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riforma orlando

contro la sentenza di non luogo a procedere

La L. n. 103 del 2017, nota anche come riforma Orlando, ha modificato l’art. 428 c.p.p., cosicché oggi, contro la sentenza di non luogo a procedere è possibile proporre, quale mezzo di impugnazione, soltanto l’appello e non più il ricorso per cassazione

La vicenda

Con il provvedimento del GIP presso il Tribunale di Bergamo, che aveva pronunciato sentenza di non luogo a procedere nei confronti dell’imputato per il reato di abbandono di minore, il Pubblico Ministero proponeva ricorso per Cassazione, deducendo la violazione di legge in relazione agli artt. 591 e 425 c.p.p..

A sua detta, la sentenza impugnata era stata emessa al di fuori dei presupposti normativi per l’emanazione del giudizio di non luogo a procedere, essendo state invece, anticipate le valutazioni sulla responsabilità dell’imputato, che non competono al giudice per l’udienza preliminare.

Ma il Procuratore Generale presso la Corte di cassazione ha chiesto la conversione del ricorso in appello, dovendosi applicare, nel caso di specie, la nuova L. n. 103 del 2017, che ha modificato l’art. 428 c.p.p., stabilendo che contro la sentenza di non luogo a procedere è proponibile solo l’appello e non più il ricorso per cassazione.

Ebbene, i giudici della Suprema Corte hanno stabilito che il ricorso dovesse essere convertito in appello, alla luce della citata novella legislativa, il cui art. 1, comma 38, ha sostituito – a decorrere dal 3 agosto 2017, data dell’entrata in vigore del provvedimento normativo – l’art. 428 c.p.p., comma 1, nella parte in cui prevedeva la ricorribilità della sentenza pronunciata a norma dell’art. 425 c.p.p., stabilendo che la stessa è oggi appellabile dalle parti legittimate, tra le quali il Procuratore Generale.

Ed infatti, il provvedimento impugnato era stato emesso in data successiva all’entrata in vigore della nuova formulazione dell’art. 428 c.p.p., sicché esso è stato ritenuto appellabile e non ricorribile dinanzi alla Corte di Cassazione.

Non si tratta di un ricorso per saltum

Non era neppure configurabile, nel caso di specie, una ipotesi ricorso immediato, c.d. per saltum, posto che, come è stato già affermato dall’ordinanza della Quarta Sezione n. 29520 del 2018 esistono ragioni ostative a tale opzione interpretativa.

Gioca in tal senso, anzitutto, il tenore letterale della disposizione di cui all’art. 569 c.p.p., comma 1: il ricorso per saltum, infatti, è previsto da tale norma solo avverso le sentenze di primo grado e non, quindi, per ogni tipo di decisione del giudice.

E in ogni caso, sul punto la Corte di legittimità ha già affermato che, nel vigente ordinamento processuale, il ricorso per saltum è limitato alla sola fase della cognizione, come si desume dalla lettera del richiamato art. 569 c.p.p., comma 1, che attribuisce tale facoltà alla parte che ha diritto ad appellare la sentenza di primo grado (cfr. Sez. 6 ord. n. 9970 del 15/02/2005) e, dunque, il provvedimento con cui si chiude il giudizio di cognizione di primo grado.

Ulteriore conferma emerge dal confronto tra il testo dell’art. 428 c.p.p., precedente alla modifica legislativa di cui alla L. n. 46 del 2006, e quello attuale, consegnato all’interprete dalla citata novella del 2017.

Ebbene, l’art. 428 c.p.p., ante L. n. 46 del 2006, prevedeva l’appellabilità della sentenza di non luogo a procedere e, al comma 4; prevedeva, altresì, espressamente, anche la possibilità, per il Procuratore della Repubblica, il Procuratore Generale e l’imputato, di proporre ricorso immediato per cassazione a norma dell’art. 569 c.p.p.

Il principio di diritto

Tale possibilità, oggi, «non è stata reintrodotta nel novellato art. 428 c.p.p., nonostante il ripristino dell’appellabilità della sentenza di non luogo a procedere, sicché appare corretto ritenere che il legislatore abbia voluto evitare di ripercorrere le tracce passate della procedura di impugnazione delle sentenze di non luogo a procedere, bensì abbia voluto circoscriverne la possibilità alla cognizione di merito, sottraendo alla Cassazione una porzione non minima di contenzioso, nell’ottica di alleviarne i carichi e diminuirne le competenze non collegate direttamente al suo ruolo di giudice dell’interpretazione nomofilattica».

In conclusione, è stato affermato il seguente principio di diritto: la sentenza di non luogo a procedere emessa, ai sensi dell’art. 425 c.p.p., in epoca successiva all’entrata in vigore della L. n. 103 del 2017, che ha modificato l’art. 428 c.p.p., comma 1, è appellabile e non ricorribile per cassazione, neppure con ricorso per saltum; sicché il ricorso proposto in sede di legittimità avverso tale sentenza deve essere qualificato come appello.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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APPELLO INAMMISSIBILE SE NON C’E’ CORRELAZIONE CON LA SENTENZA IMPUGNATA

definizione agevolata cartella INPS

Con la dichiarazione di definizione agevolata della cartella INPS da parte del debitore e la comunicazione dell’esattore, ai sensi dell’art. 6 del d.l. n. 193 de 2016, il relativo giudizio di legittimità deve essere dichiarato estinto

Con la sentenza in commento, la Corte di Cassazione ha ribadito il recente principio giurisprudenziale (Cass. n. 24083/2018) secondo cui in presenza della dichiarazione del debitore di avvalersi della definizione agevolata con impegno a rinunciare al giudizio, ai sensi dell’art. 6 del d.l. n. 193 de 2016 convertito con modificazioni in l. n. 225 del 2016, cui sia seguita la comunicazione dell’esattore ai sensi del comma 3 di tale norma, il giudizio deve essere dichiarato estinto, ex art. 391 c.p.c., rispettivamente per rinuncia del debitore, qualora egli sia ricorrente, ovvero perché ricorre un caso di estinzione ex lege, qualora resistente o intimato; in entrambe le ipotesi peraltro, deve essere dichiarata la cessazione della materia del contendere qualora risulti, al momento della decisione, che il debitore abbia anche provveduto al pagamento integrale del debito rateizzato.

La vicenda

Nel caso in esame, le parti avevano documentato di aver presentato dichiarazione di definizione agevolata, l’avvenuta comunicazione all’esattore ed anche di aver pagato gli importi dovuti; avevano perciò richiesto dichiararsi cessata la materia del contendere con la memoria depositata in funzione dell’adunanza della Suprema Corte.

L’INPS dal canto suo, nulla aveva eccepito in ordine a tale produzione documentale.

Si è in presenza di una fattispecie di estinzione ex lege del processo di cassazione per il verificarsi della fattispecie prevista dalla legge che regola l’adesione agevolata.

La situazione sostanziale – concludono i giudici Ermellini – resterò pertanto, regolata dal contenuto dell’atto comunicato dall’esattore a seguito della dichiarazione di avvalimento della procedura di definizione agevolata, mentre l’eventuale anche parziale inadempimento determinerà la sua evoluzione nei termini indicati dall’art. 6, comma 4 del d.l. n. 193/2016, convertito e poi richiamato dall’art. 1 del d.l. n. 148/2017 (l. n. 172/2017).

Nulla è, invece, stato disposto in ordine alle spese posto che “tanto nel caso di rinuncia al ricorso da parte del debitore quanto in quello, come nella specie, di emersione della verificazione della fattispecie applicata in situazione in cui il debitore (o contribuente) risulti esente (o intimato) non si debbono regolare le spese, il quanto il contenuto della definizione agevolata assorbe il costo del processo pendente”.

La redazione giuridica

 

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Non è sufficiente che l’atto di appello manifesti una volontà latu sensu impugnatoria, perché sia ammissibile e neppure sono sufficienti “frasi incidentali di censura alla sentenza impugnata meramente assertive ed apodittiche”, laddove difettino di una critica argomentata avverso il provvedimento “attaccato”

La vicenda

La Corte d’appello di Napoli aveva dichiarato inammissibile l’impugnazione proposta, per insufficiente specificazione dei motivi dell’atto di appello e, per l’effetto aveva ordinato l’immediata esecuzione della sentenza di condanna.
Ma per la difesa tale giudizio era errato posto che “se alla specificità non c’è limite, a quale livello si deve collocare l’asticella della determinatezza”?
Ed ancora, -si domandava il ricorrente -, “fermo restando che la generica affermazione di una sentenza ingiusta e di una decisione errata, non è in grado di individuare l’oggetto del giudizio d’appello, qual è l’elemento che consente di ritenere specificato il rapporto tra motivo e richiesta”?
Temendo che lo strumento dell’inammissibilità potesse diventare “di fatto” un mezzo anomalo per la deflazione dei carichi di lavoro, soprattutto nelle Corti d’appello con un notevole ruolo di cause, la difesa osservava come, nel caso di specie, erano stati pienamente rispettati tutti i requisiti previsti dal codice di rito in materia di impugnazioni.
Invero, nel ricorso difensivo, chiedevano al giudice di secondo grado di applicare la pena nel minimo, riconoscendo l’applicazione delle circostanze attenuanti generiche.
Il gravame, in altre parole, era stato fondato sul rilievo che il primo giudice avesse irrogato una pena eccessiva, violando il principio di proporzionalità della sanzione, per non aver preso in considerazione gli elementi di cui all’art. 133 c.p.

Il giudizio della Cassazione

Ma anche per i giudici della Cassazione, l’appello era inammissibile; e, quanto agli interrogativi posti dal difensore dell’imputato, così rispondono: «è il caso di ricordare che la questione del tasso di specificità dei motivi di appello, ai fini dell’esercizio dei poteri conferiti al giudice dell’impugnazione di dichiarare l’inammissibilità del gravame per genericità dei motivi, è stata esaminata dalle Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione che, con la sentenza Galtelli, hanno impartito un chiaro insegnamento in proposito, tanto più illuminante in quanto parametrato alla disciplina processuale ratione temporis vigente».
In proposito, le Sezioni Unite hanno espresso il principio secondo il quale l’appello, al pari del ricorso per cassazione, è inammissibile per difetto di specificità dei motivi quando non risultano esplicitamente enunciati e argomentati i rilievi critici rispetto alle ragioni di fatto o di diritto poste a fondamento della decisione impugnata, fermo restando che tale onere di specificità, a carico dell’impugnante, è direttamente proporzionale alla specificità con cui le predette ragioni sono state esposte nel provvedimento impugnato.
La specificità dei motivi trova fondamento nel fatto che essi non sono diretti all’introduzione di un nuovo giudizio, avulso da quello di primo grado, ma sono invece, diretti ad attivare uno strumento di controllo, su specifici punti e per specifiche ragioni della decisione impugnata, con la conseguenza che deve sussistere una necessaria correlazione tra la decisione censurata e l’atto di impugnazione.
Con la conseguenza che non è sufficiente, ai fini della valutazione di ammissibilità, che ai motivi di appello vengano aggiunte «frasi incidentali di censura alla sentenza impugnata meramente assertive ed apodittiche, laddove difettino di una critica argomentata avverso il provvedimento “attaccato” e l’indicazione delle ragioni della loro decisività rispetto al percorso logico seguito dal giudice di merito».

Non basta la mera volontà impugnatoria!

Detto in termini ancora più espliciti, affinché un capo della sentenza possa ritenersi validamente impugnato, non basta che l’atto di appello manifesti una volontà latu sensu impugnatoria, come la difesa sembrava ritenere, ma occorre esso si confronti concretamente con il capo o il punto impugnato mediante la stesura di precise e puntuali argomentazioni che, contrapponendosi alla motivazione della sentenza impugnata, puntino a disarticolarne il fondamento logico-giuridico.
Si tratta di un principio di diritto confortato dall’attuale assetto normativo, modificato dalla legge n. 103 del 2017, richiedendo che l’atto di impugnazione contenga, a pena di inammissibilità, l’enunciazione specifica di tutti i requisiti indicati nell’art. 581 c.p.p.
Nel caso in esame, di contro, il ricorrente si era del tutto disinteressato, con l’atto di appello, delle ragioni che avevano indotto il Tribunale a quella decisione.
Per tali motivi non poteva che derivarne la sua inammissibilità.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 
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nuovo sciopero

Al centro della contestazione la mancata revisione della riforma Orlando, come previsto nel contratto di Governo Lega-M5Stelle. Il nuovo sciopero durerà 4 settimane

I magistrati onorari torneranno a incrociare le braccia per 4 settimane consecutive, a partire dal 17 settembre al 14 ottobre 2018. Il nuovo sciopero è stato indetto per contestare l’operato del Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.

Nella lettera di proclamazione, l’Unione nazionale dei Giudici di Pace sottolinea come il Governo non abbia manifestato segnali concreti di condivisione delle istanze di categoria. Il tutto mentre procede spedita l’attuazione delle contestata riforma Orlando.

Questa prevede nuovi bandi di concorso per la nomina di giudici di pace e vice procuratori onorari, nonché l’obbligatorietà dell’ufficio del processo. E ancora l’avvio delle procedure dei trasferimenti, il ritiro dei tesserini di riconoscimento e l’approvazione delle nuove dotazioni organiche.

Nel contratto di Governo, Lega e Movimento 5 Stelle avevano previsto una “completa modifica” della riforma Orlando, affrontando anche le questioni relative al trattamento spettante ai magistrati onorari, nonché alle coperture assistenziali e previdenziali.

Successivamente, tuttavia, il Ministro Bonafede e il Governo, secondo l’UNAGIPA, avrebbero posto in essere atti incompatibili con tali intenzioni.

Da ultimo, in sede di conversione del Decreto Milleproroghe, il Senato avrebbe bocciato gli emendamenti volti a sospendere l’esecuzione della riforma Orlando sulla magistratura onoraria.

I giudici di pace e i magistrati onorari di Tribunali e Procure trattano oltre il 60% del contenzioso civile e penale di primo grado. Eppure – sottolinea l’Associazione, “sono precari senza diritti e tutele, ai quali lo Stato non riconosce neppure la dignità di lavoratori”.

I Giudici di Pace assicureranno, durante tutto il periodo dello sciopero, la tenuta di una sola udienza a settimana. Tutte le altre attività giudiziarie e amministrative resteranno invece sospese.

Per l’intero periodo i Giudici di Pace si asterranno, inoltre, dalla partecipazione a corsi di formazione, distrettuale e nazionale, nonché da ogni altra attività legata al proprio ufficio. Verranno garantiti solamente gli atti indifferibili e urgenti previsti dal codice di autoregolamentazione dello sciopero.

 

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Reati procedibili a querela: un decreto allunga la lista

È stato approvato in via definitiva il decreto legislativo attuativo della riforma penale che allunga la lista dei reati procedibili a querela

È stata ampliata la lista dei reati procedibili a querela di parte per tutta una serie di reati contro la persona e il patrimonio. Nella giornata di ieri, il Consiglio dei ministri ha infatti approvato in via definitiva il decreto legislativo attuativo della riforma Orlando (n. 103/2017).

Nello specifico, nella parte relativa alla modifica della disciplina del regime di procedibilità per taluni reati.

Il decreto approvato ieri amplia, di fatto, l’elenco dei reati procedibili a querela di parte.

Come si legge nel comunicato diffuso dal Governo, è stata estesa “a quei reati contro la persona e contro il patrimonio che si caratterizzano essenzialmente per il valore privato dell’offesa o per il suo modesto valore offensivo”.

Il tutto “con l’obiettivo di migliorare l’efficienza del sistema penale”. Azione che si intende portare avanti “favorendo meccanismi di conciliazione per i reati di minore gravità”.

Il tutto, “anche attraverso la collegata operatività dell’istituto della estinzione del reato per condotte riparatorie”.

Quest’ultimo, precisa la nota, “riguarda i reati procedibili a querela ma con querela rimettibile, e di conseguenza una maggiore efficacia dell’azione di punizione dei reati più gravi”.

Ma cosa cambia adesso?

Più in particolare, diventano procedibili a querela “i reati contro la persona puniti con la sola pena pecuniaria o con la pena detentiva non superiore a quattro anni”.

Il tutto però con l’eccezione per il delitto di violenza privata. “Nonché – si legge nella nota – per i reati contro il patrimonio previsti dal Codice penale”.

Tuttavia, viene fatta salva la procedibilità d’ufficio. Nello specifico, qualora “la persona offesa sia incapace per età o per infermità”.

Oppure, “ricorrano circostanze aggravanti a effetto speciale ovvero le circostanze aggravanti indicate all’articolo 339 c.p.”.  O – ancora – “in caso di reati contro il patrimonio, il danno arrecato alla persona offesa sia di rilevante gravità”.

Per i reati procedibili a querela già inclusi nella lista nell’ipotesi base, si riducono le circostanze aggravanti che comportano la procedibilità d’ufficio.

In questo modo, “le nuove norme fanno emergere e valorizzano anche l’interesse privato alla punizione del colpevole in un ambito connotato dall’offesa a beni strettamente individuali”.

In tal modo “collegandolo alla necessità di condizionare la repressione penale di un fatto, astrattamente offensivo, alla valutazione in concreto della sua gravità da parte della persona offesa”.

 

 

 

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la denuncia di aiga

I dati sulle pronunce di inammissibilità da parte della Cassazione preoccupano i giovani avvocati di Aiga, che rilevano il trend molto negativo

Preoccupa l’alto numero di ricorsi ritenuti inammissibili dalla Cassazione penale nel 2017: è la denuncia di Aiga, che parla di almeno del 69% dei ricorsi.

Lo scorso anno, infatti, sarebbero stati circa 39mila su un totale di 56.760, i ricorsi dichiarati inammissibili dalla Cassazione penale. Questo ha significato un incremento di ben 7 punti percentuali rispetto al 2016.

A dirlo è proprio la denuncia di Aiga, che ha affidato a una nota la propria preoccupazione.

L’associazione dei giovani avvocati italiani parla infatti di “trend sorprendente”.

A firmare la nota è il componente di giunta e coordinatore Area Sud, Domenico Attanasi.

Per Attanasi, il dato “desta ancora maggiore preoccupazione se letto in combinato disposto con i contenuti della recente riforma Orlando”.

Una riforma, prosegue Attanasi, che “ha introdotto nuovi formalismi (tra i quali il divieto per l’imputato di proporre ricorso personalmente) e ha aggravato le sanzioni per l’ipotesi di inammissibilità, con l’obiettivo dichiarato di deflazionare il carico pendente in sede di legittimità”.

Insomma, l’impianto generale della riforma, sembra rivolto a ridurre il numero di ricorsi.

“Sono state modificate le norme che consentivano in alcuni casi la ricorribilità in cassazione di provvedimenti diversi dalle sentenze pronunciate all’esito del dibattimento – prosegue Attanasi – o, comunque, da autorità diverse dalla corte d’appello”.

Non solo.

“È stata introdotta – continua il coordinatore – la norma secondo la quale, se una sezione della corte ritiene di non condividere il principio di diritto enunciato dalle sezioni unite, deve rimettere a quest’ultime la decisione del ricorso (art. 618, comma 1 bis, c.p.p.)”.

Oltre a questo è stata “prevista la possibilità di aumentare ‘fino al triplo’ la somma da versare alla cassa delle ammende se il ricorso è dichiarato inammissibile (art. 616 c.p.p.)”.

E, ancora, è stata introdotta la possibilità di dichiarare “l’inammissibilità del ricorso ‘senza formalità di procedura’ nei casi contemplati dall’art. 610, comma 5 bis, c.p.p.”.

Pertanto, se il metro di valutazione assunto dai giudici di piazza Cavour relativamente alle inammissibilità restasse invariato, Aiga sostiene sia ragionevole attendersi “una crescita esponenziale delle relative declaratorie”. E questo con una ulteriore “frustrazione del diritto dell’imputato alla celebrazione dei tre gradi di giudizio”.

Da queste considerazioni, contenute nella denuncia di Aiga, arriva l’auspicio per degli specifici interventi legislativi.

Azione che “restituiscano centralità alla domanda di giustizia in materia penale, valorizzando la sua dimensione sostanziale e non quella meramente formale”.

Da parte sua, l’Aiga intende fare la propria parte. Come?  “Continuando a sostenere l’esigenza della specializzazione del ceto forense – conclude Attanasi – ciò sia per offrire alla propria utenza prestazioni adeguate, sia per sottrarre agli organi legislativi e giurisdizionali qualsivoglia eventuale giustificazione rispetto all’introduzione di ulteriori limiti per l’accesso alla domanda di giustizia”.

 

 

 

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aggressioni ai professionisti sanitari

Si riduce nell’ambito del processo penale, la legittimazione all’impugnazione di merito. L’obiettivo è la semplificazione delle cause

Il Consiglio dei Ministri, nella mattinata di ieri, ha dato il via libera al decreto legislativo che modifica la disciplina di giudizi di impugnazione. Si tratta di uno dei decreti attuativi previsti dalla Legge 103/2017, recante “modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario”. Un altro tassello nel compimento della riforma del processo penale voluta dal Ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

L’intervento normativo, fanno sapere da Palazzo Chigi, s’inserisce nel più ampio programma sotteso alla riforma, volto alla semplificazione e velocizzazione dei processi. L’obiettivo è quello di garantire l’attuazione del principio della ragionevole durata del processo, nonché la deflazione del carico giudiziario. Il tutto mediante la semplificazione dei procedimenti di appello e di cassazione.

In tale ottica, i principi di delega orientano alla modifica del procedimento davanti al giudice di pace, nonché all’individuazione degli uffici del Pm legittimati a proporre appello. Tra le finalità rientrano poi la riduzione dei casi di appello e la limitazione dell’appello incidentale al solo imputato.

Il decreto, più specificamente, interviene sul sistema delle impugnazioni, limitando i poteri di appello sia del pubblico ministero che dell’imputato.

L’intento è quello di circoscrivere il potere d’impugnazione nei limiti in cui le pretese delle parti risultino soddisfatte.

In questa prospettiva, si riduce la legittimazione all’impugnazione di merito. Al pubblico ministero è precluso l’appello delle sentenze di condanna, ossia delle sentenze che hanno riconosciuto la fondatezza della pretesa punitiva. Vi sono alcune eccezioni quali il caso sentenza di condanna che modifica il titolo del reato o che esclude l’esistenza di aggravanti ad effetto speciale.

All’imputato, specularmente, è precluso l’appello delle sentenze di proscioglimento pronunciate con le più ampie formule liberatorie (il fatto non sussiste, l’imputato non lo ha commesso).

 

 

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riforma orlando

Un focus sulla c.d. Riforma Orlando, con le sue modifiche al Codice Penale, al Codice di Procedura Penale e alla Legge sull’Ordinamento Penitenziario

Per concludere questo 2017, ad avviso di chi scrive risulta opportuno illustrare molto sinteticamente i punti essenziali della Legge n° 103/2017, c.d. Riforma Orlando, che ha apportato significative modifiche al Codice Penale, al Codice di Procedura Penale ed alla Legge sull’Ordinamento Penitenziario.

Data, dunque, la corposità del testo di Legge, che sarebbe davvero complicato riassumere in un mero articolo, cercherò di evidenziare a chi legge brevemente due argomenti, oggetto appunto di innovazione Legislativa.

Innanzitutto, è stato introdotto all’interno del Codice Penale l’art. 162 ter, rubricato testualmente “Estinzione del reato per condotte riparatorie”.

Trattasi, dunque, di una norma di diritto sostanziale e, pertanto, applicabile anche alle fattispecie di reato consumate in una data anteriore alla sua entrata in vigore, in ragione della normativa dettata sul punto in materia di successioni di Leggi penali nel tempo, ai sensi dell’art. 2 c.p..

Ne consegue, pertanto, che per tutti i delitti procedibili a querela della persona offesa dal reato, laddove l’imputato, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento, abbia riparato il danno, il Giudice potrà dichiararne l’estinzione, se ritiene congrua l’offerta avanzata dal reo, anche se la medesima non dovesse essere accettata dal querelante.

In tale caso, dunque, da un punto di vista squisitamente pratico, se l’Autorità Giudiziaria penale ritiene adeguata l’offerta di risarcimento del danno avanzata dall’imputato nei riguardi della persona offesa dal reato, anche se da quest’ultima non viene condivisa, il Tribunale potrà in ogni caso dichiarare l’estinzione del reato, fermo restando il diritto della p.o. di adire il Giudice civile per conseguire un importo maggiore.

Ancora, altra importante innovazione Legislativa ha riguardato la prescrizione dei reati, per decorso del tempo.

Innanzitutto, “sfatiamo un mito” !

Il proscioglimento dell’imputato, all’esito della trattazione di un processo penale a suo carico, può essere dichiarato adottando varie formule: il fatto non sussiste, l’imputato non lo ha commesso, il fatto non costituisce reato, …non doversi procedere per intervenuta prescrizione.

Dunque, la sentenza con cui l’addebito viene dichiarato estinto per intervenuta prescrizione determina il proscioglimento dell’imputato, con la possibilità per la parte civile costituita in giudizio di agire nei suoi confronti, in sede civile, per conseguire il risarcimento del danno.

Ciò che è importante evidenziare è che, dal punto di vista penalistico, la prescrizione determina il proscioglimento dell’imputato e dunque la sua impunità, ossia la mancata condanna alla pena della reclusione ovvero dell’arresto nonché alla pena della multa ovvero dell’ammenda !

Orbene, tornando alla Riforma Orlando, il Legislatore ha previsto determinate ipotesi (che non sto qui ad enunciare per ragioni di brevità) in cui il termine di prescrizione del reato viene sospeso, con la conseguenza pratica che il tempo per dichiarare estinto il reato per intervenuta prescrizione, naturalmente, aumenta.

Ebbene, al fine di non tediare chi legge, ritengo opportuno fermarmi qui con la disamina delle innovazioni disposte dalla Riforma Orlando, per le quali non basterebbe un articolo, essendo davvero molti e tutti importanti i punti trattati dal Legislatore.

Dunque, posso solo concludere che occorre vedere praticamente, nelle aule di Giustizia, i risvolti di questa riforma e con l’occasione auguro a tutti un sereno 2018.

 

Avv. Aldo Antonio Montella

(Foro di Napoli)

 

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