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Non sono trasmissibili agli eredi le sanzioni pecuniarie derivanti da violazioni amministrative, le quali si estinguono con la morte del trasgressore

I ricorrenti per cassazione erano gli eredi dell’originaria parte in causa contro il Comune di Roma Capitale. La vicenda riguardava la sanzione per un illecito amministrativo.

In particolare, quest’ultimo non avrebbe adempiuto al pagamento dei canoni ICI relativi ad un proprio terreno ritenuto edificabile.

Cosicché il comune capitolino aveva emesso due avvisi di accertamento per il recupero dell’imposta citata.

Ma per gli eredi, tale accertamento era illegittimo dal momento che il proprio terreno non poteva considerarsi edificabile per il sol fatto di esser stato inserito come tale, nel Piano Regolatore Generale della città di Roma, senza l’approvazione di un piano particolareggiato. E pertanto ricorrevano dapprima davanti al Tar e successivamente al Consiglio di Stato.

Ma in entrambi i giudizi il ricorso è stato respinto. Non restava dunque, che affidarsi ai giudici di legittimità.

La pronuncia della Cassazione

Ed invero, la Cassazione ha ritenuto fondata la censura relativa all’illegittimità delle sanzioni amministrative applicate.

È stato già affermato che le sanzioni amministrative previste per la violazione delle norme tributarie hanno carattere afflittivo, onde devono inquadrarsi nella categoria dell’illecito amministrativo di natura punitiva, disciplinato dalla l. 24 novembre 1981 n. 689, essendo commisurate alla gravità della violazione ed alla personalità del trasgressore, con la conseguenza che ad esse si applica il principio generale sancito dall’art. 7 della legge n. 689 appena citata, secondo cui l’obbligazione di pagare la somma dovuta per la violazione non si trasmette agli eredi.

Il principio della intrasmissibilità delle sanzioni amministrative, comminate per la violazione della legge tributaria, agli eredi del de cuius, è principio che si ricava direttamente dalla legge.

Gli artt. 3 e 15 della L. 7 gennaio 1929, n. 4 esplicitamente considerano la pena pecuniaria nascente dalla violazione, per cui l’obbligazione per il pagamento della pena pecuniaria sorge al momento della violazione stessa ed il successivo provvedimento di irrogazione, non un provvedimento costitutivo, ma un semplice provvedimento di liquidazione di un’obbligazione già sorta, con valore dichiarativo (Cassazione 30 novembre 1985, dec. n. 5980).

Ne deriva che l’applicazione della sanzione pecuniaria così disposta non può che essere diretta nei soli confronti dell’autore della violazione medesima, “salvo diversa disposizione di legge”.

Si tratta in altre parole, di un principio generale che può essere derogato soltanto da una contraria ed espressa previsione normativa. (Commissione Tributaria di Monza, 14 aprile 1994 Numero 1130).

La redazione giuridica

 

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riscossione

La questione di diritto oggetto della controversia in esame non è nuova alla giurisprudenza della Cassazione. Si tratta della possibilità per i Comuni di recuperare le somme dovute a titolo di sanzione amministrativa per violazione delle norme del codice della strada, attraverso la procedura di riscossione coattiva tramite ingiunzione, anche affidando il relativo servizio ai concessionari

Tale sistema di riscossione è previsto dal R.D. n. 639 del 1910.

La vicenda

Nel 2015 il Tribunale di Parma aveva rigettato l’appello proposto da un cittadino multato e già condannato dal Giudice di pace della stessa sede, al pagamento della somma di denaro prevista per una infrazione al codice della strada.

Il comune si era avvalso, per la riscossione, della procedura di ingiunzione coattiva di cui all’art. 2 del citato R.D. n. 639 del 1910, tramite concessionaria.

Ma è possibile delegare la riscossione di somme derivanti da sanzioni per violazioni del Codice della Strada ad agenzie concessionarie?

Secondo il ricorrente la risposta non poteva che essere negativa, ritenendo che tale delega fosse consentita solo per la riscossione dei tributi locali, tra i quali certamente non rientrano le sanzioni amministrative.

La questione è stata perciò rimessa ai giudici della Cassazione, che hanno dapprima cercato di ricostruire il quadro normativo esistente in materia.

Già in passato, con diverse pronunce, i giudici della Cassazione avevano affermato che “ai fini del recupero delle somme dovute a titolo di sanzione amministrativa per violazione delle norme del codice della strada, i Comuni possono avvalersi della procedura di riscossione coattiva tramite ingiunzione, di cui al R.D. n. 639 del 1910, anche affidando il relativo servizio ai concessionari iscritti all’albo di cui al D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 53, essendo tale affidamento consentito dal D.L. n. 209 del 2002, art. 4, comma 2 sexies, del quale non è mai intervenuta abrogazione” (cfr. Sez. 2 -, Ordinanza n. 22710 del 28/09/2017; Sez. 2, Sentenza n. 26736 de113/11/2017 e, da ultima Sez. 2 Sentenza n. 24722 dell’8/10/2018).

Il quadro normativo

Dal punto di vista normativo vale la pena ricordare il D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, art. 52, comma 6, che ha sostanzialmente previsto la possibilità per i Comuni di avvalersi, per la riscossione dei tributi e delle altre entrate, della procedura di riscossione coattiva tramite ingiunzione e dunque della possibilità di affidare ad altri soggetti la riscossione dei tributi e di tutte le altre entrate (l’art. 52, comma 5, individua tali soggetti), a cui ha fatto seguito il citato dal D.L. n. 209 del 2002.

È poi intervenuto il decreto legge n. 248/2007 art. 36 comma 2, che ha confermato la possibilità per tutti gli enti locali di continuare ad avvalersi della procedura di ingiunzione citata tramite concessionari per la riscossione coattiva dei tributi.

Dopo varie peripezie legislative e tentativi di abrogazione mai riusciti, può dirsi tuttora valido e in vigore tale meccanismo.

Pertanto, tirando le fila di questo complicato percorso ricostruttivo, deve ritenersi corretta – affermano i giudici della Suprema Corte – la decisione impugnata che ha previsto la legittimazione dell’ente locale di servirsi di società concessionarie per la riscossione delle sanzioni amministrative derivanti da violazione al codice della strada.

Per tali motivi, il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese di giudizio.

La redazione giuridica

 

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sanzioni amministrative

L’estinzione della fattispecie penale non determina l’estinzione anche delle pene accessorie, quali le sanzioni amministrative

Nella sentenza oggetto di questa mia breve disamina (n° 141/2018) affronteremo il reato contravvenzionale previsto dall’articolo 186 co. 2 lett. c) e co. 2 bis del Codice della Strada, soffermandoci in particolare sulle sanzioni amministrative accessorie applicabili all’imputato.

Dunque, nel caso di specie, Tizio, imputato del sopra citato reato, all’esito della celebrazione del processo penale a suo carico, definito con rito alternativo della messa alla prova, veniva prosciolto in ragione del positivo risultato conseguito dall’imputazione a lui ascritta in rubrica.

Orbene, il Procuratore Generale presso la Corte di Appello proponeva Ricorso per Cassazione eccependo, con un unico motivo di gravame, in particolare, l’omessa trasmissione del carteggio processuale alla Prefettura per l’applicazione all’imputato della sanzione amministrativa accessoria.

La decisione

Ebbene, gli Ermellini hanno accolto la doglianza della Procura Generale, argomentando, invero, che l’estinzione della fattispecie penale non determina l’estinzione anche delle pene accessorie, di natura amministrativa, che in quanto tali prescindono dal processo penale.

In particolare, la normativa dettata sul punto dal Legislatore, prevede che le sentenze ed i decreti, senza distinzione tra provvedimenti giurisdizionali di condanna o di assoluzione, una volta divenuti esecutivi, siano trasmessi a cura della Cancelleria, entro il termine di quindici giorni, alla Prefettura affinché adotti le correlative sanzioni accessorie nei confronti dell’imputato.

In ragione di ciò ed in accoglimento dunque del Ricorso per Cassazione proposto nei termini di Legge dal Procuratore Generale presso la Corte di Appello, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente all’omessa trasmissione degli atti al Prefetto territorialmente competente, trasmissione che peraltro veniva disposta nel dispositivo.

Avv. Aldo Antonio Montella

(Foro di Napoli)

 

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affissione di manifesti

In tema di sanzioni amministrative ex art. 24 d.lgs. n. 507/1993, l’affissione di manifesti e messaggi pubblicitari – anche relativi all’attività svolta da un’organizzazione sindacale – privi della «prescritta autorizzazione» comporta «la responsabilità solidale della persona giuridica

Il Comune di Frosinone aveva proposto appello, contro la sentenza del Giudice di Pace della stessa città con la quale, in accoglimento dell’opposizione proposta da una associazione sindacale, aveva annullato l’ordinanza di ingiunzione per il pagamento di Euro 5.333,60 (di cui Euro 418,60 quale sanzione amministrativa pecuniaria) a fronte della violazione del D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 24, comma 2 e del Regolamento comunale di pubblicità. L’associazione era infatti, stata ritenuta responsabile della condotta legalmente vietata, consistita nell’affissione di un manifesto relativo ad uno sciopero da essa organizzata ma privo della necessaria autorizzazione.

Ed, invero, quest’ultima si era opposta al ricorso, adducendo la propria estraneità dai fatti, posto che essa non si identificava col soggetto che materialmente aveva proceduto alla affissione.

L’art. 24 del d.lgs. n. 507/1993 sancisce che “Il comune è tenuto a vigilare sulla corretta osservanza delle disposizioni legislative e regolamentari riguardanti l’effettuazione della pubblicità. Alle violazioni di dette disposizioni conseguono sanzioni amministrative per la cui applicazione si osservano le norme contenute nelle sezioni I e II del capo I della legge 24 novembre 1981, n. 689, o, per le violazioni delle norme tributarie, quelle sulla disciplina generale delle relative sanzioni amministrative , salvo quanto previsto nei successivi commi”.

Ebbene, il Tribunale di Frosinone, con propria sentenza, in qualità di giudice di secondo grado, aveva accolto l’appello del comune precisando che «l’identificazione dell’autore materiale della violazione non costituisce requisito di legittimità dell’ordinanza di ingiunzione, essendo sufficiente per configurare la responsabilità solidale dell’associazione sindacale che la stessa si fosse avvalsa della pubblicità di cui si dice».

La controversia proseguiva davanti ai giudici della Cassazione.

La decisione

In via preliminare, i giudici Ermellini richiamano il principio di diritto più volte affermato dalla stessa giurisprudenza di legittimità, secondo cui: in tema di sanzioni amministrative, emesse, del D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507, ex art. 24, per affissione di manifesti contenenti messaggi pubblicitari senza la prescritta autorizzazione, deve ritenersi che la responsabilità solidale della persona giuridica, o dell’ente privo di personalità giuridica, nel caso di violazione commessa dal rappresentante o al dipendente degli enti medesimi, nell’esercizio delle proprie funzioni o incombenze – consentano di includere nell’ambito applicativo della norma non soltanto i soggetti legati alla persona giuridica o all’ente da un formale rapporto organico ovvero da un rapporto di lavoro subordinato, ma anche tutti i casi in cui i rapporti siano caratterizzati in termini di affidamento (inteso come materiale consegna all’autore della violazione del materiale pubblicitario) o di avvalimento (inteso come attività di cui il committente si giova) a condizione che l’attività pubblicitaria sia comprovatamente riconducibile all’iniziativa del beneficiario quale committente o autore del messaggio pubblicitario o che sia documentato il rapporto tra autore della trasgressione e opponente, restando, comunque, escluso che il beneficiario del messaggio pubblicitario sia solidalmente responsabile della violazione per il solo fatto di averne potuto trarre giovamento. (cfr. Cass. n. 13770 del 2009).

Se quanto affermato è vero (così com’è) non restava che verificare, nella fattispecie in esame, se il Tribunale avesse accertato che l’attività pubblicitaria fosse comprovatamente riconducibile all’iniziativa del beneficiario.

Ed invero, il giudice di merito, con valutazione, non sindacabile nel giudizio di cassazione, aveva verificato che l’attività pubblicitaria fosse, comunque, riconducibile all’associazione sindacale.

In effetti, è pacifico tra le parti, che quest’ultima fosse stata promotrice dello sciopero cui si riferiva il manifesto per cui è causa.

Trattasi di indizi che convergono tutti nel senso della riferibilità al sindacato dell’attività sanzionata nell’ordinanza ingiunzione opposta e nell’esistenza di un rapporto di affidamento e/o avvalimento tra quest’ultimo e la persona fisica che aveva proceduto alla materiale affissione del manifesto.

Per tali ragioni, il ricorso non poteva essere accolto.

Sabrina Caporale

 

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Pagamenti in contanti, che cosa si rischia oltre il limite di legge?

Ecco quali sanzioni rischia chi decide di effettuare e ricevere pagamenti in contanti oltre il limite di legge di 3.000,00 euro

Che cosa rischia chi effettua o riceve pagamenti in contanti oltre il limite consentito dalla legge di 3.000,00 euro?

Il decreto legislativo n. 231 del 2007, nato con lo scopo di combattere l’evasione fiscale e il riciclaggio di denaro sporco, prevede dei limiti per quel che concerne i pagamenti in contanti.

In particolare, la disposizione contenuta all’art. 49 del decreto citato, sancisce che è possibile utilizzare il contante liberamente solo per i pagamenti in contanti fino ad Euro 2.999,99.

È però obbligatorio, dai tremila euro in su, ricorrere a strumenti di pagamento che consentano di tracciare lo spostamento delle somme di denaro coinvolte, utilizzando assegni e bonifici bancari.

La norma, infatti, prevede il divieto assoluto di trasferimento del denaro, indipendentemente dal titolo, laddove il valore oggetto di trasferimento sia complessivamente pari o superiore a 3.000,00 euro.

Ma quali sono le sanzioni previste per chi effettua o riceve pagamenti in contanti contravvenendo agli obblighi di legge?

Prima di tutto bisogna specificare che non si tratta di sanzioni di carattere penale, ma di natura amministrativa.

Queste potranno essere irrogate in percentuale variabile dall’1% al 40%, calcolato sull’importo della somma trasferita.

In merito invece ai destinatari delle sanzioni, la norma di legge è piuttosto generica.

Sembra comunque lecito che queste andranno a colpire sia chi paga sia chi riceve pagamenti in contanti per somme superiori ai tremila euro.

Altro punto critico è quello che riguarda l’accertamento di tali operazioni.

L’unica possibilità potrebbe infatti essere quella di scoprire le infrazioni nei casi in cui le parti abbiano sottoscritto una documentazione – ad esempio, una quietanza di pagamento – che attesti lo scambio di somme al di sopra della soglia prevista dalla legge.

 

 

 

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guida senza patente

Con il Decreto Legislativo n° 8 del 2016, in vigore a decorrere dal 6 febbraio 2016, il reato contravvenzionale p. e p. dall’art. 116 co. 15 del Codice della Strada è stato depenalizzato, con conseguente derubricazione del medesimo in illecito amministrativo.

Ratio del Legislatore è stata, dunque, quella di “colpire le tasche” di quelle persone che si pongono alla guida di veicoli, senza aver mai conseguito la relativa patente ovvero aver patito la revoca della stessa.

Le sanzioni amministrative che saranno irrogate nei confronti di questi soggetti sono piuttosto salate e variano da un minimo di 5.000,00 euro fino ad un massimo di 30.000,00 euro, con possibilità di riduzioni.

Ma la nuova Legge funzionerà? Ovvero, il Legislatore perseguirà il suo intento?

Naturalmente, è ancora troppo presto per rispondere a tale quesito ed è per tale motivo, dunque, che mediante questa breve disamina intendo fornire il mio umile punto di vista, squisitamente pratico, ossia quello di un Avvocato penalista che trascorre le sue giornate tra aule di udienza e cancellerie – esclusivamente penali – e studio professionale.

Orbene, facciamo un passo indietro e, precisamente, ad una qualsiasi data anteriore al 6 febbraio 2016.

Tizio, alla guida di un’autovettura, viene fermato dalla Polizia Stradale e gli agenti, nell’occasione, accertano che il conducente è sprovvisto della relativa patente di guida, poiché mai conseguita.

Pertanto, Tizio viene denunciato in stato di libertà e nei suoi confronti si instaura un procedimento penale, per la fattispecie di reato p. e p. dall’art. 116 co. 15 del C.d.S..

Il procedimento penale diviene, poi, un processo penale pendente dinanzi al Tribunale in composizione Monocratica e Tizio viene condannato.

Naturalmente, per mera economia nei confronti di chi mi leggerà, non indicherò in questa sede le eventuali ipotesi che avrebbero determinato l’assoluzione di Tizio.

Ebbene, da Avvocato penalista che ha più volte “difeso Tizio” ovvero che ha assistito a processi penali “contro Tizio”, ho constatato che il Magistrato Giudicante ha – nella stragrande maggioranza delle ipotesi – sempre disposto nei confronti del conducente il beneficio della pena sospesa (definita quale c.d. “ruota di scorta” che ognuno di noi ha e che ci consente di non espiare la sanzione penale, solo se inferiore ad anni 2 di reclusione).

Ergo, Tizio, postosi alla guida di un veicolo senza la correlativa patente, non sconterà alcuna sanzione, ma si macchierà la c.d. “fedina penale”, risultando annotato sul proprio casellario giudiziario un precedente penale.

Orbene, illustrato ciò, torniamo ora al presente.

Nella medesima situazione Tizio non patirà alcun procedimento/processo penale a suo carico, ma sarà condannato alla sanzione amministrativa nei limiti e nei termini di cui sopra.

Ebbene, occorre a mio avviso domandarsi ciò: quale categoria di persone, in genere, si pone alla guida senza la prescritta patente di guida?

Per mia, seppur breve, esperienza personale gli svariati “Tizio” della situazione sono persone che, purtroppo, non hanno neppure i soldi per pagare alla motorizzazione civile le tasse necessarie per conseguire la patente!

Alla luce sempre della mia breve esperienza da penalista, ho notato che chi consuma questo illecito (prima penale, ora amministrativo) è semplicemente un povero soggetto, che fa sacrifici che solo lui può comprendere, e che utilizza l’auto, consapevole di trovarsi in una situazione di torto, perché magari gli occorre per lavorare e, quindi, per soddisfare le proprie esigenze di vita quotidiana.

Con questo non intendo dire che Tizio vada premiato ovvero non vada punito, altrimenti, con l’attuale situazione di forte crisi che la Penisola sta attraversando, tutti violerebbero la Legge.

Ritengo solo che prima del 6 febbraio 2016 Tizio “avrebbe contato fino a 10” prima di mettersi alla guida, per paura di “sporcarsi la fedina penale”.

Oggi, a mio avviso, Tizio non conta neppure fino ad 1 perché è pienamente consapevole che non avendo alcun reddito, lo Stato potrà anche irrogargli la pena massima di 30.000,00 euro, lui non la potrà mai pagare!

Ergo, la sua “tasca” non sarà punita e l’intento del Legislatore non sarà realizzato.

Naturalmente, questo è il mio punto di vista, prettamente pratico ed esposto alla luce di quella che è la mia esperienza da penalista.

Occorrerà verificare, pertanto, nel corso del tempo se l’obiettivo del Legislatore è stato o meno perseguito.

                                            Avv. Aldo Antonio Montella
                                               (Foro di Napoli)

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