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sanità

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dolore neuropatico

Secondo i ricercatori, un periodo limitato di dieta a ridotto apporto calorico aiuterebbe a ridurre e prevenire la cronicizzazione del dolore neuropatico

Un periodo limitato di dieta a ridotto apporto calorico è in grado di attivare meccanismi anti-infiammatori, riducendo e prevenendo la cronicizzazione del dolore neuropatico. E’ la conclusione di uno studio, pubblicato sulla rivista Plos One, realizzato dai ricercatori dell’Istituto di biologia cellulare e neurobiologia del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibcn-Cnr) e della Fondazione Santa Lucia (Irccs). Al lavoro hanno collaborato, inoltre, le Università di Chieti e Milano.

La ricerca, finanziata dal Ministero della Salute, apre la strada a nuove strategie terapeutiche non farmacologiche, in alternativa o in supporto alle cure convenzionali. “Nei nostri esperimenti abbiamo constatato che dopo un danno nervoso periferico al nervo sciatico, un regime dietetico con un ridotto apporto calorico giornaliero agisce come potente stimolo metabolico ed attivatore di un fondamentale meccanismo di sopravvivenza e ricambio cellulare, noto come autofagia (la cellula ingloba parti di sé danneggiate)”. A spiegarlo è Sara Marinelli del Cnr-Ibcn, coordinatrice del progetto.

I ricercatori hanno evidenziato lo stesso recupero dal dolore neuropatico anche in animali che mostrano una bassa capacità di rinnovamento cellulare.

“Questi animali con ridotta capacità di autofagia – prosegue Roberto Coccurello del Cnr-Ibcn – presentano alterazioni metaboliche di fondo di tipo diabetico che aggravano la condizione di neuropatia. Ebbene, anche con queste complicanze, una limitazione delle calorie assunte può contrastare il decorso e l’intensità del dolore neuropatico, ristabilendo un equilibrio metabolico, riducendo i processi infiammatori e facilitando la rigenerazione nervosa attraverso la stimolazione dell’autofagia. Tutto ciò in assenza di manifesti effetti collaterali, come nel caso di ricorso continuato al solo approccio farmacologico. Si tratta di un risultato che apre la strada a una concreta e innovativa strategia terapeutica”.

Grazie a questo studio i ricercatori hanno raggiunto anche un altro obiettivo. “La condizione di lesione di un nervo periferico – concludono Marinelli e Coccurello –  che rappresenta di per sé una drastica alterazione dell’assetto metabolico dell’intero organismo, ci ha consentito di individuare dei marcatori biologici precoci del fenomeno, di grande utilità per valutare la prognosi della neuropatia”.

 

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regionalismo

In vista del prossimo incontro tra Governo e alcune Regioni sul tema del regionalismo differenziato, la Federazione dei medici invita il Governo a porre al centro dell’agenda politica il tema delle disuguaglianze

“Le autonomie locali devono essere uno strumento che facilita l’erogazione dell’assistenza, non un grimaldello per far saltare il carattere universale, egualitario ed equo del nostro sistema sanitario, una delle grandi conquiste di civiltà del nostro Paese. L’autonomia locale deve diventare autonomia solidale e deve porsi obiettivi di salute, considerando il contenimento della spesa sanitaria come vincolo e non come fine”. Così il presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici (FNOMCeO), Filippo Anelli, sul tema del regionalismo differenziato.

Regionalismo che, almeno per Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, sembra ormai in dirittura d’arrivo. Proprio su tale argomento, infatti, sarà incentrato l’incontro del prossimo 15 febbraio tra queste regioni e il Governo.

“Le autonomie in materia di sanità e salute – spiega Anelli -,  se concesse in maniera troppo netta, rischiano di far saltare in aria il nostro Servizio sanitario nazionale, che ha, tra i suoi principi fondanti, quello della solidarietà per cui, se una regione si trova in difficoltà, tutto il sistema, concepito come flessibile, è in grado di sostenerla. Le disuguaglianze di salute che oggi esistono tra Nord e Sud, tra Regione e Regione, tra Asl e Asl, sono lapalissiane ma anche scientificamente provate. Basta dare uno sguardo ai dati per rendersi conto di come l’uguaglianza teorica di accesso ai servizi del servizio sanitario nazionale non si cali nella realtà. Negli ultimi anni abbiamo inoltre assistito a un costante de-finanziamento che non può che aggravare le disuguaglianze, anche in conseguenza di una dissennata politica di tagli lineari e di riduzione del personale sanitario”.

Per tali ragioni i medici condividono la preoccupazione sulle proposte politiche che vedono un aumento dei livelli di autonomia delle regioni in tema di sanità.

Si rischia, di fatto – secondo FNOMCeO -, una redistribuzione sul territorio delle risorse destinate alla Sanità, proprio in regioni in cui il Sistema sanitario è più ricco ed efficiente. Ciò comporterebbe un inevitabile impoverimento di quelle regioni, soprattutto nel sud del Paese, dove già si rileva un sistema in grave crisi. Le maggiori autonomie in ambito sanitario rischierebbero insomma “di creare cittadini sempre più poveri e cittadini cui viene negato il diritto alla salute.

“Gli Ordini delle professioni sanitarie, le loro Federazioni – conclude Anelli – sono gli Enti sussidiari che lo Stato chiama in soccorso come custodi dei diritti dei cittadini, in particolare di quello alla Salute. È per questo che non possiamo tacere. Invitiamo allora il Governo a porre al centro dell’agenda politica il tema delle disuguaglianze e a sollecitare le regioni al rispetto dell’art. 2 della Costituzione, che ricorda alle istituzioni i “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” su cui deve fondarsi la vita del Paese”.

 

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malattie rare

In una lettera al Ministro della Salute le associazioni dei pazienti colpiti da malattie rare chiedono al Governo di rivedere la norma sull’IRES e quella sui Farmaci Orfani

“Considerando che il M5S era stato l’unico ad inserire nel proprio programma elettorale un paragrafo dedicato alle malattie rare pensavamo che il Piano Nazionale Malattie Rare – strumento fondamentale per dare uguale qualità di assistenza ai malati rari in tutta Italia e garantire loro le giuste tutele – da tempo scaduto e il tariffario necessario alla piena attuazione dei nuovi Lea sarebbero stati tra i primi interventi legislativi del Ministero della salute a guida 5Stelle”.

“Dopo gli atti mancati, però, sono arrivati atti che vanno addirittura nella direzione opposta: con la Legge di Bilancio noi associazioni pazienti delle Malattie Rare siamo state colpite e penalizzate due volte”. Così le Associazioni dei malati rari in una lettera inviata al ministro della Salute, Giulia Grillo in cui si chiede al Governo di rivedere non solo la norma sull’Ires ma anche quella sui farmaci orfani.

“Siamo stati colpiti  – prosegue la missiva – dalla norma che penalizza alcune importanti realtà del terzo settore attraverso l’aumento della tassazione IRES che, da quanto previsto, raddoppierebbe dal 12 al 24% per gli istituti di assistenza sociale, società di mutuo soccorso, enti ospedalieri, di assistenza e beneficenza, corpi scientifici, fondazioni e associazioni scientifiche. Questo per noi è un colpo terribile perché, in un settore così povero di ricerca e specifica assistenza come quello delle malattie rare, queste realtà non profit sono davvero una spina dorsale”.

“Come se non bastasse siamo stati e saremo ulteriormente penalizzati dalla modifica della norma che tutelava tutti i farmaci orfani esonerandoli dal pagamento del payback: una misura di incentivo adottata in tutta Europa e attuata da anni nel nostro Paese. Temiamo che la penalizzazione economica di questi farmaci possa avere forti ripercussioni, sia nella disponibilità dei farmaci stessi, sia nella possibilità per le aziende di sostenere – come avviene oggi – programmi di assistenza e supporto che concorrono a migliorare la nostra qualità di vita”

“Attraverso la Legge di Bilancio sembra quasi si siano inopinatamente puniti tutti i soggetti che aiutano noi malati rari: le associazioni e le aziende che ricercano e producono farmaci di nicchia. Non ci aspettavamo questo da Lei e dal Movimento che ha fatto della tutela degli ultimi una bandiera; siamo davvero sorpresi e amareggiati. Forse non è stato un effetto voluto, vogliamo credere che non fossero queste le intenzioni verso di noi quanto piuttosto un grave errore dovuto alla concitazione che c’è stata intorno alla Legge di Bilancio”.

 

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poliomelite

Ma l’Oms mette in guardia dai rischi di possibili riprese della poliomelite, sottolineando il ruolo fondamentale dei vaccini

La poliomelite sarebbe sulla strada della sparizione. Fino a 30 anni fa la malattia colpiva 350 mila bimbi ogni anno in 125 Paesi del mondo. Nel 2018 sono stati registrati meno di 30 casi, concentrati in solo due Stati, il Pakistan e l’Afghanistan. L’auspicio dell’Organizzazione mondiale della sanità è che entro il 2019 possa definitivamente scomparire.

Estremamente contagiosa, la polio è una grave malattia infettiva del sistema nervoso centrale che colpisce soprattutto i neuroni motori del midollo spinale, provocando paralisi. Grazie a una sempre migliore politica vaccinale, già da alcuni anni il mondo è vicino all’eradicazione totale, così come fu già per il vaiolo.

L’obiettivo, tuttavia, richiede però un’alta copertura immunitaria ovunque, cosa non sempre possibile in alcuni Paesi, a causa di problemi infrastrutturali e guerre. Sconfiggere il virus vorrebbe dire risparmiare, oltre ai costi umani, circa 40-50 miliardi di dollari ogni anno. Al contrario, la mancata eradicazione dalle ultime roccaforti rimanenti potrebbe tradursi in una ripresa della malattia.

“Non c’è ragione per cui non dovremmo essere in grado di finire questo lavoro, siamo quasi arrivati”.

Lo ha affermato Helen Rees, presidente del comitato di emergenza internazionale per l’eradicazione della polio (IHR). “Ma dobbiamo continuare ad agire – prosegue Rees -. Abbiamo avuto il primo successo con il vaiolo, se non finiamo ciò che stiamo facendo contro la polio, potremmo tornare a una situazione in cui 200.000 o 300.000 bambini saranno paralizzati ogni anno “.

Per scongiurare un simile rischio i governi del Pakistan e dell’Afghanistan hanno mobilitato società civile, leader religiosi, operatori sanitari e i genitori, ottenendo in questi anni enormi risultati. Nei giorni scorsi il direttore dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha visitato i due Paesi, riconoscendo gli sforzi fatti e sottolineando l’impegno globale verso la vittoria finale. “Il mio desiderio per il 2019 – ha detto – è la trasmissione zero della poliomielite. Dobbiamo fare tutto il possibile in questo ultimo miglio per sradicarla una volta per tutte. Avete il pieno sostegno dell’Oms per aiutare ogni bambino e fermare questo virus per sempre”.

 

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alzheimer

Un singolo nutriente, la colina, si è rivelato un prezioso alleato per combattere in modo semplice e sicuro, nell’arco anche di diverse generazioni, l’Alzheimer

Scoperto un potente alleato per combattere l’Alzheimer, anche nel corso di diverse generazioni, lasciando intravedere la possibilità di un trattamento “semplice e sicuro”.

A scovare il singolo nutriente, un nuovo studio firmato dai ricercatori del Biodesign Institute dell’Arizona State University (Usa), fra cui l’italiano Salvatore Oddo e Ramon Velazquez.

Nel mirino dei ricercatori gli effetti della colina, una sostanza nutritiva presente in alcuni alimenti (tuorlo d’uovo, germe di grano) che sembra essere promettente nella lotta al ladro di memoria.

Lo studio

Lo studio, pubblicato su ‘Molecular Psychiatry’, è stato condotto su topi con sintomi simili all’Alzheimer.

I risultati hanno mostrato che, quando a questi animali vengono somministrati alti livelli di colina nella dieta, i figli mostrano miglioramenti nella memoria (di tipo spaziale), rispetto a quelli le cui madri avevano ricevuto una dieta normale.

Gli effetti benefici dell’integrazione a base di colina sembrano essere transgenerazionali.

La progenie dei topi, che hanno ricevuto supplementazione durante la gestazione e l’allattamento, hanno mostrato benefici dal trattamento, probabilmente a causa delle modifiche ereditate nei loro geni.

Come agisce la colina

Questo nutriente riduce i livelli di omocisteina, un amminoacido che può agire come una potente neurotossina, contribuendo ai segni distintivi di Alzheimer: neurodegenerazione e formazione di placche amiloidi.

In secondo luogo, la colina riduce l’attivazione delle cellule della microglia, responsabili della rimozione dei detriti nel cervello. In caso di Alzheimer queste cellule vanno fuori controllo, l’integrazione con la colina riduce l’attivazione della microglia.

“Nessuno aveva mai mostrato finora i benefici transgenerazionali dell’integrazione con colina”, sottolinea Velazquez. Questa sostanza è dunque un candidato per il trattamento dell’Alzheimer, con un elevato profilo di sicurezza.

Ma sono necessarie ulteriori ricerche per esplorare gli effetti della sostanza e dimostrare la sua utilità come nuova arma nella lotta all’Alzheimer.

“La cosa più eccitante emersa dal nostro studio è stata proprio scoprire i benefici di questo nutriente, la colina, nella prole degli animali trattati”, spiega Salvatore Oddo.

Un effetto benefico contro l’Alzheimer che sembra ereditario, “e che dobbiamo ancora indagare. Pensiamo però che la somministrazione in una dose che è 4,5 volte superiore a quella raccomandata negli Usa modifichi il Dna in modo permanente. Un cambiamento che viene trasmesso alla prole.

“Si tratta – continua – di una sostanza che non è tossica e che potrebbe costituire una strategia interessante per contrastare l’Alzheimer”.

Il team di Oddo sta già studiando gli effetti di questa sostanza “in topi che presentano manifestazioni patologiche, per capire se oltre a un effetto protettivo si può parlare di effetto terapeutico. Fra qualche mese avremo i risultati”. Dati essenziali per poter pensare a un trial sull’uomo, obiettivo del gruppo di ricerca.

 

Barbara Zampini

 

 

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casi di influenza

Sono circa 1,5 milioni i casi di influenza registrati dall’inizio della sorveglianza. I più colpiti sono i bambini al di sotto dei cinque anni

Continua a crescere il numero di casi di influenza in Italia, sebbene in modo più graduale rispetto alla scorsa stagione. Il numero di casi stimati nella  settimana dal 17 al 23 dicembre 2018 è pari infatti a circa 225.000. Dall’inizio della sorveglianza i casi registrati sono circa 1.500.000. Questi gli ultimi dati relativi alla sorveglianza epidemiologica delle sindromi influenzali, elaborati dal Dipartimento Malattie Infettive dell’Istituto superiore di sanità attraverso il bollettino Influnet.

Il livello di incidenza in Italia è pari a 3,7 casi per mille assistiti. Colpiti maggiormente i bambini al di sotto dei cinque anni in cui si osserva un’incidenza pari a 11,1 casi per mille assistiti. Per la fascia di età pediatrica si va dunque verso un’intensità media dell’influenza, stabilita nella soglia pari a 12,89 casi per mille assistiti.

Le Regioni maggiormente colpite risultano essere Umbria, P.A. di Trento, Abruzzo e Sicilia

“Al momento, anche se siamo entrati nella fase epidemica l’andamento dei casi è più a rilento rispetto alla scorsa stagione, pur rilevandosi un loro aumento”. A spiegarlo è il direttore del Dipartimento malattie infettive dell’Iss Gianni Rezza.

I virus influenzali che stanno circolando maggiormente sono l’AH3N2, che colpisce maggiormente gli anziani, e l’AH1N1, che è stato responsabile della pandemia influenzale del 2009. “Ma il fatto che l’aumento dei casi proceda più a rilento – chiarisce  Rezza – può dipendere da vari fattori”. Tra questi: la suscettibilità della popolazione o la mutazione dei virus.

Anche la vaccinazione antinfluenzale, che quest’anno sembrerebbe aver registrato un aumento, può aver avuto un peso: “Non ci sono ancora dati definitivi – afferma Rezza – ma le scorte vaccinali si sono esaurite prima ed è probabile un maggior ricorso alla vaccinazione specie da parte degli anziani”. Questo potrebbe aver diminuito notevolmente il rischio di casi gravi. Ma dal momento che la maggioranza dei casi si registra tra i bambini, che solitamente non vengono vaccinati, l’andamento lento nella circolazione dei virus non sarebbe attribuibile all’effetto della vaccinazione.

Il picco di casi, che negli ultimi due anni si è registrato agli inizi di gennaio, quest’anno arriverà probabilmente tra fine gennaio e inizi febbraio. In tal senso saranno cruciali – secondo l’esperto – le prossime settimane con la riapertura delle scuole.

 

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rivalutazione geriatrica

Al Mauriziano operativa una struttura di rivalutazione geriatrica dedicata ai pazienti dimessi dal Pronto soccorso che presentano rischi di maggior rientro

Nasce il primo ambulatorio in Italia di rivalutazione geriatrica del Pronto soccorso dell’ospedale Mauriziano di Torino. Si tratta di una struttura ambulatoriale cui i pazienti sono indirizzati su indicazione del Medico d’urgenza al momento della dimissione dal Pronto soccorso stesso. Il tutto in base alla valutazione del rischio di ritorno non programmato.

L’ambulatorio si propone l’obiettivo di monitorare il decorso del paziente dopo la dimissione, individuando tempestivamente potenziali criticità che potrebbero condurlo nuovamente in PS. Il fine è anche quello di proporre adeguati correttivi terapeutici e di percorso assistenziale. La struttura, infine, si propone anche di offrire una valutazione utile per facilitare i medici di famiglia nell’avvio delle pratiche assistenziali domiciliari.

L’aumento costante della aspettativa di vita media e dei bisogni di salute della popolazione – si legge in una nota del Mauriziano – determina una crescita costante del ricorso al Pronto soccorso di pazienti anziani con malattie croniche. Nel solo 2017 ben 18042 accessi al PS del nosocomio torinese sono stati effettuati da pazienti sopra i 65 anni (il 38,7% del totale). Di questi, 4532 hanno portato al 25,3% dei ricoveri totali.

Ridurre il tempo di permanenza e le recidive di accesso di questi pazienti permetterà l’abbattimento delle complicanze associate alla permanenza ospedaliera.

La conseguenza sarà un miglioramento della qualità di vita dei suddetti pazienti, nonché un contenimento dei costi. Per questi motivi sono apparse urgenti l’ideazione e la validazione di strategie assistenziali dedicate che possano garantire una maggiore continuità delle cure dopo dimissione. Soprattutto nei soggetti a maggior rischio di rientro inatteso in PS.

Al progetto partecipa il dottor Alessandro Reano (medico specializzando presso la Geriatria e Malattie Metaboliche dell’Osso dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino), con la supervisione del dottor Domenico Vallino (Direttore della Medicina e Chirurgia d’Accettazione e d’Urgenza e responsabile del Pronto soccorso del Mauriziano) e del dottor Paolo Balzaretti (Dirigente medico della Medicina e Chirurgia d’Accettazione e d’Urgenza del Mauriziano).

 

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processi trombotici

La proteina PCSK9, già nota per la sua azione sul colesterolo, interviene anche nei processi trombotici alla base di infarti e ictus, oltre che nella calcificazione della valvola aortica

La proteina PCSK9 da qualche tempo sta entusiasmando gli scienziati. Pochi anni fa la scoperta del suo ruolo chiave nell’ipercolesterolemia. Oggi le evidenze della sua azione cruciale anche nell’attivazione e nell’aggregazione delle piastrine, all’origine dei processi trombotici che scatenano infarti e ictus. E persino nella calcificazione della valvola aortica.

Le prime conferme arrivano da due studi del Centro Cardiologico Monzino pubblicati su JACC (Journal of the American College of Cardiology). I lavori sono stati  condotti da Marina Camera, responsabile dell’Unità di ricerca di Biologia cellulare e molecolare cardiovascolare presso la struttura milanese. Al suo fianco, Paolo Poggio, dell’Unità per lo studio delle patologie aortiche, valvolari e coronariche dell’IRCCS.

Con gli inibitori di PCSK9, anticorpi monoclonali in grado di disattivare questa proteina, è stato possibile contrastare con successo l’ipercolesterolemia. Il tutto fino a raggiungere una riduzione del colesterolo LDL del 60-70%. In particolare nelle forme più severe e resistenti al trattamento con i farmaci tradizionalmente in uso e nei pazienti trattati si è ottenuta una riduzione del rischio del 15% di eventi come infarto e ictus.

D’altra parte è stato riscontrato che i soggetti che geneticamente hanno livelli ridotti di PCSK9 sono protetti dall’incidenza di eventi cardiovascolari.

“Questi dati – sottolinea la professoressa Camera – ci hanno spinto a ipotizzare che i benefici in termini di eventi cardiovascolari prevenuti bloccando PCSK9 potessero dipendere non soltanto dalla riduzione di colesterolo ottenuta. Abbiamo pensato che potesse esserci di più, che l’azione di questa proteina potesse estendersi oltre il metabolismo dei lipidi, e così abbiamo iniziato a cercare”.

Si era già osservato, del resto, che un elevato livello di PCSK9 nel sangue fosse un predittore di eventi cardiovascolari nei pazienti con malattia coronarica e con fibrillazione atriale. E uno studio genomico aveva rilevato una correlazione tra alti livelli di PCSK9 e la presenza di stenosi calcifica della valvola aortica. “Abbiamo così avviato nei nostri laboratori studi in vitro ed ex vivo con esiti sorprendenti – continua la professoressa -. È emerso infatti che PCSK9 ha un ruolo cruciale nell’attivazione delle piastrine umane, nella loro capacità di aggregarsi formando i trombi che, a loro volta, provocano infarti e ictus. Questo potrebbe essere pertanto uno dei meccanismi responsabili della maggior incidenza di eventi cardiovascolari riscontrati nei pazienti affetti da patologia coronarica e fibrillazione atriale”.

Ma c’è di più. “I nostri dati hanno evidenziato l’esistenza di un effetto diretto di PCSK9 sullo sviluppo e la progressione della stenosi calcifica della valvola aortica, ed è un’osservazione che ci entusiasma profondamente incoraggiandoci a proseguire su questa linea di ricerca – spiega Paolo Poggio -. Vogliamo ricordare che negli ultimi decenni tutti gli sforzi fatti per mettere a punto una terapia medica in grado di prevenire o fermare la progressione della malattia non hanno portato i risultati sperati. Per i malati di stenosi valvolare aortica attualmente le prospettive terapeutiche sono l’intervento chirurgico o percutaneo. Per questa ragione guardiamo con speranza alla prospettiva che l’inibizione di PCSK9 possa rappresentare una nuova possibilità terapeutica: significherebbe segnare una svolta nel trattamento di questa malattia degenerativa che è piuttosto comune nella popolazione anziana. Nei paesi sviluppati la stima raggiunge il 7% negli over 65 ed è un numero in crescita considerando l’invecchiamento della popolazione”.

“I risultati ottenuti sono solo un punto di partenza – conclude Camera-. Dovremo infatti avviare nuovi studi clinici, e abbiamo la necessità e il desiderio di comprendere quali siano i meccanismi molecolari che stanno alla base dei fenomeni osservati. Per il momento ciò che ci sembra davvero evidente è che questa proteina gioca un ruolo nella nostra salute cardiovascolare che si estende ben oltre il controllo del colesterolo agendo su molteplici fronti, e apre davanti a noi scenari di prevenzione e cura davvero promettenti”.

 

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fascite plantare cronica

Attivato un percorso ambulatoriale per il trattamento non chirurgico della fascite plantare cronica mediante una tecnica di medicina rigenerativa

A Pisa è disponibile un percorso ambulatoriale per il trattamento non chirurgico delle degenerazioni tendinee e della fascite plantare cronica. La peculiarità è rappresentata dall’utilizzo del Prp, ossia il plasma ricco di piastrine. Si tratta di una tecnica di medicina rigenerativa che impiega il plasma sanguigno del paziente per stimolare la proliferazione cellulare. Viene eseguita nella Sezione dipartimentale di Ortopedia e Traumatologia diretta dal dottor Maurizio Benifei.

Il prodotto derivato dal sangue venoso periferico viene utilizzato da anni su scala mondiale in diversi ambiti della medicina (chirurgia maxillo-facciale, oculistica, dermatologica ed ortopedica). Ciò in quanto le piastrine, elementi normalmente presenti nel sangue umano, “posseggono al loro interno una elevata concentrazione di fattori di crescita ovvero molecole in grado di influenzare il comportamento di altre cellule modulando la risposta infiammatoria e promuovendo la riparazione dei tessuti”.

La preparazione del Prp consiste nel prelievo di sangue venoso autologo che viene sottoposto a centrifugazione e successivamente concentrazione. Al termine della procedura si ottiene un concentrato piastrinico liquido o, per aggiunta di calcio gluconato, di una membrana di consistenza gelatinosa.

Il Prp venne inizialmente utilizzato esclusivamente per la cura dei ritardi di consolidazione delle fratture e nelle ferite difficili che tardavano a guarire.

In seguito le indicazioni si sono ampliate. La terapia con fattori di crescita di derivazione piastrinica ha trovato impiego sia nella cura delle lesioni della cartilagine che nelle patologie tendinee.

Presso l’Azienda ospedaliera universitaria pisana il Prp fino ad oggi è stato sempre utilizzato come trattamento adiuvante di specifiche procedure chirurgiche. Il suo impiego avveniva pertanto esclusivamente all’interno della sala operatoria.

La richiesta crescente e i risultati incoraggianti sul trattamento soprattutto delle tendinopatie ha portato a creare un percorso ambulatoriale specifico dedicato alla somministrazione per via infiltrativa articolare e tendinea di PRP. L’ambulatorio è fornito di centrifuga e specifico kit per la preparazione del concentrato piastrinico. Viene eseguito un prelievo di sangue venoso al paziente e in pochi minuti avviene la preparazione del prodotto da infiltrare. L’intera procedura non prevede ricovero ospedaliero e il paziente può ritornare rapidamente alle sue ordinarie attività.

Attualmente vengono trattate tutte le tendinopatie degenerative, la fascite plantare cronica, l’epicondilite e le condropatie iniziali. In prospettiva futura sono al vaglio ulteriori trattamenti infiltrativi che prevedono l’associazione del Prp con l’acido ialuronico.

 

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fibrosi cistica

Uno studio del Bambino Gesù, CNR, Università Sapienza e Federico II disegna la prima mappa funzionale delle comunità batteriche dell’intestino dei piccoli pazienti affetti da fibrosi cistica

Esiste un rapporto diretto tra fibrosi cistica e alterazione del microbiota intestinale. E’ la proteina “difettosa” della malattia, infatti, a guidare la composizione e il funzionamento delle comunità batteriche dell’intestino dei bambini che ne sono affetti. La scoperta è stata fatta dai ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, del Consiglio Nazionale delle Ricerche e delle Università Sapienza e Federico II.

Gli studiosi, per la prima volta, hanno disegnato la mappa funzionale del microbiota di pazienti da 1 a 6 anni con fibrosi cistica, facendo luce sui meccanismi che lo regolano. Lo studio, appena pubblicato sulla rivista scientifica PLOS ONE, apre la strada a nuovi modelli di trattamento per le patologie intestinali associate alla fibrosi cistica e per la prevenzione di alcune gravi complicanze come, ad esempio, i tumori.

La fibrosi cistica è la patologia più frequente tra le malattie genetiche rare. Colpisce circa 1 neonato su 2.500 ed è causata dalle mutazioni del gene CFTR che producono una proteina difettosa non più in grado di svolgere regolarmente la sua funzione di controllo del passaggio di acqua e di alcuni sali all’interno e all’esterno delle cellule.

L’alterazione della proteina porta l’organismo a produrre un muco eccessivamente denso che ostruisce l’apparato respiratorio, le vie aeree, l’apparato riproduttivo, il pancreas, il fegato, l’intestino. Espone i pazienti a continue infezioni e, nel tempo, anche a gravi complicanze gastrointestinali e nutrizionali.

Un team multidisciplinare composto da clinici, microbiologi, chimici e bioinformatici ha studiato 31 bambini di età compresa tra 1 e 6 anni affetti da fibrosi cistica in condizioni cliniche stabili. I pazienti pediatrici sono stati quindi confrontati con un gruppo, comparabile per numero ed età, di bambini sani.

Dalla fusione dei dati di metagenomica e metabolomica è stato definito il profilo del microbiota dei bambini con fibrosi cistica: come è composto, come funziona, in che modo interagisce col metabolismo del paziente/ospite.

Per la prima volta è stato dimostrato che il microbiota intestinale è modulato prioritariamente dal difetto della proteina CFTR e che è condizionato solo marginalmente dall’età del paziente, dalla presenza di infezioni e dal trattamento antibiotico cronico, fattori che in altri modelli di microbiota umano sono, invece, causa primaria di squilibrio tra comunità batteriche e loro metabolismo.

Per effetto diretto della proteina difettosa, il microbiota intestinale dei bambini con fibrosi cistica nasce con una struttura e con funzioni alterate. Lo studio ha evidenziato la diminuzione di alcuni batteri (Eggerthella, Eubacterium, Ruminococcus, Dorea, Faecalibacterium prausnitzii), sovrabbondanze batteriche (Propionibacterium, Staphylococcus, Clostridiaceae, Clostridium difficile) e alterati livelli di alcuni prodotti del metabolismo. In particolare, composti organici come alcoli ed esteri possono essere considerati indicatori dell’attività microbica alterata, mentre le molecole GABA e colina, specifici indicatori di malattia di origine umana, poiché riflettono direttamente – a livello dell’intestino – le alterazioni del trasporto di acqua e dei componenti che regolano l’osmosi.

L’individuazione dei principali “attori” del microbiota collegati con le alterazioni delle funzioni dell’intestino dei pazienti con fibrosi cistica, apre la strada a potenziali nuovi modelli di trattamento per le patologie intestinali associate alla malattia e ad azioni di prevenzione di alcune complicanze gravi, come i tumori, in particolare quelli intestinali che dimostrano una maggiore incidenza con l’aumento della sopravvivenza dei pazienti. Tra le possibilità terapeutiche, la somministrazione di probiotici mirati per il ripristino di alcune funzionalità del microbiota e il miglioramento delle condizioni cliniche in caso di deficit digestivi e nutrizionali.

 

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