Tags Posts tagged with "responsabilità civile"

responsabilità civile

responsabilità medica

Con la sentenza in commento n. 6593/2019, la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione, è intervenuta nuovamente sul tema della prova del nesso causale nell’ambito della responsabilità medica

Anche in ambito di responsabilità medica, la previsione dell’art. 1218 c.c. solleva il creditore dell’obbligazione che si afferma non adempiuta (o non esattamente adempiuta) dall’onere di provare la colpa del debitore, ma non dall’onere di provare il nesso di causa tra la condotta del debitore e il danno di cui domanda il risarcimento”.

La vicenda

È quanto affermato recentemente dalla Suprema Corte in tema di responsabilità medica.

Gli eredi di un paziente deceduto in seguito a un intervento chirurgico, avevano proposto ricorso avverso la sentenza della Corte di Appello di Milano che aveva confermato la decisione di primo grado, con cui il Tribunale aveva addossato la prova del nesso causale al creditore.

In particolare, a parere dei ricorrenti, l’organo giudicante di secondo grado aveva erroneamente ritenuto “con apparente o, comunque, insufficiente ed illogica motivazione”, che il Tribunale di prime cure avesse “correttamente invocato ed applicato i principi giuridici in materia di responsabilità contrattuale medica”.

Inoltre, gli appellanti assumevano che la sentenza di primo grado aveva “ingiustamente addossato al paziente-creditore, anzichè al danneggiante, la prova del nesso causale” e che la Corte, confermando la pronuncia, non aveva “spiegato perchè sarebbe conforme al diritto in materia l’avere il Tribunale erroneamente onerato il danneggiato della prova certa dell’inadempimento qualificato“.

Il giudizio di legittimità

La Cassazione con la sentenza in commento ha invece confermato la decisione della Corte di Appello, ribadendo i principi generali e ormai consolidati in tema di onere probatorio.

A tal proposito, è opportuno ricordare che a seguito della legge Gelli – Bianco, è in parte stata modificata la disciplina della natura della responsabilità in ambito sanitario, con rilevanti conseguenze in tema di riparto dell’onere probatorio.

Il legislatore ha infatti chiarito, la natura della responsabilità del sanitario dipendente e della struttura, fugando i dubbi che si erano manifestati nell’ambiguità delle disposizioni della previgente disciplina (il Decreto Balduzzi).

La natura della responsabilità del medico è ormai di natura extracontrattuale, mentre quella della struttura sanitaria, che ha origine nel contratto di spedalità, continua a essere di natura contrattuale.

Ciò comporta importanti conseguenze in tema di onere probatorio. Il paziente, infatti, se vuole citare la struttura sanitaria al fine di ottenere il risarcimento del danno, dovrà dimostrare la fonte del suo diritto e allegare l’inadempimento del suo debitore.

Il termine di prescrizione in tal caso sarà di dieci anni, a differenza del termine prescrizionale per agire contro il sanitario, che sarà quello della responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c. c., ovvero cinque anni.

I giudici di legittimità, anche con precedenti pronunce, avevano però già specificato che in tale ultimo caso il paziente creditore è dispensato dall’onere di provare la colpa del debitore, ma non dall’onere probatorio di provare il nesso causale che intercorre tra condotta e danno patito (Cass. civ. 18392/2017).

Con la pronuncia in commento pertanto la Cassazione conferma quanto già affermato in precedenza, stabilendo che spetta al paziente provare il nesso eziologico tra la condotta e la lesione, mentre spetta alla struttura dimostrare di aver adempiuto correttamente.

Tale impostazione da ultimo conferma i principi civilistici generali in tema di riparto dell’onere probatorio.

Di certo però la nuova disciplina ha destato perplessità in merito alla diversificazione della natura delle responsabilità della struttura sanitaria e del medico, segnando il tramonto secondo alcuni del “contatto sociale”, per lungo tempo elaborato dalla giurisprudenza.

Il nesso causale

Per quanto detto fino ad ora, merita un approfondimento il concetto di nesso causale in tema di responsabilità civile.

Il nesso causale che deve provare il paziente si configura come il collegamento che deve intercorrere tra la condotta imprudente, imperita o negligente del medico e la patologia o il suo aggravamento che da questa è conseguita.

Occorre cioè dimostrare che la lesione che il paziente patisce sia la conseguenza della cattiva condotta del sanitario.

Per compiere tale accertamento, è necessario eliminare alcuni comportamenti per verificare se, in assenza di questi, la lesione si sarebbe comunque verificata. Viene dunque applicata la cosiddetta teoria condizionalistica, ben nota in ambito penale.

Ciò che distingue l’accertamento del nesso causale in ambito civile è però l’applicazione della regola del “più probabile che non”. Mentre il penale occorre un accertamento che vada oltre “ogni ragionevole dubbio”, in ambito civile un evento potrà dirsi causato da una determinata condotta se è più probabile che, senza di essa, questo non si sarebbe verificato (Cass. S.U.  n. 581/2008).

Ciò che appare problematico nell’accertamento del nesso causale è che, come ricostruito dalla Corte di Cassazione, esso si configura come una relazione tra due fatti da accertare a posteriori.

Non si tratta di per sé di un fatto, ma di un giudizio. Un ragionamento che si ricostruisce sulla base di dati fattuali.

Di tali dati il paziente creditore potrà dare prova con ogni mezzo: documenti, testimoni, giuramento o presunzioni semplici (Cass. civ. ord. n. 4024/2018).

Il principio di diritto

Il quadro viene così sinteticamente ricostruito dai giudici di legittimità: “Questa Corte, ormai da dieci anni, viene costantemente ripetendo in tema di nesso causale i seguenti principi:

(a) il nesso di causa tra una condotta illecita e un danno può essere affermato non solo quando il secondo sia stato una conseguenza certa della prima, ma anche quando ne sia stato una conseguenza ragionevolmente probabile;

(b) la ragionevole probabilità che quella causa abbia provocato quel danno va intesa non in senso statistico, ma logico: cioè non in base a regole astratte, ma in base alle circostanze del caso concreto;

(c) ciò vuol dire che anche in una causa statisticamente improbabile può ravvisarsi la genesi del danno, se tutte le altre possibili cause fossero ancor più improbabili, e non siano concepibili altre possibili cause.” (Cass. civ. ord. n. 4024/2018).

Alla luce delle considerazioni esposte, il paziente, se vorrà agire anche nei confronti del sanitario dipendente di una struttura, dovrà dunque dimostrare il danno ricevuto dalla condotta del medico, ma anche il nesso eziologico tra la suddetta condotta e il danno.

L’onere probatorio di cui è gravato, così come ricostruito, non è certo semplice da assolvere.

Avv. Laura Bellanca

 

Leggi anche:

CONSENSO INFORMATO: NON RISARCIBILE SENZA DANNO ALLA SALUTE

studente

Un infortunio occorso ad uno studente durante una partita di pallamano organizzata dalla scuola, ma per i giudici della Cassazione l’incidente si è verificato per un ragionevole caso fortuito

La vicenda

Nel 2016 la Corte d’Appello di L’Aquila aveva respinto il ricorso interposto dai due genitori in relazione alla pronunzia del Tribunale de L’Aquila con la quale era stata rigettata la loro domanda proposta nei confronti del Ministero dell’istruzione dell’università e della ricerca, nonché dell’Istituto scolastico frequentato dal proprio figlio, al fine di ottenere risarcimento dei danni subiti da quest’ultimo per un infortunio occorso durante un torneo di pallamano organizzato dalla scuola.

Da tale evento il ragazzo aveva riportato gravi lesioni fisiche, localizzate alla bocca, per essere caduto durante la partita e aver sbattuto contro una panchina.

La pronuncia della Cassazione

In caso di infortunio subito da uno studente all’interno della struttura scolastica durante le ore di educazione fisica, nel corso di una partita di pallamano, ai fini della configurabilità della responsabilità a carico della scuola ex art. 2048 c.c. non è sufficiente il solo fatto di aver incluso nel programma della suddetta disciplina e fatto svolgere tra gli studenti una gara sportiva, ma è altresì necessario: a) che il danno sia conseguenza del fatto illecito di un altro studente impegnato nella gara; b) che la scuola non abbia predisposto tutte le misure idonee a evitare il fatto.

In passato è stato anche affermato che, in caso di infortunio sportivo subito da uno studente all’interno della struttura scolastica durante le ore di educazione fisica, incombe al medesimo dare la prova dell’illecito commesso da altro studente, quale fatto costitutivo della sua pretesa, laddove è a carico della scuola la prova del fatto impeditivo, cioè l’inevitabilità del danno nonostante la predisposizione di tutte le cautele idonee ad evitare che esso si verifichi, ivi ricompresa l’illustrazione della difficoltà dell’attività o del relativo passaggio e predisporre cautele adeguate affinché gli stessi, se affrontati, possano essere svolti da tutti i partecipanti in condizioni di sicurezza.

Ebbene, di tali principi di diritto, la corte di merito aveva fatto piena e corretta applicazione.

Dall’istruttoria processuale era emerso, infatti, che “la partita [nella quale si era verificato l’incidente] rientrava nella normale attività didattica della scuola; non vi era stata alcuna azione scorretta o comunque fallosa di altri giocatori; la partita si era svolta interamente sotto il controllo diretto dell’insegnante; il campo di gioco era perfettamente libero ed idoneo alla partita;… l’insegnante aveva preventivamente istruito i giocatori”.

Ebbene, alla luce di siffatte emergenze processuali la corte territoriale aveva escluso la “rilevanza causale” della presenza della panchina contro la quale “sfortunatamente il giocatore era andato ad impattare” essendo “notorio che i campi da gioco siano fiancheggiati da una o più panchine per consentire ai giocatori di riserva di stare seduti, sicché la presenza della stessa costituiva ordinario completamento del campo da gioco, e non certamente una insidia”.

Per i giudici della Cassazione la corte d’appello aveva, perciò, correttamente attribuito la verificazione dell’evento ad una ragionevole causa fortuita.

Dal canto suo, la scuola aveva fatto quanto doveva per assolvere all’obbligo di vigilanza cui era tenuta ai sensi dell’art. 2048 c.c., posto che il sinistro si era verificato con modalità tali da non potere essere impedito.

A tali conclusioni i giudici della Cassazione hanno ritenuto di dover dar seguito; cosicché il ricorso è stato definitamente rigettato con condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 

Leggi anche:

MAESTRA DICHIARA DI USARE IL METODO MONTESSORI, MA PER I GIUDICI E’ VIOLENZA

danno differenziale

Risarcimento del danno differenziale? Il giudice deve scorporare il danno biologico dal danno patrimoniale da perdita della capacità lavorativa dell’infortunato

E’ noto che con il termine danno differenziale si intenda la differenza tra la somma erogata dall’INAIL a titolo di indennizzo e la somma che spetterebbe al lavoratore, vittima di infortunio sul lavoro, in base alle tabelle normalmente applicate in tema di liquidazione del danno biologico. Tale voce di danno è a carico del datore di lavoro.

Viene facile comprendere come le due entità siano sostanzialmente diverse, posto che diversa è la loro natura. L’importo erogato dall’INAIL ha natura indennitaria e, in quanto tale, ha come scopo non il ristoro tout court del danno ma quello di garantire un sostegno sociale all’infortunato. La somma erogata a titolo di responsabilità civile risponde, invece, all’esigenza di risarcire integralmente il danneggiato e riportarlo allo status quo ante l’infortunio.

La vicenda

Quasi 65.000 euro, il risarcimento riconosciuto ad un dipendente della società convenuta in giudizio, per i danni riportati a seguito dell’infortunio occorso sul lavoro.

La sentenza, pronunciata dalla corte di Appello di Roma, aveva riconosciuto al lavoratore, anche il diritto al danno non patrimoniale, determinato in applicazione delle tabelle milanesi, tenuto conto del grado di invalidità, quantificato dal CTU, e dell’età del ricorrente (45 anni al momento dell’incidente); e personalizzata (in aumento) in vista della gravità del sinistro e dei postumi permanenti riportati.

Da tale somma, la corte territoriale aveva detratto l’importo della rendita capitalizzata corrisposta dall’INAIL.

Ebbene, proprio su questo punto si snoda il ricorso per Cassazione presentato dal lavoratore infortunato contro la decisione di merito.

Nella specie, Corte territoriale aveva provveduto a decurtare l’intera rendita erogata dall’INAIL dall’ammontare del danno civilistico, rendita che, in quanto corrispondente ad una menomazione stimata dall’Istituto nella misura del 29%, era comprensiva per legge sia dell’indennità per il danno biologico sia dell’indennità per il danno patrimoniale, per cui – a detta del ricorrente –  il mancato distinguo tra i due valori, non omogenei, avrebbe determinato una “illegittima e ingiustificata erosione del risarcimento a lui spettante a titolo di danno non patrimoniale differenziale”, con violazione dell’art. 2059 c.c. e del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13.

La pronuncia della Cassazione

In tema di liquidazione del danno biologico cd. differenziale, di cui il datore di lavoro è chiamato a rispondere nei casi in cui opera la copertura assicurativa INAIL in termini coerenti con la struttura bipolare del danno-conseguenza, va operato un computo per poste omogenee, sicché, dall’ammontare complessivo del danno biologico, va detratto non già il valore capitale dell’intera rendita costituita dall’INAIL, ma solo il valore capitale della quota di essa destinata a ristorare, in forza del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13, il danno biologico stesso, con esclusione, invece, della quota rapportata alla retribuzione ed alla capacità lavorativa specifica dell’assicurato, volta all’indennizzo del danno patrimoniale“.

Laddove quindi, come nel caso in esame, l’INAIL abbia erogato in relazione all’infortunio una rendita mensile vitalizia per un danno superiore al 16%, l’indennizzo, per espressa previsione legislativa, assume necessariamente un duplice contenuto perché quell’importo è destinato a compensare sia il danno biologico, sia il danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro e di guadagno.

Di conseguenza, il giudice deve scorporare tali somme dal danno differenziale anche nel caso in cui INAIL non abbia ancora in concreto, provveduto ad erogare il citato ristoro (cfr. Cass. n. 9166 del 2017).

La sentenza impugnata, tuttavia, non si era attenuta a tale principio di diritto, avendo determinato il credito residuo del danneggiato nei confronti del datore di lavoro responsabile senza indicare il valore capitale della sola quota di rendita erogata dall’INAIL per indennizzare il danno biologico.

Per queste ragioni, la decisione impugnata è stata cassata con rinvio al giudice di merito per un nuovo esame, conformemente al principio di diritto sopra citato.

Lo ius superveniens

Peraltro, chiariscono i giudici della Suprema Corte, su tale conclusione non spiega effetti lo ius superveniens rappresentato dalla L. n. 145 del 2018, art. 1, comma 1126, che ha modificato il D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 10, avendo la stessa giurisprudenza di legittimità già sancito il principio secondo cui dette modifiche “non possono trovare applicazione in riferimento agli infortuni sul lavoro verificatisi e alle malattie professionali denunciate prima dell’1.1.2019″.

La redazione giuridica

 

Leggi anche:

RISCHIO ELETTIVO DEL LAVORATORE: E’ INDENNIZZABILE L’INFORTUNIO?

rischio sportivo

Il Tribunale di Milano con la sentenza n. 4549 depositata il 17 aprile 2018 ha affrontato il tema del rischio sportivo

I fatti di causa

Una causa per “rischio sportivo”. P. M. e C. L., entrambi ciclisti professionisti, convengono in giudizio avanti il Tribunale la RCS Sport SpA per chiederne la condanna al risarcimento dei danni  subiti a seguito del sinistro avvenuto durante la 19ma tappa del Giro d’Italia, organizzato dalla RCS.

Il dopo una curva si era trovato davanti uno spartitraffico ed aveva impattato contro lo stesso, provocando la successiva caduta di altri ciclisti, tra cui il P.. Gli attori hanno invocato una responsabilità ex artt. 2043/2050 c.c.. Si è costituita in giudizio la RCS per contestare an e quantum debeatur ed, avutane l’autorizzazione, ha chiamato in causa in manleva le Generali Italia S.p.A, che hanno aderito alle contestazioni della convenuta, adducendo peraltro il limite di operatività della polizza

Il sinistro de quo è avvenuto nel corso della competizione sportiva “Giro d’Italia”, quindi di una gara ciclistica di velocità su strada statale, per l’occasione chiusa al traffico ordinario, espressamente prevista dall’art. 9 CdS. La RCS non ha mai contestato la dinamica del sinistro, nello specifico che il L. abbia investito il segnale spartitraffico.

Brevi cenni sul concetto di rischio sportivo

Il tema della responsabilità sportiva e del risarcimento del danno sono stati più volte sottoposti al vaglio della dottrina e della giurisprudenza. Ma al fine di una migliore comprensione di tali concetti, appare opportuno analizzare il concetto di “rischio sportivo”.

Questo concetto coinvolge sia gli atleti che gli organizzatori delle manifestazioni sportive.

Infatti, entrambi i soggetti, nello svolgimento delle loro attività sono sottoposti ad obblighi derivanti dai regolamenti federali e dai canoni di prudenza previsti dall’art. 2043 c.c..

Il richiamo alla suddetta norma di condotta deve però essere analizzato contestualmente con l’atto di autonomia privata di accettazione del rischio derivante dall’esercizio della stessa nel rispetto delle regole tecniche sportive, con il quale i soggetti intraprendono una determinata attività sportiva. L’accettazione del rischio sportivo implica uno spostamento della soglia di responsabilità dell’atleta.

L’art. 2050 c.c. specifica il concetto di attività pericolose ed attraverso una sua interpretazione è possibile quantificare l’eventuale responsabilità per atti illeciti commessi dagli sportivi.

Nell’alveo dell’articolo su menzionato vengono annoverate determinate attività, per le quali anche la giurisprudenza ha ritenuto che si debba far riferimento ad una maggiore probabilità di danno a causa dei mezzi adoperati nello svolgimento dell’attività sportiva stessa.

Tra queste attività rientrano, ad esempio, automobilismo, ciclismo, motociclismo.

Nel nostro ordinamento rispondono a titolo di responsabilità oggettiva soggetti diversi dall’atleta.

Tipico è l’esempio del gestore dell’impianto sportivo, ossia di chi mette a disposizione, a soggetti terzi, gli spazi per lo svolgimento di una manifestazione sportiva.

Il gestore ha, pertanto, il compito di garantire la sicurezza delle persone nonché l’idoneità dei luoghi nonché  l’obbligo di controllare tutte le attrezzature e di adottare le misure di sicurezza utili per evitare eventuali danni.

Se le figure del gestore e quella dell’organizzatore della manifestazione sportiva coincidono, sorge in capo a tale soggetto una duplice responsabilità regolamentata dagli artt. 2043 c.c. e 2049 c.c..

È fondamentale analizzare sempre il nesso di causalità in base al quale si evince la responsabilità o meno del gestore e/o del proprietario e/o dell’organizzatore dell’evento sportivo.

Solitamente al gestore viene sempre riconosciuta una responsabilità ogni volta che non viene rispettata l’idoneità e la sicurezza delle strutture sportive.

La responsabilità per l’esercizio di attività pericolose

Ai fini della responsabilità ex art. 2050 c.c. costituiscono attività pericolose non solo quelle che tali sono qualificate dalla legge di pubblica sicurezza o da altre leggi speciali, ma anche quelle altre che comportano la rilevante possibilità del verificarsi di un danno, per la loro stessa natura o per le caratteristiche dei mezzi usati.

La responsabilità sussiste non solo nel caso di danno che sia conseguenza di una azione, ma anche nell’ipotesi di danno derivato da omissione di cautele che in concreto sarebbe stato necessario adottare in relazione alla natura dell’attività esercitata, alla stregua delle norme di comune diligenza e prudenza.

Chi programma un’attività sportiva deve, pertanto, predisporre un’organizzazione adeguata, tale da evitare che da essa possano derivare danni a carico dei partecipanti, adottando tutte le cautele necessarie per contenere e non aggravare il rischio e per impedire che siano superati i limiti di rischio connaturati alla normale pratica sportiva.

E ciò in quanto anche un’attività pericolosa deve essere svolta nelle condizioni di massima sicurezza, con l’adozione di ogni accorgimento idoneo a tal fine.

Si deve sottolineare che, per costante giurisprudenza, in ambito agonistico coloro che partecipano all’attività sportiva necessariamente accettano il rischio ad essa inerente.

Da ciò discende che i danni da essi eventualmente sofferti, rientranti nell’alea normale di rischio, ricadono sugli stessi, per cui è sufficiente che gli organizzatori, al fine di sottrarsi ad ogni responsabilità, abbiano approntato le normali cautele atte a circoscrivere il rischio nei limiti confacenti alla specifica attività, nel rispetto di eventuali regolamenti sportivi.

In verità la circostanza di partecipare all’attività agonistica non esenta i concorrenti dal mantenere una condotta rispettosa delle regole di prudenza rapportate alla natura della gara stessa ed al contesto in cui essa si svolge.

La decisione del Tribunale

Nello caso de quo la gara avveniva lungo una strada pubblica utilizzata per la circolazione urbana ed extraurbana e ad opera di atleti professionisti, che dovevano essere ben consci della natura del percorso, con i rischi in essa inclusi.

E’ emerso dall’istruttoria dibattimentale che l’attore non stava affrontando una discesa, bensì un tratto pianeggiante, in cui erano pure presenti, per l’appunto, curve, una rotatoria e altri tre spartitraffico, tutte regolarmente segnalate.

Ed anche era munito di segnaletica verticale lo spartitraffico teatro del sinistro, ove alla base del cartello era stata posizionata una balla di fieno, che non copriva la parte superiore, ma rendeva più visibile la segnaletica.

Il fatto che lo spartitraffico fosse posizionato subito dopo la curva, ma dopo una parte di strada rettilinea, consentiva l’avvistamento della palina segnaletica.

Lo spartitraffico, pertanto, non rappresentava un pericolo anormale nel contesto in cui si svolgeva la competizione, ma era visibile e prevedibile.

La causa del sinistro deve, quindi, per il Tribunale di Milano essere addebitata, con nesso causale autonomo, al comportamento del L., in quanto la partecipazione all’attività agonistica non esentava il corridore dal mantenere una condotta di guida rispettosa delle regole di prudenza rapportate alla natura della gara stessa ed al contesto in cui essa si svolgeva, laddove lo spartitraffico era prevedibile e visibile, tenute altresì in considerazione le condizioni climatiche sfavorevoli, stante la pioggia battente.

Quindi, per il Tribunale la domanda risarcitoria non può trovare accoglimento.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

Leggi anche:

ALLENATORE DI CALCIO MESSO IN PANCHINA DALLA SOCIETA’: IL DANNO E’ RISARCIBILE?

0

La Procura è a lavoro per chiarire le responsabilità, civili e penali, del personale e della struttura

Politrauma cranico facciale. L’autopsia ha confermato la causa del decesso di un’anziana donna veneta di 94 anni, morta lo scorso 9 agosto poche ore dopo essere precipitata con la sedia a rotelle dalle scale della casa di riposo presso cui era ospite dal 2005.

Dalle prime ricostruzioni è emerso che la signora, che pur non essendo autosufficiente era pienamente lucida, si trovasse al piano superiore della struttura con altri anziani che dovevano essere accompagnati in giardino. Probabilmente, mentre l’inserviente – a quanto pare da sola – stava facendo la spola in ascensore per portare gli ospiti della clinica al piano inferiore la signora sarebbe stata lasciata incustodita in prossimità delle scale, senza che venisse inserito il freno della sedia a rotelle.

Una negligenza costata cara; l’anziana, infatti, sarebbe precipitata rotolando giù per diversi gradini , rimanendo esanime per le lesioni riportate. La corsa in Ospedale è stata vana; i medici non hanno potuto fare nulla e la paziente è deceduta dopo poche ore senza mai riprendere conoscenza.

Immediatamente dopo l’incidente i Pm della Procura di Treviso hanno aperto un fascicolo sul caso procedendo al sequestro della cartella clinica e iscrivendo nel registro degli indagati una donna, dipendente della struttura.

I parenti chiedono che sia fatta piena luce sull’accaduto e vengano accertate tutte le responsabilità civili e penali, sia quelle specifiche dell’addetta sia quelle della struttura. Da capire, in particolare, come mai vi fosse una sola inserviente a seguire un intero gruppo di anziani. Le indagini dovranno, inoltre, chiarire se quelle scale erano a norma e se erano dotate dei dispositivi antiscivolo.

“Aspettiamo che l’autorità giudiziaria faccia il suo lavoro per chiarire le cause di questa morte assurda – hanno affermato i legali della famiglia – È inaccettabile che strutture che hanno in affidamento così tanti pazienti anziani e bisognosi di assistenza, e che proprio per questo dovrebbero avere standard di servizio elevatissimi, possano commettere errori e negligenze così gravi, che non possono essere sempre liquidati come errore umano: notiamo infatti che il più delle volte questi incidenti capitano a causa dell’organico ridotto in cui sono costretti a lavorare gli operatori, e il fatto che ci si trovi in un periodo di ferie non giustifica cali di attenzione”.

 

Hai avuto un problema analogo e ti serve una consulenza gratuita? scrivi a redazione@responsabilecivile.it o telefona al numero 3927945623

L’inadempimento. Nozione e distinzione tra inadempimento imputabile, fonte di responsabilità contrattuale e inadempimento non imputabile, causa di esonero del debitore da responsabilità e fatto estintivo dell’obbligazione. Il fondamento della responsabilità da inadempimento. La teoria oggettiva. La teoria soggettiva. La tesi mediana. La posizione della giurisprudenza. I rimedi all’inadempimento. La responsabilità è, in linea generale, la sanzione per l’inosservanza di un dovere giuridico. L’area della responsabilità del debitore è regolata dall’art. 1218 c.c. che eccede l’inadempimento delle obbligazioni contrattuali.

Nelle decisioni giurisprudenziali, i confini della responsabilità contrattuale rispetto alla responsabilità aquiliana non sempre sono individuabili in modo univoco.

La responsabilità contrattuale o da inadempimento si distingue dalla responsabilità extracontrattuale o aquiliana a seconda del dovere giuridico violato. Incorre in responsabilità aquiliana il soggetto che viola il dovere generico di non ledere l’altrui sfera giuridica (neminem laedere), dovere che ciascuno è tenuto a rispettare nei confronti della generalità dei consociati. La responsabilità contrattuale deriva, invece, dalla violazione di un obbligo specifico – e qualunque sia la sua fonte – contratto, illecito o altro fatto idonei.

Sono dunque assai diverse le ragioni dell’antigiuridicità.

Mentre nella responsabilità contrattuale si crea un vincolo obbligatorio per il risarcimento del danno che discende dalla violazione di un obbligo preesistente (c.d. perpetuatio obligationis), la responsabilità aquiliana sanziona i comportamenti illeciti che incidono nella sfera giuridica di soggetti cui l’agente non solo riparatoria, ma anche preventiva e sanzionatoria.

Esaminati molto brevemente i rapporti tra responsabilità contrattuale e responsabilità aquiliana   occorre chiarire quali sono i criteri di imputazione della responsabilità contrattuale.

La norma fondamentale al riguardo è quella di cui all’art. 1218 c.c. secondo cui “il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile”.

L’art. 1218 contiene la regola generale in materia di responsabilità del debitore, preferibilmente definita “contrattuale” dalla dottrina per il prevalere delle obbligazioni derivanti da contratto, ancorché più esattamente deve parlarsi di responsabilità da inadempimento dell’obbligazione, quale che sia la sua fonte ( art. 1173 c.c.).

Il legislatore ha tentato di riassumere in una disciplina uniforme una casistica molto varia a causa della diversa natura dei contratti e dei diversi modi di inadempimento.

Presupposto dell’inadempimento è l’esistenza di un’obbligazione, in senso tecnico, in forza della quale un soggetto, detto debitore, è tenuto a eseguire una determinata prestazione in favore di un soggetto, detto creditore.

Ai sensi dell’art. 1218 c.c. l’inadempimento, l’adempimento inesatto, il ritardo qualificato (mora debendi) obbligano il debitore a risarcire i danni causati al creditore.

Il debitore deve risarcire questi danni solo fino al limite della possibilità di adempiere e anche al di là di questo limite se l’impossibilità è dovuta ad una causa a lui non imputabile.

In altri termini, posto che per inadempimento si intende la mancata esecuzione della prestazione nel tempo e nel luogo dovuto e secondo le modalità convenute, il mancato o inesatto adempimento può dipendere da cause imputabili al debitore; nel qual caso costui è tenuto a risarcire il danno al creditore; ovvero da cause non imputabili nel qual caso il debitore è esonerato da responsabilità e l’obbligazione si estingue per impossibilità sopravvenuta (1256 c.c.).

Controversi in dottrina e giurisprudenza sia il fondamento che i limiti della responsabilità contrattuale.

Il problema nasce da un’apparente antinomia tra il criterio di imputazione sancito nell’art. 1218 c.c. ed il canone di diligenza di cui all’art. 1176 c.c. Quest’ultimo prevede una norma di condotta per cui adempie bene il debitore chi si comporta diligentemente.

Il 1218 c.c. impone una prova più difficile e cioè che l’inadempimento sia dipeso da causa a lui non imputabile.

Il codice civile del 1942 al fine di assicurare una maggior sicurezza ai traffici economici ha accolto nell’articolo appena citato una concezione rigidamente oggettiva della responsabilità contrattuale, aderendo così alla teoria di G. Osti per cui l’inadempimento sussiste per il solo che la prestazione dovuta sia rimasta ineseguita.

Il debitore può liberarsi da  responsabilità solo provando l’oggettiva impossibilità della prestazione.

L’art. 1176 prevede soltanto una regola di condotta per cui dolo o colpa attengono alla imputazione dell’impossibilità sopravvenute e non già direttamente all’inadempimento.

L’art.1176, 1° co. fornisce l’ambito e la portata degli obblighi assunti, precisa e definisce il contenuto delle obbligazioni non sufficientemente determinate; segnatamente quelle di mezzi. Il secondo co. dell’art. 1176, con riferimento alla attività professionale, consente di ricostruire o di valutare il contenuto delle prestazioni svolte dal debitore soprattutto sotto il profilo dell’esattezza dell’adempimento. Questo vale in particolare per le obbligazioni di fare.

Il debitore inadempiente del 1218 c.c. può, nel riferimento alla diligenza, trovare il criterio per ricostruire la tipologia, la portata, lo stesso contenuto della prestazione cui si è obbligato, col risultato di poter delimitare anche gli eventuali confini di esigibilità della prestazione.

L’impossibilità è assoluta quando l’impedimento non può essere rimosso con nessuna intensità di sforzo; è oggettiva quando riguarda la prestazione in sé considerata.

Deve risultare impossibile per chiunque eseguire quella prestazione e non solo per il debitore.

L’impossibilità di cui all’art. 1218 c.c. va intesa in senso oggettivo e assoluto e la causa non imputabile deve consistere in un impedimento estraneo, sempre sul piano oggettivo, alla sfera del debitore, cioè tale che egli non avrebbe potuto in alcun modo prevedere e controllare.

L’elaborazione dottrinale e giurisprudenziale hanno ricercato la tipizzazione della invincibilità ed inevitabilità individuandola nel caso fortuito e forza maggiore, la vis major cui resisti non potest ovvero l’evento fisico-naturale, come il ponte crollato con consegne urgenti, oppure nel fatto del terzo, come a causa di scioperi, od infine per decisione imperativa dell’autorità; c.d. factum principis, come nel caso di epidemia e la vendita di carni.

La responsabilità è fondata sulla colpa, secondo la teoria soggettiva. L’art. 1218 c.c., in base alla miglior dottrina (Natoli) non precisa la misura dell’impossibilità scriminante che spetta all’interprete, per determinarsi utilizza l’art. 1176 c.c. con il principio del “buon padre di famiglia”  perché altrimenti dovrebbe superarlo con un impegno superiore a quello richiesto.

Il combinato disposto consente di escludere siffatta impossibilità non imputabile che costituisce il limite della responsabilità debitoria.

Dalla incolpevolezza si ha l’impossibilità soggettiva e relativa per cui il debitore non dovrà neppure indicare e provare lo specifico impedimento: l’art. 2727 c.c. consente al giudice di risalire ad un fatto ignoto da uno noto.

A parere dei sostenitori della tesi mediana il limite della teoria soggettiva è quello di porsi in antitesi con una concezione oggettiva di inadempimento cui il legislatore ha ispirato la norma del 1218 c.c. secondo i lavori preparatori del codice. La teoria oggettiva  mostra eccessivo rigore nel pretendere la prova liberatoria su un’impossibilità della prestazione oggettiva e assoluta.

La tesi mediana, sostenuta dalla dottrina prevalente (Bianca), è favorevole ad una interpretazione più ampia della prova liberatoria richiesta dall’art. 1218 c.c. per cui il requisito della impossibilità della prestazione vada inteso in senso soggettivo e relativo in modo da rendere inesigibile, secondo buona fede, la prestazione alle condizioni originarie.

La giurisprudenza motiva con riferimento al caso concreto con il ricorso frequente alla buona fede, alla diligenza ed ai principi costituzionali od al concetto di inesigibilità della prestazione.

Il dibattito tra teoria oggettiva e soggettiva è un falso problema perché entrambe le teorie conducono a soluzioni identiche così come per le eccezioni ed i temperamenti.

La colpa contrattuale deve essere valutata in base ad un criterio rigorosamente oggettivo, commisurato all’uomo medio che va inteso in relazione alla categoria di persone cui l’agente appartiene. Il criterio soggettivo torna però operante quando l’agente sia dotato di capacità e qualità superiori alla media.

La materia della responsabilità contrattuale si presenta come un sistema aperto, un diritto di prevalente creazione giurisprudenziale, che pertanto richiede necessariamente un metodo analitico-casistico di indagine.

Dott. Vincenzo Caruso

Assistenza Legale
Ti serve un consiglio sulla questione trattata?
Scrivici a redazione@responsabilecivile.it o con whatsapp al numero 3927945623

 

delegazione Sismla con Chiavaroli e Tancredi

Il sindacato Sismla a confronto con il Sottosegretario alla Giustizia Federica Chiavaroli e con i deputati Paolo Tancredi e Giulio Sottanelli

Attenzione alla formazione e alla specializzazione dei medici di medicina legale, identità fiscale e aggiornamento degli onorari, e difformità comportamentali tra i diversi tribunali italiani nell’attribuzione delle consulenze tecniche d’ufficio.

Sono le rivendicazioni e le criticità che una delegazione di medici legali aderenti al Sismla – il Sindacato Italiano degli Specialisti in Medicina Legale e delle Assicurazioni – guidata dal segretario nazionale Raffaele Zinno, ha affidato al sottosegretario alla Giustizia Federica Chiavaroli e al deputato di Ncd Paolo Tancredi nel corso di un incontro a Roma. A loro gli specialisti hanno sottoposto le istanze che riguardano le consulenze tecniche e la formazione qualificata dei periti. Un tema questo, particolarmente sentito dalla categoria e dai giovani professionisti che dopo anni di specializzazione, vengono sviliti e scavalcati da colleghi di altre branche che seppur preparati, non hanno quelle conoscenze che permettono di collocare l’evento medico nell’ambito giuridico, a discapito dell’equità degli indennizzi e dei risarcimenti da riconoscere alle persone lese.

E proprio per alzare l’asticella della qualità in tema di Giustizia che i delegati abruzzesi del sindacato nazionale si sono rivolti al sottosegretario Chiavaroli e al deputato Paolo Tancredi disponibili ad approfondire le problematiche sotto il punto di vista istituzionale. Un impegno che giunge quanto mai puntuale in occasione della nuova normativa in discussione al Senato sulla responsabilità sanitaria e sul passaggio normativo che prevede che l’affidamento delle perizie e delle consulenze tecniche nei giudizi di responsabilità sanitaria sia affidato ai medici specializzati di medicina legale.

delegazione Sismla con Sottanelli
La delegazione del Sismla con Giulio Sottanelli

«Sono rivendicazioni condivisibili che mi impegno di approfondire» ha dichiarato il Sottosegretario. «Il dialogo e la sensibilità su questi temi sta crescendo nel dibattito pubblico ed è giusto che le istituzioni sappiano cogliere e tentare di sanare quelle criticità che appesantiscono il sistema della Giustizia nel suo complesso».

Tra i problemi messi sul tavolo c’è anche quello dell’aggiornamento degli onorari: «Basti pensare che non vengono aggiornati da 14 anni» ha detto Zinno, «Le nostre prestazioni non possono essere assimilate solo all’atto medico. Basti pensare che una visita medico legale ci viene rimborsata dopo tempi biblici appena 19 euro lorde, e un’autopsia 67 euro lorde»

Un ulteriore canale di dialogo ha aperto  il sindacato anche con il deputato di Scelta Civica Giulio Sottanelli con il quale ha avuto un approfondimento in materia di Responsabilità Civile, e su quella, altrettanto spinosa, della Rca mai regolamentata. Sottanelli, da promotore di numerosi progetti di legge in campo assicurativo, ha garantito la sua intermediazione per meglio qualificare l’attività dei medici legali nei rapporti con le compagnie assicuratrici nell’ottica di una tutela maggiore dei pazienti e delle vittime. Un impegno esteso a supporto dei connotati delle imprese assicuratrici visti dall’opinione pubblica come antagonisti dei soggetti più deboli. Sottanelli recependo le problematiche che affliggono gli specialisti di medicina legale ha garantito il suo sostegno volto a creare canali di dialogo tra i portatori di interesse.

Oggi traggo lo spunto per parlare della causalità efficiente da uno stralcio di una sentenza del tribunale di Taranto che così recita:

“…Quanto infine alla incidenza di eventuali concause, umane o naturali, le stesse escludono il nesso causale soltanto se siano state da sole sufficienti a determinare l’evento (Cass. 21.6.2004 n. 11488 ; Cass. 4.11.2003 n. 16525 in tema di responsabilità medica e più in generale Cass. 10.10.2008 n. 25028 in tema di responsabilità civile e corretta interpretazione degli artt. 40 e 41 cod. pen.), mentre in presenza di una patologia preesistente o altra concausa naturale, che non sia stata da sola sufficiente a determinare l’evento lesivo, ma abbia concorso con la condotta colpevole del debitore, deve escludersi la possibilità di ridurre proporzionalmente l’obbligazione risarcitoria dell’autore dell’illecito, in quanto una comparazione del grado di incidenza eziologia di più cause concorrenti può instaurarsi soltanto tra una pluralità di comportamenti umani colpevoli ex art. 1227 c.c. e non tra una causa umana imputabile ed una concausa naturale non imputabile: ne consegue che va affermata la responsabilità del sanitario, a meno che questi non dimostri che lo stato patologico preesistente o la concausa naturale siano stati da soli sufficienti a determinare l’evento lesivo (Cass. 28.3.2007 n. 7577; Cass. 21.6.2004 n. 11488; Cass. 4.11.2003 n. 16525; Cass. 16.2.2001 n. 2335)”.

Il concetto della concausa naturale e quella umana è ben idonea a integrare il concetto di causalità efficiente in presenza di concause preesistenze o sopravvenute in quanto:

  • È del fatto illecito che va valutata l’efficienza e non della causa naturale quando questa non rappresenti concausa esclusiva/efficiente
  • Sono sempre le conseguenze del fatto illecito che vanno valutate indipendentemente dalle preesistenze naturali che nulla tolgono al danno illecito da risarcire
  • Ergo: “…una comparazione del grado di incidenza eziologia di più cause concorrenti può instaurarsi soltanto tra una pluralità di comportamenti umani colpevoli ex art. 1227 c.c”.

Tali precisazioni mi vengono spontanee in quanto spesso leggo sentenze di merito che riducono proporzionalmente l’obbligazione risarcitoria (errando grandemente) anche a motivo di “consulenze tecniche” insensate in termini di scientificità e di causalità giuridica.

Mi sono sempre posto una domanda, esiste differenza tra efficienza causale in sede civilistica e quella in sede penalistica? Che significa il concetto del “più probabile che non” e “dell’oltre ogni ragionevole dubbio?

Superato lo step della connessione causale tra “Fatto” e “danno evento” (in tema di responsabilità medica tra atto medico e lesione – causalità materiale), bisognerà stabilire se tra danno evento e danno conseguenza esiste “nesso di causalità”.

Se prescindiamo dal concetto della perdita di chance (che deve essere seria ed apprezzabile e vige solo in ambito civile) sia in civile che in penale si deve “scorgere” una certezza probabilistica logica (e non statistica) tra due eventi affinchè si possano considerare tra di loro “legati”. In civile tale certezza è quella del “più probabile che non” ed in penale quella “dell’oltre ogni ragionevole dubbio”.

Leggo spesso relazioni tecniche d’ufficio e perizie (e purtroppo anche sentenze che su tali relazioni poggiano le fondamenta) che giungono alla non colpevolezza/responsabilità senza spiegarne il motivo usando le succitate frasi in modo apodittico e, io aggiungerei, solo per “sentito dire”.

Sia in sede civile che in quella penale il primo step è rappresentato dalla ricerca di una condotta colposa (errore) del medico/i. Nel secondo step va stabilito il nesso di causa tra l’atto medico e la lesione (danno evento). E fin qui è tutto semplice. Il terzo e difficoltoso step è accertare il nesso di causa tra il danno evento e il danno conseguenza in termini di certezza o di elevata probabilità logica.

Adesso ripartiamo dal concetto di causalità efficiente.

Quando una concausa si definisce efficiente? Quando senza di essa l’evento lamentato dal ricorrente/querelante non può verificarsi. Allora se il concetto è quello succitato che differenza esiste tra la causalità civile e penale? Che significa “oltre ogni ragionevole dubbio”? Il termine ragionevole, secondo lo scrivente, non può discostarsi da quello di “efficiente”.

Qual è il ragionevole dubbio che rende “penalmente non rilevante” l’eventuale inadempimento? Quel dubbio che non ha l’efficienza esclusiva a procurare il danno. Quindi come possono uno o più dubbi non ragionevoli inficiare la causalità penalistica se:

  • non esiste concausa esterna capace a procurare il danno lamentato?
  • non esiste certezza processuale che evidenzia un ragionevole dubbio?
  • Se il giudizio si basa solo su leggi statistiche e non su leggi di copertura scientifica adeguata al caso in esame e quindi su probabilità logiche o razionali?

Spesso i giudizi penali si archiviano a motivo di conclusioni medico legali caratterizzate da:

  • leggi statistiche la cui % di probabilità non si avvicina al 100% anche se in presenza di errore terapeutico;
  • assenza di concause esterne con efficienza causale a escludere il nesso;
  • assenza di giudizi controfattuali che potrebbero cambiare gli esiti di un trattamento terapeutico.

Adesso passiamo alla causalità civilistica. Essa si basa sulla regola della preponderanza dell’evidenza, ossia sulla regola del “più probabile che non”.

Ma regola del “più probabile che non” che dice di diverso dalla causalità legata alla “causa/concausa efficiente? Dire che esiste nesso di causa tra un inadempimento medico e un danno alla salute non atteso e ingiusto non significa ammettere che tra i due fatti esiste una causalità efficiente?

Se il nesso di causa è più debole di quello che si definisce “efficiente” non si deve parlare di perdita di chance serie e apprezzabili se viene accertato un errore medico e il nesso di causa tra atto medico e danno evento?

Dunque, se lasciamo da parte il concetto della perdita di chance, la causalità efficiente non può regolare sia il processo civile che quello penale? Nella speranza di essere stato chiaro anche in poche righe, si attendono le riflessioni di giuristi e medici legali in merito alla “causalità efficiente”.

Dr. Carmelo Galipò

(Pres. Accademia della Medicina Legale)

Assistenza Medico Legale
Ti serve un consiglio sulla questione trattata?
Scrivici a redazione@responsabilecivile.it o con whatsapp al numero 3927945623

Pubblichiamo di seguito la relazione della prof. Patrizia Ziviz (Università di Trieste) dal titolo “Danni alla persona, sistema tabellare e discrezionalità del giudice” tenuta nell’ambito del convegno svoltosi lo scorso 5 febbraio sul medesimo tema

Le tabelle normative di cui agli artt. 138 e 139 del Codice delle assicurazioni private, inizialmente destinate a essere applicate nel campo dei sinistri stradali, sono state successivamente estese al settore della responsabilità dell’esercente di professioni sanitarie, secondo quanto previsto dall’art. 3 della c.d. legge Balduzzi (d.l. 13 settembre 2012, n. 158, convertito in legge con modificazioni da l. 8 novembre 2012, n. 189): norma la quale afferma che “il danno biologico conseguente all’attività dell’esercente della professione sanitaria è risarcito sulla base delle tabelle di cui agli articoli 138 e 139 del decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, eventualmente integrate con la procedura di cui al comma 1 del predetto articolo 138 e sulla base dei criteri di cui ai citati articoli, per tener conto delle fattispecie da esse non previste, afferenti all’attività di cui al presente articolo”.

Attraverso tali indicazioni si è così assicurato il governo di nuovi territori a un sistema valutativo molto discusso, in termini di legittimità costituzionale, e la cui completa attuazione rimane ancor oggi parzialmente sospesa, non essendo stata finora predisposta la tabella unica prevista per la valutazione del danno biologico relativo a lesioni di non lieve entità. Tale modello valutativo risulta, oltretutto, sottoposto attualmente ad una revisione – nell’ambito del ddl sulla concorrenza – che pare operare senza tener presente questo dato.

Sul tale tema, nell’ambito di un un Convegno, organizzato dalla Fondazione Cesifin Alberto Predieri e dall’Aida – Sezione Toscana in data 5 febbraio, la prof. Patrizia Ziviz ha presentato la seguente relazione.

Danni alla persona, sistema tabellare e discrezionalità del giudicePatrizia Ziviz (Università di Trieste)

1. L’estensione del sistema tabellare normativo al campo della responsabilità sanitaria

La riflessione cui sono chiamati i partecipanti a questa seconda parte dell’odierno incontro di studi riguarda il ruolo delle imprese assicuratrici nel perseguimento dell’obbiettivo sociale della sicurezza in sanità: obiettivo da perseguire approntando, come indica la presentazione di questo convegno, “coperture assicurative che riescano a consentire lo svolgimento delle professioni sanitarie con professionalità e senza lasciarsi coinvolgere da logiche di medicina difensiva”.

Il mio compito è quello di soffermarsi, in particolare, sulla scelta operata dal legislatore che – con lo scopo di garantire la predisposizione di idonee coperture assicurative per quanto riguardo il risarcimento del danno alla persona – ha imboccato la strada volta ad estendere, in ambito sanitario, il sistema di tabellazione previsto dal codice delle assicurazioni private, agli artt. 138-139, in materia di sinistri stradali. L’idea di base sembra, dunque quella incline a ritenere necessaria l’applicazione, in presenza di un sistema di assicurazione obbligatoria, di un modello di quantificazione del danno alla persona fondato su una tabellazione di carattere normativo. Tale modello risulta, inoltre, contraddistinto da una caratteristica saliente, riguardante la discrezionalità giudiziale: la stessa può essere esercitata in maniera vincolata, essendo previsto un tetto massimo da parte del legislatore.

Un’opzione del genere solleva tutta una serie di problemi: primo fra tutti quello riguardante la condivisibilità di una scelta volta a estendere un sistema di tabellazione pensato per il settore dei sinistri stradali ad un ambito non omogeneo. Le differenze tra i due campi appaiono assai rilevanti considerato che:

-non sussiste un parallelismo tra i due ambiti per il modo in cui viene assolto l’obbligo assicurativo, considerato che nel settore sanitario vengono praticati anche modelli di autoassicurazione;
-una diversità sostanziale riguarda il fatto che la circolazione stradale è fenomeno che non appare deputato a toccare la salute dei soggetti ad essa partecipi, se non nella malaugurata ipotesi in cui si verifichi un sinistro a danno della persona, mentre l’attività sanitaria coinvolge per definizione la salute del soggetto interessato;
-varia la tipologia di danni correlati ai due settori (basti osservare come un tema il quale appare centrale nell’ambito dei sinistri stradali – tanto da spingere il legislatore a dettare precise regole probatorie in proposito – quale il colpo di frusta, risulta del tutto estraneo all’area sanitaria, la quale a sua volta risulta connotata da danni peculiari);
-anche sul piano dei costi le dinamiche sono differenti, in quanto chi partecipa alla circolazione stradale può rivestire la parte di danneggiato come quella di danneggiante, trovandosi in quest’ultima veste gravato dei costi dei premi, mentre nella responsabilità sanitaria il costo dei premi non grava mai sulle vittime, le quali non possono quindi trarre alcun beneficio dalla relativa riduzione.

Il modello quantificatorio di riferimento presenta, d’altro canto, una serie di problematiche interne di non poco momento:
(a) si tratta di un sistema non completamente attuato: è noto che, pur essendo passato oramai un decennio dalla sua emanazione, l’art. 138 cod. ass., riguardante i danni derivanti dal lesioni di non lieve entità, è rimasto ancora lettera morta, per cui tale vuoto risulta colmato attraverso l’applicazione delle tabelle elaborate in sede giurisprudenziale;
(b) il sistema congegnato dal legislatore è stato oggetto di seri dubbi di costituzionalità;
(c) si tratta di un modello in via di revisione sul fronte normativo.

Prima di scendere all’analisi di tali profili problematici, ha senso porsi un interrogativo più generale: potrebbe il sistema della r.c. sanitaria, una volta previsto l’obbligo assicurativo, funzionare al di fuori delle tabelle predeterminate e vincolanti previste dal legislatore?

La risposta appare senz’altro positiva, perché è ciò che attualmente accade nell’ambito dei sinistri stradali. Va rilevato, infatti, che per le macroinvalidità non esistono ancora le tabelle normative, per cui si applicano quelle giurisprudenziali, che non pongono tetti massimi. A ciò si aggiunga il fatto che per il danno dei congiunti il legislatore non ha previsto una tabellazione; pertanto i pregiudizi in questione vengono risarciti sulla base di tabelle giurisprudenziali, le quali lasciano larghissimo spazio alla discrezionalità giudiziale, essendo la stessa esercitabile sulla base di criteri molto generici e al di fuori di un riferimento accertabile in sede tecnica, quale la percentuale di invalidità.

2. I danni compresi nelle tabelle normative

La discussione intorno alla legittimità del sistema si è appuntata, finora, sull’art. 139 cod. ass., incentrandosi su due versanti. Il primo riguarda il fenomeno oggetto di misurazione tabellare.
A tale proposito la Corte costituzionale nella sentenza n. 235/2014 – pur rilevando che la norma menziona il solo danno biologico – ritiene che entro la tabella debba essere ricondotto anche il patema d’animo. Si accoglie una tesi perorata, sia pure in termini di obiter, dalla Cassazione nella sentenza n. 12408/2011: lì i giudici di legittimità, pur riconoscendo che la tabella normativa risultava riferita a una concezione del pregiudizio non patrimoniale anteriore a quella unitaria affermata dalle Sezioni Unite del 2008, affermano che la stessa (e i relativi tetti invalicabili stabiliti per la personalizzazione del risarcimento) riguarda non già la sola componente biologica del pregiudizio, bensì le conseguenze non patrimoniali della lesione alla salute complessivamente intese: comprensive, quindi, delle sofferenze di carattere morale.

La Consulta richiama il principio – affermato dalle Sezioni Unite – secondo cui il danno morale “rientra nell’area del danno biologico, del quale ogni sofferenza, fisica o psichica, per sua natura intrinseca costituisce componente”; l’assunto secondo cui il danno morale viene assorbito nel danno biologico implica, di conseguenza, che la relativa liquidazione debba aver luogo nell’ambito del relativo sistema tabellare.
In controtendenza con queste indicazioni si sono poste alcune sentenze della Cassazione depositate successivamente a tale pronuncia, nel corso del 2015. Con la sentenza 11851 del 9 giugno 2015 (rel. Travaglino) si afferma la netta distinzione tra danno biologico e danno morale. Di qui il consistente obiter, tramite il quale la Cassazione cerca di conciliare tali conclusioni con i principi affermati dalla Corte costituzionale nella pronuncia n. 235/2014. Il danno morale, considerato quale componente autonoma, andrebbe preso in considerazione nel 20% della personalizzazione, legata alle condizioni soggettive del danneggiato, che risultano riferibili a entrambe le poste di pregiudizio.

L’autonomia del danno morale sarebbe ancor più cristallina – secondo tale pronuncia – all’interno dell’art. 138 cod. ass., in quanto la norma, dopo aver definito il danno biologico in maniera identica a quanto previsto nel successivo art. 139, lega la personalizzazione del danno alle ripercussioni negative di specifici aspetti dinamico-relazionali personali. Oggetto della previsione in aumento sarebbe quindi solo la dimensione relazionale del pregiudizio, mentre la componente di natura interiore, da quella norma non codificata e non considerata, sarebbe sottratta alle limitazioni del calcolo tabellare, lasciando libero il giudice di quantificarla con ulteriore equo apprezzamento. In conclusione, si conferma che “al di fuori del circoscritto ed eccezionale ambito delle micropermanenti, l’aumento personalizzato del danno biologico è circoscritto agli aspetti dinamico relazionali della vita del soggetto in relazione alle allegazioni e alle prove specificamente addotte, del tutto a prescindere dalla considerazione (e dalla risarcibilità) del danno morale”.

Un riconoscimento del danno morale al di fuori del calcolo tabellare non comporterebbe alcuna duplicazione risarcitoria, essendo “l’eventuale aumento percentuale sino al 30% funzione della dimostrata peculiarità del caso concreto in relazione al vulnus arrecato alla vita di relazione del soggetto”, mentre altra e diversa indagine, operata al di fuori di qualsiasi automatismo risarcitorio, andrà compiuta in relazione alla patita sofferenza interiore.

La Terza Sezione si è pronunciata anche successivamente in senso contrario all’assorbimento del danno morale entro le tabelle normative (Cass. 27 agosto 2015, n. 17209 – Rel. D’Amico). Nell’affrontare un’ipotesi di micropermanenti, a fronte della quale la vittima lamentava la mancata liquidazione del danno morale, i giudici di legittimità sottolineano che non esiste alcun automatismo nell’attribuzione di tale voce di pregiudizio: il quale deve essere provato, anche tramite presunzioni, tanto più in caso di lesioni che rivestano lieve entità. La S.C. sostiene che, laddove si accerti la ricorrenza di conseguenze di carattere sofferenziale, delle stesse dovrà essere tenuto conto nella determinazione del danno non patrimoniale da risarcire alla vittima. Si tratta di un accertamento separato ed ulteriore rispetto a quello della componente biologica del danno; sicché “anche in caso di danno da micropermanente, deve ritenersi consentita la liquidazione del danno morale come voce di danno non patrimoniale, in aggiunta al danno biologico previsto dall’art. 139 del codice delle assicurazioni private”. Spetta ovviamente al danneggiato allegare tutte le circostanze utili ad apprezzare la concreta incidenza della lesione patita in termini di sofferenza e turbamento.

In una prospettiva favorevole ad accogliere le indicazioni della Corte costituzionale risulta invece indirizzato il legislatore. L’intento di estendere la copertura – da parte delle tabelle – dell’intera area del danno non patrimoniale emerge in sede di riforma degli artt. 138 e 139 cod. ass., secondo la revisione di tali norme prevista all’interno del Disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza, approvato dal Consiglio dei Ministri il 20 febbraio del 2015. La nuova versione di tali norme è rivolta a ribadire – in entrambe i casi – che “l’ammontare complessivo del risarcimento riconosciuto ai sensi del presente articolo è esaustivo del risarcimento del danno non patrimoniale conseguente a lesioni fisiche”. La proposta di riforma dell’art. 139 – cui viene parallelamente affiancata quella dell’art. 138 cod. ass.– si preoccupa di assicurare che la lettura onnicomprensiva non possa essere smentita: si stabilisce che il sistema di valutazione individuato da tali disposizioni assuma una portata di carattere onnicomprensivo nei confronti di tutte le ripercussioni non patrimoniali della lesione alla salute.

Si tratta di un’operazione che si traduce in un deciso taglio del risarcimento. Ben diversa appare, in effetti la strada seguita per la tabelle di fonte giurisprudenziale: le quali, nel momento in cui sono state applicate ai fini di una valutazione del danno non patrimoniale inteso in maniera unitaria, hanno visto ritoccati i valori del punto, in modo da comprendere anche la componente morale. In sede di revisione normativa, in prima battuta, non è stata prevista alcuna rideterminazione del punto di invalidità, per cui un valore che in passato veniva convenzionalmente riferito esclusivamente la componente biologica del pregiudizio diviene il riferimento per la liquidazione complessiva del danno non patrimoniale sofferto dalla vittima.

Il legislatore non si è posto il problema di rideterminare il fenomeno oggetto di valutazione, in quanto ripropone le definizioni di danno biologico presenti nel testo attuale delle norme. In tale prospettiva, manca qualsiasi considerazione della componente standard del danno morale, considerato che la stessa non potrebbe essere presa in considerazione nemmeno in sede di personalizzazione (entrambe le norme condizionano l’intervento di ritocco del giudice soltanto per l’accertamento di “una sofferenza psicofisica di particolare intensità”).
Va, tuttavia, segnalato che un recupero della componente standard del pregiudizio morale è stata fatta in sede di emendamenti, per quanto riguarda le lesione di non lieve entità, dal momento che il punto di invalidità viene incrementato in maniera percentuale per tener conto del danno morale. Per le micropermanenti, un’indicazione per recuperare la considerazione della componente standard del danno morale proviene dalla medicina legale.

Ad essere prospettata (Società Medico Legale del Triveneto) è l’adozione di una metodologia idonea a qualificare la componente di sofferenza intrinseca correlata ad un determinato evento lesivo, al suo decorso e alla menomazione. Una volta acclarato che i barèmes previsti dalla legge in relazione alle menomazioni di lieve entità fanno riferimento soltanto alla disfunzionalità anatomica, viene proposta una a una revisione di carattere tecnico, volta a integrare in tale valutazione la considerazione della sofferenza intrinseca. Tale sofferenza costituirebbe così componente costante del danno biologico, comune a qualsiasi individuo portatore di una determinata menomazione, e andrebbe valutata non più dal giudice, ma dal medico legale.

3. Il limite alla discrezionalità giudiziale

Una volta acclarata l’onnicomprensività delle tabelle, emerge il problema riguardante la legittimità di una scelta normativa che ponga un tetto invalicabile all’intervento del giudice. Un’indicazione del genere viene a collidere con il principio dell’integralità del risarcimento, in quanto non potranno essere risarciti i danni che superino tale tetto.
Prima di valutare la legittimità di una soluzione del genere, si tratta preventivamente di chiarire quale sia il rapporto intercorrente il sistema generale di responsabilità civile e quello dei sottosettori nei quali risulta applicato lo strumento dell’assicurazione obbligatoria. Va evidenziato il dato che gli illeciti prodottisi in queste aree rimangono assoggettati alle regole generali.

Il fatto che la responsabilità civile sia necessariamente assicurata non modifica per alcun verso la natura e le finalità dell’istituto, posto che l’assicurazione non rappresenta un’alternativa alla responsabilità civile, bensì un mezzo atto a garantire che il rimedio risarcitorio possa trovare concreta attuazione. Non sussiste qui il principio di indipendenza che governa i rapporti tra sistema infortunistico e sistema aquiliano, fondato sul fatto che i due istituti perseguono differenti finalità e rende possibile applicare nei due ambiti regole non omogenee sul piano della tutela della vittima. Il modello di riferimento – sul versante del risarcimento del danno – deve rimanere quello tratteggiato in termini generali dall’art. 2059 c.c., e ogni scostamento disciplinare rispetto allo stesso potrà giustificarsi esclusivamente ove appaia improntato ad un criterio di ragionevolezza.

Secondo la sentenza 235/2014 della Corte costituzionale, integra il criterio di ragionevolezza un bilanciamento che sacrifica, da un lato, il diritto all’integrale risarcimento del danno per soddisfare, sul versante opposto, l’interesse degli assicurati ad avere un livello accettabile e sostenibile dei premi assicurativi. Ora, si tratta di osservare, in primo luogo, che un effetto del genere non appare affatto scontato, dal momento che al limite normativamente imposto tramite la tabella delle microinvalidità non è stato correlato alcuno strumento legislativo finalizzato a calmierare i premi assicurativi. Più in generale, bisogna rilevare che un bilanciamento del genere non appare in radice ammissibile, dal momento che – per favorire un interesse di carattere economico – risulta sacrificato un interesse costituzionalmente protetto di carattere personale.

Ad essere inciso, infatti, è non già il principio di integrale risarcimento del danno, bensì il diritto al quale risulta applicato: che corrisponde, in questo caso, al diritto alla salute. La possibilità di ammettere una limitazione risarcitoria relativa ad un danno derivante dalla lesione di un diritto costituzionalmente protetto dall’art. 32 Cost. potrebbe essere valutata in termini di ragionevolezza solo in quanto, dall’altra parte, fossero messe in campo posizioni aventi analoga caratura. Resta il fatto che, quand’anche un bilanciamento del genere potesse essere ammesso, esso dovrebbe operare a favore della vittima (in tal senso, in materia di espropriazioni, si è pronunciata la CEDU: qui il danno non patrimoniale viene forfettizzato nella soglia del 10% del bene, ma viene attribuito al di fuori di qualunque prova). Ora, nel sistema in esame, non emerge alcuna contropartita a favore del danneggiato (visto che come tale non può essere considerata la riduzione dei premi, tanto più nella responsabilità sanitaria dove per le vittime non sussiste alcun obbligo assicurativo).

La Corte costituzionale richiama un ulteriore tipo di bilanciamento, ispirandosi alle indicazioni formulate dalle Sezioni Unite del 2008 in ordine alla possibilità di procedere a una compressione dei diritti inviolabili fondata sul dovere di solidarietà spettante a ciascun consociato. Tale richiamo non risulta tuttavia fondato: le Sezioni Unite rendono operante la richiamata limitazione lungo il profilo dell’an del risarcimento, in quanto – in nome del dovere di solidarietà – si perviene a escludere la rilevanza risarcitoria dei danni bagatellari: anche in presenza della lesione di un diritto inviolabile, la tutela andrebbe esclusa a fronte di lesioni non gravi e pregiudizi non seri. L’applicazione delle tabelle avviene, invece, a fronte di pregiudizi già transitati tramite le maglie di un simile filtro, per cui la limitazione opera sul piano del quantum: limitazione che viene a colpire, in base all’evocazione di un malinteso dovere di solidarietà, pregiudizi che non appaiono per alcun verso qualificabili come bagatellari.

L’irragionevolezza del sistema appare ancor più evidente ove si tenga conto del trattamento discriminatorio riservato al danno alla persona se confrontato con quello relativo al danno a cose, per il quale non opera alcun tipo di limitazione.
Resta da rilevare, in ogni caso, come le conclusioni perorate dalla Corte costituzionale appaiono strettamente legate al settore dei sinistri stradali. Nessuna richiamo automatico delle stesse, perciò, potrà essere operato allo scopo di sancire la costituzionalità di una scelta limitativa applicata in ordine alla tutela delle vittime di illeciti sanitari.

LE ULTIME NEWS

liste di attesa

0
Aceti: Effettiva e tempestiva attuazione da parte delle realtà regionali del Piano di governo delle liste di attesa è tassello fondamentale per...