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Responsabilità professionale

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Il cliente aveva citato in giudizio contro il proprio avvocato difensore, al fine di sentirlo condannare, al risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non, patiti, per inadempimento colpevole al proprio mandato professionale

Nella specie, il difensore “infedele” aveva omesso del tutto, di esercitare un’azione civile per il risarcimento del danno subito dall’attore, in occasione di un sinistro verificatosi all’interno di un campo di calcetto; e come se non bastasse, per circa dieci anni, lo aveva ingannato, fornendogli false notizie riguardanti l’instaurazione e l’andamento del medesimo giudizio.

Il processo veniva instaurato dinanzi al Tribunale di Taranto e deciso con la sentenza n. 465/2019 in commento.

Per il Tribunale tarantino non vi erano dubbi circa la grave responsabilità professionale dell’avvocato convenuto in giudizio, il quale in interrogatorio formale, aveva confessato di aver lasciato decorrere il relativo termine di prescrizione quinquennale, senza alcun successivo atto interruttivo. Né aveva dedotto circostanze utili a giustificazione del proprio contegno omissivo e negligente.

Soltanto successivamente, egli si era difeso adducendo le scarse possibilità di successo dell’azione giudiziaria desiderata dal cliente, che appunto, lo avevano fatto desistere dall’intraprendere il giudizio: tali argomenti, però, a detta del giudicante, erano stati prospettati in maniera talmente generica da non riuscire a comprenderne le effettive ragioni né coglierne la eventuale fondatezza.

A confermare invece, la tesi del cliente erano stati proprio gli atti difensivi, già predisposti e sottoscritti dal legale, che il ricorrente aveva versato in atti: essi erano la prova inequivocabile che quest’ultimo, non solo non fosse stato informato e scoraggiato in ordine all’iniziativa giudiziaria desiderata, ma che avesse persino avuto rassicurazioni in ordine al suo regolare andamento.

L’originaria domanda di risarcimento del danno: il sinistro nel campetto di calcio

Cos’era accaduto realmente al ricorrente danneggiato?

Ebbene, il cliente danneggiato aveva raccontato che dopo aver disputato una partita di calcetto, ed essersi recato nello spogliatoio ivi presente, nel mentre cercava di chiudere una finestra, questa si rompeva procurandogli una profonda ferita.

Senza dubbio, si tratta di una fattispecie che, a dispetto di quanto sostenuto dal legale, con elevata probabilità, sarebbe stata sussunta sotto l’egida dell’art. 2051 c.c., norma che configura in capo al proprietario-custode del campetto di calcio, una vera e propria responsabilità oggettiva per i danni derivanti dalle cose in custodia.

Di qui la ragionevole e assolutamente probabile fondatezza, in punto di an debeatur, della domanda di ristoro che il cliente intendeva proporre.

Anche per quanto concerne l’entità del risarcimento cui il danneggiato avrebbe avuto accesso, i danni fisici riportati in conseguenza del sinistro e descritti nella relativa perizia prevedevano 5 giorni di inabilità temporanea totale, 15 di inabilità temporanea parziale al 75% e 15 giorni di inabilità temporanea parziale al 50 %, nonché il danno biologico permanente pari al 5%.

In punto di diritto, le Sezioni Unite della Cassazione hanno chiarito che il danno non patrimoniale deve essere considerato quale categoria generale non suscettiva di suddivisione in sottocategorie variamente etichettate. E, il riferimento a determinati tipi di pregiudizio, in vario modo denominati (danno morale, danno biologico, danno da perdita del rapporto parentale, danno esistenziale), risponde ad esigenze descrittive, ma non implica il riconoscimento di distinte categorie di danno.

È compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e provvedendo alla loro integrale riparazione.

Un risarcimento …. mancato

Al riguardo, il giudice pugliese ha ritenuto di particolare utilità e pregio la nuova tabella redatta dall’Osservatorio sulla giustizia civile del Tribunale di Milano, che conformemente alle statuizioni delle Sezioni Unite, ha previsto valori monetari unitari e personalizzabili ricomprendenti quelli già riconosciuti precedentemente a titolo sia di danno biologico sia di danno morale.

In tal modo la tabella milanese effettua una liquidazione congiunta delle voci un tempo liquidate a diverso titolo come danno biologico e danno morale; oltre alla previsione, in termini percentuali, di un margine di risarcimento lasciato alla discrezionalità del giudice per personalizzare, in aumento, il quantum, ma solo nei caso in cui siano allegate e dimostrate, peculiarità di carattere straordinario, legale ad aspetti funzionali e relazionali (es. incidenza sulla capacità lavorativa generica), ovvero ad aspetti di sofferenza soggettiva (es. specifica modalità del fatto lesivo, peculiare dolore nocicettivo).

Ebbene, per il Tribunale di Taranto non vi erano dubbi, in quanto realistico e altamente probabile, che il danno sofferto dall’attore, ove l’azione risarcitoria fosse stata tempestivamente intrapresa dal difensore negligente, sarebbe stato liquidato, proprio facendo ricorso alle suddette tabelle milanesi e quantificato in 14.195,09 euro complessivi.

Oltre il danno, la beffa!

Ma oltre al danno sofferto dal ricorrente per non aver conseguito il risarcimento predetto, il Tribunale di Taranto ha ritenuto dover riconoscere un ulteriore profilo di danno, quello relativo cioè al fatto che il predetto difensore per tredici anni lo avrebbe, tenuto sospeso, facendogli credere di aver dato prontamente atto al mandato professionale ricevuto e di aver instaurato un giudizio civile per il risarcimento dei danni.

L’attore aveva infatti, descritto di aver vissuto per oltre dieci anni in uno stato di ansia e di frustrazione, attendendo invano una risposta di giustizia per una domanda, che a sua insaputa non era mai neanche stata proposta.

Per tali ragioni, pur in assenza di una prova puntuale dello stato emotivo descritto, esso è stato ugualmente riconosciuto alla stregua della regola di esperienza e dell’id quod plerumque accidit. Si tratta di una valutazione di carattere presuntivo che trova il suo fondamento nella conoscenza, degli effetti che la pendenza di un processo civile, penale amministrativo, provoca nell’uomo medio (Cass. n. 18719/2007).

Il diritto al (giusto) processo

Tale situazione, d’altra parte, osserva il Tribunale pugliese – è assimilabile a quella di un soggetto che, ai sensi della legge n. 89/2001 (Legge Pinto) invochi un’equa riparazione in ipotesi di mancato rispetto del termine ragionevole di durata del processo, evento di per sé lesivo del diritto alla persona ad un giusto processo e alla sua pronta definizione.

Per tutte queste ragioni, l’avvocato è stato condannato a risarcire al suo cliente tutti i danni sofferti in conseguenza del grave inadempimento al mandato professionale ricevuto e calcolati nella somma complessiva di 20.195,09 euro.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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MANCATA COMPARIZIONE DEL DIFENSORE IN GIUDIZIO: APPELLO IMPROCEDIBILE

Asl

Nel 2013 il Tribunale di Venezia aveva respinto l’azione risarcitoria proposta dai ricorrenti nei confronti dell’ASL, ove era deceduto il proprio congiunto

Gli istanti riferivano che nel maggio del 2009, mentre alla guida della propria auto insieme alla moglie e alla figlia, l’uomo avvertiva un forte “dolore al fianco sinistro”, cosicché decideva di recarsi in pronto soccorso. Ma poco dopo veniva mandato a casa con la prescrizione di un controllo del medico curante e la somministrazione di un antidolorifico, in via intramuscolare.

Nuovamente colto da malore, il paziente si recava alla guardia medica, ma questa volta fu troppo tardi. Dopo qualche tempo senza neppure essere sottoposto all’intervento di defibrillazione per l’assenza di personale sanitario competente, questi moriva.

L’azione penale

I congiunti della vittima decisero perciò, di sporgere denuncia-querela contro ignoti. Ma l’instaurato procedimento penale si concludeva con un provvedimento di archiviazione, che recepiva le conclusioni dal consulente nominato dalla Procura della Repubblica.

Nell’elaborato si leggeva chiaramente che “la grandezza statistica della probabilità che il paziente, giunto nuovamente in pronto soccorso e sottoposto a defibrillazione si sarebbe salvato, da un punto di vista penalistico, non assurge[va] ai richiesti parametri della «ragionevole certezza»” dell’esito salvifico, potendo, nondimeno, “trovare ampia dignità in responsabilità civile, a fronte dell’assunto giuridico del cosiddetto «più probabile che non»“.

L’azione civile

E infatti, i congiunti della vittima decisero di adire il giudice civile, chiedendo che la predetta ASL fosse condannata a risarcire tutti i danni patiti dal loro congiunto, per il fatto del personale operante presso il suddetto Presidio di Guardia Medica.

E il giudice di primo grado accolse la loro istanza, ma l’esito non fu confermato in appello.

Per la corte territoriale la struttura sanitaria non aveva alcuna responsabilità e perciò, la mandò indenne da qualsiasi obbligo risarcitorio.

In particolare, secondo la corte d’appello di Venezia, il giudice di primo grado aveva errato nell’aver attribuito rilevanza causale “al fatto della mancata presenza del medico presso il PS al momento dell’episodio, presumibilmente ischemico, che lo condusse al decesso e, quindi, al fatto del mancato utilizzo tempestivo del defibrillatore”.

Ma in realtà tale omissione, imputata ai sanitari del Presidio di Guardia Medica, “non si era inserita nella serie causale che aveva, poi, condotto all’evento di danno, potendosi configurare al massimo, come una sorta di «occasione mancata», riferita al luogo di soccorso, in collegamento con il mancato utilizzo del defibrillatore”, ovvero una circostanza “priva di efficacia causale o concausale”.

Non vi era infatti, alcun riscontro probatorio circa la presenza di personale di PS pronto ad intervenire immediatamente con il defibrillatore e, soprattutto – aggiungevano i giudici dell’appello –  “non è dato sapere” (essendo “impossibile dirlo”, – – secondo la stessa valutazione fatta dal consulente del Pubblico Ministero in sede penale) se il suo utilizzo “sarebbe stato salvifico”, e ciò anche in ragione del fatto che “il decesso era stato quanto mai improvviso e repentino”.

Il ricorso per Cassazione

Per la cassazione della sentenza agivano in giudizio gli originari istanti, parenti della vittima.

Interessante il primo motivo di ricorso: violazione o falsa applicazione di norme di diritto in relazione agli artt. 1218, 1176, comma 2, e 2697 cod. civ.”, oltre che “del principio della c.d. vicinanza dell’onere della prova, in ambito di responsabilità civile del medico”.

A detta gli istanti, la sentenza impugnata non si sarebbe curata di accertare se la diligenza dei sanitari della Guardia Medica fosse stata provata (come era suo onere) dalla convenuta, così realizzando una prima violazione del principio della vicinanza della prova.

Costoro, infatti, si limitarono, chi a consigliare un controllo del medico curante (eventualmente anche per un’impegnativa di elettrocardiogramma), chi invece a somministrare una terapia con antinfiammatori, senza disporre essi stessi l’elettrocardiogramma, o ulteriori rilievi medici, così mostrando di reputare “non grave né urgente la situazione clinica del paziente”.

Contestavano, inoltre, l’affermazione della Corte veneziana secondo cui “non vi è riscontro probatorio circa la presenza di personale di PS pronto ad intervenire immediatamente con il defibrillatore e, soprattutto, non è dato sapere” se il suo utilizzo “sarebbe stato salvifico”, atteso che l’incertezza sulla sussistenza del nesso causale grava sul presunto danneggiante (struttura/medico) e non sul paziente.

Il doppio ciclo del nesso causale

I giudici della Cassazione, investiti del caso in esame, preliminarmente hanno fatto memoria del principio di diritto secondo il quale, in tema di responsabilità per attività medico-chirurgica si delinea “un duplice ciclo causale, l’uno relativo all’evento dannoso, a monte, l’altro relativo all’impossibilità di adempiere, a valle.

Il primo, quello relativo all’evento dannoso, deve essere provato dal creditore/danneggiato, il secondo, relativo alla possibilità di adempiere, deve essere provato dal debitore/danneggiante. Mentre il creditore deve provare il nesso di causalità fra l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia e la condotta del sanitario (fatto costitutivo del diritto), il debitore deve provare che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile la prestazione (fatto estintivo del diritto)“.

Ne consegue, dunque, che “la causa incognita resta a carico dell’attore relativamente all’evento dannoso, mentre resta a carico del convenuto relativamente alla possibilità di adempiere. Perciò, se, al termine dell’istruttoria, resti incerti la causa del danno o dell’impossibilità di adempiere, le conseguenze sfavorevoli in termini di onere della prova gravano rispettivamente sull’attore o sul convenuto. Il ciclo causale relativo alla possibilità di adempiere acquista rilievo solo ove risulti dimostrato il nesso causale fra evento dannoso e condotta del debitore. Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che l’aggravamento della situazione patologica (o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) è causalmente riconducibile alla condotta dei sanitari sorge per la struttura sanitaria l’onere di provare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dall’attore, è stato determinato da causa non imputabile” (Cass. Sez. 3, sent. n. 18392 del 2017).

L’onere della prova dei ricorrenti

Ebbene, alla luce di tali principi, era chiaro, nel caso in esame, che gli eredi del defunto avrebbero dovuto dimostrare che l’omissione addebitata ai sanitari fosse stata “più probabilmente che non” la causa del decesso, ovvero, che l’intervento omesso (da intendersi, come meglio si dirà più avanti, non nella sola sottoposizione del paziente alla defibrillazione) avrebbe “più probabilmente che non” scongiurato l’evento letale.

Sotto questo profilo, dunque, non coglieva nel segno la loro censura inerente la prova del nesso causale tra evento dannoso e condotta dei sanitari, gravante a loro giudizio, sul danneggiante (struttura/medico) e non anche sul paziente.

Ma allo stesso tempo, anche la sentenza impugnata non aveva fatto buon governo delle norme esistenti in materia di accertamento del nesso causale, avendo operando una “segmentazione” della complessiva condotta omissiva della struttura sanitaria, indicata dagli attori come potenzialmente idonea a cagionare il decesso del loro congiunto.

Per intenderci, la Corte lagunare avrebbe incentrato la propria valutazione esclusivamente sull’ultimo episodio, in cui l’uomo ebbe a rivolgersi ai medici del Presidio della Guardia Medica, limitando la propria indagine alla verifica se, prontamente inviato presso il Pronto Soccorso, sarebbe stato possibile sottoporlo ad un intervento “salvifico”, mediante defibrillazione.

Il giudizio finale avrebbe dovuto, invece, tenere conto di tutta la vicenda sin dal momento in cui il paziente fece il suo primo ingresso in pronto soccorso e successivamente, mandato a casa con la somministrazione di semplice antidolorifico.

La decisione

Errato dunque, è considerare – come, invece, ha fatto la corte di merito – la mancata presenza del personale medico presso la struttura del Pronto Soccorso, come una mera “occasione mancata”, o come circostanza estranea alla “serie causale che ha condotto all’evento di danno”, trattandosi, invece, soltanto dell’ultimo anello di una catena di omissioni che andavano tutte adeguatamente indagate, specie di fronte delle risultanze della consulenza tecnica disposta in sede penale e ritenuta, peraltro, sufficiente dal primo giudice per l’accoglimento della domanda risarcitoria.

Nella relazione tecnica, era infatti, emerso che fossero ipotizzabili, con riferimento alla morte del paziente, profili di responsabilità per il delitto di omicidio colposo, sebbene tali elementi non erano sufficienti a superare il ragionevole dubbio, ma comunque rilevanti civilisticamente, a fronte dell’assunto giuridico del cosiddetto «più probabile che non»”.

E, invero, “in presenza di una situazione in cui risultava quantomeno un principio di prova, offerto dagli attori, in ordine alla ricorrenza del nesso causale tra condotta dei sanitari (e, per essi, della struttura convenuta) e l’evento dannoso, il ricorso ad un simile accertamento tecnico si palesava come necessario, e ciò sulla scorta del principio secondo cui, “in tema di risarcimento del danno, è possibile assegnare alla consulenza tecnica d’ufficio ed alle correlate indagini peritali funzione «percipiente»”, purché a condizione che “essa veda su elementi già allegati dalla parte, ma che soltanto un tecnico sia in grado di accertare, per mezzo delle conoscenze e degli strumenti di cui dispone”, giacché, anche quando la consulenza “può costituire essa stessa fonte oggettiva di prova”, resta pur sempre “necessario che le parti stesse deducano quantomeno i fatti e gli elementi specifici posti a fondamento di tali diritti” (Cass. Sez. 3, sent. 26 novembre 2007, n. 24620).

Per tutti questi motivi, il ricorso è stato nuovamente accolto con rinvio della sentenza impugnata alla Corte di Appello di Venezia, per un nuovo esame di merito, attenendosi ai principi sopra meglio identificati.

La redazione giuridica

 

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polizza per responsabilità professionale

L’obbligo di stipula della polizza per responsabilità professionale deve intendersi  valido anche per l’avvocato volontariamente sospeso

Con nota del 29 dicembre 2018 il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Milano ha sottoposto al Consiglio Nazionale Forense il seguente quesito: è ugualmente obbligato l’avvocato sospeso volontariamente ai sensi dell’art. 20 comma 2 della L. N. 247/2012 ad assolvere l’onere della stipula di polizza per responsabilità professionale e contro gli infortuni?

Ebbene, il CNF risponde alla domanda in questi termini.

Il parere

a) quanto alla polizza per la responsabilità civile professionale: La questione è già stata esaminata da questa Commissione con il parere 90/2016, dal quale non si ritiene di doversi discostare che così ha ritenuto: L’art. 12 Legge n. 247/2012 sancisce in capo all’avvocato il dovere di stipulare una polizza assicurativa a garanzia dei rischi derivanti dall’esercizio dell’attività professionale. Si tratta, in tutta evidenza, di una prescrizione posta a tutela di due posizioni: da un lato, quella dell’avvocato, la cui attività potrebbe, anche a distanza di tempo, essere causa di danni verso terzi con conseguente obbligo di risarcimento; dall’altro, quella del cliente, che tale danno potrebbe subire.

La copertura assicurativa, – aggiunge – pertanto, deve permanere anche in capo all’avvocato sospeso a richiesta dall’attività professionale, sia perché la norma anzidetta non contempla eccezioni, sia in quanto il danno verso terzi potrebbe anche emergere, seppur risalente nell’origine ad epoca anteriore, durante il periodo di sospensione. In tal caso, infatti, qualora la copertura assicurativa non fosse stata rinnovata, il cliente non avrebbe più a disposizione la garanzia risarcitoria del danno accertato, la cui sussistenza è prescritta dalla legge.

b) quanto, invece, alla polizza infortuni: Il quesito è stato chiaramente superato dalla modifica dell’art. 12, comma 2, della legge n. 247/12, introdotta dal D.L. n. 148/17, conv. con l. n. 172/17, la quale prevede che “all’avvocato, all’associazione o alla società tra professionisti è fatto obbligo di stipulare, anche per il tramite delle associazioni e degli enti previdenziali forensi, apposita polizza a copertura degli infortuni derivanti ai propri collaboratori, dipendenti e praticanti in conseguenza dell’attività svolta nell’esercizio della professione anche fuori dei locali dello studio legale, anche in qualità di sostituto o di collaboratore esterno occasionale”.

 

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RESPONSABILITA’ PROFESSIONALE DEGLI AVVOCATI E PREPONDERANZA DELL’EVIDENZA

gelli-bianco

Nella peggiore delle ipotesi, l’elaborazione delle linee guida previste dalla Legge Gelli-Bianco, potrebbe richiedere anche più di due anni

A 19 mesi di distanza dall’entrata in vigore della Legge Gelli-Bianco, la pubblicazione delle linee guida proposte dalle società scientifiche sembra essere ancora lontana. Lo stato dell’iter è riportato da un articolo pubblicato sul Giornale delle previdenza, la newsletter settimanale dell’Enpam.

Il ministero della Salute, a inizio novembre, ha accreditato 293 società scientifiche. Si attende ora la definizione, da parte dell’Istituto Superiore di Sanità, degli standard per l’elaborazione delle raccomandazioni.

Un decreto ministeriale del 27 febbraio 2018 spiega che il dicastero di Lungotevere Ripa ha istituito presso l’Iss il Sistema nazionale linee guida. In tale ambito è previsto che l’Istituto realizzi una piattaforma informatica che le società potranno utilizzare per presentare le proprie proposte.

L’infrastruttura tecnica è stata presentata lo scorso maggio, insieme al manuale operativo che contiene le procedure di valutazione.

Il documento fissa i limiti di tempo intercorrenti tra la richiesta di valutazione e la sottomissione al Centro nazionale per l’eccellenza clinica (Cnec). Minimo 6 mesi, massimo 2 anni.

Il Cnec a sua volta ha 30 giorni di tempo per valutare l’eleggibilità della linea guida proposta. La fase successiva prevede l’analisi del reporting e il controllo sulla qualità metodologica da parte di un panel di 3 esperti. Nel caso in cui uno di questi passaggi evidenziasse qualche carenza, la società proponente ha rispettivamente 30 e 60 giorni di tempo per porre rimedio.

Una volta pronto il giudizio conclusivo – come riporta un articolo pubblicato sulla newsletter settimanale dell’Enpam – il direttore del Cnec ha un ulteriore mese a disposizione per notificare il risultato finale dell’esame. Solo a questo punto le linee guida proposte saranno ufficialmente approvate.

In conclusione, quindi, prima che le linee guida possano essere a disposizione dei magistrati, in relazione a giudizi di responsabilità medica, ci vorranno almeno otto mesi. Nella peggiore delle ipotesi, invece, anche più di due anni.

 

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psicoterapeuta accusata

La Cassazione esamina il caso di una psicoterapeuta accusata di condotte professionali esitate in forme di disturbo mentale di un paziente minore

In tema di lesioni personali, costituisce “malattia” qualsiasi alterazione anatomica o funzionale dell’organismo, ancorché localizzata, destinata a perdurare fino a quando sia in atto il suddetto processo di alterazione. Essa può riguardare sia la sfera fisica della persona, sia quella psichica. Lo ha chiarito la Suprema Corte di Cassazione chiamata a pronunciarsi sul ricorso presentato da una psicoterapeuta accusata del reato disciplinato dall’art. 582 del codice penale. Tale disposizione normativa fa espresso riferimento al concetto di malattia “nella mente”.

Secondo la giurisprudenza tale patologia è quella che comporta offuscamento o disordine, ma anche indebolimento, eccitamento, depressione o inerzia dell’attività psichica. Il tutto con effetto permanente o temporaneo.

Nel caso in esame l’imputata, secondo i giudici del merito, non aveva correttamente fatto applicazione delle regole cautelari di diligenza, prudenza e perizia nello svolgimento della sua attività professionale. In base all’ipotesi accusatoria la professionista era responsabile di aver assecondato ed avallato le finalità perseguite dalla madre di un minore, allontanato dalla figura paterna.

Più specificamente aveva dato per scontato che il bambino avesse subito un abuso sessuale ad opera del padre. Inoltre aveva praticato una terapia errata e inadeguata sia sotto il profilo tecnico-psicologico, sia sotto quello deontologico-professionale. Tale condotta era esitata in forme di disturbo mentale del paziente, “con alterazioni a livello funzionale e comportamentale”.

Le argomentazioni poste a fondamento della condanna, tuttavia, secondo i Giudici del Palazzaccio erano monche sotto il profilo concettuale.

La Corte territoriale, infatti, non aveva fornito una compiuta risposta in ordine alla precisa diagnosi della malattia sofferta dal minore e alla sua durata. Pertanto la Suprema Corte, pur riconoscendo l’esistenza di evidenti errori nella terapia praticata dalla ricorrente, aveva ritenuto di accogliere il ricorso. La causa è stata quindi rinviata al giudice civile per il compimento delle indagini e degli approfondimenti volti ad accertare gli aspetti ritenuti dubbi dagli Ermellini.

Per un approfondimento del caso nonché sulla fattispecie della responsabilità penale dello psicoterapeuta e sulle sue differenziazione con quella più ampia della responsabilità medica si invita a leggere l’articolo “La responsabilità penale dello psichiatra-psicoterapeuta: confini labili” dell’Avv. Sabrina Caporale.

 

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vincolo di solidarietà

Una pronuncia della Cassazione fa il punto in relazione al vincolo di solidarietà e alla responsabilità professionale fornendo chiarimenti

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 18393 del 26 luglio 2017 ha confermato l’orientamento secondo cui non sussiste alcun vincolo di solidarietà con i professionisti dello stesso studio. E questo né per l’adempimento della prestazione, né per quel che concerne la responsabilità nell’esecuzione della medesima.

La domanda fondamentale cui risponde la pronuncia in commento è: c’è un vincolo di solidarietà tra singolo avvocato e soci?

La risposta potrebbe ritrovarsi già nel Codice Deontologico Forense.

All’art. 34 si legge quanto segue.

“Salvo che il fatto integri un’autonoma responsabilità, i collaboratori, sostituti e ausiliari non sono disciplinarmente responsabili per il compimento di atti per incarichi specifici ricevuti. Nel caso di associazione professionale, è disciplinarmente responsabile soltanto l’avvocato o gli avvocati a cui si riferiscano i fatti specifici commessi”.

La giurisprudenza maggioritaria sostiene infatti la piena responsabilità del professionista, escludendo qualsiasi vincolo di solidarietà con gli altri legali che collaborano nello studio e con la stessa associazione. Proprio in questo solco si colloca la sentenza in commento.

Nel caso di specie, la Cassazione ha rigettato l’articolato ricorso proposto dalla ricorrente, confermando la decisione dei giudici d’appello.

Ciò in quanto il provvedimento impugnato aveva deciso la questione di fatto in modo conforme ad un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato.

“La responsabilità nell’esecuzione di prestazioni per il cui svolgimento è necessario il titolo di abilitazione professionale è rigorosamente personale”, scrive la Corte.

Questo in quanto “si fonda sul rapporto tra professionista e cliente, caratterizzato dall’ intuitus personae, e perciò, anche se il professionista è associato ad uno studio, ai sensi dell’art. 1 della legge 23 novembre 1939 n. 1815, non sussiste alcun vincolo di solidarietà con i professionisti dello stesso studio né per l’adempimento della prestazione, né per la responsabilità nell’esecuzione della medesima”.

Pertanto, l’ affidamento, invocato dalla parte ricorrente e basato sulla pubblicità che lo studio propone a mezzo del proprio sito web, non ha nessuna influenza su controllo e verifica sui servizi erogati dai professionisti associati.

Tale aspetto, secondo i giudici, non è in grado di stabilire una solidarietà passiva.

L’associazione tra professionisti, in questo caso tra avvocati, non è pertanto responsabile del danno arrecato al cliente dalla condotta negligente dei professionisti associati.

Hai avuto un problema simile? Scrivi per una consulenza gratuita a redazione@responsabilecivile.it o scrivi un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623

 

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Snlg

È stato presentato oggi il nuovo Snlg, sviluppato e gestito dal Centro Nazionale per l’Eccellenza Clinica la Qualità e la Sicurezza delle cure (Cnec) dell’Istituto Superiore Sanità.

Dopo un lungo iter, è stato finalmente presentato nella giornata di oggi Snlg, il nuovo sistema nazionale Linee Guida presso l’Istituto superiore di sanità.

Questo diventerà l’unico punto di accesso per cittadini e operatori sanitari a linee guida di pratica clinica validate dall’Istituto. Ciò è previsto esplicitamente dalla Legge 24/2017 sulla responsabilità professionale.

Il nuovo Snlg è stato sviluppato dal Centro Nazionale per l’Eccellenza Clinica la Qualità e la Sicurezza delle cure (Cnec) dell’Istituto Superiore Sanità.

Secondo il direttore del Cnec Primiano Iannone “abbiamo lavorato con l’obiettivo di avere un sistema rigoroso e coerente in modo che il Sistema Nazionale Linee Guida sia lo strumento cardine per ottenere quell’allineamento di efficacia clinica, appropriatezza professionale e organizzativa, equità, sicurezza e umanizzazione delle cure che può garantire la sostenibilità del nostro Servizio Sanitario Nazionale e la sua tenuta rispetto alle formidabili sfide che lo attendono nel prossimo futuro”.

Il Sistema ha visto anche l’elaborazione di un manuale metodologico per lo sviluppo delle Linee Guida di pratica clinica. Esso è basato su metodologie validate e riconosciute a livello internazionale.

Durante la presentazione del Snlg sono state illustrate varie sezioni del sito.

Inoltre, è stata presentata la procedura di valutazione della qualità metodologica e dei contenuti delle Linee Guida prodotte dai soggetti riconosciuti idonei dal Ministero della Salute e la piattaforma informatica attraverso cui questi potranno richiederne la valutazione ai fini della pubblicazione nell’Snlg.

Ma non è tutto.

Il Sistema, infatti, consentirà una maggiore partecipazione degli stakeholders, dei cittadini, delle associazioni di pazienti, delle società scientifiche.

Ciò avverrà grazie alla suddetta piattaforma informatica. Tramite questa si potranno esprimere i propri commenti nelle fasi di consultazione per lo sviluppo delle linee guida dell’Iss.

Infine, nel sito è presente anche una sezione dedicata alle buone pratiche clinico-assistenziali.

Questa sezione riguarderà varie aree per le quali non sono ancora disponibili linee guida validate.

Consentirà quindi di fornire agli operatori sanitari riferimenti affidabili per la pratica professionale e la salute pubblica.

Il presidente dell’Iss Walter Ricciardi ha salutato con soddisfazione la presentazione del Snlg.

“Questo nuovo Sistema – dice – crea una straordinaria opportunità per il Servizio Sanitario Nazionale, aumentando la possibilità di fornire ai cittadini assistenza e cure socio-sanitarie contrassegnate da un più alto tasso di appropriatezza e aderenza ai più aggiornati standard clinici e alle evidenze scientifiche”.

“Il ruolo di garante metodologico svolto dal nostro Centro Nazionale per l’Eccellenza Clinica – ha concluso Ricciardi – ci permette di stabilire anche in questo ambito un modello di governance nazionale”.

 

 

 

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SISTEMA NAZIONALE DELLE LINEE GUIDA, PUBBLICATO IN GAZZETTA IL DECRETO

medico competente

Il 5 e 6 aprile due giorni dedicati all’approfondimento degli aspetti normativi, giuridici e medico-legali dell’attività del medico competente

Si terrà giovedì 5 e venerdì 6 aprile presso la sede di Unione Industriali Napoli il corso “La responsabilità professionale del medico competente”. L’iniziativa, patrocinata da SIMLA  (Società Italiana di Medicina Legale e delle Assicurazioni), è organizzata dalla Direzione regionale Inail Campania.

Il programma prevede giovedì pomeriggio, con inizio alle ore 14, il saluto delle autorità, tra le quali il Prof. Riccardo Zoja Presidente SIMLA. A seguire la lezione magistrale su “La qualificazione giuridica del medico competente” e la sessione sul tema “Il medico competente tra norme e professionalità”.

Venerdì, a partire dalle ore 9, termine, i lavori prevedono, nella mattinata, la sessione “Sanzioni e responsabilità del Medico Competente”; nel pomeriggio, invece, spazio ai “Case report” e a seguire una tavola rotonda sulle criticità e le prospettive della figura professionale del medico competente.

Gli interventi, coordinati dai moderatori, verteranno su aspetti normativi, giuridici e medico-legali.

Tra gli importanti ed esperti relatori figurano Professori di Diritto o di Medicina Legale e delle Assicurazioni (R. Zoja, F. Corso, C. Buccelli e altri); Dirigenti Inail (P. Rossi, D. Leone, P. Di Palma, L. Polo e altri), Rettori di Università (G. Paolisso, R. Calabrò e altri), Avvocati o Magistrati (F. Graziano, A. Forjo e altri) e il Presidente dell’Accademia della Medicina Legale, dr. Carmelo Galipò

Il corso si rivolge a Medici Competenti, Specialisti in Medicina del Lavoro, in Medicina Legale e in Medicina Preventiva. L’obiettivo è quello di approfondire le attività che presentano maggiore evidenza di rischio e che necessitano di conoscenze sempre aggiornate. Per i partecipanti al corso, peraltro, è prevista l’attribuzione di crediti ECM in fase di accreditamento.

SIMLA, che patrocina l’evento, da sempre si propone di promuovere e tutelare la cultura medico-legale a livello scientifico, legislativo, sociosanitario e professionale e di difenderne i principi etici e deontologici.

 

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Legge Gelli

Legge Gelli: cancellato il Comitato tecnico scientifico per il Snlg e portati a 60 i giorni in cui Asl devono comunicare ai sanitari procedimenti a loro carico.

Il 17 ottobre sono state approvate due nuove modifiche alla legge Gelli sulla responsabilità professionale medica, durante l’esame del ddl Lorenzin in Commissione Affari sociali, in sede di Comitato dei nove.

Le novità della legge Gelli riguardano la cancellazione del richiamo al comitato tecnico scientifico per il Sistema nazionale linee guida e lo spostamento a 60 il termine per le Asl per comunicare agli operatori sanitari i procedimenti a loro carico.

Eliminato il richiamo al comitato tecnico scientifico per il Sistema nazionale linee guida

Il riferimento al comitato tecnico scientifico per il Sistema nazionale linee guida è eliminato in quanto il comitato è stato previsto da una norma del decreto Sirchia del 2004 ma non è mai stato costituito.

“Ci sono delle difficoltà legate alla regolamentazione per il Sistema nazionale delle linee guida dovute al richiamo, inserito nel provvedimento durante il suo passaggio al Senato, al comitato tecnico scientifico previsto da una norma del decreto Sirchia del 2004 ma mai costituito”, ha spiegato il responsabile sanità del Pd, Federico Gelli.

“Nella legge”, spiega ancora Gelli “abbiamo fatto una scelta condivisa di recuperare e mettere a regime il Snlg introdotto dal ministro Sirchia. Purtroppo però, come dicevo, al Senato è stato inserito anche un riferimento a quella parte della norma che prevedeva l’istituzione di un comitato tecnico scientifico che non è mai stato costituito. Un comitato che è stato di fatto superato dalla stessa legge approvata lo scorso febbraio”.

L’eliminazione di questo richiamo al decreto Sirchia permetterà al Ministero della Salute di “emanare immediatamente il decreto che disciplina il Snlg senza bisogno di costituire il comitato tecnico scientifico perdendo così diversi mesi”, ha continuato Gelli.

Esteso il tempo per la comunicazione dell’instaurazione del giudizio

E’ stato poi esteso il tempo per la comunicazione dell’instaurazione del giudizio promosso nei confronti degli operatori dal danneggiato. E’ stato infatti approvato l’emendamento che modifica l’articolo 13 della legge Gelli che porta da 10 a 60 giorni il termine in cui le strutture sanitarie e sociosanitarie e le compagnie di assicurazione devono comunicare all’esercente la professione sanitaria l’instaurazione del giudizio promosso nei loro confronti dal danneggiato.

Perché, conclude Gelli, “In questi primi mesi di applicazione della legge abbiamo capito che questo lasso di tempo è troppo ridotto”.

 

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Rinnovi degli impianti in odontoiatria

Rinnovi degli impianti in odontoiatria, come si stabiliscono i costi in caso di reintegrazione per fallimenti terapeutici da responsabilità professionale?

La durata delle prestazioni odontoiatriche è stata analizzata in numerosi lavori di metanalisi della letteratura e di studi clinici prospettici o retrospettivi condotti su larga scala e a lungo termine, che utilizzano come parametri il tasso di sopravvivenza a 10-20 anni e il tasso di fallimento annuale.

La performance delle protesi eccezionalmente raggiunge percentuali di successo (inteso come l’assenza di difetti) del 100% per periodi di osservazione superiori a 5 anni, per la comparsa di:

– difetti biologici, come carie secondarie, patologie endodontiche, parodontopatie, frattura dei pilastri dentali

– tecnici, come perdita di ritenzione, eccessiva abrasione o ruvidità superficiale, distacco del cemento marginale (ditching), modificazioni estetiche, fratture di rivestimento estetico (cracking, chipping), di impianti e loro componenti (viti, aburtments) o della struttura protesica.

L’insuccesso

L’insuccesso può essere reversibile o irreversibile, tenendo presente che accettabilità e praticabilità della riparazione conservativa risentono di componenti soggettive di apprezzamento:

– il fallimento consiste in difetti con impatto estetico e funzionale tale da richiedere la sostituzione.

– la sopravvivenza è il risultato di difetti minori, che ne permettono il recupero.

Nel nostro caso specifico non esiste ancora una letteratura che quantifichi e valuti la possibilità di riconoscere il costo di futuri “rinnovi” degli impianti dentali.

Le analisi e gli studi fino ad oggi eseguiti hanno avuto come riferimento la durata di impianti in condizioni fisiologiche.

In caso di reintegrazione per traumi o fallimenti terapeutici, quindi in responsabilità professionale, solo ultimamente mi sono trovato in CTU a dover valutarne i costi. Le interpretazioni sono chiaramente di parte, quando che deve risarcire il danno riconosce il costo “ una tantum” e chi lo ha subito ne chiede il rinnovo come per la componente protesica.

Durante numerose conferenze e congressi il tema è stato affrontato solo superficialmente, delegando poi ai singoli la scelta.

Non conosco se a livello ortopedico ( protesi dell’anca) l’argomento sia stato risolto, ma si entrerebbe in un campo ben diverso.

Raccomandazioni del Ministero

Le raccomandazioni redatte e diffuse dal ministero della Sanità, per quanto riguarda gli impianti, concludono: “ In conclusione, la riabilitazione implanto-protesica dipende da numerosi fattori che, tutti insieme, concorrono al raggiungimento e al mantenimento del successo clinico.

Tra questi, particolare importanza rivestono: una diagnosi accurata, un adeguato piano di trattamento, una corretta
realizzazione delle procedure chirurgiche e protesiche, un sistema implantare in regola con le norme vigenti, le capacità dell’operatore e infine la corresponsabilizzazione del paziente.

La riabilitazione implanto-protesica, è, dunque, un trattamento ad alta valenza tecnologica, scientifica e professionale”.

Senza nessun riferimento alla durata… Lascio al buon senso, almeno per ora la soluzione.

Dr. Eugenio Parini
(Odontoiatra)

 

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