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risarcimento danni

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ago di sutura

Il risarcimento alla donna che ha vissuto per 56 anni con un ago di sutura nel corpo ammonta a 200mila euro.

Dolori, infiammazioni, cure che non portano a nulla per anni: per capire che era un ago di sutura dimenticato nel suo corpo a causare tutto questo, una donna milanese ha dovuto attendere diversi anni.

Adesso, la Corte di Cassazione le ha riconosciuto un risarcimento di 200mila euro per un errore medico che le è costato incredibili sofferenze.

La vicenda

Tutto ha inizio nel 1962, a Milano. All’epoca, una giovane donna milanese di 22 anni si sottopone a un’operazione che già ai tempi era considerara di routine,all’Istituto di Maternità.

Un presidio che ora è stato inglobato dal Fatebenefratelli di Milano.

Nel corso dell’intervento, però, i medici avevano dimenticato un pezzo di ago di sutura nel suo corpo.

Sul referto avevano scritto che “nelle manovre un piccolo frammento d’ago rimane perso nei muscoli del piano perineale. Non essendo possibile rintracciarlo se non a prezzo di un’ulteriore grave lesione dei tessuti necessari alla ricostruzione, si rinuncia alla sua estrazione”, come riporta Corriere della Sera.

Ebbene, di quella perdita, nessun medico ha ritenuto necessario informare la giovane paziente, che dopo l’operazione aveva ripreso la sua vita senza sapere di questo problema.

Poco dopo erano iniziati i problemi di salute della donna. Dolori costanti, infiammazioni dalla causa misteriosa e molti disagi.

Finalmente, nel 2000, la donna si sottopone a una lastra all’addome che rivela la presenza dell’ ago di sutura nel suo corpo.

A quel punto, la donna si è immediatamente rivolta a un legale e ha fatto causa all’ex Provincia di Milano, che ha sempre sostenuto, come confermato anche in primo grado nel 2009, che la vicenda fosse ormai prescritta.

Poi, come riporta il Corriere della Sera, nel 2015 la Corte d’appello di Milano aveva ribaltato la sentenza, perché la donna era venuta a conoscenza dell’errore medico solo nel 2000.

In più, proprio in quel periodo, era saltato fuori dagli archivi il referto medico che svelava la consapevolezza dei dottori nell’aver commesso la dimenticanza.

I magistrati dell’appello avevano dato credito anche alla perizia medico-legale conclusa nel 2007.

In base a questa perizia, “i frammenti di ago avrebbero potuto, anzi dovuto essere rimossi dopo accurati accertamenti, dopo qualche mese, ad avvenuta completa guarigione delle ferite”.

Adesso, grazie alla pronuncia della Cassazione, il risarcimento alla donna diventa definitivo. La sentenza ha fissato la somma dovuta dalla città metropolitana a 36mila euro.

La somma dovrà essere applicata anche a tutti i 56 anni passati dall’intervento, arrivando fino a 200mila euro.

 

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GARZA DIMENTICATA DOPO UN INTERVENTO: DONNA VIENE RIOPERATA E SI SALVA

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Morto dopo una colonscopia: chiesto risarcimento all’Asur

L’uomo è deceduto a dicembre 2017 per una lacerazione avvenuta in seguito a una colonscopia. La famiglia si è rivolta a un legale e ora pretende un risarcimento per quanto accaduto.

Un presunto caso di malasanità ha coinvolto un uomo di 68 anni, morto dopo una colonscopia a dicembre 2017.

Il paziente, 68 anni di Appignano (Macerata), aveva subito una lacerazione durante l’esame, cui era seguita una peritonite e due interventi chirurgici, come riporta il Resto del Carlino.

La vicenda

Tutto ha inizio il 2 dicembre scorso, quando il paziente viene ricoverato nel reparto di gastroenterologia. Lì, dopo vari esami, i medici prescrivono una colonscopia.

Ma già il 12 dicembre, quando l’esame viene realizzato, nasce il dubbio che vi sia stata una lacerazione per la presenza di aria fuori dall’intestino.

Alle 14.45 viene subito disposta una Tac, e in seguito a quell’esame si decide di operare subito il pensionato, che era ancora “vigile e collaborante”.

I sanitari che avevano in cura l’uomo, però, cambiano idea e decidono di trasferirlo ad Ancona. Lì, infatti, c’è anche la neurochirurgia.

Il paziente giunge quindi agli Ospedali riuniti di Ancona alle 20. Alle 23 inizia l’intervento per recuperare una situazione che nel frattempo era peggiorata fino al punto da essere definita critica.

Lì i chirurghi si rendono conto della lacerazione e cercano di fare il possibile per salvarlo. All’una e mezza richiudono il paziente che si sveglia in discrete condizioni.

Ma il giorno dopo il 68enne inizia a stare male e viene urgentemente operato per una peritonite, cui segue una insufficienza renale il giorno seguente. Fino a che, il 17, non si arriva al decesso.

I parenti dell’uomo morto dopo una colonscopia, però, vogliono vederci chiaro.

Da subito il figlio legge sulla documentazione della lesione.

A quel punto, decide di rivolgersi all’avvocato Fabrizio Giustozzi, che dispone subito una consulenza medico legale per fare chiarezza.

Una consulenza di cui il chirurgo Paolo Appignanesi e il medico legale e gastroenterologo Marina Bartolucci hanno consegnato le conclusioni proprio qualche giorno fa.

A causare la morte dell’uomo morto dopo una colonscopia pare sia stata proprio una vasta lacerazione nel colon, avvenuta durante l’esame medico.

Pertanto, il figlio ora chiederà un risarcimento all’Asur.

Il paziente, in seguito a un infortunio sul lavoro, aveva battuto la schiena ed era rimasto paraplegico anni prima. Aveva poi avuto un tumore con metastasi ma conduceva una esistenza accettabile. Sebbene le sue condizioni fossero comunque delicate, quanto accaduto non sembra correlato alle patologie di cui soffriva.

Quello che però hanno evidenziato i due consulenti è che un paziente con quel quadro clinico non avrebbe dovuto essere sottoposto a colonscopia.

Inoltre, alla luce delle condizioni dell’uomo, sarebbe stata necessaria una consulenza oncologica e anche una nefrologica.

Ma non è tutto.

Per i consulenti medico-legali una volta scoperta la lacerazione si sarebbe dovuto intervenire immediatamente, senza aspettare. Anche perché l’ospedale di Macerata aveva tutto il necessario per quell’intervento. Un intervento per il quale invece si è atteso troppo causando la peritonite che è stata poi fatale.

 

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PROCEDURE ENDOSCOPICHE: IL RISCHIO INFETTIVO PUÒ ESSERE ALTO

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esclusa dal concorso

Ventotto anni fa l’insegnante partecipò a un concorso da cui venne esclusa. Per il Consiglio di Stato ci furono “gravi scorrettezze”.

Ottenere giustizia dopo ventotto anni: è quanto è accaduto a una insegnante, Maria Giuseppina Eboli, esclusa dal concorso cui partecipò nel 1990 all’Università La Sapienza di Roma.

La donna concorreva per uno dei 35 posti di associato. Ma, per colpa di gravi scorrettezze, fu esclusa dal concorso.

Dopo una lunghissima battaglia giudiziaria, il Consiglio di Stato ha stabilito che il Ministero dell’Istruzione debba risarcirla con circa 260mila euro per i danni economici e morali subiti.

L’insegnante, grazie al Codacons, dopo anni di battaglie in tribunale, ha ottenuto l’assegno riparatore.

La vicenda

I fatti iniziano appunto nel 1990, quando l’allora ricercatrice presso l’Università La Sapienza di Roma ha partecipato al concorso da 35 posti per professore associato del raggruppamento disciplinare “economico estimativo”.

Il concorso è andato male, però.

Tuttavia, l’insegnante ha presentato ricorso al Tar del Lazio, denunciando “le gravi scorrettezze commesse dalla Commissione giudicatrice”.

Il tribunale ha quindi accolto tutte le sue istanze, disponendo l’annullamento dell’atto di nomina della Commissione in quanto illegittima.

A quel punto, il Miur ha fatto tre distinti ricorsi in appello, tutti respinti dal Consiglio di Stato. Nonostante questo, però, la sentenza è rimasta lettera morta, fino a quando, nel 2008, la donan ha fatto nuovamente ricorso al Tar del Lazio vincendolo. Due anni dopo è arrivata la nomina a “professoressa associata”.

Tuttavia, il ministero si è rifiutato di riconoscerle un indennizzo per i danni provocati alla sua carriera.

Anche dopo questa ennesima batosta, la docente ha deciso di presentare il suo terzo ricorso al Tar del Lazio, che ha vinto nuovamente.

Da qui è arrivato l’ordine dei giudici al Miur di risarcire la professoressa esclusa del concorso per tutti i danni subiti. Con, naturalmente, anche la doverosa ricostruzione della propria carriera a fini economici e previdenziali.

Soddisfatto il presidente del Codacons, Carlo Rienzi.

“Oggi il ministero dell’Istruzione ha finalmente staccato un assegno da 257.684 euro per i danni economici e morali inferti alla professoressa. Rimane l’amarezza per il vergognoso comportamento del Miur, che ha costretto una ricercatrice ad attendere 28 anni per veder riconosciuti i propri diritti, un ritardo criminale che ha privato la professionista della sua vita lavorativa e di una carriera che le spettava di diritto”.

 

 

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Class action contro Facebook: Altroconsumo avvia la pratica

Sarebbe di 200 euro a persona il risarcimento chiesto da Altroconsumo nella class action nei confronti del social network, accusato di aver usato in modo improprio i dati delle persone.

Altroconsumo ha reso noto di aver dato avvio a una class action contro Facebook, in seguito ai recenti fatti che hanno visto coinvolto il popolare social network.

Il colosso informatico di Mark Zuckerberg era stato infatti accusato di aver usato in modo improprio i dati di milioni di utenti.

Ebbene, adesso, Altroconsumo si è unita alle altre organizzazioni sue partner in Belgio, Spagna e Portogallo. L’obiettivo è promuovere una class action contro Facebook.

Lo scopo è quello di ottenere il risarcimento di almeno 200 euro per ogni utente danneggiato dall’uso improprio dei dati personali da parte del social.

L’azione collettiva, si legge in una nota dell’associazione, si fonda proprio sulle contestazioni mosse dalle organizzazioni di consumatori nelle scorse settimane.

Lamentele confermate anche dall’Antitrust con l’apertura del procedimento per pratiche commerciali scorrette.

“Tutti gli utenti Facebook – si legge – sono stati vittime di un continuo e massivo uso improprio dei dati da parte del social network o di altre app che operano sulla piattaforma”.

La vicenda, come noto, aveva portato alla luce la raccolta di grandi volumi di dati. Così come la loro condivisione con parti terze, senza che nessuno degli utenti avesse mai autorizzato la cosa in modo pienamente consapevole.

Pertanto, continua la nota “Facebook ha violato sia la normativa sulla protezione dei dati, sia la fondamentale legislazione sui consumatori, traendone indebiti e ingentissimi guadagni”.

L’atto di citazione per finalizzare la class action contro Facebook sarà depositato a breve dagli avvocati di Altroconsumo presso il tribunale di Milano.

Sarà poi compito del giudice valutare il danno e calcolare l’importo finale del risarcimento.

Un risarcimento che, comunque, “gli esperti dell’organizzazione hanno già valutato essere almeno di 200 euro per ogni consumatore sul social network, sommando il valore economico prodotto dall’utilizzo dei dati, più il danno morale”.

L’Associazione Altroconsumo, sul proprio sito, ha messo a disposizione degli utenti un link attraverso il quale aderire all’azione.

 

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deceduto dopo una operazione

È stata una vera e propria odissea giudiziaria quella della famiglia di un uomo morto dopo una operazione al cuore e la cui cartella clinica era incompleta. Dopo anni, tutto si chiude con un accordo transattivo per 370mila euro.

Un caso di malasanità, riportato da La Nazione, che ha coinvolto un uomo deceduto dopo una operazione al cuore, si è concluso dopo anni.

Tanto c’è voluto prima che arrivasse la sentenza di primo grado per quanto avvenuto a un uomo di poco più di 40anni, padre di famiglia, deceduto dopo una operazione di vascolarizzazione miocardia a cuore battente.

Il paziente si era sottoposto all’intervento il 20 novembre 2012. Questo si era reso necessario a causa di un’angina da sforzo.

Ebbene, il 27 novembre, l’uomo è stato quindi dimesso e trasferito a Volterra per la riabilitazione.

Il giorno dopo, mentre praticava sotto controllo medico gli esercizi fisici che gli erano stati prescritti, l’uomo si sente male.

Si capisce subito che si tratta di arresto cardiaco, ma a nulla valgono i tentativi di rianimarlo. L’autopsia , effettuata poco tempo dopo, rivela che una sutura si era riaperta spontaneamente causando l’arresto cardiocircolatorio.

Secondo il consulente dei familiari della vittima è stata questa la causa della morte.

Un evento che dimostrerebbe appieno l’imperizia con la quale la sutura in questione era stata eseguita.

Appurato questo, inizia lo scontro in sede civile tra l’ente ospedaliero di Pisa e i medici citati in giudizio.

Questi ultimi, in particolare, contestano le argomentazioni difensive sostenendo che l’autopsia aveva evidenziato che la lacerazione si trovava nel contesto del tessuto sano.

Pertanto, a loro avviso, soltanto uno sforzo traumatico notevole poteva averla causata. Insomma, tutto sarebbe accaduto durante le manovre di rianimazione.

Dopo una serie di perizie, e l’aver appurato che la cartella clinica del paziente presentava delle notevoli mancanze, il giudice civile di Pisa scrive quanto segue.

“L’incompletezza della cartella clinica, che l’azienda sanitaria ascrive alla circostanza che si trattava di intervento routinario, nonché la carente relazione autoptica, hanno determinato la nomina di ben tre collegi per tentare di accertare le cause del decesso”.

E non è tutto. “La responsabilità per l’incompleta compilazione della cartella clinica (che se completa di descrizione avrebbe consentito di discernere tra errore medico e complicanza incolpevole) – prosegue il giudice – ricade in via esclusiva su coloro che l’hanno predisposta – o che avevano l’obbligo di farlo”.

Pertanto, secondo il giudice, non si può che invocare quella incompletezza “quale elemento dimostrativo della carenza di prova riguardo la sussistenza di circostanze rilevanti sulle responsabilità del fatto”.

“In tutti quei casi – conclude – in cui è impossibile individuare con certezza la causa, come pure quelli in cui è solo dubbia, la responsabilità non potrà che ricadere sul medico-ospedale che non ha adempiuto ai propri oneri probatori in ordine alla sua adeguata diligenza”.

Il giudizio di primo grado ha accolto le pretese di moglie e figlio. Ai familiari dell’uomo deceduto dopo una operazione sono stati riconosciuti 540mila euro di risarcimento. A ciò è poi seguito un accordo che ha ridotto la cifra iniziale a 370mila euro con rinuncia a proseguire nel giudizio.

 

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intestino bucato

Una donna ha chiesto la condanna dell’Asp di Agrigento al pagamento di un risarcimento da quasi 300 mila euro per la perforazione dell’intestino cieco durante un esame medico.

Ritrovarsi l’ intestino bucato in seguito a un esame in ospedale. E’ quando accaduto a una donna agrigentina lo scorso anno: un presunto errore medico che riporta la sanità siciliana sotto i riflettori.

La perforazione si è verificata il 9 agosto 2017 durante un esame strumentale per la quale, adesso, la donna ha chiesto un maxi risarcimento all’Asp di Agrigento.

La paziente ha infatti citato in giudizio l’azienda sanitaria provinciale della città dei Templi con delle richieste ben precise. Ovvero, quella di condannare l’Asp al pagamento del danno biologico quantificato in 272.339 euro.

La richiesta di risarcimento per l’ intestino bucato, danno medico verificatosi durante un esame in ospedale, si aggiunge a un’altra istanza analoga che l’Asp agrigentina dovrà affrontare a breve.

Il prossimo 21 maggio l’Azienda sanitaria comparirà davanti al tribunale per il caso di un’altra donna. Quest’ultima, infatti, chiede il risarcimento dei danni subiti  per un altro presunto errore medico. I danni sono stati quantificati in 454.341 euro.

L’avvocato Domenico Schembri, per conto della sua assistita che ha riportato la perforazione dell’intestino, aveva inoltrato un’istanza di risarcimento danni.

Istanza che è stata inviata “per responsabilità da colpa medica consequenziale al ritenuto errato esame strumentale, effettuato il 9 agosto del 2017 all’unità operativa di Chirurgia del presidio ospedaliero di Agrigento”.

Un errore “che avrebbe cagionato la perforazione dell’intestino cieco con conseguente applicazione di un ano preternaturale”.

Pertanto, l’Asp è stata ora citata all’udienza del prossimo 20 luglio davanti al tribunale di Agrigento.

Atto finalizzato ad “accertare e dichiarare la responsabilità dei sanitari nella causazione del danno subito e per ottenere la condanna al pagamento del danno biologico che è stato quantificato in complessivi 272.339 euro”.

Quanto all’Asp siciliana, questa ha deciso di costituirsi in giudizio. L’incarico di difesa è stato affidato all’avvocato Antonino Noto.

E sempre in giudizio, l’Asp ha deciso di costituirsi per l’altra richiesta di risarcimento danni. Quella da 454.341 euro, avanzata dall’altra ex paziente.

Per questo secondo caso, una donna ha inoltrato istanza per ottenere il risarcimento del danno “per responsabilità da colpa medica consequenziale alle errate cure dai sanitari del reparto di Chirurgia generale del presidio ospedaliero di Canicattì durante i due giorni di degenza quando la donna è stata sottoposta a intervento chirurgico di tiroidectomia”.

 

 

 

 

 

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Medico condannato sfugge ai creditori: deve risarcire oltre 2 milioni

Il cardiochirurgo Michele Di Summa, ex luminare delle Molinette e condannato per lo scandalo internazionale delle valvole cardiache difettose esploso nel 2002, continua a fuggire ai propri creditori.

Oltre due milioni di euro, per la precisione due milioni e 730 mila euro: è questa la somma che il cardiochirurgo Michele Di Summa deve ancora risarcire per i danni cagionati.

Il medico condannato sfugge ai creditori, i principali dei quali sono i suoi ex datori di lavoro: l’ospedale Molinette ‘Città della Salute’ e l’Università di Torino.

A loro, Di Summa deve rispettivamente due milioni e 130 mila euro e 600 mila euro.

Adesso, però, il quotidiano “La Repubblica” avrebbe scoperto dove il medico, oggi 73enne, si stia nascondendo.

Di Summa risiede in un Tiro a Volo, sperduto in mezzo alla campagna di Francavilla Fontana (Br) e di proprietà del cugino.

Il medico condannato sfugge ai creditori nascondendosi in un luogo apparentemente irraggiungibile. Peccato però che sia stato “stanato” e adesso le conseguenze potrebbero arrivare.

Come noto, il cardiochirurgo era finito nell’occhio del ciclone per lo scandalo internazionale delle valvole cardiache difettose esploso a Torino nel novembre del 2002.

Di Summa era celebre per essere il cardiochirurgo più stimato della città. Dopo l’arresto, il 4 novembre 2002, aveva scontato quaranta giorni di carcere più quattro mesi ai domiciliari.

Il processo lo aveva poi condannato in secondo grado a un anno e undici mesi per corruzione.

Dopodiché, l’uomo aveva scelto un nascondiglio per eludere le numerose notifiche di risarcimento danni.

Tramite questo espediente, il medico condannato sfugge ai creditori senza pagare i danni quantificati dalle sentenze penali, da quelle civili e dalla Corte dei Conti.

Molti pazienti hanno quindi ottenuto di essere risarciti dall’ospedale in solido con il cardiochirurgo. E qui si annida il paradosso.

Il medico infatti non è mai presente al Tiro a Volo dove ha ora la residenza e quindi la struttura sanitaria paga alle vittime anche i danni dovuti dal cardiochirurgo.

Si tratta di soldi anticipati dall’azienda sanitaria, ma al momento pare impossibile la rivalsa sul medico per farseli restituire.

Come spiegato da Repubblica, Di Summa, dal punto di vista giuridico, non è irreperibile avendo comunque una residenza anagrafica. Tuttavia, l’escamotage da lui impiegato, ovvero quello di risiedere in un posto nel quale non si vive, viene impiegato da molti proprio per eludere queste notifiche.

Nel frattempo, il commissario delle Molinette, Gian Paolo Zanetta, e il preside della Facoltà di Medicina di Torino sono costretti ad anticipare i soldi dovuti in solido con Di Summa.

Per questo, tempo fa hanno incaricato Equitalia di riscuotere i crediti.

Adesso hanno deciso di attivare la procedura della ‘compiuta giacenza’ prevista dall’articolo 143 del codice di procedura civile.

Secondo tale articolo di legge, la notifica s’intende compiuta anche se il residente non si prende cura di ritirare gli atti o di farsi trovare dagli ufficiali notificatori.

A questo punto scatterà la fase due. Bisognerà ricercare beni mobili e immobili riferibili al medico.

Il cardiochirurgo, attualmente, percepisce una pensione Inpdap, un quinto della quale già pignorata e non risulta avere attività lavorative in Italia.

Non resta dunque che individuare i beni del professionista, se ne è ancora in possesso.

 

 

 

 

 

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mobbing non riconosciuto

Se il mobbing non viene riconosciuto, è possibile per il lavoratore ottenere comunque un risarcimento? Ecco il parere della Corte di Cassazione nel merito.

Cosa accade in caso di mobbing non riconosciuto a un lavoratore? Il datore di lavoro può essere comunque condannato a risarcirlo?

A queste domande ha risposto un’ordinanza della Corte di Cassazione, la n. 3871/2018. Con tale pronuncia, è stato stabilito che anche se vengono escluse le condotte persecutorie, quindi in caso di mobbing non riconosciuto, il datore di lavoro può essere condannato a risarcire il dipendente.

Nel caso di specie preso in esame dai giudici, la Corte d’Appello di Bologna ha respinto l’appello del lavoratore contro la pronuncia del tribunale. Questo aveva rigettato la domanda proposta nei confronti dell’Asl datrice di lavoro.

Tale domanda era volta ad ottenere il risarcimento dei danni subiti a causa della condotta vessatoria protrattasi sino al suo pensionamento.

Per la Corte territoriale, l’appellante aveva posto a fondamento della domanda risarcitoria non il semplice demansionamento, bensì il mobbing.

Tuttavia, non aveva fornito la prova dell’intento persecutorio. Pertanto, era irrilevante stabilire se fosse integrato o meno il demansionamento.

L’uomo ha quindi fatto ricorso in Cassazione. In particolare, ha lamentato che il giudice di merito, sebbene si trattasse di un caso di mobbing non riconosciuto, era comunque tenuto ad accertare se i comportamenti denunciati potessero essere fonte di responsabilità per il datore di lavoro.

Per gli Ermellini, sul punto, l’uomo aveva ragione.

Infatti, il giudice d’appello, pur qualificando correttamente la domanda e altrettanto correttamente escludendo il mobbing, ha commesso un errore.

E lo ha fatto nel ritenere “che per ciò solo dovesse essere escluso il suo potere/dovere di pronunciare sul denunciato demansionamento e sui danni asseritamente derivati dall’assegnazione a mansioni inferiori”.

Come già affermato in passato dalla Cassazione, “nell’ipotesi in cui il lavoratore chieda il risarcimento del danno patito alla propria integrità psico-fisica in conseguenza di una pluralità di comportamenti del datore di lavoro e dei colleghi di natura asseritamente vessatoria il giudice del merito, pur nell’accertata insussistenza di un intento persecutorio idoneo ad unificare tutti gli episodi addotti dall’interessato e quindi della configurabilità di una condotta di mobbing, è tenuto a valutare se alcuni dei comportamenti denunciati, seppure non accomunati dal fine persecutorio, siano ascrivibili a responsabilità del datore di lavoro, che possa essere chiamato a risponderne, nei limiti dei danni a lui imputabili”.

Pertanto, la sentenza è stata cassata e la parola passa ora al giudice del rinvio.

 

 

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Medico non prescrive esami più approfonditi: può essere condannato?

La Cassazione ha fornito chiarimenti nel caso in cui un medico non prescrive esami più approfonditi cagionando un danno al paziente

Si può parlare di negligenza se un medico non prescrive esami più approfonditi cagionando un danno al paziente?

Per la Cassazione che si è espressa a riguardo con la sentenza n. 26517/17, è evidente la negligenza del medico che non ha ritenuto necessario valutare con più attenzione il problema lamentato dal paziente.

Nel caso di specie, un dermatologo è stato condannato “per non aver suggerito o ordinato esami più approfonditi, ovvero per non avere fornito la prova, che alla data in cui visitò il paziente, questi non presentava alcun sintomo tale da suscitare nemmeno il più piccolo sospetto che fosse affetto da una patologia tumorale”.

Un paziente si era infatti presentato da lui con un dolore alla bocca. Ma quel fastidio era il primo segnale di una patologia tumorale.

Se il medico non prescrive esami più approfonditi, dunque, può essere riconosciuto – come in questo caso – un risarcimento dei danni per i familiari.

Nel caso di specie, per i giudici la storia clinica del paziente al momento della prima visita eseguita, avrebbero dovuto allarmare il professionista.

I sintomi del soggetto, inoltre, avrebbero dovuto indurre il medico almeno a sospettare la possibilità dell’esistenza di un epitelioma, disponendo esami più approfonditi.

I ricorrenti nel 1994 sono convenuti dinanzi al Tribunale di Viterbo. Qui hanno esposto che a novembre del 1990 il paziente era affetto da un epitelioma alle mucose buccali. Quando si era fatto visitare dal dermatologo, questi non si è reso conto della natura maligna della sua malattia. La patologia, progredendo, lo ha condotto alla morta.

I familiari del paziente hanno quindi chiesto il risarcimento dei danni patiti in conseguenza della morte del loro congiunto.

La Corte d’appello di Roma ha ritenuto che la storia clinica del paziente e i sintomi che aveva mostrato al momento della prima visita eseguita avrebbero dovuto senza dubbio spingere il professionista ad approfondirei.

Secondo la Corte d’appello, dunque, l’esecuzione di un esame istologico avrebbe permesso di accertare l’esistenza della malattia molto prima di quanto effettivamente avvenuto.

La Corte di Cassazione ha quindi affermato che, in tema di responsabilità medica, non è onere del paziente che subisce il danno provare la colpa del medico, ma è onere di quest’ultimo provare di avere tenuto una condotta diligente.

I giudici hanno quindi rilevato la responsabilità del medico per non aver suggerito o ordinato esami più approfonditi. Egli non ha potuto fornire la prova che, alla data in cui visitò il paziente, questi non presentava alcun sintomo tale da suscitare nemmeno il più piccolo sospetto che fosse affetto da una patologia tumorale.

 

 

 

 

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Figlia abbandonata, il risarcimento da parte del padre è dovuto?

Il Tribunale di Roma fornisce chiarimenti sul caso di una figlia abbandonata e sulla possibilità di ottenere un risarcimento da parte del padre

Cosa spetta alla figlia abbandonata dal padre, colpevole di aver violato i suoi doveri genitoriali?

Il Tribunale di Roma, prima sezione civile, nella sentenza del 19 maggio 2017 ha stabilito, per il caso di specie, che alla figlia abbandonata dal padre spetti un risarcimento da quasi 300mila euro.

Il risarcimento si riferisce ai danni non patrimoniali stante la violazione dei doveri genitoriali incidente su diritti costituzionalmente tutelati.

Per i giudici, infatti, non solo scattano in questo caso le sanzioni tipiche del diritto di famiglia, ma anche il risarcimento de danni non patrimoniali ex art. 2059 c.c. laddove la violazione incida su diritti costituzionalmente tutelati.

Per questa ragione, nel caso in oggetto, il padre della figlia abbandonata è tenuto a pagare quasi 300mila euro (somma così calcolata e poi ridotta).

L’uomo le aveva negato cura, istruzione e mantenimento.

Ma andiamo ai fatti.

La giovane, citando il padre, ha sostenuto che, dopo essere nata a seguito della relazione dell’uomo con la madre, era stata riconosciuta solo da quest’ultima.

La figlia poi aveva conosciuto l’altro genitore solo dopo che la donna era morta quando la ragazza aveva 12 anni.

L’uomo si era presentato come suo padre, ma si era reso subito irreperibile.

Da lì erano nati rapporti molto travagliati, nonché saltuari, sebbene la figlia avesse espresso la volontà di riallacciare i rapporti.

Da qui la domanda al Tribunale con cui la figlia ha chiesto venisse dichiarata l’esistenza del legame di filiazione con il padre. Inoltre, ha richiesto l’acquisizione del cognome paterno in aggiunta a quello materno.

La figlia ha chiesto inoltre che l’uomo venisse condannato al risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti da quantificarsi in via equitativa.

A fondamento della domanda risarcitoria, la ragazza ha posto proprio il mancato adempimento da parte del padre degli obblighi propri della genitorialità, di mantenimento e accudimento.

Non solo. Essa ha rappresentato anche la perdita di chances per non aver potuto portare a termine gli studi (conseguendo con difficoltà il solo diploma e non la laurea).

La figlia ha imputato quanto accaduto al mancato sostegno paterno e alla necessità di interrompere gli studi una volta conseguita la licenza media.

Ciò in quanto col decesso della madre e l’assenza del padre, la giovane ha dovuto iniziare a lavorare, potendo riprendere gli studi solo a 18 anni.

La C.T.U. parziale espletata in giudizio ha confermato il rapporto di parentela con il genitore, il quale, tuttavia, si è opposto alla richiesta risarcitoria mossa dalla figlia abbandonata.

Egli ha affermato di essere ignaro della possibile esistenza della figlia, avendo avuto con la madre della ragazza, molto più grande di lui, una relazione saltuaria.

Tuttavia, dalle risultanze testimoniali e dal contenuto dei messaggi inviati dal convenuto all’attrice si è evitno che lo stesso fosse a conoscenza della presunta paternità da quando lei era bambina, tanto da recarsi a trovarla nel luogo di residenza.

Queste circostanza hanno indotto i giudici a dichiarare l’uomo colpevole.

“L’obbligo dei genitori di provvedere a mantenere, istruire ed educare la prole – si legge – discende dal fatto stesso della procreazione è ed giuridicamente cristallizzato nell’art. 30 della Costituzione e nel codice civile” oltre che nelle norme sovrannazionali.

Pertanto, nel caso di specie, si è configurata la violazione dei relativi doveri genitoriali.

Oltre a questo, avendo cagionato una lesione di diritti costituzionalmente protetti, integra gli estremi dell’illecito civile e dà luogo a un’azione volta al risarcimento dei danni non patrimoniali ex art. 2059 del codice civile.

Infatti, laddove venga provato il totale disinteresse del genitore nel confronti del figlio, si genera un vulnus dei diritti fondamentali del figlio. Questi trovano nella carta Costituzionale e nelle norme di diritto internazionale un elevato grado di riconoscimento e tutela.

Questo è quanto avvenuto nel caso di specie.

E a nulla è valso obiettare che la figlia fosse stata concepita quando il convenuto era, per l’epoca, ancora minorenne.

Infatti, la nascita del figlio impone assunzione di responsabilità in capo a entrambi i genitori a prescindere dalle circostanze della nascita.

Dunque, per essere stato totalmente assente, il padre ha dovuto corrispondere un risarcimento. Esso è stato valutato con il parametro della liquidazione equitativa di cui agli articoli 1226 e 2056 del Codice civile.

Ciò è avvenuto tramite i criteri di liquidazione connessi alla morte di un genitore, diminuiti perché rispetto a questo caso il rapporto umano non è perduto per sempre.

Il calcolo, in base alle tabelle per la liquidazione del danno non patrimoniale in uso nel Tribunale di Roma nel 2017, ha implicato 9.443,50 euro per ogni punto.

Ne consegue che la somma finale da risarcire corrisponde a 263.087,05 euro (compresi gli interessi).

Una somma che i giudici hanno ridotto del 70% perché l’assenza dalla vita della figlia ne ha riguardato solo una parte.

 

 

 

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