Tags Posts tagged with "sanità"

sanità

0
superbatteri resistenti ai farmaci

Nel nostro Paese si registra il maggior numero di morti a livello europeo causate da superbatteri resistenti ai farmaci

Mani poco pulite, abuso di antibiotici anche nel mondo animale, troppo turnover di pazienti in ospedali e residenze anziani per i pochi posti letto. Sono i principali fattori che fanno dell’Italia il Paese dell’UE in cui si registra il maggior numero di morti da superbatteri resistenti ai farmaci.

In Europa l’antibiotico-resistenza ha provocato in un anno 33.110 decessi soprattutto fra senior e bimbi nei primi mesi di vita. Un terzo delle vittime – oltre 10mila – riguardano il nostro Paese.

Il tema è in cima alle agende delle istituzioni di tutto il mondo. Tutte hanno elaborato algoritmi e linee guida per la gestione di quelli che gli esperti definiscono “numeri sconvolgenti”.

“Attualmente qualunque tipo di infezione, dalle più banali come semplici infezioni cutanee o urinarie, a infezioni gravi quali polmoniti e sepsi, può essere causato da batteri antibiotico-resistenti”. A spiegarlo è Marco Tinelli, tesoriere della Simit (Società italiana di malattie infettive e tropicali).

“Sembra un paradosso – osserva – ma anche una persona che non ha mai preso antibiotici corre il rischio di avere un’infezione da batteri resistenti”. Il rischio si presenta soprattutto se si trova in ospedale o nelle altre strutture di assistenza sanitaria. I batteri, infatti, non conoscono frontiere. “Le stesse resistenze che si trovano in Europa o negli Stati Uniti si possono evidenziare in villaggi sperduti in Africa e in America Latina”.

A livello internazionale, il 63% delle infezioni da superbatteri risulta correlato all’assistenza sanitaria e socio-sanitaria.

In Italia, secondo l’Iss, su 9 milioni di ricoveri ogni anno si riscontrano da 450mila a 700mila casi di infezioni ospedaliere (5-8% del totale degenti).

Tra le cause principali dell’antibiotico-resistenza “vi è sicuramente la scarsa tendenza a lavarsi frequentemente le mani”. E’ quanto emerge da una ricerca che sarà presentata a Milano, in occasione del VII Congresso Internazionale AMIT – Argomenti di Malattie Infettive e Tropicali, in programma il 14 e 15 marzo.

In Italia, l’uso delle soluzioni alcoliche come detergenti risulta essere, secondo un report dell’Ecdc, tra i più bassi nell’Unione europea. Tra gli altri fattori scatenanti figurerebbe poi “la non oculata e inappropriata gestione degli antibiotici negli animali da allevamento e nel territorio per la prevenzione delle infezioni”, con un rischio di induzione di resistenze che coinvolge anche la salute umana. Le deiezioni degli animali, infatti, contengono batteri ad alta resistenza che si diffondono nei terreni circostanti gli allevamenti stessi, nelle acque di scolo e quindi nei fiumi e laghi.

Infine, “l’antibiotico-resistenza è dovuta al trasferimento genico delle resistenze da un batterio all’altro e all’esagerato turnover dei pazienti nelle strutture sanitarie (ospedali, Rsa) dovuto a una cronica mancanza di posti letto”.

 

Leggi anche:

ANTIBIOTICO RESISTENZA: IL MONITO DELL’OMS PER PREVENIRLA E COMBATTERLA

0
acquisto online di coupon

L’Istituto superiore di sanità mette in guardia dall’acquisto online di coupon per visite ed esami, consigliando di affidarsi sempre al medico curante

Acquisto online di coupon per visite mediche. Un comportamento sempre più diffuso, come dimostrano le tante pubblicità in tv e sui social, bocciato dagli esperti dell’Istituto superiore di sanità.

“Ricorrere a visite mediche o indagini diagnostiche specialistiche senza una prescrizione o il consiglio di un medico può essere, oltre che inutile, anche dannoso”. Un rischio che riguarderebbe soprattutto “quelle indagini diagnostiche che espongono il paziente a radiazioni o al rischio di errori”.

Pertanto, “è opportuno eseguire visite mediche specialistiche e prestazioni sanitarie solo dopo il suggerimento del medico curante”.

Lo sottolineano gli esperti dell’Istituto su Issalute.it, il portale che smaschera le fake news più diffuse in tema di salute e sanità. Secondo il Gruppo italiano di medicina basata sulle evidenze, peraltro,  “il sovra utilizzo di interventi sanitari inappropriati o inefficaci, è una delle principali fonti degli sprechi in sanità”. E’ proprio il caso di quelle prestazioni che possono conseguire dall’acquisto di coupon di visite specialistiche senza il consiglio di un medico.

Negli Stati Uniti, nel 2012, è nata la campagna ‘Choosing Wisely’. Un’iniziativa che si propone di orientare le scelte sanitarie dei cittadini, favorendo il dialogo con i medici, per ridurre gli esami inutili o addirittura dannosi per la salute dei pazienti. “Questa campagna – commentano gli esperti – sta iniziando a dare i suoi frutti”. In particolare starebbe comportando una riduzione dei costi legati alla sanità. Ma anche il calo degli eventi avversi conseguenti ad errori medici, a esami diagnostici o a visite inutili e inappropriate.

“Scegliere saggiamente di affidarsi al proprio medico curante, che valuterà la necessità di effettuare una visita specialistica o un esame, è una condizione essenziale – concludono dall’Iss – per ridurre gli sprechi in sanità e migliorare la propria salute”.

 

Leggi anche:

VERITÀ SUI VACCINI, IL PUNTO DELL’ISTITUTO SUPERIORE DI SANITÀ

0
allergie

Ricercatori dell’ospedale Bambino Gesù scoprono l’efficacia di un medicinale per l’asma contro le allergie alimentari in età pediatrica

Ridotto in maniera significativa il rischio di shock anafilattico per i bambini affetti da allergie gravi: è’ l’effetto di un farmaco per migliorare il controllo dell’asma. Il medicinale è rivelato capace di innalzare una barriera protettiva anche contro l’anafilassi, la forma più grave di allergia alimentare. La scoperta è stata fatta dai ricercatori allergologi dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Gli specialisti, in particolare, hanno osservato le reazioni a vari allergeni alimentari in un gruppo di bambini durante il trattamento con il farmaco omalizumab. I risultati dello studio sono stati appena pubblicati sulla rivista scientifica Journal of Allergy and Clinical Immunology: in practice.

Le malattie allergiche sono le patologie croniche più diffuse nella popolazione dopo l’artrosi/artrite e l’ipertensione arteriosa. L’allergia alimentare, in particolare, colpisce 5 bambini su 100, con un picco nei primi 3 anni di vita. Questa forma di allergia è scatenata dalle proteine contenute in alcuni cibi che vengono riconosciute come minacce, innescando la reazione infiammatoria. Il tutto per un errore del sistema immunitario.

In circa il 40% dei casi l’allergia alimentare è associata ad asma allergico grave che pregiudica la crescita dei polmoni e riduce la qualità di vita.

L’anafilassi è la forma più grave di allergia alimentare. In età pediatrica ha una prevalenza compresa tra l’1 ed il 3% dei casi di allergia alimentare ed è 10 volte più frequente tra i bambini che tra gli adulti. I sintomi della reazione allergica agli alimenti si sviluppano molto rapidamente: basta l’ingestione, il contatto, o la semplice inalazione di minute quantità dell’alimento “incriminato” per creare immediatamente orticaria, edema e gonfiore del volto, prurito e gonfiore delle estremità, rinite, congiuntivite, mancanza di fiato, tosse convulsa. Altrettanto velocemente, in circa 3 casi su 100, i sintomi di una manifestazione allergica alimentare progrediscono fino ad arrivare alla riduzione della pressione arteriosa e allo shock anafilattico. I bambini con allergia alimentare associata ad asma allergico grave corrono un rischio maggiore di andare incontro allo shock anafilattico.

I ricercatori del Bambino Gesù hanno studiato un gruppo di 15 bambini e ragazzi, di età compresa tra i 6 e i 18 anni, affetti da asma allergico grave associato a forme complesse di allergia alimentare (reazione immediata a 2 o più alimenti).

Lo studio è durato quasi 3 anni. In questo periodo sono state osservate le reazioni a vari allergeni alimentari prima e dopo l’avvio del trattamento con omalizumab, un principio attivo utilizzato per la cura dell’asma allergico grave persistente. Il farmaco agisce direttamente contro le immunoglobuline E (IgE), che sono all’origine delle crisi asmatiche, prevenendo l’attacco infiammatorio. Di documentata efficacia sul fronte dell’asma allergico e dell’orticaria cronica, fino ad oggi gli effetti dell’omalizumab su altre forme di allergia erano stati scarsamente indagati. Lo studio del Bambino Gesù ne ha dimostrato le ricadute positive anche sull’allergia alimentare severa, cioè sul livello di tollerabilità degli allergeni alimentari durante il trattamento per l’asma grave.

I 15 pazienti arruolati nella ricerca manifestavano reazioni allergiche immediate a 37 alimenti.

L’80% di loro aveva già affrontato episodi di anafilassi. I ricercatori hanno effettuato il test dei livelli di reattività per 23 diversi alimenti (compresi latte, uova, grano, nocciola) prima e dopo l’inizio del trattamento con omalizumab. Dal confronto dei dati è emerso un innalzamento della soglia di tolleranza agli allergeni (si è passati da una soglia media iniziale di 460 mg di proteine a 8192 mg) che ha ridotto sensibilmente il rischio di shock anafilattico in caso di contatto involontario con i cibi “proibiti”. Nel periodo di osservazione, infatti, il numero di reazioni all’ingestione accidentale di allergeni è sceso da 47 a 2 episodi registrati.

Grazie all’azione protettiva del farmaco, oltre il 70% degli alimenti testati (15 su 23) è stato reintrodotto in sicurezza nella dieta dei bambini, senza necessità di procedure di immunoterapia orale. I restanti cibi sono stati quasi del tutto tollerati. In base al giudizio di genitori e pazienti, espresso tramite un questionario, la qualità della vita è aumentata mediamente del 40%.
Leggi anche:

SHOCK ANAFILATTICO SCAMBIATO PER LARINGITE: SALVATA DAL MEDICO DI BASE

0
papillomavirus

Da un rapporto Censis sul Papillomavirus emerge che cresce la consapevolezza sulla prevenzione ma non tutti sono consci dei rischi

Presentato un nuovo rapporto Censis sul Papillomavirus, a due anni dal precedente studio. Il Rapporto analizza gli atteggiamenti nei confronti delle patologie tumorali Hpv correlate e le strategie di prevenzione adottate attraverso un’indagine su due diversi campioni: uno composto dai genitori e uno da sole donne.

Più informazione

Dai risultati emerge che il numero dei genitori che conosce il virus è aumentato: dall’85,1% del 2017 all’88,3%. La conoscenza è più diffusa tra le donne (94,8%) e tra le persone con un livello d’istruzione superiore (91,4%).

La consapevolezza però è migliorata solo parzialmente. Solo la metà dei genitori sa che l’Hpv è responsabile di altri tumori oltre a quello del collo dell’utero. Solo il 42,6% sa che il virus è responsabile dei condilomi genitali. E un terzo dei genitori (31,9%) pensa ancora che sia un virus che colpisce esclusivamente le donne.

La maggiore consapevolezza deriva da diverse fonti. Non solo dépliant e campagne informative (26,3%) ma anche i servizi vaccinali delle Asl (25,6%) e internet (26,7%).

Tra i professionisti sanitari vengono citati maggiormente il ginecologo e il medico di medicina generale (24,8%).

Il Papillomavirus, cosa c’è da sapere

Il Papillomavirus Umano (Hpv, Human Papilloma Virus) è una infezione trasmessa per via sessuale. Generalmente è transitoria e priva di sintomi evidenti, manifestandosi eventualmente attraverso lesioni benigne della cute e delle mucose. In casi rari il sistema immunitario non riesce a debellare rapidamente il virus, l’Hpv può determinare l’insorgenza di forme tumorali.

Il virus Hpv è implicato inoltre nella patogenesi di altri tumori in sede genitale (vulva, vagina, ano, pene) ed extragenitale (cavità orale, faringe, laringe).

Esistono oltre 100 tipi di tipi di papillomavirus differenziati in base al genoma.

Diagnosi e prevenzione

L’individuazione precoce delle lesioni da Hpv passa attraverso i programmi di screening con Pap-test o Hpv-test.

Il Pap-Testè lo strumento di diagnosi e di prevenzione a oggi più utilizzato. Inserito nei Livelli Essenziali di Assistenza permette a tutte le donne dai 25 ai 65 anni di partecipare gratuitamente al programma di prevenzione presso la propria Asl di competenza.

Dal rapporto Censis emerge che è conosciuto dal 90,2% dei genitori e dal 94,6% delle donne. L’87,1% delle donne afferma poi che il proprio ginecologo ha consigliato il Pap-test.

L’Hpv-test invece riscontrare la presenza di Dna di virus oncogeno consentendo di individuare le donne a rischio con maggiore anticipo. È consigliato eseguirlo ogni cinque anni. La positività al test non significa necessariamente che una donna svilupperà nel tempo un tumore.

Secondo il rapporto solo il 50,8% dei genitori conosce l’Hpv-test e solo al 35,7% è stato consigliato di effettuare l’Hpv-test.

Piano di prevenzione all’avanguardia

L’Italia è all’avanguardia nel programma di prevenzione del Papillomavirus. Secondo il Piano Nazionale di Prevenzione 2014-2018, tutti i programmi di screening primari dovranno passare in maniera progressiva dal Pap-test all’Hpv-test, situazione ad aggi accertata già in diverse regioni.

La prevenzione primaria avviene mediante vaccinazione per questo nel Piano Nazionale di Prevenzione vaccinale 2017-19 si è inserita la vaccinazione anti-HPV nel calendario vaccinale per tutti gli adolescenti (di sesso femminile e maschile) a partire dal dodicesimo anno di età.

Il vaccino costituisce oggi la via più efficace e sicura per combattere il rischio di infezione da HPV. I vaccini disponibili (bivalente, quadrivalente e 9-valente) sono tutti indicati contro i ceppi 16 e 18 responsabili della formazione di lesioni neoplastiche nella cervice uterina.

 

Barbara Zampini

 

Leggi anche

HCV, ITALIA TRA I PRIMI PAESI NEL MONDO VERSO L’ELIMINAZIONE DEL VIRUS

0
gestione delle liste di attesa

La Federazione Veterinari-Medici-Farmacisti e Dirigenti Sanitari si unisce al dissenso delle sigle sindacali della dirigenza medica sul Piano Nazionale per la gestione delle liste di attesa

FVM si unisce al coro di dissenso delle sigle sindacali della dirigenza medica sul Piano Nazionale per la gestione delle liste di attesa.  Il problema delle liste di attesa – spiega il presidente Aldo Grasselli – esiste da molti anni e ha sicuramente più di una causa. Ma proprio per questo tentare di imputarne la responsabilità sicuramente al medico ed alla libera professione che esplica è un depistaggio che tradisce e mette in luce le responsabilità delle altre parti in gioco.

“È quanto meno semplicistico è giuridicamente infondato – prosegue il rappresentante sindacale – il tentativo del Ministro Grillo di minacciare e comminare sanzioni verso le figure professionali del sistema salute anziché confrontarsi con loro e cercare convergenze risolutive. Per un verso occorre trovare le opportune soluzioni per aumentare la disponibilità verso l’utenza ma anche razionalizzare l’aumento della richiesta di assistenza. Occorre trovare risposte al contenimento delle prestazioni diagnostiche inappropriate alimentate dalla medicina difensiva”.

“Il Governo deve predisporre con un vero e proprio Piano Marshall per la sanità pubblica”

“L’obiettivo – aggiunge ancora Grasselli – è quello di combattere: l’obsolescenza della tecnologia diagnostica, la riduzione progressiva del personale medico e sanitario a fronte di un trend crescente di prestazioni richieste, l’assenza di una dematerializzazione e di una piena fruibilità delle informazioni clinico sanitarie dei cittadini, l’anomala gestione delle diagnosi con errata attribuzione della visita specialistica da parte dei CUP”.

“Il Ministro Grillo nella sua analisi auspica l’impegno di tutti alla realizzazione del progetto Liste d’Attesa e può star certa che come di consueto i medici daranno il loro contributo fondamentale e per la gran parte di alta professionalità. Ma il Ministro della Salute deve dare risposte concrete a quei professionisti vessati da obiettivi prestazionali crescenti non sostenibili, logorati ed usurati da carichi di lavoro notturni nonostante l’età ormai avanzata degli organici, che spesso operano in condizioni di sotto-organico, con montagne di ore di straordinario non pagate, vittime di una governance di amministratori inadeguati a gestire la Sanità nel corso degli ultimi anni”.

Per il presidente FVM, i dirigenti del SSN hanno subito un danno economico importante cumulato da un decennio di vacanza contrattuale e nonostante tutto in questi anni hanno retto le sorti del SSN.

“E da questa crisi non è possibile uscire se Regioni e Governo pensano di auto-assolversi da ogni responsabilità politica e gestionale che sta alla base dell’allungamento delle liste di attesa credendo di poter indicare – in comune accordo – i medici e i sanitari dipendenti e la loro attività libero-professionale intramoenia quale causa del problema”.

“Il ministro Grillo – sottolinea Grasselli – dovrebbe sapere (e ricordare di aver saputo) che la causa delle liste di attesa e del disagio verso il SSN è in primo luogo da imputare a modelli organizzativi disomogenei e incoerenti inventati dalle Regioni, alla carenza di personale dovuto al blocco del turn over voluto dai governi passati, a piani di rientro che hanno lasciato invariati i contesti consociativi di spreco e che hanno forzatamente inciso solo sulla spesa per il personale a tempo indeterminato stimolando la disseminazione di forme di precariato e caporalato sui professionisti”.

“La Federazione Veterinari-Medici-Farmacisti e Dirigenti Sanitari dice si alla Sanità Pubblica – e pare che tutti i partiti di governo dicano altrettanto – ma riteniamo che la sanità pubblica necessiti di investimenti adeguati e proporzionati alle sfide che investono tutta l’Europa e che altri paesi affrontano con ben maggiori risorse. Riteniamo sbagliato che per opportunismo e miopia ci siano politici che senza proporre nulla di strategico e di nuovo continuano ad accanirsi contro la libera professione intramoenia togliendo al cittadino l’opportunità di scegliere da chi farsi curare, principio sancito dalla legge istitutiva del SSN”.

“I dirigenti del SSN dicono sì ad una collaborazione fattiva per risolvere i veri problemi della sanità e ad una riattribuzione dei processi decisionali e organizzativi sanitari ai professionisti, ad una deflazione del contenzioso medico-legale, ad una campagna educativa per una consapevole partecipazione alla spesa. I medici non ci stanno ad essere additati come colpevoli di un fallimento del SSN che, invece, è solo per la loro abnegazione che è ancora a livelli di eccellenza.

“Ricordiamo al Ministro della salute che aveva promesso di attivare un tavolo di confronto tra MEF, Salute, Regioni e Sindacati della dirigenza medica, veterinaria e sanitaria per favorire la stipula di un contratto di lavoro di 140.000 professionisti atteso da 10 anni. Infine aspettiamo, ancora, che il governo metta in atto “un piano straordinario assunzioni” che era tra i suoi punti programmatici per la sanità e di cui non si trova traccia nei provvedimenti varati fino ad oggi dal Governo Conte”.

“Tra il dire e il fare – conclude Grasselli – c’è molta differenza. Così come c’è differenza tra propaganda elettorale e politica. E le ultime elezioni hanno già dato qualche indicazione”.

 

Leggi anche:

LISTE DI ATTESA, AIOP: PROPOSTE DEL GOVERNO NON CONVINCONO

0
crisi dei pronto soccorso

Per l’Associazione, la crisi dei Pronto soccorso è il sintomo di una malattia ben più grave: il pessimo funzionamento dell’Ospedale

Nel Lazio “le responsabilità del pessimo servizio offerto ai cittadini sono da ricondurre ai vari livelli di responsabilità a iniziare dal livello nazionale”. Cosi la Segreteria regionale dell’Anaao Assomed sulle ultime vicende ispettive nei Pronto soccorso romani da parte del Ministro della Salute, Giulia Grillo. L’Associazione condivide pienamente il documento del Segretario Nazionale che ha analizzato con attenzione le cause che sono alla base della crisi dei Pronto soccorso italiani.

Per l’Anaao è impensabile che una Regione, in cui, tra l’altro, insiste la Capitale d’Italia, possa ancora resistere a 10 anni di mortificante piano di rientro con blocco quasi totale del turn-over con conseguente e consistente aumento dell’età media degli operatori sanitari e depauperamento numerico degli stessi, al sottofinanziamento del sistema, alla riduzione drammatica dei posti letto.

“Il Ministro Grillo – si legge in una nota – prima di procedere ai “blitz” nei P.S. del Policlinico e del S. Camillo e prima di dichiarare, senza alcuna cognizione di causa, il prolungamento del piano di rientro, magari a vantaggio di qualche tecnico di parte in qualità di “Commissario”, dovrebbe porsi il problema di come aiutare il Lazio e Roma ad uscire da una situazione sanitaria insostenibile”.

Per quanto riguarda le responsabilità del livello regionale, l’Anaao sottolinea come esse non siano minori.

Per l’organizzazione sindacale, in particolare, sono da ricondurre essenzialmente a incapacità ed incoerenza nella programmazione regionale e a incapacità di collocare le risorse lì dove è maggiore la domanda. Ma, soprattutto, sono sarebbero dovute all’evidente sperpero di risorse con l’accreditamento di strutture private assolutamente sganciate dalle problematiche dell’emergenza. Nel frattempo – evidenzia ancora l’Associazione – si continuano a ridurre posti letto ospedalieri. Quei letti che servirebbero all’emergenza per decongestionare i P.S. e si continua ad ignorare l’ormai ultradecennale problema della medicina del territorio e della continuità assistenziale.

“Infine- conclude la nota – non possiamo non sottolineare la colpevole incapacità dei D.G. delle Aziende Sanitarie ed in particolare degli Ospedali, nel fronteggiare situazioni di emergenza che in qualsiasi paese civile sarebbero di ordinaria amministrazione. E’ chiaro a tutti, ormai, che il cattivo funzionamento del P.S. è sintomo di una malattia ben più grave: il pessimo funzionamento dell’Ospedale. E di questo le dirigenze aziendali devono prendere coscienza e farsene carico invece di negare il problema”.

La Segreteria Regionale dell’ANAAO Assomed, nell’esprimere preoccupazione per la continua riduzione di un’offerta sanitaria adeguata ai cittadini ritiene che la via maestra per la rinascita debba assolutamente passare attraverso l’uscita dal piano di rientro e la riproposizione di una politica di investimenti in Sanità che valorizzi i giovani e gratifichi le straordinarie professionalità di cui sono ricchi Roma ed il Lazio.

 

Leggi anche:

POLICLINICO UMBERTO I, GRILLO VISITA A SORPRESA IL NOSOCOMIO ROMANO

0
mano bionica

Sperimentata in Italia una mano bionica in grado di restituire ai pazienti amputati un feedback sensoriale in tempo reale

Orientarsi nello spazio anche al buio, andare alla ricerca di un oggetto su un tavolo, percepirne consistenza, forma, posizione e dimensioni senza doverlo guardare. E’ stata sperimentata in Italia la prima mano bionica in grado di dare in tempo reale queste sensazioni ai pazienti in modo comparabile a una mano naturale, perché lo fa attraverso i nervi residui del moncherino.

I risultati di questa ricerca sono stati pubblicati sulla rivista Science Robotics. La pubblicazione giunge a coronamento di dieci anni di ricerca. Un lavoro coordinato dal professor Silvestro Micera, docente di Bioingegneria presso l’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna e presso l’Ecole Polytechnique Federale di Losanna e dal professor Paolo Maria Rossini, direttore dell’Area di Neuroscienze della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS – Università Cattolica sede di Roma. È stato fondamentale il contributo di altri prestigiosi centri di ricerca europei come le Università di Cagliari, Montpellier e Friburgo ed i successivi finanziamenti della Commissione europea, del Centro di Competenza svizzero in Robotica (NCCR Robotics), della Fondazione Bertarelli oltre che di una ricerca finalizzata del Ministero della Salute.

Le attuali protesi mioelettriche consentono agli amputati di recuperare il controllo motorio volontario del loro arto artificiale, sfruttando la funzione muscolare residua nell’avambraccio.

Tuttavia, l’eccessiva dipendenza dalla vista dovuta all’assenza di un feedback sensoriale è un problema che contribuisce alla difficoltà di sentire la mano bionica come parte integrante del proprio corpo e quindi alla mancanza di naturalezza nell’utilizzarla.

Recentemente, diversi gruppi di ricercatori sono riusciti a fornire un feedback tattile ai pazienti amputati utilizzando diversi approcci, migliorando nei pazienti sia l’utilizzo sia la sensazione di ‘appartenenza’ delle protesi al proprio corpo. Le informazioni fornite al paziente da tali protesi rimanevano però limitate: la “propriocezione”, cioè la capacità del nostro cervello di conoscere istante per istante e con esattezza la posizione nello spazio della mano e delle dita sia da fermi che durante il loro impiego, è prevalentemente assente nelle protesi sviluppate finora.

“Nel nostro studio – spiegano il professor Silvestro Micera – abbiamo dimostrato che la sostituzione sensoriale basata sulla ‘stimolazione intraneurale’ è in grado di fornire un feedback propriocettivo in tempo reale e in combinazione con un feedback tattile sensoriale. Il cervello riesce facilmente a combinare le informazioni in maniera efficace ed i pazienti riescono ad utilizzarle in tempo reale con ottime prestazioni”.

Con la stimolazione intraneurale il normale flusso di informazioni che giungono dall’esterno viene ripristinato tramite impulsi elettrici inviati da elettrodi inseriti direttamente nei nervi dell’arto superiore amputato.

Il paziente dopo un apposito training impara progressivamente a tradurre questi impulsi in sensazioni di natura tattile e/o propriocettiva. Questo approccio ha permesso a due soggetti amputati di riguadagnare un’elevata ‘acuità propriocettiva’, con risultati paragonabili a quelli ottenuti in soggetti sani. La simultanea presenza di un feedback propriocettivo e di uno tattile ha consentito ad entrambi gli amputati di discriminare le dimensioni e la forma di quattro oggetti con un importante livello di accuratezza (75,5%).

“Questi risultati dimostrano che le informazioni tattili e propriocettive fornite in contemporanea tramite la stimolazione intraneurale possono essere sfruttate simultaneamente ed efficacemente dagli amputati” commenta Edoardo D’Anna, primo autore dello studio, ricercatore presso il Politecnico di Losanna.

Questi studi aprono alla realizzazione di arti bionici in grado di dare al paziente informazioni che giungono dal mondo esterno e contemporaneamente di reagire in risposta agli stimoli ricevuti (protesi bidirezionali), e in grado di trasmettere sensazioni più ricche e comparabili a quelle percepite da un arto in carne ed ossa. I risultati ottenuti complessivamente depongono a favore di un futuro utilizzo in ambito clinico delle protesi bidirezionali.

 

Leggi anche:

MANO ROBOTICA, PRIMO IMPIANTO TRANSRADIALE PERMANENTE AL MONDO

0
cuori artificiali wireless

Al progetto ha contribuito anche l’italiano Massimo Massetti. I cuori artificiali wireless funzionano senza cavi né batterie esterne

Impiantati in Kazakistan i primi cuori artificiali wireless senza cavi né batterie esterne. Il sistema si completa di una cintura indossabile, che invia la corrente al dispositivo dentro il torace del malato.

I pazienti hanno 51 e 24 anni e soffrivano di una insufficienza cardiaca terminale. Il primo paziente, a poche settimane dall’intervento, è stato dimesso ed è ritornato ad una vita normale, anche con la possibilità di fare sport.

I risultati della sperimentazione clinica sono stati pubblicati sulla rivista americana “Journal of Heart and Lung Transplantation”.

Il dispositivo, che ha un’autonomia di circa otto ore, tra alcuni mesi dovrebbe approdare nel nostro Paese.

A questo progresso, senza precedenti al mondo per questo dispositivo, ha contribuito anche un italiano. Si tratta del professor Massimo Massetti, Ordinario di Cardiochirurgia all’Università Cattolica e direttore dell’Area Cardiovascolare della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS.

Gli interventi sono stati eseguiti nell’ambito di un progetto scientifico denominato “FIVAD” che è stato condotto con un gruppo di ricercatori internazionali. Il progetto ha seguito tutte le tappe, da quelle in vitro alla sperimentazione animale. Quindi, una volta dimostrata l’efficacia e la sicurezza dei dispositivi, sono stati realizzati gli impianti nei pazienti.

Gli interventi chirurgici sono stati realizzati in Kazakistan ad Astana in un centro di eccellenza per la cura di queste malattie.

“La tecnologia associa l’impianto di un dispositivo intratoracico di assistenza cardiocircolatoria meccanica (VAD), già in uso da anni e nel nostro arsenale terapeutico – spiega il professor Massetti – e un sistema di trasmissione trans-toracica dell’energia elettrica. Quest’ultima tecnologia denominata ‘Coplanar Energy Transfer’ (CET), è stata messa a punto di recente da una azienda israeliana (Leviticus Cardio) e consente di ricaricare il cuore nel giro di un paio d’ore in modo ‘wireless’ (senza fili), lasciando il paziente libero di muoversi. Il paziente, infatti, ricarica il cuore artificiale indossando una cintura che invia corrente alla batteria interna del dispositivo. L’alimentazione wireless riduce il rischio di infezione, vero tallone di Achille nei sistemi alimentati via cavo, e permette una migliore qualità di vita nei pazienti impiantati con questo cuore artificiale”

I prossimi passi sono quelli di continuare a verificare l’efficacia del sistema nei pazienti e di accrescere l’esperienza clinica con altri impianti. Questi verranno realizzati anche in Italia, non appena saranno completate le certificazioni necessarie con la commercializzazione del dispositivo.

“La speranza – conclude Massetti – è di arrivare a offrire presto ai nostri pazienti questa opportunità terapeutica che rappresenta un considerevole progresso nella cura dell’insufficienza cardiaca terminale refrattaria a ogni trattamento farmacologico. I pazienti che sono in lista per trapianto cardiaco o coloro che ne sono esclusi per una qualsiasi causa potranno sperare in una vita pressoché normale senza il legame del cuore artificiale con le batterie esterne e con un rischio di infezioni significativamente ridotto.”

 

Leggi anche:

MANO ROBOTICA, PRIMO IMPIANTO TRANSRADIALE PERMANENTE AL MONDO

0
controllo della spesa sanitaria

La Relazione del Presidente della Corte dei Conti evidenzia i progressi che emergono dai dati del 2017 sulle misure di controllo della spesa sanitaria

I dati del 2017 confermano il buon risultato economico delle misure di controllo della spesa sanitaria messe in campo in questi anni. È quanto si legge nella Relazione del Presidente della Corte dei conti Angelo Buscema (nella foto)sull’attività della Corte nel 2018.

“Nel Def 2013, all’avvio della precedente legislatura, la spesa sanitaria era prevista in lenta flessione in termini di prodotto per tutto l’arco programmatico. Dal 7 per cento nel 2014 al 6,7 nel 2017. Nonostante il più lento aumento del prodotto, a consuntivo la spesa si è attestata al 6,6 per cento del Pil (113,6 md in valore assoluto). Ciò si accompagna, grazie all’importante strumento rappresentato dai Piani di rientro e all’attività dei Tavoli di monitoraggio, al sostanziale equilibrio finanziario di quasi tutte le Regioni, una volta contabilizzate le entrate fiscali regionali a copertura della spesa”.

I risultati positivi sono stati raggiunti anche a fronte di una riduzione (in media il 5 per cento lo scorso anno) degli investimenti in infrastrutture e tecnologie. E di una conseguente obsolescenza delle apparecchiature a disposizione delle strutture pubbliche e accreditate.

Significativi i progressi nella gestione: dalla revisione dei LEA alla predisposizione del Piano nazionale cronicità e di quello per la prevenzione vaccinale, dal riordino del sistema di assistenza ospedaliera ai Piani di rientro per gli ospedali e aziende sanitarie, dalla normativa in tema di responsabilità professionale alle misure per la sicurezza alimentare.

Rimangono, tuttavia, aperti diversi fronti.

Dalla governance farmaceutica, per la quale si tratta di rivedere gli strumenti a disposizione per garantire la sostenibilità della spesa a partire dal payback e dalla negoziazione del prezzo dei farmaci, alle procedure di approvazione dei nuovi farmaci da velocizzare; lo sblocco del turnover, per garantire il necessario livello di qualità del servizio; le modalità di compartecipazioni alla spesa: nella specialistica ambulatoriale, stenta, ad esempio, a trovare risposta il problema delle liste d’attesa che, insieme a tariffe e ticket disincentivanti, porta alla diminuzione dei volumi coperti dal servizio pubblico; (ad oggi, il 95 per cento della spesa ospedaliera è coperta dal pubblico, ma solo il 60 per cento della spesa per prestazioni ambulatoriali e il 46 per cento della riabilitazione ambulatoriale).

Nonostante i progressi – si legge nel documento – persistono aree di ritardi e inefficienze. Se la diminuzione dei ricoveri (scesi a 8,7 ml nel 2016, con una riduzione dell’11,7 dal 2013) interessa soprattutto quelli a bassa complessità, permettendo di migliorare l’appropriatezza nell’uso delle strutture ospedaliere, la riduzione nell’indicatore di utilizzo dei posti letto segnala, in molti casi, la permanenza di oneri. Al contempo, non sembra si sia riusciti a offrire una risposta adeguata all’integrazione tra assistenza sociale e sanitaria, per poter affrontare al meglio la questione dell’insufficienza dell’assistenza domiciliare e dei bisogni di una popolazione sempre più longeva. Permangono infine forti differenziali Nord-Sud nella qualità e nella disponibilità dei servizi, testimoniati dai più accentuati casi di rinuncia alle cure e dalla crescente incidenza della mobilità sanitaria dal Sud.

 

Leggi anche:

COMPARTECIPAZIONE ALLA SPESA SANITARIA 2017, IL REPORT DI GIMBE

0
insulina

In sperimentazione per i diabetici una capsula in grado di liberare insulina nello stomaco con dei micro aghi lungo il tubo digerente

Una pillola capace di veicolare micro aghi lungo il tubo digerente per somministrare i farmaci direttamente nello stomaco, senza necessità di iniezioni. I primi a poterne beneficiare potrebbero essere i malati di diabete, per i quali è già in sperimentazione un dispositivo pensato per liberare insulina.

La novità arriva dagli Stati Uniti. Si chiama ‘Soma’ e tra gli ideatori e sviluppatori figura anche l’italiano Carlo Giovanni Traverso.

La capsula contiene un minuscolo ago ‘caricato’ con 0,3 milligrammi di insulina umana ed è capace di auto orientarsi. Indipendentemente da come ‘atterra’ nello stomaco, è in grado di indirizzarsi alla parete dell’organo dove praticherà la sua iniezione.

I test sugli animali hanno dato esito positivo.

La capsula, sottolineano gli studiosi, “è stata in grado di rilasciare abbastanza insulina da abbassare lo zucchero nel sangue fino a livelli paragonabili a quelli ottenuti con le tradizionali iniezioni cutanee”.

La punta dell’ago, agganciato alla capsula con una molla tenuta in posizione da un disco zuccherino, è costituita quasi al 100% da insulina liofilizzata. L’asta dell’ago, ossia la parte che non punge lo stomaco, è fatta di materiale biodegradabile.

Una volta che Soma viene ingerita e arriva a destinazione, l’acqua con cui entra in contatto scioglie tutte le componenti inutili. L’unica a rimanere è il micro-ago all’insulina, che si infilerà nella parete gastrica dove farà il suo lavoro senza poter più viaggiare liberamente.

Poiché la parete dello stomaco è priva di recettori del dolore, secondo gli scienziati, le ‘iniezioni ingoiabili’ non dovrebbero produrre fastidio.

Quanto all’efficacia e alla sicurezza, tuttavia, serviranno ulteriori ricerche per capire gli effetti cronici di punture gastriche quotidiane.

L’obiettivo degli ideatori, in ogni caso,  non è fermarsi all’insulina. I ricercatori hanno infatti dimostrato che ‘Soma’ può essere adattata per trasportare anche altri farmaci proteici. La speranza quindi è di poter aiutare non solo i diabetici, ma chiunque richieda terapie oggi somministrabili esclusivamente con iniezioni o infusioni. “Il nostro scopo – afferma Traverso – è facilitare l’assunzione di farmaci da parte dei pazienti, in particolare dei medicinali che richiedono un’iniezione. Il più classico è l’insulina, ma ce ne sono molti altri”.

 

Leggi anche:

CANCRO DEL SENO, IL RUOLO DELLA FLORA BATTERICA DEL TESSUTO MAMMARIO

LE ULTIME NEWS

carico

0
Addetto al trasporto e al carico scarico di pacchi della corrispondenza, è stato risarcito dalla società datrice di lavoro per il danno conseguente alle...