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Secondo l’ormai consolidato orientamento giurisprudenziale, nell’ambito del rapporto medico-paziente, quest’ultimo non ha l’onere di provare la colpa del sanitario, salva la prova del nesso di causa tra la condotta colposa e il danno di cui domanda il risarcimento 

Rapporto medico-paziente: la specifica vicenda

L’azione era stata promossa dai congiunti di una paziente deceduta a seguito di un intervento chirurgico.
Ritenendo che tale evento fosse stato conseguenza di un colpevole errore medico, padre e marito della vittima citavano in giudizio l’ospedale e i sanitari coinvolti nella vicenda.
In primo grado, il Tribunale di Milano, eseguita una CTU medico-legale, respinse le domande attoree, con sentenza confermata anche dalla Corte d’appello, che aveva dichiarato di condividere le conclusioni del perito, secondo cui “il decesso della paziente non era riconducibile ad un comportamento colposo del personale sanitario dell’ospedale citato in giudizio, ma a complicanze note in relazione all’intervento, prevedibili, ma non prevenibili, quali embolia polmonare, anuria, infarto intestinale, shock settico”, con esclusione della sussistenza di “comportamenti imperiti o negligenti da parte dei sanitari, né negli accertamenti pre-operatori, né nel trattamento chirurgico, né nella gestione del paziente dopo l’intervento”.
Sulla vicenda si sono pronunciati i giudici della Terza Sezione Civile della Cassazione (n. 6593/2019), su ricorso presentato dagli originari ricorrenti, i quali lamentavano l’illogicità della motivazione impugnata, ritenendo che il Tribunale di Milano, avesse “ingiustamente addossato al paziente-creditore, anziché al danneggiante, la prova del nesso causale” e che la Corte, confermando tale pronuncia, non avesse “spiegato perché essa sarebbe stata conforme al diritto”.
Secondo l’ormai consolidato orientamento giurisprudenziale, anche in ambito di responsabilità professionale sanitaria, la previsione dell’art. 1218 c.c. solleva il creditore dell’obbligazione che si afferma non adempiuta (o non esattamente adempiuta) dall’onere di provare la colpa del debitore, ma non dall’onere di provare il nesso di causa tra la condotta del debitore e il danno di cui domanda il risarcimento (Cass. n. 18392/2017 e Cass. n. 29315/2017)

Ma i giudici della Corte hanno respinto il ricorso.

La sentenza impugnata aveva correttamente dato atto del fatto che l’ospedale convenuto, avesse sostanzialmente preso posizione su ogni circostanza dedotta dalle attrici nell’atto introduttivo di primo grado, offrendo un inquadramento della fattispecie diverso ed opposto rispetto a quello dedotto dalle controparti, sicché non residuava alcun ambito rispetto al quale potesse ritenersi integrata una mancata contestazione idonea a sollevare la parte attrice dall’onere di provare gli addebiti mossi alla convenuta e il giudice dal compito di procedere alla loro verifica.
L’accertamento in merito alla assenza di responsabilità della struttura sanitaria nella produzione dell’evento letale della donna rendeva superflua anche l’analisi del nesso di causalità tra l’operato dei sanitari e l’evento stesso.
Non soltanto, perché l’esclusione di qualsiasi profilo di condotta colposa dei sanitari dell’ospedale non consentiva neppure di “prendere in considerazione la possibilità di soluzioni alternative che avrebbero consentito un prolungamento e/o una migliore qualità della vita della paziente e, quindi, della sussistenza di pregiudizi in tal senso risarcibili”.
A tal proposito, i giudici della Cassazione hanno ricordato che il danno da perdita di chances terapeutiche presuppone l’esistenza di una condotta colposa – commissiva od omissiva- che integri la causa del pregiudizio.
Quanto al motivo relativo al danno per inidoneo consenso informato, la Corte territoriale aveva già rilevato che il documento era “redatto con un linguaggio chiaro, che unisce ad una precisione tecnica e ad una dettagliata descrizione delle varie problematiche connesse alla specifica tipologia dell’intervento, un’esposizione efficace, che utilizza espressioni e descrizioni comprensibili da chiunque”.
Per tutti questi motivi il ricorso è stato definitivamente respinto e condannati i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 
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rapporto medico paziente

Il vertice della Federazione interviene sulle affermazioni del Ministro Grillo in merito alla necessità di rivedere il rapporto medico paziente

“Il ministro Grillo ha perfettamente ragione: il rapporto medico paziente va rivisto. Va rivisto perché è cambiata la società, sono mutate le esigenze dei cittadini, è cresciuta la consapevolezza sui loro diritti”. Per il vertice della Federazione dei medici, oggi è diverso il modo stesso di attuare la medicina. “Le nuove tecnologie, l’intelligenza artificiale, i progressi straordinari della ricerca – sottolinea – hanno spalancato nuovi scenari inimmaginabili solo pochi anni fa, modificando le aspettative di medici e pazienti e la relazione di cura”.

Le affermazioni di Anelli rappresentano una risposta ideale al Ministro della Salute. La titolare del dicastero di Lungotevere Ripa, intervistata venerdì scorso ad Agorà, aveva invitato i medici a rivedere il loro rapporto con i cittadini, sulla base  di ‘testimonianze negative da parte della gente’. Grillo aveva anche sottolineato che il rapporto di alleanza si sarebbe interrotto anche  in virtù di situazioni “esasperate mediaticamente”.

“Di fatto la Politica – evidenzia Anelli –, nel limitare il medico, ha voluto e continua a volere un’assistenza dettata piuttosto dagli algoritmi che dall’Alleanza terapeutica. La Relazione di cura, infatti, nel rispettare l’autonomia del medico, tiene conto dell’autodeterminazione del paziente. È un rapporto che non può che fondarsi sulla fiducia reciproca, nella piena tutela dei rispettivi diritti”.

“La Politica si prenda le sue responsabilità – aggiunge ancora -. Gli sprechi, le strutture fatiscenti, le condizioni di lavoro impossibili in cui operano le guardie mediche e i colleghi dell’emergenza-urgenza dovrebbero essere l’ambito del loro impegno, sempre ricordando che le criticità del rapporto umano nascono anche da pazienti esasperati e in balia di comportamenti violenti, che purtroppo attraversano tutta la società, complice anche uno sdoganamento di atteggiamenti aggressivi e rancorosi”.

“La Politica faccia dunque un passo indietro – conclude il presidente FNOMCeO – ed eviti di anteporre le sue esigenze ai reali diritti dei cittadini. Rispetti la Scienza, le sue evidenze: la libertà della Scienza e l’autonomia della Professione sono le prime e le migliori garanzie per tutelare la salute delle persone e della collettività”.

 

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WhatsApp per comunicare con pazienti: lo fa il 42% dei medici

L’utilizzo di WhatsApp per comunicare con i pazienti è sempre più diffuso tra i camici bianchi italiani. A dirlo è l’Osservatorio Innovazione digitale in sanità del Politecnico di Milano.

L’impiego di WhatsApp per comunicare con i pazienti è un’abitudine che si diffonde sempre di più tra i medici italiani. Almeno il 42% di loro, secondo un’indagine dell’Osservatorio Innovazione digitale in sanità del Politecnico di Milano, utilizza l’applicazione di messaggistica.

E il 29% degli intervistati che ancora non sfruttano l’App di messaggistica con i propri assistiti ha dichiarato che ha intenzione di servirsene in futuro.

Della comunicazione medico-paziente si è parlato al Congresso nazionale Ame, Associazione medici endocrinologi, che ha aperto i suoi lavori oggi, 8 novembre, a Roma.

Secondo Agostino Paoletta, di Endocrinologia Ulss 6 Euganea Padova, “In realtà non cambia la professione e il suo contenuto – spiega – cambia il modo in cui viene esercitata”.

Come noto, infatti, anche in campo sanitario ormai la tecnologia mette a disposizione nuovi sistemi di organizzazione interna (fascicolo sanitario, firma digitale, elaborazione informatica di informazioni, strumenti di diagnosi che raccolgono dati personali, device di monitoraggio che consentono una comunicazione continua) e nuovi strumenti di relazione con i pazienti.

Tra questi, WhatsApp è certamente uno dei più gettonati.

“I medici – prosegue Paoletta – sono sempre più attenti alle nuove tecnologie e sono consapevoli che sarebbe anacronistico non impiegarli anche nella comunicazione con i pazienti”.

Tuttavia, bisogna fare attenzione alla privacy.

“Non va sottovalutata la possibilità di commettere errori in merito alle decisioni cliniche da prendere nei riguardi del paziente che ha inviato il messaggio in un particolare momento della giornata – conclude Paoletta – magari non avendo sottomano la cartella clinica del paziente, e gli eventuali rischi legati a un mancato rispetto della normativa sulla privacy”.

Sul tema interviene anche interviene l’avvocato Maria Giovanna Savio.

“Nel rapporto con i pazienti – dice – l’uso di strumenti informatici non muta il contenuto della prestazione professionale e le responsabilità da essa derivanti, poiché il documento informatico ha pieno valore di legge. Questo, evidentemente, comporta la necessità di una riflessione sulla nuova dimensione della prestazione medica anche da parte delle istituzioni sanitarie”.

 

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Pubblicato una apposito bando per individuare le figure che rappresenteranno l’ OMCeO Roma presso le strutture sanitarie del territorio

L’ OMCeO Roma si dota di suoi “sensori” nelle varie strutture operative della sanità: sia nella Capitale che nelle realtà locali. L’obiettivo è quello di  essere più vicini e in contatto tanto con i cittadini quanto con coloro che in tali strutture svolgono la professione.

L’Ente, che conta oltre 41mila iscritti ha pubblicato un apposito bando per la posizione di Delegato Ordinistico. Tale figura sarà deputata a rappresentare ufficialmente l’Ordine nelle strutture pubbliche e private dove operano medici e odontoiatri: aziende sanitarie e ospedaliere, policlinici universitari, case di cure private, studi medici, ambulatori, poliambulatori, RSA ecc.

Attraverso precise deleghe da parte della Presidenza, i rappresentanti saranno punto di riferimento per cittadini e colleghi che intenderanno segnalare direttamente all’OMCeO eventuali criticità.

L’obiettivo è rinsaldare il fondamentale rapporto medico-paziente e poter espletare al meglio e in modo mirato le competenze istituzionali attribuite all’Ordine dalla legge e dal codice deontologico; il tutto, quindi, a tutela della salute della collettività e della stessa professione.

“Il bando per la funzione di delegati ordinistici è una tappa fondamentale della progettualità del nuovo Consiglio direttivo” , sottolinea il presidente OMCeO, Antonio Magi. Per la prima volta l’Ente esce dalla sua sede e va sul territorio, nella provincia di competenza e nelle realtà locali.

Ogni struttura avrà un delegato che potrà ascoltare le istanze di pazienti e medici e verificare se la struttura stessa operi in maniera corretta. “Attraverso di loro – evidenzia Magi – potremo avere tutte le notizie necessarie per intervenire nel modo più appropriato e in maniera preventiva”.

I Delegati saranno formati gratuitamente su specifiche tematiche. Ove necessario, avranno la delega da parte del presidente anche per fare mediazione a livello locale, senza che il contenzioso debba arrivare direttamente all’Ordine.

I candidati al ruolo di Delegati Ordinistici devono essere iscritti all’OMCeO di Roma e non aver avuto provvedimenti disciplinari. Le domande dovranno essere formalizzate compilando l’apposito modulo che può essere scaricato, insieme al bando di concorso, dal sito dell’Ordine.

 

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Il Dr. Carmelo Galipò, Presidente dell’Accademia della Medicina Legale, lancia una serie di appuntamenti per approfondire gli aspetti relativi al rapporto medico paziente

Con l’approvazione della Legge Gelli in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie, cosa è cambiato in tema di contenzioso medico legale? Ne parliamo con il Dr. Carmelo Galipò, Presidente dell’Accademia della medicina legale, che lancia una serie di approfondimenti relativi, in particolare, a uno degli aspetti più rilevanti alla base del contenzioso, ovvero il rapporto medico paziente.

Uno degli obiettivi della Legge n. 24/2017 è proprio quello di migliorare tale relazione, introducendo maggiori tutele da entrambe le parti. Da un lato, consentendo ai camici bianchi di svolgere la propria attività più serenamente, riducendo il ricorso alla cosiddetta medicina difensiva. Dall’altro garantendo migliori cure a favore degli assistiti e semplificando le procedure per ottenere giusti risarcimenti in caso di errore medico.

Ma, a distanza di più di otto mesi dall’entrata in vigore della Legge, si può affermare che la normativa sia riuscita in tale intento?

Non del tutto, secondo il Dr. Galipò, che afferma la necessità di una migliore comunicazione tra medico e paziente. La mancanza di trasparenza, rappresenta infatti oggi, secondo il presidente dell’Accademia della Medicina Legale, il vulnus del contenzioso medico legale.

Di qui la necessità di delineare delle linee guida sia per il medico che per il paziente affinché la relazione tra queste due componenti migliori. Il medico deve informare i pazienti sui rischi delle decisioni prese. Il paziente, a sua volta,  deve collaborare con sincerità con il medico al fine di facilitare la diagnosi. Il tutto, in direzione di una corretta compilazione e tenuta della cartella clinica del paziente.

Nelle prossime settimane il Dr. Galipò, con il contributo di altri esperti in materia, sarà protagonista di una serie di video appuntamenti dedicati proprio all’approfondimento di un corretta impostazione e gestione del rapporto medico paziente.

 

 

 

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Più diffidenti i camici bianchi: solo il 13% è convinto che i propri pazienti siano trasparenti

Medici di famiglia e pazienti spesso non si capiscono, con la conseguenza di nutrire una scarsa fiducia reciproca. E’ quanto emerge da un’indagine condotta a livello nazionale da Altroconsumo tra settembre e ottobre 2016, e incentrata su un questionario a cui hanno risposto 1742 camici bianchi e 1132 pazienti di età compresa tra i 24 e i 74 anni. Alla base di tale situazione vi sarebbero vari fattori: mancanza di tempo, sovraccarico di lavoro, diffidenza, poca attitudine a raccontare i sintomi e difficoltà di ascolto.

Alcuni dati: il 34% degli assistiti afferma di seguire rigorosamente le indicazioni del medico, ma solo il 9% dei camici bianchi crede che lo facciano; il 20% dei medici è convinto di capire i problemi del paziente, ma solamente l’8% degli assistiti si sente compreso; il 21% dei medici crede che i pazienti abbiano fiducia nella diagnosi ma gli assistiti che affermano di avere completa fiducia sono molti di più, ovvero il 30%.

I più diffidenti nell’ambito del rapporto medico-paziente sembrano essere proprio i primi: solo il 13% è convinto che i propri pazienti siano trasparenti mentre ben il 55% afferma di esserlo. Più fondatamente, l’86% dei professionisti ritiene essenziale che i pazienti li informino sui farmaci presi autonomamente ma solo il 19% lo fa; inoltre, il 60% dei camici bianchi consiglia di fare una lista dei sintomi ma è un’indicazione ignorata dal 70% dei pazienti.

“Rompere il muro di incomunicabilità – secondo Altroconsumo – è quindi ormai una priorità, ma per farlo è necessario che ai medici vengano dati i giusti strumenti durante il percorso universitario, cosa che purtroppo ancora non avviene in maniera strutturata negli atenei italiani”.

Dalla parte del cittadino mancano trasparenza e schiettezza: circa il 20% dei pazienti ogni tanto non chiede chiarimenti al proprio medico a causa di vergogna o paura di sentirsi ridicoli; il 28% non esprime mai i propri dubbi sul trattamento, sebbene li abbia; il 39% dei pazienti non esprime mai il proprio disaccordo e non parla mai di questioni personali con il proprio medico.

Sul fronte dei camici bianchi, invece, le difficoltà risiedono anche nelle condizioni di lavoro, in primis nel sovraffollamento degli ambulatori: l’84% dei medici interpellati riceve più di venti pazienti al giorno; il 49% più di trenta in poche ore. Per più di sette medici su dieci il fatto di arrivare in ambulatorio con un’opinione già formata attraverso la ricerca sul web provoca discussioni e conflitti. Quasi sei medici su dieci, inoltre, ritengono che l’accesso a Internet da parte del paziente nuoccia alla compliance.

“Anche su questo aspetto- conclude Altroconsumo – bisogna imparare a confrontarsi a viso aperto, con l’obiettivo di arrivare a scelte condivise, evitando la logica del conflitto. Il tempo è poco, i medici tagliano corto e sono poco empatici, i pazienti non sono collaborativi e non dicono tutto quello che pensano, hanno aspettative irrealistiche e vanno dal medico anche quando non sarebbe necessario. L’elenco delle lamentele è lungo ma si possono fare alcuni passi concreti per rendere migliore la relazione”.

L’Associazione propone quindi dei consigli per ottimizzare il poco tempo concesso dal medico. Prepararsi all’incontro mettendo per iscritto l’elenco di sintomi e la durata; usare bene il tempo a disposizione, senza divagare e avendo ben in mente la domanda principale da porre; portare un parente al colloquio, se non si è sicuri di comprendere bene le indicazioni; essere onesti anche quando la cosa può essere imbarazzante; assicurarsi di aver capito bene la terapia, anche facendo domande.

Tra le note positive, l’inchiesta evidenzia comunque un ‘legame di fedeltà’ tra gli assistiti e i propri dottori. Sei persone su dieci, infatti, hanno lo stesso medico da oltre dieci anni e quasi otto su dieci da oltre sei anni.

medicina legale

Secondo una ricerca svizzera i camici bianchi ospedalieri trascorrerebbero ormai quasi la metà della propria giornata lavorativa al computer, circa il triplo del tempo di quello riservato al rapporto diretto con il paziente

Medici più dediti al disbrigo di pratiche al pc piuttosto che al rapporto diretto con il paziente. E’ quanto emerge da un’indagine pubblicata sugli Annals of Internal Medicine, condotta osservando il comportamento di 36 medici specializzandi di medicina interna dell’Ospedale Universitario di Losanna, in Svizzera. Su un turno giornaliero medio di 11,6 ore (1,6 ore in più del previsto) i medici dedicherebbero meno di due ore (1,7) con i propri pazienti e poco più di 5 ore (5,2) – più del triplo – davanti al computer. La permanenza a lavoro oltre l’orario del turno sarebbe dovuta proprio all’impossibilità di esaurire la propria attività, in relazione soprattutto alla compilazione elettronica di dati clinici.

Lo studio ha classificato le attività svolte dai medici durante il proprio turno in 22 categorie di lavoro evidenziando, tra i dati più significativi, che i camici bianchi trascorrerebbero il 52 per cento del tempo in attività di assistenza indiretta dei pazienti, comprendenti, ad esempio, la compilazione della cartella clinica, lo scambio di pareri con  colleghi o la ricerca di informazioni per il trattamento dei pazienti o il loro smistamento presso altri reparti. All’assistenza diretta sarebbe riservato il 28 per cento del tempo, relativamente ai turni diurni; tra questi figurano gli esami clinici e le procedure mediche. Appena il 2 per cento del tempo sarebbe invece riservato alla comunicazione tra il medico e il paziente (o la famiglia), mentre l’insegnamento e le attività di aggiornamento e di ricerca occuperebbero il 6 per cento. Complessivamente i medici trascorrerebbero al pc il 45 per cento del loro turno lavorativo.

Lo studio ha anche tenuto conto di una ricerca retrospettiva relativa a un periodo di cinquant’anni. Nell’arco di tale spazio temporale il tempo con i pazienti non risulterebbe mutato, mentre si sarebbe dilatato quello speso al computer. La ricerca, secondo la prima autrice, Nathalie Wenger, l’autrice confermerebbe che i medici siano ormai entrati in un’era digitale, con metà della giornata lavorativa trascorsa al computer. “Non possiamo dire che questo sia un bene o un male – afferma Wenger- l’attività di digitalizzazione dei dati clinici è oggi cruciale nel setting clinico, con alcuni vantaggi. Ma vi è urgente bisogno di migliorare questa attività, alleggerire i medici di alcuni compiti amministrativi delegabili, ripensare l’organizzazione del lavoro al fine di aumentare l’efficienza per affrontare pazienti complessi e potenziare il ruolo del medico”.

L’Associazione Scienza & Vita presenta un documento per delineare possibili prassi per una gestione corretta del fine vita

“Con dignità, fino alla fine. Paziente e medico ‘alleati per la vita’”. E’ il titolo di un documento elaborato dall’Associazione Scienza & Vita che viene presentato oggi – ore 14.30 – presso la Sala stampa della Camera dei Deputati ; un’iniziativa nata dalla volontà di contribuire al dibattito pubblico sui delicati e complessi temi del fine vita, in un momento in cui tali temi sono al centro del dibattito parlamentare e all’esame delle Commissioni deputate.

Il programma dell’evento prevede, dopo i saluti dell’On. Edoardo Patriarca, gli interventi di Paola Ricci Sindoni , filosofo e Presidente nazionale di Scienza & Vita, Paolo Marchionni, medico e Vice-Presidente nazionale di Scienza & Vita, i giuristi Luciano Eusebi e Alberto Gambino, e infine Maurizio Calipari, responsabile Ufficio Stampa Scienza & Vita.

Il documento presentato propone alcune linee di riflessione e di possibile prassi per una gestione corretta ed appropriata del rapporto paziente-medico, finalizzata al miglior percorso di cura possibile, nel pieno rispetto della coscienza sia del paziente che del medico, entrambi co-protagonisti ed alleati a servizio della salute e del benessere della persona.

Con questa proposta, Scienza & Vita desidera ribadire la necessità di un serio e costruttivo confronto pubblico su temi così sensibili e decisivi per la nostra società, così come l’importanza di giungere a soluzioni normative massimamente condivise ed orientate al bene globale del paziente.

Il tutto in pena linea con i principi espressi nel manifesto fondativo dell’Associazione, che trae origine dall’omonimo Comitato istituito nel 1995 in occasione della battaglia referendaria sulla procreazione medicalmente assistita, con l’adesione di uomini e donne provenienti dai mondi della scienza, della cultura, delle professioni, dell’associazionismo e della politica.

Una delle problematiche principali per quanto riguarda il contenzioso in medicina e sanità è quella relativa al rapporto tra medico e paziente e in particolare al cosiddetto consenso informato

L’avvocato Gianluca Mari presenta il nuovo sistema di certificazione e garanzia per il consenso informato, uno strumento che non crea sperequazioni, ma tutela tanto il medico che deve rendere tutte le informazioni, quanto il paziente.

Il nuovo software, che si chiama Certior, è stato già presentato nel corso di alcuni congressi e consiste in uno strumento di validazione di immagini. Il software, attraverso un algoritmo, permette di secretare e attribuire una data certa alle registrazioni audio-video dei colloqui informativi intercorsi tra medico e paziente.

I filmati così conservati, in linea con quanto previsto dalla normativa sulla privacy, diventano così prove producibili in giudizio. Più in generale, il sistema è pensato per migliorare la dinamica medico-paziente nel suo complesso, spingendo il professionista a dedicare il giusto tempo all’informazione.

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Competenza e professionalità al primo posto, ma al proprio medico i pazienti chiedono anche empatia

Qual è la dote che un paziente apprezza di più nel suo medico? La competenza. Lo ha stabilito un’indagine realizzata dal portale Dottori.it che rivela come, per la maggioranza degli italiani, il 26,1% è proprio questo il valore fondamentale, seguito – ma a una certa distanza – da gentilezza (12,6%) e meticolosità (9,2%).

Si tratta di peculiarità tali che spingono il paziente a segnalare il bravo professionista anche ad altri utenti. Ma non sono certo le uniche.

Un certo peso ricoprono anche la serietà (indicata dal 7,9% del campione) e l’onestà (7,7%). Sono qualità che pesano di più rispetto, ad esempio, all’amabilità e alla calma (che sono indicati rispettivamente dal 6,9% e dal 6,4% dei pazienti che hanno rilasciato una segnalazione).

Percentuali molto basse di utilizzo, invece, ottengono altre caratteristiche che potrebbero essere interpretate in maniera negativa: è il caso di “freddo”, “rigido” o “formale”. Contestualmente, è interessante notare come altre caratteristiche, che solitamente sono considerate positive in altri settori (pensiamo a termini come “spiritoso” o “originale”) vengono invece considerate in maniera negativa. È evidente, dunque, che la componente professionale è quella che ricopre maggiori interesse: eppure, l’empatia ha un ruolo importante, se è vero che viene citata fondamentale dal 6,4% del campione.

Per quel che riguarda la distribuzione geografica, c’è da notare che, se anche la classifica risulta abbastanza uniforme sul territorio nazionale, ci sono regioni che danno più valore ad alcune caratteristiche. I pazienti di molte regioni del Sud Italia, per esempio, considerano importante il fatto che il medico sia onesto (la percentuale sale oltre il 10% in Campania e Calabria) piuttosto che meticoloso. Un record per quel che riguarda l’amabilità dei medici si registra in Molise (9,4%), calmi (11,1%) in Friuli Venezia Giulia, schietti (3,9%) in Trentino Alto Adige e pazienti in Calabria (5,1%).

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