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psicologo e infermiere

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Chiunque sia vicino al mondo dell’autismo e alla sindrome di Asperger non può non rintracciarne alcune caratteristiche in Allevi

Osservare un’intervista al pianista Giovanni Allevi, noto compositore e pianista italiano, è sicuramente un’esperienza interessante, può suscitare simpatia (a me ne suscita tantissima!), antipatia, ma è certo che qualcosa di forte lo susciti. Chiunque sia vicino al mondo dell’autismo ed in particolar modo dell’Asperger, non può non notare una certa Aspergitudine di Allevi: la goffagine, lo sguardo sfuggente, la risata non sempre contestuale e poi il suo racconto: la sua vita fatta di ansia, attacchi di panico, aspettative che lo schiacciano ma il grande amore (paragonabile ad un interesse pervasivo) per la musica.

Allevi sembrerebbe un personaggio dalle scarsi doti sociali, ma sicuramente dotato di un talento spiccato (quello per la musica) a cui si è dato anima e corpo. Questa breve considerazione non vuole assolutamente essere un iter diagnostico di Allevi, ma semplicemente la sottolineatura di come tutta una serie di caratteristiche, che potrebbero sembrare solo zavorre, non vogliano proprio dir nulla.

L’essere umano è sempre aperto al “divenire”, il punto di partenza può essere più o meno positivo ma non dice nulla su dove quella persona arriverà, quali traguardi riuscirà a raggiungere.

Durante un’intervista Allevi raccontava la sua esperienza al liceo, si descriveva come il compagno strano, isolato, non interessato alle uscite ma solo allo studio e a quello della musica in particolare. Insomma era il compagno invisibile, quello non invitato alle feste, non integrato. Sentire questo spaccato di vita mi ha intenerita perché mi ha ricordato i ragazzini con cui lavoro: quanti di loro sono quello strano della classe?! Ma tanto basta per dire che quel ragazzo non ce la farà? No.

Credo che tutti noi abbiamo avuto quel compagno di classe un po’ strano e bizzarro, ma anche quel compagno che era così bravo e secchione e che poi non si è realizzato. La partita con la vita ci cambia carte in continuazione, dobbiamo sia avere una buona mano che saperle giocare. È ormai assodato che l’autismo, anche Asperger, è un modo di essere che può condurre lontano. Ora proviamo ad immaginare se quel giovane Allevi, adolescente invisibile, fosse stato un gran festaiolo, pieno di amici, inviti e con una soddisfacente vita relazionale. Oggi sarebbe il genio che è? Non credo!

Ultimamente sto lavorando con un bimbo di nemmeno 3 anni che presenta tutti gli indicatori di un autismo che via via si va strutturando. A differenza di altri casi in cui riesco ad ottenere risultati in tempo minore, per quanto mi sforzassi con questo bambino non riuscivo a cavare una parolina o un miglioramento comunicativo significativo. All’ultima seduta sono arrivata abbastanza frustrata, chiedendomi cosa sbagliassi e potessi fare di più.

Il piccolo arriva, iniziamo a lavorare, al momento giusto riesco ad inserire una routine giocosa che a lui piace molto, lo coinvolgo tantissimo, creo delle giuste imitazioni e finalmente “patata”, “carota”, “Latte”.. il piccolo inizia a parlare! Tale esempio è semplicemente teso a sottolineare che con l’autismo non bisogna demordere mai, né darsi per vinti, né farsi scoraggiare da un inizio difficile.

Anche gli inizi più difficili possono nascondere un grande talento e non è giusto che l’ansia di chi vive accanto ad un soggetto con autismo oscuri tutto e faccia vedere tutto nero, finanche il suo futuro!

Insomma possiamo conoscere il nostro punto di partenza, ma questo non predetermina quello di arrivo!

Dr.ssa Rosaria Ferrara

Psicologa

 

 

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AUTISMO E PEDIATRI: FASE FONDAMENTALE PER UNA DIAGNOSI PRECOCE

funzione genitoriale

Parafrasando la famosa massima potremmo dire che “laddove la funzione genitoriale fallisce, la sana crescita del bambino perisce…”.

Nell’ambito di un procedimento penale, in qualità di Consulente Tecnico del Pubblico Ministero vengo nominata quale ausiliario di PG per escutere una minore e contestualmente incaricata – previa lettura di tutti gli atti presenti nel fascicolo del PM – di redigere approfondita relazione sullo stato psicofisico della stessa al fine di valutare la sua capacità a rendere testimonianza.

La minore, che chiameremo Erminia, viene ascoltata all’interno di un percorso giudiziario che la vede protagonista e vittima di un episodio di abuso sessuale ad opera di un sedicente “amico” di età molto superiore alla sua che la avvicina pian piano al mondo dell’alcool e della droga.

Erminia, di anni 13 e 6 mesi, viene dapprima escussa presso gli uffici della Questura e successivamente presso la Comunità alloggio nella quale è ospite.

Ma procediamo per gradi.

Erminia, ultimo-genita di quattro figli, rimane a vivere con la madre quando questa si separa dal padre, insieme agli altri fratelli più grandi.

Nel corso della sua esistenza si ritrova a cambiare spesso diverse città di residenza a causa di gravi motivi economici nonché delle cicliche frequentazioni affettive della madre.

Spesso rimane a vivere dai nonni, molto più spesso, si ritrova a vivere in Comunità quando, l’attivazione dei Servizi Sociali diviene imprescindibile viste le precarie condizioni di vita di Erminia e dei fratelli che li relegano ai margini della strada esponendoli a situazioni estremamente pregiudizievoli per un minore di età.

Crescendo, Erminia inizia una lunga trafila con i Servizi Sociali, le Comunità, le Forze dell’Ordine, il Tribunale per i Minorenni.

Nel vuoto affettivo e abbandonico della famiglia, priva di punti di riferimento stabili e sicuri, si rifugia nella strada, relazionandosi con soggetti quanto mai improbabili e sinceri nei suoi riguardi, assume troppo presto sostanze che la adultizzano precocemente, dandole la finta parvenza di sicurezza e autonomia.

Erminia inizia a viaggiare da sola, crogiolandosi nelle moine affettive offerte dai viandanti incontrati lungo la strada, che le offrono cibo, riparo o sostanze in cambio di esperienze inadeguate alla sua età e, soprattutto, al suo livello di consapevolezza e discernimento.

Appare come una nomade in cerca della terra promessa, laddove la “terra promessa” è tra tutti la madre, simbolo di famiglia, luogo sicuro, affetto, identità.

Erminia la cerca e la rincorre, ogni volta in un luogo diverso, ogni volta in un tempo diverso, per ritrovarsi sempre, una madre “diversa” nell’umore, nell’affettività, nella disponibilità nei suoi confronti.

Il dolore e la sofferenza di Erminia sono grandi e divengono insopportabili al punto da rifugiarsi in esperienze virtuali o reali che le offrano il benché minimo senso di continuità del Sè, anche solo patologico.

Le condotte devianti e aggressive divengono quasi “il” modo per realizzare se stessa, per sperimentarsi capace, forte, sicura di sè.

Oggi Erminia si trova inserita nell’ennesima Comunità della sua breve ma intensa vita, attorno a lei il vuoto relazionale ed affettivo: madre assente, padre conosciuto ma che l’ha rinnegata, fratelli dispersi per il mondo.

Sogna di sposarsi con il ragazzo attuale molto più grande di lei, appena compiuti “diciotto anni e un giorno” come ennesima fuga dalla realtà terribile alla quale è stata esposta finora.

Difficile diviene il progetto educativo nei suoi riguardi, ogni proposta che preveda l’attivazione delle sue risorse interne viene rifiutata, perché concepita come una perdita di tempo a fronte dell’ideazione molto più entusiasmante del convolare a nozze con il suo amato.

Lo stesso inserimento in Comunità risulta, agli occhi di Erminia, scevro di buoni propositi e tutele nei suoi confronti, ma solamente come un’imposizione paranoidea di volerla tenere lontano da casa.

“Casa” che nella realtà non esiste e non è mai esistita, se per questo si intende un rifugio di sane ed autentiche relazioni affettive in cui crescere e sperimentarsi.

Il rischio più elevato per Erminia è ad oggi quello di non riuscire a fare “ponte” tra le sue esperienze affettive e relazionali, con il pericolo di ripetere i medesimi fallimenti di cui purtroppo ha già fatto precocemente esperienza.

Parafrasando la famosa massima potremmo dire che “laddove la funzione genitoriale fallisce, la sana crescita del bambino perisce…”.

Dott.ssa Maria Cristina Passanante

Psicologa, Specialista in Psicologia Giuridica

Referente Regione Sicilia Associazione Italiana di Psicologia Giuridica – AIPG

 

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LA FIGURA DEL CTU PSICOLOGO NEI CASI DI SEPARAZIONI E AFFIDO

qeeg

L’elettroencefalografia quantitativa (QEEG) è un processo di valutazione che fornisce informazioni molto dettagliate sulla specifica funzione cerebrale.

Le separazioni da alcuni anni hanno raggiunto aumenti esponenziali e i giudici sono sempre più inclini a valutare l’idoneità genitoriale attraverso consulenze psicologiche-psichiatriche.

Purtroppo i risultati che si ottengono attraverso le consulenze non sono risolutivi e non rispondono mai scientificamente al quesito “ valutare l’idoneità genitoriale delle parti”.

Gli strumenti usati nelle CTU sono alquanto inattendibili, una scarsa diagnosi clinica un anamnesi a volte pretestuosa che non individua i veri trascorsi delle parti, supportata da batterie testo logiche che da tempo risultano non idonee specialmente nella pratica forense, essendo test proiettivi hanno una scarsa attendibilità scientifica.

La scarsa attendibilità è dovuta alle codificazioni attraverso il metodo cieco e l’influenza del contesto sui punteggi.

Da qui la necessità di inserire nelle consulenze tecniche un metodo con un profilo più scientifico e meno proiettivo, da questa necessità in America da ben dieci anni è nato il QEEG.

Cosa elabora e su cosa si basa il QEEG ?

L’elettroencefalografia quantitativa è un processo di valutazione che fornisce informazioni molto dettagliate sulla specifica funzione cerebrale.

Cosa individua il QEEG ?

Problemi di ansia, Delirio cognitivo negli anziani, Depressione, Emicrania, Disturbo ossessivo compulsivo, Disturbo da stress post-traumatico, etc.

Suddetta diagnostica è stata introdotta ampliamente nell’ambito forense americano, dando riscontri ottimali ottenendo profili reali, verificando se nel soggetto vi è presenza di pericolosità sociale o meno, in America si è riconosciuta la sua validità molto più dei test psicodiagnostici.

A conferma di ciò, la Suprema Corte Americana ha accolto questa metodologia come pienamente rispondente a criteri di scientificità “ DAUBERT”.

Recentemente un tribunale della Florida ha revocato una sentenza di pena capitale sulla base delle prove QEEG.

L’applicazione di suddetta metodica all’interno delle consulenze tecniche d’ufficio permetterebbe di avere dei reali profili psicologici dei soggetti sottoposti ad un indagine, sarebbe facilmente dimostrabile le reali condizioni patologiche in essere recuperabili attraverso le tecniche di neuro feedback.

Tecnica che si basa su un addestramento diretto a gestire e migliorar profili di attivazione disfunzionali rilevati dal QEEG.

 

Dott. Maria Bernabeo

(pres. Ass. Help Family – Psicologa-Psicoterapeuta)

 

 

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I TEST PROIETTIVI USATI IN AMBITO FORENSE SONO STRUMENTI VALIDI?

test psicologici

Nell’ambito della consulenza tecnica giudiziaria è prevista la possibilità di utilizzo di taluni test psicologici per meglio approfondire e/o confermare i dati clinici emersi durante l’iter peritale.

La consulenza tecnica così come la perizia psicologica hanno lo scopo di approfondire l’assetto psichico di un soggetto, inclusa la sua personalità, le relazioni interpersonali e il contesto fattuale attraverso l’indagine delle relazioni familiari e degli indicatori fisici, cognitivi, emotivi e affettivi. Esse si connotano per essere condizioni cliniche/forensi volte a esaminare le dinamiche psicologiche del soggetto che risultino in grado di spiegarne il comportamento in base alle teorie e costrutti scientifici.

Lo psicologo, si ritrova ad accertare in ambito penale, l’immaturità del minore, la circonvenzione di incapace (ex art. 643 c. p.), la violenza sessuale (inferiorità psichica, ex art. 609 bis, comma 1 c. p.), l’idoneità mentale a rendere testimonianza (art. 196, comma 2 c.p.p.), mentre in ambito civile egli verrà chiamato per l’affidamento o adozione dei minori nei casi di separazione, richiesta dal Giudice in caso di incapacità dei genitori di accordarsi sull’affido dei figli, di solito per una conflittualità irrisolta (separazione giudiziale artt. 143 e segg. c. c.- stato di abbandono legge n° 149/2001), per la responsabilità genitoriale, valutando anche la persistenza del disagio del minore, potrà essere chiamato per valutare l’identità psicosessuale, il danno biologico di tipo psichico, il mobbing, lo stalking.

Per poter procedere a valutazione lo psicologo giuridico può avvalersi sostanzialmente di due strumenti metodologici:

  • colloquio clinico
  • test psicologici

Attraverso il primo di questi strumenti, vengono esplorati i vissuti, le emozioni e le difficoltà di un soggetto per poter approfondire attraverso il racconto della propria storia, i fattori intra-psichici, relazionali, familiari e biologici che possono aver scatenato/esacerbato le difficoltà, i disturbi o le sofferenze patite.

Esso si configura come strumento privilegiato dell’indagine peritale perché consente di stabilire un contatto con i soggetti coinvolti, costruendo una rappresentazione condivisa di ciò che stanno vivendo.

L’utilizzo dei test psicologici – pur con certi limiti – completa e integra i dati clinici ottenuti durante il colloquio, consentendo una valutazione del funzionamento mentale di un soggetto in tempi tra l’altro, relativamente brevi oltre a confermare o disconfermare le osservazioni cliniche precedentemente ottenute. I test si presentano come strumenti utili per un approccio di tipo dimensionale e quantitativo potendo fornire elementi psico-patologici di rilievo per la comprensione della personalità di un soggetto.

Ovviamente, i test psicologici non vanno mai intesi come “sostituti” del colloquio clinico/forense bensì come alleati dell’indagine peritale così come, è bene non somministrarne mai uno soltanto in quanto considerati singolarmente non garantiscono di per loro la possibilità di formulare diagnosi attendibili, ma piuttosto utilizzare una batteria testistica adeguata alla disamina peritale.

In sede peritale, essi hanno lo scopo di assolvere la “valutazione” sulla base dei quesiti posti dal Giudice e non quello di pervenire a un trattamento terapico.

Le indagini testistiche più diffuse in età evolutiva, dunque per bambini e adolescenti, sono i Test Grafici “carta e matita” (Test della Figura Umana di Machover, disegno della Famiglia, reattivo dell’Albero di Koch) utilizzati accanto a prove più strutturate come le Favole della Duss, il Wartegg, il Blaky Pictures, il Patte-Noire, il CAT ma anche il test Rorschach adattato ai bambini, la WISC-IV, per gli adolescenti l’MMPI-A, mentre negli adulti il test Rorschach, l’MMPI-2, il Wartegg, la WAIS.

È bene ricordare in ambito specificatamente neuro-psicologico l’utilizzo di alcuni dei su citati test riuniti in batterie risulta indispensabile al fine di esplorare i diversi ambiti dell’elaborazione cognitiva dell’informazione, permettendo così una valutazione oggettiva delle difficoltà cognitive e prassiche (afasia, aprassia, alessie, amnesie, agrafie, agnosie etc…).

Risulta opportuno sottolineare che si perviene alla scelta del test maggiormente adeguato sulla base dei dati a cui si vuole pervenire.

L’utilizzo dei test consente di ridurre le fonti di “errore” che possono provenire dalla soggettività dell’esaminatore o da meccanismi difficilmente carpibili con il solo colloquio.

Per garantire la validità dello strumento è bene che l’esaminatore si attenga alle modalità di somministrazione, procedure di scoring e siglatura dei protocolli così come indicati nel manuale d’uso.

Inoltre, lo stesso setting può divenire ulteriore fonte d’errore, poiché la stessa finalità all’intervento giudiziario tende a distorcere la modalità di adeguamento del soggetto al test e dunque, alle risposte fornite.

Diviene quindi necessario valutare l’eventuale alterazione di punteggi dovuti a fattori quali eccessiva difesa o desiderabilità sociale.

Risulta palese a questo punto, sottolineare come il risultato di un test o il punteggio di una scala vada valutata non come elemento a sé stante, ma inserendolo all’interno di un quadro più complesso che comprenda la raccolta clinico-anamnestica e la storia personale di quel determinato soggetto.

Concludendo, giova mettere in evidenza che l’applicabilità, quanto l’efficacia dei test psicodiagnostici è garantita solo se vengono rispettati i requisiti che sono alla base di ogni test psicologico insieme ad un’indispensabile formazione specifica sulla psicodiagnosi.

 

 

Dott.ssa Maria Cristina Passanante

Specialista in Psicologia Giuridica e delle Assicurazioni –

Perfezionata in Psicodiagnostica Forense

 

 

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I TEST PROIETTIVI USATI IN AMBITO FORENSE SONO STRUMENTI VALIDI?

aggressività

Considerare l’ aggressività come una condizione inscindibile dall’autismo è un errore da non commettere. L’esperta spiega perché.

Autismo ed aggressività non sono un connubio inscindibile, anzi.

Molte volte quando sento parlare di autismo o autistici sento commenti del tipo “sono violenti!”, ma non è vero o per meglio dire non sempre lo è. Inoltre conosco una vasto numero di autistici che a volte possono essere aggressivi verso se stessi, ma non verso l’altro.

L’ aggressività la sperimenta ciascuno di noi, ricordo un ragazzo Asperger che seguo da un po’ di tempo che dopo un primo periodo di trattamento si scontrò in piscina con una signora che, involontariamente, gli fece male. La reazione del ragazzino fu di inveire con una sterminata serie di parolacce!

La madre rimase particolarmente scossa dalla violenza verbale del figlio, io ci vidi un avanzamento, un momento di crescita in quanto il piccolo Aspie era solito iniziare una serie di stereotipie in situazioni del genere. L’ aggressività in quella determinata occasione, era stato un fenomeno eterodiretto, e non autodiretto come una stereotipia, pertanto era da leggervi un avanzamento.

Ma ora veniamo ad un breve skatch clinico. Vi introduco G. un bimbo di tre anni che ho visto per una valutazione e con il quale ho poi iniziato un trattamento specifico. G. si presenta come un bambino molto vivace, si muove nella stanza di valutazione in continuazione e sono pochi i materiali che attirano la sua attenzione. G. utilizza poco lo sguardo, non parla né approssima parole, vocalizza in maniera autodiretta (quindi emette suoni ma poche volte con intento comunicativo).

Spesso G. si picchia con una certa intensità stringendo la mano in un pugno e scaraventandolo in testa. Dopo averlo osservato, aver effettuato una serie di test con lui ed i genitori ho iniziato un trattamento basato sui principi del metodo Denver e che aiutasse G. nel migliorare la comunicazione.

Dopo solo due mesi, G. è diventato molto più comunicativo: utilizza di più lo sguardo, ha molte più vocalizzazioni e sono perlopiù eterodirette (vocalizza guardando le altre persone), inoltre ha smesso di picchiarsi. G., infatti, è stato aiutato nell’aumentare la comunicazione (non il linguaggio, ma la comunicazione che viene ancor prima del linguaggio), capendo che può esprimersi in una miriade di modi anziché picchiarsi in testa.

L’ aggressività nello spettro autistico non è sempre dovuta alla comunicazione, ma oggi ho voluto riportare un nesso che si ripete in tanti di questi casi, in cui l’ aggressività indica la frustrazione conseguente all’incapacità di comunicare.

Dott.ssa Rosaria Ferrara

 

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AUTISMO E PEDIATRI: FASE FONDAMENTALE PER UNA DIAGNOSI PRECOCE

Abuso sui minori: ‘La sindrome di Munchausen’ per procura

L’ abuso è l’insieme di atti e carenze che turbano gravemente il bambino, attentando alla sua integrità corporea e al suo sviluppo fisico, affettivo, intellettivo e morale

Il termine abuso è stato formulato per la prima volta nel IV Colloquio Criminologico di Strasburgo del consiglio d’Europa (1981) dove l’abuso è stato definito come “L’insieme di atti e carenze che turbano gravemente il bambino, attentando alla sua integrità corporea e al suo sviluppo fisico, affettivo, intellettivo e morale”.

L’abuso perpetuato nelle prime fasi evolutive può influenzare profondamente e negativamente la struttura della personalità del bambino o del pre-adolescente, provocando una condizione di estrema vulnerabilità emotiva e di confusione, che nel tempo può associarsi ad una molteplicità di manifestazioni sintomatologiche: stati d’ansia, bassa autostima, depressione, difficoltà scolastiche, somatizzazioni.

Tra i maltrattamenti o abusi perpetuati sui minori il più invasivo è la Sindrome di Munchausen per procura.

Cosa s’intende per Sindrome di Munchausen per procura?

Utilizzato per la prima volta nel 1977 dal pediatra inglese Roy Meadow, per indicare quei genitori che inventano o procurano sintomi ai propri figli per sottoporli ad accertamenti, interventi che finiscono per danneggiarli e, in casi estremi ucciderli, solo per il fine di attirare l’attenzione su di sé e godere del supporto, dell’affetto che la gente rivolge loro a causa dei problemi del proprio figlio.

Tipicamente la vittima è un bambino piccolo e nel 90% dei casi l’autore è la madre (Lasher,R.J, 2004)

Il profilo di queste madri è totalmente lontano dall’immagine di madre maltrattante anzi, appaiono premurose, ansiose per la salute dei propri figli.

Le cause scatenanti per questa sindrome sono le più varie; talvolta il comportamento di queste madri evidenzia un attacco al marito, che forse è un padre emotivamente distante o fisicamente assente, la crisi matrimoniale dà alla madre la giustificazione di vendicarsi dell’uomo che ha accanto e con il quale ha avuto un figlio, non potendo attaccare il marito attacca il figlio avuto da lui.

Elementi che caratterizzano la sindrome

Gli elementi che caratterizzano la sindrome di Munchausen sono i seguenti:

  • La contraffazione della patologia medica, che può essere indifferentemente simulata o prodotta.

Nel primo caso la madre simula una patologia ma non produce nulla al figlio mentre nel secondo produce la patologia danneggiando il figlio.

  • La madre attiva un’ opera di suggestione per convincere il bambino di essere malato, oppure si producono i sintomi attraverso la somministrazione di sostanze nocive.
  • Comportamenti attivi o omissivi. Il bambino è affetto da una patologia cronica e si omette la somministrazione di terapia
  • In altri casi si è attivi peggiorando la sintomatologia
  • A volte abbiamo falsa denuncia di abuso, la madre patogena accusa il marito come responsabile di maltrattamenti nei confronti del figlio.

Il riconoscimento per una corretta diagnostica

La sindrome di Munchausen per procura è una forma di maltrattamento e abuso estremo nei confronti dei minori, che può condurre alla morte la vittima.

L’abusante, in genere la madre, inventa, fabbrica induce nel bambino sintomi per i quali si richiede l’intervento dello specialista: la vittima viene così sottoposta ad analisi, cure e trattamenti medici non necessari e spesso intrusivi e dolorosi.

Risulta difficile ad un professionista pensare, nell’immediatezza della richiesta di aiuto, che sia stata la madre di aver provocato in maniera deliberata una malattia nel figlio o ad averne aggravato una patologia già presente.

Da molti anni si sta cercando di far luce su questa dimensione dell’ abuso all’infanzia particolarmente complessa e distruttiva, oltre che altrettanto difficilmente diagnosticabile e individuabile, attraverso un approccio multidisciplinare per tentare di ricostruire la complessità medica, psicologica, giuridica-criminologica. (Perusia 2007)

La sindrome del bambino maltrattato è stata inserita come categoria diagnostica intorno al 1968, da Kempe.

In campo prettamente clinico, la sindrome di Munchausen by Proxy può essere smascherata dalla medicina generale, poiché le caratteristiche della presunta malattia non rientrano nei quadri canonici, le terapie classiche non danno i miglioramenti attesi e la patologia ha un andamento sconosciuto.

Il termine by proxy definisce la delega ad altri, delega che l’abusante Munchausen utilizza verso i sanitari inconsapevoli, attraverso di loro continua da abusare della vittima.

In campo psichiatrico e psicologico tutto è più complesso, poiché è molto difficile distinguere i disturbi reali da quelli fittizi, quelli spontanei da quelli indotti (Gulotta, Perusia, Zara 2007)

La sindrome psicologica che sta alla base della sindrome rende irresponsabile dei veri e propri killer e, come tali, li rende abilissimi a nascondere le prove del reato verso i propri figli, nel caso in cui nasca in loro il dubbio che il pediatra inizi a nutrire qualche sospetto, cambiano rapidamente atteggiamento, per allontanare da sé l’idea del presunto colpevole.

D’altro canto il pediatra che si trova di fronte ad un caso di probabile “ Sindrome di bambino maltrattato”, si trova di fronte ad un doppio muro: da parte dei responsabili e anche dal punto di vista medico legale legato al proprio dubbio.

Come deve interagire e con chi?

Cosa deve fare?

Con chi può e deve condividere le informazioni che ha raccolto? (Sciolla 2007)

Il caso più noto di MSbP risale a tempi recenti: nel 1990 una bimba di nove anni, per anni fu deliberatamente avvelenata dalla madre che voleva attirare su di sé l’attenzione dei medici e dei mass media.

La madre della piccola fu arrestata e incriminata per gravi maltrattamenti dal tribunale dei minori della Florida.

Nonostante le testimonianze che comprovavano la colpevolezza di questa madre l’opinione pubblica non credeva ai risultati dell’indagine, le definivano una madre meravigliosa cui Jennifer doveva la vita, per il suo gran darsi da fare per farla curare ( Rosso 2007)

Parlare di MSbP risulta complesso per la scarsa letteratura scientifica, poiché la sindrome è rara, così come la malattia indotta o costruita da un caretaker ( Fischer et al 2005)

Non bisogna in ogni caso sminuire la gravità della sua natura o sottostimarla, è fondamentale osservare con rigore metodologico ogni singolo caso di malessere infantile che possa destare sospetti, quando sono presenti segni e sintomi inusuali, poco chiari e ambigui (Zara 2007)

Nella MSbP è comunemente accettato che una persona generalmente una donna, induca sintomi fisici o psicologici, ma spesso entrambi, in un’altra persona che generalmente è il figlio.

Gli aspetti che maggiormente creano sconcerto sono che la donna prova gratificazione nell’accanimento terapeutico che la vittima subisce, collabora con l’equipe medica, si mostra particolarmente calma, controllata e distaccata anche quando la vita del figlio pare in serio pericolo e nega ogni coinvolgimento personale nei disturbi della vittima.

Proprio il comportamento della madre deve destare sospetto in quanto probabile segno di un atteggiamento di Munchausen (Gulotta e Zara 2007)

Nel DSM-IV (1994) la sindrome di Munchausen sparì e venne sostituita “ Maltrattamento fisico del Bambino” per riapparire nel DSMIV –TR ( 2000) come disturbo del comportamento, inserita all’interno del “ Disturbo fittizio per procura”

La motivazione di tale comportamento viene ravvisata nel bisogno psicologico dei genitori di assumere per interposta persona il ruolo di ammalato.

Conseguenze sul minore

I disordini comportamentali di tali bambini sono risultati simili a quelli dei coetanei sottoposti ad altre forme di abuso.

L’incessante ricorso ad accertamenti, cure, interventi, o addirittura, la diretta somministrazione di sostanze dannose può procurare danni fisici, portando a volte fino alla morte.

Ma così come le conseguenze fisiche, anche quelle psicologiche non sono inferiori, questi bambini presentano una difficoltà di concentrazione, problemi comportamentali a scuola ( la maggior parte pratica l’abbandono scolastico) , a casa, tendenza al furto, disturbi dell’apprendimento, difficoltà nel linguaggio, enuresi notturna , incubi, problemi emotivi.

Spesso appaiono come molto timidi e paurosi, con tratti aggressivi e con relazioni simbiotiche con la propria madre.

Conclusioni

Purtroppo, sebbene nel corso degli anni sia stata tentata la psicoterapia, in realtà gli esiti sono stati deludenti.

Nei casi meno gravi, l’approccio migliore sarebbe la terapia familiare (con la presenza di un pediatra) ideona per la madre in cerca di attenzione e supporto molto meno per quella affetta da disturbi di personalità.

Ovviamente, per i casi più gravi è indispensabile la segnalazione ai servizi sociali e alle autorità giudiziaria per valutare la necessità di un allontanamento del bambino dal nucleo familiare.

Molo spesso i medici che hanno a che fare con tali madri preferiscono chiarire la situazione con il genitore, considerandolo in buona fede e senza volontà di causare danni al proprio figlio, in realtà, però, i soggetti affetti da SMP sono abili simulatori e manipolatori, capaci di sollecitare il narcisismo del medico e indurlo, quindi, a non accettare il fatto di essere stato “ preso in giro”

Di particolare interesse è il fatto che le vittime spesso finiscono per immedesimarsi nel ruolo di malato per avere accettazione e affetto da parte della madre e, nel caso di adolescenti, possono finire di sviluppare esse stesse una sindrome di Munchausen.

Come per l’ abuso fisico in famiglia, anche SMP è infatti multigenerazionale e il bambino vittima avrà una probabilità di diventare un adulto con Sindrome di Munchausen.

Proprio per questo motivo, è indispensabile un sostegno psicologico al minore, per poter superare questa esperienza al meglio e non far sì che vada a condizionare il suo futuro.

 

Dott. Maria Bernabeo

(Pres. Associazione Help Family)

 

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I FIGLI CHE NON VOGLIONO PIÙ I GENITORI: FENOMENO PIUTTOSTO DIFFUSO

sindrome di asperger

Impeccabili, originali, affidabili e con ottima memoria:  sono tanti i punti di forza dei bambini con sindrome di asperger

Snob, bizzarro, scostumato, strano.. sono tanti gli appellativi che possono ricoprire un Asperger ma senza fare centro, senza mai descriverne l’essenza. La sindrome di Asperger, ad oggi, è molto più conosciuta che in passato, ma pur essendo più conosciuta è ancora difficilmente ri-conosciuta. Sono tanti, infatti, gli Asperger che ricevono una diagnosi tardiva anche in età adulta.

Si è appena celebrata proprio la giornata mondiale dell’Asperger, perché il 18 febbraio del lontano 1906, a Vienna, nasceva lo “scopritore” della Sindrome, Hans Asperger. Nell’ospedale di Vienna, il pediatra riconobbe una serie di bambini che non rientravano in nessuna diagnosi dell’epoca:  questi bambini erano ben dotati cognitivamente ma non emotivamente, mostravano difficoltà nella comunicazione verbale e non verbale e nella socializzazione.

In questo breve omaggio alla giornata mondiale dell’Asperger, però, non vorrei soffermarmi sui punti deboli o che ci possono aiutare nel formulare una diagnosi di sindrome di Asperger.

Oggi voglio celebrare gli Asperger e quelli che, secondo me e dal mio lavoro con loro,  sono i loro punti di forza:

  • Solitamente gli Asperger hanno delle isole di abilità che coltivano con particolare perseveranza, c’è chi è amante del sistema solare, chi degli animali, chi della tecnologia e così via.. ma sono proprio queste menti che permettono dei processi “evoluzionistici”. La mente Asperger, infatti, spinge a compiere dei veri e propri “balzi” conoscitivi che sono inconcepibili per chi è imprigionato in un pensiero maggiormente normotipico.
  • Sempre in buona parte dei casi ciò che un Asperger fa, lo fa in maniera impeccabile avvolgendo il suo operato di un alone di perfezionismo. Non ho mai visto un Asperger essere approssimativo in ciò a cui si dedica.
  • Quasi tutti sono piacevolmente originali o si dedicano ai loro interessi in maniera del tutto originale, seguendo altre vie. Mi viene in mente un giovane disegnatore di un atelier artistico (ultrablu.it) di cui sono fondatrice, che disegna senza mai sollevare la matita dal foglio. Per me questa operazione sarebbe impossibile, mentre per lui è naturale così!
  • La maggioranza degli Asperger sono puntuali e affidabili, preso un impegno lo rispettano. Un paio di settimane fa ho portato tre ragazzini, Asperger e non, a fare un laboratorio di pasticceria. Uno di loro, Aspie, stava facendo una dieta priva di zuccheri ed è riuscito a resistere alla tentazione di mangiare un profumatissimo biscotto al cioccolato che aveva fatto durante il laboratorio. Insomma, una capacità assolutamente invidiabile di mantenere la parola data!
  • Generalmente gli Asperger hanno un’ottima memoria, recentemente parlando con un giovane Aspie, mi riportava degli eventi della sua infanzia che mi riusciva a collocare temporalmente nei dettagli (il 5 dicembre del 1996 che era un giovedì, mio padre..).

Il mio elenco potrebbe continuare, anche perché per ogni essere umano, Asperger e non, vi sono pregi e difetti, luci ed ombre.  Sicuramente lavorare con le neurodiversità è un continuo mettersi in discussione, un continuo ricordarsi dell’unicità di ciascuno di noi e di come tale unicità e originalità vada protetta, ancor di più al nostro tempo in cui è di moda omologarsi, a un’immagine su istagram, a un guru, a un miraggio, al prezzo di rinunciare alla nostra originalità.

Scriveva Pasolini “la diversità mi fece bello”, non scordiamocelo.

 

Dr.ssa Rosaria Ferrara

Psicologa

 

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attacco di panico

Un approfondimento dedicato all’ attacco di panico e ai sintomi che lo accompagnano. Ecco come uscire da questo tipo di disturbo

“Sto morendo!” ecco la frase più associata all’ attacco di panico: quella sensazione di venir meno che tra tanti malesseri somatici come palpitazioni, tremori e senso di smarrimento, caratterizza questo fenomeno così tanto e trasversalmente diffuso.

Oltre all’evento in sé, chi prova l’attacco di panico, rimane in scacco della paura che ritorni ed è una paura che condiziona il vivere di quel soggetto fino a farlo essere più timoroso, a ridurlo all’ombra di se stesso, imprigionato in una vita che, all’improvviso, appare molto più limitata e limitante.

Quello che più ci orienta nella clinica, come terapeuti, è proprio quello smarrimento, quel non capire cosa il paziente ci lì in quel momento storico della sua vita.

L’evento dell’attacco di panico mette a nudo che il soggetto non dispone di un significante per spiegare la sua esistenza.

Sfugge il senso della propria vita, si tocca, anzi si finisce dentro un’interruzione, un vuoto che non può far altro che ingenerare panico.

Il malessere è diffuso, non ci si sa dare una spiegazione precisa, non ci sono le parole per dirlo.

Il senso di smarrimento è imperante e pervasivo. Più il soggetto si sente spaesato, più prova ad appellarsi agli altri e quindi inizia a chiedere di essere accompagnato a lavoro, a fare la spesa, o altre faccende che prima avrebbe affrontato serenamente.

Il panico trascina con sé l’ansia del successivo attacco di panico, si apre un tempo di attesa ed inquietudine in cui il soggetto si sente smarrito e somatizza e sente su di sé una lunga serie di sintomi che ingenerano la paura di malattie (i pazienti con attacchi di panico affollano i pronto soccorso). Riscontro che tanti pazienti che soffrono di attacchi di panico solo dopo aver interpellato tanti dottori, specialisti ed aver escluso cause organiche, si “arrendono” all’idea di aver sperimentato degli attacchi di panico e pertanto la causa è da trovare nella psiche.

È possibile uscire dagli attacchi di panico?

Sì ed è possibile tramite una psicoterapia. È con l’aiuto di un terapeuta che si può venire fuori da qual buco creato da un significante, una parola che manca, un’esperienza che non riusciamo a definire ma che ci blocca. Sarà lungo il percorso di psicoterapia che con il paziente si affronteranno fantasie, desideri, pensieri più o meno consci, che hanno bisogno di essere riconosciuti, elaborati ed accettati dal paziente per tornare a vivere senza ansia.

Dott.ssa Rosaria Ferrara

(Psicologa Forense)

 

 

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i test proiettivi

Negli Stati Uniti i test proiettivi hanno lasciato spazio a una tecnica più attendibile e di più elevata scientificità. Analizziamo il perché

Sebbene i test proiettivi continuano a essere notevolmente usati nel contesto giuridico, negli ultimi anni si è evidenziato come essi abbiano una scarsa attendibilità, la loro valutazione scientifica è altamente controversa.

Pertanto, molte ricerche hanno dimostrato che nell’ambito  forense i test proiettivi devono essere usati con molta cautela o coadiuvati da qualche strumento scientifico.

E’ importante sapere che i test proiettivi sono spesso inattendibili, per cui è facile cadere in errore e i punteggi ottenuti possono mutare da un professionista all’altro, le norme sono generalmente inesistenti e problematiche.

Sarebbe opportuno informare giudici e giurie sulla controversia di questi strumenti. Le tecniche proiettive possono essere contraffate, così come le influenze situazionali.

In America da almeno un decennio sono stati abbandonati per dare spazio ad una tecnica molto più attendibile e di comprovata scientificità “ la mappa cerebrale”.

Il QEEG evidenzia profili psicologici e comportamentali dovuti a traumi organici o psichici (ansia-depressione-disturbo ossessivo compulsivo ed altro).

Suddetta valutazione, applicata nell’ambito forense diventa uno strumento utile per verificare la struttura psicologica della  persona denunciata o definita (aggressiva, violenta).

Il QEEG, applicato all’interno di una consulenza tecnica permetterà di avere un quadro reale e completo sulle figure coinvolte nel procedimento (accusato-accusatore).

 

Dott.ssa Maria Bernabeo 

Associazione Help Family

 

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