertato la perdita di liquido amniotico e avevano ricoverato la gestante. La donna era giunta alla 41esima settimana di gravidanza. Dopo un tracciato di due ore e mezza i sanitari avevano tentato di indurre il parto. Erano seguiti altri tracciati. Dopo diverse ore, la rimozione di un bendaggio avrebbe rivelato la presenza di una sostanza verde. Secondo il personale si sarebbe trattato di meconio. A quel punto i dottori avrebbe deciso di praticare il taglio cesareo. Poco dopo la nascita, tuttavia, è sopraggiunto il decesso. La Procura era intervenuta facendo sequestrare le cartelle cliniche dell’ospedale, il bendaggio e la placenta, oltra a disporre l’esame autoptico.

Il processo, come riporta Repubblica, avrà inizio a maggio. I genitori della neonata, entrambi di origini albanesi, sono in attesa di ottenere un risarcimento e non si sono costituiti parte civile.

 

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anziani maltrattati

Sedati con psicofarmaci e barbiturici, gli anziani maltrattati subivano anche insulti e percosse. Emesse quattro ordinanze di custodia cautelare 

Barbiturici e psicofarmaci per sedare gli ospiti di una casa famiglia. Ma anche insulti, schiaffi e sputi ai danni dei poveri anziani maltrattati. Condotte che hanno portato il Gip di Bologna a emettere, su richiesta del Pubblico ministero, quattro ordinanze di custodia cautelare.

I destinatari del provvedimento sono il titolare di una struttura per anziani di San Lazzaro, finito in carcere, oltre alla coordinatrice del centro e a una collaboratrice, poste ai domiciliari. Nel registro degli indagati della Procura figurano poi i nomi di tre dipendenti della struttura e  della compagna del titolare. I reati ipotizzati a loro carico sono, avario titolo: maltrattamenti aggravati da futili motivi ai danni di persone di minor difesa, abuso del rapporto fiduciario, lesioni aggravate.

Sul titolare pende anche l’accusa di esercizio abusivo della professione sanitaria. L’uomo, un ex infermiere, avrebbe cambiato le terapie somministrate ai pazienti dai rispettivi medici. Il tutto anche grazie ai timbri e i ricettari forniti da un medico di base compiacente che gli avrebbe delegato le sue funzioni sanitarie. Il camice bianco, a sua volta indagato, è stato interdetto dall’esercizio della professione.

Le vittime sono sei assistiti di età compresa tra i 60 e i 90 anni, i cui familiari avrebbero pagato rette oscillanti tra i 1500 e i 3000 euro al mese. I parenti non sospettavano nulla.

Nei rari casi in cui avevano segnalato delle stranezze, il titolare li avrebbe giustificati come sintomi di quanto sofferto dai pazienti. Quanto accadeva all’interno della casa famiglia è emerso grazie alle intercettazioni telefoniche: “lo riduci come uno zombie”, “se campa campa, se muore arrivederci”: sarebbero alcune delle frasi carpite dai dialoghi tra il personale della struttura.

A determinare l’intervento dei carabinieri sarebbe stata in particolare una frase riferita alle condizioni di uno degli ospiti: “dice che non fa niente, e se è andato in blocco renale fa finta di niente e fa lui la pipì nel pannolone”. I militari sono quindi intervenuti con la scusa di un controllo di routine e hanno fatto portar via il paziente in questione. L’uomo sarebbe effettivamente andato in blocco renale e ora sarebbe ricoverato in gravi condizioni al Sant’Orsola.

“L’operazione – scrive il Gip – ci ha consentito di salvare la vita a due pazienti. Quello che è emerso dalle indagini è una gestione degli anziani inaccettabile, sicuramente con il contenimento fisico e la somministrazione di benzodiazepine”. Secondo il Procuratore capo di Bologna le posizioni di alcuni indagati potrebbero aggravarsi. Visti i danni psichici e fisici provocati agli anziani maltrattati, potrebbe essere ipotizzato il reato di tortura.

La struttura è stata posta sotto sequestro e affidata alla Ausl. Le perquisizioni hanno portato al ritrovamento anche di alcuni farmaci ospedalieri. Un fatto grave, sottolineano i NAS, perché probabilmente qualcuno ha sottratto i medicinali da un nosocomio per darli alla struttura privata.

 

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Il medico avrebbe tagliato per sbaglio l’arteria polmonare del paziente provocandone uno shock cardiogeno e il conseguente decesso

Si è concluso nei giorni scorsi a Bologna il processo per la morte di un avvocato 72enne, professore di diritto in pensione, deceduto ad agosto del 2011 dopo essere stato sottoposto a biopsia tac guidata in day hospital al policlinico Sant’Orsola.

Nello specifico, il paziente era stato preso in carico dal reparto di pneumologia per un intervento di ‘Biopsia transparietale guidata’, finalizzato a prelevare una massa ritenuta sospetta e preoccupante da sottoporre ad esame. Qualche settimana prima, infatti,  l’uomo, accorgendosi di un piccolo rigonfiamento all’inguine si era recato in Pronto soccorso pensando a un’ernia, ma gli accertamenti eseguiti avevano evidenziato un piccolo nodulo dietro il polmone sinistro.

Nel corso della biopsia lo pneumologo, secondo l’ipotesi dell’accusa, avrebbe tagliato per sbaglio l’arteria polmonare; la lesione e il conseguente travaso di sangue e tamponamento cardiaco avrebbero determinato uno shock cardiogeno che causò la morte dell’uomo.

Sul banco degli imputati, oltre allo pneumologo, era finito, con l’accusa di omicidio colposo, anche un radiologo che tuttavia è stato assolto con la vecchia formula dell’insufficienza di prove.

Lo pneumologo, invece, per il quale l’accusa aveva chiesto la condanna a due anni di reclusione, è stato condannato a 9 mesi, con sospensione condizionale della pena. Il giudice ha anche disposto provvisionali di 25mila euro a favore dei fratelli della vittima, costituitisi parte civile nel corso del processo.

Ai due figli dell’avvocato, alla moglie e a due nipoti  era già stato riconosciuto, in sede civile, un risarcimento per danni patrimoniali, morali e biologici pari a oltre un milione di euro. I periti della Procura avevano infatti riconosciuto la sussistenza di un  rapporto causa-effetto fra la manovra eseguita dal medico, la lesione arteriosa e tra quest’ultima e il decesso. Una lesione che sarebbe stata provocata per negligenza, imperizia, imprudenza, anche perché, secondo i consulenti, il medico scelse il percorso più rischioso per arrivare al nodulo e aspirare la massa, passando a sinistra dello sterno.

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