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risarcimento del danno

In tema di risarcimento dei danni, il grado di invalidità permanente espresso da un “baréme” medico- legale esprime la misura in cui il pregiudizio alla salute incide su tutti gli aspetti della vita quotidiana della vittima

La vicenda

Con atto di citazione depositato dinanzi al Tribunale di Nuoro, l’attore aveva citato in giudizio il conducente del veicolo responsabile del sinistro stradale di cui era rimasto vittima e la sua compagnia assicurativa, chiedendo il risarcimento di tutti i danni patiti per le lesioni fisiche riportate.

La dinamica dei fatti era stata ricostruita mediante prove documentali nonché attraverso l’ausilio di testimoni oculari.

Ed invero, proprio uno dei testimoni aveva riferito di aver visto il furgone del danneggiante fare retromarcia e urtare l’attore gettandolo in una scarpata, gli altri ne avevano dato conferma. In particolare, uno di essi dichiarato di aver personalmente soccorso l’attore nell’immediatezza dei fatti e di averlo trasportato in ambulanza all’Ospedale di Nuoro.

Dissonante era, invece, la cartella clinica prodotta in giudizio dal convenuto, nella quale si leggeva: “Il paziente riferisce che in data odierna nella ricaduta da un salto da un muro alto due o tre metri, riportava trauma al ginocchio sinistro”.”

Ma l’adito giudice ha ritenuto tale elemento privo di particolare rilevanza nella valutazione inerente la dinamica del sinistro.

E ciò in base al principio per cui, nei giudizi di responsabilità civile, si deve privilegiare la versione che appare maggiormente verosimile all’esito di una valutazione logico-razionale.

Per tali motivi, la versione resa dalla parte attrice è stata ritenuta attendibile.

L’esame del compendio probatorio non consentiva, neppure in via ufficiosa, di considerare sussistente un concorso di colpa in capo a quest’ultima. Nessun elemento lasciava, infatti, presumere che egli si fosse comportato in maniera imprudente, eventualmente transitando sul ciglio della scarpata ove era precipitato o magari in un punto del margine del terreno scosceso o friabile.

La quantificazione del danno risarcibile

A causa dell’incidente l’uomo aveva riportato danni non patrimoniali consistenti in una lesione pari a 12 punti percentuali d’invalidità permanente, 90 giorni d’inabilità assoluta, 40 giorni al 75% e 80 giorni al 50%.

Al fine di procedere alla quantificazione in termini monetari delle predette voci di invalidità, il Tribunale di Nuoro ha fatto ricorso alle tabelle milanesi, liquidando al danneggiato, la somma complessiva di E 58.823,42, di cui 31.041,00 euro, per il danno non patrimoniale da invalidità permanente, 15.680,00 euro per il danno da invalidità temporanea e 216,29 euro per le spese mediche sostenute; senza operare alcuna personalizzazione.

Ed invero, al riguardo si è già detto che “il valore monetario attribuito al c.d. punto d’invalidità dalle tabelle milanesi già include il pregiudizio di natura non patrimoniale correlato allo sconvolgimento della vita conseguente alla lesione e al patimento interiore”.

A tal proposito, è stato condiviso il seguente principio di diritto: “In tema di risarcimento dei danni, il grado di invalidità permanente espresso da un “baréme” medico legale esprime la misura in cui il pregiudizio alla salute incide su tutti gli aspetti della vita quotidiana della vittima, restando preclusa la possibilità di un separato ed autonomo risarcimento di specifiche fattispecie di sofferenza patite dalla persona, quali il danno alla vita di relazione e alla vita sessuale, il danno estetico e il danno esistenziale. Soltanto in presenza di circostanze specifiche ed eccezionali, tempestivamente allegate dal danneggiato, le quali rendano il danno concreto più grave, sotto gli aspetti indicati, rispetto alle conseguenze ordinariamente derivanti dai pregiudizi dello stesso grado sofferti da persone della stessa età, è consentito al giudice, con motivazione analitica e non stereotipata, incrementare le somme dovute a titolo risarcitorio in sede di personalizzazione della liquidazione.” (Cass. civ. Sez. III Ord., 28-09-2018, n. 23477).

La redazione giuridica

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danni neurologici

I ragazzi, oggi 27enni, erano nati con gravissimi danni neurologici a causa di una verosimile asfissia intrapartum

La giunta regionale della Puglia  ha autorizzato la firma di una transazione che chiuderà entro settembre, il contenzioso con la famiglia di due gemelli, oggi 27enni, nati nel 1992 con gravissimi danni neurologici. L’accordo è stato raggiunto sulla base di una cifra pari a circa 2 milioni di euro.

Ne da notizia la Gazzetta del Mezzogiorno, che ripercorre la vicenda a partire dalla nascita dei due fratelli, venuti al mondo alla 32esima settimana di gestazione all’ospedale di Bitonto, rispettivamente con una tetraparesi spastica e con una displasia ectodermica con ritardo psicomotorio.

A causare i danni, secondo la sentenza del Tribunale depositata nel 2015, potrebbe essere stata un’asfissia intrapartum; un fenomeno rarissimo probabilmente dovuto ad anomalie nella formazione della placenta. A tal proposito, tuttavia, non sussistono certezze scientifiche.

In base a quanto ricostruito in sede dibattimentale, l’esame che avrebbe potuto evidenziare i sintomi dell’asfissia, ovvero una Ctg (cardiotocografia fetale) sarebbe stata prescritta dal medico di turno.

I tracciati, tuttavia, non sono mai stati rinvenuti e il Giudice, pertanto, li ha ritenuti non eseguiti.

Secondo il Giudice, i medici di Bitonto, peraltro mai identificati, si sarebbero macchiati di una serie di grossolane omissioni.  Avrebbero agito con negligenza perché non si sarebbero accorti di una “probabile” e “preesistente” asfissia intrapartum a causa di proprie “gravi e rilevanti omissioni strumentali e cliniche”.

Come riferisce la Gazzetta del Mezzogiorno il medico legale incaricato dal Tribunale non avrebbe potuto stabilire “se e in che misura” le leggerezze del personale sanitario “possano aver contribuito ad aggravare le patologie neurologiche in atto” sui feti. D’altro canto, l’ospedale non ha dato prova di aver eseguito la CTG e dunque è stato ritenuto responsabile.

La sentenza di primo grado aveva condannato la Regione e la gestione liquidatoria delle Usl a risarcire i due gemelli rispettivamente con 1 e 1,4 milioni, più 77mila euro a ciascuno dei due genitori, per complessivi 2,6 milioni oltre rivalutazione, spese e interessi. L’Ente regionale, tuttavia,  ha presentato appello ritenendo la cifra eccessiva per via della duplicazione di alcune voci di danno. Ha fatto seguito una trattativa che ha portato le parti a raggiungere l’accordo transattivo.

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DECEDUTA DOPO DUE RICOVERI IN PS: CONDANNA IN PRIMO GRADO PER L’ASL

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Il ragazzo, all’epoca diciottenne, avrebbe trovato un’arma posseduta dal padre per uso sportivo facendo fuoco sul gatto dei vicini. Dovrà scontare sei mesi, con sospensione della pena, per il reato di uccisione di animali

Sei mesi di reclusione, con sospensione della pena, e cinque mila euro di risarcimento. E’ la pena inflitta dal Tribunale di Lucca a un 24enne del capoluogo di provincia toscano condannato per il reato di uccisione di animali, ai sensi dell’art. 544 del codice penale.

La vicenda, riportata sulle pagine locali del quotidiano La Nazione, risale al settembre del 2012. Il ragazzo, all’epoca  diciottenne, ha sparato con una carabina al gatto dei vicini, centrandolo in pieno stomaco. “Ho vistoqualcosa che saltava. Non ci ho pensato e ho sparato”, avrebbe affermato  davanti al Giudice.

I proprietari, rincasando, non avevano più trovato l’animale domestico. Dopo averlo cercato ovunque in giardino lo avevano intravisto sotto un’automobile parcheggiata, trovandolo già morto. Lo avevano quindi portato dal veterinario, pensando ad un avvelenamento. Invece, l’ecografia svolta dal medico aveva evidenziato una ferita di arma da fuoco, provocata probabilmente da una carabina.

Come riferisce la Nazione, lo stesso giorno, tornando a casa, la coppia avrebbe sentito degli spari dal giardino dei vicini. Si trattava di tre ragazzi, tra cui l’imputato, che giocavano al tiro al bersaglio con dei barattoli di vernice, usando una carabina. Da qui i sospetti sull’uccisione dell’animale e la decisione di sporgere denuncia.

I giovani avrebbero quindi raccontato agli inquirenti di aver frugato nell’armadio del padrone di casa, padre di uno dei tre, trovando una carabina ad aria compressa per uso sportivo. Proprio il figlio del proprietario dell’arma avrebbe confessato di essersi lasciato prendere lamano, sparando al gatto. Nonostante il proiettile fosse sferico, l’animale è stato comunque colpito a morte.

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trasfusioni

Altra pronuncia sulle patologie causate da trasfusioni di sangue infetto e cristallizzazione del nesso di causalità (Tribunale di Catania, Sentenza n. 2690 del 26 giugno 2019)

Il fratello di un uomo deceduto da HCV e thalassemia chiama in causa il Ministero della Salute onde vedersi riconosciuto il danno biologico patito dal fratello a causa delle trasfusioni di sangue infetto e il danno jure proprio per perdita del rapporto parentale.

L’uomo deceduto affetto da thalassemia major aveva praticato dal 1989 trasfusioni di sangue presso l’Ospedale di Siracusa. Dopo 3 anni dall’inizio delle trasfusioni all’uomo veniva diagnosticata infezione da HCV.

Nel 2005 la Commissione Medica Ospedaliera del Presidio di Siracusa si esprimeva positivamente in ordine al nesso causale della positività da HCV con le emotrasfusioni praticate dall’uomo.

Ciò nonostante il Ministero si costituiva in giudizio eccependo la mancata prova del nesso causale in considerazione del fatto che l’uomo avrebbe potuto contrarre il virus da HCV attraverso altre modalità.

Il Tribunale di Catania considera la domanda fondata.

Viene evidenziato che le conclusioni assunte dalla Commissione Ospedaliera nel 2005, sebbene di natura amministrativa, sono confermate dalla CTU espletata ove emerge che “il xxxxxxx che indubbiamente necessitava di emotrasfusioni con i criteri dell’emergenza medica a causa della grave anemia che è parte integrante della talassemia majior di cui era affetto e che trovava nelle trasfusioni l’unica ineludibile procedura per mantenerlo in vita, non poteva essere sottoposto a trattamenti alternativi e l’infusione di emazie concentrate comportava un rischio teorico, astratto, non valutabile prima del 1991, certamente inferiore di gran lunga alla minaccia per la vita rappresentata dalla grave anemizzazione”.

Onde i Giudici ne derivano sussistente il nesso di causalità tra le trasfusioni e l’epatopatia HCV correlata di cui risultava affetto l’uomo deceduto.

Inoltre non è stata fornita nessun prova circa rischi diversi di trasmissione della citata patologia cui l’uomo poteva essere esposto.

Il riconoscimento del nesso di causalità, precisano i Giudici, risponde ai principi cristallizzati dalla Suprema Corte secondo i quali la causalità ordinaria civile è identificabile nella probabilità relativa, ovverosia del più “probabile che non”.

Alla luce di tali considerazioni e in assenza di prova in ordine a comportamenti o stili di vita dell’uomo deceduto tali da fare supporre una diversa eziologia dell’infezione la stessa è stata ritenuta conseguenza delle emotrasfusioni cui fu sottoposto l’uomo presso l’Ospedale Umberto I° di Siracusa.

Tale evento dannoso è dunque da imputare a un comportamento colposo del Ministero.

Difatti sul punto anche le Sezioni Unite hanno chiarito e confermato la sussistenza in capo al Ministero dell’obbligo di controllo, direttiva e vigilanza in materia di impiego di sangue umano per uso terapeutico affinché fosse utilizzato sangue non infetto e proveniente da donatori conformi agli standard di esclusione dei rischi.

Secondo il Consesso cui il Tribunale dichiara di uniformarsi “non sussistono tre eventi lesivi (contagio da HIV, HBC e HCV), come se si trattasse di tre serie causali autonome ed indipendenti, ma di un unico evento lesivo, cioè la lesione dell’integrità fisica, per cui unico è il nesso causale: trasfusione con sangue infetto – contagio infettivo – lesione dell’integrità “.

Più recentemente, continua il Tribunale, la Suprema Corte ha confermato che in argomento di patologie conseguenti a infezioni dei virus HBV, HCV, HIV, contratti a causa di assunzioni di emotrasfusioni o di emoderivati con sangue infetto, vi è la presunzione di responsabilità del Ministero della Salute per il contagio verificatosi tra gli anni 1979 e 1989.

Ne consegue che già all’epoca delle emotrasfusioni praticate dall’uomo deceduto incombeva sul Ministero della Salute il dovere di vigilare e di attivarsi per evitare, o quantomeno ridurre, il rischio di infezioni virali insito nella pratica terapeutica della trasfusione di sangue e dell’uso di emoderivati.

Acclarata la responsabilità ex art. 2043 del Ministero il Tribunale lo condanna a corrispondere a titolo di risarcimento del danno jure hereditatis per danno non patrimoniale subito dal fratello la somma di € 665.427,00 e a titolo di risarcimento del danno jure proprio per la morte del fratello la somma di € 145.500,00.

La redazione giuridica

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EPATITE C DOPO TRASFUSIONE DI SANGUE INFETTO, MINISTERO CONDANNATO

recesso anticipato

Nel caso in cui il conduttore receda dalla locazione prima della scadenza contrattuale il relativo danno deve essere valutato sul canone che risulta dal contratto registrato e non su quello inferiore o superiore effettivamente corrisposto (Cass. Civ., Sentenza n. 8465 del 27 marzo 2019)

La vicenda approda in Cassazione dalla Corte d’Appello di Catanzaro che rideterminava il risarcimento del danno da recesso anticipato del conduttore.

I locatori impugnavano in Cassazione e lamentavano l’errata quantificazione del danno considerato che il minor canone risultante dal contratto di locazione registrato (utilizzato dalla Corte d’Appello per la quantificazione e la liquidazione del danno subito) era diverso rispetto ad altro canone intervenuto su accordo delle parti.

I locatori specificano che la Corte territoriale non considerava che il contratto di locazione risaliva all’anno 2003 e quindi risultava inapplicabile la norma introdotta dalla Legge 311/2004  che sancisce la nullità degli accordi contrattuali locativi non registrati, di talché bisognava tenere conto del canone maggiore che corrispondeva a quello effettivamente pagato dal conduttore.

Secondo gli Ermellini la Corte d’Appello aveva correttamente escluso che potesse integrare un danno la maggior misura del canone pattuita in quanto l’accordo dissimulatorio è nullo.

In altri termini la Suprema Corte ribadisce, seguendo l’impronta delle Sezioni Unite del 2015, che resta valido il contratto registrato e rimane dovuto il canone apparente ed è irrilevante la prospettiva dei ricorrenti della stipula del contratto nel 2003 e, quindi, dell’inoperatività dell’art. 1, comma 346, della L. 311/2004.

Di conseguenza, in maniera legittima, la Corte ha escluso che “un introito illecito costituisca un danno ingiusto”.

Il danno da perdita del canone di locazione è un danno patrimoniale di lucro cessante e i soli danni risarcibili sono quelli ingiusti ovverosia quelli che derivano dalla lesione di un interesse giuridico tutelato. Ergo ne deriva che non può essere considerato ingiusto il mancato profitto di un canone di locazione fittizio e pattuito contra legem.

La Suprema Corte rigetta il ricorso.

La redazione giuridica

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IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLO SFRATTO PER FINITA LOCAZIONE

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morto per una setticemia

Il Tribunale di Lucca ha riconosciuto la responsabilità del personale sanitario che ebbe in cura un uomo di 69 anni, morto per una setticemia dopo tre interventi chirurgici nel 2011

Quasi un milione di euro. E’ la cifra che la Asl di Viareggio dovrà versare ai familiari di un 69enne morto per una setticemia nell’ottobre del 2011. Lo ha stabilito il Tribunale di Lucca, riconoscendo la responsabilità dei sanitari per il decesso. In particolare, come riporta La Nazione, il Giudice, ha rilevato il comportamento “negligente e imprudente” dei medici, che avrebbero ritardato il loro intervento nonostante “l’elevato grado di sofferenze psico-fisiche” patite dal paziente.

L’uomo, come ricostruisce il quotidiano toscano, venne sottoposto a un intervento chirurgico nel mese di agosto di otto anni fa. Sarebbe finito poi in sala operatoria altre due volte, senza tuttavia riuscire mai a riprendersi.

Come denunciato dai familiari, i sintomi lamentati sarebbero stati trascurati. In particolare, in base a quanto emerso dalle perizie medico legali, una Tac avrebbe evidenziato la presenza di una sacca di pus, ma il secondo intervento venne fatto solo il 17 settembre, quando la situazione era già compromessa.

Il pensionato, ormai in condizioni gravissime, venne quindi ricoverato in rianimazione e sottoposto a un terzo intervento, ma il 24 ottobre sopraggiunse il decesso.

Nella relazione del medico legale – riferisce sempre la Nazione – si legge che “i chirurghi avrebbero dovuto accertarsi sulle sue condizioni, a maggior ragione quando comparve l’emissione di pus. Avrebbero potuto consentire la completa fuoriuscita del materiale purulento, ma tale operazione non fu eseguita”. Tale omissione avrebbe portato a un peggioramento delle condizioni del paziente.

Nonostante “una peritonite acuta generalizzata e l’instaurarsi di un grave quadro di sepsi”, sarebbero trascorsi 23 giorni senza alcun provvedimento chirurgico adeguato. Un periodo, durante il quale l’uomo sarebbe stato trattato solamente con la terapia medica. Secondo gli esperti, invece, lo stato settico avrebbe potuto essere sospettato già 12 giorni prima del secondo intervento, sia a livello clinico, vista la presenza di singhiozzo, sudorazione, vomito e dispnea, che con l’ecografia dell’addome.

Da qui la sentenza di condanna al pagamento di un risarcimento pari a 940mila ai familiari della vittima ( moglie, figlie, nipotino e sorella). A tala somma, si aggiungono, inoltre, le spese di lite (69.510 euro) e le spese generali (1.466 euro).

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MORTA DOPO UNA ISTERECTOMIA, CONDANNA DEFINITIVA PER DUE CHIRURGHI

rapportovdi compravendita

“Al fine di interrompere la prescrizione in materia di diritto al risarcimento nell’ambito di un contratto di compravendita non è necessario intraprendere il giudizio essendo sufficiente una manifestazione della volontà stragiudiziale in forma scritta”  (Cass. Civ., SS.UU., Sentenza n. 18672 del 11 luglio 2019)

L’interessante vicenda trae origine da un contenzioso tra un’azienda agricola e un vivaio.

Il vivaio chiamava in giudizio dinnanzi al Giudice di Pace l’azienda agricola onde vedersi riconosciuto il risarcimento del danno per i prodotti acquistati affetti da vizi gravi. In particolare il vivaio affermava che oltre la metà dei beni acquistati, nella fattispecie piante, si palesavano affette da una malattia mortale.

Il vivaio denunziava tempestivamente, ma invano, all’azienda fornitrice il vizio. Onde ne seguiva l’istaurazione del giudizio dinnanzi al giudice di Pace che accoglieva in toto le richieste del vivaio.

L’azienda agricola soccombente impugnava la pronuncia di primo grado, ma anche il secondo Giudice statuiva il diritto del vivaio al risarcimento del danno per la fornitura di prodotti affetti da vizi.

L’azienda agricola impugna in Cassazione articolando tre motivi.

Con il primo motivo lamentava l’errata applicazione dell’art. 1495 c.c. e dei principi dell’onere della prova in quanto il vivaio non avrebbe provato la corretta interruzione della prescrizione annuale stabilita dalla norma sulla compravendita per l’istaurazione del giudizio.

Con il secondo motivo l’azienda agricola lamentava che l’invio di semplici comunicazioni di messa in mora non poteva essere considerato idoneo ai fini dell’interruzione della prescrizione annuale del diritto del compratore e che quindi l’azione doveva essere azionata entro l’anno dall’acquisto.

Con il terzo motivo l’azienda agricola lamentava la mancata prova fornita dal vivaio sulla malattia delle piante acquistate.

La sezione seconda della Suprema Corte, cui veniva assegnato il ricorso, rileva un contrasto di orientamenti sul secondo motivo di ricorso, ovverosia sulla idoneità, o meno, delle comunicazioni di messa in mora a interrompere la prescrizione annuale del diritto del compratore ad azionare l’azione giudiziale.

Difatti nell’Ordinanza di rimessione viene evidenziata la presenza di due differenti indirizzi giurisprudenziali.

Secondo il primo indirizzo (Cass. 2322/1977; Cass. 9630/1999; Cass.  118035/2010; Cass. 22903/2015) la prescrizione della garanzia di cui all’art. 1495 c.c. è validamente interrotta attraverso la manifestazione stragiudiziale del compratore alla parte venditrice della volontà di esercitare l’azione. E’ poi libero arbitrio del compratore-danneggiato decidere se chiedere in giudizio la risoluzione del contratto ovvero il rimborso del minor valore del bene viziato.

Invece il secondo indirizzo (Cass.18477/2003; 20332/2007; 20705/2017)
riconosceva anch’esso la facoltà del compratore di chiedere la risoluzione del contratto oppure la riduzione del prezzo, ma con la differenza che il termine prescrizionale per l’esercizio dell’azione si considerava validamente interrotto solo con la costituzione in giudizio.

La Cassazione a Sezioni Unite, nel dirimere tale contrasto, sposa la prima interpretazione e statuisce il principio in ragione del quale è sufficiente una manifestazione stragiudiziale al fine di interrompere la prescrizione nell’ambito di un’azione per vizi della cosa venduta.

In definitiva il principio da seguirsi è: “nel contratto di compravendita costituiscono – ai sensi dell’art. 2943 c.c., comma 4, c.c. – idonei atti interruttivi della prescrizione dell’azione di garanzia per vizi prevista dall’art. 1495, comma 3, c.c. le manifestazioni extragiudiziali di volontà del compratore compiute nelle forme di cui all’art. 1219, comma 1, c.c. con la produzione dell’effetto generale contemplato dall’art. 2945, comma 1 c.c.”.

Il Consesso evidenzia che il primo orientamento è quello più corretto in quanto “non sussisterebbero motivazioni per impedire al compratore di giovarsi dell’ordinario regime delle prescrizioni, con conseguente applicazione dell’art. 2943, comma 4, c.c. e quindi consentire non solo alle domande giudiziali, ma anche agli atti stragiudiziali di costituzione in mora di impedire il decorso della prescrizione interrompendo i termini dell’azione”.

Avv. Emanuela Foligno

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ACCESSIONE, LA COMPRAVENDITA DEL TERRENO INCLUDE GLI IMMOBILI EDIFICATI

finita locazione

La domanda di ristoro del risarcimento del danno diverso dall’occupazione abusiva dell’immobile post finita locazione deve essere provata (Cass. Civ., Sez. III, Sentenza n. 18946 del 16 luglio 2019)

La Suprema Corte specifica che il semplice ritardo nella riconsegna dell’immobile locato legittima il proprietario al risarcimento del danno da occupazione abusiva e che ogni ulteriore e differente danno, come ad esempio quello da danneggiamento dell’immobile o quello derivante dalla perdita di opportunità di nuove locazioni, deve essere adeguatamente e puntualmente provato.

Difatti i Giudici di legittimità evidenziano che l’obbligo in capo al conduttore di risarcire il maggior danno ex art. 1591 c.c. presuppone la puntuale, prova di una effettiva lesione del patrimonio del locatore.

Tale prova, che incombe sul locatore può consistere nel non aver potuto utilizzare direttamente e tempestivamente l’immobile, ovvero nella perdita di occasioni di vendita ad un prezzo conveniente, ovvero ancora in altre situazioni pregiudizievoli, tutte da provarsi concretamente.

Il parametro da utilizzarsi per la quantificazione del ristoro invocato può essere rinvenuto nel canone convenuto in quanto il conduttore che prosegue nell’occupazione dell’immobile anche dopo la finita locazione e continua a versare l’importo pattuito dal contratto di locazione in realtà non adempie all’obbligo di dare il corrispettivo nei termini convenuti, bensì risarcisce un danno da mora.

Gli Ermellini specificano inoltre che l’obbligo risarcitorio è posta differente dall’obbligo di remunerare l’occupazione post finita locazione e quindi sul punto accolgono il ricorso e riconoscono che la Corte d’Appello ha errato non distinguendo le due fattispecie risarcitorie.

Al riguardo viene ribadito che i danni derivanti dal ritardo di restituzione dell’immobile sono posta risarcitoria differente ed autonoma rispetto ai danni di danneggiamento dell’immobile.

Il ritardo del conduttore nella riconsegna dell’immobile post termine legittima soltanto la condanna generica al risarcimento del danno, richiedendosi, in sede di liquidazione del danno medesimo, che il locatore dimostri, con ogni mezzo, e, quindi, anche per presunzioni, l’esistenza del pregiudizio subito dal suo patrimonio in relazione alle condizioni dell’immobile e all’esistenza di soggetti concretamente interessati a un rapporto di locazione.

In mancanza di tale prova quindi La Suprema Corte respinge le ulteriori voci di danno e rinvia ad altra Corte territoriale per la riforma della sentenza.

Avv. Emanuela Foligno

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INTIMAZIONE DI SFRATTO: I CHIARIMENTI DELLA CORTE DI CASSAZIONE

area comune condominiale

Il ristoro dei danni patiti per un disagio arrecato dall’occupazione di un’area comune condominiale è ammesso solamente qualora venga leso un diritto costituzionalmente protetto o nei casi espressamente previsti dalla legge

La privazione dell’utilizzo di un’area comune condominiale da parte di un singolo condomino costituisce un danno patrimoniale in re ipsa risarcibile solo qualora ne derivi impedimento all’uso da parte degli altri condomini.

La vicenda che approda in Cassazione riguarda l’occupazione continua da parte di un singolo condomino della rampa di accesso del garage condominiale e la relativa richiesta del risarcimento del danno per i disagi derivanti.

In primo grado la Condomina ricorrente si vedeva riconosciuta dal Giudice di Pace la domanda risarcitoria e liquidato il danno non patrimoniale in € 300,00.

Il Condomino condannato appellava la pronunzia del Giudice di Pace dinnanzi al Tribunale il quale sulla scia della celeberrima pronunzia a Sezioni Unite del 2008 sul danno esistenziale (SSUU N. 26972/2008) osservava che l’utilizzo illegittimo di uno spazio comune non giustifica una liquidazione equitativa del danno se in concreto non sussiste pregiudizio subito dalla comproprietaria.

La vicenda arriva in Cassazione ove viene confermata integralmente la decisione in appello resa dal Tribunale.

In buona sostanza ciò che viene ribadito è l’ammissibilità al ristoro dei danni patiti solo qualora siano conseguenti alla lesione di un diritto costituzionalmente protetto e in conformità dei canoni consolidati di lettura dell’art. 2059 c.c.

Nel caso di occupazione di area condominiale, sebbene l’autovettura parcheggiata sulla rampa comune di accesso ostacoli il passaggio, ciò non può essere considerato sufficiente a qualificare risarcibile il danno di natura non patrimoniale invocato dalla ricorrente in quanto non è derivato nessun pregiudizio psico-fisico né tantomeno lesione ai diritti costituzionalmente protetti.

Gli Ermellini quindi confermano che “ove sia provata l’utilizzazione da parte di uno dei condomini della cosa comune in modo da impedirne l’uso, anche potenziale, agli altri partecipanti, possa dirsi risarcibile, in quanto in re ipsa, il danno patrimoniale per il lucro interrotto, come quello impedito nel suo potenziale esplicarsi. Non è invece certamente configurabile come in re ipsa un danno non patrimoniale, inteso come disagio psico-fisico, conseguente alla mancata utilizzazione di un’area comune condominiale, potendosi ammettere il risarcimento del danno non patrimoniale solo in conseguenza della lesione di interessi della persona di rango costituzionale, oppure nei casi espressamente previsti dalla legge, ai sensi dell’art. 2059 c.c., sempre che si tratti di una lesione grave e di un pregiudizio non futile” .

La redazione giuridica

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CONDOMINIO, INFILTRAZIONI D’ACQUA PROVENIENTI DAL TERRAZZO: CHI PAGA I DANNI?

infortunio in un campo sportivo

Il responsabile di una società sportiva è tenuto a garantire l’incolumità fisica degli utenti e ad adottare quelle cautele idonee ad impedire il superamento dei limiti di rischio connaturati alla normale pratica sportiva

La Cassazione, Quarta Sezione Penale, con sentenza del 28.2.2018 n. 9160 ha affermato che il responsabile di una società sportiva, che ha la disponibilità di impianti ed attrezzature per l’esercizio delle attività e discipline sportive, é titolare di una posizione di garanzia, ai sensi dell’art. 40, comma secondo, c.p., ed é tenuto, anche per il disposto di cui all’art. 2051 c.c., a garantire l’incolumità fisica degli utenti e ad adottare quelle cautele idonee ad impedire il superamento dei limiti di rischio connaturati alla normale pratica sportiva, con la conseguente affermazione del nesso di causalità tra l’omessa adozione di dette cautele e l’evento lesivo occorso ad un utente dell’impianto sportivo.

Con la sentenza in oggetto la Suprema Corte ha avuto modo di chiarire che il responsabile di attrezzature sportive o ricreative è titolare di una posizione di garanzia a tutela di coloro che le utilizzano, anche a titolo gratuito, sia in forza del principio del neminem laedere, sia nella sua qualità di custode delle attrezzature stesse.

Per comprendere la massima facciamo un breve riassunto dei fatti che hanno portato a tale pronuncia.  

Un giocatore di calcio, durante una partita, si infortunava scivolando su un avvallamento del terreno di gioco nascosto da una “pozzanghera” d’acqua.

Il presidente dell’associazione sportiva che aveva in gestione l’impianto di calcio teatro del sinistro veniva condannato con sentenza emessa dal Giudice di Pace, in funzione di giudice penale, poiché ritenuto responsabile del reato di lesioni colpose ex art. 590 c.p. riportate dal calciatore. Sentenza successivamente confermata dal Tribunale, in funzione di giudice d’appello.

In sostanza, l´imputato veniva ritenuto responsabile perché non aveva adeguatamente ripristinato il manto erboso del capo sportivo, sul quale insisteva una buca nascosta da una pozza d´acqua che provocava la caduta del calciatore e le conseguenti lesioni.

Avverso la sentenza del Tribunale l’imputato, a mezzo del proprio difensore, proponeva ricorso per cassazione che, tuttavia, veniva ritenuto infondato e pertanto rigettato.

Alla luce della giurisprudenza di legittimità, che ha ormai raggiunto un consolidato orientamento, in tema di lesioni colpose patite da un calciatore, il gestore di un centro sportivo è titolare di una posizione di garanzia, che gli impone di adottare le necessarie cautele per preservare l´incolumità fisica degli utilizzatori, provvedendo alla manutenzione delle infrastrutture e delle attrezzature.

Tenendo conto di quanto previsto all’art. 2051 c.c., in capo ai gestori, infatti, sussiste una responsabilità extracontrattuale, concernente i danni cagionati dalle cose in custodia.  La citata norma, infatti, nel disciplinare una specifica ipotesi di responsabilità derivante da fatto illecito, stabilisce che “ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito”.

In tal senso, più volte, la Cassazione ha rilevato che la responsabilità per le cose in custodia, statuita dall’art. 2051 c.c., prescinde dall’accertamento della pericolosità della cosa stessa. La responsabilità di cui al citato articolo sussiste in relazione a tutti i danni cagionati dalla cosa, sia per la sua intrinseca natura, sia per l’insorgenza in essa di agenti dannosi, essendo esclusa solo dal caso fortuito. È chiaro che Il gestore, a meno che non riesca a dimostrare di aver posto in essere tutte le dovute precauzioni e che l’evento sia dovuto al caso fortuito, sarà tenuto al risarcimento dei danni.

gestori dell’impianto di gioco, in quanto “custodi del campo”, hanno quindi l’obbligo di garantire la sicurezza degli atleti, adottando tutte le misure necessarie per evitare che si possano verificare eventuali danni ai giocatori in campo. Devono altresì garantire l’idoneità e la sicurezza degli impianti e delle strutture in cui si svolgono le competizioni e le manifestazioni sportive, controllare tutte le attrezzature ed effettuare la loro manutenzione, ordinaria e straordinaria, affinché siano sempre rispettate tutte le misure di sicurezza necessarie, nonché garantire la sicurezza e l’integrità delle persone che vi accedono, quali atleti, spettatori, arbitri.

Qualora venissero riscontrati problemi di sicurezza dell’impianto sportivo o difetti nell’idoneitàdello stesso, il gestore sarebbe considerato responsabile di tutti i danni che queste irregolarità abbiano provocato agli atleti che usufruiscono della struttura, nonché agli eventuali spettatori. Sarà quindi obbligato al risarcimento dei danni ai sensi dell’art. 2051 c.c..

In un’ottica di carattere generale, tutto quanto sopra esposto vale per tutti i danni subiti all’interno di qualsiasi impianto sportivo, a prescindere dal tipo di attività ludico-sportiva esercitata al suo interno. 

Per fare un esempio, se in una palestra cade una lampada, è ovvio che sarà il proprietario della struttura a dover risarcire tutti i danni che questo evento lesivo ha causato ai soci presenti in sala.

Avv. Paolo Severo Ciabatti

Se avete subito danni a causa dell’omessa e/o cattiva manutenzione di una struttura sportiva, scrivete all’indirizzo redazione@responsabilecivile.it o inviate un sms WhatsApp, anche vocale, al n. 3927945623

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