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L’Azienda sanitaria dovrà restituire al professionista gli importi trattenuti dallo stipendio a titolo di risarcimento per inappropriatezza prescrittiva

Si era visto decurtare dalla Asl, a titolo di risarcimento, 276 euro per 12 mensilità di stipendio (per un totale di oltre 3 mila euro) per inappropriatezza prescrittiva. In particolare aveva prescritto, tra il 2013 e il 2014, in favore di una sola paziente bombole di ossigeno gassoso oltre i quantitativi previsti nelle linee guida in materia. Il tutto su indicazione dell’Utic di un centro del basso Salento. Il camice bianco, tuttavia, si è visto  accogliere il dal Tribunale del lavoro il ricorso presentato contro il provvedimento. L’Azienda sanitaria dovrà dunque restituire l’importo trattenuto dalle competenze stipendiali del professionista.

I Giudici hanno infatti evidenziato come le linee guida, “al di là delle questioni relative al carattere cogente” e “delle conseguenze derivanti da eventuali violazioni” siano finalizzate ad evitare sprechi.
Ciò presuppone normalmente “condotte reiterate e relative ad una pluralità di casi e di pazienti, apparendo invece difficilmente compatibile con prescrizioni nei confronti di un’unica paziente”. Tanto più “ove si consideri che esse erano assistite da una espressa ‘autorizzazione utilizzo farmaco al di fuori delle indicazioni fornite dal ministero della Salute’”.

Pertanto “trattandosi di un unico episodio e dati gli importi certamente non elevati del presunto ‘spreco’”, non vi sarebbero “elementi per ritenere che vi sia stato dolo o colpa grave”.

Il Tribunale ha inoltre sottolineato come il medico potrebbe essere costretto a dover scegliere di non prescrivere un farmaco, pure ritenuto necessario o comunque utile per la cura di un paziente, per evitare trattenute sullo stipendio. Di conseguenza “una interpretazione così rigida e rigorosa del valore delle ‘linee guida’ e degli effetti di eventuali violazioni delle relative prescrizioni o indicazioni appare pericolosa rispetto alle esigenze di tutela del diritto alla salute”.

Il medico, di fronte a dubbi di difficile soluzione, si potrebbe ritrovare tra il timore di responsabilità nei confronti dei pazienti e rischi di trattenute sullo stipendio. “È evidente quindi – si legge nella sentenza – che un qualche margine di discrezionalità deve essere lasciato al medico e che la sua responsabilità personale può essere ravvisata solo in caso di dolo o di errore grave conclamato”.

 

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obblighi vaccinali

Il TAR ha rigettato l’istanza cautelare proposta da alcuni genitori contro l’ordinanza del Sindaco sull’inottemperanza agli obblighi vaccinali

Il TAR per l’Emilia Romagna ha rigettato l’istanza cautelare proposta da alcuni cittadini contro l’ordinanza emessa dal Comune di Rimini sull’inottemperanza agli obblighi vaccinali. Il provvedimento firmato dal Sindaco Andrea Gnassi (nella foto) prevede sanzioni da 25 a 500 euro (in via breve 50 euro),  per ogni giorno in cui i genitori continueranno a portare all’asilo nido o alla scuola dell’infanzia i figli non vaccinati.

Inoltre dispone “il divieto di accesso ai servizi educativi e alle scuole per l’infanzia comunali, privati e statali dei minori i cui genitori non abbiano presentato la documentazione comprovante l’effettuazione delle vaccinazioni obbligatorie per legge”.

Il Tribunale Amministrativo ha evidenziato come “nella comparazione dei contrapposti interessi, risulta manifestatamente prevalente la tutela del fondamentale interesse pubblico alla salvaguardia della salute rispetto all’interesse privato fatto valere in giudizio”.

 “Una sentenza importante, non solo per Rimini – commenta l’amministrazione comunale – perché afferma chiaramente come la tutela della salute venga prima di ogni altra cosa. Un risultato che, crediamo e speriamo, possa finalmente dare certezze al Paese intero”.

“Non commento le sentenze – afferma su Facebook l’Assessore alla Sanità dell’Emilia Romagna Sergio Venturi -. Dico solo che si conferma ancora una volta la correttezza dell’impianto che sta alla base della nostra legge sull’obbligatorietà dei vaccini. La tutela della salute, specialmente dei più piccoli, è stata l’unica ragione che ci ha spinto a scrivere una legge, basata rigorosamente su evidenze scientifiche, che è stata presa ad esempio dall’intero Paese.

“Il TAR – conclude Venturi – ha stabilito che il Comune di Rimini ha agito in modo corretto, secondo quanto previsto dalla legge, e quindi sono davvero soddisfatto che le scelte fatte dal Sindaco Gnassi siano state riconosciute legittime in sede di giudizio”.

 

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ricorso

Tre ricorrenti avevano proposto ricorso contro il gestore unico del servizio idrico della provincia di Viterbo

Col ricorso de quo, i ricorrenti lamentavano che l’acqua fornita dal gestore non era potabile. Si tratta di acqua priva dei requisiti di legge a causa del superamento dei parametri massimi di arsenico e cloruri.

Chiedevano pertanto, la condanna della convenuta al risarcimento della somma di Euro 800 riferita al quantitativo di acqua potabile per nucleo familiare medio e al risarcimento del danno in via equitativa, anche per lesione del diritto alla salute.

E in ogni caso, chiedevano che gli fosse riconosciuta la possibilità di corrispondere solo il 50% del canone di acqua potabile per i periodi di non potabilità e divieto di consumo, nonché la condanna del gestore alla restituzione del 50% dei canoni già versati per i periodi in oggetto.

Nel 2014 giungeva la prima sentenza che accoglieva parzialmente le domande degli attori, riconoscendo loro il risarcimento del danno nella misura di Euro 600 e il diritto di manleva del gestore, che nel frattempo aveva chiesto di chiamare in causa anche la Regione Lazio.

Ebbene, è stata proprio quest’ultima a sollevare la questione del difetto di giurisdizione in favore del giudice amministrativo dinanzi al Tribunale di Viterbo; questione successivamente, accolta.

Cosicché la vicenda veniva rimessa al vaglio dei giudici di legittimità.

Secondo i ricorrenti doveva ritenersi errata la pronuncia relativa al difetto di giurisdizione, posto che non era in discussione la natura pubblicistica della determinazione della tariffa, trattandosi di un criterio che non sarebbe mai stato contestato. Essi chiedevano semplicemente che gli fosse riconosciuto il diritto alla riduzione del prezzo per la fornitura di un prodotto privo dei requisiti di legge.

Ebbene i giudici della Cassazione hanno deciso di riporre la questione all’attenzione del Primo Presidente posto che il motivo di ricorso per cassazione con cui si censura la qualificazione della domanda giudiziale operata dal giudice di merito ai fini della individuazione della giurisdizione, si riverbera sempre sull’applicazione delle norme regolatrici della giurisdizione, sicché è riconducibile ai motivi di cui al n. 1 dell’art. 360 c.p.c. (Sez. U, Sentenza n. 1513 del 27/01/2016) e dunque va disposta la trattazione davanti alle Sezioni Unite di questa Corte.

La redazione giuridica

 

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mancata realizzazione del rinnovo contrattuale

Il Sindacato ha attivato una procedura nei confronti delle istituzioni italiane davanti alla CEDU per la mancata realizzazione del rinnovo contrattuale. A livello nazionale avviate le procedure per una class action contro Regioni e ARAN

Il sindacato dei medici CIMO, come suo primo atto del 2019, ha inviato oggi alla Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU) un ricorso contro le istituzioni italiane. L’oggetto del provvedimento è la mancata realizzazione del rinnovo contrattuale dei medici dipendenti entro il 31.12.2018. Una violazione, a detta dell’organizzazione, dell’accordo confederale del 30 novembre 2016 e della sentenza della corte costituzionale n. 178/15.

Contestualmente, CIMO ha anche attivato oggi le procedure in sede nazionale per una class action contro Regioni e ARAN sostanziate dalla stessa motivazione. A 90 giorni da oggi, sarà possibile per ogni cittadino e professionista aderirvi. Le due azioni giudiziarie seguono a stretto giro l’annuncio fatto lo scorso 14 dicembre.

Alla Corte Europea viene chiesto di far valere la palese violazione da parte di Governo, Regioni e ARAN dell’attuazione della menzionata sentenza della Consulta. Questa ha sancito l’illegittimità costituzionale del blocco della contrattazione collettiva del pubblico impiego, quando è stata evidente la sua applicazione “strutturale” anziché episodica.

Nella fattispecie del contratto della dirigenza medica, questa violazione si è fatta più concreta con la chiusura di tutti i contratti del comparto sanitario della PA e successivamente quello dei medici convenzionati. “Ritardi e politiche ambigue – sottolinea CIMO – hanno invece alzato una fitta nebbia su risorse e diritti di rinnovo nei termini per i medici dipendenti”.

“La lunga e scandalosa gestione delle trattive per questo rinnovo, atteso da dieci anni, è stata più volte denunciata durante il 2018”.

“Nel caso dei medici dipendenti . sottolinea l’Associazione –  non si è inteso nemmeno riconoscere gli incrementi accordati a qualunque altra fascia di dirigenza pubblica”. Senza contare il disagio dei medici, che, in questi anni di sottofinanziamento del SSN, ne hanno evitato il collasso. I camici bianchi, infatti,  si sono fatti carico degli stessi volumi di prestazioni, a fronte di circa 10.000 unità mediche in meno.

Le persistenti richieste di CIMO di chiarimenti sui fondi che dovevano essere accantonati per il rinnovo contrattuale da parte delle Regioni, sono state ignorate. Ciò ha costretto il sindacato a una diffida e successivamente alla segnalazione alla Corte dei Conti.

E’ proprio su questi elementi che si muove nello specifico la procedura di class action contro Regioni e ARAN. Tali soggetti verranno indicati alla Magistratura come i responsabili del mancato rinnovo del contratto di lavoro entro la scadenza di legge. Nei loro confronti si chiedono anche i danni “per il disagio subito dai medici dipendenti in questa lunga fase di discriminazione e stallo”.

“E’ un dovere morale per CIMO attivare formalmente tali azioni giudiziarie – chiarisce il Presidente nazionale CIMO, Guido Quici. E’ il nostro primo atto ufficiale del 2019 cui seguiranno altri di non minore rilevanza”. Per Quici, si tratta di un atto dovuto nei confronti non solo degli iscritti ma di tutta la dirigenza medica e sanitaria.

 

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fatturazione elettronica

Presentato un ricorso d’urgenza contro l’Agenzia delle Entrate per chiedere lo stop all’entrata in vigore della normativa sulla fatturazione elettronica

L’Associazione Nazionale Commercialisti ha depositato presso il Tribunale Civile di Roma un ricorso contro l’Agenzia delle Entrate. Il sindacato chiede, in via d’urgenza, il differimento dell’entrata in vigore della normativa sulla fatturazione elettronica, almeno fino a quando il sistema non sarà sanato da una serie di vizi relativi al possibile uso improprio dei dati. Anomalie che, secondo i professionisti, pongono gravissimi pregiudizi sulla privacy degli utenti  e sulla sicurezza del sistema economico del Paese.

“È una misura estrema – dichiara il Presidente Marco Cuchel – alla quale siamo giunti alla fine di un estenuante percorso fatto di segnalazioni, istanze, richieste di incontro a tutte le istituzioni e le autorità coinvolte. Nel ricorso sono state denunciate le lesioni del diritto fondamentale alla protezione dei dati personali di cui all’art. 2 della Costituzione e all’art. 8, § 1 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e all’ art. 16, § 1 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, in relazione al Regolamento europeo 2016/679”.

Il Consiglio Direttivo dell’Associazione ha deliberato la presentazione del ricorso dopo  incessanti perorazioni presso tutte le sedi deputate alla valutazione della normativa sulla fatturazione elettronica e relativa regolamentazione, che diverrà obbligatoria tra tutti i soggetti economici e privati dal 1 gennaio 2019.

Già dal 2017 ANC ha evidenziato tutte le storture, le anomalie e i rischi che il sistema comporta, che sono alla base delle motivazioni contenute nel ricorso e che necessitano pertanto di una valutazione urgente da parte della Giustizia ordinaria.

Lo scorso ottobre l’Associazione ha promosso un’azione presso il Garante per la Privacy e presso l’Autorità Garante per la concorrenza, segnalando il grave rischio che la normativa sulla fatturazione elettronica, consentendo la raccolta massiva di informazioni commerciali, possa mettere in pericolo la sicurezza di un intero sistema economico.

“Alla nostra segnalazione – spiega il sindacato – è seguito il provvedimento del Garante per la privacy nei confronti dell’Agenzia delle Entrate, la quale è stata avvertita e alla quale è stato ingiunto di far conoscere all’Autorità stessa le iniziative assunte per rendere il trattamento dei dati conforme alla normativa vigente. Non sappiamo, ad oggi, se l’Agenzia, abbia dato seguito e in quale modo al provvedimento del Garante”.

A novembre è seguita un’interrogazione parlamentare, “alla quale il Sottosegretario al Ministero delle Finanze Villarosa non ha dato una risposta minimamente soddisfacente”.

Sono quindi state inoltrate tre distinte richieste urgenti di incontro al Presidente del Consiglio Conte e ai Vicepresidenti Di Maio e Salvini. Richieste che sono rimaste inascoltate.

Sono stati inoltre respinti gli emendamenti al decreto fiscale che proponevano la modifica alla normativa sulla fatturazione elettronica. Le motivazioni, stando alle dichiarazioni del Ministro Tria e del Vicepresidente del Consiglio Salvini, sarebbero da attribuire a mere esigenze di cassa.

“È giunto quindi il momento – dichiara ancora Cuchel  -, inascoltati tutti i nostri avvertimenti, di affidarsi alla Giustizia, affinché siano ripristinate le regole che il diritto impone. Oggi – conclude – mediante l’azione che l’ANC è stata costretta ad intraprendere, la categoria esprime ancora una volta un’urgenza importante”.

 

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Foro di competenza e sua derogabilità: un approfondimento

Il punto focale della controversia esaminata dagli Ermellini riguarda l’affermazione della derogabilità o meno del foro di competenza…del consumetore

Con l’ordinanza n. 11128 del 20 maggio 2014 la Corte di Cassazione con un’ordinanza specifica ha fatto il punto sul ricorso per regolamento del foro di competenza fornendo importanti chiarimenti

La vicenda

Nel caso di specie, la Corte si è pronunciata sul ricorso proposto dal titolare di un ambulatorio odontoiatrico per prestazioni professionali fornite presso uno studio privato da parte di un odontoiatra esercente in un luogo diverso rispetto a quello di residenza del paziente sottoposto alle cure.

In primo luogo, la Corte ha specificato che non veniva contestata tra le parti l’applicabilità al caso de quo delle norme contenute nel c.d. codice del consumato e l’applicabilità del foro del consumatore.

I giudici hanno ricordato infatti che si tratta di una pretesa creditoria per prestazioni professionali di natura medico-sanitaria odontoiatrica eseguite in uno studio privato.

Alla luce di ciò, il contratto di prestazione d’opera professionale concluso tra paziente e medico rientra nell’ambito della disciplina dei contratti del consumatore.

E questo vale anche se il contratto – come nel caso di specie – non sia stato concluso per iscritto e il paziente abbia scelto di avvalersi dell’attività di un medico esercente in un luogo diverso dalla sua residenza.

A questo proposito, i giudici della Cassazione ricordano che il punto centrale della controversia riguarda l’affermazione della derogabilità o meno del foro del consumatore.

Un aspetto fondamentale, ricordano i giudici, per verificare se, nel caso de quo, l’eccezione di incompetenza territoriale sia stata tempestiva o tardiva, con riferimento al combinato disposto dell’art. 38 c.p.c. (cosi come modificato dalla L. 18 giugno 2009, n. 69) e D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206, art. 33, comma 2, lett. u).

In merito al ricorso per regolamento di competenza, la Cassazione rileva inoltre che la giurisprudenza più recente sostiene che il foro del consumatore, sebbene esclusivo, è di natura derogabile, ma solo in un caso specifico, come ben illustrato dall’accurata analisi su questo argomento dell’Avv. Maria Teresa De Luca.

 

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Multa al soggetto sbagliato: ecco un vademecum su come comportarsi

Ecco come tutelarsi a fronte della notificazione di un verbale a soggetto estraneo.

Accade sempre più spesso che una multa al soggetto sbagliato costringa chi ne riceve notifica a doversi tutelare: ma come fare?

Un breve vademecum a riguardo può certamente essere utile per capire come comportarsi appena si riceve notifica.

Può capitare che gli agenti accertatori della Polizia locale contestino una violazione commettendo errori materiali, recapitando una multa al soggetto sbagliato.

In certi casi, non occorre allarmarsi, ma è importante sapere come muoversi. Soprattutto, seguendo questa procedura, non sarà necessario un ben più gravoso ricorso al Prefetto (entro 60 giorni) o, peggio ancora al Giudice di Pace (entro 30 giorni).

I passi da compiere

Al ricevimento della raccomandata A.G. inizia a decorrere un tempo di 10 giorni entro il quale occorre compiere le seguenti azioni.

La prima è mettersi in contatto telefonico con il comando di Polizia locale che contesta la violazione, spiegando l’accaduto. Poi far presente che c’è stato un errore da parte dell’agente accertatore. A quel punto, il comando risponderà di seguire le istruzioni di cui al retro del verbale di contestazione.

Sul retro del verbale, si può leggere “Notificazione verbale a soggetto estraneo art. 386 reg. C.d.S.”.

Lì si noterà che dal momento della notifica il soggetto c.d. estraneo avrà 10 giorni di tempo per effettuare una comunicazione (via mail o via fax solitamente) proprio per evidenziare l’errore. Occorrerò a tal fine allegare idonea documentazione.

Entro questi 10 giorni, la persona dovrà comunicare via mail o via fax l’errore materiale dell’agente, descrivendo puntualmente lo stato delle cose.

Nello specificp, nei casi in cui una multa al soggetto sbagliato obblighi a contestare l’accaduto, è importante indicare l’errore riportando quanto segue.

In primis, che egli è in realtà proprietario di un diverso modello di autoveicolo (nel verbale è sempre indicato il modello del veicolo e la targa) e a riprova è vivamente consigliato allegare in pdf il libretto di circolazione.

Poi, che egli è proprietario di un autoveicolo con numero di targa differente rispetto a quella indicata. Anche in questo caso è opportuno allegare un pdf.

Infine, specificare che nella data indicata nel verbale si trovava altrove. Provare tale aspetto non è semplice, ma possono aiutare scontrini fiscali, dichiarazioni del datore di lavoro eccetera.

In tutti i casi è sempre opportuno allegare un proprio documento di identità.

Altro consigio è quando di inoltrare tutto anche via pec, così come effettuare una successiva telefonata al comando per verificare che i responsabili si siano attivati per verificare l’errore.

In genere tale modus operandi è sufficiente per far constatare l’errore al comando di Polizia locale. Quest’ultimo avrà 30 giorni di tempo dal ricevimento della comunicazione per provvedere con un annullamento del provvedimento.

È importante sottolineare che senza la comunicazione di cui sopra il verbale seguirà il normale procedimento.

Tuttavia non bisogna escludere che l’errore sia dovuto anche a eventuali clonazioni della proprio targa. In quest’ultimo caso è più opportuno procedere con una vera e propria denuncia, per evitare successivi inconvenienti, anche ben più gravosi.

 

 

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sentenza ex specializzandi

La decisione della Corte d’Appello di Napoli segna una nuova rotta per l’orientamento giuridico: buone chance di ottenere un risarcimento per i medici che vogliano fare ricorso per il trattamento penalizzante subito

Buone notizie per gli ex specializzandi che hanno frequentato i corsi dal 1999 al 2007: la Corte di Appello di Napoli, infatti, ha riconosciuto loro il diritto al trattamento retributivo e previdenziale previsto dal d.lgs. 368/1999. Attualmente, invece, a loro spettava il trattamento penalizzante che è previsto dal d.lgs. 257/1991, e che è stato applicato illegittimamente fino all’anno 2007.

La giurisprudenza, con questa sentenza, come si legge su DottNet, finalmente introduce un nuovo orientamento del giudice ordinario: alla luce di questa decisione, infatti, i medici che hanno frequentato il corso di specializzazione tra l’anno 1999 e l’anno 2007 hanno buone speranza di riuscire a far valere il diritto alla adeguata remunerazione del periodo di formazione.

Nello specifico, la Corte di Appello ha accolto una domanda di risarcimento danni che era stata avanzata nei confronti dello Stato italiano, dando così ragione a un medico che aveva frequentato la scuola di specializzazione negli anni dal 1998/1999 al 2002/2003. La sentenza ha stabilito che la Presidenza del Consiglio dei Ministri è responsabile per il tardivo adeguamento dell’ordinamento interno all’ordinamento comunitario. L’entrata in vigore del con il d.lgs. 17.8.1999, n. 368 – che recepiva la direttiva comunitaria 93/16/Ce – è stata differita dall’ordinamento giuridico italiano e per questo si è determinato un ingiusto trattamento dei medici che hanno seguito i corsi di specializzazione nel periodo che va dall’entrata in vigore del d.lgs. 368/1999 al 2007. Questo danno dovrà essere risarcito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri che, ora, dovrà pagare la differenza tra il trattamento economico percepito e quello dovuto.

Il termine di prescrizione è stato stabilito su scala decennale a partire dalla pubblicazione del d.P.C.M. del 2007: c’è quindi tempo ancora fino al 2017 per chiedere un risarcimento.

 

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Secondo una nuova sentenza, la Presidenza del Consiglio dovrà pagare più di 24 milioni di euro a 667 ricorrenti per il mancato riconoscimento delle borse di Studio in mancata applicazione delle normative europee

Ancora una vittoria per i medici ex specializzandi: in una nuova sentenza della Corte di Appello di Roma, i giudici danno loro ragione ancora una volta nel contenzioso aperto con lo Stato per il mancato riconoscimento della borsa di studio (prevista da direttive europee) nel corso della loro specializzazione post laurea.

Nella fattispecie, la Presidenza del Consiglio dovrà pagare più di 24 milioni di euro a 667 ricorrenti riunitisi  in una delle azioni collettive portate avanti e promosse da Consulcesi Group.

La cifra, già di per sé molto elevata, potrebbe ulteriormente crescere se saranno anche richiesti gli ulteriori interessi che i medici ex specializzati hanno maturato nel corso del procedimento.

Quella messa in atto dalla Corte d’Appello di Roma, però, non è una decisione che arriva inaspettata dal momento che su questa tematica si è aperto una giurisprudenza ormai consolidata che potrebbe costare davvero molto caro alle casse pubbliche. È per questo che la politica stessa ora, vuole chiudere in fretta la questione, cercando di trovare tra le parti un accordo transattivo: è in questo senso che va vista la calendarizzazione di un Disegno di Legge per unire i Ddl già presentati (3 in tutto) con i quali si prevedere un rimborso forfettario di 13mila euro per ogni anno di specialità, solo per chi avrà presentato ricorso prima della trasformazione in legge.

Per il presidente di Consulcesi Group, però, «Ora il governo si trova davanti ad un bivio: continuare a pagare i medici che continuano a vincere nei tribunali di tutta Italia oppure trovare un accordo con loro, risparmiando, in questa maniera, svariati miliardi di euro, che continuano ad uscire dalle casse della Banca d’Italia e quindi sono soldi pubblici» spiega Massimo Tortorella. «Sono infatti centinaia le cause intentate, in attesa di giudizio o che si sono già concluse con la vittoria dei nostri medici. Lo Stato deve trovare una soluzione perché quest’ultima esemplare sentenza conferma una giurisprudenza totalmente favorevole ai medici e questi ulteriori 24 milioni di euro vanno ad aggiungersi agli oltre 400 milioni già riconosciuti in favore solo dei medici tutelati da Consulcesi. I tempi però stringono, bisogna affrettarsi a fare ricorso: è imminente una nuova azione collettiva con numerosi gli OMCeO, Enti, Associazioni, Sindacati e Società Scientifiche che hanno già convenzionato tutti i loro iscritti».

Commento a Cassazione Civile, Sezione Terza, Sentenza n°24220/2015.

Nel mio peregrinare fra convegni e tavole rotonde, dove sono spesso invitato a parlare, l’argomento che più mi si chiede di trattare è il “consenso informato”. In una delle ultime occasioni, un dottore si avvicinò sbruffando dicendomi: “ma possibile avvocato che in ogni corso o convegno ci deve stare il consenso informato?”. Io risposi dicendo che evidentemente è un argomento che crea insicurezza e che, purtroppo, nel nostro paese proprio il consenso rappresenta una croce per i medici e una delizia per giudici e pazienti.

La sentenza oggi in commento rappresenta l’ennesima conferma a questa verità. Il caso di specie è tanto semplice quanto umanamente difficile. Alla Suprema Corte è giunto il ricorso di una coppia che ha disconosciuto il proprio figlio, affetto dalla sindrome di down, perché nato malato, e che pretendeva un ristoro dal proprio ginecologo per responsabilità medica, consistita nell’avere omesso di effettuare tutti gli esami diagnostici utili al fine di scoprire eventuali tare del feto, così come pure di aver effettuato “in ritardo” la fatidica ecografia “morfologica” e nell’averla male eseguita o interpretata.

Inoltre, la coppia avanzava ricorso per il riconoscimento del danno da mancata informazione per non aver prescritto, il medico citato in giudizio, la amniocentesi o la villocentesi (così come il cariotipo) ma solo il bi-test in considerazione della assenza di familiarità per la sindrome di down e della giovane età della madre e del padre del nascituro e non aver informato la paziente sulla possibilità di sottoporsi ad esami ultronei e più approfonditi e certi, quanto pure, più invasivi e rischiosi.

Nei primi due gradi di giudizio, il medico venne ritenuto esente da ogni colpa e, in riferimento alla correttezza della informazione, lo stesso non venne ritenuto manchevole per aver illustrato i risultati del bi-test  e aver messo al corrente la coppia del fatto che tale risultato era statistico e, quindi, non in grado di escludere completamente il rischio che il feto fosse portatore di patologie genetiche seppure indicativo di una certa tranquillità, così come pure, stante il fatto che gli ulteriori esami diagnostici non erano consigliati dai protocolli e da condizioni particolari, non poteva essere ritenuto responsabile di non aver rescritto o informato su esami che si ritenevano non necessari.

Gli ermellini, nell’analizzare i motivi di ricorso, pongono alcune precisazioni molto importanti in tema di responsabilità medica, così come pure in tema di obbligo di informazione. Da un lato, infatti, essi confermano le sentenze di merito che non rilevano responsabilità del medico dal punto di vista sia della condotta che della appropriatezza dell’operato dello stesso. Dall’altro, ed è qui che la sentenza diventa interessante, rilevano una colpa per lo stesso medico sotto il profilo del dovere di informazione.

A parere dei Supremi Giudici, infatti, il dovere di informazione incombe sempre e comunque sul medico, al di là della ritenuta utilità scientifica della informazione fornita. In virtù del rapporto di natura contrattuale che lega medico e paziente, il dovere di informazione, quindi, si traduce in una fondamentale clausola contrattuale che deve essere adempiuta al fine di porre il paziente in grado di scegliere non solo il se e come curarsi (rectius sottoporsi alle cure proposte), ma anche in grado di valutare se, secondo la propria personale opinione, considerati pro e contro, sottoporsi o meno ad un esame diagnostico.

Un simile giudizio che appare “prima facie salomonico, in realtà è foriero di fondamentali chiarimenti in merito al dovere di informazione e, estendendo il concetto in senso pratico, all’acquisizione del consenso informato. Specifica la Cassazione, infatti, che tale obbligo è diversamente graduabile a seconda che le informazioni riguardino aspetti legati alla salute del paziente, ovvero a scelte personali dello stesso.

Cerchiamo di meglio capire: se il paziente versa esso stesso in una situazione di salute precaria per la quale alcune cure si impongono come altamente consigliabili o necessarie, il medico dovrà informare tenendo sempre presente il più alto valore del diritto alla salute che mitiga, secondo la Corte, gli effetti dell’agire del medico stesso. Così come pure, le informazioni riguardanti l’acquisizione di un consenso inerente un atto medico con finalità curative e di salvaguardia della salute, dovranno e potranno essere circostanziate a ciò che riguarda quello specifico atto medico e non dovranno estendersi ad ipotetiche altre vie non necessarie e non consigliate per il caso di specie.

Diversamente, quando il diritto da tutelare è il diritto all’autodeterminazione, in questo caso rispetto alla esecuzione di alcuni esami ed alla scelta conseguente di interrompere la gravidanza, il dovere di informazione assume la sua massima valenza e forza ed il medico dovrà informare il paziente di tutte le possibilità diagnostiche e gli esami eseguibili anche al di là di quelli che sono i riscontri ottenuti con le prime indagini e la previsione o meno dei successivi step diagnostici in protocolli o linee guida. Come si vede, stante il fatto che il consenso informato occupa almeno una volta la settimana il lavoro degli Ermellini, l’argomento è sempre e comunque attuale e la ricerca dell’informazione perfetta continua a rimanere, ahinoi, una chimera.

Avv. Gianluca Mari

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