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odontoiatria low cost

Per l’Associazione nazionale dei dentisti italiani l’odontoiatria low cost nasconde costi ingannevoli e interventi sovradimensionati alle esigenze terapeutiche

“Il tema delle cosiddette “catene” e della odontoiatria low cost (apparente), comincia fortunatamente ad avere visibilità mediatica”. Inizia ad avere rilevanza “un problema che, prima ancora degli addetti ai lavori, coinvolge tutti i cittadini”.

Così l’Andi (Associazione nazionale dentisti italiani) dopo che la questione è stata affrontata, nei giorni scorsi, dalla trasmissione televisiva Report. Il servizio, trasmesso in prima serata da Rai3, “ha preso le mosse dal sempre più difficile accesso alle cure odontoiatriche di crescenti fasce di popolazione”. Il tutto, sottolinea l’Associazione, “pur partendo da uno stereotipo desueto che disegna gli odontoiatri come ‘non stinchi di santo’ ed ‘evasori’”. Definizioni, queste, “ormai oggi smentite dai fatti”.

Report ha evidenziato “come le sirene di una pubblicità aggressiva e border line con i canoni dell’etica, abbiano facile appiglio su molte famiglie italiane”.

Per l’Andi si tratta di promesse che purtroppo vengono spesso disattese. Costi allettanti ed “evidentemente ingannevoli” esposti in manifesti e brochure subiscono, infatti, brusche impennate con la contabilizzazione di tutto quanto non compreso nel prezzo di partenza. Gli interventi, poi, sono spesso “sovradimensionati rispetto alle effettive esigenze terapeutiche dei pazienti”.

Questo sistema non colpirebbe solamente i pazienti, ma anche gli odontoiatri che lavorano presso tali strutture. Professionisti che “devono assoggettarsi a una sorta di sudditanza commerciale che va contro la loro etica e che svilisce professionalmente ed economicamente il loro operato”.

Nel servizio, continua l’Andi è stato anche evidenziato come la preponderanza commerciale su quella sanitaria sia sancita anche dalla titolarità di queste società. Si tratta infatti di aziende spesso riconducibili ad attività e capitali che nulla hanno a che vedere con la professione medica.

“È evidente come queste strutture siano motivate dalla ricerca del profitto ad ogni costo e non alla salute del paziente”, dichiara Raffaele Iandolo, Presidente CAO.

Per contrastare il fenomeno dell’ odontoiatria low cost, le principali sigle del settore (ANDI, AIO, CAO, FNOMCEO) hanno deciso di condividere un percorso comune. Una “cabina di regia” tra i diversi attori del dentale impegnata a far fronte a problematiche che, “non soltanto vanno a minare una professionalità d’eccellenza, ma soprattutto rischiano di creare un ulteriore vallo tra il cittadino e la doverosa possibilità di garantirsi una corretta salute orale”.

“Auspico che questo impegno comune – conclude il presidente dell’Andi, Carlo Ghirlanda – ci porti ad affrontare questi temi urgenti in un tavolo di lavoro politico, volto a porre in essere delle contromisure a tutela dei cittadini e dei professionisti”.

 

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Un servizio andato in onda su “Report” ha denunciato il rapporto tra Poste italiane e assicurazioni e il modus operandi poco trasparente dell’azienda

Poste Italiane e assicurazioni, un binomio che – come rivelato da un servizio andato in onda su “Report” – nasconde un sistema ben oliato che spinge i risparmiatori a fare investimenti senza però fornire loro tutte le informazioni necessarie.

Il servizio, a cura del giornalista Alberto Nerazzini e andato in onda il 29 maggio scorso, ha messo in evidenza le difficoltà del titolo in Borsa in vista della seconda quotazione, nonostante il bilancio 2016 di Poste Italiane sia stato da record. Inoltre, le condizioni dei postini esternalizzati, rivelano come in breve tempo la società sia diventata la più grande banca/assicurazione del paese, con ben 140.000 dipendenti, 33 milioni di clienti e oltre 13.000 uffici sparsi per tutta Italia.

Sembra infatti che la consegna della posta, che dovrebbe essere l’attività principale dell’azienda, sia diventata marginale, mentre la consegna di pacchi non viene affatto sfruttata per le sue potenzialità. Il legame tra Poste italiane e assicurazioni, al contrario, è ben più saldo essendo questo business quello su cui l’azienda ha deciso di puntare. La componente assicurativa, infatti, è arrivata a rappresentare il 72% dei ricavi nel bilancio di Poste Italiane nel 2016, dalla raccolta di 5 miliardi nel 2007 a un totale di 20 miliardi di euro nell’ultimo anno. In 10 anni, i ricavi dai premi assicurativi sono aumentati del 400%.

Peccato che l’azienda spinga gli ignari risparmiatori verso investimenti e assicurazioni senza informare a sufficienza.

Le assicurazioni di Poste Italiane vengono vendute come prodotti sicuri, come viene dichiarato anche al giornalista Nerazzini, che nel servizio finge di voler investire 80.000 euro. Eppure queste polizze si discostano molto, nella realtà, da quanto presente sui prospetti informativi.

Nel caso dei prodotti assicurativi, viene spiegato nel servizio, non esiste alcuna garanzia per il rendimento e, considerando i tassi bassi dei Btp, i fondi che investono sui titoli di Stato dall’area Euro devono essere necessariamente gestiti, utilizzando anche strumenti derivati, per poter riuscire a dare un rendimento vicino al 2 per cento, che è quello – per intenderci – promesso dalla dipendente di Poste Italiane al giornalista di “Report”.

Poi però, quel rendimento, deve essere decurtato della commissione di gestione annuale e delle relative tasse.

Le informazioni sui rischi di questi investimenti e sulle spese di gestione sono però spesso omesse da molti dipendenti dei servizi finanziari. Tutti elementi che configurano il rapporto tra Poste Italiane e assicurazioni come poco trasparente e ambiguo. Eppure, a tutela del risparmiatore, esistono leggi ben precise secondo le quali questo ha il dovere di essere tutelato dall’acquisto di un investimento di cui non comprende pienamente rischi e pericoli. La legge europea, infatti, prevede che ogni intermediario, prima di vendere un prodotto finanziario, proceda con la redazione di un profilo che specifici l’adeguatezza del prodotto finanziario prodotto, ma soprattutto il profilo di rischio del cliente stesso.

Ma ciò non avviene sempre con questa chiarezza per le assicurazioni vendute da Poste Italiane. Per tale ragione, dopo aver scoperto il grado di approssimazione con cui Poste redigeva la valutazione di rischio sui risparmiatori, la Consob ha fatto pagate a Poste Italiane 60 mila euro di multa, una cifra irrisoria se si considerano le centinaia di migliaia di clienti che sono stati truffati.

Intanto, i dipendenti addetti alla vendita dei servizi finanziari hanno denunciato una situazione pesantissima, parlando di pressioni dall’alto con insulti, obiettivi irraggiungibili, dichiarando di essere spinti dalla stessa azienda a vendere queste polizze “senza pietà” nei confronti del risparmiatore.

 

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