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Un infortunio occorso ad uno studente durante una partita di pallamano organizzata dalla scuola, ma per i giudici della Cassazione l’incidente si è verificato per un ragionevole caso fortuito

La vicenda

Nel 2016 la Corte d’Appello di L’Aquila aveva respinto il ricorso interposto dai due genitori in relazione alla pronunzia del Tribunale de L’Aquila con la quale era stata rigettata la loro domanda proposta nei confronti del Ministero dell’istruzione dell’università e della ricerca, nonché dell’Istituto scolastico frequentato dal proprio figlio, al fine di ottenere risarcimento dei danni subiti da quest’ultimo per un infortunio occorso durante un torneo di pallamano organizzato dalla scuola.

Da tale evento il ragazzo aveva riportato gravi lesioni fisiche, localizzate alla bocca, per essere caduto durante la partita e aver sbattuto contro una panchina.

La pronuncia della Cassazione

In caso di infortunio subito da uno studente all’interno della struttura scolastica durante le ore di educazione fisica, nel corso di una partita di pallamano, ai fini della configurabilità della responsabilità a carico della scuola ex art. 2048 c.c. non è sufficiente il solo fatto di aver incluso nel programma della suddetta disciplina e fatto svolgere tra gli studenti una gara sportiva, ma è altresì necessario: a) che il danno sia conseguenza del fatto illecito di un altro studente impegnato nella gara; b) che la scuola non abbia predisposto tutte le misure idonee a evitare il fatto.

In passato è stato anche affermato che, in caso di infortunio sportivo subito da uno studente all’interno della struttura scolastica durante le ore di educazione fisica, incombe al medesimo dare la prova dell’illecito commesso da altro studente, quale fatto costitutivo della sua pretesa, laddove è a carico della scuola la prova del fatto impeditivo, cioè l’inevitabilità del danno nonostante la predisposizione di tutte le cautele idonee ad evitare che esso si verifichi, ivi ricompresa l’illustrazione della difficoltà dell’attività o del relativo passaggio e predisporre cautele adeguate affinché gli stessi, se affrontati, possano essere svolti da tutti i partecipanti in condizioni di sicurezza.

Ebbene, di tali principi di diritto, la corte di merito aveva fatto piena e corretta applicazione.

Dall’istruttoria processuale era emerso, infatti, che “la partita [nella quale si era verificato l’incidente] rientrava nella normale attività didattica della scuola; non vi era stata alcuna azione scorretta o comunque fallosa di altri giocatori; la partita si era svolta interamente sotto il controllo diretto dell’insegnante; il campo di gioco era perfettamente libero ed idoneo alla partita;… l’insegnante aveva preventivamente istruito i giocatori”.

Ebbene, alla luce di siffatte emergenze processuali la corte territoriale aveva escluso la “rilevanza causale” della presenza della panchina contro la quale “sfortunatamente il giocatore era andato ad impattare” essendo “notorio che i campi da gioco siano fiancheggiati da una o più panchine per consentire ai giocatori di riserva di stare seduti, sicché la presenza della stessa costituiva ordinario completamento del campo da gioco, e non certamente una insidia”.

Per i giudici della Cassazione la corte d’appello aveva, perciò, correttamente attribuito la verificazione dell’evento ad una ragionevole causa fortuita.

Dal canto suo, la scuola aveva fatto quanto doveva per assolvere all’obbligo di vigilanza cui era tenuta ai sensi dell’art. 2048 c.c., posto che il sinistro si era verificato con modalità tali da non potere essere impedito.

A tali conclusioni i giudici della Cassazione hanno ritenuto di dover dar seguito; cosicché il ricorso è stato definitamente rigettato con condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 

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Il Comune di Como è stato condannato a risarcire tutti i danni subiti da una persona disabile che, a causa del dissesto del manto stradale, rimaneva incastrata con la sua carrozzina, in una buca piena d’acqua

La vicenda

Con atto di citazione ritualmente notificato, l’attrice conveniva in giudizio il Comune di Como, in persona del suo Sindaco pro tempore, al fine di sentirlo condannare, in qualità custode della strada (ai sensi dell’art. 2051 c.c.), al risarcimento di tutti i danni conseguenti ad un incidente che le era occorso mentre tentava di rientrare a casa.

A sostegno della domanda, la donna aveva esposto che, mentre si trovava a percorrere una via cittadina, sulla propria carrozzina motorizzata sulla quale era costretta a causa di paraplegia, rimaneva incastrata con le ruote del mezzo in una buca del manto stradale, non visibile.

A causa di tale insidia, la donna disabile rimaneva intrappolata tra la pedana e la ruota anteriore della carrozzina, riportando lesioni fisiche e morali.

Si costituiva in giudizio il Comune di Como, il quale negava la propria responsabilità ai sensi dell’art. 2051 c.c., per carenza di nesso di causalità tra il dissesto del manto e il danno patito dalla parte attrice, ed eccependo il concorso colposo ex art. 1227 c.c. della danneggiata.

L’azione rivolta dalla parte attrice attiene alla responsabilità da cose in custodia.

Come noto tale forma di responsabilità ha natura di responsabilità oggettiva, o comunque di colpa presunta, in quanto prescinde dall’accertamento dell’elemento soggettivo, salva la prova liberatoria del caso fortuito che deve essere fornita dal custode.

Ed è proprio su tale ultimo aspetto che si sofferma la sentenza del Tribunale di Como.

E’ altrettanto noto, oltre che pacifico in giurisprudenza, che, per caso fortuito, si intende non solo l’accadimento assolutamente eccezionale, imprevisto ed imprevedibile, ma anche la stessa condotta del danneggiato, la quale, incidendo sul nesso di causalità, elidendolo, vale ad escludere la responsabilità ex art. 2051 c.c.

La funzione della norma è infatti, quella di far ricadere sul custode i danni causati dalla cosa, allorché tali danni scaturiscano da una concreta mala gestio del custode, con la conseguenza che una responsabilità ex art. 2051 c.c. non può essere invocata allorché la cosa rappresenti la mera occasione del danno.
Recente giurisprudenza di legittimità ha inoltre precisato, in tema di corretto riparto dell’onere della prova, che per la prova del nesso causale occorre dimostrare che lo stato dei luoghi presenti una obiettiva situazione di pericolosità, tale da rendere molto probabile, se non inevitabile, il danno stesso.

La responsabilità del comune per dissesti al manto stradale

Inoltre, la giurisprudenza di legittimità formatasi in materia di danno cagionato da dissesti al manto stradale in custodia al Comune di competenza, ha indicato con chiarezza come l’onere del danneggiato sia “dimostrare che l’evento si è prodotto come conseguenza normale della particolare condizione, potenzialmente lesiva, posseduta dalla cosa, mentre resta a carico del custode offrire la prova contraria alla presunzione iuris tantum della sua responsabilità, mediante la dimostrazione positiva del caso fortuito, cioè del fatto estraneo alla sua sfera di custodia, avente impulso causale autonomo e carattere di imprevedibilità e di assoluta eccezionalità”.

In altri termini, “l’ente proprietario di una strada aperta al pubblico transito si presume responsabile, ai sensi dell’art. 2051 c.c., dei sinistri riconducibili alle situazioni di pericolo connesse in modo immanente alla struttura o alle pertinenze della strada stessa, indipendentemente dalla sua estensione, salvo che dia la prova che l’evento dannoso era imprevedibile e non tempestivamente evitabile”.

Ebbene, nel caso in esame, il fatto storico generativo della responsabilità, vale a dire l’incastro della carrozzina a motore dell’attrice a causa della presenza di una buca, resa invisibile da uno strato d’acqua, era stato provato grazie alla presenza di un testimone oculare; il quale aveva confermato la dinamica del sinistro, descritta nell’atto di citazione, in particolare la presenza di un notevole strato d’acqua sulla buca, tale da far emergere come il dissesto del manto stradale che aveva provocato il sinistro, fosse difficilmente visibile, escludendo la configurabilità di una condotta negligente in capo all’attrice, tale cioè da elidere il nesso di causalità tra la cosa in custodia e l’evento dannoso.

Non vi erano dubbi allora per affermare la responsabilità del comune che, del resto nulla aveva dedotto in ordine al caso fortuito.

Per tali motivi, la domanda della ricorrente è stata accolta e risarcito il danno patrimoniale quantificato in euro 244,00 e 4.183,01 euro, a titolo di danno non patrimoniale complessivamente valutato.

La redazione giuridica

 

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Culpa in educando

Spetta ai genitori correggere comportamenti scorretti del figlio. Ecco un caso a carico di due genitori accusati di culpa in educando.

Un caso spinoso a carico di due genitori accusati per culpa in educando e preso in esame dalla Cassazione.

Ebbene, la Corte di Cassazione ha confermato la condanna di una coppia di genitori milanesi al risarcimento del danno per la perdita del rapporto parentale ai congiunti della signora M. C. di 71 anni.

La signora è deceduta nel 2002 a seguito della caduta in bici dopo un urto con un altro velocipede condotto da D., allora 12 enne.

Entrambi procedevano, in senso opposto, lungo la pista ciclabile che costeggia il Naviglio Grande. D.si trovava assieme ad altri 14 compagni dell’oratorio guidati da D. G.  per una gita in bici.

Secondo i testimoni D., nonostante le raccomandazioni del sacerdote che aveva chiesto al giovane di non azzardare sorpassi, superando un compagno aveva urtato la signora.

La donna era quindi caduta dopo aver perso l’equilibrio. Nel tratto, teatro dello scontro, risulta assente la recinzione di protezione e la signora finì nel canale.

I congiunti della donna hanno intentato causa nei confronti dell’ente gestore della pista ciclabile, il Parco del Ticino, e contro la famiglia del ragazzo.

I giudici di prime cure hanno condannato i convenuti in solido al risarcimento di € 500.000,00. Il tribunale di appello ha poi confermato le condanne in solido.

Il risarcimento è stato però aumentato di ulteriori € 73.000,00, integralmente liquidati dalla compagnia assicurativa, Unipol, del Parco.

Questa ha poi agito in regresso nei confronti della famiglia P. per € 276.000,00. In seguito, i giudici di Piazza Cavour hanno confermato la responsabilità in educando dei genitori ex art. 2048 c.c.

 

Leggi l’approfondimento su tale argomento del dott. Umberto Coccia 

 

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DA UNA CADUTA ACCIDENTALE A UN RISARCIMENTO

Prova liberatoria

In caso di sinistro stradale la prova liberatoria non è necessaria per un conducente quando viene accertata la colpa esclusiva dell’altro

L’accertamento della colpa esclusiva di uno dei conducenti e della regolare condotta di guida dell’altro, libera quest’ultimo dalla presunzione di concorrente responsabilità fissata in via sussidiaria dall’art. 2054, comma 2, c.c., nonché dall’onere di provare di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno dimostrando l’impossibilità di una condotta diversa o la diligenza massima in relazione alle circostanze del caso concreto.

Così ha deciso la Corte di Cassazione, sez. VI, con l’ordinanza n. 4130 del 16.2.2017 (Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente – Dott. OLIVIERI Stefano – rel. Consigliere.)

I fatti

La Corte territoriale di Palermo ha ritenuto che il sinistro nel quale a seguito dello scontro tra un motoveicolo e un autoveicolo, decedeva il conducente del primo mezzo, fosse imputabile ad esclusiva colpa del motociclista che, procedendo a velocità molto elevata e senza fornire la dovuta precedenza all’autovettura che proveniva da destra e si era immessa nell’incrocio era andato ad impattare, al centro della carreggiata di pertinenza, sulla fiancata anteriore sinistra del veicolo che procedeva a ridotta velocità.

La conducente l’autovettura, indagata per omicidio colposo, era stata assolta dalla imputazione con formula il “fatto non costituisce reato”.

I ricorrenti (conducente l’autoveicolo e assicurazione) hanno impugnato la sentenza con un unico motivo con il quale deducono violazione e falsa applicazione dell’art. 2054 c.c..

La responsabilità di cui all’art. 2054, comma 1, c.c.

La norma fondamentale in materia è rappresentata dal primo comma dell’art. 2054 c.c., che dispone che “il conducente di un veicolo senza guida di rotaie è obbligato a risarcire il danno prodotto a persone o a cose dalla circolazione del veicolo, se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno”.

Tale norma esprime un principio di carattere generale applicabile a tutti i soggetti che da tale circolazione comunque ricevano danni, e quindi anche ai trasportati, quale che sia il titolo del trasporto, di cortesia o contrattuale.

Si deve sottolineare come la presunzione di colpa del conducente del veicolo non opera in contrasto con il principio della responsabilità per fatto illecito fondato sul rapporto di causalità tra evento dannoso e condotta umana, nel senso che, anche se il conducente del veicolo non abbia fornito la prova idonea a vincere la suddetta presunzione, non è preclusa l’indagine da parte del giudice di merito in ordine al concorso di colpa del danneggiato, con la conseguenza che, quando vengano accertate la pericolosità e l’imprudenza della condotta del danneggiato, la colpa di questo concorre, ex art. 1227 c.c., comma 1, con quella presunta del conducente.

In buona sostanza, il comportamento colposo del danneggiato non è sufficiente, da solo, a superare la presunzione posta a carico del conducente del veicolo, in mancanza della prova che egli abbia fatto tutto il possibile per evitare il danno, e, dall’altro, il mancato raggiungimento della prova che incombe sul conducente non esclude che la condotta colposa del danneggiato sia idonea a limitare la responsabilità del conducente del veicolo investitore, quando esista un rapporto di causalità tra tale comportamento e l’incidente.

In ogni caso l’onere per il conducente di un veicolo di fornire la prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno è valida per i danni cagionati a terzi estranei alla circolazione, ma non anche nello scontro tra veicoli, poiché in questo caso ciascun conducente non deve provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, ma la colpa o il concorso di colpa dell’altro.

Tra l’altro il conducente del veicolo può vincere la presunzione di colpa a suo carico fornendo la prova che il sinistro si è verificato a causa di un malessere fisico e/o psichico improvviso, solo nel caso in cui il malessere sia del tutto imprevedibile ed inevitabile da parte del conducente medesimo, per non avere mai egli sofferto in precedenza della stessa patologia o di patologie simili.

In definitiva, l’art. 2054 c.c. esprime, in ciascuno dei commi da cui è formato, principi di carattere generale che possono essere applicati a tutti i soggetti che da tale circolazione comunque ricevano danni e, pertanto, anche ai trasportati, qualunque sia il titolo del trasporto, di cortesia, contrattuale, oneroso o gratuito, potendo il trasportato, indipendentemente dal titolo del trasporto, invocare i primi due commi dell’art. 2054 c.c. per far valere la responsabilità extracontrattuale del conducente ed il comma 3 per far valere quella solidale del proprietario, il quale può liberarsi solo provando che la circolazione del veicolo è avvenuta contro la sua volontà, ovvero che il conducente aveva fatto tutto il possibile per evitare il danno o, ancora, in caso di guasto tecnico, dando prova del caso fortuito o dell’inesistenza del vizio di manutenzione o costruzione (Cass. civ., sez. III, 21-05-2014, n. 11270; in Mass., 2014, 381; Arch. Circolaz., 2014, 715).

La decisione

I ricorrenti ritengono che la Corte d’Appello non abbia applicato la presunzione legale ex art. 2054, comma secondo, c.c., di concorrente responsabilità dei conducenti dei veicoli nella produzione dell’evento lesivo.

Si deve sottolineare, da un lato, che i ricorrenti fondano l’asserito vizio di legittimità sulla valutazione della sussistenza del concorso di responsabilità effettuata dal perito d’ufficio nominato nel corso del procedimento penale.

In questo caso però appare evidente come la censura non verta tanto sulla violazione della norma indicata, quanto piuttosto sulla presunta omessa considerazione da parte del Giudice di merito di risultanze istruttorie “decisive”, che avrebbero condotto ad un diverso accertamento in concreto della responsabilità.

Ma qual è la soluzione che offrono gli Ermellini?

Ebbene, secondo i Supremi giudici, in questo caso, la norma, avrebbe dovuto invece 1) “essere censurata in relazione al differente vizio di legittimità per errore di fatto, deducibile esclusivamente in relazione a quelle ipotesi di carenza del requisito motivazionale, valutato in relazione al contenuto minimo costituzionale richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6, trovando applicazione ratione temporis l’art. 360, comma 1, n. 5 come modificato dal D.L. n. 83 del 2012 conv. in L. n. 134 del 2012 “ e 2) sostenendo che l’assenza dell’elemento soggettivo, accertata in sede penale, non escludeva, come emergeva dalla motivazione della sentenza penale, che “l’azione della conducente l’autoveicolo si pose come “conditio sine qua non dell’evento morte”…”, con la conseguenza che tanto era sufficiente ad integrare la presunzione di pari responsabilità della stessa.

Per la Corte di Cassazione la tesi dei ricorrenti è manifestamente infondata poiché assegna alla norma codicistica sulla presunzione legale in materia di responsabilità civile automobilistica la natura di responsabilità oggettiva.
Al contrario, la presunzione stabilita dal secondo comma dell’art. 2054 c.c. non configura a carico del conducente una ipotesi di responsabilità oggettiva, ma una responsabilità presunta da cui il medesimo può liberarsi esclusivamente dando la prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, da intendersi nel senso di dover dimostrare l’impossibilità o la diligenza massima, e di avere osservato, nei limiti della normale diligenza, un comportamento esente da colpa e conforme alle regole del codice della strada, da valutarsi dal giudice con riferimento alle circostanze del caso concreto (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 10031 del 29/04/2006).

Osservano ancora gli Ermellini che nel caso de quo la Corte territoriale non si è limitata ad affermare la esclusiva responsabilità del sinistro in base soltanto alla condotta tenuta dal motociclista, ma ha ritenuto di escludere anche la colpa generica della conducente l’autovettura, valutando in concreto la condotta tenuta dall’automobilista stessa, che ha desunto da molteplici elementi indiziari ossia: a) l’assenza di infrazioni alle norme del Codice della strada imputabili alla conducente l’autoveicolo, b) il fatto che l’auto percorreva la strada sul margine destro per quanto consentito dalle vetture parcheggiate sulla carreggiata, c) il luogo della strada in cui è avveniva il sinistro, d) il punto di collisione tra i veicoli e e) la modesta velocità di marcia dell’autovettura.

Ebbene tale accertamento in fatto non è stato, secondo gli Ermellini, idoneamente censurato dai ricorrenti e tali motivazioni hanno condotto al rigettato il ricorso.

 

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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La condotta imprudente configura la fattispecie di caso fortuito che interrompe il nesso di causa tra l’evento dannoso e le condizioni della strada

A seguito a una caduta dal ciclomotore dovuta, a suo dire, al fondo stradale dissestato, un uomo agiva nei confronti dell’amministrazione municipale per ottenere la liquidazione dei danni subiti. Il Giudice di pace in primo grado gli dava ragione condannando il Comune al risarcimento in qualità di custode della strada (articolo n. 2051 codice civile).

In secondo grado, invece, il Tribunale riformava la sentenza ritenendo il centauro responsabile della caduta a causa della sua imprudente condotta di guida e, in particolare, dell’eccessiva velocità che lo aveva costretto a una brusca frenata di fronte a un tratto stradale sì dissestato ma anche pienamente visibile.

Tale condotta, a detta del giudice, avrebbe comportato “l’interruzione del nesso causale rispetto alle condizioni della sede stradale” e avrebbe configurato un’ipotesi di ‘caso fortuito’ che escludeva la responsabilità del Comune.

L’uomo, ritenendo ingiusta la decisione, faceva ricorso per Cassazione ma gli Ermellini, con sentenza n. 15399 del 26 luglio 2016, non accoglievano l’istanza ritenendo corretta l’applicazione da parte del Tribunale della norma contenuta nell’articolo 2051 del codice civile.

In particolare, chiariva la Suprema Corte, l’articolo richiamato prevede un’ipotesi di “responsabilità oggettiva” del custode della cosa laddove la cosa in questione arrechi danno a qualcuno; la persona danneggiata, invece, per vedersi accolta la domanda risarcitoria, è tenuta unicamente a dimostrare di aver subito un danno causato direttamente dalla cosa stessa.

Tuttavia, il custode ha la possibilità di fornire una ‘prova liberatoria’ che ne esclude la responsabilità laddove dimostri che il danno si è verificato per ‘caso fortuito’; tale circostanza si può configurare sia in presenza di un evento imprevisto e imprevedibile che sfugge alla sua sfera di controllo, sia se determinato dalla condotta imprudente del danneggiato che con il suo comportamento finisce per dare luogo all’evento dannoso.

Nel caso in esame, i giudici del Palazzaccio hanno accertato quanto già rilevato in secondo grado, ovvero  che era stato proprio danneggiato, con la sua condotta imprudente, a causare l’incidente liberando così il Comune da ogni responsabilità.

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