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psicologo e infermiere

test psicologici

Nell’ambito della consulenza tecnica giudiziaria è prevista la possibilità di utilizzo di taluni test psicologici per meglio approfondire e/o confermare i dati clinici emersi durante l’iter peritale.

La consulenza tecnica così come la perizia psicologica hanno lo scopo di approfondire l’assetto psichico di un soggetto, inclusa la sua personalità, le relazioni interpersonali e il contesto fattuale attraverso l’indagine delle relazioni familiari e degli indicatori fisici, cognitivi, emotivi e affettivi. Esse si connotano per essere condizioni cliniche/forensi volte a esaminare le dinamiche psicologiche del soggetto che risultino in grado di spiegarne il comportamento in base alle teorie e costrutti scientifici.

Lo psicologo, si ritrova ad accertare in ambito penale, l’immaturità del minore, la circonvenzione di incapace (ex art. 643 c. p.), la violenza sessuale (inferiorità psichica, ex art. 609 bis, comma 1 c. p.), l’idoneità mentale a rendere testimonianza (art. 196, comma 2 c.p.p.), mentre in ambito civile egli verrà chiamato per l’affidamento o adozione dei minori nei casi di separazione, richiesta dal Giudice in caso di incapacità dei genitori di accordarsi sull’affido dei figli, di solito per una conflittualità irrisolta (separazione giudiziale artt. 143 e segg. c. c.- stato di abbandono legge n° 149/2001), per la responsabilità genitoriale, valutando anche la persistenza del disagio del minore, potrà essere chiamato per valutare l’identità psicosessuale, il danno biologico di tipo psichico, il mobbing, lo stalking.

Per poter procedere a valutazione lo psicologo giuridico può avvalersi sostanzialmente di due strumenti metodologici:

  • colloquio clinico
  • test psicologici

Attraverso il primo di questi strumenti, vengono esplorati i vissuti, le emozioni e le difficoltà di un soggetto per poter approfondire attraverso il racconto della propria storia, i fattori intra-psichici, relazionali, familiari e biologici che possono aver scatenato/esacerbato le difficoltà, i disturbi o le sofferenze patite.

Esso si configura come strumento privilegiato dell’indagine peritale perché consente di stabilire un contatto con i soggetti coinvolti, costruendo una rappresentazione condivisa di ciò che stanno vivendo.

L’utilizzo dei test psicologici – pur con certi limiti – completa e integra i dati clinici ottenuti durante il colloquio, consentendo una valutazione del funzionamento mentale di un soggetto in tempi tra l’altro, relativamente brevi oltre a confermare o disconfermare le osservazioni cliniche precedentemente ottenute. I test si presentano come strumenti utili per un approccio di tipo dimensionale e quantitativo potendo fornire elementi psico-patologici di rilievo per la comprensione della personalità di un soggetto.

Ovviamente, i test psicologici non vanno mai intesi come “sostituti” del colloquio clinico/forense bensì come alleati dell’indagine peritale così come, è bene non somministrarne mai uno soltanto in quanto considerati singolarmente non garantiscono di per loro la possibilità di formulare diagnosi attendibili, ma piuttosto utilizzare una batteria testistica adeguata alla disamina peritale.

In sede peritale, essi hanno lo scopo di assolvere la “valutazione” sulla base dei quesiti posti dal Giudice e non quello di pervenire a un trattamento terapico.

Le indagini testistiche più diffuse in età evolutiva, dunque per bambini e adolescenti, sono i Test Grafici “carta e matita” (Test della Figura Umana di Machover, disegno della Famiglia, reattivo dell’Albero di Koch) utilizzati accanto a prove più strutturate come le Favole della Duss, il Wartegg, il Blaky Pictures, il Patte-Noire, il CAT ma anche il test Rorschach adattato ai bambini, la WISC-IV, per gli adolescenti l’MMPI-A, mentre negli adulti il test Rorschach, l’MMPI-2, il Wartegg, la WAIS.

È bene ricordare in ambito specificatamente neuro-psicologico l’utilizzo di alcuni dei su citati test riuniti in batterie risulta indispensabile al fine di esplorare i diversi ambiti dell’elaborazione cognitiva dell’informazione, permettendo così una valutazione oggettiva delle difficoltà cognitive e prassiche (afasia, aprassia, alessie, amnesie, agrafie, agnosie etc…).

Risulta opportuno sottolineare che si perviene alla scelta del test maggiormente adeguato sulla base dei dati a cui si vuole pervenire.

L’utilizzo dei test consente di ridurre le fonti di “errore” che possono provenire dalla soggettività dell’esaminatore o da meccanismi difficilmente carpibili con il solo colloquio.

Per garantire la validità dello strumento è bene che l’esaminatore si attenga alle modalità di somministrazione, procedure di scoring e siglatura dei protocolli così come indicati nel manuale d’uso.

Inoltre, lo stesso setting può divenire ulteriore fonte d’errore, poiché la stessa finalità all’intervento giudiziario tende a distorcere la modalità di adeguamento del soggetto al test e dunque, alle risposte fornite.

Diviene quindi necessario valutare l’eventuale alterazione di punteggi dovuti a fattori quali eccessiva difesa o desiderabilità sociale.

Risulta palese a questo punto, sottolineare come il risultato di un test o il punteggio di una scala vada valutata non come elemento a sé stante, ma inserendolo all’interno di un quadro più complesso che comprenda la raccolta clinico-anamnestica e la storia personale di quel determinato soggetto.

Concludendo, giova mettere in evidenza che l’applicabilità, quanto l’efficacia dei test psicodiagnostici è garantita solo se vengono rispettati i requisiti che sono alla base di ogni test psicologico insieme ad un’indispensabile formazione specifica sulla psicodiagnosi.

 

 

Dott.ssa Maria Cristina Passanante

Specialista in Psicologia Giuridica e delle Assicurazioni –

Perfezionata in Psicodiagnostica Forense

 

 

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I TEST PROIETTIVI USATI IN AMBITO FORENSE SONO STRUMENTI VALIDI?

aggressività

Considerare l’ aggressività come una condizione inscindibile dall’autismo è un errore da non commettere. L’esperta spiega perché.

Autismo ed aggressività non sono un connubio inscindibile, anzi.

Molte volte quando sento parlare di autismo o autistici sento commenti del tipo “sono violenti!”, ma non è vero o per meglio dire non sempre lo è. Inoltre conosco una vasto numero di autistici che a volte possono essere aggressivi verso se stessi, ma non verso l’altro.

L’ aggressività la sperimenta ciascuno di noi, ricordo un ragazzo Asperger che seguo da un po’ di tempo che dopo un primo periodo di trattamento si scontrò in piscina con una signora che, involontariamente, gli fece male. La reazione del ragazzino fu di inveire con una sterminata serie di parolacce!

La madre rimase particolarmente scossa dalla violenza verbale del figlio, io ci vidi un avanzamento, un momento di crescita in quanto il piccolo Aspie era solito iniziare una serie di stereotipie in situazioni del genere. L’ aggressività in quella determinata occasione, era stato un fenomeno eterodiretto, e non autodiretto come una stereotipia, pertanto era da leggervi un avanzamento.

Ma ora veniamo ad un breve skatch clinico. Vi introduco G. un bimbo di tre anni che ho visto per una valutazione e con il quale ho poi iniziato un trattamento specifico. G. si presenta come un bambino molto vivace, si muove nella stanza di valutazione in continuazione e sono pochi i materiali che attirano la sua attenzione. G. utilizza poco lo sguardo, non parla né approssima parole, vocalizza in maniera autodiretta (quindi emette suoni ma poche volte con intento comunicativo).

Spesso G. si picchia con una certa intensità stringendo la mano in un pugno e scaraventandolo in testa. Dopo averlo osservato, aver effettuato una serie di test con lui ed i genitori ho iniziato un trattamento basato sui principi del metodo Denver e che aiutasse G. nel migliorare la comunicazione.

Dopo solo due mesi, G. è diventato molto più comunicativo: utilizza di più lo sguardo, ha molte più vocalizzazioni e sono perlopiù eterodirette (vocalizza guardando le altre persone), inoltre ha smesso di picchiarsi. G., infatti, è stato aiutato nell’aumentare la comunicazione (non il linguaggio, ma la comunicazione che viene ancor prima del linguaggio), capendo che può esprimersi in una miriade di modi anziché picchiarsi in testa.

L’ aggressività nello spettro autistico non è sempre dovuta alla comunicazione, ma oggi ho voluto riportare un nesso che si ripete in tanti di questi casi, in cui l’ aggressività indica la frustrazione conseguente all’incapacità di comunicare.

Dott.ssa Rosaria Ferrara

 

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AUTISMO E PEDIATRI: FASE FONDAMENTALE PER UNA DIAGNOSI PRECOCE

Abuso sui minori: ‘La sindrome di Munchausen’ per procura

L’ abuso è l’insieme di atti e carenze che turbano gravemente il bambino, attentando alla sua integrità corporea e al suo sviluppo fisico, affettivo, intellettivo e morale

Il termine abuso è stato formulato per la prima volta nel IV Colloquio Criminologico di Strasburgo del consiglio d’Europa (1981) dove l’abuso è stato definito come “L’insieme di atti e carenze che turbano gravemente il bambino, attentando alla sua integrità corporea e al suo sviluppo fisico, affettivo, intellettivo e morale”.

L’abuso perpetuato nelle prime fasi evolutive può influenzare profondamente e negativamente la struttura della personalità del bambino o del pre-adolescente, provocando una condizione di estrema vulnerabilità emotiva e di confusione, che nel tempo può associarsi ad una molteplicità di manifestazioni sintomatologiche: stati d’ansia, bassa autostima, depressione, difficoltà scolastiche, somatizzazioni.

Tra i maltrattamenti o abusi perpetuati sui minori il più invasivo è la Sindrome di Munchausen per procura.

Cosa s’intende per Sindrome di Munchausen per procura?

Utilizzato per la prima volta nel 1977 dal pediatra inglese Roy Meadow, per indicare quei genitori che inventano o procurano sintomi ai propri figli per sottoporli ad accertamenti, interventi che finiscono per danneggiarli e, in casi estremi ucciderli, solo per il fine di attirare l’attenzione su di sé e godere del supporto, dell’affetto che la gente rivolge loro a causa dei problemi del proprio figlio.

Tipicamente la vittima è un bambino piccolo e nel 90% dei casi l’autore è la madre (Lasher,R.J, 2004)

Il profilo di queste madri è totalmente lontano dall’immagine di madre maltrattante anzi, appaiono premurose, ansiose per la salute dei propri figli.

Le cause scatenanti per questa sindrome sono le più varie; talvolta il comportamento di queste madri evidenzia un attacco al marito, che forse è un padre emotivamente distante o fisicamente assente, la crisi matrimoniale dà alla madre la giustificazione di vendicarsi dell’uomo che ha accanto e con il quale ha avuto un figlio, non potendo attaccare il marito attacca il figlio avuto da lui.

Elementi che caratterizzano la sindrome

Gli elementi che caratterizzano la sindrome di Munchausen sono i seguenti:

  • La contraffazione della patologia medica, che può essere indifferentemente simulata o prodotta.

Nel primo caso la madre simula una patologia ma non produce nulla al figlio mentre nel secondo produce la patologia danneggiando il figlio.

  • La madre attiva un’ opera di suggestione per convincere il bambino di essere malato, oppure si producono i sintomi attraverso la somministrazione di sostanze nocive.
  • Comportamenti attivi o omissivi. Il bambino è affetto da una patologia cronica e si omette la somministrazione di terapia
  • In altri casi si è attivi peggiorando la sintomatologia
  • A volte abbiamo falsa denuncia di abuso, la madre patogena accusa il marito come responsabile di maltrattamenti nei confronti del figlio.

Il riconoscimento per una corretta diagnostica

La sindrome di Munchausen per procura è una forma di maltrattamento e abuso estremo nei confronti dei minori, che può condurre alla morte la vittima.

L’abusante, in genere la madre, inventa, fabbrica induce nel bambino sintomi per i quali si richiede l’intervento dello specialista: la vittima viene così sottoposta ad analisi, cure e trattamenti medici non necessari e spesso intrusivi e dolorosi.

Risulta difficile ad un professionista pensare, nell’immediatezza della richiesta di aiuto, che sia stata la madre di aver provocato in maniera deliberata una malattia nel figlio o ad averne aggravato una patologia già presente.

Da molti anni si sta cercando di far luce su questa dimensione dell’ abuso all’infanzia particolarmente complessa e distruttiva, oltre che altrettanto difficilmente diagnosticabile e individuabile, attraverso un approccio multidisciplinare per tentare di ricostruire la complessità medica, psicologica, giuridica-criminologica. (Perusia 2007)

La sindrome del bambino maltrattato è stata inserita come categoria diagnostica intorno al 1968, da Kempe.

In campo prettamente clinico, la sindrome di Munchausen by Proxy può essere smascherata dalla medicina generale, poiché le caratteristiche della presunta malattia non rientrano nei quadri canonici, le terapie classiche non danno i miglioramenti attesi e la patologia ha un andamento sconosciuto.

Il termine by proxy definisce la delega ad altri, delega che l’abusante Munchausen utilizza verso i sanitari inconsapevoli, attraverso di loro continua da abusare della vittima.

In campo psichiatrico e psicologico tutto è più complesso, poiché è molto difficile distinguere i disturbi reali da quelli fittizi, quelli spontanei da quelli indotti (Gulotta, Perusia, Zara 2007)

La sindrome psicologica che sta alla base della sindrome rende irresponsabile dei veri e propri killer e, come tali, li rende abilissimi a nascondere le prove del reato verso i propri figli, nel caso in cui nasca in loro il dubbio che il pediatra inizi a nutrire qualche sospetto, cambiano rapidamente atteggiamento, per allontanare da sé l’idea del presunto colpevole.

D’altro canto il pediatra che si trova di fronte ad un caso di probabile “ Sindrome di bambino maltrattato”, si trova di fronte ad un doppio muro: da parte dei responsabili e anche dal punto di vista medico legale legato al proprio dubbio.

Come deve interagire e con chi?

Cosa deve fare?

Con chi può e deve condividere le informazioni che ha raccolto? (Sciolla 2007)

Il caso più noto di MSbP risale a tempi recenti: nel 1990 una bimba di nove anni, per anni fu deliberatamente avvelenata dalla madre che voleva attirare su di sé l’attenzione dei medici e dei mass media.

La madre della piccola fu arrestata e incriminata per gravi maltrattamenti dal tribunale dei minori della Florida.

Nonostante le testimonianze che comprovavano la colpevolezza di questa madre l’opinione pubblica non credeva ai risultati dell’indagine, le definivano una madre meravigliosa cui Jennifer doveva la vita, per il suo gran darsi da fare per farla curare ( Rosso 2007)

Parlare di MSbP risulta complesso per la scarsa letteratura scientifica, poiché la sindrome è rara, così come la malattia indotta o costruita da un caretaker ( Fischer et al 2005)

Non bisogna in ogni caso sminuire la gravità della sua natura o sottostimarla, è fondamentale osservare con rigore metodologico ogni singolo caso di malessere infantile che possa destare sospetti, quando sono presenti segni e sintomi inusuali, poco chiari e ambigui (Zara 2007)

Nella MSbP è comunemente accettato che una persona generalmente una donna, induca sintomi fisici o psicologici, ma spesso entrambi, in un’altra persona che generalmente è il figlio.

Gli aspetti che maggiormente creano sconcerto sono che la donna prova gratificazione nell’accanimento terapeutico che la vittima subisce, collabora con l’equipe medica, si mostra particolarmente calma, controllata e distaccata anche quando la vita del figlio pare in serio pericolo e nega ogni coinvolgimento personale nei disturbi della vittima.

Proprio il comportamento della madre deve destare sospetto in quanto probabile segno di un atteggiamento di Munchausen (Gulotta e Zara 2007)

Nel DSM-IV (1994) la sindrome di Munchausen sparì e venne sostituita “ Maltrattamento fisico del Bambino” per riapparire nel DSMIV –TR ( 2000) come disturbo del comportamento, inserita all’interno del “ Disturbo fittizio per procura”

La motivazione di tale comportamento viene ravvisata nel bisogno psicologico dei genitori di assumere per interposta persona il ruolo di ammalato.

Conseguenze sul minore

I disordini comportamentali di tali bambini sono risultati simili a quelli dei coetanei sottoposti ad altre forme di abuso.

L’incessante ricorso ad accertamenti, cure, interventi, o addirittura, la diretta somministrazione di sostanze dannose può procurare danni fisici, portando a volte fino alla morte.

Ma così come le conseguenze fisiche, anche quelle psicologiche non sono inferiori, questi bambini presentano una difficoltà di concentrazione, problemi comportamentali a scuola ( la maggior parte pratica l’abbandono scolastico) , a casa, tendenza al furto, disturbi dell’apprendimento, difficoltà nel linguaggio, enuresi notturna , incubi, problemi emotivi.

Spesso appaiono come molto timidi e paurosi, con tratti aggressivi e con relazioni simbiotiche con la propria madre.

Conclusioni

Purtroppo, sebbene nel corso degli anni sia stata tentata la psicoterapia, in realtà gli esiti sono stati deludenti.

Nei casi meno gravi, l’approccio migliore sarebbe la terapia familiare (con la presenza di un pediatra) ideona per la madre in cerca di attenzione e supporto molto meno per quella affetta da disturbi di personalità.

Ovviamente, per i casi più gravi è indispensabile la segnalazione ai servizi sociali e alle autorità giudiziaria per valutare la necessità di un allontanamento del bambino dal nucleo familiare.

Molo spesso i medici che hanno a che fare con tali madri preferiscono chiarire la situazione con il genitore, considerandolo in buona fede e senza volontà di causare danni al proprio figlio, in realtà, però, i soggetti affetti da SMP sono abili simulatori e manipolatori, capaci di sollecitare il narcisismo del medico e indurlo, quindi, a non accettare il fatto di essere stato “ preso in giro”

Di particolare interesse è il fatto che le vittime spesso finiscono per immedesimarsi nel ruolo di malato per avere accettazione e affetto da parte della madre e, nel caso di adolescenti, possono finire di sviluppare esse stesse una sindrome di Munchausen.

Come per l’ abuso fisico in famiglia, anche SMP è infatti multigenerazionale e il bambino vittima avrà una probabilità di diventare un adulto con Sindrome di Munchausen.

Proprio per questo motivo, è indispensabile un sostegno psicologico al minore, per poter superare questa esperienza al meglio e non far sì che vada a condizionare il suo futuro.

 

Dott. Maria Bernabeo

(Pres. Associazione Help Family)

 

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I FIGLI CHE NON VOGLIONO PIÙ I GENITORI: FENOMENO PIUTTOSTO DIFFUSO

sindrome di asperger

Impeccabili, originali, affidabili e con ottima memoria:  sono tanti i punti di forza dei bambini con sindrome di asperger

Snob, bizzarro, scostumato, strano.. sono tanti gli appellativi che possono ricoprire un Asperger ma senza fare centro, senza mai descriverne l’essenza. La sindrome di Asperger, ad oggi, è molto più conosciuta che in passato, ma pur essendo più conosciuta è ancora difficilmente ri-conosciuta. Sono tanti, infatti, gli Asperger che ricevono una diagnosi tardiva anche in età adulta.

Si è appena celebrata proprio la giornata mondiale dell’Asperger, perché il 18 febbraio del lontano 1906, a Vienna, nasceva lo “scopritore” della Sindrome, Hans Asperger. Nell’ospedale di Vienna, il pediatra riconobbe una serie di bambini che non rientravano in nessuna diagnosi dell’epoca:  questi bambini erano ben dotati cognitivamente ma non emotivamente, mostravano difficoltà nella comunicazione verbale e non verbale e nella socializzazione.

In questo breve omaggio alla giornata mondiale dell’Asperger, però, non vorrei soffermarmi sui punti deboli o che ci possono aiutare nel formulare una diagnosi di sindrome di Asperger.

Oggi voglio celebrare gli Asperger e quelli che, secondo me e dal mio lavoro con loro,  sono i loro punti di forza:

  • Solitamente gli Asperger hanno delle isole di abilità che coltivano con particolare perseveranza, c’è chi è amante del sistema solare, chi degli animali, chi della tecnologia e così via.. ma sono proprio queste menti che permettono dei processi “evoluzionistici”. La mente Asperger, infatti, spinge a compiere dei veri e propri “balzi” conoscitivi che sono inconcepibili per chi è imprigionato in un pensiero maggiormente normotipico.
  • Sempre in buona parte dei casi ciò che un Asperger fa, lo fa in maniera impeccabile avvolgendo il suo operato di un alone di perfezionismo. Non ho mai visto un Asperger essere approssimativo in ciò a cui si dedica.
  • Quasi tutti sono piacevolmente originali o si dedicano ai loro interessi in maniera del tutto originale, seguendo altre vie. Mi viene in mente un giovane disegnatore di un atelier artistico (ultrablu.it) di cui sono fondatrice, che disegna senza mai sollevare la matita dal foglio. Per me questa operazione sarebbe impossibile, mentre per lui è naturale così!
  • La maggioranza degli Asperger sono puntuali e affidabili, preso un impegno lo rispettano. Un paio di settimane fa ho portato tre ragazzini, Asperger e non, a fare un laboratorio di pasticceria. Uno di loro, Aspie, stava facendo una dieta priva di zuccheri ed è riuscito a resistere alla tentazione di mangiare un profumatissimo biscotto al cioccolato che aveva fatto durante il laboratorio. Insomma, una capacità assolutamente invidiabile di mantenere la parola data!
  • Generalmente gli Asperger hanno un’ottima memoria, recentemente parlando con un giovane Aspie, mi riportava degli eventi della sua infanzia che mi riusciva a collocare temporalmente nei dettagli (il 5 dicembre del 1996 che era un giovedì, mio padre..).

Il mio elenco potrebbe continuare, anche perché per ogni essere umano, Asperger e non, vi sono pregi e difetti, luci ed ombre.  Sicuramente lavorare con le neurodiversità è un continuo mettersi in discussione, un continuo ricordarsi dell’unicità di ciascuno di noi e di come tale unicità e originalità vada protetta, ancor di più al nostro tempo in cui è di moda omologarsi, a un’immagine su istagram, a un guru, a un miraggio, al prezzo di rinunciare alla nostra originalità.

Scriveva Pasolini “la diversità mi fece bello”, non scordiamocelo.

 

Dr.ssa Rosaria Ferrara

Psicologa

 

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AUTISMO E PEDIATRI: FASE FONDAMENTALE PER UNA DIAGNOSI PRECOCE

attacco di panico

Un approfondimento dedicato all’ attacco di panico e ai sintomi che lo accompagnano. Ecco come uscire da questo tipo di disturbo

“Sto morendo!” ecco la frase più associata all’ attacco di panico: quella sensazione di venir meno che tra tanti malesseri somatici come palpitazioni, tremori e senso di smarrimento, caratterizza questo fenomeno così tanto e trasversalmente diffuso.

Oltre all’evento in sé, chi prova l’attacco di panico, rimane in scacco della paura che ritorni ed è una paura che condiziona il vivere di quel soggetto fino a farlo essere più timoroso, a ridurlo all’ombra di se stesso, imprigionato in una vita che, all’improvviso, appare molto più limitata e limitante.

Quello che più ci orienta nella clinica, come terapeuti, è proprio quello smarrimento, quel non capire cosa il paziente ci lì in quel momento storico della sua vita.

L’evento dell’attacco di panico mette a nudo che il soggetto non dispone di un significante per spiegare la sua esistenza.

Sfugge il senso della propria vita, si tocca, anzi si finisce dentro un’interruzione, un vuoto che non può far altro che ingenerare panico.

Il malessere è diffuso, non ci si sa dare una spiegazione precisa, non ci sono le parole per dirlo.

Il senso di smarrimento è imperante e pervasivo. Più il soggetto si sente spaesato, più prova ad appellarsi agli altri e quindi inizia a chiedere di essere accompagnato a lavoro, a fare la spesa, o altre faccende che prima avrebbe affrontato serenamente.

Il panico trascina con sé l’ansia del successivo attacco di panico, si apre un tempo di attesa ed inquietudine in cui il soggetto si sente smarrito e somatizza e sente su di sé una lunga serie di sintomi che ingenerano la paura di malattie (i pazienti con attacchi di panico affollano i pronto soccorso). Riscontro che tanti pazienti che soffrono di attacchi di panico solo dopo aver interpellato tanti dottori, specialisti ed aver escluso cause organiche, si “arrendono” all’idea di aver sperimentato degli attacchi di panico e pertanto la causa è da trovare nella psiche.

È possibile uscire dagli attacchi di panico?

Sì ed è possibile tramite una psicoterapia. È con l’aiuto di un terapeuta che si può venire fuori da qual buco creato da un significante, una parola che manca, un’esperienza che non riusciamo a definire ma che ci blocca. Sarà lungo il percorso di psicoterapia che con il paziente si affronteranno fantasie, desideri, pensieri più o meno consci, che hanno bisogno di essere riconosciuti, elaborati ed accettati dal paziente per tornare a vivere senza ansia.

Dott.ssa Rosaria Ferrara

(Psicologa Forense)

 

 

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ANSIA, COME RICONOSCERLA NEI BAMBINI

i test proiettivi

Negli Stati Uniti i test proiettivi hanno lasciato spazio a una tecnica più attendibile e di più elevata scientificità. Analizziamo il perché

Sebbene i test proiettivi continuano a essere notevolmente usati nel contesto giuridico, negli ultimi anni si è evidenziato come essi abbiano una scarsa attendibilità, la loro valutazione scientifica è altamente controversa.

Pertanto, molte ricerche hanno dimostrato che nell’ambito  forense i test proiettivi devono essere usati con molta cautela o coadiuvati da qualche strumento scientifico.

E’ importante sapere che i test proiettivi sono spesso inattendibili, per cui è facile cadere in errore e i punteggi ottenuti possono mutare da un professionista all’altro, le norme sono generalmente inesistenti e problematiche.

Sarebbe opportuno informare giudici e giurie sulla controversia di questi strumenti. Le tecniche proiettive possono essere contraffate, così come le influenze situazionali.

In America da almeno un decennio sono stati abbandonati per dare spazio ad una tecnica molto più attendibile e di comprovata scientificità “ la mappa cerebrale”.

Il QEEG evidenzia profili psicologici e comportamentali dovuti a traumi organici o psichici (ansia-depressione-disturbo ossessivo compulsivo ed altro).

Suddetta valutazione, applicata nell’ambito forense diventa uno strumento utile per verificare la struttura psicologica della  persona denunciata o definita (aggressiva, violenta).

Il QEEG, applicato all’interno di una consulenza tecnica permetterà di avere un quadro reale e completo sulle figure coinvolte nel procedimento (accusato-accusatore).

 

Dott.ssa Maria Bernabeo 

Associazione Help Family

 

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DANNO DA MOBBING: UN CASO REALE. LO PSICOLOGO E IL MEDICO LEGALE

autismo

Linda è una bimba di 18 mesi, a cui ho somministrato il modulo Toddler dell’ADOS-2, strumento principe per la diagnosi dell’ autismo …

I D.S.A. ( Disturbi dello Spettro autistico o autismo ), rappresentano disturbi eterogenei del neuro-sviluppo che si concretizzano in una compromissione più o meno severa della comunicazione (intesa come linguaggio ed interazione sociale) e del comportamento.

L’intervento e la tempestività del pediatra nei casi di “sospetto” autismo è fondamentale e può cambiare la vita del piccolo paziente e della sua famiglia. I piccoli che rientrano nello spettro autistico, infatti, già a 12 mesi mostrano dei segnali che potrebbero far pensare a delle anomali dello sviluppo.

A 18 mesi, poi, si possono rilevare una serie di sintomi anche con l’utilizzo di un questionario specifico , raccomandato per i pediatri, la Checklist for Autism in Toddlers (CHAT). Questo strumento, di veloce somministrazione, ci segnala aree specifiche in cui il bambino potrebbe essere a rischio (comunicazione e comportamento) in cui si possono rilevare dei “campanelli d’allarme”:

  • Il bambino non si gira al richiamo (per approfondire questo indicatore è sempre bene fare le prove audiometriche);
  • Lo sguardo del bambino non è ben modulato;
  • Il bambino ha un gioco ripetitivo;
  • Il bambino non ha acquisito gesti;
  • Il linguaggio è limitato o ancora non sviluppato.

Non tutte le forme dello spettro autistico possono essere rilevate in così tenera età, in alcuni casi lo sviluppo può sembrare tipico per poi subire una regressione sia nella comunicazione che nel linguaggio che nel comportamento. Per essere più chiara ed esaustiva riporto un estratto di una relazione di una bimba a cui ho segnalato un rischio dello spettro autistico a 18 mesi:

Linda non si preoccupa della presenza dell’esaminatrice, la sua attenzione è rivolta ad oggetti che si muovono come la palla i restanti giochi non l’attirano, nemmeno la bambola. Un interesse sensoriale insolito è la visione per tutto ciò che dà riflesso, Linda è attratta dalle superfici di vetro e dai pomelli delle porte ed è difficile distoglierla da questo interesse assorbente. Linda esprime perlopiù gli estremi emotivi, passando da momenti di felicità ed eccitazione ad altri di rabbia e collera quando il caregiver le interdice comportamenti potenzialmente lesivi a cui lei risponde con aggressioni fisiche. Quando fortemente eccitata sfarfalla con le manine”.

Linda è una bimba di 18 mesi, a cui ho somministrato il modulo Toddler dell’ADOS-2, strumento principe per la diagnosi dell’ autismo. La sveltezza con cui i genitori si sono allarmati ed attrezzati per capirci un po’ di più sulla loro bambina, che gli sembrava così diversa nello sviluppo dalla loro primogenita, gli ha permesso di lavorare in un momento di grande “plasticità cerebrale” e dare tutt’altra direzione allo sviluppo della bambina.

La diagnosi dell’ autismo è puramente clinica, si basa cioè, sull’osservazione ed il rilevamento del comportamento del bambino in una serie di attività con l’esaminatore e dalle interviste con i genitori.

Proprio per questo è fondamentale la tempestività, troppe volte ricevo genitori a cui è stato detto “aspettiamo” “parlerà” “è solo più lento degli altri”, ma nel mentre si perdevano i mesi “migliori” per una diagnosi ed un intervento precoce.

Per farla breve, quando si ha un dubbio è bene intervenire, una buona diagnosi potrà confermarlo o disconfermarlo.

 

Dott.ssa Rosaria Ferrara

(Psicologa Forense)

 

 

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SPETTRO AUTISTICO: VADEMECUM PER UNA DIAGNOSI ED UN INTERVENTO PRECOCE!

femminicidio

Il femminicidio è sicuramente un ‘disastro trasversale’, come afferma la giornalista Paola Saluzzi, un fenomeno dai numeri allarmanti

È sempre più necessario comprendere il perché della violenza fisica, psicologica ed economica che sta alla base del femminicidio.

La violenza non viene fatta solo sulle donne o gli uomini, ma ora più che mai ai numeri della violenza si aggiunge anche la violenza fatta sui bambini.

Il figlicidio è un argomento che va studiato attraverso molte angolazioni.

Oggi più che mai è necessario porre attenzione al cosiddetto “Stress di genere”

Una vera propria patologia che colpisce moltissime donne-mamme, e non solo: la questione può essere rivolta anche agli uomini –padri, con conseguenze che ben conosciamo altamente devastanti.

Si potrebbe pensare di trovarsi di fronte ad una grave forma di depressione ma anche ad un atteggiamento di onnipotenza, un atteggiamento legato al mondo infantile e narcisistico che fa scattare un pensiero delirante “non ho ciò che voglio, la famiglia mi stressa la elimino” alcuni studi clinici hanno dimostrato che quando si arriva ad elaborare un tale pensiero si diventi capace anche di uccidere.

Profilo di chi uccide una donna

Coloro i quali commettono femminicidio molto spesso sono persone considerate antisociali, molto spesso loro stessi hanno nel loro passato storie di violenza.

Proprio per questo gli apparati giudiziari e le forze dell’ordine non possono permettersi superficialità, ma nello stesso tempo bisogna aggiornare la diagnostica per evitare che tutto venga tradotto allo stesso modo.

Bisogna imparare a tradurre le menzogne o le false accuse/denunce che producono danno all’individuo falsamente accusato togliendo tempo alle istituzioni che dovrebbero prestare attenzione ai veri persecutori.

Bisogna non giustificare la spettacolarizzazione di questi gesti.

L’emulazione degli atti violenti attraverso video fatti successivamente girare nel web, andrebbe punita.

Sempre più donne sono vittime di uomini asociali che si riuniscono in branchi ( vedessi l’episodio di Rimini) perché la spettacolizza zione e il compiacimento che oggi si mostra attraverso il gesto violento e aggressivo porta all’emulazione crescente e all’egocentrismo di comportamenti negativi, intesi come legittimi o legittimati dalla società ( L’emulazione si esprime su: donne-bambini-anziani-animali)

Alla base di tutto ciò abbiamo un problema educativo sociale, è un problema che colpisce un intera generazione soprattutto i giovani scarsamente inclini a tollerare alcun tipo di frustrazione, specialmente quando vengono disattesi i propri bisogni.

La ragione di questa violenza è da ricercare in un atteggiamento comportamentale e culturale rivolto all’intolleranza, alla prevaricazione e alla possessività.

Concludo affermando che bisogna fare un lavoro accurato nelle scuole primarie e secondarie per troncare questi meccanismi dal nascere, lavori nelle scuole per genitori e insegnanti, e apportare un maggior controllo in tutto ciò che circola nel web.

 

Dott. Maria Bernabeo

Pres. Associazione Help Family

 

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i figli

Un caso clinico forense che rappresenta una situazione diffusa in cui i figli vengono inglobati nello scenario psichico di uno dei due genitori

Marcello e Monica si incontrano, sono più che trentenni, ancora giovani ma non così troppo da pensare ad un futuro insieme. Si sposano, hanno due figli. Ma la coppia non va. I due coniugi litigano spesso, troppo, lui è tanto assente perché preso dal lavoro, lei tanto attaccata alla sua famiglia di origine da non accorgersi che ne ha una nuova, tutta sua.

I litigi continuano, le giornate insieme sono sempre più pesanti, struggenti e con i figli che osservano l’amore trasformarsi in astio. I due decidono di separarsi, lui scopre un tradimento di lei e vorrebbe l’addebito per colpa della separazione, ma lei riesce a convincerlo a rinunciarci per non portare a lungo le questioni legali e preservare il più possibile il rapporto con i figli.

Marcello, infatti, nonostante la separazione frequentava i due minori con regolarità. Marcello accondiscende, la coppia procede con una separazione consensuale ma appena questa si conclude, Marcello non vede più i figli. Il rapporto cambia bruscamente, i due preadolescenti dicono, improvvisamente, di “schifare” il padre, di non volergli bene e di non volerlo frequentare più mettendo in atto una serie di comportamenti volti ad allontanare il padre e tutta la sua famiglia di origine. Si apre una CTU e vengono ascoltati i minori che rimangono rigidamente fedeli al rifiuto della figura paterna, fino a saltare gli incontri ed essere sprezzanti ai limiti della maleducazione nei confronti del CTU. Naturalmente tali atteggiamenti oppositivi e provocatori sono sostenuti ed agiti anche dalla madre.

Questa breve vignetta clinico forense rappresenta una situazione abbastanza diffusa in cui i figli, già ostaggio della rabbia tra i genitori, vengono improvvisamente inglobati nello scenario psichico di uno dei due genitori tanto da voler simbolicamente “fare fuori” l’altro genitore.

Nelle mie esperienze da CTU e CTP, spesso mi imbatto in casi del genere in cui maggiore è l’età dei figli, maggiormente difficile sarà la ripresa dei rapporti tra minori e figli.

Ma quali sono le caratteristiche di questi minori? Cosa ci dicono in CTU?

In questi casi, solitamente, il mondo è scisso ed è diviso in “con noi” o “contro di noi”, nella narrazione spontanea dei figli manca un’argomentazione precisa, si gioca sul “sempre” e sul “mai”, con elevata difficoltà nel collocare e contestualizzare tutto ciò che rinfacciano ad uno dei genitori. Dal punto di vista clinico le narrazioni delle minori, si caratterizzano perché mancano di ambivalenza, il genitore rifiutato è completamente negativo, così come la sua famiglia.

In questi casi è importante il lavoro che svolgono tutti gli attori che ruotano intorno al nucleo, tra cui lo psicologo sia nelle vesti di CTU che di CTP, possano arginare queste situazioni in cui genitori e figli si trovano coinvolti in una dimensione alienante ed a tratti delirante in cui la memoria ed i ricordi vengono in continuazione ricostruiti in base al proprio assetto emotivo. situazione che poi sfugge completamente di mano. È necessario che il professionista non colluda con le idee del genitore alienante, ma lo aiuti ad elaborare la sofferenza insita in uno scenario simile.

 

 

Dott.ssa Rosaria Ferrara

(Psicologa Forense)

 

 

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