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È inammissibile il ricorso per cassazione se la procura rilasciata con foglio separato in calce all’atto, manca del carattere della specialità richiesto per quella specifica fase di giudizio

La vicenda

Contro la pronuncia della corte d’appello di Venezia che aveva confermato l’invalidità del licenziamento intimato ad un proprio dipendente, la società datrice di lavoro ha proposto ricorso per Cassazione.

Ma il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché privo di idonea procura speciale ex art. 365 c.p.c.,

Ed infatti, il mandato contenuto in foglio separato in calce all’atto, non solo non conteneva alcun riferimento alla sentenza impugnata nè recava alcuna data, ma semplicemente si riferiva ad un mandato conferito per “tutte le fasi e gradi del presente giudizio, anche per la sua esecuzione, e ad ogni relativa impugnazione…. nonchè per l’opposizione all’esecuzione ed agli atti esecutivi e per i relativi gradi e fasi del giudizio e per la esecuzione mobiliare anche presso terzi ed immobiliare, il pignoramento in tutte le sue forme e le relative opposizioni anche proposte da terzi”.

Si trattava, a ben vedere, di un tenore incompatibile con l’esigenza di dimostrare la specialità della procura medesima.

Al riguardo la Suprema Corte ha più volte ritenuto inammissibile il ricorso per cassazione allorquando la procura, apposta su foglio separato e materialmente congiunto al ricorso ex art. 83 c.p.c., comma 2, contenesse, come nel caso in esame, espressioni incompatibili con la proposizione dell’impugnazione e con la specialità richiesta ed anzi dirette ad attività proprie di altri giudizi e fasi processuali (Cass. n. 5190 del 2019; Cass. n. 28146 del 2018; Cass. n. 18257 del 2017; Cass. n. 6070 del 2005).

Nell’ordinanza n. 15895, pubblicata in data 26.06.2017, ad esempio, la stessa Sezione Lavoro della Cassazione ha precisato che : “Ai sensi dell’art. 365 cod. proc. civ., la procura rilasciata all’avvocato iscritto nell’apposito albo e necessaria per la proposizione del ricorso per cassazione deve essere conferita, con specifico riferimento alla fase di legittimità, dopo la pubblicazione della sentenza impugnata. È, pertanto, inidonea allo scopo, e, come tale, determina l’inammissibilità del ricorso, la procura apposta in margine od in calce all’atto introduttivo del giudizio di merito, ancorché conferita per tutti i gradi e le fasi del giudizio (Cass. 13558/2012)”.

La redazione giuridica

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RICORSO PER CASSAZIONE TROPPO GENERICO: E’ ABUSO DEL PROCESSO

ricorso parte civile

È ammessa l’impugnazione della parte civile nei confronti della sentenza di primo grado che dichiari l’estinzione del reato per intervenuta prescrizione, così come contro la sentenza di appello che confermi tale decisione

È quanto affermato dalle Sezioni Unite della Cassazione nella recente sentenza n. 28911/2019.

La parte civile aveva proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza di proscioglimento dell’imputato, pronunciata dalla Corte d’appello di Roma e prima ancora, dal giudice di primo grado, per intervenuta prescrizione del reato.

La questione, dapprima sottoposta al vaglio della Quinta Sezione è stata rimessa alle Sezioni Unite della Cassazione, rilevando il contrasto giurisprudenziale esistente in materia.

Il quesito giuridico

Si tratta di stabilire ” se sia ammissibile il ricorso della parte civile avverso la sentenza che, su impugnazione di detta parte, abbia confermato la pronuncia di primo grado la quale, senza entrare nel merito, abbia dichiarato l’estinzione del reato per prescrizione”.

L’analisi della questione è stata condotta partendo dal dato normativo di cui all’art. 576, dedicata alla “impugnazione della parte civile e del querelante” che, al comma 1, stabilisce espressamente “la parte civile può proporre impugnazione contro i capi della sentenza di condanna che riguardano l’azione civile e, ai soli effetti della responsabilità civile, contro la sentenza di proscioglimento pronunciata nel giudizio”.

Nella nozione di sentenza di “proscioglimento” – a parere del Supremo Collegio –  non possono non rientrare anche le sentenze di estinzione del reato per prescrizione.

Si tratta invero, di una affermazione già resa dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 40049 del 29/05/2008.

Del resto, come ha rilevato anche la dottrina, la formula “sentenza di proscioglimento pronunciata nel giudizio”, riferibile sia alle sentenze di non doversi procedere sia alle sentenze di assoluzione, è unicamente intesa ad escludere le sentenze di non luogo a procedere pronunciate nell’udienza preliminare.

Se infatti, la parte civile può impugnare le sentenze di proscioglimento e tra esse vi rientra anche la “dichiarazione di estinzione del reato” di cui all’art. 531 c.p.p., deve ammettersi la facoltà di impugnazione della predetta parte anche alla sentenza di non doversi procedere per estinzione, dovuta a qualsiasi altra causa prevista dal codice penale, tra cui anche quella di prescrizione del reato ex art. 157 c.p..

Una diversa interpretazione finirebbe del tutto incongruamente per svilire il senso stesso della ratio e della finalità ontologica di ogni mezzo di impugnazione (ovvero, indubitabilmente, quello di correggere decisioni “erronee”) e per escludere, dunque, la legittima aspettativa della parte civile di pretendere che il giudizio penale non si arresti alla constatata prescrizione del reato, ma prosegua al fine di valutare se la stessa sia stata erroneamente o meno dichiarata e di ottenere così il risultato che, con la propria costituzione, la parte civile stessa si prefiggeva.

Del resto già in passato le Sezioni Unite hanno affermato che, avendo il danneggiato, con la costituzione di parte civile, inteso trasferire in sede penale l’azione civile di danno, lo stesso ha “interesse ad ottenere nel giudizio penale il massimo di quanto può essergli riconosciuto” sì che non gli si può negare l’interesse ad impugnare la decisione di proscioglimento anche quando questa manchi, come è nel caso in esame, di efficacia preclusiva (Sez. U, n. 40049 del 29/05/2008).

Sotto altro aspetto, è stato anche osservato, con ragionamento a fortiori applicabile alla fattispecie di proscioglimento per estinzione del reato, che, in caso di assoluzione perché il fatto non costituisce reato, le limitazioni all’efficacia del giudicato, previste dall’art. 652 c.p.p., non incidono sull’estensione del diritto all’impugnazione, riconosciuto in termini generali alla parte civile nel processo penale dall’art. 576 c.p.p., giacché, tra l’altro, ove si ritenesse il contrario, la parte civile che intendesse impugnare la sentenza assolutoria sarebbe costretta a rinunciare agli esiti dell’accertamento compiuto nel processo penale e a riavviare ab initio l’accertamento in sede civile, con conseguente allungamento dei tempi processuali (Sez. 2, n. 41784 del 18/07/2018 e Sez. 2, n. 36930 del 04/07/2018).

L’interesse ad impugnare della parte civile

Per le Sezioni Unite della Cassazione dunque, è corretto affermare non solo che la parte civile sia legittimata ad appellare la sentenza di proscioglimento per estinzione del reato a seguito di intervenuta prescrizione, derivando una tale legittimazione direttamente dalla previsione dell’art. 576, ma sia anche portatrice di un concreto interesse a detta impugnazione, attesa la finalità, perseguita attraverso la doglianza mossa in ordine ad una erronea affermazione di intervenuta prescrizione, ad ottenere il ribaltamento della prima pronuncia e l’affermazione, sia pure solo “virtuale” perché valorizzabile ai soli fini delle statuizioni civili, di responsabilità penale dell’imputato.

È noto, infatti, che accanto alla legittimazione ad impugnare, deve sussistere, quale ulteriore condizione di ammissibilità, anche l’interesse a proporre l’impugnazione. Si tratta di due profili che devono essere tra loro ritenuti distinti, non potendo, in particolare, il secondo essere assorbito nel primo.

L’interesse ad impugnare oltre che attuale deve essere “concreto”.

Al riguardo è stato affermato che la concretezza dell’interesse deve essere parametrata al raffronto tra quanto statuito dalla sentenza impugnata e quanto, con l’impugnazione svolta, si vorrebbe invece ottenere, sì che già il solo fatto che, nella specie, si assuma l’erroneità della affermazione di intervenuta prescrizione, indipendentemente dalla fondatezza o meno di tale pretesa, rende il ricorso ammissibile.

In definitiva le Sezioni Unite hanno dichiarato l’ammissibilità del ricorso per cassazione con cui la parte civile lamenti, come nel caso in esame, l’erronea conferma, da parte del giudice di appello, della dichiarazione di prescrizione già erroneamente affermata dal giudice di primo grado: da un lato, la legittimazione della parte civile anche al ricorso deriva dal dettato dell’art. 576 c.p.p., comma 1, letto, per quanto riguardante lo specifico mezzo del ricorso, unitamente all’art. 568 c.p.p., comma 2; dall’altro, con riguardo all’interesse concreto, va considerata la possibilità per la parte civile di ottenere, per effetto della proposizione del ricorso, la condanna in sede civile al risarcimento dei danni e alle restituzioni, in tempi più rapidi dell’ordinario e senza la necessità, cui invece la stessa sarebbe sottoposta ove ricorso non vi fosse stato, di iniziare ex novo il separato giudizio civile.

È perciò, stato affermato il seguente principio di diritto: “Nei confronti della sentenza di primo grado che dichiari l’estinzione del reato per intervenuta prescrizione, così come contro la sentenza di appello che tale decisione abbia confermato, è ammessa l’impugnazione della parte civile che lamenti l’erronea applicazione della prescrizione “.

Avv. Sabrina Caporale

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DIBATTIMENTO: IL DIRITTO ALLA PROVA CONTRARIA NON E’ SOGGETTA A TERMINI

ricorso per cassazione

Nella giustizia civile, il primo filtro valutativo –rispetto alle azioni ed ai rimedi da promuovere – è affidato alla prudenza del ceto forense coniugata con il principio di responsabilità delle parti

In tema di ricorso per cassazione, qualora siano prospettare questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, il ricorrente deve, a pena di inammissibilità della censura, non solo allegarne l’avvenuta deduzione dinanzi al giudice di merito ma, in virtù del principio di autosufficienza, anche indicare in quale specifico atto del giudizio precedente ciò sia avvenuto, giacché i motivi di ricorso devono investire questioni già comprese nel “thema decidendum” del giudizio di appello, essendo preclusa alle parti, in sede di legittimità, la prospettazione di questioni o temi di contestazione nuovi, non trattati nella fase di merito né rilevabili di ufficio”.

È quanto ribadito in una recente pronuncia della Terza Sezione Civile della Cassazione (sentenza n. 16898/2019) che ha dichiarato inammissibile il ricorso formulato da un difensore perché le censure addotte, in parte, violavano il principio di autosufficienza ed in parte perché, sia pur attraverso il formale riferimento al vizio di cui all’art. 360 n. 3 c.p.c., erano finalizzate, nella sostanza, ad un riesame nel merito dell’intera controversia, notoriamente non consentito in sede di legittimità.

La condanna per lite temeraria

Nello stessa sentenza la Cassazione ha altresì disposto, la condanna del ricorrente alla sanzione di cui all’art. 96 ultimo comma c.p.c.

Al riguardo, la giurisprudenza di legittimità ha “recentemente riesaminato la questione relativa alla funzione sanzionatoria della condanna per lite temeraria, in relazione sia alla necessità di contenere il fenomeno dell’abuso del processo sia alla evoluzione della fattispecie dei danni putativi che ha progressivamente fatto ingresso nel nostro ordinamento.

Ebbene, si è detto che “la condanna ex art. 96, comma 3, c.p.c., applicabile d’ufficio in tutti i casi di soccombenza, configura una sanzione di carattere pubblicistico, autonoma ed indipendente rispetto alle ipotesi di responsabilità aggravata ex art. 96, comma 1 e 2 c.p.c. e con queste cumulabile, volta al contenimento dell’abuso dello strumento processuale; la sua applicazione, pertanto, non richiede, quale elemento costitutivo della fattispecie, il riscontro dell’elemento soggettivo del dolo o della colpa grave, bensì di una condotta oggettivamente valutabile alla stregua di “abuso del processo” quale l’aver agito o resistito pretestuosamente e cioè nell’evidenza di non poter vantare alcuna plausibile ragione”.

L’abuso del processo

In via esemplificativa, può costituire abuso del diritto all’impugnazione, la proposizione di un ricorso per cassazione basato su motivi manifestamente incoerenti con il contenuto della sentenza impugnata, o completamente privo di autosufficienza oppure contenente una mera complessiva richiesta di rivalutazione nel merito della controversia, oppure fondato sulla deduzione del vizio di cui all’art. 350 comma 1, n. 5 c.p.c., ove sia applicabile, ratione tenporis, l’art. 348ter ultimo comma c.p.c. che ne esclude la invocabilità.

In tali ipotesi, il ricorso per cassazione integra un ingiustificato sviamento del sistema giurisdizionale, essendo non già finalizzato alla tutela dei diritti ed alla risposta alle istanze di giustizia, ma destinato ad aumentare il volume del contenzioso e conseguentemente a ostacolare la ragionevole durata dei processi pendenti ed il corretto impiego delle risorse necessarie per il buon andamento della giurisdizione.

Ebbene, nel caso di specie, la Cassazione ha affermato di voler valorizzare la sanzionabilità dell’abuso dello strumento giudiziario proprio al fine di evitare la dispersione delle risorse per la giurisdizione e consentire l’accesso alla tutela giudiziaria dei soggetti meritevoli e dei diritti violati, per il quale, nella giustizia civile, il primo filtro valutativo –rispetto alle azioni ed ai rimedi da promuovere – è affidato alla prudenza del ceto forense coniugata con il principio di responsabilità delle parti.

Per tali motivi la Cassazione ha condannato il ricorrente al pagamento. in favore della controparte, in aggiunta alle spese di lite, di una somma equitativamente determinata in 2.500 euro pari, all’incirca, in termini di proporzionalità, alla metà dei compensi liquidati in relazione al valore della causa.

La redazione giuridica

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LITE TEMERARIA: LA CONDANNA ALLE SPESE E’ DETERMINATA DAI GIUDICI

ricorso per cassazione

Il ricorso per cassazione proposto senza procura rilasciata nei modi previsti dalle norme costituisce abuso dei rimedi processuali, in quanto comporta un ingiustificato aggravamento del sistema giurisdizionale

Contro la decisione della Corte d’appello di Venezia che aveva rigettato l’istanza volta ad ottenere il risarcimento dei danni subiti in occasione di un infortunio sul lavoro, il ricorrente presentava ricorso per Cassazione

Ma per i giudici della Corte il ricorso era inammissibile perché mancava la procura necessariamente richiesta per tale tipo di impugnazione; ciò è costato caro al ricorrente che perciò è stato condannato a versare 2.300,00, in favore di ciascuno dei controricorrenti ai sensi dell’art. 96 c.p.c. comma 3 c.p.c.

La vicenda

Il giudizio era stato avviato da una guardia giurata, la quale deduceva di aver riportato delle lesioni fisiche in seguito ad una caduta occorsa nello stabilimento in cui era in servizio.

L’incidente si era verificato a causa di un tombino lasciato aperto e coperto da un telo di plastica.

La domanda non aveva trovato accoglimento né in primo grado, né tanto meno in appello.

Quindi l’impugnazione della sentenza e il giudizio di legittimità. Ma come premesso il ricorso è stato dichiarato inammissibile.

Il giudizio di legittimità

Mancava infatti idonea procura del difensore, essendo stato indicato, soltanto “il ricorrente è rappresentato dal suo difensore giusta procura in atto di appello”, laddove, invece come è noto la procura per il ricorso per cassazione ha carattere speciale e deve, perciò, essere rilasciata in data successiva alla sentenza impugnata (Cass., ord., 11/09/2014, n. 19226 e Cass., ord., 7/01/2016, n. 58).

A detta degli Ermellini, sussistevano dunque, le condizioni “per la condanna del ricorrente, ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3, che richiede, sul piano soggettivo, la malafede o la colpa grave della parte soccombente, la quale sussiste anche nell’ipotesi di violazione del grado minimo di diligenza che consente di avvertire facilmente l’infondatezza o l’inammissibilità della propria domanda o impugnazione”.

La norma citata prevede che: “Se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza dell’altra parte, la condanna, oltre che alle spese, al risarcimento dei danni, che liquida, anche d’ufficio, nella sentenza (…) e in ogni caso, quando pronuncia sulle spese, il giudice, anche d’ufficio, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata”.

Ed infatti, la violazione del grado minimo di diligenza è certamente riscontrabile allorché, come nel caso di specie, il ricorso per cassazione sia proposto senza procura rilasciata nei modi previsti dalle norme e in spregio al consolidato orientamento giurisprudenziale di legittimità al riguardo, traducendosi in tal caso la proposizione del ricorso per cassazione oggettivamente in un abuso dei rimedi processuali, in quanto comporta un ingiustificato aggravamento del sistema giurisdizionale e un inutile dispendio di attività processuale, che hanno l’effetto di determinare un aumento del volume del contenzioso e, conseguentemente, di ostacolare la possibilità di definire in tempi ragionevoli i processi pendenti.
Il ricorrente è stato pertanto, condannato, ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3, al pagamento di Euro 2.300,00, in favore di ciascuna parte controricorrente.

La redazione giuridica

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LITE TEMERARIA AGGRAVATA: NON SERVE LA PROVA DEL DANNO

ricorso per cassazione

Il ricorso per cassazione avverso qualsiasi tipo di provvedimento, compresi quelli in materia cautelare, non può essere proposto dalla parte personalmente, ma deve essere sottoscritto, a pena di inammissibilità, da difensori iscritti nell’albo speciale della corte di cassazione

La vicenda

Con ordinanza del G.I.P. del tribunale di Catania l’indagato veniva sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari in relazione al reato di partecipazione ad una associazione a delinquere dedita all’esercizio clandestino di gioco e scommesse e truffa aggravata ai danni dello Stato

Nel dicembre 2018 giungeva la conferma da parte del Tribunale del riesame della stessa sede; cosicché con ricorso formulato personalmente dall’indagato, la vicenda giungeva sino ai giudici della Cassazione.

Ma il ricorso in questione è stato dichiarato inammissibile proprio perché proposto dall’indagato personalmente e, cioè, da soggetto non legittimato ai sensi della disciplina dell’art. 613 c.p.p. come modificato dalla L. n. 103 del 2017, entrata in vigore il 3-8-2017.

Invero, dall’analisi dell’atto di impugnazione, risultava che il ricorso fosse stato testualmente proposto dall’indagato; nello stesso atto egli nominava il proprio difensore di fiducia e procuratore speciale, il quale  ne autenticava la sottoscrizione apposta in calce all’atto.

L’introduzione della L. n. 103 del 2017

A seguito dell’introduzione della L. n. 103 del 2017, le Sezioni Unite della Cassazione, nell’interpretare la nuova disciplina dettata dal novellato art. 613 c.p.p., hanno affermato che il ricorso per cassazione avverso qualsiasi tipo di provvedimento, compresi quelli in materia cautelare, non può essere proposto dalla parte personalmente, ma deve essere sottoscritto, a pena di inammissibilità, da difensori iscritti nell’albo speciale della corte di cassazione (Sez. U, n. 8914 del 21/12/2017).

A tal proposito è irrilevante l’autenticazione, ad opera di un legale, della sottoscrizione del ricorso, che, ai sensi dell’art. 39 disp. att. c.p.p., attesta unicamente la genuinità di tale sottoscrizione e la sua riconducibilità alla parte privata (Sez. 6, n. 54681 del 03/12/2018).

Ed infatti i giudici della Suprema Corte, hanno affermato che «la sottoscrizione apposta per autentica della firma dell’indagato, da parte del suo difensore di fiducia, non lo avrebbe reso per ciò solo autore di un atto che appare riferibile esclusivamente al predetto indagato, sicché sotto tale profilo il ricorso è certamente inammissibile perché proposto da soggetto non legittimato».

A conseguenze diverse – a detta degli Ermellini – non può neppure pervenirsi in ragione del rilascio in calce al predetto ricorso, sottoscritto dall’indagato con firma autenticata dal difensore, di una procura speciale in favore di quest’ultimo.

La decisione

Ed invero, la disciplina della procura speciale contenuta nell’art. 122 c.p.p., prevede espressamente un criterio generale di tassatività degli atti che possano essere compiuti mediante un procuratore speciale, affermando espressamente che ciò risulta possibile solo “quando la legge consente che un atto sia compiuto per mezzo di un procuratore speciale”; tali sono determinati e specifici atti previsti dal regime del processo penale come, ad esempio, la rinuncia all’impugnazione che ai sensi del testuale dettato dell’art. 589 c.p.p., può essere effettuata solamente dall’imputato personalmente o da suo procuratore speciale, la richiesta di rescissione del giudicato espressamente attribuita al condannato ovvero ad un suo procuratore speciale ed, ancora, come già anticipato gli altri casi tassativamente determinati.

Ma poiché la legge non attribuisce più la possibilità di ricorrere per cassazione personalmente all’indagato, deve conseguentemente ritenersi escluso che quest’ultimo possa nominare un procuratore speciale per il compimento di detto atto poiché, oltre a mancare una previsione normativa specifica in tal senso, per principio generale chi non risulti titolare di un potere non può attribuirlo ad altri tramite il conferimento della procura.

La redazione giuridica

 

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GRAVI ACCUSE CONTRO I SERVIZI SOCIALI: A PROCESSO PENALE PER DIFFAMAZIONE

contro la sentenza di non luogo a procedere

La L. n. 103 del 2017, nota anche come riforma Orlando, ha modificato l’art. 428 c.p.p., cosicché oggi, contro la sentenza di non luogo a procedere è possibile proporre, quale mezzo di impugnazione, soltanto l’appello e non più il ricorso per cassazione

La vicenda

Con il provvedimento del GIP presso il Tribunale di Bergamo, che aveva pronunciato sentenza di non luogo a procedere nei confronti dell’imputato per il reato di abbandono di minore, il Pubblico Ministero proponeva ricorso per Cassazione, deducendo la violazione di legge in relazione agli artt. 591 e 425 c.p.p..

A sua detta, la sentenza impugnata era stata emessa al di fuori dei presupposti normativi per l’emanazione del giudizio di non luogo a procedere, essendo state invece, anticipate le valutazioni sulla responsabilità dell’imputato, che non competono al giudice per l’udienza preliminare.

Ma il Procuratore Generale presso la Corte di cassazione ha chiesto la conversione del ricorso in appello, dovendosi applicare, nel caso di specie, la nuova L. n. 103 del 2017, che ha modificato l’art. 428 c.p.p., stabilendo che contro la sentenza di non luogo a procedere è proponibile solo l’appello e non più il ricorso per cassazione.

Ebbene, i giudici della Suprema Corte hanno stabilito che il ricorso dovesse essere convertito in appello, alla luce della citata novella legislativa, il cui art. 1, comma 38, ha sostituito – a decorrere dal 3 agosto 2017, data dell’entrata in vigore del provvedimento normativo – l’art. 428 c.p.p., comma 1, nella parte in cui prevedeva la ricorribilità della sentenza pronunciata a norma dell’art. 425 c.p.p., stabilendo che la stessa è oggi appellabile dalle parti legittimate, tra le quali il Procuratore Generale.

Ed infatti, il provvedimento impugnato era stato emesso in data successiva all’entrata in vigore della nuova formulazione dell’art. 428 c.p.p., sicché esso è stato ritenuto appellabile e non ricorribile dinanzi alla Corte di Cassazione.

Non si tratta di un ricorso per saltum

Non era neppure configurabile, nel caso di specie, una ipotesi ricorso immediato, c.d. per saltum, posto che, come è stato già affermato dall’ordinanza della Quarta Sezione n. 29520 del 2018 esistono ragioni ostative a tale opzione interpretativa.

Gioca in tal senso, anzitutto, il tenore letterale della disposizione di cui all’art. 569 c.p.p., comma 1: il ricorso per saltum, infatti, è previsto da tale norma solo avverso le sentenze di primo grado e non, quindi, per ogni tipo di decisione del giudice.

E in ogni caso, sul punto la Corte di legittimità ha già affermato che, nel vigente ordinamento processuale, il ricorso per saltum è limitato alla sola fase della cognizione, come si desume dalla lettera del richiamato art. 569 c.p.p., comma 1, che attribuisce tale facoltà alla parte che ha diritto ad appellare la sentenza di primo grado (cfr. Sez. 6 ord. n. 9970 del 15/02/2005) e, dunque, il provvedimento con cui si chiude il giudizio di cognizione di primo grado.

Ulteriore conferma emerge dal confronto tra il testo dell’art. 428 c.p.p., precedente alla modifica legislativa di cui alla L. n. 46 del 2006, e quello attuale, consegnato all’interprete dalla citata novella del 2017.

Ebbene, l’art. 428 c.p.p., ante L. n. 46 del 2006, prevedeva l’appellabilità della sentenza di non luogo a procedere e, al comma 4; prevedeva, altresì, espressamente, anche la possibilità, per il Procuratore della Repubblica, il Procuratore Generale e l’imputato, di proporre ricorso immediato per cassazione a norma dell’art. 569 c.p.p.

Il principio di diritto

Tale possibilità, oggi, «non è stata reintrodotta nel novellato art. 428 c.p.p., nonostante il ripristino dell’appellabilità della sentenza di non luogo a procedere, sicché appare corretto ritenere che il legislatore abbia voluto evitare di ripercorrere le tracce passate della procedura di impugnazione delle sentenze di non luogo a procedere, bensì abbia voluto circoscriverne la possibilità alla cognizione di merito, sottraendo alla Cassazione una porzione non minima di contenzioso, nell’ottica di alleviarne i carichi e diminuirne le competenze non collegate direttamente al suo ruolo di giudice dell’interpretazione nomofilattica».

In conclusione, è stato affermato il seguente principio di diritto: la sentenza di non luogo a procedere emessa, ai sensi dell’art. 425 c.p.p., in epoca successiva all’entrata in vigore della L. n. 103 del 2017, che ha modificato l’art. 428 c.p.p., comma 1, è appellabile e non ricorribile per cassazione, neppure con ricorso per saltum; sicché il ricorso proposto in sede di legittimità avverso tale sentenza deve essere qualificato come appello.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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APPELLO INAMMISSIBILE SE NON C’E’ CORRELAZIONE CON LA SENTENZA IMPUGNATA

Non è sufficiente che l’atto di appello manifesti una volontà latu sensu impugnatoria, perché sia ammissibile e neppure sono sufficienti “frasi incidentali di censura alla sentenza impugnata meramente assertive ed apodittiche”, laddove difettino di una critica argomentata avverso il provvedimento “attaccato”

La vicenda

La Corte d’appello di Napoli aveva dichiarato inammissibile l’impugnazione proposta, per insufficiente specificazione dei motivi dell’atto di appello e, per l’effetto aveva ordinato l’immediata esecuzione della sentenza di condanna.
Ma per la difesa tale giudizio era errato posto che “se alla specificità non c’è limite, a quale livello si deve collocare l’asticella della determinatezza”?
Ed ancora, -si domandava il ricorrente -, “fermo restando che la generica affermazione di una sentenza ingiusta e di una decisione errata, non è in grado di individuare l’oggetto del giudizio d’appello, qual è l’elemento che consente di ritenere specificato il rapporto tra motivo e richiesta”?
Temendo che lo strumento dell’inammissibilità potesse diventare “di fatto” un mezzo anomalo per la deflazione dei carichi di lavoro, soprattutto nelle Corti d’appello con un notevole ruolo di cause, la difesa osservava come, nel caso di specie, erano stati pienamente rispettati tutti i requisiti previsti dal codice di rito in materia di impugnazioni.
Invero, nel ricorso difensivo, chiedevano al giudice di secondo grado di applicare la pena nel minimo, riconoscendo l’applicazione delle circostanze attenuanti generiche.
Il gravame, in altre parole, era stato fondato sul rilievo che il primo giudice avesse irrogato una pena eccessiva, violando il principio di proporzionalità della sanzione, per non aver preso in considerazione gli elementi di cui all’art. 133 c.p.

Il giudizio della Cassazione

Ma anche per i giudici della Cassazione, l’appello era inammissibile; e, quanto agli interrogativi posti dal difensore dell’imputato, così rispondono: «è il caso di ricordare che la questione del tasso di specificità dei motivi di appello, ai fini dell’esercizio dei poteri conferiti al giudice dell’impugnazione di dichiarare l’inammissibilità del gravame per genericità dei motivi, è stata esaminata dalle Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione che, con la sentenza Galtelli, hanno impartito un chiaro insegnamento in proposito, tanto più illuminante in quanto parametrato alla disciplina processuale ratione temporis vigente».
In proposito, le Sezioni Unite hanno espresso il principio secondo il quale l’appello, al pari del ricorso per cassazione, è inammissibile per difetto di specificità dei motivi quando non risultano esplicitamente enunciati e argomentati i rilievi critici rispetto alle ragioni di fatto o di diritto poste a fondamento della decisione impugnata, fermo restando che tale onere di specificità, a carico dell’impugnante, è direttamente proporzionale alla specificità con cui le predette ragioni sono state esposte nel provvedimento impugnato.
La specificità dei motivi trova fondamento nel fatto che essi non sono diretti all’introduzione di un nuovo giudizio, avulso da quello di primo grado, ma sono invece, diretti ad attivare uno strumento di controllo, su specifici punti e per specifiche ragioni della decisione impugnata, con la conseguenza che deve sussistere una necessaria correlazione tra la decisione censurata e l’atto di impugnazione.
Con la conseguenza che non è sufficiente, ai fini della valutazione di ammissibilità, che ai motivi di appello vengano aggiunte «frasi incidentali di censura alla sentenza impugnata meramente assertive ed apodittiche, laddove difettino di una critica argomentata avverso il provvedimento “attaccato” e l’indicazione delle ragioni della loro decisività rispetto al percorso logico seguito dal giudice di merito».

Non basta la mera volontà impugnatoria!

Detto in termini ancora più espliciti, affinché un capo della sentenza possa ritenersi validamente impugnato, non basta che l’atto di appello manifesti una volontà latu sensu impugnatoria, come la difesa sembrava ritenere, ma occorre esso si confronti concretamente con il capo o il punto impugnato mediante la stesura di precise e puntuali argomentazioni che, contrapponendosi alla motivazione della sentenza impugnata, puntino a disarticolarne il fondamento logico-giuridico.
Si tratta di un principio di diritto confortato dall’attuale assetto normativo, modificato dalla legge n. 103 del 2017, richiedendo che l’atto di impugnazione contenga, a pena di inammissibilità, l’enunciazione specifica di tutti i requisiti indicati nell’art. 581 c.p.p.
Nel caso in esame, di contro, il ricorrente si era del tutto disinteressato, con l’atto di appello, delle ragioni che avevano indotto il Tribunale a quella decisione.
Per tali motivi non poteva che derivarne la sua inammissibilità.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 
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assoluzione

Nel caso di doppia assoluzione, non è più consentito al pubblico ministero muovere censure alla motivazione della sentenza, potendo ricorrere per cassazione, soltanto per le altre ipotesi di violazione di legge

La Corte d’Appello di Lecce, giudicando sull’appello proposto dal Procuratore della Repubblica, aveva confermato la sentenza con cui il Tribunale di Taranto, all’esito del dibattimento, aveva dichiarato l’assoluzione dell’imputato, accusato di violenza sessuale (art. 609 bis c.p.) posta in essere, ripetutamente, nei confronti delle due figlie minori.

Contro la sentenza d’appello, il Pubblico Ministero proponeva ricorso per Cassazione (sent. n. 54693/2018).

Un solo e articolato motivo a guidare il gravame dell’accusa dinanzi ai giudici di Piazza Cavour.

Motivo tuttavia, giudicato inammissibile. Il Pubblico Ministero pare non aver considerato la novità legislativa contenuta nell’art. 608 c.p.p. che disciplina il ricorso per Cassazione del pubblico ministero, intervenuta a seguito della cd riforma Orlando (Art. 1, comma 69, l. 23 giungo 2017, n. 103), affermano i giudici Ermellini.

La cd. Riforma Orlando, ha aggiunto all’art. 608, il comma 1-bis che così statuisce: “se il giudice di appello pronuncia sentenza di conferma di quella di proscioglimento, il ricorso per cassazione può essere proposto solo per motivi di cui alle lettere a), b) e c) del comma 1 dell’art. 606”.

Si tratta delle ipotesi di cd “doppia conforme” di assoluzione. In tali casi, non è più consentito al pubblico ministero di muovere censure alla motivazione della sentenza, potendo ricorrere per cassazione, in sostanza soltanto per le altre ipotesi di violazione di legge.

Quanto alla applicabilità della norma ratione temporis, la Cassazione ha già avuto modo di affermare che, in assenza di una disciplina transitoria, deve farsi riferimento alla data di presentazione del ricorso, che costituisce il momento in cui matura l’aspettativa del ricorrente alla valutazione di ammissibilità dell’impugnazione. ( Sez. V, n. 4398/2017).

Un siffatto principio non è nuovo nel nostro ordinamento. Esso aveva trovato già applicazione con riguardo alla modifica dell’art. 613, comma 1, c.p.p. operata con l’art. 1, comma 63 della stessa riforma, che aveva, a sua volta, eliminato la possibilità per l’imputato, di proporre personalmente ricorso per cassazione senza assistenza di un difensore iscritto all’albo speciale presso la Corte di Cassazione, pena la sua inammissibilità.

Si era già detto, con riguardo a questo specifico caso, che l’inammissibilità operasse a prescindere dalla data di emissione del provvedimento impugnato, incidendo la novella normativa non tanto sul diritto di impugnare, bensì soltanto sulla disciplina delle diverse modalità del suo esercizio (Sez. V, sent. n. 10142/2017).

 

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precedente di legittimità

L’orientamento interpretativo della Cassazione può ritenersi consolidato anche in presenza di un solo precedente di legittimità, univoco e chiaro

Nel presentare un ricorso in Cassazione, occorre fare attenzione alla sussistenza di un precedente di legittimità,  ipotesi di inammissibilità dell’impugnazione prevista dall’art. 360 bis del codice di procedura civile.

Tale norma, nello specifico, si riferisce a due fattispecie: quando il provvedimento impugnato ha deciso le questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza della Corte e l’esame dei motivi non offre elementi per confermare o mutare l’orientamento della stessa; quando è manifestamente infondata la censura relativa alla violazione dei princìpi regolatori del giusto processo.

In relazione al primo caso, la Suprema Corte di Cassazione ha fornito delle importanti precisazioni con l’ordinanza n. 4366/2018. Il ricorso esaminato dai Giudici del Palazzaccio si riferisce a una controversia incentrata su un procedimento esecutivo immobiliare.

Ma ciò che rileva, al di là della vicenda, è il principio di diritto stabilito dal Palazzaccio.

Gli Ermellini hanno sottolineato che, la presenza anche di un solo precedente di legittimità, quand’anche unico e perfino remoto, ma univoco e chiaro, è idonea a far ritenere la sussistenza di un orientamento interpretativo che può qualificarsi consolidato. Ciò in quanto non si è mai evidentemente apprezzata la necessità di rimetterlo in discussione.

Pertanto, qualora nell’impugnazione manchino delle valide critiche al precedente al quale si sia ispirata la sentenza gravata, il ricorso stesso deve essere dichiarato inammissibile.

Del resto la funzione di filtro prevista dalla normativa consiste proprio “nell’esonerare la Suprema Corte dall’esprimere compiutamente la sua adesione al persistente orientamento di legittimità”. La ratio dell’art. 360 bis c.p.c. è quella di consentire una più rapida delibazione dei ricorsi “inconsistenti”.

 

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ricorso per cassazione

Quando l’avvocato notifica un atto firmato digitalmente (vedi un ricorso per cassazione ), questo deve essere creato precedentemente con word e trasformato in PDF

Parliamo del combinato disposto dell’art. 3 bis della L.53/94 e della normativa sulle notifiche così come modificata dall’art. 1 comma 3, decreto 28 dicembre 2015, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 4 del 7 gennaio 2016 e contenente le modifiche alle specifiche tecniche previste dall’art. 34, comma 1 del decreto 21 febbraio 2011, n. 44.

Il prefato decreto contiene le regole tecniche per l’adozione, nel processo civile e nel processo penale, delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, in attuazione dei principi previsti dal decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, e successive modificazioni, ai sensi dell’articolo 4, commi 1 e 2 del decreto-legge 29 dicembre 2009, n. 193, convertito nella legge 22 febbraio 2010, n. 24.

Alla luce delle succitate norme, quando l’avvocato notifica un atto proprio firmato digitalmente, tale atto deve essere creato precedentemente con word e direttamente trasformato in file PDF.

Inoltre, il testo della normativa è chiaro nel prevedere che la procura alle liti va rilasciata all’avvocato su foglio separato del quale è estratta copia informatica, anche per immagine, ai sensi e per gli effetti dell’art. 18 n. 5 del DM 44/2011 così come modificato dal DM 48/2013. Successivamente essa notificata via pec con documento informatico separato allegato al messaggio di posta elettronica certificata mediante il quale l’atto è notificato.

Quanto all’atto principale, ad esempio il ricorso per Cassazione esso è ottenuto dalla trasformazione di un documento testuale, senza restrizioni per le operazioni di selezione e copia di parti; non è pertanto ammessa la scansione di immagini.

Ergo, i problemi sorgono quando il ricorso introduttivo –  pur essendo costituito da un file formato pdf –  non è un atto nativo digitale (ottenuto cioè mediante la trasformazione di un documento testuale), ma è un file ricavato mediante la scansione di immagini e poi sottoscritto digitalmente. Ciò accade, ad esempio, quando la procura è stata inserita in calce all’atto e compare con sottoscrizione autografa, poi scansionata, del cliente e dell’avvocato patrocinatore della stessa per l’autentica. Ci riferiamo, quindi, ai casi in cui il patrocinio del ricorrente redige l’atto, stampa lo stesso con la procura in calce sottoscritta dalla parte assistita, autentica la relativa procura con sottoscrizione autografa e poi sottoscrive il ricorso e scannerizza il tutto siglando il file digitale così ottenuto con firma digitale.

L’avvocato potrà, invece, notificare l’atto a un soggetto il cui indirizzo PEC risulti da pubblici elenchi avendo cura di allegare al messaggio PEC (da inviare ai fini della notifica) sia l’atto introduttivo (nativo digitale) sia la procura alle liti rilasciata dal cliente.

Sul punto, una interessante sentenza del Tribunale di Livorno evidenzia: “L’atto del processo in forma di documento informatico, da depositare telematicamente all’ufficio giudiziario, rispetta i seguenti requisiti: a) è in formato PDF; b) è privo di elementi attivi; c) è ottenuto da una trasformazione di un documento testuale, senza restrizioni per le operazioni di selezione e copia di parti; non è pertanto ammessa la scansione di immagini; d) è sottoscritto con firma digitale o firma elettronica qualificata esterna secondo la struttura riportata ai commi seguenti; e) è corredato da un file in formato XML, che contiene le informazioni strutturate nonché tutte le informazioni della nota di iscrizione a ruolo, e che rispetta gli XSD riportati nell’Allegato 5; esso è denominato DatiAtto.xml ed è sottoscritto con firma digitale o firma elettronica qualificata.”

Se così non avviene, occorre domandarsi se l’atto abbia i requisiti formali  indispensabili per raggiungere lo scopo suo proprio.

La risposta non può che essere negativa, secondo la sentenza testè citata: “Il rispetto delle regole tecniche (quali ad esempio quella sui formati ammessi dei files degli allegati) ha lo scopo di rendere tali atti immediatamente intelligibili a tutti gli attori del processo (senza imporre la necessità di ricercare programmi di conversione di formati diversi), così come la norma che impone che l’atto del processo sia un .pdf ottenuto mediante la trasformazione di un documento testuale, ha lo scopo di rendere l’atto navigabile ad ogni attore del processo e dunque quello di consentire l’utilizzo degli elementi dell’atto, senza la necessità di ricorrere a programmi di riconoscimento ottico dei caratteri, detti OCR (optical character recognition). Ma se così è, la redazione dell’atto processuale in formato pdf ottenuto mediante scansioni per immagini non è idoneo a raggiungere lo scopo dell’atto e dunque deve essere dichiarato nullo ai sensi dell’art 156 comma 2° c.p.c. Nel caso di specie deve dunque essere dichiarata la nullità dell’atto introduttivo del giudizio” (Tribunale Livorno, sentenza del 25.07.14).

Anche il Tribunale di Roma si è espresso nello stesso senso pronunciandosi con sentenza del 13.07.14 e dichiarando l’inammissibilità di un ricorso per decreto ingiuntivo: “La norma impone che l’atto del processo sia in formato pdf ottenuto mediante la trasformazione di un documento testuale, proprio per conseguire lo scopo di rendere l’atto navigabile ad ogni attore del processo e dunque quello di consentire l’utilizzo degli elementi dell’atto, senza la necessità di ricorrere a programmi di riconoscimento ottico dei caratteri, detti OCR (optical character recognition), pertanto, la redazione dell’atto processuale in formato pdf ottenuto mediante scansioni per immagini non è idoneo a raggiungere lo scopo dell’atto e dunque deve essere dichiarato nullo ai sensi dell’art 156 comma 2° c.p.c.”

In siffatte, ipotesi, deve dunque essere dichiarata la nullità anche del ricorso per Cassazione introdotto senza i crismi di legge.

 

Avv. Francesco Carraro

Foro di Padova

 

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