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risarcimento danni

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intestino bucato

Una donna ha chiesto la condanna dell’Asp di Agrigento al pagamento di un risarcimento da quasi 300 mila euro per la perforazione dell’intestino cieco durante un esame medico.

Ritrovarsi l’ intestino bucato in seguito a un esame in ospedale. E’ quando accaduto a una donna agrigentina lo scorso anno: un presunto errore medico che riporta la sanità siciliana sotto i riflettori.

La perforazione si è verificata il 9 agosto 2017 durante un esame strumentale per la quale, adesso, la donna ha chiesto un maxi risarcimento all’Asp di Agrigento.

La paziente ha infatti citato in giudizio l’azienda sanitaria provinciale della città dei Templi con delle richieste ben precise. Ovvero, quella di condannare l’Asp al pagamento del danno biologico quantificato in 272.339 euro.

La richiesta di risarcimento per l’ intestino bucato, danno medico verificatosi durante un esame in ospedale, si aggiunge a un’altra istanza analoga che l’Asp agrigentina dovrà affrontare a breve.

Il prossimo 21 maggio l’Azienda sanitaria comparirà davanti al tribunale per il caso di un’altra donna. Quest’ultima, infatti, chiede il risarcimento dei danni subiti  per un altro presunto errore medico. I danni sono stati quantificati in 454.341 euro.

L’avvocato Domenico Schembri, per conto della sua assistita che ha riportato la perforazione dell’intestino, aveva inoltrato un’istanza di risarcimento danni.

Istanza che è stata inviata “per responsabilità da colpa medica consequenziale al ritenuto errato esame strumentale, effettuato il 9 agosto del 2017 all’unità operativa di Chirurgia del presidio ospedaliero di Agrigento”.

Un errore “che avrebbe cagionato la perforazione dell’intestino cieco con conseguente applicazione di un ano preternaturale”.

Pertanto, l’Asp è stata ora citata all’udienza del prossimo 20 luglio davanti al tribunale di Agrigento.

Atto finalizzato ad “accertare e dichiarare la responsabilità dei sanitari nella causazione del danno subito e per ottenere la condanna al pagamento del danno biologico che è stato quantificato in complessivi 272.339 euro”.

Quanto all’Asp siciliana, questa ha deciso di costituirsi in giudizio. L’incarico di difesa è stato affidato all’avvocato Antonino Noto.

E sempre in giudizio, l’Asp ha deciso di costituirsi per l’altra richiesta di risarcimento danni. Quella da 454.341 euro, avanzata dall’altra ex paziente.

Per questo secondo caso, una donna ha inoltrato istanza per ottenere il risarcimento del danno “per responsabilità da colpa medica consequenziale alle errate cure dai sanitari del reparto di Chirurgia generale del presidio ospedaliero di Canicattì durante i due giorni di degenza quando la donna è stata sottoposta a intervento chirurgico di tiroidectomia”.

 

 

 

 

 

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Medico condannato sfugge ai creditori: deve risarcire oltre 2 milioni

Il cardiochirurgo Michele Di Summa, ex luminare delle Molinette e condannato per lo scandalo internazionale delle valvole cardiache difettose esploso nel 2002, continua a fuggire ai propri creditori.

Oltre due milioni di euro, per la precisione due milioni e 730 mila euro: è questa la somma che il cardiochirurgo Michele Di Summa deve ancora risarcire per i danni cagionati.

Il medico condannato sfugge ai creditori, i principali dei quali sono i suoi ex datori di lavoro: l’ospedale Molinette ‘Città della Salute’ e l’Università di Torino.

A loro, Di Summa deve rispettivamente due milioni e 130 mila euro e 600 mila euro.

Adesso, però, il quotidiano “La Repubblica” avrebbe scoperto dove il medico, oggi 73enne, si stia nascondendo.

Di Summa risiede in un Tiro a Volo, sperduto in mezzo alla campagna di Francavilla Fontana (Br) e di proprietà del cugino.

Il medico condannato sfugge ai creditori nascondendosi in un luogo apparentemente irraggiungibile. Peccato però che sia stato “stanato” e adesso le conseguenze potrebbero arrivare.

Come noto, il cardiochirurgo era finito nell’occhio del ciclone per lo scandalo internazionale delle valvole cardiache difettose esploso a Torino nel novembre del 2002.

Di Summa era celebre per essere il cardiochirurgo più stimato della città. Dopo l’arresto, il 4 novembre 2002, aveva scontato quaranta giorni di carcere più quattro mesi ai domiciliari.

Il processo lo aveva poi condannato in secondo grado a un anno e undici mesi per corruzione.

Dopodiché, l’uomo aveva scelto un nascondiglio per eludere le numerose notifiche di risarcimento danni.

Tramite questo espediente, il medico condannato sfugge ai creditori senza pagare i danni quantificati dalle sentenze penali, da quelle civili e dalla Corte dei Conti.

Molti pazienti hanno quindi ottenuto di essere risarciti dall’ospedale in solido con il cardiochirurgo. E qui si annida il paradosso.

Il medico infatti non è mai presente al Tiro a Volo dove ha ora la residenza e quindi la struttura sanitaria paga alle vittime anche i danni dovuti dal cardiochirurgo.

Si tratta di soldi anticipati dall’azienda sanitaria, ma al momento pare impossibile la rivalsa sul medico per farseli restituire.

Come spiegato da Repubblica, Di Summa, dal punto di vista giuridico, non è irreperibile avendo comunque una residenza anagrafica. Tuttavia, l’escamotage da lui impiegato, ovvero quello di risiedere in un posto nel quale non si vive, viene impiegato da molti proprio per eludere queste notifiche.

Nel frattempo, il commissario delle Molinette, Gian Paolo Zanetta, e il preside della Facoltà di Medicina di Torino sono costretti ad anticipare i soldi dovuti in solido con Di Summa.

Per questo, tempo fa hanno incaricato Equitalia di riscuotere i crediti.

Adesso hanno deciso di attivare la procedura della ‘compiuta giacenza’ prevista dall’articolo 143 del codice di procedura civile.

Secondo tale articolo di legge, la notifica s’intende compiuta anche se il residente non si prende cura di ritirare gli atti o di farsi trovare dagli ufficiali notificatori.

A questo punto scatterà la fase due. Bisognerà ricercare beni mobili e immobili riferibili al medico.

Il cardiochirurgo, attualmente, percepisce una pensione Inpdap, un quinto della quale già pignorata e non risulta avere attività lavorative in Italia.

Non resta dunque che individuare i beni del professionista, se ne è ancora in possesso.

 

 

 

 

 

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mobbing non riconosciuto

Se il mobbing non viene riconosciuto, è possibile per il lavoratore ottenere comunque un risarcimento? Ecco il parere della Corte di Cassazione nel merito.

Cosa accade in caso di mobbing non riconosciuto a un lavoratore? Il datore di lavoro può essere comunque condannato a risarcirlo?

A queste domande ha risposto un’ordinanza della Corte di Cassazione, la n. 3871/2018. Con tale pronuncia, è stato stabilito che anche se vengono escluse le condotte persecutorie, quindi in caso di mobbing non riconosciuto, il datore di lavoro può essere condannato a risarcire il dipendente.

Nel caso di specie preso in esame dai giudici, la Corte d’Appello di Bologna ha respinto l’appello del lavoratore contro la pronuncia del tribunale. Questo aveva rigettato la domanda proposta nei confronti dell’Asl datrice di lavoro.

Tale domanda era volta ad ottenere il risarcimento dei danni subiti a causa della condotta vessatoria protrattasi sino al suo pensionamento.

Per la Corte territoriale, l’appellante aveva posto a fondamento della domanda risarcitoria non il semplice demansionamento, bensì il mobbing.

Tuttavia, non aveva fornito la prova dell’intento persecutorio. Pertanto, era irrilevante stabilire se fosse integrato o meno il demansionamento.

L’uomo ha quindi fatto ricorso in Cassazione. In particolare, ha lamentato che il giudice di merito, sebbene si trattasse di un caso di mobbing non riconosciuto, era comunque tenuto ad accertare se i comportamenti denunciati potessero essere fonte di responsabilità per il datore di lavoro.

Per gli Ermellini, sul punto, l’uomo aveva ragione.

Infatti, il giudice d’appello, pur qualificando correttamente la domanda e altrettanto correttamente escludendo il mobbing, ha commesso un errore.

E lo ha fatto nel ritenere “che per ciò solo dovesse essere escluso il suo potere/dovere di pronunciare sul denunciato demansionamento e sui danni asseritamente derivati dall’assegnazione a mansioni inferiori”.

Come già affermato in passato dalla Cassazione, “nell’ipotesi in cui il lavoratore chieda il risarcimento del danno patito alla propria integrità psico-fisica in conseguenza di una pluralità di comportamenti del datore di lavoro e dei colleghi di natura asseritamente vessatoria il giudice del merito, pur nell’accertata insussistenza di un intento persecutorio idoneo ad unificare tutti gli episodi addotti dall’interessato e quindi della configurabilità di una condotta di mobbing, è tenuto a valutare se alcuni dei comportamenti denunciati, seppure non accomunati dal fine persecutorio, siano ascrivibili a responsabilità del datore di lavoro, che possa essere chiamato a risponderne, nei limiti dei danni a lui imputabili”.

Pertanto, la sentenza è stata cassata e la parola passa ora al giudice del rinvio.

 

 

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Medico non prescrive esami più approfonditi: può essere condannato?

La Cassazione ha fornito chiarimenti nel caso in cui un medico non prescrive esami più approfonditi cagionando un danno al paziente

Si può parlare di negligenza se un medico non prescrive esami più approfonditi cagionando un danno al paziente?

Per la Cassazione che si è espressa a riguardo con la sentenza n. 26517/17, è evidente la negligenza del medico che non ha ritenuto necessario valutare con più attenzione il problema lamentato dal paziente.

Nel caso di specie, un dermatologo è stato condannato “per non aver suggerito o ordinato esami più approfonditi, ovvero per non avere fornito la prova, che alla data in cui visitò il paziente, questi non presentava alcun sintomo tale da suscitare nemmeno il più piccolo sospetto che fosse affetto da una patologia tumorale”.

Un paziente si era infatti presentato da lui con un dolore alla bocca. Ma quel fastidio era il primo segnale di una patologia tumorale.

Se il medico non prescrive esami più approfonditi, dunque, può essere riconosciuto – come in questo caso – un risarcimento dei danni per i familiari.

Nel caso di specie, per i giudici la storia clinica del paziente al momento della prima visita eseguita, avrebbero dovuto allarmare il professionista.

I sintomi del soggetto, inoltre, avrebbero dovuto indurre il medico almeno a sospettare la possibilità dell’esistenza di un epitelioma, disponendo esami più approfonditi.

I ricorrenti nel 1994 sono convenuti dinanzi al Tribunale di Viterbo. Qui hanno esposto che a novembre del 1990 il paziente era affetto da un epitelioma alle mucose buccali. Quando si era fatto visitare dal dermatologo, questi non si è reso conto della natura maligna della sua malattia. La patologia, progredendo, lo ha condotto alla morta.

I familiari del paziente hanno quindi chiesto il risarcimento dei danni patiti in conseguenza della morte del loro congiunto.

La Corte d’appello di Roma ha ritenuto che la storia clinica del paziente e i sintomi che aveva mostrato al momento della prima visita eseguita avrebbero dovuto senza dubbio spingere il professionista ad approfondirei.

Secondo la Corte d’appello, dunque, l’esecuzione di un esame istologico avrebbe permesso di accertare l’esistenza della malattia molto prima di quanto effettivamente avvenuto.

La Corte di Cassazione ha quindi affermato che, in tema di responsabilità medica, non è onere del paziente che subisce il danno provare la colpa del medico, ma è onere di quest’ultimo provare di avere tenuto una condotta diligente.

I giudici hanno quindi rilevato la responsabilità del medico per non aver suggerito o ordinato esami più approfonditi. Egli non ha potuto fornire la prova che, alla data in cui visitò il paziente, questi non presentava alcun sintomo tale da suscitare nemmeno il più piccolo sospetto che fosse affetto da una patologia tumorale.

 

 

 

 

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Figlia abbandonata, il risarcimento da parte del padre è dovuto?

Il Tribunale di Roma fornisce chiarimenti sul caso di una figlia abbandonata e sulla possibilità di ottenere un risarcimento da parte del padre

Cosa spetta alla figlia abbandonata dal padre, colpevole di aver violato i suoi doveri genitoriali?

Il Tribunale di Roma, prima sezione civile, nella sentenza del 19 maggio 2017 ha stabilito, per il caso di specie, che alla figlia abbandonata dal padre spetti un risarcimento da quasi 300mila euro.

Il risarcimento si riferisce ai danni non patrimoniali stante la violazione dei doveri genitoriali incidente su diritti costituzionalmente tutelati.

Per i giudici, infatti, non solo scattano in questo caso le sanzioni tipiche del diritto di famiglia, ma anche il risarcimento de danni non patrimoniali ex art. 2059 c.c. laddove la violazione incida su diritti costituzionalmente tutelati.

Per questa ragione, nel caso in oggetto, il padre della figlia abbandonata è tenuto a pagare quasi 300mila euro (somma così calcolata e poi ridotta).

L’uomo le aveva negato cura, istruzione e mantenimento.

Ma andiamo ai fatti.

La giovane, citando il padre, ha sostenuto che, dopo essere nata a seguito della relazione dell’uomo con la madre, era stata riconosciuta solo da quest’ultima.

La figlia poi aveva conosciuto l’altro genitore solo dopo che la donna era morta quando la ragazza aveva 12 anni.

L’uomo si era presentato come suo padre, ma si era reso subito irreperibile.

Da lì erano nati rapporti molto travagliati, nonché saltuari, sebbene la figlia avesse espresso la volontà di riallacciare i rapporti.

Da qui la domanda al Tribunale con cui la figlia ha chiesto venisse dichiarata l’esistenza del legame di filiazione con il padre. Inoltre, ha richiesto l’acquisizione del cognome paterno in aggiunta a quello materno.

La figlia ha chiesto inoltre che l’uomo venisse condannato al risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti da quantificarsi in via equitativa.

A fondamento della domanda risarcitoria, la ragazza ha posto proprio il mancato adempimento da parte del padre degli obblighi propri della genitorialità, di mantenimento e accudimento.

Non solo. Essa ha rappresentato anche la perdita di chances per non aver potuto portare a termine gli studi (conseguendo con difficoltà il solo diploma e non la laurea).

La figlia ha imputato quanto accaduto al mancato sostegno paterno e alla necessità di interrompere gli studi una volta conseguita la licenza media.

Ciò in quanto col decesso della madre e l’assenza del padre, la giovane ha dovuto iniziare a lavorare, potendo riprendere gli studi solo a 18 anni.

La C.T.U. parziale espletata in giudizio ha confermato il rapporto di parentela con il genitore, il quale, tuttavia, si è opposto alla richiesta risarcitoria mossa dalla figlia abbandonata.

Egli ha affermato di essere ignaro della possibile esistenza della figlia, avendo avuto con la madre della ragazza, molto più grande di lui, una relazione saltuaria.

Tuttavia, dalle risultanze testimoniali e dal contenuto dei messaggi inviati dal convenuto all’attrice si è evitno che lo stesso fosse a conoscenza della presunta paternità da quando lei era bambina, tanto da recarsi a trovarla nel luogo di residenza.

Queste circostanza hanno indotto i giudici a dichiarare l’uomo colpevole.

“L’obbligo dei genitori di provvedere a mantenere, istruire ed educare la prole – si legge – discende dal fatto stesso della procreazione è ed giuridicamente cristallizzato nell’art. 30 della Costituzione e nel codice civile” oltre che nelle norme sovrannazionali.

Pertanto, nel caso di specie, si è configurata la violazione dei relativi doveri genitoriali.

Oltre a questo, avendo cagionato una lesione di diritti costituzionalmente protetti, integra gli estremi dell’illecito civile e dà luogo a un’azione volta al risarcimento dei danni non patrimoniali ex art. 2059 del codice civile.

Infatti, laddove venga provato il totale disinteresse del genitore nel confronti del figlio, si genera un vulnus dei diritti fondamentali del figlio. Questi trovano nella carta Costituzionale e nelle norme di diritto internazionale un elevato grado di riconoscimento e tutela.

Questo è quanto avvenuto nel caso di specie.

E a nulla è valso obiettare che la figlia fosse stata concepita quando il convenuto era, per l’epoca, ancora minorenne.

Infatti, la nascita del figlio impone assunzione di responsabilità in capo a entrambi i genitori a prescindere dalle circostanze della nascita.

Dunque, per essere stato totalmente assente, il padre ha dovuto corrispondere un risarcimento. Esso è stato valutato con il parametro della liquidazione equitativa di cui agli articoli 1226 e 2056 del Codice civile.

Ciò è avvenuto tramite i criteri di liquidazione connessi alla morte di un genitore, diminuiti perché rispetto a questo caso il rapporto umano non è perduto per sempre.

Il calcolo, in base alle tabelle per la liquidazione del danno non patrimoniale in uso nel Tribunale di Roma nel 2017, ha implicato 9.443,50 euro per ogni punto.

Ne consegue che la somma finale da risarcire corrisponde a 263.087,05 euro (compresi gli interessi).

Una somma che i giudici hanno ridotto del 70% perché l’assenza dalla vita della figlia ne ha riguardato solo una parte.

 

 

 

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Frattura scambiata per un problema muscolare, medico condannato

A causa di una frattura scambiata per un problema muscolare, un medico è stato condannato a 8 mila euro di risarcimento e 20 giorni di reclusione

Una frattura scambiata per un problema muscolare e un ragazzino di 15 anni che si è ritrovato con una gamba più corta di un’altra.

È quanto avvenuto a Corridonia, in provincia di Macerata, dove il 31 gennaio 2011 un giovane si è fatto male a scuola.

Trasferito d’urgenza al Pronto Soccorso di Macerata, però, il medico non lo ha sottoposto subito a radiografia nonostante i fortissimi dolori.

Questo perché per il sanitario non era necessario, in quanto riteneva si trattasse di una distrazione al muscolo della coscia. In realtà, però, il problema era ben più serio.

Tuttavia, il ragazzino era stato dimesso. Non solo.

I genitori erano stati esortati a spingerlo a camminare e a muovere molto la gamba per una ripresa più rapida.

Ma, trattandosi di una frattura scambiata per un problema muscolare, non solo i dolori non sono diminuiti, ma sono aumentati molto.

I genitori hanno quindi portato il figlio a fare un altro controllo e lì è venuto fuori che il giovane aveva una frattura scomposta al collo del femore su cisti ossea giovanile, facile da vedere con la radiografia, oltre che da sospettare alla luce dei dolori dello studente.

Due giorni dopo l’incidente, il ragazzino è stato quindi operato a Camerino per la riduzione della frattura.

L’intervento, però, ha causato un lieve accorciamento della gamba. Da qui l’accusa di lesioni colpose a carico dell’ortopedico maceratese.

L’errore dell’ortopedico gli è quindi costato una condanna a 20 giorni di reclusione e a risarcire subito con 8mila euro il ragazzino, in attesa del risarcimento definitivo.

Il processo si è chiuso con la condanna del medico, pronunciata dal giudice Francesca Preziosi in accoglimento alla richiesta del pm Stefano Lanari. Il padre del quindicenne si è costituito parte civile con l’avvocato Sandro Giustozzi.

L’imputato era invece difeso dall’avvocato Vando Scheggia.

 

 

 

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Cieco dalla nascita: lussazione femorale con lesione dello SPE

In un cieco dalla nascita quanti punti vale, in termini di danno biologico, una lussazione del femore seguita da una lesione dello SPE?

È il caso di un giovane cieco dalla nascita che abbiamo seguito direttamente e che ha chiuso la transazione in sede stragiudiziale grazie alle capacità valutative di un ottimo collega medico legale che lo ha valutato 60 punti (chiusa in trattazione in 62%) contro la nostra richiesta di 65%.

Non voglio perdermi in chiacchiere in quanto si riporta di seguito uno stralcio delle considerazioni medico legali di parte e come allegato la relazione in formato pdf per leggere interamente la storia e il dramma di questo cittadino danneggiato in un incidente stradale.

Come si giunge alla succitata valutazione?

Se si vogliono fare i conti della serva cercando di trovare le soluzioni sui molteplici barème della RC si potrebbe fare il focus tenendo presente che:

– una lesione alta dello sciatico è valutata 45%;

– La perdita dell’incisivo superiore vale 2%;

– La frattura clavicola può essere valutata fino a 5%;

– Il disturbo depressivo con ansia e attacchi di panico moderato può essere serenamente valutato nella misura del 25%.

Si ritiene, però, che il medico legale non è un contabile che usa le tabelle come calcolatrice, ma è un esperto la cui valutazione deve basarsi sulla perdita della funzionalità del soggetto leso considerando soprattutto i “molti 100%” di cui è composto un individuo sano.

Il caso del sig. VV è abbastanza particolare in quanto trattasi di soggetto cieco dalla nascita che per forza di cose ha dovuto sviluppare al meglio tutti gli altri sensi per muoversi e vivere negli ambienti lavorativi e non.

La propriocezione aptica rappresenta il visus di un cieco dalla nascita che non ha mai, dunque, avuto esperienze visive.

Quindi, a parte lo stato psichico di un cieco che certamente non è paragonabile ad un soggetto sano (ma qui ci viene in aiuto la dr.ssa Elvironi che ben inquadra il soggetto, la sua preesistenza e il suo stato attuale), a parte la perdita dell’incisivo e la frattura della clavicola che nella valutazione complessiva del danno hanno minore rilevanza, ci si deve domandare come valutare la diminuzione di validità dell’organo della deambulazione considerando l’impatto su di esso della lesione nervosa in un soggetto il cui visus “corporeo” in gran parte è venuto meno come hanno bene evidenziato gli specialisti che hanno relazionato sull’argomento.

Non può non tenersi conto di come la perdita della capacità di deambulare vale 85% e che il sig. VV non l’ha persa totalmente ma parzialmente. Va comunque considerato come prima del sinistro il paziente era autonomo malgrado la cecità mentre adesso non lo è più, avendo bisogno per qualunque spostamento da fare di un accompagnatore avendo perso la sua autonomia a causa dell’impossibilità di “vedere”, con l’arto dominante, gli ostacoli e i pericoli che in genere l’ambiente oppone ad un soggetto cieco.

Insomma, più che considerare il danno all’organo della deambulazione in quanto tale va anche seriamente considerata la ridottissima autonomia visiva che ha causato il trauma della strada e la conseguenza sul suo stato psichico che a sua volta amplifica la sofferenza interiore, la qualità di vita, l’attività sociale e quella lavorativa.

Si ritiene, come suddetto che, globalmente, la riduzione dell’autonomia deambulatoria-visiva incida negativamente e gravemente sull’integrità psicofisica del sig. VV riducendola nella misura non inferiore al 65% dell’integrità pre-incidente.

Infine non si ritiene di dover valutare un soggetto cieco dalla nascita alla stregua di un soggetto non più integro, in quanto la sua integrità era rappresentata dalla sua autonomia.

Quindi sia che si valutino i plurimi danni monocroni che come valutazione della globale funzionalità persa dal periziando, la valutazione complessiva del danno biologico non può essere inferiore al 65%”.

Sarebbe piacevole un contraddittorio con i medici legali lettori di “Responsabile Civile”.

 

 

Dr. Carmelo Galipò

(Pres. Accademia della Medicina Legale)

Infiltrazioni in appartamento, deve pagare il proprietario?

Una sentenza della Cassazione si è espressa in merito alle infiltrazioni in appartamento chiarendo chi debba pagare tra proprietario e conduttore

In caso di infiltrazioni in appartamento che danneggino quello sottostante, chi deve pagare tra conduttore e proprietario?

A chiarirlo è la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24737 del 28 novembre 2007.

In caso di infiltrazioni in appartamento l’inquilino non è tenuto a provvedere alle riparazioni degli impianti.

Nel caso esaminato dalla Cassazione, tre soggetti avevano agito in giudizio nei confronti della proprietaria dell’appartamento del piano di sopra.

L’obiettivo era che questa fosse condannata al risarcimento dei danni subiti a causa di infiltrazioni provenienti dall’appartamento stesso.

La proprietaria, però, aveva contestato la domanda svolta nei suoi confronti.

A suo avviso, la domanda di risarcimento avrebbe dovuto essere proposta nei confronti della persona che occupava in affitto l’immobile in questione.

Il Giudice di Pace aveva affermato la responsabilità della proprietaria dell’immobile, condannandola al risarcimento del danno per le infiltrazioni in appartamento.

La sentenza è stata confermata dal Tribunale di Lucera e così la proprietaria aveva deciso di rivolgersi alla Corte di Cassazione.

Secondo la donna, il Tribunale avrebbe fondato la propria decisione sulla base della sentenza n. 271 del 1989.

In base a questa: “non rientrano tra le riparazioni a carico dell’inquilino a norma dell’art. 1609 c.c. quelle relative agli impianti interni della struttura del fabbricato per l’erogazione dei servizi indispensabili al godimento dell’immobile”.

I giudici di Cassazione, hanno poi ritenuto di darle ragione, accogliendone il ricorso.

Per la Cassazione, il Tribunale aveva “escluso la responsabilità del conduttore, sul rilievo che il danno era stato causato dalla rottura di un tubo (flessibile) che porta acqua al bidet”.

Questo è stato ritenuto fuori dal controllo quotidiano di chi utilizza l’impianto, la cui manutenzione attiene in via generale alla manutenzione dell’intera struttura dell’impianto.

Tuttavia, non era stato considerato che il tubo flessibile che portava acqua al bidet era un elemento esterno.

E pertanto, era “sostituibile senza necessità di intervento implicante demolizioni” e non poteva “essere qualificato come componente dell’impianto idrico interno”.

Alla luce di tali considerazioni, il ricorso è stato accolto e la sentenza annullata.

La causa è stata poi rinviata al Tribunale di primo grado, affinché questo decidesse sulla questione, in base ai principi sopra enunciati.

 

 

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Taglio troppo corto dal parrucchiere: si può chiedere un risarcimento?

Una sentenza del Giudice di Pace ha fornito precisazioni sul caso in cui un taglio troppo corto dal parrucchiere giustifichi un risarcimento dei danni

È possibile che un taglio troppo corto dal parrucchiere giustifichi una richiesta di risarcimento danni?

A occuparsi della questione è stato il Giudice di Pace di Catania, che con la sentenza n. 288 del 24 marzo 1999, ha fornito alcune interessanti precisazioni sul punto.

Se un taglio troppo corto dal parrucchiere causa un danno è infatti possibile chiedere – e ottenere – un risarcimento.

Il Giudice di Pace di Catania ha infatti condannato al risarcimento dei danni un parrucchiere che aveva tagliato troppo corti i capelli di una donna.

Nel caso di specie esaminato, una donna aveva agito in giudizio nei confronti del proprio parrucchiere al fine di ottenere la condanna dello stesso al risarcimento dei danni.

Il taglio troppo corto dal parrucchiere, in luogo di quello che lei aveva scelto, aveva causato un danno alla donna.

Si legge nella sentenza che: “il taglio dei capelli corto invece di quello lungo che aveva scelto, per cui aveva dovuto rinunziare all’abito di nozze, non adatto al taglio dei capelli corto e spostare la data delle nozze, a parte il danno biologico e di relazione”.

Il parrucchiere aveva contestato la domanda della donna, evidenziando che il proprio dipendente che aveva eseguito il taglio si era limitato ad accorciare solo le punte dei capelli, come concordato con la cliente.

Il Giudice di Pace ha tuttavia ritenuto di dover dar ragione alla cliente, accogliendo la relativa domanda risarcitoria, giudicandola fondata.

Per il Giudice di Pace, infatti, la donna aveva dimostrato che il taglio troppo corto dal parrucchiere aveva cagionato un danno specifico.

L’errore nell’esecuzione del taglio dei capelli, infatti, non le aveva permesso di indossare l’abito da sposa scelto costringendola a spostare la data delle nozze.

Secondo il Giudice di Pace, in particolare, tali circostanze erano state provate.

La donna aveva scattato delle fotografia del prima e del dopo, e anche le deposizioni obiettive dei testimoni sentiti in corso di causa avevano confermato la versione dei fatti fornita dalla cliente.

Infine, anche il consulente tecnico di cui si era avvalso il Giudice aveva confermato che il parrucchiere non aveva eseguito “un semplice ritocco delle punte dei capelli”, come concordato, ma li aveva accorciati di be 10 centimetri.

Pertanto, il Giudice di Pace ha dichiarato la responsabilità del parrucchiere per aver eseguito il taglio corto dei capelli invece di quello lungo, come richiesto dalla cliente.

Il parrucchiere è stato quindi condannato al risarcimento dei danni, ai sensi dell’art. 1176, comma 2, cod. civ.

 

 

 

 

 

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Tatuaggi e infezioni, il risarcimento è sempre dovuto?

Una sentenza del Tribunale di Roma si è espressa in merito a tatuaggi e infezioni e alle circostanze in cui è possibile ottenere un risarcimento

Tatuaggi e infezioni sono un binomio piuttosto frequente, purtroppo, ma nel momento in cui si contrae una patologia è sempre possibile ottenere un risarcimento?

Secondo il Tribunale di Roma, che sul punto si è espresso con la sentenza n. 9648 del 5 maggio 2015, in caso di tatuaggi e infezioni il risarcimento è dovuto solo se è provato il mancato rispetto delle norme igienico-sanitarie.

Nel caso di specie preso in esame dai giudici, il Tribunale ha rigettato la domanda risarcitoria proposta da una donna, che aveva contratto una infezione a seguito di un tatuaggio.

Lo stesso era stato effettuato presso un Centro estetico, di cui aveva, successivamente, chiesto la condanna al risarcimento dei danni.

Dagli accertamenti effettuati, però, era emerso che la donna non aveva rispettato le cure che le erano state prescritte dal tatuatore.

Come noto, infatti, eseguire un tatuaggio può comportare gravi rischi per la salute, soprattutto se non vengono rispettate le fondamentali norme igienico-sanitarie.

In questi casi, infatti, tatuaggi e infezioni sono strettamente collegati.

Spesso però, questo tipo di eventualità può essere causata dalla disattenzione di chi non rispetta le norme suggerite dal tatuatore.

Secondo la ricorrente, in particolare, il tatuaggio era stato eseguito in assenza di adeguate condizioni igieniche.

Oltre a questo, la donna aveva sostenuto che non le fosse stata fornita alcuna informazione circa le possibili conseguenze derivanti dall’esecuzione del tatuaggio stesso.

Quanto al titolare del Centro estetico, questi aveva contestato la domanda risarcitoria della donna.

A sostegno di ciò, aveva evidenziato che l’infezione era stata dovuta al fatto che la donna non aveva seguito le cure che le erano state prescritte dopo l’esecuzione del tatuaggio.

Il Tribunale, pertanto, ha ritenuto, di dover rigettare la domanda di risarcimento svolta dalla donna.

Questo poiché l’esecuzione di un tatuaggio non può essere considerata “attività pericolosa”.

Secondo il giudice, le linee guida del Ministero della Sanità descrivono l’esecuzione del tatuaggio come una pratica che può comportare dei rischi di infezioni.

Questi rischi, tuttavia, sono evitabili attraverso l’uso di un’attenta igiene.

Pertanto, per il Tribunale occorreva verificare che vi fosse stato un comportamento negligente del responsabile del Centro estetico che avesse causato alla donna il danno lamentato.

A questo proposito, i testimoni ascoltati dal giudice hanno riferito che i tatuaggi venivano sempre realizzati in condizioni igieniche ottimali e che venivano utilizzati degli strumenti monouso.

Dalla consulenza tecnica svolta, inoltre, era emerso che le infezioni riportate dalla donna non erano riconducibili alla cattiva esecuzione del tatuaggio.

Non solo. Nemmeno le condizioni igieniche dei locali in cui il tatuaggio era stato praticato erano risultate non conformi.

Pertanto, il Giudice ha rifiutato la domanda di risarcimento della donna, non essendo stata provata la responsabilità del Centro estetico.

 

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