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Responsabilità professionale

polizza per responsabilità professionale

L’obbligo di stipula della polizza per responsabilità professionale deve intendersi  valido anche per l’avvocato volontariamente sospeso

Con nota del 29 dicembre 2018 il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Milano ha sottoposto al Consiglio Nazionale Forense il seguente quesito: è ugualmente obbligato l’avvocato sospeso volontariamente ai sensi dell’art. 20 comma 2 della L. N. 247/2012 ad assolvere l’onere della stipula di polizza per responsabilità professionale e contro gli infortuni?

Ebbene, il CNF risponde alla domanda in questi termini.

Il parere

a) quanto alla polizza per la responsabilità civile professionale: La questione è già stata esaminata da questa Commissione con il parere 90/2016, dal quale non si ritiene di doversi discostare che così ha ritenuto: L’art. 12 Legge n. 247/2012 sancisce in capo all’avvocato il dovere di stipulare una polizza assicurativa a garanzia dei rischi derivanti dall’esercizio dell’attività professionale. Si tratta, in tutta evidenza, di una prescrizione posta a tutela di due posizioni: da un lato, quella dell’avvocato, la cui attività potrebbe, anche a distanza di tempo, essere causa di danni verso terzi con conseguente obbligo di risarcimento; dall’altro, quella del cliente, che tale danno potrebbe subire.

La copertura assicurativa, – aggiunge – pertanto, deve permanere anche in capo all’avvocato sospeso a richiesta dall’attività professionale, sia perché la norma anzidetta non contempla eccezioni, sia in quanto il danno verso terzi potrebbe anche emergere, seppur risalente nell’origine ad epoca anteriore, durante il periodo di sospensione. In tal caso, infatti, qualora la copertura assicurativa non fosse stata rinnovata, il cliente non avrebbe più a disposizione la garanzia risarcitoria del danno accertato, la cui sussistenza è prescritta dalla legge.

b) quanto, invece, alla polizza infortuni: Il quesito è stato chiaramente superato dalla modifica dell’art. 12, comma 2, della legge n. 247/12, introdotta dal D.L. n. 148/17, conv. con l. n. 172/17, la quale prevede che “all’avvocato, all’associazione o alla società tra professionisti è fatto obbligo di stipulare, anche per il tramite delle associazioni e degli enti previdenziali forensi, apposita polizza a copertura degli infortuni derivanti ai propri collaboratori, dipendenti e praticanti in conseguenza dell’attività svolta nell’esercizio della professione anche fuori dei locali dello studio legale, anche in qualità di sostituto o di collaboratore esterno occasionale”.

 

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gelli-bianco

Nella peggiore delle ipotesi, l’elaborazione delle linee guida previste dalla Legge Gelli-Bianco, potrebbe richiedere anche più di due anni

A 19 mesi di distanza dall’entrata in vigore della Legge Gelli-Bianco, la pubblicazione delle linee guida proposte dalle società scientifiche sembra essere ancora lontana. Lo stato dell’iter è riportato da un articolo pubblicato sul Giornale delle previdenza, la newsletter settimanale dell’Enpam.

Il ministero della Salute, a inizio novembre, ha accreditato 293 società scientifiche. Si attende ora la definizione, da parte dell’Istituto Superiore di Sanità, degli standard per l’elaborazione delle raccomandazioni.

Un decreto ministeriale del 27 febbraio 2018 spiega che il dicastero di Lungotevere Ripa ha istituito presso l’Iss il Sistema nazionale linee guida. In tale ambito è previsto che l’Istituto realizzi una piattaforma informatica che le società potranno utilizzare per presentare le proprie proposte.

L’infrastruttura tecnica è stata presentata lo scorso maggio, insieme al manuale operativo che contiene le procedure di valutazione.

Il documento fissa i limiti di tempo intercorrenti tra la richiesta di valutazione e la sottomissione al Centro nazionale per l’eccellenza clinica (Cnec). Minimo 6 mesi, massimo 2 anni.

Il Cnec a sua volta ha 30 giorni di tempo per valutare l’eleggibilità della linea guida proposta. La fase successiva prevede l’analisi del reporting e il controllo sulla qualità metodologica da parte di un panel di 3 esperti. Nel caso in cui uno di questi passaggi evidenziasse qualche carenza, la società proponente ha rispettivamente 30 e 60 giorni di tempo per porre rimedio.

Una volta pronto il giudizio conclusivo – come riporta un articolo pubblicato sulla newsletter settimanale dell’Enpam – il direttore del Cnec ha un ulteriore mese a disposizione per notificare il risultato finale dell’esame. Solo a questo punto le linee guida proposte saranno ufficialmente approvate.

In conclusione, quindi, prima che le linee guida possano essere a disposizione dei magistrati, in relazione a giudizi di responsabilità medica, ci vorranno almeno otto mesi. Nella peggiore delle ipotesi, invece, anche più di due anni.

 

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psicoterapeuta accusata

La Cassazione esamina il caso di una psicoterapeuta accusata di condotte professionali esitate in forme di disturbo mentale di un paziente minore

In tema di lesioni personali, costituisce “malattia” qualsiasi alterazione anatomica o funzionale dell’organismo, ancorché localizzata, destinata a perdurare fino a quando sia in atto il suddetto processo di alterazione. Essa può riguardare sia la sfera fisica della persona, sia quella psichica. Lo ha chiarito la Suprema Corte di Cassazione chiamata a pronunciarsi sul ricorso presentato da una psicoterapeuta accusata del reato disciplinato dall’art. 582 del codice penale. Tale disposizione normativa fa espresso riferimento al concetto di malattia “nella mente”.

Secondo la giurisprudenza tale patologia è quella che comporta offuscamento o disordine, ma anche indebolimento, eccitamento, depressione o inerzia dell’attività psichica. Il tutto con effetto permanente o temporaneo.

Nel caso in esame l’imputata, secondo i giudici del merito, non aveva correttamente fatto applicazione delle regole cautelari di diligenza, prudenza e perizia nello svolgimento della sua attività professionale. In base all’ipotesi accusatoria la professionista era responsabile di aver assecondato ed avallato le finalità perseguite dalla madre di un minore, allontanato dalla figura paterna.

Più specificamente aveva dato per scontato che il bambino avesse subito un abuso sessuale ad opera del padre. Inoltre aveva praticato una terapia errata e inadeguata sia sotto il profilo tecnico-psicologico, sia sotto quello deontologico-professionale. Tale condotta era esitata in forme di disturbo mentale del paziente, “con alterazioni a livello funzionale e comportamentale”.

Le argomentazioni poste a fondamento della condanna, tuttavia, secondo i Giudici del Palazzaccio erano monche sotto il profilo concettuale.

La Corte territoriale, infatti, non aveva fornito una compiuta risposta in ordine alla precisa diagnosi della malattia sofferta dal minore e alla sua durata. Pertanto la Suprema Corte, pur riconoscendo l’esistenza di evidenti errori nella terapia praticata dalla ricorrente, aveva ritenuto di accogliere il ricorso. La causa è stata quindi rinviata al giudice civile per il compimento delle indagini e degli approfondimenti volti ad accertare gli aspetti ritenuti dubbi dagli Ermellini.

Per un approfondimento del caso nonché sulla fattispecie della responsabilità penale dello psicoterapeuta e sulle sue differenziazione con quella più ampia della responsabilità medica si invita a leggere l’articolo “La responsabilità penale dello psichiatra-psicoterapeuta: confini labili” dell’Avv. Sabrina Caporale.

 

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vincolo di solidarietà

Una pronuncia della Cassazione fa il punto in relazione al vincolo di solidarietà e alla responsabilità professionale fornendo chiarimenti

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 18393 del 26 luglio 2017 ha confermato l’orientamento secondo cui non sussiste alcun vincolo di solidarietà con i professionisti dello stesso studio. E questo né per l’adempimento della prestazione, né per quel che concerne la responsabilità nell’esecuzione della medesima.

La domanda fondamentale cui risponde la pronuncia in commento è: c’è un vincolo di solidarietà tra singolo avvocato e soci?

La risposta potrebbe ritrovarsi già nel Codice Deontologico Forense.

All’art. 34 si legge quanto segue.

“Salvo che il fatto integri un’autonoma responsabilità, i collaboratori, sostituti e ausiliari non sono disciplinarmente responsabili per il compimento di atti per incarichi specifici ricevuti. Nel caso di associazione professionale, è disciplinarmente responsabile soltanto l’avvocato o gli avvocati a cui si riferiscano i fatti specifici commessi”.

La giurisprudenza maggioritaria sostiene infatti la piena responsabilità del professionista, escludendo qualsiasi vincolo di solidarietà con gli altri legali che collaborano nello studio e con la stessa associazione. Proprio in questo solco si colloca la sentenza in commento.

Nel caso di specie, la Cassazione ha rigettato l’articolato ricorso proposto dalla ricorrente, confermando la decisione dei giudici d’appello.

Ciò in quanto il provvedimento impugnato aveva deciso la questione di fatto in modo conforme ad un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato.

“La responsabilità nell’esecuzione di prestazioni per il cui svolgimento è necessario il titolo di abilitazione professionale è rigorosamente personale”, scrive la Corte.

Questo in quanto “si fonda sul rapporto tra professionista e cliente, caratterizzato dall’ intuitus personae, e perciò, anche se il professionista è associato ad uno studio, ai sensi dell’art. 1 della legge 23 novembre 1939 n. 1815, non sussiste alcun vincolo di solidarietà con i professionisti dello stesso studio né per l’adempimento della prestazione, né per la responsabilità nell’esecuzione della medesima”.

Pertanto, l’ affidamento, invocato dalla parte ricorrente e basato sulla pubblicità che lo studio propone a mezzo del proprio sito web, non ha nessuna influenza su controllo e verifica sui servizi erogati dai professionisti associati.

Tale aspetto, secondo i giudici, non è in grado di stabilire una solidarietà passiva.

L’associazione tra professionisti, in questo caso tra avvocati, non è pertanto responsabile del danno arrecato al cliente dalla condotta negligente dei professionisti associati.

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CLIENTE NON DANNEGGIATO: L’AVVOCATO NEGLIGENTE HA DIRITTO AL COMPENSO

Snlg

È stato presentato oggi il nuovo Snlg, sviluppato e gestito dal Centro Nazionale per l’Eccellenza Clinica la Qualità e la Sicurezza delle cure (Cnec) dell’Istituto Superiore Sanità.

Dopo un lungo iter, è stato finalmente presentato nella giornata di oggi Snlg, il nuovo sistema nazionale Linee Guida presso l’Istituto superiore di sanità.

Questo diventerà l’unico punto di accesso per cittadini e operatori sanitari a linee guida di pratica clinica validate dall’Istituto. Ciò è previsto esplicitamente dalla Legge 24/2017 sulla responsabilità professionale.

Il nuovo Snlg è stato sviluppato dal Centro Nazionale per l’Eccellenza Clinica la Qualità e la Sicurezza delle cure (Cnec) dell’Istituto Superiore Sanità.

Secondo il direttore del Cnec Primiano Iannone “abbiamo lavorato con l’obiettivo di avere un sistema rigoroso e coerente in modo che il Sistema Nazionale Linee Guida sia lo strumento cardine per ottenere quell’allineamento di efficacia clinica, appropriatezza professionale e organizzativa, equità, sicurezza e umanizzazione delle cure che può garantire la sostenibilità del nostro Servizio Sanitario Nazionale e la sua tenuta rispetto alle formidabili sfide che lo attendono nel prossimo futuro”.

Il Sistema ha visto anche l’elaborazione di un manuale metodologico per lo sviluppo delle Linee Guida di pratica clinica. Esso è basato su metodologie validate e riconosciute a livello internazionale.

Durante la presentazione del Snlg sono state illustrate varie sezioni del sito.

Inoltre, è stata presentata la procedura di valutazione della qualità metodologica e dei contenuti delle Linee Guida prodotte dai soggetti riconosciuti idonei dal Ministero della Salute e la piattaforma informatica attraverso cui questi potranno richiederne la valutazione ai fini della pubblicazione nell’Snlg.

Ma non è tutto.

Il Sistema, infatti, consentirà una maggiore partecipazione degli stakeholders, dei cittadini, delle associazioni di pazienti, delle società scientifiche.

Ciò avverrà grazie alla suddetta piattaforma informatica. Tramite questa si potranno esprimere i propri commenti nelle fasi di consultazione per lo sviluppo delle linee guida dell’Iss.

Infine, nel sito è presente anche una sezione dedicata alle buone pratiche clinico-assistenziali.

Questa sezione riguarderà varie aree per le quali non sono ancora disponibili linee guida validate.

Consentirà quindi di fornire agli operatori sanitari riferimenti affidabili per la pratica professionale e la salute pubblica.

Il presidente dell’Iss Walter Ricciardi ha salutato con soddisfazione la presentazione del Snlg.

“Questo nuovo Sistema – dice – crea una straordinaria opportunità per il Servizio Sanitario Nazionale, aumentando la possibilità di fornire ai cittadini assistenza e cure socio-sanitarie contrassegnate da un più alto tasso di appropriatezza e aderenza ai più aggiornati standard clinici e alle evidenze scientifiche”.

“Il ruolo di garante metodologico svolto dal nostro Centro Nazionale per l’Eccellenza Clinica – ha concluso Ricciardi – ci permette di stabilire anche in questo ambito un modello di governance nazionale”.

 

 

 

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SISTEMA NAZIONALE DELLE LINEE GUIDA, PUBBLICATO IN GAZZETTA IL DECRETO

medico competente

Il 5 e 6 aprile due giorni dedicati all’approfondimento degli aspetti normativi, giuridici e medico-legali dell’attività del medico competente

Si terrà giovedì 5 e venerdì 6 aprile presso la sede di Unione Industriali Napoli il corso “La responsabilità professionale del medico competente”. L’iniziativa, patrocinata da SIMLA  (Società Italiana di Medicina Legale e delle Assicurazioni), è organizzata dalla Direzione regionale Inail Campania.

Il programma prevede giovedì pomeriggio, con inizio alle ore 14, il saluto delle autorità, tra le quali il Prof. Riccardo Zoja Presidente SIMLA. A seguire la lezione magistrale su “La qualificazione giuridica del medico competente” e la sessione sul tema “Il medico competente tra norme e professionalità”.

Venerdì, a partire dalle ore 9, termine, i lavori prevedono, nella mattinata, la sessione “Sanzioni e responsabilità del Medico Competente”; nel pomeriggio, invece, spazio ai “Case report” e a seguire una tavola rotonda sulle criticità e le prospettive della figura professionale del medico competente.

Gli interventi, coordinati dai moderatori, verteranno su aspetti normativi, giuridici e medico-legali.

Tra gli importanti ed esperti relatori figurano Professori di Diritto o di Medicina Legale e delle Assicurazioni (R. Zoja, F. Corso, C. Buccelli e altri); Dirigenti Inail (P. Rossi, D. Leone, P. Di Palma, L. Polo e altri), Rettori di Università (G. Paolisso, R. Calabrò e altri), Avvocati o Magistrati (F. Graziano, A. Forjo e altri) e il Presidente dell’Accademia della Medicina Legale, dr. Carmelo Galipò

Il corso si rivolge a Medici Competenti, Specialisti in Medicina del Lavoro, in Medicina Legale e in Medicina Preventiva. L’obiettivo è quello di approfondire le attività che presentano maggiore evidenza di rischio e che necessitano di conoscenze sempre aggiornate. Per i partecipanti al corso, peraltro, è prevista l’attribuzione di crediti ECM in fase di accreditamento.

SIMLA, che patrocina l’evento, da sempre si propone di promuovere e tutelare la cultura medico-legale a livello scientifico, legislativo, sociosanitario e professionale e di difenderne i principi etici e deontologici.

 

SCARICA QUI IL PROGRAMMA DEL CORSO

 

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MEDICO DEL LAVORO, OBBLIGHI E RESPONSABILITÀ TRA LEGGI E DIRITTO

Legge Gelli

Legge Gelli: cancellato il Comitato tecnico scientifico per il Snlg e portati a 60 i giorni in cui Asl devono comunicare ai sanitari procedimenti a loro carico.

Il 17 ottobre sono state approvate due nuove modifiche alla legge Gelli sulla responsabilità professionale medica, durante l’esame del ddl Lorenzin in Commissione Affari sociali, in sede di Comitato dei nove.

Le novità della legge Gelli riguardano la cancellazione del richiamo al comitato tecnico scientifico per il Sistema nazionale linee guida e lo spostamento a 60 il termine per le Asl per comunicare agli operatori sanitari i procedimenti a loro carico.

Eliminato il richiamo al comitato tecnico scientifico per il Sistema nazionale linee guida

Il riferimento al comitato tecnico scientifico per il Sistema nazionale linee guida è eliminato in quanto il comitato è stato previsto da una norma del decreto Sirchia del 2004 ma non è mai stato costituito.

“Ci sono delle difficoltà legate alla regolamentazione per il Sistema nazionale delle linee guida dovute al richiamo, inserito nel provvedimento durante il suo passaggio al Senato, al comitato tecnico scientifico previsto da una norma del decreto Sirchia del 2004 ma mai costituito”, ha spiegato il responsabile sanità del Pd, Federico Gelli.

“Nella legge”, spiega ancora Gelli “abbiamo fatto una scelta condivisa di recuperare e mettere a regime il Snlg introdotto dal ministro Sirchia. Purtroppo però, come dicevo, al Senato è stato inserito anche un riferimento a quella parte della norma che prevedeva l’istituzione di un comitato tecnico scientifico che non è mai stato costituito. Un comitato che è stato di fatto superato dalla stessa legge approvata lo scorso febbraio”.

L’eliminazione di questo richiamo al decreto Sirchia permetterà al Ministero della Salute di “emanare immediatamente il decreto che disciplina il Snlg senza bisogno di costituire il comitato tecnico scientifico perdendo così diversi mesi”, ha continuato Gelli.

Esteso il tempo per la comunicazione dell’instaurazione del giudizio

E’ stato poi esteso il tempo per la comunicazione dell’instaurazione del giudizio promosso nei confronti degli operatori dal danneggiato. E’ stato infatti approvato l’emendamento che modifica l’articolo 13 della legge Gelli che porta da 10 a 60 giorni il termine in cui le strutture sanitarie e sociosanitarie e le compagnie di assicurazione devono comunicare all’esercente la professione sanitaria l’instaurazione del giudizio promosso nei loro confronti dal danneggiato.

Perché, conclude Gelli, “In questi primi mesi di applicazione della legge abbiamo capito che questo lasso di tempo è troppo ridotto”.

 

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Rinnovi degli impianti in odontoiatria

Rinnovi degli impianti in odontoiatria, come si stabiliscono i costi in caso di reintegrazione per fallimenti terapeutici da responsabilità professionale?

La durata delle prestazioni odontoiatriche è stata analizzata in numerosi lavori di metanalisi della letteratura e di studi clinici prospettici o retrospettivi condotti su larga scala e a lungo termine, che utilizzano come parametri il tasso di sopravvivenza a 10-20 anni e il tasso di fallimento annuale.

La performance delle protesi eccezionalmente raggiunge percentuali di successo (inteso come l’assenza di difetti) del 100% per periodi di osservazione superiori a 5 anni, per la comparsa di:

– difetti biologici, come carie secondarie, patologie endodontiche, parodontopatie, frattura dei pilastri dentali

– tecnici, come perdita di ritenzione, eccessiva abrasione o ruvidità superficiale, distacco del cemento marginale (ditching), modificazioni estetiche, fratture di rivestimento estetico (cracking, chipping), di impianti e loro componenti (viti, aburtments) o della struttura protesica.

L’insuccesso

L’insuccesso può essere reversibile o irreversibile, tenendo presente che accettabilità e praticabilità della riparazione conservativa risentono di componenti soggettive di apprezzamento:

– il fallimento consiste in difetti con impatto estetico e funzionale tale da richiedere la sostituzione.

– la sopravvivenza è il risultato di difetti minori, che ne permettono il recupero.

Nel nostro caso specifico non esiste ancora una letteratura che quantifichi e valuti la possibilità di riconoscere il costo di futuri “rinnovi” degli impianti dentali.

Le analisi e gli studi fino ad oggi eseguiti hanno avuto come riferimento la durata di impianti in condizioni fisiologiche.

In caso di reintegrazione per traumi o fallimenti terapeutici, quindi in responsabilità professionale, solo ultimamente mi sono trovato in CTU a dover valutarne i costi. Le interpretazioni sono chiaramente di parte, quando che deve risarcire il danno riconosce il costo “ una tantum” e chi lo ha subito ne chiede il rinnovo come per la componente protesica.

Durante numerose conferenze e congressi il tema è stato affrontato solo superficialmente, delegando poi ai singoli la scelta.

Non conosco se a livello ortopedico ( protesi dell’anca) l’argomento sia stato risolto, ma si entrerebbe in un campo ben diverso.

Raccomandazioni del Ministero

Le raccomandazioni redatte e diffuse dal ministero della Sanità, per quanto riguarda gli impianti, concludono: “ In conclusione, la riabilitazione implanto-protesica dipende da numerosi fattori che, tutti insieme, concorrono al raggiungimento e al mantenimento del successo clinico.

Tra questi, particolare importanza rivestono: una diagnosi accurata, un adeguato piano di trattamento, una corretta
realizzazione delle procedure chirurgiche e protesiche, un sistema implantare in regola con le norme vigenti, le capacità dell’operatore e infine la corresponsabilizzazione del paziente.

La riabilitazione implanto-protesica, è, dunque, un trattamento ad alta valenza tecnologica, scientifica e professionale”.

Senza nessun riferimento alla durata… Lascio al buon senso, almeno per ora la soluzione.

Dr. Eugenio Parini
(Odontoiatra)

 

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dottoressa violentata a Catania

Secondo la Fondazione Gimbe le linee guida utilizzabili prodotte dalle società scientifiche sarebbero un numero troppo esiguo

Il rapporto finanziato dalla Fondazione Gimbe, presentato nel corso dell’evento internazionale “Evidence Live” – che ha radunato a Oxford i massimi esperti nella produzione, sintesi e trasferimento delle evidenze scientifiche – ha riflettuto sulla qualità e il ruolo delle linee guida sulla responsabilità professionale.

A seguito dell’entrata in vigore della legge sulla responsabilità professionale infatti, secondo Gimbe, ci si è trovati di fronte a un paradosso, in quanto le linee guida “hanno un ruolo cruciale, ma quelle potenzialmente utilizzabili sono un numero esiguo e concentrate in pochissime aree clinico-assistenziali”. Questo il risultato dell’indagine finanziata dalla Fondazione Gimbe, grazie alla borsa di studio ‘Gioacchino Cartabellotta’, e condotta sotto l’egida dell’Istituto superiore di sanità e del Guidelines International Network (Gin), rete internazionale di organizzazioni che producono linee guida in oltre 40 Paesi.

“Nel marzo 2016, durante la discussione parlamentare della legge sulla responsabilità professionale – ha dichiarato Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – abbiamo finanziato lo studio “Linee guida per la pratica clinica in Italia: qualità metodologica e gestione dei conflitti di interesse”, con l’obiettivo di fornire alle Istituzioni un quadro oggettivo sul numero delle linee guida prodotte in Italia e sulla loro qualità, valutata in base all’aderenza agli standard Gin quanto a metodologie di produzione e governance dei conflitti di interesse”.

Ebbene, la prima fase dello studio, presentato a Oxford, ha valutato esclusivamente le linee guida prodotte dalle società scientifiche italiane. Delle 403 società prese in esame, circa l’80% è stato escluso per varie ragioni: mancanza di sito web (6), assenza di pagina web dedicata alle linee guida (289), pagina linee guida ad accesso riservato (14), link ad altri produttori internazionali (13). Dei 712 documenti complessivamente censiti, solo 359 (50,4%) sono stati identificati come linee guida: il resto erano file non accessibili (9), altri documenti (71) e linee guida di altri produttori internazionali (273).

Secondo il rapporto Gimbe, la valutazione finale ha incluso, su 359 documenti selezionati, solo 75 linee guida (21%) pubblicate nel 2015 e nel 2016. La qualità metodologica valutata attraverso l’aderenza agli standard del G-I-N – ha dichiarato nel rapporto la Fondazione Gimbe – è risultata accettabile, ad eccezione della disclosure sui conflitti di interesse, riportata solo nel 17% dei casi.

Tra i dati importanti da rilevare, però, c’è che le 42 linee guida incluse nella valutazione finale sono state prodotte da due sole società scientifiche: 33 dall’Associazione Italiana di oncologia medica (Aiom) e 9 dalla Società italiana di chirurgia vascolare ed endovascolare (Sicve).

“La legge sulla responsabilità professionale – ha concluso Cartabellotta – ha affidato un ruolo cruciale alle linee guida, ma dallo studio Gimbe emerge un paradosso che a breve termine ne condizionerà inevitabilmente l’applicazione: le linee guida prodotte dalle società scientifiche italiane potenzialmente utilizzabili, sono oggi un numero esiguo e si concentrano in pochissime aree clinico-assistenziali“.

Non solo. Sebbene infatti le recenti novità in materia normativa abbiamo rivitalizzato l’interesse nei confronti delle linee guida sulla responsabilità professionale nel nostro paese, occorre evitare “un loro impiego rigido e strumentale esclusivamente a fini di tutela medico-legale – osserva Cartabellotta – ma piuttosto utilizzarle sia come base scientifica per lo sviluppo dei percorsi assistenziali, sia come raccomandazioni per supportare decisioni cliniche da condividere sempre con il paziente”.

Il rapporto Gimbe ha infine sottolineato l’importanza di aver affidato la governance nazionale del processo di produzione di linee guida all’ISS, cui spetta il compito di definire le priorità, evitare duplicazioni, favorire la produzione di linee guida multiprofessionali e multidisciplinari, al fine di standardizzare i criteri di qualità metodologica.

 

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CHIRURGIA, GIMBE: TROPPI ESAMI PREOPERATORI

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Secondo gli editorialisti della rivista è un’occasione mancata il maggior coinvolgimento di pazienti e famiglie nella segnalazione degli incidenti e nello sviluppo di linee guida e pratiche di sicurezza

La legge Gelli sulla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie suscita interesse anche a livello internazionale. La nuova legge è al centro di un recente editoriale pubblicato sul British Medical Journal, in cui si sottolinea come  nella nuova normativa vengano stabiliti tre principi fondamentali: il diritto alla sicurezza per tutti coloro che accedono al servizio sanitario; la protezione del professionista sanitario dall’azione penale  anche in caso di esito negativo del proprio operato, se vengono seguiti gli orientamenti e le pratiche sicure riconosciute dall’Istituto Superiore di sanità italiano; infine, la possibilità di  agire legalmente contro gli operatori sanitari solo nei casi di malizia o negligenza grave.

“Dopo la Danimarca nel 2004, afferma il co-autore dell’articolo Tommaso Bellandi, del Centro per la Gestione del Rischio Clinico e Sicurezza del paziente di Firenze – l’Italia è solo il secondo paese europeo ad avere una legge globale sulla sicurezza dei pazienti che riunisca i diritti dei pazienti, la trasparenza dei processi e dei risultati, un equo risarcimento in caso di danno, e la protezione dei professionisti sanitari quando rispettano le linee guida e le pratiche sicure. Altri paesi come gli Stati Uniti hanno atti separati per gli eventi avversi e la protezione delle responsabilità, mentre nella maggior parte dei paesi la sicurezza dei pazienti fa semplicemente parte di programmi o politiche nazionali”.

Nell’articolo, tuttavia,  nonostante si riconosca l’importanza di questo passo, si sottolineano alcuni aspetti poco chiari della nuova normativa. Tra questi  l’ambiguità del termine ‘negligenza grave’ come base per una possibile azione legale. O ancora il fatto che l’obbligo di seguire gli orientamenti clinici possa essere considerato come un modo indiretto di limitare la libertà clinica o la preferenza del paziente nel momento in cui si cerca di personalizzare la cura attraverso il processo decisionale condiviso.

“Una limitazione importante  è l’occasione mancata per un coinvolgimento più completo dei pazienti e delle famiglie”, evidenziano ancora gli editorialisti, facendo riferimento, ad esempio, al ruolo che questi potrebbero svolgere nella segnalazione degli incidenti e nello sviluppo di linee guida e pratiche di sicurezza. “L’Italia – concludono – è lontana da un vero approccio centrato sul paziente riguardo al consenso informato, e non si fa cenno alla possibilità di migliorare la comunicazione tra i pazienti e gli operatori sanitari, anche se i problemi di comunicazione sono una delle cause principali di contenzioso”.

Fonte:  BMJ 2017;357:j2277

 

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