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sabrina caporale

conto corrente

Il titolare di un conto corrente ha sempre diritto di ottenere dalla banca il rendiconto e la relativa documentazione risalente agli ultimi dieci anni anche in sede giudiziaria, fornendo la sola prova dell’esistenza del rapporto contrattuale

La vicenda

La Corte d’Appello di Milano, aveva respinto la domanda di un correntista intesa a denunciata che la banca convenuta in giudizio, avesse mal gestito la propria posizione debitoria generando un ingente saldo debitorio nei suoi confronti.

Nella stessa sentenza i giudici milanesi avevano altresì, accolto la domanda riconvenzionale della banca, condannando l’attore al pagamento del predetto saldo debitorio.

La vicenda è giunta sino in Cassazione.

Nella specie, il ricorrente lamentava la decisione impugnata che nel confermare la decisione di primo grado, aveva negato l’istanza di esibizione volta ad acquisire il possesso degli assegni posti all’incasso sul proprio conto corrente, malgrado essi fossero privi di firma ed acquisibili soltanto a mezzo di esibizione.

Analoga censura era stata declinata in ordine alla mancata esibizione di 38 libretti di risparmio al portatore per il controvalore di 364.091,34 euro e del dossier titoli di circa 250.000 euro, i cui documenti erano stati dati in garanzia alla banca e di cui era verisimile che quest’ultima avesse provveduto al realizzo a fronte del suo inadempimento.

Ebbene il ricorso è stato accolto.

Il tema è il seguente: il cliente ha diritto di ottenere dalla banca i documenti e il rendiconto delle sue operazioni relative agli ultimi dieci anni, anche in corso di causa?

È principio ormai consolidato nella giurisprudenza di legittimità quello per cui «il diritto del cliente ad avere copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni sancito dall’art. 119 TUB abbia natura sostanziale e non meramente processuale e la sua tutela si configuri come situazione giuridica “finale”, a carattere non strumentale».

Esso, infatti «non si esplica nell’ambito di un processo avente ad oggetto l’attuazione di un diverso diritto, ma si configura esso stesso come oggetto del giudizio intrapreso nei confronti della banca in possesso della documentazione richiesta e prescinde dall’eventuale uso che di questa il richiedente possa eventualmente voler fare in altre sedi».

È stato perciò, affermato il seguente principio di diritto «il potere del correntista di chiedere alla banca di fornire la documentazione relativa al rapporto di conto corrente tra gli stessi intervenuto può essere esercitato, ai sensi dell’art. 119 TUB, anche in corso di causa ed attraverso qualunque mezzo si mostri idoneo alla scopo» (Cass. Sez. I, n. 11554/2017).

E ancora che «il titolare di un rapporto di conto corrente ha sempre diritto di ottenere dalla banca il rendiconto, ai sensi dell’art. 119 del d.lgs. n. 385 del 1993 (TUB), anche in sede giudiziaria, fornendo la sola prova dell’esistenza del rapporto contrattuale, non potendosi ritenere corretta una diversa soluzione sul fondamento del disposto di cui all’art. 210 c.p.c., perché non può convertirsi un istituto di protezione del cliente in uno strumento di penalizzazione del medesimo, trasformando la sua richiesta di documentazione da libera facoltà ad onere vincolante» (Cass. Sez. VI, n. 3875/2019).

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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azione di danno

La sospensione del processo prevista dall’art. 75 c.p.p. non si applica qualora il danneggiato proponga azione di danno per il risarcimento nei confronti del danneggiante e dell’impresa assicuratrice dopo la pronuncia di primo grado nel processo penale ove sia imputato il danneggiante

La vicenda

L’azione era stata introdotta dinanzi al tribunale di Milano, dai parenti della vittima di un incidente stradale, rispettivamente moglie, figli e fratelli, i quali chiedevano il risarcimento di tutti i danni patiti in qualità di suoi eredi, a seguito della morte del proprio congiunto.

Ma il giudice di primo grado aveva disposto la sospensione del processo dal momento che dopo la costituzione in giudizio dei fratelli della vittima, come parti civili nel processo penale promosso nei confronti del conducente (peraltro iure proprio e non già con la spendita, poi avvenuta in sede civile, della qualità di eredi della vittima), era stata pronunciata sentenza (di primo grado) di condanna dell’imputato, soltanto in esito alla quale era stata promossa l’azione civile.

Contro la predetta ordinanza di sospensione gli attori del processo civile hanno proposto regolamento di competenza e la terza sezione civile della Cassazione ha prospettato al Primo presidente l’opportunità di devolvere il giudizio alla cognizione delle Sezioni Unite, al fine di stabilire se il giudizio civile in esame debba essere necessariamente sospeso nei confronti di tutti i litisconsorti, oppure se la sospensione operi soltanto in relazione all’azione risarcitoria proposta nei confronti del conducente-imputato, oppure ancora se non operi sospensione alcuna.

La questione giuridica

La questione rimessa alla cognizione delle Sezioni Unite, come premesso, concerne l’operatività della sospensione necessaria del processo civile di risarcimento del danno derivante da reato, quando nel processo penale concernente il medesimo reato sia stata già pronunciata la sentenza di primo grado nei confronti del danneggiante.

Il problema da risolvere, nella fattispecie in esame, era determinato dal fatto che le “parti lese” avevano proposto la domanda risarcitoria nei confronti non soltanto dell’imputato-danneggiante, ma anche di altra litisconsorte, ossia della società assicuratrice della responsabilità civile.

«Se non vi fosse questo cumulo soggettivo, non vi sarebbe dubbio alcuno sull’applicabilità dell’art. 75 c.p.p., comma 3, secondo cui “Se l’azione è proposta in sede civile nei confronti dell’imputato dopo la costituzione di parte civile nel processo penale o dopo la sentenza penale di primo grado, il processo civile è sospeso fino alla pronuncia della sentenza penale non più soggetta a impugnazione, salve le eccezioni previste dalla legge”.

La sospensione necessaria prevista dall’art. 75 c.p.p., comma 3, ha chiarito la giurisprudenza di legittimità -, sanziona la scelta compiuta dal danneggiato che abbia optato sin dall’inizio per la proposizione in seno al processo penale della propria domanda risarcitoria: in tal caso, anche se dismette la qualità di parte civile, egli dovrà sottostare all’accertamento dei fatti compiuto in sede penale.

Analogamente, se il danneggiato abbia trascurato il processo penale, in seno al quale pure abbia avuto possibilità di costituirsi parte civile e neppure abbia agito in sede civile, dovrà subire la sospensione del processo civile che abbia iniziato dopo la sentenza di primo grado di condanna dell’imputato, per il disinteresse per l’azione civile da lui mostrato (Cass., ord. 24 aprile 2009, n. 9807).

La sospensione del giudizio civile di danno

«Quel che rileva ai fini della sospensione del giudizio civile di danno ex art. 75 c.p.p., comma 3, – sostengono le Sezioni Unite – fuori dal caso in cui i giudizi di danno possano proseguire davanti al giudice civile ai sensi del precedente comma 2 -, è che la sentenza penale può esplicare efficacia di giudicato nell’altro giudizio, ai sensi degli artt. 651, 651 bis, 652 e 654 c.p.p..

Imporre al danneggiato-attore che si sia tardivamente rivolto al giudice civile di attendere l’esito del processo penale ha senso soltanto se e in quanto quest’esito, se definitivo, sia idoneo a produrre i propri effetti sul processo civile».

Lo si evince dall’art.. 211 disp. att. c.p.p., a norma del quale “Salvo quanto disposto dall’art. 75, comma 2, del codice, quando disposizioni di legge prevedono la sospensione necessaria del processo civile o amministrativo a causa della pendenza di un processo penale, il processo civile o amministrativo è sospeso fino alla definizione del processo penale se questo può dare luogo a una sentenza che abbia efficacia di giudicato nell’altro processo e se è già stata esercitata l’azione penale”.

Ed è partendo da questa considerazione che già in passato la giurisprudenza di legittimità ha escluso la sospensione del processo civile nei confronti delle – sole – parti diverse dall’imputato-danneggiante, alle quali siano ascritti fatti differenti da quelli oggetto di accertamento nel processo penale (Cass., ord. 1 luglio 2005, n. 14074; ord. 16 marzo 2017, n. 6834 e 11 luglio 2018, n. 18202).

Quando, tuttavia, i fatti sono i medesimi, il vincolo rispettivamente previsto dagli artt. 651 e 651 bis c.p.p., si potrebbe produrre nei confronti del responsabile civile soltanto qualora il processo risarcitorio sia promosso nei suoi confronti da un danneggiato diverso da colui che abbia proposto l’azione civile nel processo penale: solo in questo caso, e se il responsabile civile sia stato regolarmente citato o abbia spiegato intervento in sede penale, il giudicato di condanna del danneggiante-imputato o quello del suo proscioglimento per particolare tenuità del fatto avranno effetto verso di lui nel giudizio di danno.

Sulla pretesa del danneggiato costituitosi parte civile si può difatti decidere in sede civile soltanto se la parte civile sia uscita dal processo penale per revoca o estromissione; e poichè l’esodo della parte civile comporta che la citazione o l’intervento del responsabile civile perdono efficacia (a norma, rispettivamente, dell’art. 83 c.p.p., comma 6, e art. 85 c.p.p., comma 4), viene meno la condizione pretesa dagli artt. 651 e 651 bis c.p.p., per la produzione degli effetti ivi previsti nei confronti del responsabile civile, ossia che il “responsabile civile sia stato citato o sia intervenuto nel processo civile”.

Il caso in esame

«A maggior ragione – continuano i giudici delle Sezioni Unite – il vincolo non si può produrre in un caso, come quello in esame, in cui non v’è coincidenza tra le parti civili nel processo penale e gli attori del processo civile, nel senso già specificato, e non vi sono stati citazione o intervento del responsabile civile nel processo penale».

Il che esclude anche la possibilità che si potesse determinare il vincolo previsto dall’art. 652 c.p.p., comma 1.

A escludere tale possibilità è anche la considerazione che le ipotesi di sospensione previste dall’art. 75 c.p.p., comma 3, rappresentano pur sempre una deroga rispetto alla regola generale, che è quella della separazione dei giudizi e dell’autonoma prosecuzione di ciascuno di essi.

E dunque, «estendere l’applicazione di un’ipotesi derogatoria a un caso, come quello in esame, in cui tutte le parti del giudizio civile non coincidano con tutte quelle del processo penale, sacrificherebbe in maniera ingiustificata l’interesse dei soggetti coinvolti alla rapida definizione della propria posizione, in aperta collisione con l’esigenza di assicurare la ragionevole durata del processo, presente nel nostro ordinamento ben prima dell’emanazione dell’art. 111 Cost., comma 2, e comunque assurta a rango costituzionale per effetto di esso».

«Sicchè – concludono gli Ermellini – non è, in questi casi, meritevole di tutela l’interesse del danneggiante di attendere gli esiti del processo nel quale egli sia imputato».

Il principio di diritto

“In tema di rapporto tra giudizio penale e giudizio civile, i casi di sospensione necessaria previsti dall’art. 75 c.p.p., comma 3, che rispondono a finalità diverse da quella di preservare l’uniformità dei giudicati, e richiedono che la sentenza che definisca il processo penale influente sia destinata a produrre in quello civile il vincolo rispettivamente previsto dagli artt. 651, 651 bis, 652 e 654 c.p.p., vanno interpretati restrittivamente, di modo che la sospensione non si applica qualora il danneggiato proponga azione di danno nei confronti del danneggiante e dell’impresa assicuratrice della responsabilità civile dopo la pronuncia di primo grado nel processo penale nel quale il danneggiante sia imputato”.

L’ordinanza di sospensione è stata, dunque, annullata e disposta la prosecuzione del processo dinanzi al tribunale di Milano.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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intervento di chirurgia plastica

Il medico che non provi di aver eseguito correttamente l’intervento di chirurgia plastica risponde del risultato estetico peggiorativo cagionato alla paziente

La vicenda

A seguito della comparsa, dopo la prima gravidanza, di inestetismi al livello dell’addome, la paziente si era rivolta ad un chirurgo plastico, il quale le aveva diagnosticato la ricorrenza di “un addome pendulo con dilastasi dei sottostanti muscoli addominali” e le aveva prospettato la possibilità di trattare il suddetto “deficit elastico” mediante un intervento di addominoplastica.

A seguito dell’operazione erano residuati degli inestetismi cutanei, legati essenzialmente ad un “anomalo dismorfismo della cicatrice chirurgica sovrapubica del tutto asimmetrica e con protrusioni a forma di “orecchio di cane” le cd. dogs ears, per le quali la donna lamentava un danno permanente di natura estetica e psiclogica.

Il giudizio di primo grado

Instaurata la causa per il risarcimento del danno, l’adito giudice ha in primo luogo verificato, che i sanitari convenuti in giudizio, avessero assolto all’obbligo di prestare alla paziente una completa informazione riguardo alla tipologia, le modalità, i rischi, le conseguenze dell’intervento chirurgico e le sue possibili alternative.

Ebbene, al riguardo, il c.t.u. aveva messo in evidenza che le caratteristiche della cicatrice descritta per quanto anomali, rientrassero fra i normali esiti di interventi chirurgici di addominoplastica e che si trattava, tuttavia, di esiti temporanei in quanto risolvibili usualmente mediante un successivo trattamento chirurgico.

Il Tribunale di Taranto aveva però, anche potuto accertare, in base alla documentazione presente nella cartella clinica della casa di cura, che il consenso informato fornito alla paziente non fosse stato sufficientemente completo e specifico, tale da consentirle di maturare una decisione libera e consapevole ed esprimere un consenso valido.

Peraltro, il c.t.u. aveva concluso affermando che «il trattamento chirurgico era stata la causa unica dell’evento», sebbene eseguito secondo una tecnica operatoria corretta e portato a termine senza complicanze: ed invero, «da un lato, nella condotta dei medici non ci sarebbero elementi tecnici erronei causalmente connessi con i danni estetici lamentati dalla paziente, dall’altro, tali danni sarebbero comunque da porre in nesso di causalità materiale con il trattamenti medico chirurgico … causa unica dell’evento».

Dietro questa affermazione si nasconde – a detta del giudice tarantino – una pericolosa ambivalenza terminologica, laddove si addossa al creditore della prestazione sanitaria (il paziente) l’onere di provare il nesso di causa intercorrente tra la condotta del medico-debitore ed il danno.

Ciò ha portato l’adito giudicante ad operare una importante riflessione circa la duplicità di accezioni cui implicitamente si può far riferimento nel parlare di nesso eziologico in materia di responsabilità sanitaria: «da un lato, il legame causale con la condotta del medico può essere inteso quale stretta connessione eziologica tra il danno e il momento oggettivo della prestazione sanitaria in sé per sé considerato, in occasione e, all’esito del quale ne è derivato il pregiudizio alla salute che il paziente lamenta (es. l’infezione, l’inestetismo i peggioramento della malattia pregressa, etc); dall’altro, il medesimo legame causale può intendersi come rapporto tra il danno lamentato dal paziente e la condotta sanitaria negligente».

Il fardello probatorio a carico del paziente

Ebbene, è proprio dietro tale ultimo passaggio terminologico, “nel quale quasi inavvertitamente ma  frequentemente le decisioni dei tribunali e delle corti scivolano, così colorando di colpa un elemento oggettivo della fattispecie di danno (ovvero il nesso causale)”, che si cela il pesante fardello probatorio che grava in capo al paziente, il quale si ritrova onerato della dimostrazione della sussistenza di un nesso eziologico tra i danni denunciati e una negligenza professionale del medico.

Questo appesantimento dell’onus probandi in capo al creditore in realtà, è in contrasto con il fondamentale insegnamento reso dalle Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza n. 13533 del 2001 secondo il quale: «il creditore che agisca in giudizio per l’inesatto adempimento del debitore deve solo fornire la prova della fonte negoziale o legale del suo diritto, limitandosi ad allegare l’inesattezza dell’adempimento costituita dalla violazione dei doveri accessori, dalla mancata osservanza dell’obbligo di diligenza o dalle difformità qualitative o quantitative dei beni, posto che incombe sul debitore convenuto l’onere. dì dimostrare l’avvenuto esatto adempimento dell‘obbligazione».

La ripartizione del nesso causale tra paziente-medico

«Far gravare allora in capo al paziente il compito di provare che il danno lamentato sia conseguenza di una malpractice medica equivarrebbe a chiedergli di individuare e puntualmente dimostrare un inesatto adempimento del medico-debitore, oltre che il legame eziologico tra questo e i pregiudizi di cui invoca ristoro».

Ciò detto, «in punto di prova del nesso causale (in senso oggettivo, scevro da profili di colpevolezza), il paziente risulterà soccombente tutte le volte in cui non riesca a dimostrare che quell’infezione sia stata da lui contratta proprio durante il ricovero ospedaliero e/o l’intervento chirurgico, che dunque non fosse un’infezione preesistente o insorta successivamente e del tutto slegata dal trattamento sanitario ricevuto; soccomberà ove non sarà in grado di dimostrare che quel determinato inestetismo sia conseguito proprio all’intervento chirurgico cui si era sottoposto ovvero che l’aggravamento della sua preesistente patologia mon abbia trovato la propria genesi nella cura prestata dal medico, rappresentando al contrario un fisiologico sviluppo della malattia».

Se al contrario, egli riesca a provare il nesso eziologico, con la prova che il danno alla salute lamentato abbia, con elevato grado di probabilità pari al 50% + 1, trovato origine o aggravamento in conseguenza del trattamento sanitario ricevuto, il medico- debitore soccomberà tutte le volte in cui non sarà in grado di dimostrare di aver bene adempiuto la propria prestazione, nel rispetto delle regole di diligenza professionale rapportate al caso clinico di specie (prova dell’assenza di colpa, ovvero di un esatto adempimento diligente).

Al contrario, anche qualora dovesse emergere o risulti provata una qualche negligenza professionale, il medico o la struttura sanitaria potranno comunque scongiurare una pronuncia condannatoria dimostrando che tale specifica inosservanza dei protocolli di condotta non poteva porsi, nella fattispecie in esame, in alcun rapporto causale con i danni alla salute denunciati dal paziente i quali con elevato grado di probabilità pari al 50% + 1 sarebbero comunque esitati anche in ipotesi di condotta sanitaria del tutto diligente e perita, oppure, in alternativa, l’impossibilità dell’adempimento derivante da causa a sé non imputabile (art. 1218 c.c.).

La decisione

Tornando alla valutazione delle risultanze probatorie tecniche relative ai danni estetici lamentati dalla ricorrente, nel caso in questione, per il giudice di primo grado non vi erano dubbi circa l’esistenza di un nesso causale “oggettivo” con l’intervento di addominopalstica con liposcultura praticato dai medici convenuti, trattandosi di esiti esteticamente negativi del trattamento chirurgico eseguito.

Neppure il rilievo, più volte evidenziato dal c.t.u., per cui tale risultato sostanzialmente peggiorativo, fosse da considerarsi in astratto quale conseguenza normalmente possibile per quel tipo di intervento, non del tutto prevenibile a prescindere dalla maggiore o minore correttezza della tecnica operatoria praticata dal medico, è stato sufficiente ad esimere il convenuto da responsabilità.

Ciò in quanto non vi erano, nel caso concreto, margini sufficienti per apprezzare il corretto operato dei medici, I quali, a fronte della dimostrazione del risultato estetico peggiorativo ottenuto all’esito dell’intervento chirurgico, non avevano fornito prove adeguate del loro esatto adempimento.

Lo stesso c.t.u., al riguardo, aveva evidenziato come dalla lettura della cartella clinica non era stato possibile evincere il tipo di tecnica chirurgica; nè, era stata allegata alcuna documentazione fotografica, utile per un confronto pre e post-operatorio, anch’essa potenzialmente in grado di far apprezzare la buona condotta dei professionisti.

Pertanto, dimostrata dalla paziente l’esistenza del danno estetico quale risultato peggiorativo dell’intervento chirurgico, il Tribunale di Taranto ha concluso condannando i convenuti al risarcimento del danno cagionato.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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MEDICI ASSOLTI PERCHE’ L’IMPUTAZIONE NON INDICA LA REGOLA CAUTELARE VIOLATA

La causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, prevista dall’art. 131-bis cod. pen., è applicabile ai procedimenti relativi a reati di competenza del giudice di pace? Sul punto si è espressa la Corte costituzionale con la sentenza n. 120/2019

Con il ordinanza del 6 marzo 2018, il Tribunale ordinario di Catania aveva sollevato, in riferimento all’art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 131-bis del codice penale, «nella misura in cui esso non è applicabile ai reati rientranti nella competenza del Giudice di Pace».

La vicenda

La vicenda origina dal ricorso in appello formulato dall’imputato del reato di lesioni colpose lievi (art. 590 cod. pen.), contro la sentenza del Giudice di pace di Catania, «con la quale il medesimo era stato condannato alla pena di euro 400,00 di multa, oltre al risarcimento dei danni in favore della parte civile costituita».

Ebbene, questi lamentava l’errata valutazione, da parte del giudice di primo grado, in ordine alla sussistenza del nesso di causalità tra il sinistro stradale occorso e le lesioni personali riportate dalla vittima, nonché l’omessa pronuncia di estinzione del reato, in ragione dell’intervenuto risarcimento del danno, nonché l’omessa pronuncia ai sensi dell’art. 34 del d.lgs. n. 274 del 2000, Esclusione della procedibilità nei casi di particolare tenuità del fatto.

Ebbene sul punto, il giudice di primo grado nulla aveva disposto nonostante la lieve entità dell’offesa consistita in personali lievi da cervicalgia post-traumatica, giudicate guaribili in giorni otto.

Cosicché l’imputato aveva riformulato in appello, la richiesta di pronuncia di assoluzione questa volta però,  ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 530 del codice di procedura penale e 131-bis cod. pen.

Per il Tribunale di Catania, in qualità di giudice dell’appello, vi erano tutti i presupposti per adottare la pronuncia assolutoria, atteso che la pena prevista per il reato di lesioni personali lievi, rientra nei limiti edittali stabiliti dall’art. 131-bis, primo comma, cod. pen. e che si trattava, nella specie, di un’offesa di particolare tenuità, tenendo anche conto delle modalità della condotta, meramente colposa e dell’esiguità del danno cagionato alla persona offesa.

«Sarebbe, infatti, del tutto irragionevole – si legge nella sentenza – che una norma di diritto sostanziale, quale è l’art. 131-bis cod. pen. – introdotta per evitare all’imputato le possibili ricadute negative scaturenti dalla condanna per fatti di minima offensività, i quali, per il comune sentire sociale, sono connotati da minimo disvalore – sia inapplicabile proprio ai reati che, per essere di competenza del giudice di pace, sono per definizione di minore gravità».

Il giudizio dinanzi alla Corte Costituzionale

L’art. 131-bis cod.pen. ‒ inserito dall’art. 1, comma 2, del decreto legislativo 16 marzo 2015, n. 28, prevede una generale causa di esclusione della punibilità che si raccorda con l’altrettanto generale presupposto dell’offensività della condotta.

Il legislatore del 2015, perseguendo una finalità deflattiva analoga a quella sottesa a misure di depenalizzazione ed esercitando l’ampia discrezionalità nel definire «l’estensione di cause di non punibilità, ha considerato i reati al di sotto di una soglia massima di gravità – quelli per i quali è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, nonché quelli puniti con la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena detentiva – e ha tracciato una linea di demarcazione trasversale per escludere la punibilità – ma non l’illiceità penale – delle condotte che risultino, in concreto, avere un tasso di offensività marcatamente ridotto, quando appunto l’«offesa è di particolare tenuità».

La questione giuridica

È però sorto non di meno il problema interpretativo dell’applicabilità, o no, della causa di non punibilità ai sensi dell’art. 131-bis cod. pen. anche ai reati di competenza del giudice di pace.

La questione, in passato, è stata protagonista di un iniziale contrasto di giurisprudenza, composto infine dalle Sezioni unite della Corte di cassazione con l’affermazione del seguente principio di diritto : la causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, prevista dall’art. 131-bis cod. pen., non è applicabile nei procedimenti relativi a reati di competenza del giudice di pace (Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenza 22 giugno-28 novembre 2017, n. 53683).

Tale arresto giurisprudenziale, cui la Corte di Cassazione ha dato continuità anche in seguito, costituisce “diritto vivente”.

«L’inapplicabilità dell’art. 131-bis cod. pen. ai reati di competenza del giudice di pace, si fonda non già sul principio di specialità (art. 15 cod. pen.), ma sulla cosiddetta riserva di codice posta dall’art. 16 cod. pen., che prevede che nelle materie regolate da leggi speciali – e tale è il d.lgs. n. 274 del 2000 – le disposizioni del codice penale – e quindi anche l’art. 131-bis – si applicano salvo che non sia stabilito altrimenti. Ma la legge penale speciale in questione (il d.lgs. n. 274 del 2000) contiene già, nel suo complesso, una distinta disciplina della materia. In particolare, l’art. 34 regolamenta integralmente la fattispecie del fatto di particolare tenuità che così scherma l’applicabilità, altrimenti operante, dell’art. 131-bis cod. pen. Si tratta di regimi alternativi di fattispecie che hanno come nucleo comune la particolare tenuità del fatto e come elementi differenziali i requisiti di contorno che caratterizzano l’una e l’altra fattispecie».

Ciò premesso, la Corte costituzionale ha comunque dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale siciliano.

Le ragioni che giustificano, la diversa natura e applicabilità dell’art. 131 bis c.p. rispetto a quella di cui all’art. 34 del d.lgs 274 del 2000, sul piano del rispetto dei principi di eguaglianza e di ragionevolezza, risiede nella diversa connotazione dei reati di competenza del giudice di pace e del procedimento innanzi a quest’ultimo rispetto ai reati di competenza del tribunale.

La eterogeneità delle fattispecie di reato poste a confronto esclude la dedotta lesione del principio di eguaglianza (sentenza n. 207 del 2017).

«Il procedimento penale davanti al giudice di pace configura un modello di giustizia non comparabile con quello davanti al tribunale, in ragione dei caratteri peculiari che esso presenta» (sentenza n. 426 del 2008).

Anche la giurisprudenza di legittimità ne ha sottolineato «la natura eminentemente “conciliativa” della giurisdizione di pace, che dà risalto peculiare alla posizione dell’offeso dal reato, tanto da attribuirgli, nei reati procedibili a querela, un (singolare) potere di iniziativa nella vocatio in jus» (Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenza 16 luglio-27 ottobre 2015, n. 43264). Si tratta infatti di un procedimento «improntato a finalità di snellezza, semplificazione e rapidità, che lo rendono non comparabile con il procedimento davanti al tribunale, e comunque tali da giustificare sensibili deviazioni rispetto al modello ordinario» (sentenza n. 298 del 2008; nello stesso senso, ordinanze n. 28 del 2007, n. 85 e n. 415 del 2005, n. 349 del 2004).

Le differenti discipline della causa di non punibilità

Si ha quindi che, sia per i reati di competenza del tribunale, sia per quelli di competenza del giudice di pace, rileva comunque la particolare tenuità del fatto; ma i presupposti della non punibilità, nell’un caso, e della non procedibilità dell’azione penale, nell’altro, non sono pienamente sovrapponibili, ma segnano la differenza tra i due istituti.

Lo scostamento di disciplina, maggiormente significativo, risiede nella particolare valutazione che il giudice è chiamato a fare ai sensi dell’art. 34 del d.lgs. n. 274 del 2000 per operare un bilanciamento tra il pregiudizio per l’imputato e l’interesse della persona offesa alla prosecuzione del procedimento che è strettamente connesso alla peculiarità reati devoluti alla sua cognizione.

Per tali reati, che già di per sé non sono gravi, è richiesta al giudice una valutazione più ampia, arricchita da elementi ulteriori. Il giudice deve tener conto del pregiudizio che l’ulteriore corso del procedimento può recare alle esigenze di lavoro, di studio, di famiglia o di salute della persona sottoposta ad indagini o dell’imputato; pregiudizio che può concorrere a far ritenere di particolare tenuità il fatto addebitato all’indagato, allargandone la portata ove non sussista un interesse della persona offesa alla prosecuzione del procedimento.

Nel complesso, la particolare tenuità del fatto ai sensi dell’art. 34 del d.lgs. n. 274 del 2000 ha uno spettro più ampio dell’offesa di particolare tenuità ex art. 131-bis cod. pen., tant’è che incide più radicalmente sull’esercizio dell’azione penale e non già solo sulla punibilità.

E infatti la pronuncia del giudice non è iscritta nel casellario giudiziario, a differenza della sentenza che dichiara la non punibilità ex art. 131-bis cod. pen.; né, a differenza di quest’ultima, la pronuncia di improcedibilità ex art. 34 del d.lgs. n. 274 del 2000 è idonea a formare alcun giudicato sull’illiceità penale della condotta, come nella fattispecie dell’art. 651-bis cod. proc. pen.; neppure, per la stessa ragione, tale pronuncia è impugnabile dall’imputato, a differenza della sentenza di proscioglimento per la particolare tenuità del fatto ex art. 131-bis cod. pen. (Corte di cassazione, sezione quinta penale, sentenza 8 marzo-12 luglio 2018, n. 32010).

In conclusione, la Corte costituzionale ha affermato che “non viola i principi di eguaglianza e di ragionevolezza la non applicabilità, ritenuta dalla giurisprudenza, della causa di non punibilità per la particolare tenuità dell’offesa di cui all’art. 131-bis cod. pen. in caso di reati di competenza del giudice di pace, per i quali opera invece la causa di improcedibilità dell’azione penale per la particolare tenuità del fatto di cui all’art. 34 del d.lgs. n. 274 del 2000“.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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La vicenda

Nel 2007 il Tribunale di Napoli aveva rigettato l’istanza di risarcimento proposta dal ricorrente nei confronti della sua ex compagna per i danni a lui derivati dalla nascita indesiderata di un loro figlio.

Dopo il giudizio d’appello conclusosi con la conferma integrale della decisione di primo grado, la vicenda è giunta in Cassazione.

La sentenza impugnata – a detta del ricorrente – aveva omesso di considerare ” il principio generale e costituzionale “della necessaria condotta di buona fede e correttezza delle parti nelle reciproche relazioni”, per non aver attribuito ” rilievo al necessario accertamento della veridicità o meno delle informazioni” fornite al ricorrente dalla controparte, e se queste “fossero state date in buona o in mala fede”: e in tutto ciò, vi sarebbe stata violazione dell’art. 116 c.p.c..

L’uomo sosteneva che, prima del rapporto sessuale con la controparte in cui venne concepito il loro figlio, la donna gli aveva detto di essere in quel momento infertile per avere concluso proprio quel giorno il suo ciclo mestruale; ma tale informazione sarebbe stata una consapevole menzogna che avrebbe indotto il ricorrente, pur non volendo egli generare, a compiere l’atto sessuale senza alcuna precauzione, per cui l’inganno della sua controparte sarebbe stato “da configurare quale vera e propria truffa”.

Non soltanto, ma il rapporto sessuale sarebbe avvenuto anche in violazione dell’articolo 1 I. 194/1978, laddove (comma 1) “lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile”.

Il giudizio di legittimità: illecito civile o penale?

I giudici Ermellini, chiamati a pronunciarsi sulla vicenda, preliminarmente hanno rilevato che il motivo introdotto dal ricorrente operava una commistione dell’illecito civile con l’illecito penale, senza chiarire neppure il tipo di danno che da tale non identificato illecito gli sarebbe derivato.

Non era chiaro se si trattasse di danno patrimoniale per il sostentamento del minore oppure di un danno non patrimoniale di tipologia esistenziale, posto che secondo quanto dichiarato dallo stesso ricorrente la nascita del figlio gli avrebbe sconvolto la vita e in ogni caso non avrebbe più potuto costruirsi una famiglia regolare perchè le sue successive compagne non vi sarebbero state disposte per l’esistenza di tale bambino.

L’inganno nei rapporti sessuali: violazione della buona fede?

Invero non esiste giurisprudenza relativa alla violazione del principio di buona fede in relazione ai rapporti sessuali intrattenuti col partner.

“L’obbligo di buona fede oggettiva o correttezza costituisce un autonomo dovere giuridico, espressione di un generale principio di solidarietà sociale, applicabile in ambito contrattuale ed extracontrattuale, che impone di mantenere, nei rapporti della vita di relazione, un comportamento leale (specificantesi in obblighi di informazione e di avviso) nonchè volto alla salvaguardia dell’utilità altrui, nei limiti dell’apprezzabile.

E’ evidente, peraltro, che non è possibile traslare l’orientamento appena sintetizzato a quanto addotto dal ricorrente.

A suo avviso, egli sarebbe stato ingannato dalla sua partner nell’ambito di un rapporto sessuale. «Non si comprende, invero, come un rapporto sessuale possa essere sussunto nell’esercizio del diritto e nell’adempimento del corrispondente obbligo di solidarietà. Nè, d’altronde, appare pertinente il riferimento alla L. n. 194 del 1978, art. 1, comma 1, poichè in esso è sì garantito “il diritto alla procreazione cosciente e responsabile”, ma come diritto pubblico, garantito infatti dallo Stato, e non come obbligo del partner».

La disciplina penale

L’obbligo del partner di rispettare la volontà della persona con cui intende compiere un atto sessuale completo si rinviene, invece, nell’ambito penale, come tutela però della libertà sessuale (art. 609 bis c.p. e ss.), e non della fertilità o infertilità dell’atto sessuale come scelta che l’uno possa imporre all’altro. Potrebbe semmai integrarsi il reato di violenza privata, laddove uno degli esecutori dell’atto sessuale costringa l’altro ad adottare o a non adottare mezzi che incidono su tale potenzialità procreativa; ma si tratta comunque di un fatto che deve compiersi, appunto, “con violenza o minaccia”, ovvero costrizione, e non con una eventuale menzogna.

Il reato, invece, invocato dal ricorrente, la truffa attiene alla tutela del patrimonio; ma – osservano i giudici della Cassazione – «l’acquisizione di una paternità indesiderata non è riconducibile alla fattispecie di cui all’art. 640 c.p., dato che questo prevede come conseguenza dell’inganno il fatto che chi delinque “procura a sè o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno”».

In definitiva, i giudici della Cassazione hanno affermato che non può, logicamente, assimilarsi ad un rapporto contrattuale un rapporto sessuale tra due persone ad esso consenzienti (e tra l’altro, pacificamente, non riconducibile ad alcuna attività di prostituzione), ed inserire in esso l’obbligo di ciascuno di informare l’altro del suo stato di fertilità o meno.

Al contrario, ciò rientra, nel diritto alla riservatezza della persona che è invece, senza dubbio, tutelato dall’ordinamento.

Nè, d’altronde, lo stesso ricorrente aveva addotto di avere stipulato un contratto con la controricorrente, ponendo la questione, per lo più, sul piano dell’extracontrattuale.

Dunque, non solo non è configurabile alcuna fattispecie penale, ma vi è di più, «quanto all’illecito aquiliano, se una persona fornisce alla persona con cui intende compiere un atto sessuale completo una informazione non corrispondente al vero in ordine al suo attuale stato di fertilità o infertilità, a tacer d’altro, in concreto nulla ne può derivare in termini risarcitori, per il combinato disposto dell’art. 1227 cpv., e dell’art. 2056 c.c., comma 1: una persona che è in grado di svolgere un atto sessuale completo, infatti, non può – alla luce del notorio – ignorare l’esistenza di mezzi contraccettivi, il cui reperimento e utilizzo sono di tale agevolezza che non possono non essere ascritti alla “ordinaria diligenza” per chi, appunto, in quel determinato caso intende esclusivamente soddisfare un suo desiderio sessuale e non vuole invece avvalersi delle sue potenzialità generative».

Il ricorso è stato perciò respinto in via definitiva con l’enunciazione della seguente motivazione: il ricorrente “in quanto portatore di un così forte e intenso desiderio di non procreare, avrebbe dovuto adottare sicure misure precauzionali”, onde, non facendolo, egli stesso ha “assunto il rischio delle conseguenze dell’azione“.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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impianto di valvole cardiache

Come componente dell’equipe, il convenuto era tenuto ad un obbligo di diligenza concernente non solo le specifiche mansioni a lui affidate nell’impianto delle valvole cardiache, ma anche il controllo sull’operato e sugli errori altrui, in quanto tali rilevabili con l’ausilio delle comuni conoscenze del professionista medio

La vicenda

La vicenda trae origine da un intervento di sostituzione di due valvole, quella mitralica e quella aortica, impiantate nel ricorrente.

L’intervento sostitutivo era stato realizzato da una equipe medica specializzata, composta da tre medici.

Ad esso seguì un triennio scandito da numerosi accertamenti, più ricoveri, altri tre interventi chirurgici, alcune complicanze ed un lungo periodo di riabilitazione.

Ritenutili responsabili, per avere impiantato una valvola inadeguata in occasione dell’intervento, per le complicanze e i successivi interventi e ricoveri, il paziente citò in giudizio i tre chirurghi, unitamente all’Azienda Ospedaliera, al fine di sentirli condannare al risarcimento del danno biologico, del danno morale ed esistenziale e delle spese mediche, per un totale complessivamente quantificato in 438.412,57, euro, oltre al risarcimento del danno morale per Euro 73.568,00 ciascuno, subito dal coniuge e dai suoi due figli.

Il processo prima celebratosi davanti al giudice ordinario, poi in appello si concludeva nel merito con la condanna dell’ASL al pagamento in favore degli originari ricorrenti della somma complessiva di 54.000,00 euro.

Il ricorso per cassazione

Insoddisfatti dell’anzidetta pronuncia, il paziente danneggiato e i suoi familiari proponevano ricorso per Cassazione censurando la decisione impugnata per aver limitato la responsabilità del capo dell’equipe medica ai soli danni causati dal primo intervento chirurgico di sostituzione delle valvole difettose e non anche a quelli derivanti dai ricoveri e dagli interventi successivi.

E, il motivo è stato accolto.

A detta degli Ermellini, la corte territoriale aveva fatto malgoverno dei principi che regolano gli oneri probatori in materia di responsabilità sanitaria.

E invero, avendo i ricorrenti allegato e provato la ricorrenza di un inadempimento “qualificato” (ossia l’impianto di una valvola difettosa) tale da comportare di per sè, in assenza di fattori alternativi “più probabili”, la presunzione della derivazione dei successivi interventi e ricoveri dalla condotta inadempiente, spettava ai convenuti l’onere di fornire una prova idonea a superare tale presunzione secondo il criterio generale di cui all’art. 2697 c.c., comma 2 (Cass. sez. un., 11/1/2008, n. 577 e giurisprudenza successiva).

Sul paziente che agisce per il risarcimento del danno grava l’onere di provare la relazione causale che intercorre tra l’evento di danno e l’azione o l’omissione, mentre spetta alla controparte (medico o struttura sanitaria) dimostrare il sopravvenire di un evento imprevedibile ed inevitabile secondo l’ordinaria diligenza. Nella fattispecie, essendo rimasta oscura la causa degli interventi successivi al primo, spettava ai convenuti dimostrare il verificarsi di una causa imprevedibile ed inevitabile che aveva reso necessari gli ulteriori interventi sulle valvole impiantate alla paziente (Cass. 26/07/2017, n. 18392; Cass. 07/12/2017, n. 29315; Cass. 19/07/2018, n. 19204).

La responsabilità del componente dell’equipe medica

Tra gli altri motivi, i ricorrenti contestavano la decisione della corte d’appello anche nella parte in cui escludeva la responsabilità di uno dei componenti l’equipe medica con la seguente motivazione: “pur facendo parte dell’equipe chirurgica, non è dimostrato che avesse consapevolezza della provenienza e delle irregolarità dell’acquisto delle valvole, di talchè poteva ragionevolmente confidare nell’idoneità della valvola impiantata”.

Anche questo motivo è stato accolto.

Ed invero, la corte d’appello aveva fatto erronea applicazione dell’art. 1218 c.c., in base al quale il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile; con la precisazione che ad essere in contestazione – nel caso di specie – non era la corretta esecuzione o meno dell’operazione medico-chirurgica di installazione della protesi, ma piuttosto di quali fossero gli obblighi di diligenza e di prudenza esistenti a carico di ciascun componente dell’equipe medica, a fronte della scelta di impiantare quella specifica valvola, risultata difettosa.

Dunque, come componente dell’equipe, in applicazione della consolidata giurisprudenza di legittimità, il convenuto era tenuto ad un obbligo di diligenza concernente non solo le specifiche mansioni a lui affidate, ma anche il controllo sull’operato e sugli errori altrui, in quanto tali rilevabili con l’ausilio delle comuni conoscenze del professionista medio.

Del resto tale principio è stato di recente confermato dalla giurisprudenza di legittimità: “Dal professionista che faccia parte sia pure in posizione di minor rilievo di una equipe si pretende pur sempre una partecipazione all’intervento chirurgico non da mero spettatore ma consapevole e informata, in modo che egli possa dare il suo apporto professionale non solo in relazione alla materiale esecuzione della operazione, ma anche in riferimento al rispetto delle regole di diligenza e prudenza ed alla adozione delle particolari precauzioni imposte dalla condizione specifica del paziente che si sta per operare” (Cass. 29/01/2018, n. 2060).

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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FALSE CERTIFICAZIONI DI VACCINAZIONI MAI EFFETTUATE: MEDICO INDAGATO

malato

Chi è il soggetto legittimato a nominare un amministratore di sostegno? Nella vicenda in esame si discute in ordine alla legittimità della nomina di un amministratore di sostegno da parte di un paziente gravemente malato, al fine di rifiutare le trasfusioni di sangue necessarie a tenerlo in vita

La vicenda

Con ricorso al giudice tutelare di Savona, la ricorrente aveva chiesto di confermare la sua nomina quale amministratore di sostegno del marito, a norma degli artt. 404 c.c. e ss., essendo già stata designata, da quest’ultimo con precedente scrittura privata e con procura speciale autenticata.

Ma l’adito giudice respingeva il ricorso, ritenendo il marito “allo stato, pienamente capace d’intendere e di volere”.

La sentenza, confermata in appello, è stata impugnata davanti ai giudici della Cassazione.

Ed infatti, la corte territoriale, nel ribadire la valutazione di piena capacità dell’uomo, aveva asserito che il diritto di rifiutare determinate terapie è al di fuori dell’ambito d’applicazione dell’istituto dell’amministrazione di sostegno, trattandosi di diritto azionabile autonomamente in giudizio e non tutelabile, in via indiretta, mediante l’istituto in questione.

Il ricorso per Cassazione

Il ricorso formulato dai due ricorrenti si fondava essenzialmente sull’errore di diritto commesso dai giudici di merito consistente nell’aver ritenuto l’art. 404 c.c., applicabile ai soli casi di totale incapacità d’intendere e di volere, mentre – a detta dei ricorrenti –  la norma in questione contempla il concetto di “infermità”, ossia una malattia o patologia fisica o mentale, non necessariamente involgente una totale incapacità di provvedere ai propri interessi, che può anche essere parziale e temporanea.

La corte territoriale non avrebbe neppure esaminato la documentazione medica prodotta, omettendo, perciò, di valorizzare la patologia diagnosticata (Malformazione artero-venosa- MAV), la quale determinava l’impossibilità per l’uomo di comunicare la propria decisione, consistente in una sostanziale obiezione di coscienza, di non sottoporsi alle trasfusioni di sangue nel corso delle crisi emorragiche da cui era colpito, trasfusioni ritenute chiaramente necessarie per la cura.

I ricorrenti inoltre, lamentavano il fatto che il giudice di secondo grado, senza neppure aver sentito l’uomo  – comparso in appello- avesse ritenuto che la domanda di nomina dell’amministratore di sostegno riguardava un’eventualità futura e non invece attuale (cioè l’impossibilità di opporsi alle trasfusioni emetiche).

In tal modo avrebbe violato la Costituzione in ordine al diritto di rifiutare le cure trasfusionali nella piena consapevolezza delle conseguenze prospettate di tale omissione, nonché la Carta dei diritti fondamentali dell’UE e finanche la Convenzione sui Diritti Umani e la Biomedicina. Senza contare della violazione dei diritti inerenti la persona, la sua libertà, dignità e il diritto al rispetto della vita privata e familiare, la libertà di coscienza e di religione.

La pronuncia della Cassazione

Chiamati a pronunciarsi sulla vicenda i giudici della Cassazione hanno accolto l’impugnazione dei ricorrenti ritenendo di non poter condividere l’assunto della decisione impugnata.

L’applicazione dell’amministrazione di sostegno presuppone la sussistenza di una ipotesi nella quale una persona sia priva, in tutto o in parte, di autonomia – non solo a cagione di una infermità di mente, come nel caso dell’interdizione, ai sensi dell’art. 414 c.c. – bensì anche per una qualsiasi altra “infermità” o “menomazione fisica”, anche parziale o temporanea, che lo ponga nell’impossibilità di provvedere ai propri interessi.

Per tale motivo, il giudice – è tenuto, in ogni caso, secondo lo schema normativo dell’art. 404 c.c. a nominare un amministratore di sostegno poiché la discrezionalità attribuita dalla norma ha ad oggetto solo la scelta della misura più idonea (amministrazione di sostegno, inabilitazione, interdizione), e non anche la possibilità di non adottare alcuna misura, che comporterebbe la privazione, per il soggetto incapace, di ogni forma di protezione dei suoi interessi, ivi compresa quella meno invasiva.

Ne discende che soltanto la persona che si trovi nella piena capacità psico-fisica non è legittimata a richiedere l’amministrazione di sostegno, presupponendo l’attivazione della procedura, la sussistenza della condizione attuale d’incapacità, in quanto l’intervento giudiziario non può essere che contestuale al manifestarsi dell’esigenza di protezione del soggetto.

Ora, nel caso concreto, la Corte territoriale – nel fondare il diniego di apertura della procedura in questione, sull’erroneo presupposto della sussistenza della capacità di intendere e di volere del beneficiario – non aveva tenuto conto della gravissima patologia della quale l’uomo è portatore (MAV- malformazione artero-venosa).

Tale malattia comportava emorragie continue, con conseguente “instaurarsi di shock emorragico e rapida perdita della coscienza oltre alla compromissione delle funzioni vitali”, quali la parola.

Tanto è vero che dalle risultanze mediche era emerso che l’uomo faceva il più delle volte utilizzo del computer per esprimersi..

Legittima la nomina dell’amministratore di sostegno

La designazione della moglie quale amministratrice di sostegno del marito era perciò avvenuta legittimamente sulla base del paradigma normativo fissato nell’art. 408 c.c., comma 1, a norma del quale “l’amministratore di sostegno può essere designato dallo stesso interessato in previsione della propria eventuale futura incapacità“.

E ciò al fine precipuo di esprimere, in caso di impossibilità del marito, il dissenso alla somministrazione di trasfusioni a base di emoderivati.

La ragione per cui si richiede la nomina dell’amministratore di sostegno – consistente proprio nel palesare ai sanitari tale rifiuto come quello espresso dal malato, in ordine alla negazione del consenso ai trattamenti medici futuri fondati sulle trasfusioni di sangue e già, espresse con la scrittura privata.

Al riguardo, la giurisprudenza di legittimità, dopo aver espresso il principio generale per cui “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti” e che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge” e che, in ogni caso, “la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”, ha da tempo chiarito che in tema di attività medico-sanitaria, il diritto alla autodeterminazione terapeutica del paziente non incontra un limite allorché da esso consegua il sacrificio del bene della vita.

Il rifiuto delle cure mediche

Di fronte al rifiuto della cura da parte del diretto interessato, c’è spazio nel quadro dell’”alleanza terapeutica” che tiene uniti il malato ed il medico nella ricerca, insieme, di ciò che è bene rispettando i percorsi culturali di ciascuno.

Ma allorché il rifiuto abbia connotati quali quelli emersi nel caso in esame, «non c’è possibilità di disattenderlo in nome di un dovere di curarsi come principio di ordine pubblico. Nè il rifiuto delle terapie medico-chirurgiche, anche quando conduce alla morte, può essere scambiato per un’ipotesi di eutanasia, (omicidio del consenziente, art. 579 c.p., o aiuto al suicidio, art. 580 c.p.), ossia per un comportamento che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte, giacché tale rifiuto esprime piuttosto un atteggiamento di scelta, da parte del malato, che la malattia segua il suo corso naturale».

Del resto, «il consenso informato ha come correlato la facoltà non solo di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma -altresì di eventualmente rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale» (Cass. 16/10/2007, n. 21748).

Ciò assume connotati ancora più forti, degni di tutela e garanzia, laddove il rifiuto del trattamento sanitario rientri e sia connesso all’espressione di una fede religiosa il cui libero esercizio è sancito dall’art. 19 Cost..

La giurisprudenza comunitaria

In tal senso si è espressa anche la giurisprudenza Europea, secondo la quale “In materia di cure mediche, il rifiuto di accettare un trattamento particolare potrebbe, in maniera ineluttabile, portare a un esito fatale, ma l’imposizione di un trattamento medico senza il consenso del paziente se adulto e sano di mente si tradurrebbe in una violazione dell’integrità fisica dell’interessato che può mettere in discussione i diritti protetti dall’art. 8 § 1 della Convenzione”. Come ha ammesso la giurisprudenza interna, una persona può rivendicare il diritto di esercitare la propria scelta di morire rifiutandosi di acconsentire a un trattamento che potrebbe produrre l’effetto di prolungare la sua vita.” (Corte EDU, 29/04/2002, Pretty c. R.U.) Ed ancora, il diritto di un individuo di decidere in quale modo e in quale momento la sua vita deve terminare, a condizione che egli sia in grado di formare liberamente la propria volontà a questo proposito e di agire di conseguenza, è uno dei corollari del diritto al rispetto della sua vita privata (Corte EDU, 20/01/2011, Haas c. Svizzera).

Per tutti questi motivi, la decisione impugnata è stata cassata con rinvio per evidente erronea applicazione di legge.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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rinuncia alla querela

L’accettazione di rinuncia alla querela si presume, ove non vi siano fatti indicativi di una volontà contraria del querelato, che si trovi in grado di accettare o rifiutare

“Le sole conclusioni, a verbale, rassegnate dal rappresentante dell’imputato, con la richiesta della pronuncia assolutoria con formula piena, non debbono essere intese come implicito rifiuto della remissione ma, al contrario, come tacita accettazione della stessa”

La vicenda

A seguito di rinuncia al ricorso da parte del ricorrente, ai sensi dell’art. 542 c.p.p, il giudice di

Pace di Bari dichiarava non doversi procedere nei confronti dell’imputato del reato di diffamazione continuata, ai danni della persona offesa

Avverso la predetta sentenza proponeva ricorso per Cassazione l’imputato a mezzo del proprio difensore di fiducia, il quale ne chiedeva l’annullamento per violazione di legge.

Nella specie, questi si doleva della declaratoria di non doversi procedere conseguente a remissione di querela, e dunque di rinuncia al ricorso, formulata in udienza dalla persona offesa, deducendo di non avere accettato remissione di querela, ma di avere invocato la assoluzione nel merito per l’insussistenza del fatto, instando anche per le statuizioni di cui all’art. 542 c.p.p., sicché il G.d.P. non avrebbe potuto pronunciare la sentenza di estinzione del reato, conseguente, ex lege, solo alla accettazione della rinuncia al ricorso da parte dell’imputato, tanto più che siffatta rinuncia era stata effettuata dal difensore della persona offesa, sprovvisto della procura speciale.

La pronuncia della Cassazione

La giurisprudenza di legittimità ha già chiarito che la rinuncia del ricorrente al ricorso immediato presentato avanti al Giudice di Pace equivale alla remissione di querela, derivandone, caso di accettazione dell’imputato, l’estinzione del reato. (Sez. 5 n. 42427 del 05/10/2011; Sez. 4 n. 7366 del 06/02/2014).

Ebbene fatta questa premessa i giudici della Suprema Corte hanno rigettato il ricorso difensivo.

A detta degli Ermellini, essendo la remissione di querela intervenuta in udienza, alla presenza sia dell’imputato che del suo difensore di fiducia (come si rileva dal verbale), i quali erano, dunque, in condizioni di fare espressa ricusa della dichiarazione di remissione formulata in quella stessa sede dal rappresentante della persona offesa, le sole conclusioni, a verbale, rassegnate dal rappresentante dell’imputato, con la richiesta della pronuncia assolutoria con formula piena, non debbono essere intese come implicito rifiuto della remissione ma, al contrario, come tacita accettazione della stessa.

La disciplina normativa

Invero, occorre ricordare che, mentre l’art. 152 c.p., richiede che la remissione di querela processuale sia espressa, ammettendo la remissione tacita solo in sede extraprocessuale, il legislatore non riproduce tale distinguo nella disciplina della accettazione della remissione di querela.

Ai sensi dell’art. 155 c.p., comma 1, infatti, la remissione non produce effetto se il querelato l’ha “espressamente o tacitamente” ricusata, prevedendosi, nel secondo alinea, che vi è ricusa tacita quando il querelato ha compiuto fatti incompatibili con la volontà di accettare la remissione. In sostanza, ai fini dell’efficacia giuridica della remissione di querela, non è indispensabile una esplicita e formale accettazione, cioè una manifestazione positiva di volontà di accettazione, ma è sufficiente, ex art. 155 c.p., comma 1, che non vi sia una ricusazione in forma espressa o tacita.

La differente disciplina – spiegano i giudici della Cassazione- si spiega in ragione delle differenze sul piano psicologico e strutturale che caratterizzano la volontà di remissione della querela e la mancanza di ricusa della remissione, considerando che il querelato ha tutto l’interesse a vedersi dichiarare l’estinzione del reato, sicché il legislatore riconnette l’effetto estintivo anche alla sola non ravvisabilità, da parte del giudice, di comportamenti positivi sintomatici del rifiuto, ovvero dell’intenzione di vedere proseguire il giudizio a suo carico.

In realtà, se non vi è un atto di accettazione espressa, perché si producano gli effetti giuridici conseguenti alla remissione, la legge non pone come condizione che vi sia “un’accettazione tacita”.

Infatti, come è stato efficacemente osservato dalle Sezioni Unite, nonostante che la rubrica dell’art. 155 c.p., sia intitolata (impropriamente) “accettazione della remissione”, ciò che normativamente si richiede (comma 1) è che il querelato non abbia “espressamente o tacitamente” ricusato la remissione.

Il comportamento concludente preso in considerazione dall’art. 155 c.p., comma 1, non è, dunque, quello attraverso cui si renda percepibile una adesione del querelato alla remissione di querela, ma attiene a una tacita manifestazione di volontà diretta a impedirla: non un comportamento positivo di accettazione, ma uno negativo di rifiuto.

Può dirsi, allora, che l’accettazione si presume, ove non vi siano fatti indicativi di una volontà contraria del querelato, che si trovi in grado di accettare o rifiutare.

La decisione

Nella fattispecie in esame, la mera circostanza che il difensore dell’imputato, a fronte della remissione della querela, avesse chiesto la assoluzione nel merito con formula piena, non può essere considerata sintomatica della volontà implicita di ricusa della remissione, innanzitutto perché, stante la presenza in udienza della parte personalmente, questi era in condizioni di esprimere apertamente il rifiuto, chiedendo la prosecuzione del giudizio.

Correttamente, pertanto, il giudice di Pace non aveva ravvisato nel comportamento processuale dell’imputato e del suo difensore sintomi del rifiuto della remissione di querela, e aveva pronunciato la sentenza di proscioglimento, ai sensi dell’art. 129 c.p.p., per rinuncia al giudizio.

Il silenzio serbato, in tale contesto, dall’imputato non può assumere il significato prospettato dal ricorrente , poiché, al contrario, l’assenza di manifesto dissenso da parte dell’imputato, ha il significato chiaro della accettazione della remissione.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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titolare di un centro estetico

Il titolare di un centro estetico ha l’obbligo di chiedere ai propri clienti certificazione medica attestante il proprio stato di salute e, dunque, l’idoneità a sottoporsi ad una lampada abbronzante?

L’attività estetica può rivelarsi attività pericolosa, in ragione dei rischi per l’integrità fisica in cui può incorrere chi vi si sottopone, perciò deve affermarsi che il titolare del cento estetico o il responsabile dell’attività assumono una posizione di garanzia che implica la necessità di porre in atto quanto è possibile per impedire il verificarsi di eventi lesivi.

La vicenda

Nel 2014 il Giudice di Pace di Padova, aveva dichiarato il titolare di un centro estetico, colpevole del reato di cui all’art. 590 cod. pen., condannandolo alla pena di Euro 400,00 di multa.

All’imputato era stato contestato di aver cagionato ad una propria cliente una dermatite allergica da contatto, giudicata guaribile in sedici giorni per aver omesso, quale titolare del predetto salone di bellezza, di adottare le necessarie cautele volte ad accertare la non pericolosità dei prodotti utilizzati nonchè a verificare il regolare funzionamento degli impianti abbronzanti, in particolare facendo utilizzare alla cliente una crema abbronzante e sottoponendola ad un trattamento abbronzante su tutto il corpo.

Il Giudice di Pace era pervenuto alla pronuncia di condanna in capo all’imputata ritenendo che quest’ultima non avesse adottato un comportamento prudente e rispettoso delle necessarie cautele. La persona offesa soffriva già di una forma allergica all’uso di creme abbronzanti, ma in realtà l’imputata non aveva preteso dalla cliente alcuna certificazione medica attestante che la stessa potesse sopportare il trattamento abbronzante e l’uso di creme abbronzanti, né aveva richiesto alla cliente di dichiarare per iscritto di essere esente da impedimenti ad effettuare il trattamento, né si era fatta rilasciare liberatoria dopo aver informato la cliente dei rischi correlati all’uso di creme e lampade solari.

Peraltro, i cartelli presenti nel salone erano generici e non specifici e non davano alcuna certezza in merito alla consapevolezza da parte del cliente dei rischi per la sua salute.

Il ricorso per Cassazione

Con ricorso presentato ai giudici della Cassazione l’imputata impugnava la sentenza di condanna, denunciandone l’illegittimità per contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione; nonché travisamento di prove.

La ricorrente si doleva del fatto che il giudice avesse posto a fondamento della decisione una regola di esperienza manifestamente inaccettabile e contrastante con il “senso della realtà” laddove aveva preteso che ella, quale la titolare di un centro estetico avrebbe dovuto consentire ai propri clienti di sottoporsi ad un trattamento abbronzante solo dopo aver avuto contezza del proprio stato di salute, non essendo plausibile che un cliente si rechi in un centro estetico portando con sè certificazione medica comprovante la sua idoneità a sottoporsi ad una lampada abbronzante o che il titolare del centro rifiuti il servizio in assenza di certificazione medica o di autocertificazione scritta.

Il giudice di merito non aveva tenuto conto di un fatto decisivo per il giudizio ossia che la persona offesa godesse di buono stato di salute e fosse a conoscenza di quali conseguenze potevano derivare da una seduta abbronzante, avendo ammesso di essersi sottoposta in passato a sedute di abbronzatura ed avendo dichiarato di essere consapevole dei rischi connessi al trattamento.

Centri estetici: l’inquadramento normativo

L’attività di estetista è stata disciplinata con L. Statale 4 gennaio 1990, n. 1. Con questa legge ne sono stati fissati la definizione, i requisiti e le modalità di svolgimento. Oltre a definire l’attività di estetista (L’attività di estetista comprende tutte le prestazioni ed i trattamenti eseguiti sulla superficie del corpo umano il cui scopo esclusivo o prevalente sia quello di mantenerlo in perfette condizioni, di migliorarne e proteggerne l’aspetto estetico, modificandolo attraverso l’eliminazione o l’attenuazione degli inestetismi presenti), la legge indica i parametri necessari per la qualificazione professionale, stabilisce le modalità di esercizio e affida alla Regione il compito di emanare norme di programmazione relative all’esercizio dell’attività in questione, oltre che di dettare disposizioni ai Comuni per l’adozione dei Regolamenti attuativi della legge stessa (art. 5). Con D.M. 21 marzo 1994, n. 352 sono state dettate le norme regolamentari per la definizione dei contenuti tecnico-culturali dei programmi, dei corsi e delle prove di esame per conseguire la qualifica professionale di estetista.

A decorrere dall’entrata in vigore del D.L. 31 gennaio 2007, n. 7, conv. con modificazioni dalla L. 2 aprile 2007, n. 40, per svolgere l’attività di estetista non è più necessaria l’autorizzazione comunale, essendo sufficiente la qualificazione professionale e lo svolgimento dell’attività in locali che rispettino sia i requisiti urbanistici che i requisiti igienico-sanitari.

Il quadro normativo inerente l’utilizzo di lampade e apparecchi per l’abbronzatura

Il D.M. 12 maggio 2011, n. 110 ,non ancora in vigore all’epoca del fatto in commento, ha dettato le caratteristiche tecnico-dinamiche ed i meccanismi di regolazione, nonché le modalità di esercizio e di applicazione e le cautele d’uso degli apparecchi abbronzanti.

L’uso di apparecchiature che emettano anche UV-B richiede particolari precauzioni d’uso e la valutazione della dose cumulativa a cui il soggetto è stato esposto.

E’ proibito l’utilizzo delle apparecchiature abbronzanti a: minori di 18 anni; donne in stato di gravidanza; soggetti che soffrono o hanno sofferto di neoplasie della cute; soggetti che non si abbronzano o che si scottano facilmente all’esposizione al sole. L’utilizzo delle apparecchiature è esclusivo per fini estetici e non terapeutici.

Sono inoltre previste specifiche disposizioni in ordine alla manutenzione delle apparecchiature e indicazioni e consigli per l’uso corretto; il tempo massimo per la prima esposizione, per le sedute successive e cosi via.

La posizione di garanzia del titolare del centro estetico

Colui che ha la qualifica professionale di estetista – che quindi gestisce apparecchi elettromeccanici per uso estetico ed utilizza prodotti cosmetici – è titolare di una posizione di garanzia, ai sensi dell’art. 40 c.p., comma 2, a tutela della incolumità di coloro che si sottopongono al trattamento estetico, sia in forza del principio del neminem laedere, sia nella sua qualità di custode delle stesse attrezzature (come tale civilmente responsabile, per il disposto dell’art. 2051 cod. civ. dei danni provocati dalla cosa, fuori dall’ipotesi del caso fortuito), sia, infine, quando l’uso delle attrezzature e dei cosmetici dia luogo ad una attività da qualificarsi pericolosa, ai sensi dell’art. 2050 cod. civ..

Ne discende che l’omessa adozione di accorgimenti e cautele idonei al suddetto scopo, in presenza dei quali un evento lesivo non si sarebbe verificato od avrebbe cagionato un pregiudizio meno grave per l’incolumità fisica dell’utente, costituisce violazione di un obbligo di protezione gravante su tale soggetto.

Posto che l’attività estetica può rivelarsi attività pericolosa, in ragione dei rischi per l’integrità fisica in cui può incorrere chi vi si sottopone, deve in altre parole affermarsi che la posizione di garanzia di cui il titolare o responsabile dell’attività è investito implichi la sicura imposizione di porre in atto quanto è possibile per impedire il verificarsi di eventi lesivi.

Il caso in esame

Nel caso in esame il Giudice di Pace era chiamato ad accertare se l’imputata fosse responsabile delle lesioni riportate dalla persona offesa per aver omesso di adottare le necessarie cautele volte ad accertare la non pericolosità dei prodotti utilizzati ed a verificare il regolare funzionamento degli impianti abbronzanti.

«Qualora il nesso di causalità sia stato accertato in relazione ad una legge scientifica, come nel caso concreto in cui l’insorgenza della dermatite era stata indicata come reazione allergica ad alcuni componenti della crema abbronzante fornita dall’estetista, subentra l’obbligo del giudice di accertare, altresì, la causalità della colpa; (…) tale procedimento logico presuppone che sia accertata la regola cautelare violata e che tale regola sia stata imposta al fine di evitare proprio l’evento in concreto verificatosi (Sez. 4, n. 36857 del 23/04/2009) ».

Ebbene i giudici Ermellini hanno accolto il ricorso dell’imputata, ritenendo la motivazione della sentenza di condanna carente e contraddittoria, per le seguenti ragioni:

a) il giudice di merito non aveva accertato se l’imputata avesse omesso di verificare la non pericolosità dei prodotti utilizzati o di verificare il regolare funzionamento della lampada solare, così come contestatole;

b) aveva indicato come doverose alcune condotte (obbligo di pretendere dalla cliente la certificazione medica o di chiedere la dichiarazione scritta di essere esente da impedimenti al trattamento) che non erano configurabili come tali in base alla normativa vigente, omettendo in ogni caso di sviluppare congrua argomentazione in proposito;

c) argomentazioni illogiche sono state svolte in merito alla prevedibilità ed evitabilità dell’evento, nonché in ordine all’obbligo di garanzia dell’estetista di informare la cliente dei rischi connessi all’uso di creme e lampade solari.

Per tutti questi motivi, la decisione impugnata è stata annullata per vizio di motivazione con rinvio per nuovo esame al Giudice di Pace.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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beneficiario di amministrazione di sostegno

«Il beneficiario di amministrazione di sostegno conserva la sua capacità di donare, salvo che il giudice tutelare, anche d’ufficio, ritenga di limitarla – nel provvedimento di apertura dell’amministrazione di sostegno o in occasione di una sua successiva revisione»

È quanto emerge dall’ultima pronuncia della Consulta, la n. 114/2019.

Il Giudice tutelare del Tribunale ordinario di Vercelli aveva sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 774, primo comma (rectius: primo comma, primo periodo), del codice civile, nella parte in cui non prevede che siano consentite, con le forme abilitative richieste, le donazioni da parte dei beneficiari di amministrazione di sostegno.

La vicenda

Il giudizio era stato originato dalla richiesta di un’amministratrice di sostegno di essere autorizzata dal giudice tutelare a disporre una donazione in nome e per conto della beneficiaria di tale amministrazione di sostegno.

Sentita personalmente dal giudice, la beneficiaria aveva confermato tale desiderio e il giudice aveva verificato che il suo patrimonio aveva la capienza necessaria per disporre la donazione.

Per il Tribunale di Vercelli dunque, tale «richiesta, alla luce delle indagini svolte, risultava caratterizzata da intrinseca congruità, genuinità, era passibile di sicura condivisione».

Ebbene nella ricostruzione compiuta dal giudice a quo, il sistema del codice civile non consentirebbe ai beneficiari di amministrazione di sostegno di effettuare valide donazioni neppure per il tramite dell’amministratore.

Ed invero, la fattispecie non è disciplinata espressamente da norme di diritto positivo e non è stata fatta oggetto di specifiche pronunce della Corte di cassazione. Il problema è stato affrontato soltanto in sede dottrinale e dalla giurisprudenza di merito e risolto in senso negativo.

A detta del Tribunale di Vercelli la scelta del legislatore del 2004 di non prevedere la possibilità, in capo ai beneficiari di amministrazione di sostegno, di effettuare valide donazioni, neppure per il tramite o con l’ausilio del soggetto incaricato di garantire loro protezione e con le ulteriori cautele del caso, è «evidentemente irragionevole, tanto intrinsecamente, quanto in riferimento a casi analoghi».

La pronuncia della Corte Costituzionale

Secondo il Giudice delle Leggi il punto di partenza da cui muove il giudice rimettente ossia che il divieto di donazione stabilito dalla disposizione censurata operi anche nei confronti dei beneficiari di amministrazione di sostegno, è errato e non condivisibile.

L’orientamento costantemente seguito dalla Corte di cassazione, infatti, è nel senso di ritenere che tutto ciò che il giudice tutelare, nell’atto di nomina o in successivo provvedimento, non affida all’amministratore di sostegno, in vista della cura complessiva della persona del beneficiario, resta nella completa disponibilità di quest’ultimo.

L’art. 774, primo comma, primo periodo, cod. civ. stabilisce che «[n]on possono fare donazione coloro che non hanno la piena capacità di disporre dei propri beni». Tale divieto di donare è sempre stato inteso come rivolto in modo esclusivo agli interdetti, agli inabilitati e ai minori di età. Inoltre, il codice civile consente al donante, ai suoi eredi o aventi causa di proporre l’azione di annullamento qualora la donazione sia disposta «da persona che, sebbene non interdetta, si provi essere stata per qualsiasi causa, anche transitoria, incapace d’intendere o di volere al momento in cui la donazione è stata fatta» (art. 775, primo comma, cod. civ.).

La disciplina dell’amministrazione di sostegno, in particolare, non contiene alcuna espressa previsione di raccordo con le disposizioni in materia di atti personalissimi quali la donazione.

Ma il silenzio del legislatore non ha impedito che in sede giurisprudenziale si chiarissero i rapporti intercorrenti tra l’amministrazione di sostegno e i coesistenti istituti dell’interdizione e dell’inabilitazione.

La giurisprudenza costituzionale ha già chiarito che il provvedimento di nomina dell’amministratore di sostegno, diversamente dal provvedimento di interdizione e di inabilitazione, non determina uno status di incapacità della persona (sentenza n. 440 del 2005), a cui debbano riconnettersi automaticamente i divieti e le incapacità che il codice civile fa discendere come necessaria conseguenza della condizione di interdetto o di inabilitato.

Al contrario, come risulta dalla giurisprudenza di legittimità, l’amministrazione di sostegno si presenta come uno strumento volto a proteggere senza mortificare la persona affetta da una disabilità, che può essere di qualunque tipo e gravità (Corte di cassazione, sezione prima civile, sentenza 27 settembre 2017, n. 22602).

Amministrazione di sostegno e altri istituti “vicini”

Sin dalle sue prime pronunce in materia, la Corte di cassazione ha affermato che la disciplina introdotta dalla legge n. 6 del 2004 «delinea una generale capacità di agire del beneficiario dell’amministrazione di sostegno, con esclusione di quei soli atti espressamente menzionati nel decreto con il quale viene istituita l’amministrazione medesima».

Ne consegue che il giudice tutelare deve limitarsi, in via di principio, a individuare gli atti in relazione ai quali ne ritiene necessario l’intervento, «senza peraltro determinare una limitazione generale della capacità di agire del beneficiario»: il giudice tutelare «non si muove, come il giudice della interdizione, nell’ottica dell’accertamento della incapacità di agire della persona sottoposta al suo esame […], ma nella diversa direzione della individuazione, nell’interesse del beneficiario, dei necessari strumenti di sostegno con riferimento alle sole categorie di atti al cui compimento lo ritenga inidoneo» (Cass., sez. prima civ., n. 25366 del 2006.

È significativo ricordare che l’applicazione di tale orientamento ha recentemente condotto la Corte di cassazione a ritenere che al beneficiario di amministrazione di sostegno non si estende il divieto di contrarre matrimonio (atto personalissimo, al pari della donazione che qui rileva), previsto per l’interdetto dall’art. 85 cod. civ., salvo che il giudice tutelare non lo disponga esplicitamente con apposita clausola, ai sensi dell’art. 411, quarto comma, primo periodo, cod. civ.

Anche in tale occasione la Corte di cassazione ha ribadito che deve escludersi «una generalizzata applicazione delle limitazioni dettate per l’interdetto, per via di analogia, al beneficiario dell’amministrazione di sostegno», dato che quest’ultima misura è sempre volta a valorizzare le residue capacità del soggetto debole (Cass., sez. prima civ., n. 11536 del 2017).

Il beneficiario di amministratore di sostegno ha capacità di donare

In questa ricostruzione del sistema codicistico assume dunque importanza centrale l’art. 411, quarto comma, primo periodo, cod. civ., secondo cui «[i]l giudice tutelare, nel provvedimento con il quale nomina l’amministratore di sostegno, o successivamente, può disporre che determinati effetti, limitazioni o decadenze, previsti da disposizioni di legge per l’interdetto o l’inabilitato, si estendano al beneficiario dell’amministrazione di sostegno, avuto riguardo all’interesse del medesimo ed a quello tutelato dalle predette disposizioni».

Ciò implica che in assenza di esplicita disposizione da parte del giudice tutelare non possono ritenersi implicitamente applicabili divieti e limitazioni previsti dal codice civile ad altro fine.

Tale percorso ermeneutico conduce a ritenere che il beneficiario di amministrazione di sostegno conserva la sua capacità di donare, salvo che il giudice tutelare, anche d’ufficio, ritenga di limitarla – nel provvedimento di apertura dell’amministrazione di sostegno o in occasione di una sua successiva revisione – tramite l’estensione.

Una tale interpretazione risponde del resto al principio personalista, affermato anzitutto dall’art. 2 Cost., che tutela la persona non solo nella sua dimensione individuale, ma anche nell’ambito dei rapporti in cui si sviluppa la sua personalità: rapporti che richiedono senz’altro il rispetto reciproco dei diritti, ma che si alimentano anche grazie a gesti di solidarietà (sentenza n. 119 del 2015). Nell’architettura dell’art. 2 Cost. l’adempimento dei doveri di solidarietà costituisce un elemento essenziale tanto quanto il riconoscimento dei diritti inviolabili di ciascuno, sicché comprimere senza un’obiettiva necessità la libertà della persona di donare gratuitamente il proprio tempo, le proprie energie e, come nel caso in oggetto, ciò che le appartiene costituisce un ostacolo ingiustificato allo sviluppo della sua personalità e una violazione della dignità umana.

Per questi motivi, la corte costituzionale ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 774, primo comma, primo periodo, del codice civile, sollevate dal Giudice tutelare del Tribunale ordinario di Vercelli.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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