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Pretendevano una visita cardiologica immediata per il loro congiunto; nuovo episodio di violenza in Pronto soccorso all’ospedale del Mare di Napoli

Nuovo episodio di violenza in Pronto soccorso a Napoli. I parenti di un paziente avrebbero sfogato la loro rabbia con calci e pugni sui locali dell’ospedale del Mare, dove martedì pomeriggio un 44enne, accompagnato da alcuni familiari, è arrivato lamentando un malessere, forse di natura cardiologica.
Dopo i primi accertamenti e l’assegnazione di un codice giallo da parte dei sanitari il giovane era in attesa di essere visitato da uno specialista. Con il passare dei minuti, tuttavia, l’insofferenza dei familiari sarebbe montata fino a esplodere in violenza. Uno di loro avrebbe sfondato una porta scorrevole del presidio sanitario, rompendone anche il vetro.

Gli animi si sarebbero placati solo con l’intervento delle volanti della Polizia che avrebbero identificato e denunciato l’uomo per danneggiamento.

I parenti del paziente avrebbero riferito agli agenti di non aver trovato un cardiologo che potesse fornire immediatamente assistenza al loro congiunto. Tale circostanza sarebbe stata invece smentita dai sanitari dell’ospedale i quali, secondo quanti riporta il Mattino, sostengono che l’uomo pretendesse di essere visitato da uno specifico cardiologo di reparto, già conosciuto. Il giovane è stato comunque assistito e dimesso senza la necessità del ricovero.
“Nessuno Tocchi Ippocrate”, che raccoglie le segnalazioni degli episodi di violenza contro gli operatori sanitari sul territorio partenopeo, sostiene di aver verificato quanto accaduto con i diretti interessati. Da quanto emerso il cardiologo sarebbe stato regolarmente presente in struttura. L’Associazione, dunque, conferma che non vi sarebbe alcuna negligenza da parte della struttura.
L’episodio ha fatto riemergere il problema della sicurezza nelle strutture ospedaliere. Giuseppe Alviti, presidente dell’Associazione nazionale della vigilanza privata, ha raccontato al Mattino che anche l’intervento delle guardie giurate ha contribuito a evitare il peggio, chiedendo però al più preso l’installazione della videosorveglianza.
 
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Secondo le conclusioni del perito incaricato di svolgere l’autopsia, l’uomo, morto poco dopo le dimissioni dal Pronto soccorso, avrebbe avuto un infarto in corso

Presunto caso di malasanità in provincia di Napoli dove un uomo recatosi in Pronto soccorso è morto poco dopo le dimissioni. La vicenda, ricostruita dal quotidiano Cronache di Napoli, risale allo scorso 28 agosto. La vittima, un  57enne residente a Castellamare di Stabia, intorno all’una di notte, si era recata presso il locale ospedale accusando dolori al petto. Dopo circa un’ora, conclusi i primi accertamenti, era stato fatto uscire.
Tornato a casa, tuttavia, aveva continuato a sentirsi male, tanto da tentare di raggiungere nuovamente il nosocomio alla guida della sua auto. Ma prima ancora di riuscire a mettere in moto la vettura era svenuto. Soccorso dal 118, l’uomo era arrivato presso la struttura ospedaliera già in coma. Alle cinque del mattino era sopraggiunto il decesso.

La denuncia dei familiari ha portato all’apertura di un fascicolo presso la Procura di Torre Annunziata.

I magistrati hanno disposto l’autopsia e, nelle scorse, ore, sono state depositate le conclusioni del consulente incaricato di svolgere l’esame necroscopico. Secondo il perito, la vittima, al momento di lasciare l’ospedale in occasione del primo accesso, aveva un infarto in corso. Pertanto, il personale medico non avrebbe dovuto autorizzarne le dimissioni.
Nello specifico – precisa il legale della famiglia attraverso le pagine del quotidiano partenopeo – non sarebbe stato rispettato il protocollo. “Per casi del genere si aspettano tre ore per le dimissioni”. Invece, in questa circostanza, il paziente dopo un’ora era già a casa.
Inoltre, a detta dell’avvocato vi sarebbero delle incongruenze “nella tempistica di trasporto del 118 e la presa in carico del Pronto soccorso”. Da qui l’annuncio dell’avvio di una causa civile nei confronti della struttura sanitaria. Sul fronte penale, invece, al momento risulta iscritto sul registro degli indagati il nome di un solo medico.
 
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Asl

Nel 2013 il Tribunale di Venezia aveva respinto l’azione risarcitoria proposta dai ricorrenti nei confronti dell’ASL, ove era deceduto il proprio congiunto

Gli istanti riferivano che nel maggio del 2009, mentre alla guida della propria auto insieme alla moglie e alla figlia, l’uomo avvertiva un forte “dolore al fianco sinistro”, cosicché decideva di recarsi in pronto soccorso. Ma poco dopo veniva mandato a casa con la prescrizione di un controllo del medico curante e la somministrazione di un antidolorifico, in via intramuscolare.

Nuovamente colto da malore, il paziente si recava alla guardia medica, ma questa volta fu troppo tardi. Dopo qualche tempo senza neppure essere sottoposto all’intervento di defibrillazione per l’assenza di personale sanitario competente, questi moriva.

L’azione penale

I congiunti della vittima decisero perciò, di sporgere denuncia-querela contro ignoti. Ma l’instaurato procedimento penale si concludeva con un provvedimento di archiviazione, che recepiva le conclusioni dal consulente nominato dalla Procura della Repubblica.

Nell’elaborato si leggeva chiaramente che “la grandezza statistica della probabilità che il paziente, giunto nuovamente in pronto soccorso e sottoposto a defibrillazione si sarebbe salvato, da un punto di vista penalistico, non assurge[va] ai richiesti parametri della «ragionevole certezza»” dell’esito salvifico, potendo, nondimeno, “trovare ampia dignità in responsabilità civile, a fronte dell’assunto giuridico del cosiddetto «più probabile che non»“.

L’azione civile

E infatti, i congiunti della vittima decisero di adire il giudice civile, chiedendo che la predetta ASL fosse condannata a risarcire tutti i danni patiti dal loro congiunto, per il fatto del personale operante presso il suddetto Presidio di Guardia Medica.

E il giudice di primo grado accolse la loro istanza, ma l’esito non fu confermato in appello.

Per la corte territoriale la struttura sanitaria non aveva alcuna responsabilità e perciò, la mandò indenne da qualsiasi obbligo risarcitorio.

In particolare, secondo la corte d’appello di Venezia, il giudice di primo grado aveva errato nell’aver attribuito rilevanza causale “al fatto della mancata presenza del medico presso il PS al momento dell’episodio, presumibilmente ischemico, che lo condusse al decesso e, quindi, al fatto del mancato utilizzo tempestivo del defibrillatore”.

Ma in realtà tale omissione, imputata ai sanitari del Presidio di Guardia Medica, “non si era inserita nella serie causale che aveva, poi, condotto all’evento di danno, potendosi configurare al massimo, come una sorta di «occasione mancata», riferita al luogo di soccorso, in collegamento con il mancato utilizzo del defibrillatore”, ovvero una circostanza “priva di efficacia causale o concausale”.

Non vi era infatti, alcun riscontro probatorio circa la presenza di personale di PS pronto ad intervenire immediatamente con il defibrillatore e, soprattutto – aggiungevano i giudici dell’appello –  “non è dato sapere” (essendo “impossibile dirlo”, – – secondo la stessa valutazione fatta dal consulente del Pubblico Ministero in sede penale) se il suo utilizzo “sarebbe stato salvifico”, e ciò anche in ragione del fatto che “il decesso era stato quanto mai improvviso e repentino”.

Il ricorso per Cassazione

Per la cassazione della sentenza agivano in giudizio gli originari istanti, parenti della vittima.

Interessante il primo motivo di ricorso: violazione o falsa applicazione di norme di diritto in relazione agli artt. 1218, 1176, comma 2, e 2697 cod. civ.”, oltre che “del principio della c.d. vicinanza dell’onere della prova, in ambito di responsabilità civile del medico”.

A detta gli istanti, la sentenza impugnata non si sarebbe curata di accertare se la diligenza dei sanitari della Guardia Medica fosse stata provata (come era suo onere) dalla convenuta, così realizzando una prima violazione del principio della vicinanza della prova.

Costoro, infatti, si limitarono, chi a consigliare un controllo del medico curante (eventualmente anche per un’impegnativa di elettrocardiogramma), chi invece a somministrare una terapia con antinfiammatori, senza disporre essi stessi l’elettrocardiogramma, o ulteriori rilievi medici, così mostrando di reputare “non grave né urgente la situazione clinica del paziente”.

Contestavano, inoltre, l’affermazione della Corte veneziana secondo cui “non vi è riscontro probatorio circa la presenza di personale di PS pronto ad intervenire immediatamente con il defibrillatore e, soprattutto, non è dato sapere” se il suo utilizzo “sarebbe stato salvifico”, atteso che l’incertezza sulla sussistenza del nesso causale grava sul presunto danneggiante (struttura/medico) e non sul paziente.

Il doppio ciclo del nesso causale

I giudici della Cassazione, investiti del caso in esame, preliminarmente hanno fatto memoria del principio di diritto secondo il quale, in tema di responsabilità per attività medico-chirurgica si delinea “un duplice ciclo causale, l’uno relativo all’evento dannoso, a monte, l’altro relativo all’impossibilità di adempiere, a valle.

Il primo, quello relativo all’evento dannoso, deve essere provato dal creditore/danneggiato, il secondo, relativo alla possibilità di adempiere, deve essere provato dal debitore/danneggiante. Mentre il creditore deve provare il nesso di causalità fra l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia e la condotta del sanitario (fatto costitutivo del diritto), il debitore deve provare che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile la prestazione (fatto estintivo del diritto)“.

Ne consegue, dunque, che “la causa incognita resta a carico dell’attore relativamente all’evento dannoso, mentre resta a carico del convenuto relativamente alla possibilità di adempiere. Perciò, se, al termine dell’istruttoria, resti incerti la causa del danno o dell’impossibilità di adempiere, le conseguenze sfavorevoli in termini di onere della prova gravano rispettivamente sull’attore o sul convenuto. Il ciclo causale relativo alla possibilità di adempiere acquista rilievo solo ove risulti dimostrato il nesso causale fra evento dannoso e condotta del debitore. Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che l’aggravamento della situazione patologica (o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) è causalmente riconducibile alla condotta dei sanitari sorge per la struttura sanitaria l’onere di provare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dall’attore, è stato determinato da causa non imputabile” (Cass. Sez. 3, sent. n. 18392 del 2017).

L’onere della prova dei ricorrenti

Ebbene, alla luce di tali principi, era chiaro, nel caso in esame, che gli eredi del defunto avrebbero dovuto dimostrare che l’omissione addebitata ai sanitari fosse stata “più probabilmente che non” la causa del decesso, ovvero, che l’intervento omesso (da intendersi, come meglio si dirà più avanti, non nella sola sottoposizione del paziente alla defibrillazione) avrebbe “più probabilmente che non” scongiurato l’evento letale.

Sotto questo profilo, dunque, non coglieva nel segno la loro censura inerente la prova del nesso causale tra evento dannoso e condotta dei sanitari, gravante a loro giudizio, sul danneggiante (struttura/medico) e non anche sul paziente.

Ma allo stesso tempo, anche la sentenza impugnata non aveva fatto buon governo delle norme esistenti in materia di accertamento del nesso causale, avendo operando una “segmentazione” della complessiva condotta omissiva della struttura sanitaria, indicata dagli attori come potenzialmente idonea a cagionare il decesso del loro congiunto.

Per intenderci, la Corte lagunare avrebbe incentrato la propria valutazione esclusivamente sull’ultimo episodio, in cui l’uomo ebbe a rivolgersi ai medici del Presidio della Guardia Medica, limitando la propria indagine alla verifica se, prontamente inviato presso il Pronto Soccorso, sarebbe stato possibile sottoporlo ad un intervento “salvifico”, mediante defibrillazione.

Il giudizio finale avrebbe dovuto, invece, tenere conto di tutta la vicenda sin dal momento in cui il paziente fece il suo primo ingresso in pronto soccorso e successivamente, mandato a casa con la somministrazione di semplice antidolorifico.

La decisione

Errato dunque, è considerare – come, invece, ha fatto la corte di merito – la mancata presenza del personale medico presso la struttura del Pronto Soccorso, come una mera “occasione mancata”, o come circostanza estranea alla “serie causale che ha condotto all’evento di danno”, trattandosi, invece, soltanto dell’ultimo anello di una catena di omissioni che andavano tutte adeguatamente indagate, specie di fronte delle risultanze della consulenza tecnica disposta in sede penale e ritenuta, peraltro, sufficiente dal primo giudice per l’accoglimento della domanda risarcitoria.

Nella relazione tecnica, era infatti, emerso che fossero ipotizzabili, con riferimento alla morte del paziente, profili di responsabilità per il delitto di omicidio colposo, sebbene tali elementi non erano sufficienti a superare il ragionevole dubbio, ma comunque rilevanti civilisticamente, a fronte dell’assunto giuridico del cosiddetto «più probabile che non»”.

E, invero, “in presenza di una situazione in cui risultava quantomeno un principio di prova, offerto dagli attori, in ordine alla ricorrenza del nesso causale tra condotta dei sanitari (e, per essi, della struttura convenuta) e l’evento dannoso, il ricorso ad un simile accertamento tecnico si palesava come necessario, e ciò sulla scorta del principio secondo cui, “in tema di risarcimento del danno, è possibile assegnare alla consulenza tecnica d’ufficio ed alle correlate indagini peritali funzione «percipiente»”, purché a condizione che “essa veda su elementi già allegati dalla parte, ma che soltanto un tecnico sia in grado di accertare, per mezzo delle conoscenze e degli strumenti di cui dispone”, giacché, anche quando la consulenza “può costituire essa stessa fonte oggettiva di prova”, resta pur sempre “necessario che le parti stesse deducano quantomeno i fatti e gli elementi specifici posti a fondamento di tali diritti” (Cass. Sez. 3, sent. 26 novembre 2007, n. 24620).

Per tutti questi motivi, il ricorso è stato nuovamente accolto con rinvio della sentenza impugnata alla Corte di Appello di Venezia, per un nuovo esame di merito, attenendosi ai principi sopra meglio identificati.

La redazione giuridica

 

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catania

Per le organizzazioni la visita del Ministro a Catania “sarebbe stata un passerella di propaganda”. La titolare del dicastero risponde: la propaganda la fa chi si lamenta e basta

“Come ministro vado a rendermi conto di persona delle condizioni degli ospedali non per propaganda ma perché è parte del mio lavoro”. Così il Ministro della Salute, Giulia Grillo, risponde alle accuse mossele da Cgil, Cisl e Uil e Ugl di Catania, attraverso la stampa siciliana. Lo fa postando sul proprio profilo Facebook un articolo del quotidiano online Cataniatoday  che riporta una nota congiunta delle sigle sindacali. In essa si sottolinea come  la visita del Ministro presso il capoluogo di provincia siciliano sia “equiparabile più ad una passeggiata di propaganda che ad un impegno istituzionale”.

“Ricordiamo al ministro Grillo – affermano le organizzazioni – che a Catania i pronto soccorso scoppiano sempre più di utenti, innescando una serie di conseguenze pericolose che vanno dall’ efficienza ed efficacia del servizio alla sicurezza stessa dei medici e degli operatori sanitari”.

“Mi dispiace – rispondeilMinistro – che alcuni vogliano sempre fare polemica invece di cercare soluzioni. Al ministero stiamo lavorando h24 per una nuova strategia sul sovraffollamento nei pronto soccorso, per elaborare misure che affrontino finalmente il dramma della carenza di personale nel Ssn, per sbloccare l’imbuto formativo per i medici neolaureati, per portare risorse per rimodernare gli ospedali. Per la Calabria stiamo preparando un decreto ad hoc per affrontare finalmente una situazione grave, incancrenita nei decenni. Questo è impegno e volontà”.

La propaganda la fa chi si lamenta e basta, evidenzia la titolare del dicastero della salute.

“I lavoratori della sanità di Catania (e non solo) – aggiunge – chiedano a chi li rappresenta dov’erano quando il sistema è stato portato al collasso. Il ministro della Salute è al fianco di chi lavora e con le istituzioni che si adoperano per trovare soluzioni e mantenere viva la sanità pubblica, non con chi attacca continuamente chi cerca di portare cambiamento. Qualcuno continua a perdere l’occasione di fare e pure di tacere. Sono disponibile al confronto e – conclude – aperta alle proposte di chi vuole costruire un dialogo per salvare il nostro Ssn che il mondo ci invidia.

 

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morto dopo una diagnosi di bronchite

Aperta un’inchiesta per fare luce sulle cause del decesso di un paziente di 75 anni, morto dopo una diagnosi di bronchite all’ospedale del Mare di Napoli. L’uomo era arrivato in Pronto soccorso in preda a una crisi respiratoria

La Procura di Napoli ha aperto un’inchiesta sul decesso di un 75enne, morto dopo una diagnosi di bronchite lo scorso 28 febbraio.

L’uomo, secondo quanto ricostruito da Cronache di Napoli era giunto al Pronto soccorso dell’ospedale del Mare in preda a una forte crisi respiratoria. I medici lo avrebbero sottoposto agli accertamenti del caso diagnosticando una bronchite. Quindi, avrebbero comunicato ai familiari l’intenzione di volerlo dimettere con la prescrizione  di una terapia antibiotica.

Secondo la testimonianza dei parenti, solo dopo la loro insistenza, i camici bianchi avrebbero deciso di ricoverare l’anziano. Il giorno seguente, il paziente, avendo un’aritmia cardiaca, sarebbe stato sedato. Nonostante ciò, il personale sanitario avrebbe dichiarato che l’uomo poteva essere trasferito a casa.

I familiari avrebbero quindi deciso di chiamare un’autoambulanza privata per il trasporto. Nell’attesa del mezzo, tuttavia, l’anziano sarebbe deceduto, mentre si trovava ancora presso il nosocomio.

I magistrati, in seguito alla denuncia presentata dai congiunti del defunto, hanno quindi aperto un fascicolo sul caso. L’obiettivo è fare luce sulle cause della morte e verificare la sussistenza di eventuali responsabilità mediche. A tal fine è stato disposto il sequestro delle cartelle cliniche, nonché lo svolgimento dell’esame autoptico. Anche la direzione sanitaria dell’Ospedale del Mare, secondo quanto si apprende, avrebbe avviato una verifica interna per capire cosa sia accaduto al paziente.

 

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morto dopo tre ore di attesa

La Procura di Lecce ha aperto un’inchiesta sul decesso di un uomo di 72 anni che, secondo quanto denunciato dalla famiglia, sarebbe morto dopo tre ore di attesa in Pronto soccorso

Sarebbe morto dopo tre ore di attesa al Pronto soccorso dell’ospedale di Lecce. E’ quanto denunciato dai familiari di un uomo di 72 anni, originario della provincia del capoluogo salentino.

Stando al racconto del figlio, riportato dagli organi di stampa locale, la vittima era stata portata in ambulanza presso il nosocomio ‘Vito Fazzi’ già il giorno antecedente il decesso. Accusava difficoltà respiratorie e battiti irregolari. Tenuto in osservazione per alcune ore, era poi stato dimesso in nottata.

L’indomani mattina l’uomo, tuttavia, aveva avuto un altro malore, tanto forte da fargli perdere la cognizione di dove si trovasse.

Da qui la nuova corsa in ospedale, a bordo di un mezzo del 118. Giunto presso la struttura sanitaria però – come riferisce il Corriere salentino – sarebbe stato tenuto per tre ore in una zona chiamata ‘Stanzeria’, riservata all’osservazione dei pazienti. Il tutto nonostante le continue sollecitazioni dei parenti a intervenire in virtù del precario stato di salute del loro congiunto.

Dopo aver accusato un mancamento, l’anziano sarebbe stato immediatamente trasferito in una sala denominata “Bonifica”. Poco dopo è sopraggiunto il decesso.

Il figlio ha quindi presentato una denuncia querela presso il posto di polizia fisso del presidio ospedaliero. Il pubblico ministero di turno ha quindi aperto un fascicolo sul caso. L’obiettivo è chiarire se vi siano state negligenze da parte del personale sanitario e se la tragedia potesse essere evitata. A tal fine nelle prossime ore dovrebbe essere disposto l’esame necroscopico sul corpo del 72enne.

 

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sovraffollamento

I carabinieri del Nucleo anti sofisticazioni sono intervenuti per verificare la situazione di sovraffollamento segnalata da diversi cittadini. Il Dg d’Alba: nessun rilievo su organizzazione e qualità dell’assistenza.

Il ministro della Salute Giulia Grillo ieri mattina ha inviato i Carabinieri del Nas al Pronto soccorso dell’Ospedale San Camillo di Roma. Un intervento volto a verificare la situazione di sovraffollamento segnalata da diversi cittadini e anche dai media.

“Dai primi accertamenti – si legge in una nota del ministero – sembra esistere una percentuale di ricoveri da pronto soccorso molto elevata”. Una situazione che “potrebbe essere spia di inappropriatezza e su cui si concentreranno le analisi dei tecnici del ministero”.

“Non è accettabile che i pronto soccorso dei nostri ospedali siano trasformati in bivacchi” ha dichiarato il Ministro. Così come non è accettabile “che operatori sanitari e pazienti si ritrovino a lavorare e a essere curati in condizioni indegne di un Paese civile”.

“Questi spettacoli indecenti – ha aggiunto – vengono da lontano, non nascono certo oggi, il presidente e commissario Zingaretti vada a fare un giro negli ospedali della sua città prima di chiedere l’uscita dal commissariamento per la sanità del Lazio”

Alla titolare del dicastero della Salute ha risposto il direttore Generale dell’Ospedale San Camillo di Roma Fabrizio d’Alba.

“La visita dei Nas nel Pronto soccorso della nostra azienda – ha chiarito – non ha rilevato nulla in merito all’organizzazione e alla qualità dell’assistenza”.

“I Nas – ha proseguito d’Alba – hanno evidenziato problemi connessi alla privacy, problematica questa dovuta ad una straordinaria affluenza dei cittadini a causa del picco influenzale. Nel Pronto soccorso questa mattina vi erano 82 persone in attesa, di cui 27 pazienti nell’area critica. Per quanto attiene alla tutela della privacy – ha concluso – l’azienda ha già predisposto l’ampliamento delle aree del pronto soccorso”.

E sulla vicenda è intervenuto anche il segretario generale dell’Anaao Assomed, Carlo Palermo.

“L’emergenza nei Pronto Soccorso – ha sottolineato – è ormai un dato strutturale della sanità italiana. Epidemia influenzale o temperature elevate ne rappresentano solo l’epifenomeno, buono per fare da alibi ai fallimenti di programmazione e nascondere lo scempio operato dai tagli lineari”.

“La politica di sottrazione progressiva ed inesorabile di risorse umane ed economiche alla Sanità pubblica – per Palermo – ha lasciato aperta la sola porta dei PS per garantire il diritto a curarsi. In che condizioni e con quali sacrifici per pazienti ed operatori, ormai è sotto gli occhi anche del Ministro di ora”.

 

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morto dopo sei ore di attesa

Si indaga per fare chiarezza sul decesso di un uomo di 72 anni, morto dopo sei ore di attesa al Pronto soccorso dell’ospedale San Paolo

La Procura di Napoli ha aperto un inchiesta sulla scomparsa di un 72enne morto dopo sei ore di attesa al Pronto soccorso dell’ospedale San Paolo.  Secondo la versione fornita dai parenti, l’uomo si sarebbe recato presso il nosocomio partenopeo alle 14.30 di sabato lamentando forti dolori addominali. Al triage gli sarebbe stato assegnato un codice giallo. In serata le sue condizioni si sarebbero aggravate, fino al sopraggiungere del decesso.

Secondo quanto ricostruito, il paziente era stato già visitato alcuni giorni prima nello stesso ospedale. Non è chiaro, tuttavia, se in quella circostanza avesse lasciato la struttura spontaneamente, rifiutando il ricovero, o perché dimesso dal personale sanitario.

I familiari hanno denunciato l’accaduto, dando così il via all’attività investigativa della magistratura, che ha disposto il sequestro delle cartelle cliniche e l’autopsia sulla salma. Dagli accertamenti medico legali si attendono risposte sia in relazione alla causa della morte che a eventuali responsabilità mediche.

A detta dei parenti  il caso del loro congiunto sarebbe stato considerato non urgente. Il loro dubbio è che con un intervento tempestivo, forse, l’uomo si sarebbe potuto salvare.

“Non chiediamo niente, solo giustizia; denunciamo l’indifferenza che abbiamo trovato in quella azienda, in quell’ospedale”. Sono le parole, riportate dal Mattino, del nipote della vittima. “Non si può tenere una persona 6 ore ad aspettare che poi, in qualche modo, arrivi la morte – ha aggiunto -. Non hanno fatto niente per evitarlo”.

Il nosocomio dal suo canto ha disposto un’indagine interna per fare chiarezza sull’episodio. Il neo commissario straordinario dell’Asl Napoli 1, Ciro Verdoliva, insediatosi proprio nelle scorse ore, è in attesa di ricevere una relazione su quanto avvenuto. In particolare, come fa sapere lo stesso Verdoliva, si starebbe lavorando sull’estrazione dei dati informatici sia per verificare i tempi di attesa nel contesto di pronto soccorso sia i dati fattuali del percorso clinico-assistenziale.

 

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ustione sul volto

La paziente, arrivata all’ospedale Cardarelli di Napoli per un’ustione sul volto causata da un infortunio domestico, alla fine ha deciso di firmare le dimissioni senza essere visitata dallo specialista

“Sono stata un giorno e mezzo in barella in un corridoio in attesa che venisse un oculista a visitarmi. Alla fine l’oculista non è arrivato e ho dovuto firmare le dimissioni per potermi far visitare privatamente all’occhio”. E’ la denuncia di una paziente napoletana di 28 anni, ricoverata mercoledì notte all’ospedale Cardarelli in seguito a una ustione sul volto di secondo grado provocata da un incidente domestico.

Il marito della donna ha chiamato il 118 e, nel giro di pochi minuti, un’ambulanza l’avrebbe prelevata e portata in pronto soccorso. Al triage le sarebbe stato assegnato un Codice Giallo, il secondo in ordine di gravità dopo il Rosso. Tale classificazione si applica in presenza di una “compromissione parziale delle funzioni dell’apparato circolatorio o respiratorio” o una condizione di grande sofferenza. Il paziente, anche in assenza di “un apparente pericolo di vita immediato, deve essere comunque visitato dal medico entro 15 minuti”.

La ragazza, tuttavia, sarebbe stata visitata solo dopo un giorno e mezzo di attesa da un chirurgo plastico e non da un oculista

Appena arrivata al pronto soccorso – spiega all’Adnkronos – “mi hanno dato la morfina visto che avvertivo un bruciore fortissimo sia al viso che all’occhio destro”. Questo si era gonfiato molto e le faceva male. “Non vedevo bene dall’occhio ustionato ma visto che non stavo morendo, sono stata parcheggiata su una barella per tutta la notte. Mi hanno detto che mi avrebbero visitata il giorno dopo sia il chirurgo plastico che l’oculista per stabilire i danni avuti sia alla pelle che all’occhio. Ma così non è stato”.

“Continuavo a chiedere ai medici e agli infermieri quando sarebbe arrivato l’oculista per vedere come stava il mio occhio – continua la 28enne -. Mi rispondevano che doveva arrivare nel pomeriggio e che ce n’era uno solo. Io, intanto, avevo dolore forte all’occhio e non potevo nemmeno chiuderlo. Temevo di avere dei danni permanenti e di non riuscire più a vedere bene ma nessuno ha saputo darmi una risposta sulle condizioni del mio occhio”.

Infine, venerdì mattina, avvisata dell’assenza dell’oculista la ragazza avrebbe deciso di firmare le dimissioni e farsi visitare privatamente.

“Non voglio buttare la croce addosso a medici e infermieri dell’ospedale Cardarelli – conclude la paziente – perché loro fanno il loro lavoro e lo fanno bene. Ma è assurdo che non si sappia se c’è oppure no un oculista. Ho avuto la sensazione di essere stata dimenticata sulla barella e poi ho atteso un giorno e mezzo inutilmente per una visita oculistica perdendo tempo prezioso per avere una diagnosi dello stato di salute dell’occhio. Se me lo avessero detto subito che non c’era l’oculista, avrei firmato le dimissioni immediatamente invece di attendere inutilmente per più di 24 ore”.

Sulla vicenda l’Adnkronos ha interpellato il direttore del nosocomio, Ciro Verdoliva.

“Quando c’è la necessita di una consulenza oculistica ci attiviamo – spiega Verdoliva -. Ma non sempre questa avviene nel giro di 24 ore perché il carico di lavoro che ha il Cardarelli è molto elevato”. “L’Unità complessa di Oculistica del Cardarelli – continua il direttore – fa fronte sia alle attività di elezione sia a quelle di emergenza. Per cui compatibilmente con la disponibilità dei medici di turno si cerca di far fronte alle richieste che ci sono. La signora in questione è andata via ma è stata comunque visitata dal chirurgo plastico ed ha ricevuto tutte le cure necessarie. Tranne l’oculista che, ripeto, non sempre può essere disponibile nel giro di 24 ore”.

 

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