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Per l’Associazione dei medici e dirigenti del Ssn l’esercizio della libera professione intramoenia è un diritto che può essere sospeso solo nei casi indicati dalla legge nazionale e dal contratto

Esercitare la libera professione intramoenia è un diritto dei medici e dirigenti sanitari. Di fronte ai tentativi di scardinare questo diritto ad opera di alcune Regioni che, nel dare applicazione al Piano Nazionale per le liste d’attesa, hanno introdotto il potere per le Aziende sanitarie di sospendere unilateralmente l’esercizio della LPI, l’Anaao Assomed ha diffidato i Presidenti delle Regioni, gli Assessori alla salute e i Direttori Generali delle aziende sanitarie dal sospendere la LPI al di fuori dei casi indicati dalla legge nazionale e dal contratto. In caso contrario l’Associazione metterà in campo tutte le iniziative legali per tutelare i diritti dei colleghi iscritti.

Di seguito il testo della diffida

La scrivente organizzazione sindacale ANAAO-ASSOMED, nella persona del Segretario Nazionale dott. Carlo Palermo, 

PREMESSO CHE 

– la legislazione speciale della dirigenza sanitaria, di cui al d.lgs. 30 dicembre 1992, n. 502, garantisce ai dirigenti medici e sanitari che hanno optato per il rapporto di lavoro esclusivo, il diritto soggettivo “all’esercizio di attività libero professionale individuale, al di fuori dell’impegno di servizio, nell’ambito delle strutture aziendali individuate dal direttore generale d’intesa con il collegio di direzione…” (v. art. 15-quinquies, comma 2, lett. a), D.lgs. n. 502 del 1992); 

– la medesima normativa, al fine di assicurare un “corretto ed equilibrato rapporto” tra attività libero professionale e attività istituzionale e di “concorrere alla riduzione progressiva delle liste di attesa”, stabilisce che la libera professione non può comportare un volume di prestazioni superiore a quello assicurato per i compiti istituzionali, demandando esclusivamente alla disciplina contrattuale nazionale la definizione del corretto equilibrio tra le due tipologie di attività nel rispetto di determinati principi di legge; 

– nello specifico, l’art. 15-quinquies, comma 3, del d.lgs. n. 502/92, dispone che “La disciplina contrattuale nazionale definisce il corretto equilibrio fra attività istituzionale e attività libero professionale nel rispetto dei seguenti principi: l’attività istituzionale è prevalente rispetto a quella libero professionale, che viene esercitata nella salvaguardia delle esigenze del servizio e della prevalenza dei volumi orari di attività necessari per i compiti istituzionali; devono essere comunque rispettati i piani di attività previsti dalla programmazione regionale e aziendale e conseguentemente assicurati i relativi volumi prestazionali ed i tempi di attesa concordati con le équipe; l’attività libero professionale è soggetta a verifica da parte di appositi organismi e sono individuate penalizzazioni, consistenti anche nella sospensione del diritto all’attività stessa, in caso di violazione delle disposizioni di cui al presente comma o di quelle contrattuali”; 

– inoltre, la Legge 3 agosto 2007, n. 120 (recante “Disposizioni in materia di attività libero-professionale intramuraria e altre norme in materia sanitaria”) nel fissare i principi che le Regioni devono seguire per disciplinare il corretto esercizio dell’ALPI, individua tra questi, da un lato, la “prevenzione delle situazioni che determinano l’insorgenza di un conflitto di interessi o di forme di concorrenza sleale e fissazione delle sanzioni disciplinari e dei rimedi da applicare in caso di inosservanza delle relative disposizioni, anche con riferimento all’accertamento delle responsabilità dei direttori generali per omessa vigilanza;” e dall’altro, “il progressivo allineamento dei tempi di erogazione delle prestazioni nell’ambito dell’attività istituzionale ai tempi medi di quelle rese in regime di libera professione intramuraria, al fine di assicurare che il ricorso a quest’ultima sia conseguenza di libera scelta del cittadino e non di carenza nell’organizzazione dei servizi resi nell’ambito dell’attività istituzionale” (art. 1, comma 4, lett. e) ed f), Legge 120/2007); 

– le richiamate disposizioni legislative che regolano la libera professione sanitaria intramuraria, così come più volte affermato dalla Corte Costituzionale (v. sentenze n. 301 del 2013, n. 371 del 2008 e n. 181 del 2006), rientrano nella materia concorrente «tutela della salute» e costituiscono principi fondamentali dell’ordinamento ai sensi dell’art. 117 Cost., la cui individuazione è riservata alla legislazione statale;

– coerentemente con le norme di legge, la contrattazione collettiva della dirigenza medica e sanitaria – dopo aver previsto che l’attività libero professionale intramuraria si svolge secondo le modalità stabilite dalle aziende nel rispetto dei criteri generali fissati dal CCNL – dispone che l’esercizio dell’ALPI “non deve essere in contrasto con le finalità e le attività istituzionali dell’azienda e lo svolgimento deve essere organizzato in modo tale da garantire l’integrale assolvimento dei compiti di istituto e da assicurare la piena funzionalità dei servizi. A tal fine, l’attività libero professionale intramuraria non può globalmente comportare, per ciascun dirigente un volume di prestazioni o un volume orario superiore a quello assicurato per i compiti istituzionali”. Per rendere effettivo tale limite, “l’azienda negozia in sede di definizione annuale di budget, con i dirigenti responsabili delle e´quipes interessate, nel rispetto dei tempi concordati, i volumi di attività istituzionale che devono essere comunque assicurati in relazione alle risorse assegnate. Di conseguenza concorda con i singoli dirigenti e con le equipes interessate i volumi di attività libero-professionale intramuraria che, comunque, non possono superare i volumi di attività istituzionale assicurati, prevedendo appositi organismi paritetici di verifica ed indicando le sanzioni da adottare in caso di violazione di quanto concordemente pattuito” (v. art. 54, commi 3 e 4, Ccnl 8.6.2000);

– dal descritto quadro normativo si evince che: a) il corretto rapporto tra i volumi di attività istituzionale e quelli di attività LPI, così come i tempi d’attesa richiesti per l’esecuzione delle prestazioni, sono definiti sulla base di una procedura negoziata tra azienda e dirigenti che tiene conto delle risorse assegnate alla singola struttura; b) la sospensione del diritto all’esercizio dell’ALPI del singolo dirigente può applicarsi solo sulla base di un’accertata violazione dei limiti fissati dalla contrattazione collettiva e dai regolamenti aziendali per il corretto esercizio della libera professione, sicché presuppone un inadempimento del dirigente il cui accertamento deve essere oggetto di procedimento disciplinare; 

CONSIDERATO CHE 

– il recente Piano Nazionale di governo delle liste d’attesa per il triennio 2019-2021 (PNGLA), nel dettare le linee di intervento che le singole Regioni devono rispettare nell’adozione dei propri piani regionali, ha disposto l’attuazione del c.d. blocco dell’attività libero professionale intramuraria in caso di superamento del rapporto tra l’attività in libera professione e in istituzionale sulle prestazioni erogate e/o di sforamento dei tempi di attesa massimi individuati dalle disposizioni regionali; 

– nel recepire la predetta Intesa, diverse Regioni, hanno introdotto il potere per le Aziende sanitarie di sospendere unilateralmente l’esercizio della libera professione intramuraria dei dirigenti sanitari, nei casi in cui si verifichi uno squilibrio tra le liste di attesa per l’attività istituzionale e quelle per l’ALPI e/o di superamento dei tempi di attesa massimi stabiliti nei piani regionali di governo delle liste d’attesa in assenza di negoziazione tra le parti; 

– tali misure sono da ritenersi illegittime in quanto limitano il diritto soggettivo del dirigente medico all’esercizio della libera professione intramuraria al di fuori dei casi e delle condizioni stabiliti dalla legge e dalla contrattazione collettiva, introducendo arbitrariamente una fattispecie sanzionatoria, quale la sospensione dell’ALPI, non correlata a una specifica condotta colposa del dirigente, ma condizionata da possibili fattori esterni ed eteroimposti al rapporto di lavoro, come ad esempio la carenza di risorse umane per garantire le prestazioni istituzionali, le disfunzioni organizzative nella gestione delle liste d’attesa, la mancata programmazione e pianificazione dei fabbisogni in relazione ai volumi prestazionali richiesti per l’esecuzione delle prestazioni, ecc; 

– le disposizioni inserite in un atto d’intesa Stato-Regioni costituiscono norme di rango secondario rispetto alla norma primaria di cui essi sono attuazione, per cui le stesse non possono limitare o ledere i diritti soggettivi riconosciuti dalla legge e, nel caso di specie, escludere il diritto all’esercizio della LPI in contrasto con la disciplina dettata dalla fonte superiore;  

– per tali ragioni, l’attuazione in concreto delle disposizioni regionali sul blocco della LPI da parte delle singole aziende sanitarie, costituirebbe un illecito contrattuale con conseguente obbligo risarcitorio per i danni patrimoniali subiti dai dirigenti, anche a titolo di perdita di chance; 

Tanto premesso e considerato, l’ANAAO-ASSOMED  

DIFFIDA 

i destinatari della presente dal sospendere l’attività libero professionale intramuraria dei dirigenti medici e sanitari in regime esclusivo al di fuori dei casi indicati dalla legge nazionale e dalla contrattazione collettiva, con avviso che in difetto darà impulso alle opportune iniziative legali a tutela dei diritti dei propri iscritti. 

Carlo Palermo
Segretario Nazionale Anaao Assomed

 

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Il Ministro della Salute: individuata con le Regioni una road map con le priorità per i tavoli di lavoro sul Patto per la Salute

Si è svolta nei giorni scorsi al ministero della Salute una riunione con le Regioni per definire l’operatività sui temi da affrontare nel prossimo Patto per la salute. Il confronto ‘sereno e costruttivo’ – si legge in una nota del dicastero – ha portato a individuare una road map con le priorità per i tavoli di lavoro che saranno istituiti nei prossimi incontri.
“La nostra volontà – spiega il ministro della Salute, Giulia Grillo – è di dare corso alla definizione del Patto per la salute individuando una modalità operativa costruttiva in grado di indicare una nuova rotta alle politiche sanitarie, mettendo anche al centro il tema dei finanziamenti alla sanità. Mai più tagli lineari con una visione ragionieristica del diritto alla salute”.
“Il Paese – prosegue -si aspetta risposte sui temi strategici della sanità. Dobbiamo svecchiare le regole sul personale che di fatto hanno congelato le assunzioni e in molti casi messo a rischio l’erogazione dei servizi ai cittadini. Va potenziata l’assistenza territoriale ridisegnando nuovi modelli”.

“Impegniamoci poi a semplificare le regole, limando l’eccesso normativo che imprigiona le risorse”.

“Penso soprattutto all’edilizia sanitaria che ha una giungla di norme che rallentano gli interventi per sistemare le strutture e costruire nuovi ospedali. Serve poi un confronto sui piani di rientro e sui commissariamenti che per alcuni aspetti sono sicuramente inadatti al mutato contesto di questi anni. Infine – conclude Grillo – voglio lavorare con le Regioni sulla mobilità sanitaria inappropriata: ognuno dovrebbe essere curato a pochi chilometri da casa, basta pazienti e famiglie con le valigie”.
Sul tema è intervenuto ieri anche il Presidente della FNOMCeO evidenziando come le Professioni vogliano essere parte attiva nel percorso di predisposizione del Patto per la Salute. Questo, infatti, va a incidere su temi quali la formazione, la riorganizzazione dell’assistenza territoriale, i fabbisogni di personale, le risorse, i farmaci, l’edilizia sanitaria, la digitalizzazione. “Tutti obiettivi strategici che coinvolgono da vicino le Professioni stesse e che possono essere raggiunti solo con decisioni condivise” spiega Anelli.
“Le Professioni sanitarie e sociali vogliono esserci, vogliono contribuire, apportando le loro specifiche competenze e i loro valori, ad assicurare la migliore assistenza sanitaria ai cittadini. Noi – conclude – siamo i professionisti della salute, e qualunque Patto in materia non può essere steso senza il nostro apporto, in uno spirito di collaborazione e nell’applicazione del nostro ruolo di Enti sussidiari dello Stato”.
 
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professioni sanitarie

Si è svolta a Roma la prima Assemblea nazionale di tutte le professioni sanitarie e sociali: il manifesto

Sei richieste al Governo e alle Regioni: intensificare la collaborazione con le professioni sanitarie e sociali e i loro enti esponenziali perché l’SSN garantisca effettivamente e uniformemente i diritti costituzionalmente tutelati dei cittadini; rispettati i principi costituzionali di uguaglianza, solidarietà, universalismo ed equità alla base del Servizio sanitario e ne confermano il carattere nazionale; elaborare un’analisi rischi/benefici delle proposte di autonomia differenziata presentate dalle Regioni per misurarne l’impatto sulla finanza pubblica e sulla tenuta di tutti i servizi sanitari regionali; adottare iniziative per parametrare il fabbisogno regionale standard anche in base alle carenze infrastrutturali, alle condizioni geomorfologiche e demografiche e alle condizioni di deprivazione e di povertà sociale; garantire il superamento delle differenze tra i diversi sistemi sanitari regionali anche mediante la definizione e implementazione di un Piano Nazionale di Azione per il contrasto alle diseguaglianze; scongiurare il rischio che sia pregiudicato il carattere nazionale del nostro Servizio sanitario.

Questi i principali contenuti del Manifesto che le professioni sanitarie e sociali, riunite per la prima volta in assemblea a Roma, mettono sul tavolo di Governo, parlamento e Regioni.

“Il Governo deve porre al centro dell’agenda politica il tema della tutela e unitarietà del Servizio sanitario nazionale – hanno affermato unanimi i presidenti delle 10 Federazione (30 professioni) presenti – e sollecitare le Regioni al rispetto dell’art. 2 della Costituzione che ricorda alle Istituzioni i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale su cui deve fondarsi la vita del Paese, dell’art. 3 (eguaglianza dei cittadini) e dell’art. 32 della Costituzione (tutela della salute)”.

Le professioni della salute chiedono alcuni impegni precisi a Governo e Regioni: l’attivazione di un tavolo di lavoro permanente dove potersi regolarmente confrontare sulle politiche sanitarie, anche con la partecipazione dei rappresentanti dei cittadini; la sottoscrizione con tutte le professioni sanitarie e sociali e l’attivazione in tutte le Regioni e secondo schemi omogenei condivisi dei recenti protocolli voluti dalle Regioni per instaurare un rapporto diretto con i professionisti e garantire un servizio sanitario universalistico e omogeneo; che i cittadini si facciano parte attiva ponendo con iniziative per garantire tutti gli aspetti sottolineati nel manifesto.

 

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piano nazionale liste di attesa

Carlo Palermo: Regioni e Governo si autoassolvono dalla responsabilità politica e gestionale del mantenimento e dell’allungamento delle liste di attesa

“Il (nuovo?) Piano Nazionale liste di attesa che oggi è all’esame della conferenza stato Regioni rappresenta un festival dell’ipocrisia”. E’ netto, nel suo giudizio,  il Segretario Nazionale Anaao Assomed Carlo Palermo.

“Regioni e Governo – spiega – si autoassolvono dalla responsabilità politica e gestionale del mantenimento e dell’allungamento delle attese, sempre più lunghe, per le prestazioni sanitarie indicando, di comune accordo, nei medici dipendenti il capro espiatorio ideale e nella loro attività libero professionale intramoenia la causa da rimuovere nel caso, non improbabile, che non si rispetti il piano delle illusioni che hanno stilato, pretendendo di definire il fabbisogno di prestazioni a prescindere dalle risorse disponibili”.

“Insofferenti delle proteste dei cittadini – aggiunge Palermo – Governo e Regioni si auto-prescrivono la terapia miracolosa del blocco (sine die?) della attività libero professionale dei medici dipendenti in caso di sforamento (di quanto?) dei tempi di attesa massimi che hanno individuato. Contraddicendo se stessi, prevedono percorsi di tutela con il ricorso, in caso di mancato rispetto della tempistica , ad erogatori privati mentre bloccano, con la stessa motivazione, la attività libero professionale dei medici pubblici”.

“Perchè, si sa – prosegue sarcastico -, sono i medici pubblici a creare e mantenere le liste di attesa, per il proprio tornaconto”.

“Non la carenza ormai strutturale di personale, che ha svuotato le corsie di 100000 medici negli ultimi 5 anni, non il taglio lineare di posti letto, che tra i 70000 evaporati ha fatto scomparire in primis quelli per i ricoveri in elezione, non il mancato acquisto di dispositivi medici per la attività chirurgica, fino alla chiusura programmata di interi reparti a fine anno, non la vetustà delle macchine diagnostiche che le tiene a lungo ferme per frequenti riparazioni”.

“In questo modo – afferma ancora il rappresentante sindacale – le Regioni sottraggono alle loro asfittiche casse introiti pari a 1 miliardo e mezzo negli ultimi 5 anni ed ammettono il proprio fallimento organizzativo, cattivo viatico per una crescita delle autonomie. Il governo viola il suo contratto di nascita che al capitolo sanità indica la soluzione al problema in un piano assunzioni, di cui non c’è traccia in alcuno dei provvedimenti assunti. San contratto vale, evidentemente, per la Tav e le autonomie, non per le attese dei cittadini, cui si preferisce additare colpevoli piuttosto che soluzioni. Lo stesso finanziamento della legge di bilancio si rivelerà illusorio perché destinato a soggetti che, notoriamente, non eseguono prestazioni”.

“Si tradisce così – conclude Palermo – il senso e lo spirito del patto che i medici avevano siglato con lo stato attraverso la L.229/99, spingendoli ad uscire dagli ospedali per recuperare autonomia professionale e reddito. Dopo avere messo in naftalina il rinnovo del CCNL, Governo e Regioni sferrano un altro attacco a medici e dirigenti sanitari dipendenti. Un film già visto. Non c’era proprio bisogno del governo del cambiamento per riproiettarlo. Nessuno si illuda, però, che noi rinunciamo a difendere un diritto dei medici e dei cittadini”.

 

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professioni sanitarie

Per la prima volta, i rappresentanti delle 30 professioni sanitarie del nostro Paese si riuniranno per  concordare una strategia di azione a difesa dell’universalità del Ssn

Si svolgerà a Roma il 23 febbraio la prima assemblea nazionale di tutte le professioni sanitarie. L’incontro rappresenterà l’occasione per presentare, anche mediante un confronto diretto con le istituzioni, “paletti e proposte”  per la gestione di personale e servizi. L’obiettivo è garantire universalità e uguaglianza al Servizio sanitario nazionale.

In tal senso, i rappresentanti di tutti gli Ordini professionali provinciali di 30 professioni sanitarie –si legge in una nota – si riuniranno “per concordare una strategia di azione che sarà proposta con forza a Governo e Regioni”. Il tutto anche basandosi su dati reali che le Federazioni hanno chiesto di elaborare ai principali istituti di ricerca e alle rappresentanze dei cittadini.

I presidenti degli Ordini e delle Federazioni nazionali, che rappresentano i circa 1,5 milioni di professionisti (più del 3% della popolazione italiana) che si occupano quotidianamente della salute dei cittadini, apriranno, con un manifesto condiviso e sottoscritto da tutti, una riflessione che guiderà il futuro dopo i primi 40 anni del Ssn.

Il documento sarà incentrato sui temi caldi della sanità, dalla spesa al regionalismo differenziato, dalla mobilità ai rischi per la salute che generano i “vuoti” di personale e servizi, per costruire, per la prima volta tutti insieme, un rapporto continuativo di confronto costruttivo e di proposte condivise.

All’assemblea saranno invitati a intervenire anche i rappresentanti di Governo e Regioni.

“Senza la massima condivisione e con la sola conflittualità che nasce da scelte e posizioni unilaterali, a farne le spese non è solo la professionalità, ma soprattutto la salute dei cittadini”.

“Siamo i professionisti dell’assistenza – spiegano gli Ordini e le Federazioni -. Siamo i portatori di un bagaglio enorme di competenze, che possono e devono essere spese anche sul versante organizzativo e di una rinnovata governance che garantisca la sostenibilità del Ssn. Ma oggi tutto avviene senza interpellare chi, ogni giorno, produce la salute e vive la sanità. Questo non è giusto nei confronti dei professionisti e lo è ancor meno nei confronti dei cittadini. E non dovrà più essere così.  Ora vogliamo fare rete, per mettere le nostre competenze a disposizione di tutti e per trovare, insieme, soluzioni alle diseguaglianze che affliggono il nostro Servizio sanitario Nazionale non solo tra una Regione e l’altra ma anche tra aree differenti all’interno delle stesse Regioni. La sanità – concludono – si evolve e lo deve fare per tutti i cittadini in modo assolutamente universalistico e uguale per tutti.  E non lo farà mai più senza di noi”.

 

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erogazione dei livelli essenziali di assistenza

Pubblicati i punteggi relativi al mantenimento dell’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza da parte delle Regioni. Male Calabria e Campania

Il Ministero della Salute ha reso noto i punteggi relativi alla cosiddetta Griglia LEA. Si tratta del sistema di certificazione dell’adempimento delle Regioni in relazione al mantenimento dell’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza.

Gli Enti regionali,  infatti, per poter accedere al maggior finanziamento del SSN sono tenuti a una serie di adempimenti, in base all’Intesa Stato-Regioni del 23 marzo 2005.  La quota premiale è pari al  3% delle somme dovute a titolo di finanziamento della quota indistinta del fabbisogno sanitario al netto delle entrate proprie.

Le Regioni sottoposte alla verifica di tali adempimenti sono quelle ordinarie e la Sicilia. Sono escluse la Valle d’Aosta, le due Provincie Autonome di Bolzano e Trento, il Friuli Venezia Giulia e la Sardegna dal 2010.

La verifica è a cura del Comitato LEA, che ha il compito di monitorare l’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza in condizioni di appropriatezza e di efficienza nell’utilizzo delle risorse. L’obiettivo è quello di promuovere e garantire l’effettiva erogazione e l’uniformità sul territorio.

Tra gli adempimenti, rientra quello relativo all’area “Mantenimento nell’erogazione dei LEA”, che viene certificato attraverso l’utilizzo di un set di indicatori,  la Griglia LEA. Gli indicatori sono  ripartiti tra l’attività di assistenza negli ambienti di vita e di lavoro, l’assistenza distrettuale e l’assistenza ospedaliera.

Annualmente vengono presentati i risultati della valutazione di tale adempimento. Per l’anno 2017, sono resi noti i punteggi di tutte le Regioni, comprese quelle non sono sottoposte alla verifica adempimenti per l’accesso alla quota premiale.

Nel 2017 risultano valutate positivamente, ottenendo un punteggio uguale o superiore a 160 (livello minimo accettabile) ben 16 Regioni.

In particolare, le otto Regioni che raggiungono un punteggio superiore a 200 sono: Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Lombardia, Umbria, Abruzzo e Marche. Altre otto Regioni si collocano in un punteggio compreso tra 200 e 160 (livello minimo accettabile). Si tratta di Liguria, Friuli Venezia Giulia, Basilicata, Provincia Autonoma di Trento, Lazio, Puglia, Molise e Sicilia.

Le Regioni Campania, Valle d’Aosta, Sardegna, Calabria e la Provincia Autonoma di Bolzano si caratterizzano invece per i punteggi inferiori a 160.  In particolare, presentano diverse criticità ascrivibili all’area della prevenzione (screening e coperture vaccinali) e all’area distrettuale (residenziali anziani e disabili).

Le Regioni Calabria e Campania, entrambe sottoposte a regime commissariale, presentano una situazione differente. Mentre la Calabria raggiunge un punteggio inferiore rispetto all’anno precedente, la Campania ha un punteggio migliorativo anche se non raggiunge ancora il livello minimo accettabile. Con riferimento alla P.A. di Bolzano, alla Sardegna e alla Valle d’Aosta, infine,  si evidenzia il mancato invio di alcuni flussi informativi obbligatori.

 

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carenza di medici specialisti

Il Ministro della salute Giulia Grillo sulla carenza di medici specialisti: “Al lavoro per cambiamenti rapidi già nella legge di Stabilità”

Il ministero della Salute ha inoltrato a Regioni e Province autonome la richiesta di una urgente ricognizione di dati e parametri aggiornati sul personale sanitario. L’obiettivo è la definizione delle contromisure utili a contrastare la carenza di medici specialisti.

Le Regioni sono state invitate a fornire entro i primi di settembre le cifre relative alla copertura degli organici dei servizi sanitari territoriali e ospedalieri. Dovranno specificare, inoltre, il numero e la tipologia di specialisti carenti. La richiesta riguarda anche il numero dei medici che garantiscono di fatto e per necessità operativa l’erogazione delle prestazioni nel Ssn. Il tutto pur non avendo avuto accesso alla specializzazione,

“Si tratta di una prima importante fase di raccolta dei dati per mettere a fuoco correttamente le dimensioni del problema in ciascuna Regione”.

Lo dichiara il ministro della Salute, Giulia Grillo . “In tema di personale sanitario – prosegue – come Governo ci stiamo impegnando per il superamento della norma attuale”. Questa “prevede il contenimento della spesa nelle singole Regioni a un livello inferiore rispetto a quello deciso 15 anni fa”.

Il Ministro evidenzia come siano in corso positive interlocuzioni con il ministero dell’Economia e delle Finanze. “Stiamo lavorando – conclude – affinché nella prossima Legge di Stabilità vi possano essere delle prime significative novità”.

A luglio erano state proprio le Regioni a lanciare l’allarme sulla carenza di medici e specialisti in tutta Italia. Il coordinatore della Conferenza delle Regioni, Antonio Saitta, aveva sottolineato la gravità della situazione affermando la necessità di un intervento immediato dell’Esecutivo.

Saitta, in particolare, aveva sollecitato il Governo ad affrontare il problema,” immettendo nella sanità pubblica, attraverso regolare assunzione, anche gli specializzandi”. Una soluzione per fare fronte a un’emergenza che, secondo un recente studio, vedrà la carenza di circa 11.800 medici specialisti nei prossimi 5 anni. Tra questi figurano in prevalenza epidemiologi, patologi clinici, internisti, chirurghi, psichiatri, nefrologi e riabilitatori.

 

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CARENZA DI MEDICI, SI RISCHIA L’EMERGENZA. SAITTA: GOVERNO INTERVENGA

 

sindacati medici

Respinta la richiesta avanzata la scorsa settimana da Cgil, Cisl e Uil

I sindacati medici respingono la richiesta avanzata da Cgil, Cisl e Uil che in una lettera al Ministro della Salute Beatrice Lorenzin avevano chiesto un allargamento ai rappresentanti di tutti i dipendenti della Sanità del tavolo tecnico che lo stesso Ministro aveva ipotizzato di tenere periodicamente, secondo quanto emerso durante il recente incontro con i medici.

La risposta dell’Intersindacale (composta da Anaao Assomed – Cimo – Aaroi-Emac – Fvm – Fassid (Aipac-Aupi-Simet-Sinafo-Snr) – Fesmed – Anpo-Ascoti-Fials Medici – Fimmg – Sumai – Smi – Fimp), però, è molto netta: “Quelle stesse sigle finora mute, e ferme, anche di fronte agli scioperi dei medici, sul peggioramento delle condizioni di lavoro, sul blocco contrattuale, ritrovano miracolosamente la parola per chiedere di accodarsi ai medici e di aggiungere a tavola tre posti in più”.

La richiesta, in sostanza, viene definita “sorprendente”: “La lettera che le confederazioni sindacali hanno inviato al Ministro Lorenzin con la richiesta di intervenire presso l’ARAN per forzare l’afferenza dell’intera Area III (dirigenza sanitaria, tecnica, professionale e amministrativa) in un’unica area contrattuale del SSN con l’Area IV (dirigenza medica), nonché di allargare il tavolo di confronto con Ministro e Governo chiesto dalle OOSS dei medici a tutto il mondo della sanità che rappresentano, è sorprendente”.

“Ogni qualvolta il Ministero della Salute avvia un dialogo con i Medici, si manifestano tentativi di interdizione, attraverso rivendicazioni di ogni genere, finalizzate al disconoscimento della peculiarità del ruolo professionale dei Medici e delle loro organizzazioni sindacali” ribadiscono ancora, in un comunicato congiunto. “Quello odierno, teso ad evitare che possa essere affrontata nelle sedi appropriate la Vertenza Salute in corso, si traduce in un arrogante invito a calpestare non solo le leggi (art. 54 Dlgs 150/2009 e art.11 L. 124/2015, che dispone ‘la collocazione del personale dirigente amministrativo, tecnico e professionale della sanità nel ruolo unico della dirigenza regionale’) ma anche la logica, volendo accorpare categorie professionali regolate da istituti economici e normativi del tutto differenti“.

Per questo, spiegano ancora i sindacati medici “Il reciproco rispetto di ruoli e competenze tra la professione medica e le altre professioni sanitarie mal si concilia con l’obiettivo di una integrazione non ‘multiprofessionale’, ma ‘multidisciplinare’, in una equivalenza di ruoli professionali: dal ‘task shifting’ al ‘task snatching’. Ammesso che tutti gli infermieri vogliano fare da pedana ai pochi interessati a svincolarsi dall’assistenza al paziente per accedere all’agognato ruolo di dirigenti del SSN. Sarebbe più coerente che chi rivendica competenze meramente gestionali, si unisse con i dirigenti amministrativi. Ma la logica, al giorno d’oggi, appare avere sempre meno seguaci.
Sappiano il Ministro della Salute e quello della Funzione Pubblica, che i Medici considerano inaccettabile una invasione dell’area contrattuale della dirigenza medica e sanitaria ed un ‘tavolo di confronto’ condiviso con ‘i rappresentanti di tutte le professioni sanitarie e di assistenza e di tutti i lavoratori che operano nel SSN’. Vigente, tra l’altro, lo strappo operato attraverso il comma 566 della L. 190/2014. E, comunque, nessuno si illuda di partecipare ad un tavolo comune nel tentativo di dettarci le regole del nostro lavoro”.

Allora, la richiesta finale va a Governo e Regioni, ai quali i sindacati medici chiedono di adoperarsi “per trovare soluzione alle questioni poste dalla Vertenza Salute e dallo Sciopero Nazionale proclamato per il 17 e 18 marzo, e superare una fase aperta a mille opportunismi, anche favorendo accordi sulle aree contrattuali rispettosi delle specificità professionali per giungere ad una rapida apertura della negoziazione”.

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Sostenere le prestazioni di alta specialità erogate dai centri di eccellenza e garantire effettività al diritto alla libera scelta del luogo di cura da parte dei cittadini. Questo il duplice obiettivo dell’emendamento alla Legge di Stabilità già approvato, proposto dal Ministero della Salute.

L’emendamento, spiega il ministero in un comunicato, prevede infatti che «l’obbligo di risparmio del 2% rispetto alla spesa del 2014, per l’acquisto da parte del Ssn di prestazioni ospedaliere da soggetti privati accreditati, può non essere applicato per l’acquisto di prestazioni di alta specialità, nonché per l’acquisto di prestazioni erogate, da parte degli Irccs (Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico), a favore di cittadini residenti in Regioni diverse da quelle di appartenenza degli Irccs stessi».

In pratica – questa la sostanza della misura – viene eliminato il nodo che avrebbe fortemente limitato il ricorso, per i pazienti residenti in una Regione, all’accesso a prestazioni di eccellenza in regime di Ssn in altre Regioni. Anche se, sottolinea il dicastero guidato da Beatrice Lorenzin, le stesse Regioni dovranno comunque assicurare «l’invariata finanziaria, agendo e razionalizzando altre aree della spesa sanitaria».

È stato anche introdotto l’obbligo, per le Regioni, di stipulare gli accordi regionali per la compensazione della mobilità sanitaria interregionale, nonché l’obbligo, per le strutture sanitarie, di applicare ai pazienti residenti in altre regioni le medesime regole di accesso e di erogazione previste per i pazienti residenti nella Regione di appartenenza delle strutture stesse.

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Il 31 dicembre tutte le Regioni devono elaborare un sistema unificato per l’interoperabilità su tutto il territorio nazionale

Con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del 11 novembre 2015, entra in uso definitivo il Fascicolo Sanitario elettronico (Fse) che racconta la cronistoria sanitaria di ogni cittadino per tutta la sua vita. Nel fascicolo elettronico saranno raccolte ogni prescrizione, ogni accertamento e tutti gli eventuali ricoveri del paziente, una vera evoluzione concreta per il sistema sanitario nazionale, per i medici e per i cittadini.

Ha un’orizzonte temporale che copre l’intera vita del paziente ed è alimentato in maniera continuativa dai soggetti che lo prendono in cura nell’ambito del Ssn e dei servizi socio-sanitari regionali. E’ costituito dalle Regioni e Province autonome per le finalità di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione dei soggetti del Ssn. Il Fascicolo è stato introdotto dall’art. 12 del Dl 179/2012, convertito, con modificazioni, dalla legge 221/2012. Insomma, nessuna pillola potrà sfuggire a nessun medico, consentendo così visite per i pazienti su tutto il territorio nazionale, favorendo i medici nel sapere ogni avvenimento clinico del paziente in cura.

Anche la ricerca epidemiologica e statistica potranno giovare del Fascicolo elettronico, per la sua freschezza di dati sempre aggiornati su tutta la popolazione, ovviamente nei limiti della privacy e rispettando il segreto professionale oltre che il consenso dell’assistito. La data del 31 dicembre 2015 è quella che segna il termine ultimo per l’entrata in funzione del sistema elettronico. Le Regioni infatti, dovranno elaborare tutti i 21 fascicoli con i dati insieme all’Agenzia digitale (Agid) e rendere il sistema unificato in grado di garantire la piena operabilità sul territorio nazionale.

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