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processo civile telematico

Il Processo civile telematico come idea nasce nel nostro ordinamento a partire dalla fine degli anni ’90

Il riferimento giuridico è la Legge 15 marzo 1997, n. 59, cui è seguito il Decreto del presidente della Repubblica 13 febbraio 2001, n. 123, recante  disciplina sull’uso degli strumenti informatici e telematici nel processo civile, nel processo amministrativo e nel processo dinanzi alle sezioni giurisdizionali della Corte dei Conti. È con esso sono state introdotte nel nostro ordinamento le basi del processo civile telematico.

Tant’è che nel 2007 il processo civile telematico era già adoperato dal Tribunale di Milano e negli anni successivi si sono aggiunte le sedi di Bari, Bologna, Catania, Genova, Lamezia Terme, Napoli e Padova, fino a raggiungere piena diffusione in tutta la Lombardia e dal 2009 anche gran parte del Piemonte.

La materia è stata poi ulteriormente disciplinata dal Decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179 che ha introdotto – a partire dal giugno 2014 – l’obbligo di deposito telematico di alcune tipologie di atti di causa su tutto il territorio nazionale.

Ad oggi, quindi, il processo civile telematico è attivo ed operante in tutto il territorio italiano e coinvolge il contenzioso civile, la volontaria giurisdizione, il processo del lavoro, le esecuzioni mobiliari, le esecuzioni immobiliari e le procedure concorsuali.

I dati del Ministero della Giustizia

Il Ministero della Giustizia Dipartimento dell’Organizzazione Giudiziaria, del Personale e dei Servizi Direzione Generale per i Sistemi Informativi Automatizzati, di recente ha reso noto lo stato dell’arte del PCT, pubblicando i dati relativi al triennio 2014-2017.

Ebbene quello che emerge è che a da gennaio 2014 a dicembre 2017 sono stati ricevuti 24.034.841 atti, di cui:

•1.520.984ricorsi per decreto ingiuntivo

•18.681.327 atti endo-procedimentali

•3.832.530atti introduttivi e di costituzione

Dal 2014 si è così registrato un incremento annuale del 6%; stesso risultato per le medie mensili, anch’esse registranti un miglioramento del 6%.

Il registro Generale degli Indirizzi Elettronici conta ben 1.101.598 soggetti attivi e 254.021 sono gli avvocati attivi iscritti di cui 240.014 con indirizzo PEC (94%).

Il totale delle Pubbliche Amministrazioni iscritte, invece è pari a 1.089, di cui 689 con indirizzo di PEC (63%).

Si contano invece, 13.974.336 atti depositati da magistrati, tra il 2014 e il 2017 di cui:

–4.246.829 verbali di udienza

–1.477.883decreti ingiuntivi

–7.286.958 decreti e ordinanze

–962.666 sentenze

Comunicazioni telematiche

Non meno rilevanti sono i dati relativi alle comunicazioni telematiche.

A tal proposito, il Ministero della Giustizia ha comunicato che le comunicazioni trasmesse in via telematica sono state ben 66.045.914 con un risparmio di spesa stimato intorno ai €. 231.160.699, in media 1.375.957 al mese.

Si precisa che il calcolo è stato effettuato considerando un costo medio stimato di €7,00 a comunicazione tramite ufficiale giudiziario, prudenzialmente dimezzato.

Non da ultimo, è stato effettuato un resoconto relativo ai pagamenti telematici: circa 437.366 nel triennio di riferimento, con un incasso totale stimato in €. 88.414.105

La redazione giuridica

 

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odontoiatria low cost

Per l’Associazione nazionale dei dentisti italiani l’odontoiatria low cost nasconde costi ingannevoli e interventi sovradimensionati alle esigenze terapeutiche

“Il tema delle cosiddette “catene” e della odontoiatria low cost (apparente), comincia fortunatamente ad avere visibilità mediatica”. Inizia ad avere rilevanza “un problema che, prima ancora degli addetti ai lavori, coinvolge tutti i cittadini”.

Così l’Andi (Associazione nazionale dentisti italiani) dopo che la questione è stata affrontata, nei giorni scorsi, dalla trasmissione televisiva Report. Il servizio, trasmesso in prima serata da Rai3, “ha preso le mosse dal sempre più difficile accesso alle cure odontoiatriche di crescenti fasce di popolazione”. Il tutto, sottolinea l’Associazione, “pur partendo da uno stereotipo desueto che disegna gli odontoiatri come ‘non stinchi di santo’ ed ‘evasori’”. Definizioni, queste, “ormai oggi smentite dai fatti”.

Report ha evidenziato “come le sirene di una pubblicità aggressiva e border line con i canoni dell’etica, abbiano facile appiglio su molte famiglie italiane”.

Per l’Andi si tratta di promesse che purtroppo vengono spesso disattese. Costi allettanti ed “evidentemente ingannevoli” esposti in manifesti e brochure subiscono, infatti, brusche impennate con la contabilizzazione di tutto quanto non compreso nel prezzo di partenza. Gli interventi, poi, sono spesso “sovradimensionati rispetto alle effettive esigenze terapeutiche dei pazienti”.

Questo sistema non colpirebbe solamente i pazienti, ma anche gli odontoiatri che lavorano presso tali strutture. Professionisti che “devono assoggettarsi a una sorta di sudditanza commerciale che va contro la loro etica e che svilisce professionalmente ed economicamente il loro operato”.

Nel servizio, continua l’Andi è stato anche evidenziato come la preponderanza commerciale su quella sanitaria sia sancita anche dalla titolarità di queste società. Si tratta infatti di aziende spesso riconducibili ad attività e capitali che nulla hanno a che vedere con la professione medica.

“È evidente come queste strutture siano motivate dalla ricerca del profitto ad ogni costo e non alla salute del paziente”, dichiara Raffaele Iandolo, Presidente CAO.

Per contrastare il fenomeno dell’ odontoiatria low cost, le principali sigle del settore (ANDI, AIO, CAO, FNOMCEO) hanno deciso di condividere un percorso comune. Una “cabina di regia” tra i diversi attori del dentale impegnata a far fronte a problematiche che, “non soltanto vanno a minare una professionalità d’eccellenza, ma soprattutto rischiano di creare un ulteriore vallo tra il cittadino e la doverosa possibilità di garantirsi una corretta salute orale”.

“Auspico che questo impegno comune – conclude il presidente dell’Andi, Carlo Ghirlanda – ci porti ad affrontare questi temi urgenti in un tavolo di lavoro politico, volto a porre in essere delle contromisure a tutela dei cittadini e dei professionisti”.

 

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Un servizio andato in onda su “Report” ha denunciato il rapporto tra Poste italiane e assicurazioni e il modus operandi poco trasparente dell’azienda

Poste Italiane e assicurazioni, un binomio che – come rivelato da un servizio andato in onda su “Report” – nasconde un sistema ben oliato che spinge i risparmiatori a fare investimenti senza però fornire loro tutte le informazioni necessarie.

Il servizio, a cura del giornalista Alberto Nerazzini e andato in onda il 29 maggio scorso, ha messo in evidenza le difficoltà del titolo in Borsa in vista della seconda quotazione, nonostante il bilancio 2016 di Poste Italiane sia stato da record. Inoltre, le condizioni dei postini esternalizzati, rivelano come in breve tempo la società sia diventata la più grande banca/assicurazione del paese, con ben 140.000 dipendenti, 33 milioni di clienti e oltre 13.000 uffici sparsi per tutta Italia.

Sembra infatti che la consegna della posta, che dovrebbe essere l’attività principale dell’azienda, sia diventata marginale, mentre la consegna di pacchi non viene affatto sfruttata per le sue potenzialità. Il legame tra Poste italiane e assicurazioni, al contrario, è ben più saldo essendo questo business quello su cui l’azienda ha deciso di puntare. La componente assicurativa, infatti, è arrivata a rappresentare il 72% dei ricavi nel bilancio di Poste Italiane nel 2016, dalla raccolta di 5 miliardi nel 2007 a un totale di 20 miliardi di euro nell’ultimo anno. In 10 anni, i ricavi dai premi assicurativi sono aumentati del 400%.

Peccato che l’azienda spinga gli ignari risparmiatori verso investimenti e assicurazioni senza informare a sufficienza.

Le assicurazioni di Poste Italiane vengono vendute come prodotti sicuri, come viene dichiarato anche al giornalista Nerazzini, che nel servizio finge di voler investire 80.000 euro. Eppure queste polizze si discostano molto, nella realtà, da quanto presente sui prospetti informativi.

Nel caso dei prodotti assicurativi, viene spiegato nel servizio, non esiste alcuna garanzia per il rendimento e, considerando i tassi bassi dei Btp, i fondi che investono sui titoli di Stato dall’area Euro devono essere necessariamente gestiti, utilizzando anche strumenti derivati, per poter riuscire a dare un rendimento vicino al 2 per cento, che è quello – per intenderci – promesso dalla dipendente di Poste Italiane al giornalista di “Report”.

Poi però, quel rendimento, deve essere decurtato della commissione di gestione annuale e delle relative tasse.

Le informazioni sui rischi di questi investimenti e sulle spese di gestione sono però spesso omesse da molti dipendenti dei servizi finanziari. Tutti elementi che configurano il rapporto tra Poste Italiane e assicurazioni come poco trasparente e ambiguo. Eppure, a tutela del risparmiatore, esistono leggi ben precise secondo le quali questo ha il dovere di essere tutelato dall’acquisto di un investimento di cui non comprende pienamente rischi e pericoli. La legge europea, infatti, prevede che ogni intermediario, prima di vendere un prodotto finanziario, proceda con la redazione di un profilo che specifici l’adeguatezza del prodotto finanziario prodotto, ma soprattutto il profilo di rischio del cliente stesso.

Ma ciò non avviene sempre con questa chiarezza per le assicurazioni vendute da Poste Italiane. Per tale ragione, dopo aver scoperto il grado di approssimazione con cui Poste redigeva la valutazione di rischio sui risparmiatori, la Consob ha fatto pagate a Poste Italiane 60 mila euro di multa, una cifra irrisoria se si considerano le centinaia di migliaia di clienti che sono stati truffati.

Intanto, i dipendenti addetti alla vendita dei servizi finanziari hanno denunciato una situazione pesantissima, parlando di pressioni dall’alto con insulti, obiettivi irraggiungibili, dichiarando di essere spinti dalla stessa azienda a vendere queste polizze “senza pietà” nei confronti del risparmiatore.

 

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