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risarcimento del danno

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ischemia al testicolo

Il ragazzo si era sottoposto a un intervento per curare un’ernia inguinale, ma le manovre chirurgiche avrebbero provocato una ischemia al testicolo destro, divenuto atrofico

Il Tribunale civile di Lecce ha condannato un medico chirurgo e una casa di cura del capoluogo di provincia pugliese a risarcire, in solido, un giovane salentino per i danni biologici e esistenziali subiti in seguito a un’operazione per curare un’ernia inguinale. In particolare, secondo quanto appurato successivamente dai periti, le manovre chirurgiche avevano causato al paziente un’ischemia al testicolo destro, determinata da una interruzione del flusso sanguigno.

L’episodio, riportato sulle pagine del Nuovo Quotidiano di Puglia, risale al 2010. Il giovane, dopo una visita, aveva scoperto di soffrire di ernia inguinale. Era stato immediatamente operato, ma al risveglio dall’anestesia aveva scoperto di aver subito l’asportazione del testicolo, divenuto atrofico. Da li la necessità di ricorrere a un intervento estetico per la sostituzione dell’abbozzo testicolare con una protesi in silicone.

Nel 2012, aveva citato in giudizio il medico, per negligenza e imperizia, e la casa di cura, che avrebbe dovuto controllarne l’operato.

Quest’ultima si era difesa sostenendo che il medico avesse eseguito l’intervento in regime di attività libero professionale e fosse un dipendente della struttura. Tale impostazione, tuttavia, era stata contestata dallo stesso camice bianco.

A conclusione del rito, il Giudice monocratico ha deciso di accogliere la pretesa risarcitoria del paziente, per un importo di 40mila euro, oltre le spese legali. Il Tribunale, basandosi sugli esiti delle consulenze affidate agli esperti, ha infatti riconosciuto il rapporto causale tra la condotta del professionista e le lesioni riportate dal giovane.

 

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graduazione della colpa

“Esiste sempre l’obbligo del giudice di accertare la graduazione della colpa concorrente della persona offesa o del terzo, in quanto sussiste sempre l’interesse dell’imputato a verificare l’eventuale concorso alla produzione dell’evento”

La vicenda

Un anno e quattro mesi di reclusione, la pena inflitta in primo grado dal Tribunale di Latina, all’uomo che alla guida della propria autovettura cagionava la morte di un uomo, per violazione delle norme del codice della strada.

La sentenza confermata anche in appello veniva impugnata con ricorso per Cassazione.

L’imputato lamentava l’errata valutazione, nonché ricostruzione dei fatti. I giudici di merito non avevano dato il giusto rilievo nel determinismo causale alla circostanza che la vittima non avesse rispettato il segnale di stop. L’impatto era, infatti, avvenuto nella corsia di marcia dell’imputato e non vi era prova che quest’ultimo viaggiasse a velocità sostenuta.

Peraltro, nel corso del giudizio di primo grado non era neppure stata espletata consulenza tecnica d’ufficio, ma il Tribunale si era avvalso unicamente delle consulenze tecniche del PM e della difesa. Inoltre, in appello non era stata rinnovata l’istruttoria dibattimentale mediante una perizia in contraddittorio tra le parti, che le avrebbe consentito di accertare la condotta colposa del danneggiato.

Il giudizio di legittimità

Dopo aver ricordato che, in sede di legittimità, non sono consentite le censure che si risolvono nella mera prospettazione di una diversa valutazione delle circostanze esaminate dal giudice di merito, i giudici della cassazione si sono concentrati sulla ricostruzione della vicenda.

La Corte d’appello aveva fatto applicazione dell’art. 141, comma 2 del codice della strada secondo il quale: “Il conducente deve sempre conservare il controllo del proprio veicolo ed essere in grado di compiere tutte le manovre necessarie in condizione di sicurezza, specialmente l’arresto tempestivo del veicolo entro i limiti del suo campo di visibilità e dinanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile“. Dalla disposizione emerge che la velocità prudenziale è quella che permette di mantenere il controllo del proprio veicolo e di compiere manovre d’emergenza.

Ebbene, nel caso in esame, per i giudici territoriali era chiara la colpa dell’imputato, consistita nel non aver osservato le regole normative e di comportamento prescritte per la corretta circolazione stradale; avevano, perciò, ritenuto sussistente il nesso di causalità tra la suddetta condotta colposa e l’evento realizzato e, applicando il principio della equivalenza delle cause, avevano ritenuto che la violazione della regola cautelare da parte dell’imputato avesse concretizzato il rischio che la suddetta regola mirava ad evitare.

Il concorso di colpa del danneggiato

La Corte distrettuale aveva poi, analizzato la questione concernente la condotta concorrente e imprudente, tenuta dal danneggiato sulla base degli accertamenti tecnici compiuti in istruttoria, i rilievi tecnici planimetrici e anche fotografici, da cui era emerso che questi si fosse immesso sulla via, luogo dell’incidente, senza dare la precedenza al veicolo proveniente dalla sua destra avendo quasi impegnato parte dell’incrocio, fino a immettersi nella corsia opposta.

Ciononostante, con una motivazione logica e coerente, aveva ritenuto sussistente la responsabilità dell’imputato, in quanto pur avendo avvistato l’ostacolo non riuscì a frenare a causa dell’elevata velocità superiore ai limiti e non adeguata alle circostanze, trattandosi di strada fiancheggiata da case.

La Corte distrettuale aveva, perciò, fatto corretta applicazione del principio di diritto secondo cui le cause sopravvenute idonee ad escludere il rapporto di causalità sono sia quelle che innescano un processo causale completamente autonomo rispetto a quello determinato dalla condotta dell’agente, sia quelle che, pur inserite nel processo causale ricollegato a tale condotta, si connotino per l’assoluta anomalia ed eccezionalità, collocandosi al di fuori della normale, ragionevole probabilità.

Ma su un punto, il ricorso difensivo aveva colto nel segno: sia nella sentenza impugnata che in quella emessa dal giudice di primo grado, mancava la quantificazione del concorso di colpa.

La graduazione della colpa concorrente del danneggiato

A tal riguardo, la giurisprudenza di legittimità ha avuto modo di affermare che in tema di reati colposi inerenti alla circolazione stradale, il giudice del merito ha il dovere di quantificare l’apporto causale alla verificazione dell’evento attribuibile alla persona offesa e quello addebitabile al prevenuto.

Ciò sia ai fini della determinazione della giusta (al caso di specie adeguata) pena, dato che, ai sensi di quanto dispone l’art. 133 c.p., nn. 2 e 3, nell’esercizio del potere discrezionale attribuito al giudice hanno influenza la gravità del danno cagionato e il grado della colpa; sia al fine di soddisfare le legittime aspettative della parte civile, se presente, la quale ha diritto di sentire quantificare, ancorché sotto il solo profilo dell’an debeatur, la misura del risarcimento del danno ad essa spettante.

In termini sostanzialmente coincidenti, è stato anche affermato che esiste sempre l’obbligo del giudice di accertare la colpa concorrente della persona offesa o del terzo, in quanto sussiste sempre l’interesse dell’imputato all’accertamento dell’eventuale concorso alla produzione dell’evento, considerati i riflessi negativi che il mancato accertamento potrebbe avere sia sotto l’aspetto dell’entità del risarcimento sia sotto quello della misura della pena da irrogare in relazione ai principi fissati dall’art. 133 c.p.

L’omessa graduazione della colpa concorrente

Ebbene, nel caso in esame, entrambi i giudici di merito avevano implicitamente affermato il concorso di colpa della persona offesa nella causazione del sinistro, ma non ne avevano esplicitato, come pur avrebbero dovuto, il percorso logico e motivazionale nella determinazione del trattamento sanzionatorio.

Ed invero, in tema di omicidio e lesioni stradali, il giudice di merito, una volta riconosciuto il concorso di colpa della persona offesa (come per l’appunto è implicitamente avvenuto nel caso di specie), è tenuto ad adempie il dovere di motivazione in ordine alla graduazione delle colpe concorrenti, di cui è impossibile determinare con certezza le diverse percentuali, dando atto di aver preso in considerazione le modalità del sinistro e di aver raffrontato le condotte dei soggetti coinvolti.

Orbene, detto raffronto nel caso in esame, non risultava essere stato svolto. Per tali motivi, limitatamente ai punti concernenti la graduazione del concorso di colpa della persona offesa e della sua incidenza nella determinazione della pena, la sentenza impugnata è stata annullata, con rinvio alla Corte di Appello di Roma per nuovo esame.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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cane

Nel giugno del 2017 era stato segnalato al Comando di Polizia Locale del comune di Milano, la presenza di un cane legato alla ringhiera di un balcone, posto al quinto piano di una palazzina, in stato di sofferenza

Sul posto erano accorsi sia i vigili del Fuoco che gli Agenti di Polizia Locale, i quali accompagnati dal custode dello stabile all’appartamento da cui provenivano i guaiti dell’animale, raccoglievano le dichiarazioni degli occupanti l’alloggio.

Ebbene, dal colloquio con essi, era emerso che l’animale, di razza “lupo cecoslovacco” era stato loro affidato in via temporanea dal proprietario, cittadino cinese, che aveva dovuto far rientro nel proprio paese d’origine.

Dal contatto con i suoi custodi, gli agenti di polizia avevano potuto apprendere la ragione per cui esso era stato confinato sul terrazzo dell’abitazione. Si trattava di un cane particolarmente vivace che aveva creato non poche difficoltà ai sorveglianti. Veniva perciò, disposto l’ordine di condurre l’animale presso il suo proprietario.

Ma dopo brevissimo tempo, al Comando di Polizia giungeva una ulteriore segnalazione cui seguiva la comunicazione alla Procura della Repubblica: alcuni residenti del condominio denunciavano la presenza di odori nauseabondi e il continuo abbaiare di un cane proveniente dall’interno dell’appartamento sito al quinto piano del condominio.

Cosicché al secondo sopralluogo dei Vigili del Fuoco, veniva rinvenuto l’animale in evidente stato di sofferenza per mancanza di cibo e acqua, oltre che per le condizioni igieniche del tutto precarie in cu era costretto a vivere, attesa la presenza, in maniera diffusa sul pavimento dell’alloggio, di escrementi ed urina rilasciate dallo stesso.

Per il Tribunale penale di Milano, il quadro descritto era riconducibile nella fattispecie penale di abbandono di animali, di cui all’art. 727 c.p.

A darne conferma erano state proprio le manifestazioni di insofferenza provenienti dal cane, quali il gemito e lo strepitio. Manifestazioni che nel caso di specie, erano occorse in maniera così incessante, a dire del vicinato, da considerarle emblematiche di uno stato di grave patimento.

Per tali motivi il proprietario dell’animale è stato condannato alla pena dell’ammendo di 4000 euro.

Ma non è tutto.

Nello stesso processo si era costituito parte civile per il danno patrimoniale e non patrimoniale, quale il danno all’immagine pubblica subita, il Comune di Milano. In quanto titolare di pubbliche funzioni in materia di convivenza tra uomo e animale e di tutela della salute e della dignità degli animali d’affezione, a causa dell’accaduto, aveva visto frustrati i propri scopi statutari con conseguente detrimento del prestigio dell’istituzione e dell’immagine pubblica.

Il contegno criminoso accertato aveva, inoltre, comportato l’assunzione di numerosi oneri e spese per la cura e la custodia dell’animale.

Per tali motivi il giudice di primo grado ha accolto l’istanza dell’ente locale, disponendo a carico del prevenuto il pagamento di una provvisionale quantificata in 2.441,65 euro a titolo di risarcimento del nocumento patrimoniale subito, oltre alla condanna al pagamento delle spese processuali.

Il cane confiscato è stato, invece, affidato in via temporanea ad una associazione in rappresentanza dell’ente.

La redazione giuridica

 

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SBUCA UN CANE E DANNEGGIA IL VEICOLO: L’AUTOSTRADA RISARCISCE I DANNI

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ginecologo condannato

Nel mirino degli inquirenti le operazioni finanziarie effettuate con il denaro – erogato dall’Assicurazione a un ginecologo condannato per colpa medica e morto nel 2018 – destinato al risarcimento della famiglia di un bambino affetto da tetraparesi spastica

Gli uomini delle Fiamme Gialle hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo, per equivalente e finalizzato alla confisca diretta di titoli, soldi e beni per un valore complessivo superiore ai 500mila euro. Il destinatario della misura è il figlio di un ginecologo condannato per colpa medica e deceduto nel 2018, indagato dalla Procura di Napoli assieme alla moglie per riciclaggio. Secondo l’accusa la coppia avrebbe investito su conti correnti e in beni vari i soldi destinati alla famiglia di un bambino affetto da tetraparesi spastica.

Come racconta il Mattino, due anni fa il Tribunale di Napoli aveva condannato il padre dell’indagato, ritenendolo responsabile delle gravi lesioni subite da un neonato che oggi non cammina, non parla e ha bisogno di cure continue in quanto non autosufficiente.

A conclusione del processo la compagnia assicurativa aveva messo a disposizione del camice bianco la somma destinata al risarcimento.

Il medico, sfruttando un’opzione normativa del codice civile, avrebbe fatto accreditare l’importo su un conto corrente cointestato al figlio. Una volta incassati i soldi, anziché girarli ai beneficiari se ne sarebbe impossessato definitivamente girandoli e frazionandoli attraverso una serie di operazioni finanziarie.

Una condotta illecita  per la quale oggi sono sotto inchiesta il figlio e sua moglie, sui cui conti sarebbe stato rintracciato il denaro. I finanzieri hanno infatti indagato sui movimenti bancari della famiglia, ricostruendo le manovre fatte per evitare che i soldi fossero consegnati ai legittimi beneficiari. Tuttavia bisognerà attendere la definizione del processo per riciclaggio affinché il denaro possa essere versato a beneficio del ragazzo invalido.

 

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TRUFFA PLURIAGGRAVATA: NEI GUAI DIRIGENTE MEDICO DEL RAGUSANO

studente

Un infortunio occorso ad uno studente durante una partita di pallamano organizzata dalla scuola, ma per i giudici della Cassazione l’incidente si è verificato per un ragionevole caso fortuito

La vicenda

Nel 2016 la Corte d’Appello di L’Aquila aveva respinto il ricorso interposto dai due genitori in relazione alla pronunzia del Tribunale de L’Aquila con la quale era stata rigettata la loro domanda proposta nei confronti del Ministero dell’istruzione dell’università e della ricerca, nonché dell’Istituto scolastico frequentato dal proprio figlio, al fine di ottenere risarcimento dei danni subiti da quest’ultimo per un infortunio occorso durante un torneo di pallamano organizzato dalla scuola.

Da tale evento il ragazzo aveva riportato gravi lesioni fisiche, localizzate alla bocca, per essere caduto durante la partita e aver sbattuto contro una panchina.

La pronuncia della Cassazione

In caso di infortunio subito da uno studente all’interno della struttura scolastica durante le ore di educazione fisica, nel corso di una partita di pallamano, ai fini della configurabilità della responsabilità a carico della scuola ex art. 2048 c.c. non è sufficiente il solo fatto di aver incluso nel programma della suddetta disciplina e fatto svolgere tra gli studenti una gara sportiva, ma è altresì necessario: a) che il danno sia conseguenza del fatto illecito di un altro studente impegnato nella gara; b) che la scuola non abbia predisposto tutte le misure idonee a evitare il fatto.

In passato è stato anche affermato che, in caso di infortunio sportivo subito da uno studente all’interno della struttura scolastica durante le ore di educazione fisica, incombe al medesimo dare la prova dell’illecito commesso da altro studente, quale fatto costitutivo della sua pretesa, laddove è a carico della scuola la prova del fatto impeditivo, cioè l’inevitabilità del danno nonostante la predisposizione di tutte le cautele idonee ad evitare che esso si verifichi, ivi ricompresa l’illustrazione della difficoltà dell’attività o del relativo passaggio e predisporre cautele adeguate affinché gli stessi, se affrontati, possano essere svolti da tutti i partecipanti in condizioni di sicurezza.

Ebbene, di tali principi di diritto, la corte di merito aveva fatto piena e corretta applicazione.

Dall’istruttoria processuale era emerso, infatti, che “la partita [nella quale si era verificato l’incidente] rientrava nella normale attività didattica della scuola; non vi era stata alcuna azione scorretta o comunque fallosa di altri giocatori; la partita si era svolta interamente sotto il controllo diretto dell’insegnante; il campo di gioco era perfettamente libero ed idoneo alla partita;… l’insegnante aveva preventivamente istruito i giocatori”.

Ebbene, alla luce di siffatte emergenze processuali la corte territoriale aveva escluso la “rilevanza causale” della presenza della panchina contro la quale “sfortunatamente il giocatore era andato ad impattare” essendo “notorio che i campi da gioco siano fiancheggiati da una o più panchine per consentire ai giocatori di riserva di stare seduti, sicché la presenza della stessa costituiva ordinario completamento del campo da gioco, e non certamente una insidia”.

Per i giudici della Cassazione la corte d’appello aveva, perciò, correttamente attribuito la verificazione dell’evento ad una ragionevole causa fortuita.

Dal canto suo, la scuola aveva fatto quanto doveva per assolvere all’obbligo di vigilanza cui era tenuta ai sensi dell’art. 2048 c.c., posto che il sinistro si era verificato con modalità tali da non potere essere impedito.

A tali conclusioni i giudici della Cassazione hanno ritenuto di dover dar seguito; cosicché il ricorso è stato definitamente rigettato con condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 

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MAESTRA DICHIARA DI USARE IL METODO MONTESSORI, MA PER I GIUDICI E’ VIOLENZA

danno differenziale

Risarcimento del danno differenziale? Il giudice deve scorporare il danno biologico dal danno patrimoniale da perdita della capacità lavorativa dell’infortunato

E’ noto che con il termine danno differenziale si intenda la differenza tra la somma erogata dall’INAIL a titolo di indennizzo e la somma che spetterebbe al lavoratore, vittima di infortunio sul lavoro, in base alle tabelle normalmente applicate in tema di liquidazione del danno biologico. Tale voce di danno è a carico del datore di lavoro.

Viene facile comprendere come le due entità siano sostanzialmente diverse, posto che diversa è la loro natura. L’importo erogato dall’INAIL ha natura indennitaria e, in quanto tale, ha come scopo non il ristoro tout court del danno ma quello di garantire un sostegno sociale all’infortunato. La somma erogata a titolo di responsabilità civile risponde, invece, all’esigenza di risarcire integralmente il danneggiato e riportarlo allo status quo ante l’infortunio.

La vicenda

Quasi 65.000 euro, il risarcimento riconosciuto ad un dipendente della società convenuta in giudizio, per i danni riportati a seguito dell’infortunio occorso sul lavoro.

La sentenza, pronunciata dalla corte di Appello di Roma, aveva riconosciuto al lavoratore, anche il diritto al danno non patrimoniale, determinato in applicazione delle tabelle milanesi, tenuto conto del grado di invalidità, quantificato dal CTU, e dell’età del ricorrente (45 anni al momento dell’incidente); e personalizzata (in aumento) in vista della gravità del sinistro e dei postumi permanenti riportati.

Da tale somma, la corte territoriale aveva detratto l’importo della rendita capitalizzata corrisposta dall’INAIL.

Ebbene, proprio su questo punto si snoda il ricorso per Cassazione presentato dal lavoratore infortunato contro la decisione di merito.

Nella specie, Corte territoriale aveva provveduto a decurtare l’intera rendita erogata dall’INAIL dall’ammontare del danno civilistico, rendita che, in quanto corrispondente ad una menomazione stimata dall’Istituto nella misura del 29%, era comprensiva per legge sia dell’indennità per il danno biologico sia dell’indennità per il danno patrimoniale, per cui – a detta del ricorrente –  il mancato distinguo tra i due valori, non omogenei, avrebbe determinato una “illegittima e ingiustificata erosione del risarcimento a lui spettante a titolo di danno non patrimoniale differenziale”, con violazione dell’art. 2059 c.c. e del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13.

La pronuncia della Cassazione

In tema di liquidazione del danno biologico cd. differenziale, di cui il datore di lavoro è chiamato a rispondere nei casi in cui opera la copertura assicurativa INAIL in termini coerenti con la struttura bipolare del danno-conseguenza, va operato un computo per poste omogenee, sicché, dall’ammontare complessivo del danno biologico, va detratto non già il valore capitale dell’intera rendita costituita dall’INAIL, ma solo il valore capitale della quota di essa destinata a ristorare, in forza del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13, il danno biologico stesso, con esclusione, invece, della quota rapportata alla retribuzione ed alla capacità lavorativa specifica dell’assicurato, volta all’indennizzo del danno patrimoniale“.

Laddove quindi, come nel caso in esame, l’INAIL abbia erogato in relazione all’infortunio una rendita mensile vitalizia per un danno superiore al 16%, l’indennizzo, per espressa previsione legislativa, assume necessariamente un duplice contenuto perché quell’importo è destinato a compensare sia il danno biologico, sia il danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro e di guadagno.

Di conseguenza, il giudice deve scorporare tali somme dal danno differenziale anche nel caso in cui INAIL non abbia ancora in concreto, provveduto ad erogare il citato ristoro (cfr. Cass. n. 9166 del 2017).

La sentenza impugnata, tuttavia, non si era attenuta a tale principio di diritto, avendo determinato il credito residuo del danneggiato nei confronti del datore di lavoro responsabile senza indicare il valore capitale della sola quota di rendita erogata dall’INAIL per indennizzare il danno biologico.

Per queste ragioni, la decisione impugnata è stata cassata con rinvio al giudice di merito per un nuovo esame, conformemente al principio di diritto sopra citato.

Lo ius superveniens

Peraltro, chiariscono i giudici della Suprema Corte, su tale conclusione non spiega effetti lo ius superveniens rappresentato dalla L. n. 145 del 2018, art. 1, comma 1126, che ha modificato il D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 10, avendo la stessa giurisprudenza di legittimità già sancito il principio secondo cui dette modifiche “non possono trovare applicazione in riferimento agli infortuni sul lavoro verificatisi e alle malattie professionali denunciate prima dell’1.1.2019″.

La redazione giuridica

 

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RISCHIO ELETTIVO DEL LAVORATORE: E’ INDENNIZZABILE L’INFORTUNIO?

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ferita a un occhio

La bambina era caduta in casa. Portata in Pronto soccorso aveva subito una ferita a un occhio mentre le venivano applicati dei punti di sutura al mento riportando – secondo il perito della Procura – lesioni irreversibili

Il Tribunale di Lecce ha condannato a cinque mesi un medico in servizio nel luglio del 2014 presso un ospedale della provincia salentina. Il professionista, che potrà beneficiare della sospensione della pena e della non menzione nel casellario giudiziale, è ritenuto responsabile di lesioni colpose. La vittima è una bimba di sei anni, rimasta ferita a un occhio mentre veniva medicata al mento.

La piccola, come ricostruisce Lecceprima, era caduta in casa. La madre l’aveva portata in Pronto soccorso, dove il medico le aveva applicato dei punti di sutura. A un certo punto la bambina aveva cominciato a piangere sostenendo di avere qualcosa nell’occhio e di non riuscire più ad aprirlo.

Il medico avrebbe riferito alla mamma di averle forse sfiorato l’occhio col filo da sutura, provocandole così una leggera irritazione. Nonostante le rassicurazioni del camice bianco, che aveva consigliato l’applicazione di un collirio, la bambina continuava a lamentarsi affermando di non vedere bene.

Dopo una serie di ulteriori visite, la famiglia si era rivolta privatamente a uno specialista.

Quest’ultimo aveva accertato che l’occhio aveva subito un grave trauma e che quindi occorreva procedere d’urgenza. Da lì il ricovero al Policlinico di Bari per un delicato intervento chirurgico, andato a buon fine.

I genitori hanno quindi deciso di denunciare l’accaduto all’Autorità giudiziaria dando il via a un’inchiesta che ha portato al rinvio a giudizio del medico del Pronto soccorso.

Nel corso del processo è stato sentito il consulente incaricato dalla Procura di condurre gli accertamenti medico legali durante la fase investigativa. In base alle conclusioni del perito la bambina avrebbe riportato lesioni di carattere irreversibile. La gravità delle stesse ha richiesto un intervento con impianto di protesi, che “attualmente ha ridato un buon recupero ma con limitazioni funzionali” quali assenza di accomodazione e stereopsi. “Nel futuro – sottolinea l’esperto – “non si preclude la possibilità di peggioramento clinico per lo sviluppo di cataratta secondaria, sindrome dell’interfaccia v/r, strabismo”.

Il Giudice, quindi, ha ritenuto di procedere alla condanna. Nella sentenza, inoltre,  ha imposto all’imputato e alla Asl di Lecce il pagamento di una provvisionale di 70 mila euro alle parti civili, ovvero la piccola e i suoi genitori. L’entità del risarcimento sarà poi definita in separata sede. La richiesta della famiglia ammonta complessivamente a 600mila euro.

 

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AZOTO AL POSTO DELL’OSSIGENO, DUE ASSOLUZIONI E UNA CONDANNA IN APPELLO

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intervento alla schiena

L’uomo dopo il primo intervento alla schiena, era finito in sala operatoria altre tre volte a causa del peggiorare delle sue condizioni. La perdita del lavoro e della possibilità di praticare i suoi interessi lo avevano portato anche a tentare il suicidio

Rimase invalido dopo un intervento alla schiena effettuato dieci anni fa presso l’Ausl di Ferrara. L’uomo, un operaio specializzato riminese all’epoca 37enne, soffriva di una lombosciatalgia provocata da un’ernia. Come ricostruisce il Resto del Carlino aveva deciso di affrontare il problema ricorrendo alla chirurgia.

La prima operazione, tuttavia, non da i risultati sperati. Anzi, i problemi dell’uomo aumentano costringendolo a tornare sotto ai ferri altre tre volte nel giro di appena un anno.

Il paziente è costretto a muoversi con la sedia a rotelle e con le stampelle. Perde il lavoro, abbandona la sua passione di allevatore di cani e cade in depressione. Come riporta il quotidiano online romagnolo, tenta addirittura di suicidarsi. Una situazione che si ripercuote anche sui familiari. La moglie, in particolare, è costretta a sobbarcarsi tutte le incombenze familiari.

L’uomo decide quindi di percorrere le vie legali per essere risarcito.

La sua richiesta  ammonta a circa un milione e mezzo di euro. Una cifra comprensiva dei danni biologici e lavorativi, nonché di quelli non patrimoniali, ovvero le sofferenze subite dai parenti.

Il Tribunale di Ferrara ha chiesto una perizia rivolgendosi a un collegio di specialisti. Gli esperti hanno certificato una “condotta colposa da parte dei sanitari” da cui sarebbe scaturita l’attuale condizione dell’ex operaio. All’uomo è stata riconosciuta un’invalidità permanente del 30%, da sommare ai 20 punti percentuali che presentava già ancor prima di entrare in sala operatoria. Si attende dunque ora l’esito della battaglia giudiziaria.

 

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RITARDO NEL TRASFERIMENTO ALLA NASCITA, ASL CITATA IN GIUDIZIO

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azoto

Vittima dell’errore un bimbo che inalò protossido di azoto per 68 minuti subendo una paralisi cerebrale infantile. La Corte territoriale ha ribaltato due delle condanne inflitte in primo grado dal Tribunale

Erano stati condannati in primo grado dal giudice monocratico del Tribunale di Palermo. Gli imputati erano accusati di lesioni colpose gravissime nei confronti di un bambino reso invalido da dalla somministrazione di azoto al posto di ossigeno.

Un errore per il quale il Giudice aveva riconosciuto le responsabilità del direttore del dipartimento materno-infantile del Policlinico del capoluogo siciliano, del geometra e tecnico del struttura, nonché dell’imprenditore titolare della ditta che eseguì i lavori sull’impianto di gas medicali del reparto Maternità.

Il bimbo, che oggi ha otto anni, non parla, non cammina e ha bisogno di assistenza continua.

Dopo la nascita aveva mostrato segni di sofferenza. I medici avevano quindi deciso di somministrargli l’ossigeno. Nel tubo dell’impianto appena rifatto e mai collaudato però c’era protossido di azoto, un gas anestetizzante che il neonato inalò per 68 minuti, subendo una paralisi cerebrale infantile.

“Non fu eseguita alcuna prova di gas specificità né le opere vennero collaudate – scrisse il giudice di prime cure -. Ciò nonostante le prese erano state dotate di flussometri e attacchi che rendevano immediatamente fruibile l’impianto di gas medicale”.

Nelle scorse ore, tuttavia, la corte d’appello ha assolto il direttore del reparto e l’imprenditore, confermando invece la condanna per il tecnico.

Quest’ultimo non si sarebbe curato di collaudare gli impianti realizzati né di far verificare cosa uscisse dai bocchettoni di erogazione di ossigeno e azoto. L’uomo, tuttavia, si è visto ridurre la pena da tre anni a un anno e mezzo. Ai genitori è stato invece confermato il risarcimento del danno, da liquidare in sede civile, nonché la provvisionale da un milione e 100 mila euro disposta dal Tribunale nel settembre 2017.

 

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RITARDO NEL TRASFERIMENTO ALLA NASCITA, ASL CITATA IN GIUDIZIO

disabile

Il Comune di Como è stato condannato a risarcire tutti i danni subiti da una persona disabile che, a causa del dissesto del manto stradale, rimaneva incastrata con la sua carrozzina, in una buca piena d’acqua

La vicenda

Con atto di citazione ritualmente notificato, l’attrice conveniva in giudizio il Comune di Como, in persona del suo Sindaco pro tempore, al fine di sentirlo condannare, in qualità custode della strada (ai sensi dell’art. 2051 c.c.), al risarcimento di tutti i danni conseguenti ad un incidente che le era occorso mentre tentava di rientrare a casa.

A sostegno della domanda, la donna aveva esposto che, mentre si trovava a percorrere una via cittadina, sulla propria carrozzina motorizzata sulla quale era costretta a causa di paraplegia, rimaneva incastrata con le ruote del mezzo in una buca del manto stradale, non visibile.

A causa di tale insidia, la donna disabile rimaneva intrappolata tra la pedana e la ruota anteriore della carrozzina, riportando lesioni fisiche e morali.

Si costituiva in giudizio il Comune di Como, il quale negava la propria responsabilità ai sensi dell’art. 2051 c.c., per carenza di nesso di causalità tra il dissesto del manto e il danno patito dalla parte attrice, ed eccependo il concorso colposo ex art. 1227 c.c. della danneggiata.

L’azione rivolta dalla parte attrice attiene alla responsabilità da cose in custodia.

Come noto tale forma di responsabilità ha natura di responsabilità oggettiva, o comunque di colpa presunta, in quanto prescinde dall’accertamento dell’elemento soggettivo, salva la prova liberatoria del caso fortuito che deve essere fornita dal custode.

Ed è proprio su tale ultimo aspetto che si sofferma la sentenza del Tribunale di Como.

E’ altrettanto noto, oltre che pacifico in giurisprudenza, che, per caso fortuito, si intende non solo l’accadimento assolutamente eccezionale, imprevisto ed imprevedibile, ma anche la stessa condotta del danneggiato, la quale, incidendo sul nesso di causalità, elidendolo, vale ad escludere la responsabilità ex art. 2051 c.c.

La funzione della norma è infatti, quella di far ricadere sul custode i danni causati dalla cosa, allorché tali danni scaturiscano da una concreta mala gestio del custode, con la conseguenza che una responsabilità ex art. 2051 c.c. non può essere invocata allorché la cosa rappresenti la mera occasione del danno.
Recente giurisprudenza di legittimità ha inoltre precisato, in tema di corretto riparto dell’onere della prova, che per la prova del nesso causale occorre dimostrare che lo stato dei luoghi presenti una obiettiva situazione di pericolosità, tale da rendere molto probabile, se non inevitabile, il danno stesso.

La responsabilità del comune per dissesti al manto stradale

Inoltre, la giurisprudenza di legittimità formatasi in materia di danno cagionato da dissesti al manto stradale in custodia al Comune di competenza, ha indicato con chiarezza come l’onere del danneggiato sia “dimostrare che l’evento si è prodotto come conseguenza normale della particolare condizione, potenzialmente lesiva, posseduta dalla cosa, mentre resta a carico del custode offrire la prova contraria alla presunzione iuris tantum della sua responsabilità, mediante la dimostrazione positiva del caso fortuito, cioè del fatto estraneo alla sua sfera di custodia, avente impulso causale autonomo e carattere di imprevedibilità e di assoluta eccezionalità”.

In altri termini, “l’ente proprietario di una strada aperta al pubblico transito si presume responsabile, ai sensi dell’art. 2051 c.c., dei sinistri riconducibili alle situazioni di pericolo connesse in modo immanente alla struttura o alle pertinenze della strada stessa, indipendentemente dalla sua estensione, salvo che dia la prova che l’evento dannoso era imprevedibile e non tempestivamente evitabile”.

Ebbene, nel caso in esame, il fatto storico generativo della responsabilità, vale a dire l’incastro della carrozzina a motore dell’attrice a causa della presenza di una buca, resa invisibile da uno strato d’acqua, era stato provato grazie alla presenza di un testimone oculare; il quale aveva confermato la dinamica del sinistro, descritta nell’atto di citazione, in particolare la presenza di un notevole strato d’acqua sulla buca, tale da far emergere come il dissesto del manto stradale che aveva provocato il sinistro, fosse difficilmente visibile, escludendo la configurabilità di una condotta negligente in capo all’attrice, tale cioè da elidere il nesso di causalità tra la cosa in custodia e l’evento dannoso.

Non vi erano dubbi allora per affermare la responsabilità del comune che, del resto nulla aveva dedotto in ordine al caso fortuito.

Per tali motivi, la domanda della ricorrente è stata accolta e risarcito il danno patrimoniale quantificato in euro 244,00 e 4.183,01 euro, a titolo di danno non patrimoniale complessivamente valutato.

La redazione giuridica

 

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