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risarcimento danni

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deceduta per una infezione

Il Tribunale civile di Roma ha condannato la società che gestisce l’Icot di Latina a risarcire con 800mila euro i familiari di una donna deceduta per una infezione

Ottocentomila euro: è questo il maxi risarcimento deciso dal Tribunale civile di Roma per i familiari di una donna deceduta per una infezione sei anni fa.

I giudici hanno condannato la Giomi Spa, società che gestisce l’Icot di Latina, al risarcimento.

La vicenda

Sei anni fa, nel 2012, una donna di 70 anni originaria di Roccasecca, perdeva la vita dopo un intervento. La 70enne, deceduta per una infezione, soffriva di problemi cardiaci.

A motivo di tali problemi, nel giro di qualche settimana viene ricoverata all’ospedale di Formia e poi al Campus Bio Medico di Roma per essere sottoposta ad intervento per l’applicazione di due bypass coronarici.

Una volta effettuato l’intervento, rimane ricoverata al Campus Bio Medico di Roma per 6 giorni, fino al 16 ottobre del 2012.

A quel punto, viene trasferita agli Icot di Latina per la riabilitazione. Nella struttura la 70enne rimane dal 16 ottobre 2012 al 7 novembre del 2012 quando, a seguito di alcune complicanze, viene trasferita di nuovo a Campus Biomedico.

La 70enne, infatti, accusava malessere e non era in buone condizioni. Inoltre la sua ferita mostrava segni di infezione.

A Roma i medici la sottopongono a revisione della ferita chirurgica sternale. Le sue condizioni, però, non migliorano. L’anziana muore così il 25 novembre del 2012, proprio al campus Bio Medico di Roma.

Dopo il decesso, la famiglia, tramite l’avvocato G M. dello studio legale M. – P. di Roccasecca, si rivolge al Tribunale civile di Roma per chiedere il ristoro del danno.

Nasce così una lunga istruttoria fatta di documenti, sentenza della corte di Cassazione e una ctu disposta dal giudice chiamato a pronunciarsi sulla causa di risarcimento del danno.

Ed è il consulente del giudice ad affermare che la morte è da ricondursi a una infezione post operatoria.

Il Campus bio-medico di Roma si costituisce in giudizio, contestando tutti i profili di responsabilità.

Nel farlo, accusa l’Icot di Latina. Così, la società Giomi Spa, che lo gestisce, contesta ogni nesso di causalità tra il decesso della donna e la permanenza nella struttura sanitaria.

Qualche giorno fa è stata sciolta la riserva con relativa condanna nei confronti della società Giomi Spa che dovrà ora risarcire 266 mila euro, ciascuno, al marito della donna e una figlio e 227 mila euro a un altro figlio non convivente. Oltre, naturalmente, agli interessi maturati e alle spese legali per un totale di 823 mila euro.

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guard rail non a norma

La Cassazione fa il punto in merito alla possibilità di ottenere un risarcimento in caso di guard rail non a norma, anche se la vittima del sinistro ha la colpa maggiore

La Corte di Cassazione, terza sezione civile, nell’ordinanza n. 24178/2018 ha fatto il punto sulla possibilità di essere risarciti in caso di guard rail non a norma, anche se si ha la colpa del sinistro stradale.

Per gli Ermellini, sebbene il guidatore abbia la colpa maggiore nella causazione del sinistro, l’ente proprietario del guard rail non a norma deve sempre mantenere l’infrastruttura in sicurezza.

Pertanto, è corretto riconoscere il risarcimento ai familiari della vittima deceduta a causa del sinistro stradale, dopo essere caduta in un burrone.

Infatti, sebbene la colpa maggiore del sinistro stradale sia del guidatore, deve riconoscersi una concorrente responsabilità dell’ente proprietario della strada per omessa custodia del guard rail non a norma.

Come noto, infatti, sull’ente proprietari grava l’obbligo di mantenere il bene in condizioni adatte e non pericolose per l’uso che devono farne gli utenti.

La vicenda

Nel caso di specie, la Cassazione ha bocciato il ricorso della Provincia, proprietaria della strada dove era deceduta una ragazza in sella a uno scooter.

La donna, superata una curva, era finita in un burrone dopo un volo di parecchi metri, così morendo sul colpo.

Il Tribunale adito aveva negato ai suoi familiari il risarcimento per la perdita del congiunto, in quanto ha ritenuto che il sinistro stradale fosse avvenuto per imperizia alla guida della ragazza. Di diverso avviso è stata la Corte d’Appello.

Per quest’ultima, nonostante il sinistro fosse stato causato dalla giovane, sussisteva la colpa della Provincia al 40%. E questo proprio a causa del guard rail non a norma.

L’amministrazione veniva, dunque, condannata al risarcimento dei danni: circa 150mila euro nei confronti della madre della ragazza e circa 85mila euro nei confronti della sorella.

Nel caso in questione gli attori, sin dalla citazione, avevano evidenziato la precarietà delle condizioni della strada in questione, mettendo in luce l’esistenza di un guard rail non a norma.

Ergo, sarebbe stato compito della Provincia provvedere alla sua manutenzione, eseguendo i necessari lavori di “costruzione dei muri di protezione e di installazione dei guardrail lungo il ciglio”.

Inoltre, dalle indagini peritali, era emerso come il tratto di strada in questione fosse in stato pessimo, inadeguato e insufficiente.

La Corte di merito aveva ritenuto esistente un preponderante concorso colposo della vittima per la sua condotta di guida. Tuttavia, i giudici hanno escluso che tale comportamento fosse eccezionale.

Vale a dire, tale da integrare il caso fortuito interruttivo del nesso causale tra res ed evento dannoso.

Infine, a questo si aggiunge l’obbligo alla manutenzione da parte della Provincia.

Ma anche la circostanza che della precarietà del tratto di strada in questione la P.A. fosse stata preventivamente informata dai suoi tecnici.

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volo ritardato

Il Giudice di Pace di Brindisi con la sentenza n. 864 del 2018 si è occupato di un’azione di risarcimento danni per volo ritardato promossa da due coniugi.

I fatti precisi del volo ritardato

I coniugi avevano prenotato un volo con una compagnia aerea con partenza da Brindisi alle ore 9,55 e arrivo a Parigi alle 12,45. La Compagnia comunicava loro l’anticipazione di partenza del volo di andata dalle 9,55 alle 9,05 e conseguentemente anticipazione dell’arrivo a Parigi alle ore 11,50. Gli attori, il giorno della partenza, effettuavano il check-in on line, ma giunti all’aeroporto apprendevano che l’areo sarebbe partito con ben 6 ore di ritardo alle 15,15. L’aereo decollava alle 16 (con ulteriore ritardo) ed atterrava a Parigi alle 18,50, con 7 ore di ritardo rispetto all’arrivo previsto.

Gli attori riferivano di aver acquistato un pacchetto turistico per il parco di Disneyland di Parigi e cinque giorni di ingresso al parco ed a causa del ritardo del volo perdevano, pertanto, un giorno di ingresso e chiedevano il pagamento della compensazione pecuniaria ai sensi dell’art. 7 del Regolamento CE 261/04, oltre il rimborso dell’ingresso al parco per il giorno dell’arrivo e la somma di €. 1.000 per i maggiori danni patiti.

Nel costituirsi la Compagnia aerea eccepiva preliminarmente il difetto di giurisdizione del giudice italiano, contestava la domanda nell’a an e nel quantum e formulava una proposta transattiva.

L’eccezione di difetto di giurisdizione

Il giudice di pace osserva che ci sono diverse ragioni, per il caso in esame, in base alle quali vada affermata la giurisdizione del giudice italiano:

  • ex 33 della Convenzione di Montreal del 28 maggio 1999, “l’azione per il risarcimento del danno è promossa a scelta dell’attore nel territorio di uno degli stati parti o davanti al tribunale del domicilio del vettore o della sede principale della sua attività, o del luogo in cui esso possiede una impresa che ha provveduto a stipulare il contratto o davanti al Tribunale del luogo di destinazione”;
  • la compagnia aerea possiede in Italia una sede con una propria organizzazione autonoma che gestisce le rotte dei passeggeri nazionali della società;
  • il contratto di trasporto deve considerarsi concluso nel luogo in cui il preponente ha ricevuto conferma dell’accettazione, ovvero al completamento della procedura di acquisto del biglietto, luogo che nel caso in esame va individuato in Brindisi, avendo qui la residenza gli attori;
  • in applicazione dell’art. 33 lett. u) del d. lgs. 206/2005 (codice del consumo) in osservanza del principio di tutela della parte più debole è applicabile il foro del domicilio del consumatore e sono considerate inefficaci, perché vessatorie, eventuali pattuizioni contrarie.

Per il giudice le suddette ragioni sono conformi alla disciplina comunitaria relativa alla determinazione della legge applicabile.

Il paragrafo 2 dell’art. 5 del Regolamento CE n. 593/2008 prevede che la legge applicabile ad un contratto di trasporto passeggeri “è quella del Paese di residenza abituale del passeggero purchè il luogo di partenza o di destinazione sia situato in tale Paese”.

Nel caso de quo il luogo di partenza era situato in Italia e la residenza abituale dei passeggeri era Brindisi e quindi correttamente il giudizio è stato incardinato in Italia.

La definizione del volo ritardato

Osserva il giudice di pace che le norme del Regolamento CE 261/04 non contengono alcuna definizione del volo ritardato. Ci ha pensato, però, la sentenza della Corte di Giustizia Europea n. 402 del 2009 ad equiparare l’ipotesi del volo cancellato e l’ipotesi del volo ritardato, affermando che i passeggeri hanno diritto alla compensazione pecuniaria prevista dall’art. 7, primo comma, del suddetto regolamento.

In base a tale normativa, i passeggeri il cui volo abbia subito ritardi di due o più ore, per tutte le tratte aeree intracomunitarie superiori ai 1.500 Km. e per le tratte comprese trai 1.500 Km. e 3.500, di quattro o più ore, per le tratte aeree che non rientrano nei precedenti casi, hanno diritto a percepire dalla Compagnia aerea, in moneta contante o elettronica, rispettivamente €. 250,00=, 400,00=, ovvero 600,00=, ai sensi degli artt. 6 e 7 del Regolamento 261/04.

La prova del diritto alla compensazione

Il giudice sottolinea che il diritto alla compensazione trae origine dal verificarsi di un ritardo prolungato e, pertanto, il danno è in re ipsa poiché il passeggero non deve fornire la prova di ulteriori circostanze, tranne quella di avere acquistato il biglietto del volo aereo e del ritardo prolungato.

Pertanto, la responsabilità del vettore è presunta iuris tantum, salvo la prova che il ritardo è dipeso da “circostanze eccezionali che non si sarebbero potute evitare anche se fossero state adottate tutte le misure del caso(cfr. art. 5 Reg.), e quindi, in pratica ad un evento riconducibile a caso fortuito o forza maggiore.

Il vettore dovrà, quindi, provare non solo genericamente l’uso della normale diligenza, ma dovrà indicare specificamente le misure in concreto adottate per evitare il pregiudizio sofferto dal passeggero, oltre alla causa dell’evento dannoso.

Il risarcimento per violazione degli obblighi di assistenza.

Per ciò che concerne l’ulteriore risarcimento richiesto dagli attori, a titolo di danno non patrimoniale, ovvero del risarcimento per violazione degli obblighi di assistenza previsti dall’art. 9 del regolamento CE n. 261/2004 da parte della compagnia area, va richiamata la sentenza della Cassazione n. 12088 del 2015, che ha ritenuto non giustificata una sofferenza di gravità tale da far sorgere il diritto al risarcimento.

Nella su citata sentenza la Corte ha affermato che Alla stregua del quadro normativo attuale, e degli attuali arresti interpretativi della Corte di Giustizia e della stessa Cassazione in merito, la conclusione cui è pervenuta la sentenza impugnata (la violazione degli obblighi di assistenza da parte della convenuta, in mancanza di specifiche allegazioni degli attori, non può ritenersi idonea a giustificare una sofferenza di gravità tale da far sorgere un diritto risarcitorio) appare corretta.

Soccorre in questo senso la sentenza n. 83 del 13.10 2011 della Corte di Giustizia UE, III sezione, resa nel procedimento C-8310, la quale esclude che la fonte dell’obbligo risarcitorio del danno non patrimoniale possa essere considerata in questo caso la stessa fonte sovranazionale , interpretata nel senso che, a fronte della violazione di quegli obblighi, attribuisca la dignità di danno risarcibile al disagio ed allo stress che il passeggero deve subire in conseguenza di tali inadempimenti contrattuali.

Con questa sentenza i Giudici di Lussemburgo sono stati chiamati a pronunciarsi in via pregiudiziale, in merito all’interpretazione degli artt. 2, lett) e 12 del Regolamento (CE) n. 261/2004 concernente regole comuni in materia di compensazione ed assistenza ai passeggeri in caso di negato imbarco, di cancellazione del volo o di ritardo prolungato.

La Corte risolve la seconda questione dichiarando che la nozione di «risarcimento supplementare», di cui all’art. 12 del regolamento n. 261/2004, deve essere interpretata nel senso che consente al giudice nazionale, alle condizioni previste dalla convenzione di Montreal o dal diritto nazionale, di concedere il risarcimento del danno, incluso quello di natura morale, occasionato dall’inadempimento del contratto di trasporto aereo. Per contro, il giudice nazionale non può utilizzare la nozione di «risarcimento supplementare» quale fondamento giuridico per condannare il vettore aereo a rimborsare ai passeggeri, il cui volo ha subito un ritardo oppure è stato cancellato, le spese che gli stessi hanno dovuto sostenere a causa dell’inadempimento da parte del citato vettore degli obblighi di sostegno e assistenza di cui agli artt. 8 e 9 di tale regolamento.

Dalle affermazioni contenute nella sentenza citata si ricava che il fondamento normativo per il risarcimento del danno non patrimoniale, derivante da violazione degli obblighi di assistenza a terra dei passeggeri non possa reperirsi direttamente nella fonte sovranazionale, ed in particolare ne’ nell’art. 9 ne’ nell’art. 12, ma debba farsi riferimento alla Convenzione di Montreal del 1999 se applicabile o comunque alle norme dell’ordinamento interno e ai limiti da questo fissati al risarcimento stesso.

E quindi, laddove come nella specie, il passeggero con volo cancellato o lungamente ritardato, soggetto ad una prolungata permanenza in aeroporto durante la quale la compagnia aerea non gli abbia prestato l’assistenza prescritta dall’art. 9 del Reg. CE n. 261 del 2004, la sua domanda di risarcimento del danno non patrimoniale derivante dal disagio subito a causa della mancata assistenza va incontro ai limiti interni alla risarcibilità del danno non patrimoniale, fissati da Cass. S.U. n. 26972 del 2008; di conseguenza essa deve escludersi, non essendo neppure ipotizzata nè ipotizzabile una ipotesi di reato, non rientrando in una ipotesi di danno non patrimoniale risarcibile espressamente prevista dalla legge (interna o sovranazionale) e non essendo riconducibile alla lesione di diritti inviolabili della persona, come tali oggetto di tutela costituzionale.

Il giudice di pace, sulla base delle su esposte considerazioni, ha riconosciuto agli attori il diritto alla compensazione pecuniaria ex art. 7, comma primo, del regolamento 261/04, mentre ha rigettato la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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Garza dimenticata dopo il parto: la causa è iniziata nel 1985

Adesso l’avvocato della donna – che si è ritrovata una garza dimenticata nell’addome dopo il parto  – è proprio suo figlio.

Nel 1985, una donna di Bergamo, durante un cesareo, si è ritrovata con una garza dimenticata  nell’addome dopo il parto. Da quel giorno, sono passati 33 anni e la causa per ottenere giustizia, e un congruo risarcimento danni, è ancora in corso.

La vicenda

Tutto comincia quel giorno del 1985, quando la donna – un avvocatessa che aveva 31 anni all’epoca – viene sottoposta a un parto cesareo durante il quale nasce Andrea, suo figlio. Che oggi è anche il suo avvocato.

Dopo aver dato alla luce suo figlio, iniziano i problemi. Ben 10 mesi di dolori, ittero, crampi, che conducono la donna a ritornare in ospedale col terrore di avere un tumore o altre gravi patologie. Ma la ragione era una garza dimenticata dopo il parto proprio nell’addome.

All’epoca, a Bergamo, c’erano gli Ospedali Riuniti e sul risarcimento danni si ragionava in lire. L’ospedale nel 1998 ha riconosciuto l’errore medico e l’assicurazione ha pagato a 13 dai fatti. L’avvocatessa ha ricevuto 110 mila euri.

Tuttavia, la causa è andata avanti a colpi di ricorsi.

La donna, infatti, ha chiesto che le somme venissero riadeguate al tempo trascorso. Inoltre, ha chiesto espressamente degli indennizzi per i mesi trascorsi senza poter lavorare all’epoca dei fatti, e i costi di tutti i gradi di giudizio.

Una causa-fiume: una sentenza del tribunale civile di Bergamo più tre passaggi in Appello e tre in Cassazione, che di recente ha rinviato di nuovo in secondo grado per le spese legali. All’inizio, a difendere la donna, ci pensò il padre, anche lui avvocato.

E così la donna, procuratore legale dal 1983. Negli anni si è auto-assistita nella sua causa contro questo clamoroso errore medico. Ora, a difenderla, c’è il figlio.

Con il trascorrere del tempo si è auto-assistita, nella sua causa, e ora la aiuta il figlio.

Che facendo i conteggi si è reso conto che alla donna erano stati liquidati 20.000 euro in più. “Avevamo proposto che compensassero a forfait le spese di giudizio che riteniamo ci spettino, ma dopo che l’ospedale ha detto no abbiamo deciso di procedere – afferma la donna – ricorrendo in Cassazione per fare annullare la sentenza errata sul punto”.

“Ho pensato di mollare tutto – prosegue l’avvocato – ma sono andata avanti anche per le persone che, a differenza mia, non sono avvocati e probabilmente avrebbero accettato l’offerta iniziale. Non è giusto. Se si sbaglia, si deve chiedere scusa e andare incontro alla persona che ha subìto l’errore”.

Il risarcimento

L’ospedale, nel 1989, ha offerto 40 milioni di lire. L’avvocatessa rifiutò. Nel 1993 il tribunale di Bergamo ha stabilito che il danno biologico, patrimoniale e morale ammontava di 67.672.000 di lire. Poi, su ricorso di entrambe le parti, nel 1998 i giudici d’appello di Brescia hanno deciso al rialzo a 98.241.910 di lire. L’assicurazione ha pagato.

In seguito, in Cassazione, nel 2001, la sentenza è stata annullata perché il presidente non l’aveva firmata. Se ne occupò un’altra sezione d’Appello.

Siamo nel 2003, e c’è l’euro. A quel punto, per i giudici, il danno ammontava a 33.042 euro oltre a rivalutazione e interessi, voci che hanno fatto salire la somma a 110.000 euro.

Ma l’avvocato — anche grazie a una parziale decisione a suo favore della Cassazione, che nel 2008 rinviò di nuovo in Appello — ha chiesto una rivalutazione di quanto patito.

Vale a dire: 360 giorni di invalidità temporanea, 4 mesi di studio chiuso, gli esami medici, la paura di avere un brutto male, una lunga cicatrice e quel “distacco brutale dal figlio a 10 mesi dalla nascita per un ricovero urgente”.

Infine, nel 2014 i giudici hanno riconosciuto due stipendi e 8.267 euro di danno morale, in più. A restare aperto, adesso, è il capitolo che riguarda le spese legali e si tornerà in appello.

 

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ago di sutura

Il risarcimento alla donna che ha vissuto per 56 anni con un ago di sutura nel corpo ammonta a 200mila euro.

Dolori, infiammazioni, cure che non portano a nulla per anni: per capire che era un ago di sutura dimenticato nel suo corpo a causare tutto questo, una donna milanese ha dovuto attendere diversi anni.

Adesso, la Corte di Cassazione le ha riconosciuto un risarcimento di 200mila euro per un errore medico che le è costato incredibili sofferenze.

La vicenda

Tutto ha inizio nel 1962, a Milano. All’epoca, una giovane donna milanese di 22 anni si sottopone a un’operazione che già ai tempi era considerara di routine,all’Istituto di Maternità.

Un presidio che ora è stato inglobato dal Fatebenefratelli di Milano.

Nel corso dell’intervento, però, i medici avevano dimenticato un pezzo di ago di sutura nel suo corpo.

Sul referto avevano scritto che “nelle manovre un piccolo frammento d’ago rimane perso nei muscoli del piano perineale. Non essendo possibile rintracciarlo se non a prezzo di un’ulteriore grave lesione dei tessuti necessari alla ricostruzione, si rinuncia alla sua estrazione”, come riporta Corriere della Sera.

Ebbene, di quella perdita, nessun medico ha ritenuto necessario informare la giovane paziente, che dopo l’operazione aveva ripreso la sua vita senza sapere di questo problema.

Poco dopo erano iniziati i problemi di salute della donna. Dolori costanti, infiammazioni dalla causa misteriosa e molti disagi.

Finalmente, nel 2000, la donna si sottopone a una lastra all’addome che rivela la presenza dell’ ago di sutura nel suo corpo.

A quel punto, la donna si è immediatamente rivolta a un legale e ha fatto causa all’ex Provincia di Milano, che ha sempre sostenuto, come confermato anche in primo grado nel 2009, che la vicenda fosse ormai prescritta.

Poi, come riporta il Corriere della Sera, nel 2015 la Corte d’appello di Milano aveva ribaltato la sentenza, perché la donna era venuta a conoscenza dell’errore medico solo nel 2000.

In più, proprio in quel periodo, era saltato fuori dagli archivi il referto medico che svelava la consapevolezza dei dottori nell’aver commesso la dimenticanza.

I magistrati dell’appello avevano dato credito anche alla perizia medico-legale conclusa nel 2007.

In base a questa perizia, “i frammenti di ago avrebbero potuto, anzi dovuto essere rimossi dopo accurati accertamenti, dopo qualche mese, ad avvenuta completa guarigione delle ferite”.

Adesso, grazie alla pronuncia della Cassazione, il risarcimento alla donna diventa definitivo. La sentenza ha fissato la somma dovuta dalla città metropolitana a 36mila euro.

La somma dovrà essere applicata anche a tutti i 56 anni passati dall’intervento, arrivando fino a 200mila euro.

 

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GARZA DIMENTICATA DOPO UN INTERVENTO: DONNA VIENE RIOPERATA E SI SALVA

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Morto dopo una colonscopia: chiesto risarcimento all’Asur

L’uomo è deceduto a dicembre 2017 per una lacerazione avvenuta in seguito a una colonscopia. La famiglia si è rivolta a un legale e ora pretende un risarcimento per quanto accaduto.

Un presunto caso di malasanità ha coinvolto un uomo di 68 anni, morto dopo una colonscopia a dicembre 2017.

Il paziente, 68 anni di Appignano (Macerata), aveva subito una lacerazione durante l’esame, cui era seguita una peritonite e due interventi chirurgici, come riporta il Resto del Carlino.

La vicenda

Tutto ha inizio il 2 dicembre scorso, quando il paziente viene ricoverato nel reparto di gastroenterologia. Lì, dopo vari esami, i medici prescrivono una colonscopia.

Ma già il 12 dicembre, quando l’esame viene realizzato, nasce il dubbio che vi sia stata una lacerazione per la presenza di aria fuori dall’intestino.

Alle 14.45 viene subito disposta una Tac, e in seguito a quell’esame si decide di operare subito il pensionato, che era ancora “vigile e collaborante”.

I sanitari che avevano in cura l’uomo, però, cambiano idea e decidono di trasferirlo ad Ancona. Lì, infatti, c’è anche la neurochirurgia.

Il paziente giunge quindi agli Ospedali riuniti di Ancona alle 20. Alle 23 inizia l’intervento per recuperare una situazione che nel frattempo era peggiorata fino al punto da essere definita critica.

Lì i chirurghi si rendono conto della lacerazione e cercano di fare il possibile per salvarlo. All’una e mezza richiudono il paziente che si sveglia in discrete condizioni.

Ma il giorno dopo il 68enne inizia a stare male e viene urgentemente operato per una peritonite, cui segue una insufficienza renale il giorno seguente. Fino a che, il 17, non si arriva al decesso.

I parenti dell’uomo morto dopo una colonscopia, però, vogliono vederci chiaro.

Da subito il figlio legge sulla documentazione della lesione.

A quel punto, decide di rivolgersi all’avvocato Fabrizio Giustozzi, che dispone subito una consulenza medico legale per fare chiarezza.

Una consulenza di cui il chirurgo Paolo Appignanesi e il medico legale e gastroenterologo Marina Bartolucci hanno consegnato le conclusioni proprio qualche giorno fa.

A causare la morte dell’uomo morto dopo una colonscopia pare sia stata proprio una vasta lacerazione nel colon, avvenuta durante l’esame medico.

Pertanto, il figlio ora chiederà un risarcimento all’Asur.

Il paziente, in seguito a un infortunio sul lavoro, aveva battuto la schiena ed era rimasto paraplegico anni prima. Aveva poi avuto un tumore con metastasi ma conduceva una esistenza accettabile. Sebbene le sue condizioni fossero comunque delicate, quanto accaduto non sembra correlato alle patologie di cui soffriva.

Quello che però hanno evidenziato i due consulenti è che un paziente con quel quadro clinico non avrebbe dovuto essere sottoposto a colonscopia.

Inoltre, alla luce delle condizioni dell’uomo, sarebbe stata necessaria una consulenza oncologica e anche una nefrologica.

Ma non è tutto.

Per i consulenti medico-legali una volta scoperta la lacerazione si sarebbe dovuto intervenire immediatamente, senza aspettare. Anche perché l’ospedale di Macerata aveva tutto il necessario per quell’intervento. Un intervento per il quale invece si è atteso troppo causando la peritonite che è stata poi fatale.

 

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PROCEDURE ENDOSCOPICHE: IL RISCHIO INFETTIVO PUÒ ESSERE ALTO

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esclusa dal concorso

Ventotto anni fa l’insegnante partecipò a un concorso da cui venne esclusa. Per il Consiglio di Stato ci furono “gravi scorrettezze”.

Ottenere giustizia dopo ventotto anni: è quanto è accaduto a una insegnante, Maria Giuseppina Eboli, esclusa dal concorso cui partecipò nel 1990 all’Università La Sapienza di Roma.

La donna concorreva per uno dei 35 posti di associato. Ma, per colpa di gravi scorrettezze, fu esclusa dal concorso.

Dopo una lunghissima battaglia giudiziaria, il Consiglio di Stato ha stabilito che il Ministero dell’Istruzione debba risarcirla con circa 260mila euro per i danni economici e morali subiti.

L’insegnante, grazie al Codacons, dopo anni di battaglie in tribunale, ha ottenuto l’assegno riparatore.

La vicenda

I fatti iniziano appunto nel 1990, quando l’allora ricercatrice presso l’Università La Sapienza di Roma ha partecipato al concorso da 35 posti per professore associato del raggruppamento disciplinare “economico estimativo”.

Il concorso è andato male, però.

Tuttavia, l’insegnante ha presentato ricorso al Tar del Lazio, denunciando “le gravi scorrettezze commesse dalla Commissione giudicatrice”.

Il tribunale ha quindi accolto tutte le sue istanze, disponendo l’annullamento dell’atto di nomina della Commissione in quanto illegittima.

A quel punto, il Miur ha fatto tre distinti ricorsi in appello, tutti respinti dal Consiglio di Stato. Nonostante questo, però, la sentenza è rimasta lettera morta, fino a quando, nel 2008, la donan ha fatto nuovamente ricorso al Tar del Lazio vincendolo. Due anni dopo è arrivata la nomina a “professoressa associata”.

Tuttavia, il ministero si è rifiutato di riconoscerle un indennizzo per i danni provocati alla sua carriera.

Anche dopo questa ennesima batosta, la docente ha deciso di presentare il suo terzo ricorso al Tar del Lazio, che ha vinto nuovamente.

Da qui è arrivato l’ordine dei giudici al Miur di risarcire la professoressa esclusa del concorso per tutti i danni subiti. Con, naturalmente, anche la doverosa ricostruzione della propria carriera a fini economici e previdenziali.

Soddisfatto il presidente del Codacons, Carlo Rienzi.

“Oggi il ministero dell’Istruzione ha finalmente staccato un assegno da 257.684 euro per i danni economici e morali inferti alla professoressa. Rimane l’amarezza per il vergognoso comportamento del Miur, che ha costretto una ricercatrice ad attendere 28 anni per veder riconosciuti i propri diritti, un ritardo criminale che ha privato la professionista della sua vita lavorativa e di una carriera che le spettava di diritto”.

 

 

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Class action contro Facebook: Altroconsumo avvia la pratica

Sarebbe di 200 euro a persona il risarcimento chiesto da Altroconsumo nella class action nei confronti del social network, accusato di aver usato in modo improprio i dati delle persone.

Altroconsumo ha reso noto di aver dato avvio a una class action contro Facebook, in seguito ai recenti fatti che hanno visto coinvolto il popolare social network.

Il colosso informatico di Mark Zuckerberg era stato infatti accusato di aver usato in modo improprio i dati di milioni di utenti.

Ebbene, adesso, Altroconsumo si è unita alle altre organizzazioni sue partner in Belgio, Spagna e Portogallo. L’obiettivo è promuovere una class action contro Facebook.

Lo scopo è quello di ottenere il risarcimento di almeno 200 euro per ogni utente danneggiato dall’uso improprio dei dati personali da parte del social.

L’azione collettiva, si legge in una nota dell’associazione, si fonda proprio sulle contestazioni mosse dalle organizzazioni di consumatori nelle scorse settimane.

Lamentele confermate anche dall’Antitrust con l’apertura del procedimento per pratiche commerciali scorrette.

“Tutti gli utenti Facebook – si legge – sono stati vittime di un continuo e massivo uso improprio dei dati da parte del social network o di altre app che operano sulla piattaforma”.

La vicenda, come noto, aveva portato alla luce la raccolta di grandi volumi di dati. Così come la loro condivisione con parti terze, senza che nessuno degli utenti avesse mai autorizzato la cosa in modo pienamente consapevole.

Pertanto, continua la nota “Facebook ha violato sia la normativa sulla protezione dei dati, sia la fondamentale legislazione sui consumatori, traendone indebiti e ingentissimi guadagni”.

L’atto di citazione per finalizzare la class action contro Facebook sarà depositato a breve dagli avvocati di Altroconsumo presso il tribunale di Milano.

Sarà poi compito del giudice valutare il danno e calcolare l’importo finale del risarcimento.

Un risarcimento che, comunque, “gli esperti dell’organizzazione hanno già valutato essere almeno di 200 euro per ogni consumatore sul social network, sommando il valore economico prodotto dall’utilizzo dei dati, più il danno morale”.

L’Associazione Altroconsumo, sul proprio sito, ha messo a disposizione degli utenti un link attraverso il quale aderire all’azione.

 

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deceduto dopo una operazione

È stata una vera e propria odissea giudiziaria quella della famiglia di un uomo morto dopo una operazione al cuore e la cui cartella clinica era incompleta. Dopo anni, tutto si chiude con un accordo transattivo per 370mila euro.

Un caso di malasanità, riportato da La Nazione, che ha coinvolto un uomo deceduto dopo una operazione al cuore, si è concluso dopo anni.

Tanto c’è voluto prima che arrivasse la sentenza di primo grado per quanto avvenuto a un uomo di poco più di 40anni, padre di famiglia, deceduto dopo una operazione di vascolarizzazione miocardia a cuore battente.

Il paziente si era sottoposto all’intervento il 20 novembre 2012. Questo si era reso necessario a causa di un’angina da sforzo.

Ebbene, il 27 novembre, l’uomo è stato quindi dimesso e trasferito a Volterra per la riabilitazione.

Il giorno dopo, mentre praticava sotto controllo medico gli esercizi fisici che gli erano stati prescritti, l’uomo si sente male.

Si capisce subito che si tratta di arresto cardiaco, ma a nulla valgono i tentativi di rianimarlo. L’autopsia , effettuata poco tempo dopo, rivela che una sutura si era riaperta spontaneamente causando l’arresto cardiocircolatorio.

Secondo il consulente dei familiari della vittima è stata questa la causa della morte.

Un evento che dimostrerebbe appieno l’imperizia con la quale la sutura in questione era stata eseguita.

Appurato questo, inizia lo scontro in sede civile tra l’ente ospedaliero di Pisa e i medici citati in giudizio.

Questi ultimi, in particolare, contestano le argomentazioni difensive sostenendo che l’autopsia aveva evidenziato che la lacerazione si trovava nel contesto del tessuto sano.

Pertanto, a loro avviso, soltanto uno sforzo traumatico notevole poteva averla causata. Insomma, tutto sarebbe accaduto durante le manovre di rianimazione.

Dopo una serie di perizie, e l’aver appurato che la cartella clinica del paziente presentava delle notevoli mancanze, il giudice civile di Pisa scrive quanto segue.

“L’incompletezza della cartella clinica, che l’azienda sanitaria ascrive alla circostanza che si trattava di intervento routinario, nonché la carente relazione autoptica, hanno determinato la nomina di ben tre collegi per tentare di accertare le cause del decesso”.

E non è tutto. “La responsabilità per l’incompleta compilazione della cartella clinica (che se completa di descrizione avrebbe consentito di discernere tra errore medico e complicanza incolpevole) – prosegue il giudice – ricade in via esclusiva su coloro che l’hanno predisposta – o che avevano l’obbligo di farlo”.

Pertanto, secondo il giudice, non si può che invocare quella incompletezza “quale elemento dimostrativo della carenza di prova riguardo la sussistenza di circostanze rilevanti sulle responsabilità del fatto”.

“In tutti quei casi – conclude – in cui è impossibile individuare con certezza la causa, come pure quelli in cui è solo dubbia, la responsabilità non potrà che ricadere sul medico-ospedale che non ha adempiuto ai propri oneri probatori in ordine alla sua adeguata diligenza”.

Il giudizio di primo grado ha accolto le pretese di moglie e figlio. Ai familiari dell’uomo deceduto dopo una operazione sono stati riconosciuti 540mila euro di risarcimento. A ciò è poi seguito un accordo che ha ridotto la cifra iniziale a 370mila euro con rinuncia a proseguire nel giudizio.

 

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intestino bucato

Una donna ha chiesto la condanna dell’Asp di Agrigento al pagamento di un risarcimento da quasi 300 mila euro per la perforazione dell’intestino cieco durante un esame medico.

Ritrovarsi l’ intestino bucato in seguito a un esame in ospedale. E’ quando accaduto a una donna agrigentina lo scorso anno: un presunto errore medico che riporta la sanità siciliana sotto i riflettori.

La perforazione si è verificata il 9 agosto 2017 durante un esame strumentale per la quale, adesso, la donna ha chiesto un maxi risarcimento all’Asp di Agrigento.

La paziente ha infatti citato in giudizio l’azienda sanitaria provinciale della città dei Templi con delle richieste ben precise. Ovvero, quella di condannare l’Asp al pagamento del danno biologico quantificato in 272.339 euro.

La richiesta di risarcimento per l’ intestino bucato, danno medico verificatosi durante un esame in ospedale, si aggiunge a un’altra istanza analoga che l’Asp agrigentina dovrà affrontare a breve.

Il prossimo 21 maggio l’Azienda sanitaria comparirà davanti al tribunale per il caso di un’altra donna. Quest’ultima, infatti, chiede il risarcimento dei danni subiti  per un altro presunto errore medico. I danni sono stati quantificati in 454.341 euro.

L’avvocato Domenico Schembri, per conto della sua assistita che ha riportato la perforazione dell’intestino, aveva inoltrato un’istanza di risarcimento danni.

Istanza che è stata inviata “per responsabilità da colpa medica consequenziale al ritenuto errato esame strumentale, effettuato il 9 agosto del 2017 all’unità operativa di Chirurgia del presidio ospedaliero di Agrigento”.

Un errore “che avrebbe cagionato la perforazione dell’intestino cieco con conseguente applicazione di un ano preternaturale”.

Pertanto, l’Asp è stata ora citata all’udienza del prossimo 20 luglio davanti al tribunale di Agrigento.

Atto finalizzato ad “accertare e dichiarare la responsabilità dei sanitari nella causazione del danno subito e per ottenere la condanna al pagamento del danno biologico che è stato quantificato in complessivi 272.339 euro”.

Quanto all’Asp siciliana, questa ha deciso di costituirsi in giudizio. L’incarico di difesa è stato affidato all’avvocato Antonino Noto.

E sempre in giudizio, l’Asp ha deciso di costituirsi per l’altra richiesta di risarcimento danni. Quella da 454.341 euro, avanzata dall’altra ex paziente.

Per questo secondo caso, una donna ha inoltrato istanza per ottenere il risarcimento del danno “per responsabilità da colpa medica consequenziale alle errate cure dai sanitari del reparto di Chirurgia generale del presidio ospedaliero di Canicattì durante i due giorni di degenza quando la donna è stata sottoposta a intervento chirurgico di tiroidectomia”.

 

 

 

 

 

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