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sanità

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diabete di tipo 2 e tumori

Uno studio cinese conferma la correzione tra il diabete di tipo 2 e tumori, invitando ad una maggiore prevenzione oncologica 

Il più grande studio real world conferma la correlazione tra diabete di tipo 2 e tumori.

Pubblicato sul Journal of Diabetes è stato realizzato in Cina, il paese con il più alto numero di persone con diabete, su oltre 410 mila persone.

I ricercatori hanno individuato oltre 40 mila soggetti adulti con diabete di tipo 2 senza tumore, dal luglio 2013 al dicembre 2016.

La coorte è stata seguita fino a dicembre 2017. Nel corso del follow-up sono emersi 8.485 casi di tumori neo diagnosticati.

“Lo Shanghai Hospital Link Center – commenta il dottor Bin Cui, Shanghai Jiao Tong University School of Medicine – ha raccolto una serie di informazioni cliniche creando un repository di dati centralizzato per tutti i residenti di Shanghai a partire dal 2013. Utilizzando questo database, abbiamo portato avanti questa ricerca”.

I risultati dello studio

Le indagini hanno dimostrato che la correlazione tra diabete di tipo 2 e tumori è più alta nelle donne che negli uomini. Le donne presentano un rischio del 62% di sviluppare un tumore, gli uomini del 34%.

Tra i maschi con diabete il tumore a maggior rischio di comparsa è risultato essere quello della prostata (+86%).

Ma il diabete è risultato associato anche ad un aumentato rischio di leucemie, tumori della pelle, cancro della tiroide, linfomi, tumore renale, del fegato, del pancreas, del polmone, del colon retto e dello stomaco.

Un’associazione inversa è invece stata osservata tra diabete e tumore dell’esofago.

Tra le donne l’associazione più significativa tra diabete di tipo 2 e tumori è risultata essere quella con il cancro del nasofaringe.

Il diabete aumenta anche il rischio di: tumore del fegato, dell’esofago, della tiroide, del polmone, del pancreas, dell’utero, del colon retto, linfomi, leucemie, tumore della mammella, della cervice e dello stomaco. Rischio, invece, significativamente ridotto di sviluppare un tumore della colecisti.

Gli autori dello studio sostengono che data la correlazione evidente tra diabete di tipo 2 e tumori le persone con questa patologia dovrebbero prestare particolare attenzione alla prevenzione e agli screening oncologici.

 

Barbara Zampini

 

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governo delle liste di attesa

La misura recepisce le linee di indirizzo del Piano Nazionale di Governo delle liste di attesa introducendo misure anche più stringenti

La Giunta regionale della Toscana ha varato il Piano regionale di governo delle liste di attesa 2019-2021. La misura recepisce in gran parte le linee di indirizzo del Piano Nazionale Governo Liste di Attesa (PNGLA) siglato con l’intesa Stato-Regioni del 21 febbraio 2019. Ma il Piano della Toscana introduce misure anche più stringenti di quelle previste dal Piano nazionale. Peraltro- si legge in una nota dell’Ente – gran parte di queste misure erano già contenute nelle delibere approvate dalla giunta nei mesi passati. Le aziende avranno 60 giorni di tempo dall’approvazione della delibera per mettere in pratica le regole fissate dalla Regione.

Tra i punti salienti del Piano regionale, rientrano il bilanciamento della domanda e dell’offerta, mediante la riorganizzazione dell’offerta e dell’accessibilità alle prestazioni specialistiche ambulatoriali, con la definizione di elenco e volumi di prestazioni ambulatoriali, in risposta ai fabbisogni previsti.

E ancora la separazione delle prime visite dalle successive visite di controllo o follow up. Nella prima visita viene predisposta l’appropriata documentazione clinica e impostato un eventuale piano diagnostico-terapeutico. Nelle visite di controllo, il problema è già stato inquadrato dal punto di vista diagnostico e terapeutico e viene rivalutato dal punto di vista clinico e aggiornata la documentazione esistente.

In particolare, la risposta a tutto ciò che viene generato nel primo contatto, per quanto riguarda il primo accesso, deve essere garantita entro 72 ore se urgente, 10 giorni se l’urgenza è definita Breve, e negli altri casi entro 15/30 giorni per le visite specialistiche ed entro 30/60 giorni per le prestazioni diagnostiche. Le prestazioni di accesso successivo devono essere gestite con una corretta pianificazione della presa in carico e del follow up; in particolare dovrà essere garantita la presa in carico da parte dello specialista per il controllo dei propri pazienti, riducendo il fenomeno della frammentazione dei percorsi di presa in cura.

Il Piano prevede poi il rispetto dei codici di priorità,  l’attivazione di “percorsi di tutela” laddove la prestazione non sia disponibile nei tempi massimi previsti e la pubblicazione dei tempi di attesa sul sito regionale.

Infine, per quanto riguarda la Gestione della libera professione, nel caso in cui questa superi di gran lunga quella istituzionale, o ci sia uno sforamento dei tempi di attesa massimi in regime istituzionale, il Piano prevede di contenere le prestazioni in intramoenia, fino al loro blocco totale.

 

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decreto calabria

Il Decreto Calabria conferisce al commissario e al sub commissario per l’attuazione del Piano di rientro nuovi poteri di controllo sui dirigenti del Servizio sanitario regionale

“Negli ultimi 10 anni la sanità calabrese, già in emergenza, è peggiorata. Oggi è un giorno cruciale per riportare ai calabresi il diritto alla salute nella loro terra. Con l’approvazione del Decreto Calabria daremo una speranza concreta di cambiamento. Non c’è salute senza legalità”. Così il ministro Giulia Grillo in occasione dell’approvazione del provvedimento per il riordino della sanità regionale, da parte del Consiglio dei Ministri, riunito il 18 aprile in via straordinaria nella Prefettura di Reggio Calabria.

“In Calabria – ha aggiunto –  c’è una situazione unica in Italia che merita un intervento straordinario, non solo per il disavanzo di gestione e per la qualità dell’assistenza ma anche per l’infiltrazione della criminalità organizzata”..

Il provvedimento, entrato in vigore ieri dopo la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del 2 maggio, conferisce al commissario per l’attuazione del Piano di rientro, Saverio Cotticelli, e al sub-commissario, Thomas Schael, nuovi poteri di controllo sui dirigenti del Servizio sanitario regionale. Tali poteri vengono dunque sottratti al presidente della regione Calabria, “dimostratosi finora inadempiente – si legge in una nota del Ministero – agli impegni assunti in precedenza”.

E proprio il Governatore Oliviero ha annunciato di voler impugnare il Decreto Calabria davanti alla Corte Costituzionale. Un annuncio a cui ha replicato tramite un post su Facebook la stessa Grillo, che accusa il presidente di essere uno dei responsabili del disastro e di continuare a usare risorse pubbliche per difendere il suo cattivo operato.

Il decreto stabilisce inoltre, tra le altre misure, vincoli stringenti su acquisti e forniture, che il Servizio sanitario calabrese dovrà, d’ora in avanti, effettuare attraverso la centrale nazionale per gli acquisti della Pubblica Amministrazione (Consip), oppure attraverso le centrali di committenza di altre regioni.

Nuove prescrizioni riguardano invece le procedure di affidamento sotto soglia, che dovranno essere effettuate con il coordinamento dell’Autorità nazionale anti corruzione (Anac).

Anche la progettazione degli interventi del Piano triennale di edilizia sanitaria e quelli relativi all’adeguamento tecnologico della rete di emergenza non saranno più gestiti a livello regionale, ma dovranno passare attraverso l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa (Invitalia).

Il Decreto ha confermato gli 82 milioni di euro già stanziati destinato alla Calabria per l’ammodernamento tecnologico della sua sanità.

La regione Calabria aveva già sottoscritto un Piano di rientro dal disavanzo sanitario nel 2009, ma da allora non sono stati raggiunti né gli obiettivi finanziari, né i livelli minimi di assistenza (Lea) delle prestazioni. All’inizio di aprile, l’ultimo tavolo di verifica ha accertato che il disavanzo sanitario della regione Calabria ammonta a 168,898 milioni di euro, mentre il punteggio dei Lea si è attestato a 136, molto lontano dalla soglia di sufficienza che è pari a 160.

 

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ricette veterinarie

Nonostante le difficoltà nell’accesso al sistema REV segnalata dalle farmacie, da Pasqua il numero delle ricette veterinarie elettroniche emesse si attesta costantemente sopra le 26 mila giornaliere

Dall’entrata in vigore delle disposizioni in materia di tracciabilità dei medicinali veterinari, lo scorso 16 aprile, sono in aumento costante le ricette veterinarie compilate digitalmente. Lo fa sapere in una nota il Ministero della Salute, riportando i dati forniti dall’Istituto Zooprofilattico di Abruzzo e Molise. Il picco è stato registrato nella giornata di lunedì 29 aprile con  circa 31mila emissioni.

In tutti i giorni feriali dopo Pasqua il numero di ricette compilate in modo informatizzato si attesta costantemente sopra le 26 mila giornaliere. Dopo la pubblicazione del Decreto Ministero della salute 8 febbraio 2019, dunque, l’utilizzo della prescrizione digitale è aumentato di circa 8 volte.

Alcune difficoltà sono state segnalate dalle farmacie per l’accesso al Sistema Nazionale della Farmacosorveglianza – Ricetta Veterinaria Elettronica (Sistema REV).

Problemi, sottolinea il Ministero, legati alla ritardata e massiva richiesta di registrazione al Sistema stesso e ai tempi necessari per le modifiche al loro sistema gestionale per accedere tramite Portale Tessera Sanitaria, già attivo per i medicinali ad uso umano.

Inoltre, per agevolare l’implementazione del sistema REV, sono state predisposte e inviate alle regioni, alle province autonome e alle associazioni di categoria due note. La prima riguarda la sostituzione di un medicinale veterinario. La seconda è, invece, relativa alla trasmissione delle informazioni al sistema informativo di tracciabilità dei medicinali veterinari e dei mangimi medicati. La nota invita ad una attenta consultazione del Manuale operativo e dà particolari informazioni sull’eventuale possibile utilizzo di ricetta cartacea in situazioni di emergenza, laddove sussistano difficoltà per l’accesso al sistema.

Per i farmacisti e per i medici veterinari è disponibile uno specifico corso FAD, predisposto dalla Federazione nazionale degli ordini veterinari italiani (FNOVI) e dalla Federazione degli ordini dei farmacisti italiani (FOFI) in collaborazione con la Direzione generale della sanità animale e dei farmaci veterinari del Ministero della salute. Il corso è accessibile tramite i siti delle due Federazioni e dal sito www.ricettaveterinariaelettronica.it.

 

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malattie resistenti ai farmaci

Oltre a causare 10 milioni di morti entro il 2050, le malattie resistenti ai farmaci potrebbero determinare uno shock paragonabile a quello sperimentato durante la crisi finanziaria globale del 2008-2009

Le malattie resistenti ai farmaci causano almeno 700.000 morti a livello mondiale ogni anno. Di queste, circa 230.000 sono imputabili a tubercolosi multiresistente. Ma entro il 2050 il numero di decessi annuali potrebbe arrivare a 10 milioni se non vengono prese contromisure. E’ l’allarme lanciato dall’ONU che sottolinea come le malattie comuni stiano diventando  sempre meno curabili e le procedure mediche salvavita sempre più rischiose da eseguire. Secondo il rapporto oltre agli antibiotici, anche funghicidi, antivirali, antiparassitari e antimicrobici sono sempre meno efficaci nella cura delle malattie e nella prevenzione.

Ma il documento, curato da una commissione di esperti scientifici, pone l’accento anche sull’impatto economico derivante da un’antibiotico-resistenza incontrollata. Se non si interviene – denunciano le Nazioni Unite –  si rischia un danno “paragonabile allo shock sperimentato durante la crisi finanziaria globale del 2008-2009″.

Il messaggio, dunque, è che “servono azioni urgenti”, in assenza delle quali “entro il 2030 fino a 24 milioni di persone potrebbero essere ridotte in condizioni di estrema povertà”.

Il discorso vale principalmente per i Paesi a basso reddito. Con una diffusione crescente degli agenti patogeni resistenti, infatti, si “impennerebbero drammaticamente le spese per l’assistenza sanitaria”. Sarebbe “sempre più a rischio una produzione alimentare sostenibile e il commercio globale di cibo, mangimi e bestiame”.

Per scongiurare una crisi di antibiotico-resistenza potenzialmente disastrosa, l’azione deve essere immediata, coordinata e ambiziosa. Viene richiesto un investimento da parte dei Paesi di ogni fascia di reddito e si ribadisce l’importanza dell’approccio ‘One Health’. Si tratta cioè di un intervento coordinato e multisettoriale che riconosca il fatto che la salute umana, animale, alimentare e ambientale sono strettamente interconnesse.

Al proposito nel report vengono esplicitate una serie di raccomandazioni per i Paesi. Tra queste, il potenziamento degli sforzi di finanziamento e rafforzamento delle capacità nei piani d’azione nazionali. Ma anche l’istituzione di sistemi regolatori più rigorosi e l’avvio di programmi di sensibilizzazione per un uso responsabile e prudente degli antimicrobici da parte dei professionisti della salute umana, animale e vegetale. E ancora: gli investimenti nella ricerca finalizzata allo sviluppo di nuove tecnologie per combattere la resistenza antimicrobica.

 

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Per il Ministro la ricetta veterinaria elettronica rappresenta uno strumento per combattere l’antimicrobiotico-resistenza e valorizzare il ruolo del veterinario

Da oggi è obbligatoria nel nostro Paese la ricetta veterinaria elettronica. “Siamo i primi in Europa ad adottare questo sistema innovativo nel campo della sanità animale” ha annunciato il Ministro della Salute Giulia Grillo. Per la titolare del dicastero si tratta “di un passo fondamentale nella strategia di lotta all’antibiotico-resistenza, oltre a rappresentare uno strumento di trasparenza nella filiera dei farmaci per gli allevamenti”.
“Il sistema informativo di tracciabilità dei medicinali veterinari – ha spiegato il Ministro – rientra a pieno titolo nel contratto di governo che prevede una piena digitalizzazione della pubblica amministrazione. La ricetta veterinaria elettronica, non rappresenta solo un’innovazione tecnologica destinata a rivoluzionare il settore della sanità animale ma andrà a garantire maggiore tutela della salute pubblica e alimenti più sani e sicuri, valorizzando il ruolo del veterinario che è una figura centrale del nostro Ssn”.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che nel 2050 il fenomeno della antimicrobico-resistenza sarà responsabile di 2,4 milioni di morti soltanto nell’area OCSE.

Il tutto con un impatto sull’economia pari a 3,5 miliardi di dollari l’anno. Solo in Italia si rischiano mezzo milione di decessi, con un costo per il nostro Servizio sanitario pari a 13 miliardi di dollari.
“La strada da fare – ha proseguito Grillo – è ancora molta e la mia attenzione è costantemente rivolta al problema. L’uso prudente e responsabile degli antibiotici rappresenta la principale arma per contrastare la diffusione di batteri resistenti e la ricetta veterinaria elettronica permette di valutarlo registrando il consumo reale e tracciando ogni anello della filiera”.
Per il direttore generale della Sanità animale e dei farmaci veterinari, Silvio Borrello, la digitalizzazione della ricetta veterinaria rende più efficiente l’attività di farmacosorveglianza e di farmacovigilanza. In particolare rende più incisivo il ruolo del medico veterinario, che diventa l’unico gestore del medicinale veterinario. “La ricetta elettronica – ha sottolineato Borrello – è parte di un sistema volto ad aumentare la consapevolezza di tutti gli operatori, anche dei produttori di medicinali, spesso criticati, ma che possono, invece, svolgere un ruolo fondamentale per sviluppare nuovi medicinali, in confezioni adatte per la singola terapia, evitando sprechi e inquinamento ambientale”.
 
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fondi statali

La Fondazione Gimbe esprime le sue preoccupazioni in merito al Def 2019 dal quale “emergono incongruenze e incertezze sul futuro del Ssn”.

Il Consiglio dei Ministri ha approvato il Def 2019 (Documento di economia e finanza). Il Presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, analizza i dati contenuti nel documento fotografando un futuro alquanto incerto per il Servizio Sanitario Nazionale.
“Le previsioni di crescita economica del Paese – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione Gimbeemergono in tutta la loro evanescenza se si confrontano le stime messe nero su bianco appena 6 mesi fa”.
Nel triennio 2020-2022 il Pil nominale dovrebbe crescere in media del 2,5% per anno e l’aumento della spesa sanitaria attestarsi sul tasso medio annuo dell’1,4%.
In termini finanziari la spesa sanitaria aumenterebbe così dai € 119.953 milioni stimati per il 2020 ai € 121.358 nel 2021 ai € 123.052 milioni nel 2022.
Per l’anno in corso, invece, a fronte di una crescita del Pil nominale dell’1,2%, il Def 2019 stima una spesa sanitaria di € 118.061 milioni che corrisponde ad una crescita del 2,3% rispetto ai € 115.410 del 2018.
La stima prevedeva un +3,1% nel 2019, +3,5% nel 2020 e +3,1% nel 2021. Il nuovo documento fa precipitare la crescita all’1,2% per quest’anno (-1,9%), al 2,6% per il prossimo (-0,9%) e al 2,5% per il 2021 (-0,6%).
Le promesse di un aumento delle risorse per la sanità, pari rispettivamente a 2 e a 1,5 miliardi, appaiono quindi molto ardue.

Incongruenza tra stime e risorse

Il Def 2019, commenta Nino Cartabellotta, “aumenta le preoccupazioni per la sanità per tre ragioni fondamentali: innanzitutto, per il 2019 le stime sono incongruenti con le risorse assegnate dalla legge di Bilancio; in secondo luogo, se le stime per il 2020-2021 sono allineate con gli incrementi previsti del Fondo sanitario nazionale, questi oltre che alla sottoscrizione di un Patto per la Salute, ancora in stallo, sono legati a utopistiche previsioni di crescita economica. 
Infine, su tutto aleggia lo spettro della clausola di salvaguardia, ovvero il blocco di 2 miliardi di euro di spesa pubblica in caso di deviazione dall’obiettivo di indebitamento netto, che probabilmente colpirà la sanità come paventato dall’Ufficio parlamentare di bilancio dopo la pubblicazione della manovra».

Spesa sanitaria/Pil

La spesa sanitaria cresce meno del Pil nominale per questo non potrà coprire – allo stato attuale delle cose – l’aumento dei prezzi del settore sanitario che oltretutto è superiore all’indice generale dei prezzi al consumo.
“In altre parole – puntualizza Cartabellotta – la crescita media della spesa sanitaria dell’1,4% nel triennio 2020-2021 stimata dal Def 2019 nella migliore delle ipotesi potrà garantire al Ssn lo stesso potere di acquisto solo se la ripresa economica rispetterà previsioni più che ottimistiche, ovvero una crescita media del Pil del 2,5% per il triennio 2020-2021”.
“Delle cifre assolute riportate nel Def – continua il Presidente – è bene non fidarsi, soprattutto nel medio termine, perché le risorse assegnate alla sanità dalle Leggi di Bilancio risultano sempre inferiori alle stime del Def sulla spesa sanitaria“.
Ad esempio, per l’anno 2018 la stima di € 121,3 miliardi di spesa sanitaria del Def 2014 è precipitata a € 117,7 con il Def 2015, quindi a € 116,2 con il Def 2016 e a € 115,1 con il Def 2017, per arrivare ad un finanziamento reale di € 113,4 miliardi con la Legge di Bilancio 2018.
Nel Def 2019 il rapporto spesa sanitaria/Pil rimane identico al 2018 (6,6%) per gli anni 2019 e 2020, per poi ridursi al 6,5% nel 2021 e al 6,4% nel 2022. “Queste previsioni – conclude Cartabellotta – smentiscono l’inversione di tendenza incautamente annunciata dal Premier Conte nel giugno 2018 in occasione del discorso per la fiducia e sono identiche a quelle dei Def (e dei Governi) precedenti, dove all’incremento atteso della crescita economica corrisponde sempre una riduzione del rapporto spesa sanitaria/Pil.
Questa strategia di finanza pubblica documenta inequivocabilmente che per tutti i Governi che si sono succeduti negli anni, compreso il cosiddetto Governo del Cambiamento, la sanità non ha mai rappresentato una priorità politica.
Infatti, quando l’economia è stagnante la sanità si trasforma automaticamente in un bancomat al portatore, mentre in caso di crescita economica i benefici per il Ssn non sono proporzionali, rendendo di fatto impossibile un rilancio del finanziamento pubblico”.
 

Barbara Zampini

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Si chiama RAD52 la proteina in grado di far sì che il processo di replicazione del DNA fili liscio, perché protetto da tutti quegli ostacoli in grado di bloccarne la progressione. Un “salvataggio” particolarmente importante nel caso delle cellule tumorali, in cui, a causa della loro capacità proliferativa, i problemi in replicazione sono frequenti, come pure, sempre in virtù di questi, i fenomeni di resistenza ai chemioterapici. E’ questa proteina che un team di ricercatori dell’ISS, guidati da Pietro Pichierri e Annapaola Franchitto, in collaborazione con i colleghi dell’Università dell’Iowa, coordinati da Maria Spies, ha identificato e studiato in un’indagine pubblicata da Nature Communications.
“Come spesso accade nella ricerca – afferma il Dott. Pichierri – un elemento già conosciuto per altre funzioni o in altre dinamiche cellulari, si rivela poi fondamentale in meccanismi non indagati fino a quel momento. Come è avvenuto nel nostro caso: la proteina RAD52, infatti, era precedentemente conosciuta per svolgere un ruolo accessorio in uno dei sistemi di riparazione delle doppie rotture al DNA, ma ci siamo accorti in questo studio che svolge una funzione rilevante durante la replicazione del DNA, quando i sistemi di replicazione posso trovare ostacoli e bloccarsi”.
“Infatti, durante ogni ciclo di replicazione del DNA – spiega ancora l’esperto -, le cellule sperimentano molte situazioni durante le quali i singoli apparati che svolgono il processo di duplicazione incontrano delle difficoltà che ne bloccano la progressione. In queste situazioni, le cellule devono poter risolvere il “blocco” alla replicazione evitando di accumulare danni al DNA che possono dare origine a dei riarrangiamenti nei cromosomi. Questi meccanismi non solo sono importanti per la biologia di base, ma sono rilevanti anche per la biologia dei tumori perché le cellule tumorali sono caratterizzate da un livello molto alto di problemi in replicazione legati all’elevato tasso di proliferazione scatenato a seguito dell’attivazione degli oncogeni. Inoltre, mutazioni in questi meccanismi di “salvataggio” della replicazione causano nei tumori fenomeni di resistenza o sensibilità a specifici trattamenti chemioterapici”.

“Quindi, identificare questi meccanismi e capire quali sono attivati in ciascun tipo tumorale può aiutare a definire approcci terapeutici più appropriati e target terapeutici specifici”.

Cosa fa esattamente RAD52? In pratica, quando i sistemi di replicazione incontrano ostacoli che li farebbero bloccare, “RAD52 svolge un ruolo di gatekeeper – spiega la Dott.ssa Malacaria, il primo autore del lavoro, – ovvero di “portiere” molecolare, in grado di legarsi alla forcella di replicazione e di indurne un cambiamento di conformazione che chiude l’accesso ad altri fattori che, se caricati sulla forcella di replicazione in maniera non controllata, possono determinare fenomeni di degradazione patologica del DNA appena replicato. Questo meccanismo è del tutto inatteso e rappresenta un sistema di protezione completamente nuovo rispetto ai sistemi conosciuti che invece lavorano più a valle, dopo che la forcella di replicazione ha subito dei fenomeni di rimodellamento conosciuti come “reversione della forca”. In assenza di questo “portiere” molecolare, le cellule diventano meno capaci di proteggere gli apparati di replicazione e alla fine sono costrette ad utilizzare dei sistemi post-replicativi per potersi dividere correttamente”.
Ma non è tutto. “I sistemi che compensano la perdita di RAD52 o la sua inibizione – conclude la Dott.ssa Franchitto -, coinvolgono la proteina RAD51, che assieme alla proteina BRCA2, uno dei geni di predisposizione al tumore al seno, è necessaria alla vitalità delle cellule deficienti di RAD52. Questo ruolo di RAD51 in assenza di RAD52, pone le basi per l’utilizzo degli inibitori di RAD52 come target therapy in tutti i tumori con espressione ridotta di RAD51 o BRCA2”.
 
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scandalo

È di pochi giorni fa una notizia che potrebbe rappresentare uno dei più grandi scandali del settore medico-farmaceutico italiano

Secondo quanto emerso da un’indagine Codacons, 10 delle più importanti aziende farmaceutiche operanti sul territorio nazionale avrebbero versato circa 59,1 ml a 3044 a medici operanti nella capitale, attraverso finanziamenti e sussidi.

Stando ai numeri si tratterebbe di un vero e proprio scandalo: più di 32.600 tra dottori, fondazioni e ospedali, avrebbero complessivamente percepito tra il 2015 e il 2017, 163.664.432,70 euro, a titolo di accordi di sponsorizzazione, donazioni, viaggi, quote di iscrizione, corrispettivi e consulenze. Tra questi solo 3044 sarebbero medici romani.

Il caso, è attualmente sotto la lente d’ingrandimento dell’Anticorruzione, visti i numeri a dir poco impressionanti.

L’esposto sarebbe partito proprio dall’associazione dei medici italiani che avrebbe chiesto di verificare, attraverso un’apposita istruttoria, la correttezza delle sovvenzioni, paventando una possibile violazione dell’’art. 30 del Codice deontologico medico il quale impone al professionista di “evitare ogni condizione nella quale il giudizio professionale riguardante l’interesse primario, qual è la salute dei cittadini, possa essere indebitamente influenzato da un interesse secondario” e altresì, di “dichiarare in maniera esplicita il tipo di rapporto che potrebbe influenzare le sue scelte consentendo al destinatario di queste una valutazione critica consapevole.”

A tal proposito, sul sito della associazione è possibile visualizzare l’elenco completo dei medici, divisi per comune, nonché delle fondazioni e degli ospedali romani e dell’intero Lazio, che negli anni, oggetto di indagine, avrebbero percepito quelle ingenti somme.

Lo scopo è quello di garantire la trasparenza e dunque, consentire a tutti i cittadini e pazienti laziali di poter verificare da sé i rapporti tra il proprio medico e le case farmaceutiche.

Ma non è tutto.

L’autorità garante dei diritti dei consumatori, il Codacons, avrebbe rinnovato, negli ultimi giorni, la richiesta agli Ordini professionali del settore sanitario di tutte le province della regione, di imporre ai propri medici l’obbligo di pubblicare, all’interno dei rispettivi studi professionali, i loro rapporti con le aziende farmaceutiche; così come pure sarebbe stata fatta richiesta ad Asl e operatori della Guardia di Finanza di verificare e registrare le eventuali prescrizioni “sospette”.

 

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consumo di antibiotici

In base a un rapporto presentato dall’AIFA, nel 2017 si registra una riduzione del consumo di antibiotici dell’1,6% rispetto al precedente anno

Nel 2017 il consumo di antibiotici è stato pari a 25,5 dosi al giorno ogni mille abitanti, un valore in calo rispetto al 2016 ma che rimane sopra la media europea. E’ quanto emerge da un rapporto presentato dall’Agenzia Italiana del Farmaco.

Oltre l’85% delle dosi risulta a carico del Servizio Sanitario Nazionale, con una riduzione dell’1,6% rispetto al 2016. “Anche la spesa pro capite nazionale (14,33 euro) – spiega l’AIFA – si è ridotta rispetto all’anno precedente dell’1,7%”. Tuttavia, nonostante il calo, gli esperti fanno notare che il consumo resta alto rispetto alla media Ue. Ad esempio è più che doppio nei confronti dell’Olanda, che ha 10,1 dosi ogni mille abitanti.

In cima alla classifica ci sono Cipro e Spagna, dove si superano le 30 dosi.

Sul nostro territorio, “l’analisi per area geografica conferma un maggior consumo al Sud e nelle Isole (24,9 DDD/1000 ab die) e al Centro (20,7 DDD/1000 ab die), rispetto al Nord (15,6 DDD/1000 ab die). Si evidenzia, comunque, una progressiva tendenza a un uso più attento di tali medicinali con particolari riduzioni dei consumi proprio nelle aree di maggior utilizzo”.

Su base nazionale, l’analisi del profilo di utilizzo del farmaco per fascia di età e genere conferma un maggior consumo di antibiotici nelle fasce di età estreme. In particolare, si registra un livello più elevato nei primi quattro anni di vita (prevalenza d’uso 58,2% nei maschi e 55,3% nelle femmine) e dopo i 75 anni (prevalenza d’uso 50,6% negli uomini e 50,8% nelle donne). Infine, si riscontra anche un più frequente utilizzo di antibiotici per le donne nelle fasce di età intermedie e per gli uomini in quelle estreme.

 

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