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In caso di sequestro di danaro, la misura cautelare deve intendersi prodromica ad una confisca diretta, posto che il danaro è ordinariamente legato da un rapporto di pertinenzialità con il reato contestato

Legale rappresentante di una società indagato dalla Procura di Gela, in ordine al reato di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 2, per avere, secondo l’ipotesi accusatoria, utilizzato, nella dichiarazione dei redditi presentata, per conto della società, relativamente agli anni dal 2013 al 2017, poste passive documentate con fatture di comodo emesse da terzi relativamente ad operazioni inesistenti. A tal proposito era stato disposto, dal Gip dello stesso Tribunale, un provvedimento di sequestro preventivo finalizzato alla confisca dei beni di appartenenza della società, o in difetto, dello stesso legale rappresentante.

Avverso siffatta ordinanza proponeva ricorso per cassazione l’indagato, per il tramite del proprio difensore di fiducia, denunciando la violazione di legge in cui sarebbe incorso il Tribunale del riesame, da una parte, per aver ritenuto profitto illecito del reato anche il risparmio di imposta realizzato nelle forme già descritte, sebbene il suo ammontare fosse inferiore alla soglia di punibilità relativa ai reati di omesso versamento delle imposte sul valore aggiunto e sui redditi, e dall’altra parte, per aver eseguito il sequestro diretto su beni, nella specie danaro ed un capannone della società, in relazione ai quali non era stato dimostrato il rapporto di pertinenzialità con il reato.

Per i giudici della Cassazione il ricorso è inammissibile!

La questione giuridica sulla quale si dibatte è la seguente: qualora i reati tributari siano stati posti, materialmente, in essere dal legale rappresentante della società è lecita la confisca disposta sui beni aziendali?

I motivi della decisione

Quanto al primo punto, quello concernente, cioè, l’asserita assenza del fumus delicti, posto che secondo la difesa, l’evasione della imposta sul valore aggiunto e sui redditi che si sarebbe realizzata attraverso il meccanismo fraudolento posto in essere, sarebbe stata di importo inferiore all’ammontare della soglia di punibilità prevista per i reati ascritti – i giudici degli Ermellini hanno affermato che la condotta contestata concerne la più grave fattispecie costituita dalla presentazione di una dichiarazione fraudolenta attraverso l’utilizzo di fatture riguardanti operazioni inesistenti, per la quale non è prevista alcuna soglia di punibilità.

La pertinenza col reato

Relativamente al secondo profilo della censura mossa dal ricorrente e, avente ad oggetto il difetto del nesso di pertinenzialità fra i beni oggetto di sequestro (si tratta di danaro ed un capannone adibito a deposito) riferibili alla società ed il reato contestazione, ritiene il collegio che in linea di principio, nei confronti del soggetto impersonale il quale, di fatto, si sia avvantaggiato della commissione del reato fiscale commesso dal proprio legale rappresentante, è ammissibile la sola confisca diretta e non anche quella per equivalente, laddove non ricorra la ipotesi residuale del soggetto persona giuridica che costituisca, tuttavia, un mero schermo dietro il quale agisca direttamente la persona fisica del suo amministratore, ipotesi nella quale è consentita, attesa la mera apparenza della soggettività della persona giuridica, anche la confisca per equivalente.

In tal senso, è stato richiamato il prevalente indirizzo giurisprudenziale secondo cui in caso di sequestro di danaro, la misura cautelare deve intendersi prodromica ad una confisca diretta, posto che il danaro, costituendo comunque il frutto del risparmio di spesa derivante dall’omesso versamento tributario, è, stante la naturale fungibilità del bene in questione, ordinariamente legato ad un rapporto di pertinenzialità con il reato in provvisoria contestazione (Corte di cassazione, Sezione 2^ penale, 26 maggio 2014, n. 21228; idem Sezioni unite penali, 5 marzo 2014, n. 10561).

Il ricorso è stato, perciò, dichiarato inammissibile con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 

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sequestro preventivo

Il sequestro preventivo può essere disposto anche su beni rientranti nel fondo patrimoniale familiare, purché appartenenti al soggetto indagato che ve li ha conferiti

Lo ha chiarito la Cassazione in una recente sentenza (n. 57724/2018) avente ad oggetto il sequestro preventivo ai fini di confisca di un bene immobile adibito a casa familiare e conferito nel fondo patrimoniale dall’indagato, presunto evasore fiscale.

I fatti

Gli erano stati contestati reati tributari per diverse migliaia di euro (aveva ideato e commercializzato modelli di evasione fiscale per mezzo dei quali erano stati posti in essere più reato di compensazione di crediti tributari inesistenti), con l‘aggravante di aver commesso il fatto nell’esercizio di attività professionale di consulenza fiscale.

Tali compensazioni venivano effettuate da taluni soggetti mediante la trasmissione telematica di modello F24, accollandosi il debito tributario riferibile a terzi, consentendo loro l’apparente regolarizzazione della propria posizione fiscale, il tutto utilizzando crediti fittizi.

Senonché era stata disposta la misura del sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente, su beni mobili e immobili di proprietà dell’indagato. Tra questi vi era l’appartamento intestato alla moglie e adibito a casa coniugale peraltro, rientrante nel fondo patrimoniale.

In verità, secondo la prospettazione difensiva, l’immobile non avrebbe potuto essere aggredito poiché destinato a casa familiare ed inoltre, costituente prima casa ex art. 52 d.l. n. 69 del 2013, con vincolo di destinazione ai bisogni di un minore.

Ebbene, sul punto la Cassazione ha chiarito che il sequestro preventivo, funzionale alla confisca per equivalente, può ricadere su beni anche solo nella disponibilità dell’indagato, per essa dovendosi intendere la relazione effettuale con il bene, connotata dall’esercizio di poteri di fatto corrispondenti al diritto di proprietà, cosicché i beni, se anche siano formalmente intestati a terzi estranei al reato, devono ritemersi nella disponibilità dell’indagato quando essi, sulla base di elementi specifici e dunque non congetturali, rientrino nella sera degli interessi economici del reo, ancorché il potere dispositivo su di essi venga esercitato per il tramite di terzi.

E cosi nel caso di specie, il sequestro preventivo sul bene immobile citato doveva ritenersi legittimamente disposto, dal momento che il tribunale aveva ritenuto dimostrata la disponibilità dello stesso in capo all’indagato.

 

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reati tributari

Secondo gli Ermellini, in caso di reati tributari il patteggiamento è possibile solo se è stato estinto il debito oggetto di contestazione.

La Corte di Cassazione penale, con la sentenza n. 169/2018 ha fatto il punto in materia di reati tributari e patteggiamento, fornendo precisazioni importanti.

La vicenda

Nel caso di specie, protagonista era l’amministratore di una società. L’uomo era stato sottoposto a procedimento penale per aver “occultato o distrutto le scritture contabili e i documenti di cui è obbligatoria la conservazione”, quindi per reati tributari.

Il tutto al fine di “evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto o di consentirne a terzi l’evasione” (art. 10 d. lgs. n. 74 del 2000).

Ebbene, l’amministratore, dopo essere stato processato per tale reato, aveva deciso di patteggiare la pena (art. 444 c.p.p.) ma il Procuratore Generale presso la Corte d’appello di Brescia si era rivolto alla Corte di Cassazione.

Questi, infatti, aveva lamentato nello specifico la violazione dell’art. 13 bis del d. lgs. n. 74 del 2000, che limita la possibilità del patteggiamento – in caso di reati tributari – solo ad alcuni casi.

Ovvero alle ipotesi in cui “l’imputato possa beneficiare della speciale attenuante di cui al comma 1 della disposizione (per avere integralmente estinto i debiti tributari, compresi oneri e accessori), o nelle ipotesi di ravvedimento operoso”.

Dunque, nel caso in esame, secondo il Procuratore Generale, l’imputato non avrebbe potuto accedere al patteggiamento. Ciò in quanto non aveva estinto il debito tributario oggetto di contestazione.

La Cassazione, a tal proposito, ha ritenuto di dover aderire alle considerazioni svolte dal Procuratore. Ha così deciso di accogliere il relativo ricorso, ritenendolo fondato.

Secondo gli Ermellini, infatti, l’art. 13 bis, comma 2, del d. lgs. n. 74 del 2000, limita la possibilità del patteggiamento in caso di reati tributari. E “ai soli casi in cui l’imputato possa beneficiare della speciale attenuante prevista dal comma 1 della medesima disposizione (è cioè l’integrale estinzione dei debiti tributari, compresi oneri e accessori), o nelle ipotesi di ravvedimento operoso”.

Nel caso preso in esame, i giudici avevano erroneamente aderito alla richiesta di patteggiamento delle parti. E questo omettendo completamente di considerare l’applicabilità, al caso di specie, dell’art. 444 c.p.p.

Pertanto, alla luce di tali considerazioni, la Cassazione ha ritenuto fondata “la denuncia di violazione di legge da parte del pubblico ministero ricorrente”. I giudici hanno quindi annullato la sentenza impugnata e rinviato la causa al Tribunale di Brescia, affinché lo stesso valutasse la concreta applicabilità del patteggiamento.

 

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