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risarcimento del danno

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tetraparesi distonica

Il Tribunale di Roma ha riconosciuto che il danno conseguito dal bambino, affetto da tetraparesi distonica e deficit comunicativo, sia da attribuire alla mancata effettuazione di un cesareo

E’ affetto dalla nascita da tetraparesi distonica e deficit comunicativo. Gravissime patologie che, secondo il Tribunale di Roma, sono riconducibili a un caso di malpractice medica. Per questo il Giudice civile capitolino ha riconosciuto a un bimbo che oggi ha 11 anni, un risarcimento di circa 2 milioni di euro, “per le sofferenze e i disagi patiti” finora e per quello che dovrà sopportare “per tutta la durata della vita”.

Come riferisce ‘il Messaggero’, nella sentenza si legge che, al momento della nascita, il 5 agosto del 2017, l’equipe medica avrebbe dovuto ricorrere al parto cesareo. Invece così non fu e il piccolo riportò le terribili conseguenze che ne condizioneranno il resto dell’esistenza.

Il bambino, evidenzia il Tribunale, “dovrà convivere nella consapevolezza di una irrimediabile diversità”. Pertanto “il danno deve essere personalizzato e adeguato al caso specifico”.

Per il legale della famiglia si tratta di una decisione singolare in quanto il Giudice “ha umanizzato il diritto”. In tal senso non avrebbe guardato “solo ad un risarcimento tabellare”, ma avrebbe personificato il danno e preso a cuore l’esistenza del ragazzo ed il suo futuro”.

 “Il bambino – spiega – ha diritto a essere risarcito nell’importo di 1.943.891 euro per il danno patrimoniale e non patrimoniale patito, con una personalizzazione del danno per tutto quello che non può fare, per il dolore, la vergogna, la mancanza della possibilità di socializzare nelle stesse modalità degli altri bambini, mai riconosciuto prima dal tribunale di Roma”.

Nella stessa pronuncia, inoltre, viene riconosciuto ai genitori un diritto al risarcimento di 469.269 euro. Ed ancora alla sorella ed al fratello una somma pari di 48.397 euro.

“Questa sentenza – commenta la mamma sulle pagine del Messaggero – ci dà una grande serenità per il futuro di nostro figlio. È stato un iter travagliato e penoso, ma abbiamo ottenuto giustizia”.

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INVALIDO DOPO UN INTERVENTO ALLA PROSTATA, PAZIENTE RISARCITO

sinistro stradale massimale assicurativo

Il massimale assicurativo entro il quale è tenuta la compagnia designata, è rilevabile anche d’ufficio dal giudice e deve essere riferito alla tabella vigente al momento in cui il danno si è verificato

La vicenda

La vicenda origina dal ricorso in appello proposto dalle figlie della donna morta in un incidente stradale mentre era nell’auto guidata da uno dei suoi figli, contro la sentenza del Tribunale di Napoli che aveva rigettato la loro istanza risarcitoria per la perdita della loro congiunta “perché improcedibile”.

Il sinistro si era verificato allorché la donna si trovava quale terza trasportata nell’auto di proprietà e condotta dal figlio. Detta auto all’epoca dell’incidente era sprovvista di regolare copertura assicurativa. A causa, di una errata ed imprudente manovra del conducente, dopo aver tamponato un veicolo fermo in sosta, aveva invaso la corsia opposta di marcia e si era schianta contro un muro.

La vittima moriva a causa delle lesioni riportate a seguito dell’impatto.

La Corte d’appello di Napoli accolse il gravame e condannò la compagnia assicurativa designata dal fondo di garanzia vittime della strada, a pagare agli eredi della defunta, la somma di euro 229.432,92 cadauna, a titolo di risarcimento del complessivo danno non patrimoniale da ognuna di esse patito in conseguenza del sinistro in questione, nonché alle spese di giudizio.

Il ricorso per Cassazione

Contro la predetta sentenza, l’assicurazione designata ha presentato ricorso per Cassazione, denunciando tra gli altri motivi, la violazione di legge in ordine all’art. 21 della legge n. 990/1969.

Sosteneva la ricorrente che, pur essendo il massimale previsto dalla legge ed essendo, quindi, applicabile d’ufficio, comunque, sia in primo che in secondo grado di giudizio, la stessa aveva precisato che l’esposizione dell’impresa designata non avrebbe potuto eccedere il massimale di legge vigente all’epoca del sinistro, ma la corte di merito aveva ignorato tale indicazione, condannandola ad un importo pari al doppio del massimale di legge, di cui non aveva tenuto conto del tutto immotivatamente, «peraltro anche in assenza di una specifica domanda».

La decisione

Il motivo è stato accolto. Effettivamente la corte di merito aveva omesso di rilevare d’ufficio il limite del massimale di legge ancorché la società ricorrente ne avesse rappresentato la sussistenza.

Al riguardo è stato più volte affermato dalla giurisprudenza della Cassazione il principio secondo il quale «In tema di responsabilità civile obbligatoria derivante dalla circolazione dei veicoli a motore, nella fattispecie disciplinata dagli artt. 19 e 21 della legge n. 990 del 1969, il diritto del danneggiato al risarcimento nasce, per volontà d legge, limitato, con la conseguenza che il relativo limite del massimale, entro il quale è tenuta la compagnia designata, non rappresentando un mero elemento impeditivo od estintivo, ma valendo per l’appunto a configurare ed a delimitare normativamente il suddetto diritto, è rilevabile anche d’ufficio, dal giudice e deve essere riferito alla tabella vigente al momento in cui il danno si è verificato» (Cass. n. 7247/2006; Cass. n. 22893/2012).

Peraltro la Cassazione ha anche chiarito che, in tema di risarcimento del danno derivante dalla circolazione dei veicoli a motore, e per la ipotesi disciplinata dagli artt. 19 e 21 della legge citata, i decreti con i quali sono stati modificati i limiti dei massimali di legge indicati nella allegata tabella “A”, richiamata dall’art. 21 della legge medesima, hanno natura di atti normativi, sebbene non di rango primario, e, quindi, si presumano noti al giudice e non hanno bisogno di essere provati dalla parte interessata (Cass. n. 11552/2013).

La redazione giuridica

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invalido dopo un intervento alla prostata

L’uomo, secondo quanto appurato da una consulenza medico legale, sarebbe rimasto invalido dopo un intervento alla prostata nella misura del 55 per cento

L’ASUR Marche dovrà versare 700mila euro a un paziente rimasto invalido dopo un intervento alla prostata svolto nel 2006. Come ricostruisce il Resto del Carlino, l’uomo, all’epoca 45enne, aveva scoperto di avere una ipertrofia prostatica benigna. Dopo una serie di visite e accertamenti era stato operato presso il reparto di urologia dell’ospedale di Macerata. Tuttavia, dopo la transezione transuretrale erano iniziate una serie di sofferenze, dalle ustioni al pene e alla necessità di una serie di punti.

Nei mesi successivi l’uomo aveva accusato forti dolori, oltre a difficoltà nell’urinare e disfunzioni erettili. Problemi che lo avevano costretto a operarsi altre cinque volte, tre in Italia e due in Germania, senza che tuttavia si riuscisse a porre del tutto rimedio ai danni provocati dal primo intervento.

Nel frattempo era stata avviata una trattativa con l’Azienda sanitaria unica regionale delle Marche, quantomeno per ottenere un risarcimento del danno subito. Ma la cifra offerta dall’Ente, circa 150mila euro, non era stata considerata congrua dal paziente che quindi aveva deciso di citare in giudizio l’Asur.

L’uomo, nel corso del giudizio, ha contestato alla convenuta, tra l’altro, le scarse informazioni fornite prima dell’intervento, in particolare in relazione ai possibili rischi. L’accusa, inoltre, ha ipotizzato l’esistenza di un trattamento farmacologico alternativo, che avrebbe consentito di ridurre l’ipertrofia alla prostata senza ricorrere alla sala operatoria.

La perizia medico legale disposta dal Tribunale ha confermato la sussistenza di responsabilità mediche per i danni subiti dall’uomo in seguito all’intervento svolto a Macerata. Il consulente, inoltre, ha attribuito alla parte lesa un’invalidità pari al 55 per cento.

Da qui la sentenza di condanna nei confronti dell’Asur, che dovrà sborsare 500mila euro. Una somma che si aggiunge ai 150mila euro già versati dall’Assicurazione. Anche la moglie e la figlia, costituitesi nel procedimento, hanno ottenuto un risarcimento pari a circa 30mila euro ciascuna per le ripercussioni del fatto sulla vita familiare. Quanto accaduto, infatti,  come riferisce il Carlino, avrebbe messo in crisi la vita di relazione. Inoltre, la necessità di affrontare una serie di visite e operazioni, con lunghe trasferte e continui ricoveri, avrebbe costretto l’uomo a lasciare l’attività lavorativa.

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GESTANTE MUORE DOPO UNA COLECISTECTOMIA, SETTE MEDICI INDAGATI A FIRENZE

tabagismo

Il tabagismo è concausa della morte di un lavoratore deceduto per un carcinoma polmonare contratto a causa della esposizione ad amianto sul lavoro

È quanto dichiarato in una recente sentenza della Sezione Lavoro della Cassazione (n. 15762/2019).

La vicenda

Nel 2014 la Corte d’appello di Torino aveva accolto la domanda degli eredi di un lavoratore morto a causa dell’esposizione all’amianto e agli idrocarburi policiclici aromatici, sia pure ridotta in ragione della ritenuta sussistenza di una concausa – il tabagismo – limitante la responsabilità del datore di lavoro.

Con ricorso per Cassazione, la società datrice lamentava la violazione di legge in cui – a sua detta – sarebbe incorsa la corte territoriale nella valutazione della sussistenza del nesso di causalità affermando l’equivalente causale dell’esposizione alle sostanze nocive e della abitudine al fumo nella causazione dell’evento, ed escludendo la rilevanza del contributo proporzionale che ogni causa aveva fornito alla causazione dell’evento, così violando i principi che regolano la prova penale (art. 41 c.p.) nella determinazione delle conseguenze patrimoniali dell’illecito.

Ma il ricorso non è stato accolto.

Per i giudici della Sezione Lavoro della Cassazione, la corte territoriale aveva correttamente applicato i principi regolanti la causalità civile, ripetutamente affermati dalla giurisprudenza di legittimità ed in base ai quali, “anche nella materia degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali trova applicazione la regola contenuta nell’art. 41 c.p., per cui il rapporto causale tra evento e danno è governato dal principio dell’equivalenza delle condizioni, per il quale va riconosciuta efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contributo, anche in maniera indiretta e remora, alla produzione dell’evento, salvo il temperamento previsto nello stesso art. 41 c.p., in forza del quale il nesso eziologico è interrotto dalla sopravvenienza di un fattore sufficiente da solo a produrre l’evento, tale da far degradare le cause antecedenti a semplici occasioni; circostanza quest’ultima, esclusa dalla corte d’appello nel caso in esame, quanto al tabagismo considerata concausa dell’evento ma non causa esclusiva”.

Il ricorso è stato, perciò, respinto e confermata in via definitiva la decisione di merito.

La redazione giuridica

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rene sano asportato per sbaglio

Il Tribunale di Lucca si è pronunciato sul caso del rene sano asportato per sbaglio nel 2016. Sei mesi di reclusione la pena inflitta a ciascuno dei professionisti finiti a giudizio

E’ arrivata la sentenza sul caso del rene sano asportato per sbaglio nell’aprile del 2016 a un 58enne di Lucca. Il paziente era stato sottoposto a una nefrectomia totale, ma l’esame istologico aveva evidenziato che il rene rimosso, il destro, non era quello intaccato dal tumore.

Il Tribunale del capoluogo di provincia toscano, pronunciandosi in primo grado, ha condannato i tre medici finiti a giudizio per  lesioni gravi colpose. Si tratta, nello specifico, di due urologi e una radiologa, ai quali è stata inflitta una pena (sospesa) di sei mesi, oltre all’interdizione per una anno dall’attività professionale.

Il Giudice ha inoltre disposto a favore delle parti, una provvisionale complessiva pari a 900mila euro.

Nello specifico è stata riconosciuta la somma di 600 mila euro al paziente danneggiato e di 100 mila euro a testa per la moglie e ciascuno dei due figli. La cifra dovrà essere versata in solido dai professionisti e dall’Asl Toscana Nord Ovest.

Il Pubblico ministero – riferisce la Nazione – aveva sottolineato che non ci fossero dubbi sulle negligenze che hanno portato al clamoroso errore. Lo stesso magistrato aveva chiesto di condizionare la sospensione della pena al risarcimento danni. Istanza accolta dal Giudice che ha disposto che il versamento venga effettuato entro sei mesi dal passaggio in giudicato della sentenza.

“Finalmente una sentenza – ha commentato l’imprenditore vittima dell’errore – dopo tante attese e tanti rinvii. Nessuno mi ridarà il rene sano e una vita normale, ma almeno adesso c’è un punto fermo. Non è un giorno felice per me. E’ un giorno triste anche per la sanità”.

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RENE SANO ASPORTATO PER ERRORE, CHIESTO RISARCIMENTO DA 1,5 MILIONI



il danno da perdita di chance

Il danno da perdita di chance, anche nell’ambito della responsabilità medica, va quantificato. Queste le conclusioni della Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 6443 del 6.03.2019

La vicenda

La vicenda presa in esame dai giudici di legittimità riguardava la domanda di risarcimento proposta al Tribunale di Lecce dai congiunti di un soggetto deceduto a seguito di una trombosi carotidea.

In particolare, gli eredi citavano in giudizio la Asl locale e il presidio ospedaliero, ritenendo che sussistesse la responsabilità professionale dei sanitari dipendenti della struttura per il decesso del congiunto.

Gli attori chiedevano al Tribunale adito un risarcimento dei danni subiti a causa di omessa o ritardata diagnosi. Gli stessi, infatti, lamentavano che i sanitari non avevano provveduto a effettuare tutti gli accertamenti necessari per trattare proficuamente il loro congiunto.

Più precisamente, non era stato eseguito l’esame dell’ecodoppler, che, sempre secondo gli attori, avrebbe consentito la pronta diagnosi di una trombosi carotidea, fattore che avrebbe aumentato le chances del de cuius di essere trattato proficuamente in relazione alla patologia prontamente individuata.

Il Tribunale di merito accoglieva parzialmente le domande presentate dagli attori, riducendo l’importo del capitale del risarcimento.

Avverso tale pronuncia proponevano appello gli eredi, lamentando che il Tribunale aveva fornito una motivazione apparente e violando così le norme di cui agli artt. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e 111 Cost. La sentenza veniva ritenuta nulla dagli appellanti, in quanto il Giudice di prime cure aveva omesso di specificare i criteri determinativi del quantum del risarcimento.

Con il secondo motivo di gravame, gli eredi appellanti denunciavano inoltre la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e 1226 c.c., affermando che il Tribunale aveva erroneamente fatto ricorso alla valutazione equitativa del danno, ammessa soltanto nel caso in cui questo non possa essere provato nel suo preciso ammontare.

La decisione

Ebbene, la Suprema Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, cassando la sentenza con rinvio e rimettendo alla Corte di Appello la rideterminazione dell’ammontare del risarcimento dovuto agli eredi appellanti.

Secondo i giudici di legittimità, infatti, la Corte d’Appello si sarebbe affidata alla Consulenza Tecnica d’Ufficio, che in effetti aveva dimostrato che, ove fosse stato eseguito l’esame dell’ecodoppler, si sarebbe potuto pervenire a una pronta diagnosi di trombosi carotidea e somministrare così immediatamente le prime cure adeguate.

La Consulenza Tecnica precisava che, con una pronta diagnosi, il de cuius avrebbe avuto alcune chances di essere trattato proficuamente, chances che la Corte d’Appello aveva ritenuto di poter quantificare nel 15% – 20%, riducendo nei fatti l’ammontare del risarcimento della metà.

La mancanza dell’ecodoppler, in definitiva, avrebbe potuto, se non prevenire, quantomeno ritardare il sopravvenire dell’ictus che ha poi colpito il paziente.

Ma la Suprema Corte ha censurato al Giudice di secondo grado di non aver concretamente illustrato i criteri applicati per la rideterminazione del danno, né le ragioni sussistenti alla base del nuovo computo.

La Suprema Corte, inoltre, ha precisato che le chances di conseguire un bene della vita, nel caso di specie una più lunga sopravvivenza, vanno in ogni caso concretizzate in termini numerici, quantomeno con una forbice di massima e minima possibilità.

Da quanto detto, si può riscontrare ciò che nelle ultime pronunce dei Giudici di Legittimità è ormai una costante, ovvero l’agganciare il risarcimento del danno a parametri certi e concreti, che tengano in considerazione la reale lesione della sfera giuridica del danneggiato.

Il danno da perdita di chances

Il danno da perdita di chances si configura in modo del tutto peculiare rispetto ai “classici” risarcimenti del danno.

In siffatti casi ad essere risarcita non è una lesione percepibile immediata e diretta della sfera giuridico patrimoniale del danneggiato, bensì la perdita della possibilità di conseguire un determinato bene della vita.

Tale forma di risarcimento si è iniziata ad affermare in giurisprudenza da un decennio a questa parte, soprattutto nel campo del diritto amministrativo. Si pensi infatti alla mancata possibilità di essere assunti o a conseguire un aumento di carriera a causa di irregolarità nello svolgimento di un concorso.

La perdita di chance nella giurisprudenza di legittimità

La giurisprudenza è ormai unanime nel ritenere che “la perdita di chance configura un’autonoma voce di danno patrimoniale attuale, essendo una posta attiva già presente nel patrimonio del soggetto al verificarsi dell’illecito e che va commisurato non alla perdita del risultato stesso ma alla perdita della possibilità di conseguirlo” (tra le altre, Cass. Civ. n. 21245).

Ma il danno da perdita di chances si è anche affermato nell’ambito della responsabilità medica, proprio in tutti quei casi in cui l’omissione di determinati atti terapeutici o di accertamento delle condizioni cliniche del paziente, se non è  certo che ne avrebbero determinato la guarigione, è tuttavia probabile che ne avrebbero aumentato appunto le chances, le possibilità di migliorare la propria condizione.

Miglioramento che certamente può consistere anche nel prolungamento, anche se di poco, delle aspettative di vita e del conseguente allontanamento temporale dell’evento morte.

La Corte di legittimità non ha mancato di precisare che “da una diagnosi esatta di una malattia ad esito ineluttabilmente infausto consegue che il paziente, oltre ad essere messo nelle condizioni per scegliere, se possibilità di scelta vi sia, “che fare” nell’ambito di quello che la scienza medica suggerisce per garantire la fruizione della salute residua fino all’esito infausto, è anche messo in condizione di programmare il suo essere persona e, quindi, in senso lato l’esplicazione delle sue attitudini psico-fisiche nel che quell’essere si esprime, in vista di quell’esito” (Cass. Civ. n. 23846 del 2008).

Proprio il carattere aleatorio ed evanescente del concetto di chance può determinare, in questa species di danno,  la con-fusione dei concetti di danno emergente e lucro cessante, ovvero dei concetti di lesione diretta e di mancato guadagno.

Ciò fa sorgere dei problemi nella determinazione del danno, proprio per la difficoltà nel quantificare con precisione la “mancata occasione”.

La giurisprudenza ha avuto modo di chiarire che per chance non va inteso un generico mancato guadagno (lucro cessante), bensì un’ipotesi di danno emergente, che si concretizza nella mancata possibilità di ottenere il risultato finale.

Il danneggiato però, al fine ottenere il risarcimento, dovrà provare che, alla base della sua possibilità di conseguire il risultato, vi erano delle effettive possibilità di successo.

Ovvero, di avere avuto una ragionevole probabilità di ottenere il bene della vita a cui si ambiva.

In tema di responsabilità medica civile, pertanto, secondo i classici canoni civilistici, il danneggiato dovrà provare che è più probabile che una tempestiva diagnosi non avrebbe determinato l’esito infausto per il paziente, ritardando l’evento morte o determinandone la guarigione.

“In presenza, dunque, di colpevoli ritardi nella diagnosi  di patologie ad esito infausto, l’area dei danni risarcibili non si esaurisce, nel pregiudizio recato alla integrità fisica del paziente (privato, in ipotesi, della possibilità di guarigione o, in alternativa, di una più prolungata – e qualitativamente migliore – esistenza fino all’esito fatale), ma include la perdita di un “ventaglio” di opzioni, con le quali affrontare la prospettiva della fine ormai prossima, ovvero “non solo l’eventuale scelta di procedere (in tempi più celeri possibili) all’attivazione di una strategia terapeutica, o la determinazione per la possibile ricerca di alternative d’indole meramente palliativa, ma anche la stessa decisione di vivere le ultime fasi della propria vita nella cosciente e consapevole accettazione della sofferenza e del dolore fisico (senza ricorrere all’ausilio di alcun intervento medico) in attesa della fine”, giacchè, tutte queste scelte “appartengono, ciascuna con il proprio valore e la propria dignità, al novero delle alternative esistenziali” (così Cass. Civ. ord. n. 7260/2018).

Del resto, anche il legislatore negli ultimi anni è intervenuto per dare risalto all’autodeterminazione dell’individuo, qualsiasi sia la sua condizione clinica. Si pensi al riguardo alla L. n. 38 del 2010 sull’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, o alla L. n. 219 del 2017 sul consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento.

Con la risarcibilità della chance in ambito medico, si dà dunque rilievo non solo al bene vita e al bene salute, ma anche all’autodeterminazione del paziente, che deve essere sempre messo dinanzi alla possibilità o della guarigione o, comunque, dinanzi alla consapevolezza della propria condizione e aspettative di vita.

Come poi ha da ultimo ribadito la Sprema Corte, tutto ciò deve tradursi in un’attenta valutazione del danno subito dal paziente e in una altrettanto attenta valutazione della sua quantificazione.

Avv. Laura Bellanca

 

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intervento di chirurgia plastica

Il medico che non provi di aver eseguito correttamente l’intervento di chirurgia plastica risponde del risultato estetico peggiorativo cagionato alla paziente

La vicenda

A seguito della comparsa, dopo la prima gravidanza, di inestetismi al livello dell’addome, la paziente si era rivolta ad un chirurgo plastico, il quale le aveva diagnosticato la ricorrenza di “un addome pendulo con dilastasi dei sottostanti muscoli addominali” e le aveva prospettato la possibilità di trattare il suddetto “deficit elastico” mediante un intervento di addominoplastica.

A seguito dell’operazione erano residuati degli inestetismi cutanei, legati essenzialmente ad un “anomalo dismorfismo della cicatrice chirurgica sovrapubica del tutto asimmetrica e con protrusioni a forma di “orecchio di cane” le cd. dogs ears, per le quali la donna lamentava un danno permanente di natura estetica e psiclogica.

Il giudizio di primo grado

Instaurata la causa per il risarcimento del danno, l’adito giudice ha in primo luogo verificato, che i sanitari convenuti in giudizio, avessero assolto all’obbligo di prestare alla paziente una completa informazione riguardo alla tipologia, le modalità, i rischi, le conseguenze dell’intervento chirurgico e le sue possibili alternative.

Ebbene, al riguardo, il c.t.u. aveva messo in evidenza che le caratteristiche della cicatrice descritta per quanto anomali, rientrassero fra i normali esiti di interventi chirurgici di addominoplastica e che si trattava, tuttavia, di esiti temporanei in quanto risolvibili usualmente mediante un successivo trattamento chirurgico.

Il Tribunale di Taranto aveva però, anche potuto accertare, in base alla documentazione presente nella cartella clinica della casa di cura, che il consenso informato fornito alla paziente non fosse stato sufficientemente completo e specifico, tale da consentirle di maturare una decisione libera e consapevole ed esprimere un consenso valido.

Peraltro, il c.t.u. aveva concluso affermando che «il trattamento chirurgico era stata la causa unica dell’evento», sebbene eseguito secondo una tecnica operatoria corretta e portato a termine senza complicanze: ed invero, «da un lato, nella condotta dei medici non ci sarebbero elementi tecnici erronei causalmente connessi con i danni estetici lamentati dalla paziente, dall’altro, tali danni sarebbero comunque da porre in nesso di causalità materiale con il trattamenti medico chirurgico … causa unica dell’evento».

Dietro questa affermazione si nasconde – a detta del giudice tarantino – una pericolosa ambivalenza terminologica, laddove si addossa al creditore della prestazione sanitaria (il paziente) l’onere di provare il nesso di causa intercorrente tra la condotta del medico-debitore ed il danno.

Ciò ha portato l’adito giudicante ad operare una importante riflessione circa la duplicità di accezioni cui implicitamente si può far riferimento nel parlare di nesso eziologico in materia di responsabilità sanitaria: «da un lato, il legame causale con la condotta del medico può essere inteso quale stretta connessione eziologica tra il danno e il momento oggettivo della prestazione sanitaria in sé per sé considerato, in occasione e, all’esito del quale ne è derivato il pregiudizio alla salute che il paziente lamenta (es. l’infezione, l’inestetismo i peggioramento della malattia pregressa, etc); dall’altro, il medesimo legame causale può intendersi come rapporto tra il danno lamentato dal paziente e la condotta sanitaria negligente».

Il fardello probatorio a carico del paziente

Ebbene, è proprio dietro tale ultimo passaggio terminologico, “nel quale quasi inavvertitamente ma  frequentemente le decisioni dei tribunali e delle corti scivolano, così colorando di colpa un elemento oggettivo della fattispecie di danno (ovvero il nesso causale)”, che si cela il pesante fardello probatorio che grava in capo al paziente, il quale si ritrova onerato della dimostrazione della sussistenza di un nesso eziologico tra i danni denunciati e una negligenza professionale del medico.

Questo appesantimento dell’onus probandi in capo al creditore in realtà, è in contrasto con il fondamentale insegnamento reso dalle Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza n. 13533 del 2001 secondo il quale: «il creditore che agisca in giudizio per l’inesatto adempimento del debitore deve solo fornire la prova della fonte negoziale o legale del suo diritto, limitandosi ad allegare l’inesattezza dell’adempimento costituita dalla violazione dei doveri accessori, dalla mancata osservanza dell’obbligo di diligenza o dalle difformità qualitative o quantitative dei beni, posto che incombe sul debitore convenuto l’onere. dì dimostrare l’avvenuto esatto adempimento dell‘obbligazione».

La ripartizione del nesso causale tra paziente-medico

«Far gravare allora in capo al paziente il compito di provare che il danno lamentato sia conseguenza di una malpractice medica equivarrebbe a chiedergli di individuare e puntualmente dimostrare un inesatto adempimento del medico-debitore, oltre che il legame eziologico tra questo e i pregiudizi di cui invoca ristoro».

Ciò detto, «in punto di prova del nesso causale (in senso oggettivo, scevro da profili di colpevolezza), il paziente risulterà soccombente tutte le volte in cui non riesca a dimostrare che quell’infezione sia stata da lui contratta proprio durante il ricovero ospedaliero e/o l’intervento chirurgico, che dunque non fosse un’infezione preesistente o insorta successivamente e del tutto slegata dal trattamento sanitario ricevuto; soccomberà ove non sarà in grado di dimostrare che quel determinato inestetismo sia conseguito proprio all’intervento chirurgico cui si era sottoposto ovvero che l’aggravamento della sua preesistente patologia mon abbia trovato la propria genesi nella cura prestata dal medico, rappresentando al contrario un fisiologico sviluppo della malattia».

Se al contrario, egli riesca a provare il nesso eziologico, con la prova che il danno alla salute lamentato abbia, con elevato grado di probabilità pari al 50% + 1, trovato origine o aggravamento in conseguenza del trattamento sanitario ricevuto, il medico- debitore soccomberà tutte le volte in cui non sarà in grado di dimostrare di aver bene adempiuto la propria prestazione, nel rispetto delle regole di diligenza professionale rapportate al caso clinico di specie (prova dell’assenza di colpa, ovvero di un esatto adempimento diligente).

Al contrario, anche qualora dovesse emergere o risulti provata una qualche negligenza professionale, il medico o la struttura sanitaria potranno comunque scongiurare una pronuncia condannatoria dimostrando che tale specifica inosservanza dei protocolli di condotta non poteva porsi, nella fattispecie in esame, in alcun rapporto causale con i danni alla salute denunciati dal paziente i quali con elevato grado di probabilità pari al 50% + 1 sarebbero comunque esitati anche in ipotesi di condotta sanitaria del tutto diligente e perita, oppure, in alternativa, l’impossibilità dell’adempimento derivante da causa a sé non imputabile (art. 1218 c.c.).

La decisione

Tornando alla valutazione delle risultanze probatorie tecniche relative ai danni estetici lamentati dalla ricorrente, nel caso in questione, per il giudice di primo grado non vi erano dubbi circa l’esistenza di un nesso causale “oggettivo” con l’intervento di addominopalstica con liposcultura praticato dai medici convenuti, trattandosi di esiti esteticamente negativi del trattamento chirurgico eseguito.

Neppure il rilievo, più volte evidenziato dal c.t.u., per cui tale risultato sostanzialmente peggiorativo, fosse da considerarsi in astratto quale conseguenza normalmente possibile per quel tipo di intervento, non del tutto prevenibile a prescindere dalla maggiore o minore correttezza della tecnica operatoria praticata dal medico, è stato sufficiente ad esimere il convenuto da responsabilità.

Ciò in quanto non vi erano, nel caso concreto, margini sufficienti per apprezzare il corretto operato dei medici, I quali, a fronte della dimostrazione del risultato estetico peggiorativo ottenuto all’esito dell’intervento chirurgico, non avevano fornito prove adeguate del loro esatto adempimento.

Lo stesso c.t.u., al riguardo, aveva evidenziato come dalla lettura della cartella clinica non era stato possibile evincere il tipo di tecnica chirurgica; nè, era stata allegata alcuna documentazione fotografica, utile per un confronto pre e post-operatorio, anch’essa potenzialmente in grado di far apprezzare la buona condotta dei professionisti.

Pertanto, dimostrata dalla paziente l’esistenza del danno estetico quale risultato peggiorativo dell’intervento chirurgico, il Tribunale di Taranto ha concluso condannando i convenuti al risarcimento del danno cagionato.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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diagnosi di ernia iatale

Disposto un risarcimento di 300mila euro in favore della famiglia di un 39enne morto nel 2014 poco dopo le dimissioni dall’ospedale di Cortona con una diagnosi di ernia iatale

Il Tribunale civile di Arezzo ha condannato la Usl Toscana Sud Est a versare un risarcimento di 300mila euro alla famiglia di un 39enne deceduto nell’ottobre del 2014. Il giovane era morto subito dopo essere stato dimesso con una diagnosi di ernia iatale dal Pronto soccorso del nosocomio di Cortona.

La vittima, come ricostruisce La Nazione, si era presentata in ospedale accusando un malore. Era stato visitato e dimesso con codice verde dopo circa tre ore e mezzo. Mentre tornava a casa alla guida della sua vettura, tuttavia, era stato stroncato da un attacco cardiaco.

Secondo i giudici a causare la morte sarebbe stata proprio una dimissione precoce del paziente.

Il personale sanitario, in base all’ipotesi accusatoria, non avrebbe rispettato le linee guida che avrebbero imposto, in un caso del genere, un monitoraggio più prolungato. Se l’uomo fosse stato trattenuto la fibrillazione finale sarebbe stata affrontata e risolta.

La vicenda aveva visto l’archiviazione del fascicolo per omicidio colposo aperto a carico  di quattro sanitari, tra medici e infermieri, che ebbero in cura la vittima. Sul fronte penale era stata accolta la tesi sostenuta dal Pm relativa all’insussistenza di un nesso di causa tra le dimissioni e il decesso. A detta del magistrato inquirente il paziente avrebbe sofferto di un’anomalia cardiaca.

Sia la perizia medico legale di parte che quelle richieste dal Giudice in sede civile, invece, non fanno riferimento all’esistenza di cause congenite. I consulenti del Tribunale, in particolare, avrebbero evidenziato chiaramente il rapporto di causalità tra le omissioni dei sanitari e il decesso del 39enne. Da qui il verdetto che impone all’Azienda sanitaria di risarcire i familiari della vittima.

 

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rene sano asportato per errore

Atteso per giugno il verdetto del Tribunale di Lucca nell’ambito del processo sul caso del rene sano asportato per errore che vede imputati tre medici accusati di lesioni personali gravissime

E’ stata rinviata a giugno la sentenza sul caso del rene sano asportato per errore a un 58enne affetto da neoplasia. Il fatto risale all’aprile del 2016. Il paziente venne sottoposto a una nefrectomia totale presso l’ospedale di Lucca, ma l’esame istologico evidenziò che il rene rimosso, il destro, non era quello intaccato dal tumore.

L’uomo è stato quindi costretto a subire una seconda operazione nel giugno 2016, con la rimozione della parte malata del rene sinistro. Da allora, tuttavia convive con il rischio dialisi oltre che con la paura che gli esami a cui si sottopone regolarmente, possano portare cattive notizie.

La vicenda ha portato all’apertura di un’inchiesta e al rinvio a giudizio, per lesioni personali gravissime, di tre camici bianchi.

Nello specifico sono finiti alla sbarra il medico radiologo che aveva refertato la Tac e due urologi che svolsero materialmente l’intervento. Per la prima, che secondo l’ipotesi accusatoria avrebbe commesso un errore materiale con scambio del lato destro per il sinistro, il pubblico ministero ha chiesto una pena di cinque mesi. Per gli altri due professionisti la richiesta è invece di sei mesi ciascuno.

La parte lesa, inoltre, ha avanzato una pretesa risarcitoria pari a circa 1,5 milioni di euro per i danni morali, materiali, biologici, patrimoniali e lavorativi  subiti. A tale cifra vanno dedotti i 100mila che il 58enne ha già ricevuto dalla Regione come provvisionale. L’avvocato della parte civile ha invece chiesto per la moglie e i due figli la somma di 100 mila euro.

I legali della difesa, da parte loro hanno invece chiesto per ciascuno dei loro assistiti l’assoluzione. Da parte di uno degli urologi è arrivata, in subordine, la richiesta dello svolgimento di un’ulteriore perizia.

 

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