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L’intervento, eseguito all’Ismett di Palermo, è stato possibile grazie all’avvio di un programma finalizzato a incrementare il numero degli organi disponibili al trapianto

Per la prima volta in una struttura del Sud Italia è stato realizzato un trapianto di fegato da donatore a cuore non battente. Inoltre, sono stati eseguiti anche due trapianti di rene provenienti anch’essi dallo stesso donatore. L’intervento è stato possibile grazie all’avvio anche in Sicilia da parte del Centro Regionale Trapianti e dell’IRCCS Ismett di Palermo di un nuovo programma finalizzato a incrementare il numero degli organi disponibili al trapianto.

Più specificamente il Programma, al quale hanno aderito già 6 regioni (Toscana, Emilia Romagna, Veneto, Lombardia e Piemonte), riguarda la gestione di un potenziale donatore di organi con accertamento della morte dopo arresto cardiaco e supporto degli organi prima del prelievo con una tecnica di circolazione extracorporea.

Il trapianto è stato possibile grazie ad una donazione segnalata presso la rianimazione dell’Ospedale Umberto I di Siracusa.

La donatrice è una donna di 60 anni, affetta da SLA, che consapevole del peggioramento delle proprie condizioni, aveva scelto di rifiutare le cure. Qualche giorno fa le sue condizioni cliniche si erano aggravate tanto da non lasciare alcuno spazio a possibilità di recupero. Il marito, i figli e le sorelle hanno fatto subito presente la volontà che la loro congiunta aveva manifestato alla donazione degli organi insieme alla chiara volontà di non essere sottoposta ad alcun accanimento terapeutico.

Il Centro Regionale Trapianti ha quindi programmato di assistere la paziente verso una lenta riduzione delle cure attivando i medici dell’Ismett  per mettere in atto l’assistenza degli organi e consentire in questo modo il prelievo.

Grazie al costante supporto del servizio di elisoccorso una équipe della struttura palermitana si è recata a Siracusa dove, insieme ai colleghi della rianimazione, ha iniziato la perfusione degli organi addominali con il sistema di circolazione extracorporeo (ECMO), utilizzato routinariamente per il sostegno degli organi in soggetti in condizioni di estrema compromissione.

Il trapianto da donatore “a cuore non battente” si differenzia, infatti, dal protocollo tradizionale per il prelievo degli organi perché il decesso è dichiarato in seguito alla cessazione dell’attività cardiaca e il prelievo è effettuato rispettando il periodo di osservazione di 20 minuti che conclude il processo di accertamento di morte.

Tale procedura permette l’utilizzo dell’organo anche dopo il prolungato periodo di assenza di attività cardiaca grazie a una particolare tecnica di circolazione extracorporea, l’ECMO (Extra Corporeal Membrane Oxygenation). Questa, utilizzata dopo l’accertamento di morte, mantiene l’ossigenazione e la normale temperatura corporea ritardando il danno da ischemia che comprometterebbe l’utilizzo degli organi per il trapianto.

Il protocollo messo in atto dai sanitari dell’Ismett ha consentito, dunque, agli organi di continuare a ricevere sangue ed ossigeno così da poter essere prelevati ed in seguito trapiantati. “Il ricevente, affetto da un tumore del fegato e cirrosi epatica, sta recuperando attraverso un regolare decorso post trapianto”. Lo ha reso noto il prof. Salvatore Gruttadauria, Direttore del Dipartimento per la Cura e lo Studio delle Patologie Addominali e dei Trapianti Addominali.

 

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otto casi di morbillo

Stanno facendo discutere, in queste ore, gli otto casi di morbillo in ospedale a Bari. Ad aver innescato il contagio, una bimba non vaccinata.

Otto casi di morbillo già accertati, un nono molto probabile, e la richiesta di una ispezione del Ministero.

Questo il bilancio di quanto sta avvenendo in queste ore all’ospedale Giovanni XXIII di Bari. Il contagio sarebbe partito da una bambina di 10 anni, figlia di genitori no vax e quindi non vaccinata.

La piccola era ricoverata nel reparto malattie infettive. I protocolli prevedono in questi casi la notifica immediata ai servizi di igiene pubblica e l’isolamento stretto di madre e bambina. Quel che si sa, per ora, è che la piccola ha contagiato anche la sorellina minore, non vaccinata, e un bimbo di 11 mesi ricoverato nello stesso reparto.

Tra gli otto casi di morbillo ci sono anche una donna di 37 anni e un ventenne, addetto alla sorveglianza del reparto del Giovanni XXIII. Altri tre adulti contraggono la malattia e sono ricoverati al Policlinico, due con epatite e uno a rischio di sviluppare polmonite. Sembra infatti che il contagio sia avvenuto al Pronto soccorso del Policlinico, dove una donna con sospetto morbillo è stata tenuta in osservazione per 12 ore.

Dopo l’allarme, però, sono scattate anche le reazioni del mondo istituzionale.

Dopo gli otto casi di morbillo, all’ospedale pediatrico Giovanni XXIII arriva Matilde Carlucci, la direttrice sanitaria del Policlinico. Da lunedì 12 novembre dovrà affiancare la collega Maria Giustina D’Amelio, numero uno dei medici del pediatrico.

Tuttavia, secondo il neo direttore generale del Policlinico, Giovanni Migliore, non si tratta di un commissariamento ma solo di un ‘segnale’.

Lo scopo sarebbe quello di rafforzare la direzione sanitaria del Giovanni XXIII.

“D’ora in poi Carlucci – afferma Migliore – sposterà la propria attività prevalentemente all’ospedale pediatrico, per contribuire direttamente all’indagine epidemiologica di concerto con la Asl, e sia perché, mai come adesso è indispensabile garantire un presidio gestionale strategico in vista della creazione di un’azienda pediatrica autonoma”.

Adesso però si attendono gli esiti della ispezione amministrativa e sanitaria chiesta dall’ex ministra della Salute, Beatrice Lorenzin.

L’attuale ministra Giulia Grillo potrebbe disporre l’invio già nelle prossime ore di una task force ministeriale. Ma, secondo la responsabile dell’Osservatorio epidemiologico della Puglia, Cinzia Germinario, gli otto casi di morbillo “non rappresentano un allarme epidemia”.

 

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fratture di femore

Le fratture di femore, vertebre e polso sono spesso conseguenza di un trauma banale a bassa energia come una caduta anche tra le mura domestiche

Nel nostro paese ogni anno più di 175 mila persone fanno ricorso al pronto soccorso per fratture di femore di femore, vertebre e polso. Il numero potrebbe essere complessivamente ancora più alto tenendo conto dei casi non diagnosticati. In quasi l’80% dei casi si tratta di donne con un’età superiore ai 65 anni.

La frattura del collo del femore è caratterizzata da una percentuale di mortalità pari al 5% in fase acuta e del 15-25% entro un anno. L’incidenza è sovrapponibile a quella per ictus e per carcinoma mammario. Inoltre, nel 30% dei casi il paziente va incontro a una disabilità permanente e a una riduzione delle sue capacità di deambulare in maniera autonoma.

E’ quanto emerge dai lavori del 103° Congresso nazionale della Società italiana di ortopedia e traumatologia in corso di svolgimento a Bari. L’appuntamento riunisce circa 3.000 ortopedici e traumatologi provenienti da tutta Italia e anche da altri Paesi.

I notevoli costi socio-sanitari di una patologia così diffusa e invalidante rappresentano una vera e propri sfida per il Sistema sanitario nazionale. E’ quanto sostengono i presidenti del Congresso, prof. Biagio Moretti e dott. Vincenzo Caiaffa.

“Le Aging Fractures (fratture da fragilità dei pazienti anziani) – affermano – rappresentano spesso la conseguenza di una fragilità scheletrica secondaria in genere all’osteoporosi. L’incremento dell’incidenza di questa malattia viene definito come epidemia silenziosa perché spesso resta come una patologia sotto diagnosticata e senza un adeguato trattamento farmacologico finalizzato alla prevenzione delle fratture da fragilità, responsabili di gravi disabilità motorie con riduzione della qualità della vita e conseguente perdita della autonomia”.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità a causa dell’osteoporosi, ogni tre secondi si verifica una frattura di femore, di polso o di vertebra.

Nelle donne con età superiore ai 45 anni le fratture da osteoporosi determinano un numero di giornate di degenza ospedaliera maggiore rispetto ad altre patologie. Tra queste, l’infarto del miocardio, il diabete o il tumore della mammella.

“Il femore, le vertebre, il polso e l’omero – ricordano Moretti e Caiaffa – sono i distretti ossei maggiormente colpiti dall’osteoporosi. L’evento fratturativo è spesso conseguenza di un trauma banale a bassa energia come una caduta anche tra le mura domestiche. Una frattura vertebrale, anche se clinicamente misconosciuta, è però causa di un significativo aumento del rischio di andare incontro a nuove fratture della colonna fino a 5 volte in più rispetto alla popolazione normale e con un rischio raddoppiato nei riguardi delle fratture di femore prossimale”.

Per gli ortopedici, gli antiscivolo nelle docce e la riduzione del numero di tappeti a casa sono delle misure preventive che possono evitare cadute e fratture. Tra i fattori di rischio correggibili i principali sono le carenze alimentari di calcio e un’inadeguata assunzione di vitamina D che nell’anziano deve quasi sempre essere integrata farmacologicamente.

Inoltre, per prevenire ulteriori fratture da fragilità è indispensabile una volta inquadrato il paziente ed eliminati i fattori di rischio andare ad impostare un’adeguata terapia farmacologica. Ad oggi, sono numerosi i farmaci a disposizione e deve essere lo specialista ad impostare la terapia più idonea per ogni singolo paziente.

 

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Sperimentazione di nuovi farmaci: trend in crescita in Italia

Secondo un’indagine condotta da Fiaso, in Italia la sperimentazione di nuovi farmaci è molto diffusa a tutto vantaggio di medici e pazienti

La Fiaso, Federazione di Asl e ospedali, ha presentato a Roma nel corso della Convention del management sanitario, promossa dalla stessa Federazione dal 7 al 9 novembre, uno studio sulla sperimentazione di nuovi farmaci in Italia.

Ebbene, nel triennio considerato – 2013, 2014 e 2015 – negli ospedali pubblici italiani ci sono stati 6.332 test, 1.923 dei quali no profit.

Una buona notizia per la nostra sanità, vessata dalla carenza di personale e dalle ristrettezze di bilancio.

Il trend che riguarda la sperimentazione di nuovi farmaci è in crescita, soprattutto se si considera che nel triennio 2000-2002 l’Aifa ne aveva autorizzate 1.722, poco più di un terzo di quelle for profit rilevate nei tre anni presi in esame dallo studio condotto da Fiaso.

Si tratta, in ogni caso, di una tendenza positiva, che significa maggiore conoscenza da parte dei medici delle nuove armi terapeutiche e più rapida immissione in commercio dei prodotti innovativi.

I benefici maggiori, in tal senso, si registrano in area oncologica.

Qui è stato impegnato il 16,5% dei ricercatori interessati complessivamente dalle sperimentazioni cliniche. Al secondo posto l’area pediatrica, con il 9,6%, seguita dall’ematologia con l’8,4%, dall’area neurologica (7,9%) e da quella cardiologica (5,6%).

Lo studio

Realizzato da Fiaso in collaborazione con Farmindustria e l’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari dell’Università Cattolica di Roma, Altems, lo studio rileva che la rinascita della ricerca c’è.

Tuttavia, il nostro Paese resta un po’ indietro in Europa, dove la sperimentazione di nuovi farmaci è più diffusa.

I numeri

Nel triennio 2013-15 Fiaso conta inoltre 507 studi su dispositivi medici, 2.865 altre sperimentazioni e 3.596 studi osservazionali. Si tratterebbe, in totale, di 13.300 studi, con una media di oltre 100 per ciascuna azienda ospedaliera, universitaria ed Irccs delle 42 prese in esame.

Inoltre, per ciascuna azienda sanitaria, queste sperimentazioni hanno generato nel triennio 4 milioni di finanziamenti privati e 5,5 milioni di finanziamenti pubblici.

Secondo Mario Clerico, presidente del Cipomo, il Collegio dei Primari oncologi ospedalieri “la medicina è la scienza del probabile, per questo è importante che si continui a ricercare confrontandosi con gli altri e verificando di volta in volta i risultati acquisiti”.

 

 

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Fnomceo e Fnopi: ‘Collaborare per la gestione dell’Emergenza 118’

L’obiettivo comune di Fnomceo e Fnopi: ‘Lavorare insieme, nel rispetto delle competenze di ciascuno, per condividere un modello di interazione efficace’

Contro l’Emergenza 118, scendono in campo – insieme – Fnomceo e Fnopi.

E lo fanno riunendosi in un tavolo tecnico congiunto in cui la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo) e quella degli Ordini delle Professioni infermieristiche (Fnopi), riunite a Roma, hanno deciso di elaborare proposte concrete sulla questione.

L’obiettivo, secondo Fnomceo e Fnopi, è quello di qualificare le due professioni.

Due ruoli, quello del medico e dell’infermiere, che sono entrambi indispensabili nella gestione dell’emergenza.

Lo scopo delle due Federazioni è dunque quello di trovare una soluzione unica a livello nazionale per offrire la migliore assistenza a tutti i cittadini.

“Medici e infermieri vogliono lavorare insieme, nel rispetto delle competenze di ciascuno – ha dichiarato il presidente della Fnomceo, Filippo Anelli – per condividere un modello di interazione efficace, e rigettano con convinzione ogni politica di tagli che si ripercuota sulla qualità delle cure stesse. È un atto di responsabilità nei confronti del Paese”.

“È necessario uscire dalle logiche attuali – ha affermato la presidente Fnopi, Barbara Mangiacavalli – e stabilire cosa offrire al cittadino in termini di risposte appropriate. Non è il motore economico a poter valutare le decisioni: le decisioni delle due Federazioni devono essere cogenti anche per quanto riguarda l’adeguamento dei mezzi oltre che per la tutela delle professionalità”.

Il secondo punto cruciale della collaborazione tra Fnomceo e Fnopi sarà la messa a punto di un modello, anch’esso completamente condiviso, di assistenza territoriale mirata. Questo sarà disegnato nell’ambito di un Tavolo allargato anche a tutte le rappresentanze sindacali.

 

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incontinenza urinaria

La proposta, elaborata dal Cergas Sda Bocconi, prevede un modello assistenziale per i pazienti affetti da incontinenza urinaria più omogeneo, semplice ed equo

L’ incontinenza urinaria colpisce 4,5 milioni di italiani. I casi tutelati dal Ssn con la fornitura gratuita di pannoloni, tuttavia, arrivano a poco più di un milione. I tetti di spesa, peraltro, sono indistinti rispetto al livello di gravità del problema e diversi sia fra Regioni che da Asl ad Asl.

I pazienti assistiti dalla sanità pubblica, inoltre, ricevono solo due terzi degli ausili di cui avrebbero bisogno, in media 2,4 pezzi al giorno. Ciò comporta un esborso da parte delle famiglie di oltre 280 milioni l’anno per integrare forniture insufficienti o percepite di scarsa qualità. A questa cifra si aggiungono oltre 355 milioni spesi dal Ssn per fornire prodotti perlopiù inadeguati ai bisogni dei pazienti.

Per ottimizzare questa spesa e rispondere efficacemente alle esigenze dei pazienti arriva una proposta elaborata dal Cergas Sda Bocconi dell’Università Bocconi di Milano. Si tratta di un nuovo modello assistenziale che prevede l’erogazione omogenea in tutte le Regioni, a spesa pubblica complessiva invariata, di un bonus pannoloni da 9 a 56 euro in media a paziente, secondo la gravità della patologia, da utilizzare mensilmente tramite tessera sanitaria.

In tal modo si consentirebbe a ciascuno la libertà di utilizzare il proprio budget. Il tutto scegliendo finalmente il prodotto più adatto alle proprie esigenze fra quelli disponibili in farmacia o nella Asl di riferimento. A rimarcarlo è il coordinatore del progetto Francesco Longo, del Dipartimento di analisi delle politiche e management pubblico dell’università Bocconi di Milano.

“La scelta – prosegue Longo – potrà avvenire anche grazie all’aiuto di un tutor, farmacista o infermiere, che possa dare consigli sul presidio più adeguato senza incentivi a spingere l’uno o l’altro ausilio o dialogando con il sistema attraverso una piattaforma web”.

Il progetto punta a un sistema nazionale omogeneo, più semplice ed equo, sostenibile pur diminuendo la spesa per le famiglie.

E’ prevista infatti la possibilità di integrare la fornitura a un prezzo più vantaggioso, grazie a un accordo quadro tra fornitori e Ssn. Si stima che le famiglie potranno risparmiare fino al 3%. Ben 9 milioni di euro.

“Il nostro modello – spiegano dal Cergas Sda Bocconi – prevede infatti una pluralità di fornitori accreditati per la qualità del prodotto offerto”. Il paziente, quindi, non avrà più a disposizione un solo prodotto, definito in base a gare d’appalto che prediligono il criterio del prezzo più basso.

 

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sospetto attacco di morbillo

C’è l’ombra di un sospetto attacco di morbillo nel decesso di un 23enne immunodepresso a Trieste, morto domenica scorsa.

Un giovane di 23anni del Friuli Venezia Giulia è morto domenica scorsa in ospedale a Trieste per un sospetto attacco di morbillo.

Il ragazzo, che era stato ricoverato circa 40 giorni fa e curato per una leucemia con varie terapie, potrebbe essere morto per sospetto attacco di morbillo.

In questo modo, salgono a due i casi di sospetta morte per morbillo a Trieste. La morte del giovane, infatti, arriva a distanza di poche settimane dal primo sospetto caso di morte per morbillo, registrato nella seconda metà del mese scorso al Maggiore.

Dato che preoccupa non poco i sanitari e i cittadini.

Il caso

Il 23enne era stato ricoverato circa quaranta giorni fa per una leucemia all’ospedale di Cattinara. Le sue condizioni sono però peggiorate in seguito a una insufficienza respiratoria severa. Dopo essere stato posto in respirazione extracorporea e trasferito in terapia intensiva di Cardiologia, il ragazzo è morto il 4 novembre.

Solo degli esami più approfonditi potranno accertare la causa del decesso del giovane, che avrebbe manifestato in un primo momento dei segnali di ripresa.

Secondo il team di medici che lo seguiva – composto da cardiologi, infettivologi, ematologi, pneumologi che si sono riuniti quotidianamente – il caso è molto raro.

Il giovane sarebbe diventato immunodepresso. Poi, colpito anche da una polmonite, non avrebbe resistito a un attacco di morbillo.

Intanto, anche a seguito del primo sospetto caso di morte per morbillo segnalato a Trieste, l’azienda sanitaria aveva avviato esami a tappeto anche tra il personale sanitario proprio allo scopo di prevenire eventuali contagi.

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pubblicità commerciale

L’iniziativa trova impulso dall’Ordine dei medici di Milano che già prevede per i propri iscritti il divieto di pubblicità commerciale in ambito sanitario

Parte dall’Ordine dei medici di Milano l’impulso per una proposta di legge che vieti la pubblicità commerciale in ambito sanitario. Divieto che i medici meneghini già prevedono per i propri iscritti, assieme a pochi altri Ordini in Italia. Il testo è stato depositata alla Camera dalla deputata Rossana Boldi, vicepresidente della Commissione Affari Sociali.

L’OMCeO milanese da anni sostiene che l’attuale deriva commerciale pubblicitaria nella sanità sarebbe il frutto di una estensiva e non appropriata interpretazione delle normative vigenti. Proprio sulla base di questo convincimento “tre anni fa commissionammo allo studio legale Scoca e Associati di Roma un parere pro veritate sulla pubblicità sanitaria”. A ricordarlo è il presidente Roberto Carlo Rossi.

“L’approfondita analisi del nostro impianto normativo è arrivata alla conclusione che in Italia non è mai stata liberalizzata la pubblicità commerciale in campo sanitario, ma, dopo la legge Bersani, solo quella informativa”. Dopo questa iniziativa la Federazione nazionale degli ordini del medici (FNOMCeO) ha istituito una Commissione sulla pubblicità sanitaria presieduta dallo stesso Rossi.

I punti cardine della proposta di legge possono essere riassunti in una serie di punti.

Le informazioni in ambito sanitario devono escludere qualsiasi elemento di carattere promozionale o suggestionale nel rispetto della libera e consapevole determinazione del paziente.

Il messaggio pubblicitario deve passare al vaglio degli Ordini territoriali di competenza e della Federazione in caso di messaggi diffusi su scala nazionale. Rimane valido il principio del silenzio assenso per evitare che gli Ordini, soprattutto i grandi, vengano paralizzati da pratiche per il rilascio autorizzativo. E’ comunque fatta salva la possibilità di controllo successivo con connessa facoltà di emissione di motivato provvedimento locale o centrale che ne impedisca la diffusione.

In caso di violazione delle disposizioni sull’informativa sanitaria, gli Ordini territoriali procedono in via disciplinare nei confronti dei professionisti o delle società iscritti. Viene inoltre effettuata una segnalazione all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni per l’eventuale adozione dei provvedimenti sanzionatori di competenza.

Infine, il testo prevede il vincolo di iscrizione dei direttori sanitari presso l’Ordine territoriale in cui si trova la struttura da loro diretta. Ciò per permettere agli Ordini di competenza di effettuare un efficace controllo deontologico sulle informative sanitarie.

Per Roberto Carlo Rossi e Andrea Senna, presidente CAO OMCeO MI, si tratta di “una proposta di legge fortemente ancorata all’art. 32 della Costituzione”.

Il provvedimento, infatti, tutelerebbe il cittadino/paziente nella sua libera e ragionata scelta di ciò è meglio per la sua salute. Il tutto senza che il suo discernimento sia condizionato da messaggi fuorvianti. La proposta, inoltre, troverebbe conforto nella sentenza della Corte di Giustizia Europea del 4 maggio 2017. Tale pronuncia, di fatto, raccomandava gli Ordini di controllare l’informazione sanitaria a tutela della salute e della libera determinazione del paziente. “Ci auguriamo – concludono Rossi e Senna – che questa proposta di legge possa concretizzarsi in tempi ragionevoli nell’interesse di tutti i cittadini italiani”.

 

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distribuzione diretta

La Federazione dei titolari di farmacia è intervenuta sul tema della distribuzione diretta raccomandando agli associati di segnalare i casi di spreco.

La Federazione dei titolari di farmacia ha inviato una circolare a tutti i suoi iscritti sulla questione degli sprechi nella distribuzione diretta.

Lo scopo dichiarato di Federfarma è proprio quello di fare luce su casi di spreco provenienti dalla distribuzione diretta sulla base delle segnalazioni giunte in farmacia. Segnalazioni che, spesso e volentieri, giungono proprio dai cittadini stessi.

È questa la richiesta della federazione, che nel documento ha chiesto ai propri associati di inviare documentazione alle proprie associazioni provinciali.

“Giungono periodicamente segnalazioni – ha dichiarato la Federazione dei titolari di farmacia – con le quali si evidenzia che sovente singoli cittadini si recano nelle farmacie per richiedere la possibilità di restituire confezioni integre di medicinali ottenuti tramite distribuzione diretta dalle strutture pubbliche”.

Una situazione frequente sulla quale la federazione chiede maggiore vigilanza, proprio al fine di evitare sprechi di ogni tipo.

“Federfarma ritiene utile, nell’interesse generale, far luce su tale ricorrente fenomeno – scrive nella circolare – soprattutto in tale momento congiunturale nell’ambito del quale tanta attenzione è posta ed evitare sprechi e inefficienze in sanità”.

La questione degli sprechi nell’ambito della distribuzione diretta è un tema importante per Federfarma, che con questo invito ai propri associati intende far emergere le sommarie dimensioni del fenomeno.

L’invito alle farmacie presso le quali i pazienti o loro familiari riportino i farmaci descritti in quanto non più utilizzati, pertanto, è quello di prendere nota di tale circostanza.

Laddove sia possibile, si invita anche a raccogliere documentazione fotografica, e inviarla alla propria associazione provinciale.

Insieme alle foto, scrive Federfarma, può essere utile corredare la propria segnalazione “con alcune qualificanti informazioni aggiuntive, come il riferimento della struttura erogante o al periodo di terapia al quale si riferiva il quantitativo consegnato”.

 

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emicrania

Le italiane colpite da emicrania sarebbero circa 4 milioni, ma rispetto agli uomini effettuano meno visite ed esami

Circa quattro milioni di italiane soffrono di emicrania, il doppio rispetto agli uomini. Le donne perdono più giorni di lavoro (16,8 l’anno contro i 13,6 dei maschi) e giornate di vita sociale (26,4 contro 20). Inoltre sono maggiormente soggette al fenomeno del presentismo, ovvero a giornate in cui si presentano al lavoro in condizioni di malessere (51,6 giorni contro 35,6). A causa di un reddito inferiore a quello dei maschi, però, spendono meno per diagnosi e cura (1.132 euro l’anno contro 1.824) e riportano una perdita di redditività minore.

È il quadro delineato dallo studio Gema (Gender&Migraine) del Centro di ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria e sociale (Cergas). Il lavoro ha indagato i costi diretti sanitari, non sanitari e le perdite di produttività associate all’emicrania. Il tutto attraverso un’indagine multidimensionale diretta effettuata su un campione di 607 pazienti adulti con almeno 4 giorni di emicrania al mese. La rilevazione è stata effettuata nel mese di giugno 2018.

“Le donne sembrano essere vittime dei numerosi e fondamentali ruoli che ricoprono a livello sociale”.

“Soffrono di emicrania più degli uomini, ma non possono concedersi il privilegio di assentarsi dal posto di lavoro o accantonare le tradizionali mansioni domestiche”. A spiegarlo è Rosanna Tarricone, associate dean della SDA Bocconi e responsabile scientifico del progetto.

“Per di più – prosegue – avendo un reddito mediamente inferiore a quello degli uomini, le donne rinunciano a effettuare visite ed esami, acquistare farmaci non dispensati dal Sistema sanitario nazionale, sottoporsi a trattamenti non medici e ricevere assistenza formale”.

Dai dati registrati, il Cergas ha stimato un costo annuale per paziente con emicrania pari a 4.352 euro, di cui: 1.100 (il 25%) per prestazioni sanitarie, 1.524 (il 36%) per perdite di produttività, 236 (il 5%) per assistenza formale, 1.492 (il 34%) per assistenza informale.

I costi a carico dei pazienti per farmaci o trattamenti non coperti dal Servizio Sanitario Nazionale sono stati quantificati in 464 euro all’anno.

“A partire dalle evidenze emerse sul costo della patologia e sul differente impatto che l’emicrania produce sulle donne – conclude Tarricone – lo studio si propone di supportare lo sviluppo di politiche sanitarie e socio-sanitarie differenziate rispetto al genere, con l’obiettivo cioè di colmare il gap esistente in una logica di equità redistributiva”.

 

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