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sentenza

Nel contrasto tra due dispositivi, prevale quello portato a conoscenza delle parti mediante lettura in udienza, potendosi ravvisare nullità solo nel caso di insanabile contrasto tra il dispositivo e la motivazione della sentenza

La vicenda

La vicenda trae origine da una causa di lavoro. L’azione era stata intrapresa dal dipendente di una società operante nel settore dell’acciaio, dinanzi al Tribunale di Parma, al fine di vedere accertata la risoluzione del rapporto di lavoro, per aver rassegnato le proprie dimissioni per giusta causa, nel rispetto del patto di non concorrenza. Aveva perciò, chiesto la condanna della società al pagamento della somma di Euro 16.750,89 quale corrispettivo per detta pattuizione.
Ma quest’ultima, costituitasi in giudizio, domandava in via riconvenzionale, la condanna del predetto, al pagamento della penale contrattualmente prevista. E il giudice di primo grado l’accoglieva, respingendo il ricorso principale.
Senonché, in appello, la corte territoriale riformava la decisione, condannando la società datrice di lavoro al pagamento della somma di 14.000 euro, nonché alla rifusione delle spese del grado di giudizio, liquidate in 1.900 euro.
Ebbene proprio su quest’ultimo punto si sono pronunciati i giudici della Cassazione.
Il ricorrente, prospettava un insanabile contrasto fra il dispositivo letto in udienza e quello riprodotto in sentenza tale da rendere nulla la sentenza impugnata.
Ed invero, il dispositivo della sentenza di appello letto in udienza, con riferimento alla regolazione delle spese, prevedeva la condanna della società soccombente alla rifusione delle spese di lite del doppio grado “liquidate in complessivi Euro 4.000,00…quanto al primo grado ed in complessivi Euro 2.000,00…” quanto al giudizio di gravame; nella motivazione della sentenza impugnata era stata invece, disposta la condanna della stessa società al pagamento delle spese del grado di appello, liquidate nella misura di Euro 1.900,00, condanna riproposta nel dispositivo apposto in calce alla motivazione.

Ma per i giudici della Cassazione il motivo era infondato.

Secondo l’insegnamento costante della Suprema Corte, in tema di processo del lavoro, il dispositivo letto in udienza e depositato in cancelleria ha una rilevanza autonoma poiché racchiude gli elementi del comando giudiziale che non possono essere mutati in sede di redazione della motivazione e non è suscettibile di interpretazione per mezzo della motivazione medesima, sicché le proposizioni contenute in quest’ultima e contrastanti col dispositivo devono considerarsi come non apposte e non sono suscettibili di passare in giudicato od arrecare un pregiudizio giuridicamente apprezzabile.
Nel contrasto tra i due dispositivi, prevale, quindi, quello portato a conoscenza delle parti mediante lettura in udienza, potendosi ravvisare nullità solo nel caso di insanabile contrasto tra il dispositivo letto in udienza e la motivazione della sentenza, laddove, ove la motivazione sia coerente con il dispositivo letto in udienza, quello difforme trascritto in calce alla sentenza è emendabile con la procedura di correzione degli errori materiali (vedi Cass. 12/5/2008, n. 11668; Cass. 9/8/2013, n. 19103).
Nel caso in esame, non era ravvisabile la nullità della sentenza d’appello, posto che non vi era “un insanabile contrasto fra il dispositivo letto in udienza e la motivazione della sentenza impugnata, essendo chiara, in tale contesto, l’applicazione del principio di soccombenza quale corollario della riforma della sentenza di primo grado da parte della Corte di merito, per l’effetto di una diversa valutazione delle risultanze istruttorie acquisite”.
Si trattava piuttosto, di una mera ipotesi di divergenza quantitativa, in senso lato, fra le statuizioni di condanna previste nei due dispositivi, facilmente emendabile mediante il ricorso al procedimento di correzione di errore materiale.
Per tali motivi, il ricorso è stato respinto!

La redazione giuridica

 
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termine

Le Sezioni Unite Civili della Cassazione, con la sentenza in commento (n. 6278/2019), hanno ricomposto il contrasto giurisprudenziale esistente in materia di decorrenza del termine breve per impugnare. Stessa decorrenza o tempi diversi per la parte notificante e per il destinatario della notifica?

La vicenda

Il ricorrente aveva denunciato con ricorso per Cassazione la nullità della sentenza impugnata, per avere la corte territoriale ritenuto che il termine breve per l’impugnazione decorresse per la parte notificante dal momento del perfezionamento della notifica nei confronti del destinatario, piuttosto che dal momento della consegna della copia della sentenza, all’ufficiale giudiziario notificatore.

Tale conclusione -sarebbe in evidente contrasto sia col principio per cui il termine suddetto decorre dal momento in cui si ha conoscenza legale del provvedimento da impugnare, sial col principio fissato dall’art. 149 c.p.c., secondo cui la notifica si perfeziona per il notificante con la consegna del plico all’ufficiale giudiziario.

I giudici della Cassazione cui è stata rimessa la soluzione al quesito giuridico non hanno potuto sottrarsi dal rilevare l’esistenza di un contrasto giurisprudenziale in materia.

Due sarebbero gli orientamenti contrapposti.

Secondo una prima interpretazione, di cui è espressione la sentenza n. 883/2014, il dies a quo del termine breve andrebbe individuato nel momento in cui il notificante consegna all’ufficiale giudiziario la sentenza o l’atto di impugnazione da notificare, essendo detta consegna un fatto idoneo a provare in modo certo, e con data certa, la conoscenza della sentenza da parte dell’impugnante, in applicazione analogica del principio di cui all’art. 2704, primo comma, ultimo periodo, c.c.

Un secondo orientamento, nel quale si iscrive la sentenza n. 9258 del 201,  afferma invece, che la bilateralità degli effetti della notifica della sentenza per il notificante e per il destinatario implica contestualità degli effetti e, quindi, decorrenza del termine breve dalla medesima data.

Per i giudici della Cassazione, i due orientamenti sono insuscettibili di essere ricondotti ad unità e, in linea di principio, entrambi sostenibili.

Ed invero, il riferimento alla “notificazione” contenuto nell’art. 326 c.p.c. ai fini della decorrenza del termine breve per impugnare, potrebbe essere correlato tanto al principio della “presunzione di conoscenza” della sentenza, che incombe su tutte le parti coinvolte nel procedimento di notifica, quanto al principio, di creazione dottrinale, dell’effetto bilaterale della notifica che presuppone, invece, il completamento del procedimento di notificazione.

Così il caso è stato rimesso alle Sezioni Unite, al fine di verificare quale dei due principi (quello della “presunzione di conoscenza” della sentenza da impugnare o quello della “bilateralità sincronica” degli effetti della notificazione della sentenza) garantisca meglio coerenza e razionalità del sistema normativo.

Il quesito giuridico

Il quesito giuridico sottoposto al Supremo Collegio è il seguente: se in tema di notificazione della sentenza ai sensi dell’art. 326 c.p.c., il termine di impugnazione di cui al precedente art. 325 c.p.c. decorra, per il notificante, dalla data di consegna della sentenza all’ufficiale giudiziario ovvero dalla data di perfezionamento della notifica nei confronti del destinatario.

Ebbene, le Sezioni Unite dopo aver compiuto una attenta disamina dell’attuale configurazione codicistica del termine c.d. “breve” per impugnare, hanno affermato il seguente principio di diritto: “In tema di notificazione della sentenza ai sensi dell’art. 326 c.p.c., il termine breve di impugnazione di cui al precedente art. 325 c.p.c., decorre anche per il notificante dalla data in cui la notifica viene eseguita nei confronti del destinatario, in quanto gli effetti del procedimento notificatorio, quale la decorrenza del termine predetto, vanno unitariamente ricollegati al suo perfezionamento e, proprio perché interni al rapporto processuale, sono necessariamente comuni ai soggetti che ne sono parti ”.

La ragione è semplice, ma non scontata. La decorrenza del termine breve non è correlata alla conoscenza legale della sentenza, già esistente per il mero fatto della sua pubblicazione, né alla conoscenza effettiva della stessa, quale può essere derivata dalla comunicazione della sentenza dalla parte o dalla notificazione della sentenza ai fini esecutivi nei modi stabiliti dall’art. 479 c.p.c.; essa, deve essere piuttosto ricondotta (ed è la stessa legge a farlo !) al sollecito, indirizzato da una parte all’altra, al fine di ottenere una decisione rapida cioè entro il termine breve previsto dalla legge, in ordine all’eventuale esercizio del potere di impugnazione.

Tale sollecito non può che essere veicolato per il solo tramite del paradigma procedimentale tipico previsto dalla legge: la notificazione della sentenza al “procuratore costituito” ai sensi degli artt. 285, 326, 170 c.p.c. (Cass. Sez. Un. n. 12989/2011).

Una diversificazione del termine per impugnare non sarebbe sostenibile per le ragioni che seguono.

Innanzitutto è lo stesso tenore letterale della norma (art. 326, primo comma c.p.c.) che collega la decorrenza del termine breve di impugnazione alla «notificazione della sentenza» ossia all’evento della notificazione considerato oggettivamente, senza distinguere tra la posizione del notificante e quella del destinatario della notifica.

L’assunto, trova poi, ulteriore conferma nella sentenza n. 477/2002 pronunciata dai giudici della Corte costituzionale.

In tale occasione, il Giudice delle leggi ha palesemente ritenuto irragionevole, oltre che lesiva del diritto di difesa, l’esposizione del notificante incolpevole, al rischio di decadenze per gli eventuali ritardi dell’ufficiale giudiziario o per i possibili disservizi postali. Perciò ha escluso che un effetto di decadenza possa discendere per il notificante dal ritardo nel compimento di un ‘attività riferibile a soggetti da lui diversi e quindi del tutto estranea alla sua sfera di disponibilità.

Nella stessa sentenza è stato altresì affermato il principio secondo cui gli effetti della notificazione a mezzo posta (ma oggi estendibile a qualsiasi tipo di notificazione, art. 149 c.p.c.) devono essere ricollegati per quanto riguarda il notificante, al compimento delle sole attività a lui direttamente imposte dalla legge, ossia alla consegna dell’atto da notificare all’ufficiale giudiziario; restando fermo, per il destinatario, il principio del perfezionamento della notificazione solo alla data di ricezione dell’atto, attestata dall’avviso di ricevimento, con conseguente decorrenza solo da quella data di qualsiasi termine imposto al destinatario medesimo.

In terzo luogo l’argomento delle Sezioni Unite trova ragione nella stessa funzione della notificazione del provvedimento da impugnare.

La notificazione della sentenza serve, infatti, al notificante non per evitare decadenze processuali, ma per abbreviare il tempo della formazione del giudicato. Detto in altri termini, il perfezionamento della notifica rileva non già per verificare il rispetto di un termine perentorio pendente, ma per far decorrere un termine dapprima inesistente.

E allora se si facesse operare il principio della scissione soggettiva degli effetti della notificazione ai fini della decorrenza del termine breve per impugnare, la parte notificante non solo non ne trarrebbe un effetto favorevole (nel senso che non eviterebbe alcuna decadenza), ma – addirittura – ne subirebbe un pregiudizio, perché per essa il termine breve decorrerebbe e, di riflesso, maturerebbe prima rispetto a quanto in proposito previsto per il destinatario della notifica.

La tutela del sistema delle impugnazioni

Pare evidente allora, l’impostazione di principio delle Sezioni Unite che è ispirata innanzitutto all’esigenza di salvaguardare la razionalità del sistema delle impugnazioni.

È evidente che una diversificazione della decorrenza del termine breve per impugnare, tra notificante e destinatario della notificazione della sentenza, condurrebbe ad un assetto irrazionale dell’intero sistema.

L’unicità del decorso del termine di impugnazione tutela invece, l’equilibrio e la parità processuale fra le parti, e garantisce, inoltre, la certezza dei rapporti giuridici, in quanto il giudicato si forma contemporaneamente nei confronti di tutte le parti.

Al contrario, la diversità del decorso del termine di impugnazione determinerebbe una sorta di disparità di trattamento nei confronti del notificante. Infatti, il notificante – ove parzialmente soccombente – vedrebbe decorrere il proprio termine breve per impugnare prima della decorrenza del medesimo termine per il destinatario della notifica e prima ancora di avere la possibilità di verificare se tale notifica si sia perfezionata.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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termine

Le Sezioni Unite Civili della Cassazione, con la sentenza in commento (n. 6278/2019), hanno ricomposto il contrasto giurisprudenziale esistente in materia di decorrenza del termine breve per impugnare. Stessa decorrenza o tempi diversi per la parte notificante e per il destinatario della notifica?

La vicenda

Il ricorrente aveva denunciato con ricorso per Cassazione la nullità della sentenza impugnata, per avere la corte territoriale ritenuto che il termine breve per l’impugnazione decorresse per la parte notificante dal momento del perfezionamento della notifica nei confronti del destinatario, piuttosto che dal momento della consegna della copia della sentenza, all’ufficiale giudiziario notificatore.
Tale conclusione -sarebbe in evidente contrasto sia col principio per cui il termine suddetto decorre dal momento in cui si ha conoscenza legale del provvedimento da impugnare, sial col principio fissato dall’art. 149 c.p.c., secondo cui la notifica si perfeziona per il notificante con la consegna del plico all’ufficiale giudiziario.
I giudici della Cassazione cui è stata rimessa la soluzione al quesito giuridico non hanno potuto sottrarsi dal rilevare l’esistenza di un contrasto giurisprudenziale in materia.

Due sarebbero gli orientamenti contrapposti.

Secondo una prima interpretazione, di cui è espressione la sentenza n. 883/2014, il dies a quo del termine breve andrebbe individuato nel momento in cui il notificante consegna all’ufficiale giudiziario la sentenza o l’atto di impugnazione da notificare, essendo detta consegna un fatto idoneo a provare in modo certo, e con data certa, la conoscenza della sentenza da parte dell’impugnante, in applicazione analogica del principio di cui all’art. 2704, primo comma, ultimo periodo, c.c.
Un secondo orientamento, nel quale si iscrive la sentenza n. 9258 del 201,  afferma invece, che la bilateralità degli effetti della notifica della sentenza per il notificante e per il destinatario implica contestualità degli effetti e, quindi, decorrenza del termine breve dalla medesima data.
Per i giudici della Cassazione, i due orientamenti sono insuscettibili di essere ricondotti ad unità e, in linea di principio, entrambi sostenibili.
Ed invero, il riferimento alla “notificazione” contenuto nell’art. 326 c.p.c. ai fini della decorrenza del termine breve per impugnare, potrebbe essere correlato tanto al principio della “presunzione di conoscenza” della sentenza, che incombe su tutte le parti coinvolte nel procedimento di notifica, quanto al principio, di creazione dottrinale, dell’effetto bilaterale della notifica che presuppone, invece, il completamento del procedimento di notificazione.
Così il caso è stato rimesso alle Sezioni Unite, al fine di verificare quale dei due principi (quello della “presunzione di conoscenza” della sentenza da impugnare o quello della “bilateralità sincronica” degli effetti della notificazione della sentenza) garantisca meglio coerenza e razionalità del sistema normativo.

Il quesito giuridico

Il quesito giuridico sottoposto al Supremo Collegio è il seguente: se in tema di notificazione della sentenza ai sensi dell’art. 326 c.p.c., il termine di impugnazione di cui al precedente art. 325 c.p.c. decorra, per il notificante, dalla data di consegna della sentenza all’ufficiale giudiziario ovvero dalla data di perfezionamento della notifica nei confronti del destinatario.
Ebbene, le Sezioni Unite dopo aver compiuto una attenta disamina dell’attuale configurazione codicistica del termine c.d. “breve” per impugnare, hanno affermato il seguente principio di diritto: “In tema di notificazione della sentenza ai sensi dell’art. 326 c.p.c., il termine breve di impugnazione di cui al precedente art. 325 c.p.c., decorre anche per il notificante dalla data in cui la notifica viene eseguita nei confronti del destinatario, in quanto gli effetti del procedimento notificatorio, quale la decorrenza del termine predetto, vanno unitariamente ricollegati al suo perfezionamento e, proprio perché interni al rapporto processuale, sono necessariamente comuni ai soggetti che ne sono parti ”.
La ragione è semplice, ma non scontata. La decorrenza del termine breve non è correlata alla conoscenza legale della sentenza, già esistente per il mero fatto della sua pubblicazione, né alla conoscenza effettiva della stessa, quale può essere derivata dalla comunicazione della sentenza dalla parte o dalla notificazione della sentenza ai fini esecutivi nei modi stabiliti dall’art. 479 c.p.c.; essa, deve essere piuttosto ricondotta (ed è la stessa legge a farlo !) al sollecito, indirizzato da una parte all’altra, al fine di ottenere una decisione rapida cioè entro il termine breve previsto dalla legge, in ordine all’eventuale esercizio del potere di impugnazione.
Tale sollecito non può che essere veicolato per il solo tramite del paradigma procedimentale tipico previsto dalla legge: la notificazione della sentenza al “procuratore costituito” ai sensi degli artt. 285, 326, 170 c.p.c. (Cass. Sez. Un. n. 12989/2011).

Una diversificazione del termine per impugnare non sarebbe sostenibile per le ragioni che seguono.

Innanzitutto è lo stesso tenore letterale della norma (art. 326, primo comma c.p.c.) che collega la decorrenza del termine breve di impugnazione alla «notificazione della sentenza» ossia all’evento della notificazione considerato oggettivamente, senza distinguere tra la posizione del notificante e quella del destinatario della notifica.
L’assunto, trova poi, ulteriore conferma nella sentenza n. 477/2002 pronunciata dai giudici della Corte costituzionale.
In tale occasione, il Giudice delle leggi ha palesemente ritenuto irragionevole, oltre che lesiva del diritto di difesa, l’esposizione del notificante incolpevole, al rischio di decadenze per gli eventuali ritardi dell’ufficiale giudiziario o per i possibili disservizi postali. Perciò ha escluso che un effetto di decadenza possa discendere per il notificante dal ritardo nel compimento di un ‘attività riferibile a soggetti da lui diversi e quindi del tutto estranea alla sua sfera di disponibilità.
Nella stessa sentenza è stato altresì affermato il principio secondo cui gli effetti della notificazione a mezzo posta (ma oggi estendibile a qualsiasi tipo di notificazione, art. 149 c.p.c.) devono essere ricollegati per quanto riguarda il notificante, al compimento delle sole attività a lui direttamente imposte dalla legge, ossia alla consegna dell’atto da notificare all’ufficiale giudiziario; restando fermo, per il destinatario, il principio del perfezionamento della notificazione solo alla data di ricezione dell’atto, attestata dall’avviso di ricevimento, con conseguente decorrenza solo da quella data di qualsiasi termine imposto al destinatario medesimo.
In terzo luogo l’argomento delle Sezioni Unite trova ragione nella stessa funzione della notificazione del provvedimento da impugnare.
La notificazione della sentenza serve, infatti, al notificante non per evitare decadenze processuali, ma per abbreviare il tempo della formazione del giudicato. Detto in altri termini, il perfezionamento della notifica rileva non già per verificare il rispetto di un termine perentorio pendente, ma per far decorrere un termine dapprima inesistente.
E allora se si facesse operare il principio della scissione soggettiva degli effetti della notificazione ai fini della decorrenza del termine breve per impugnare, la parte notificante non solo non ne trarrebbe un effetto favorevole (nel senso che non eviterebbe alcuna decadenza), ma – addirittura – ne subirebbe un pregiudizio, perché per essa il termine breve decorrerebbe e, di riflesso, maturerebbe prima rispetto a quanto in proposito previsto per il destinatario della notifica.

La tutela del sistema delle impugnazioni

Pare evidente allora, l’impostazione di principio delle Sezioni Unite che è ispirata innanzitutto all’esigenza di salvaguardare la razionalità del sistema delle impugnazioni.
È evidente che una diversificazione della decorrenza del termine breve per impugnare, tra notificante e destinatario della notificazione della sentenza, condurrebbe ad un assetto irrazionale dell’intero sistema.
L’unicità del decorso del termine di impugnazione tutela invece, l’equilibrio e la parità processuale fra le parti, e garantisce, inoltre, la certezza dei rapporti giuridici, in quanto il giudicato si forma contemporaneamente nei confronti di tutte le parti.
Al contrario, la diversità del decorso del termine di impugnazione determinerebbe una sorta di disparità di trattamento nei confronti del notificante. Infatti, il notificante – ove parzialmente soccombente – vedrebbe decorrere il proprio termine breve per impugnare prima della decorrenza del medesimo termine per il destinatario della notifica e prima ancora di avere la possibilità di verificare se tale notifica si sia perfezionata.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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DIRITTO ALLA PROVA NEL PROCESSO D’APPELLO: UN ERRORE GIUDIZIARIO

giudice

Il giudice che si avvale della facoltà di incaricare un consulente tecnico per meglio decidere deve darne conto nella sentenza o quanto meno non deve negare che essa sia stata espletata

La consulenza tecnica che sia disposta dal giudice o sia ammessa su istanza di parte costituisce un fatto processuale storicamente verificatosi. E’ quanto chiariscono in giudici della Cassazione con ordinanza n. 2736/2019.

Un adesivo per cristalli

L’attore aveva comprato un adesivo per cristalli difettoso, che inserito mediante apposita capsula all’interno di una “pistola” per spruzzarlo sui bordi di un parabrezza ed incollarlo, nonostante le sollecitazioni impartitegli con il comando manuale, reiteratamente non usciva dall’attrezzo, fin quando questi non decideva di smontare la parte posteriore della “pistola” e togliere la capsula non funzionante. Ma di lì a poco, il silicone che si trovava all’interno della stessa si gonfiava sino ad esplodere, scagliando il tappo di protezione contro il viso dell’attore.

A seguito dell’incidente, l’uomo riportava gravi danni personali quali la perdita parziale del visus di un occhio, oltre alle ferite conseguite nell’immediatezza dei fatti.

Agiva, perciò, in giudizio contro il produttore per il risarcimento dei danni.

In primo grado la domanda veniva rigettata per mancato assolvimento dell’onere probatorio in ordine all’esistenza del nesso causale tra l’uso del prodotto e il danno.

La pronuncia veniva confermata anche in appello. A detta dei giudici di secondo grado, l’attore non era riuscito a provare né il difetto specifico del prodotto né che il sinistro ne fosse stata diretta conseguenza, essendosi limitato a provare soltanto che durante il suo utilizzo si era verificata l’esplosione del tubo contenente l’adesivo.

Il ricorso per Cassazione

Con unico motivo di impugnazione il ricorrente, per il tramite del proprio difensore di fiducia, si rivolgeva ai giudici della Suprema Corte lamentando l’errore in cui sarebbero incorsi i giudici di merito per aver omesso di valutare un fatto decisivo della controversia.

Il principale motivo di doglianza era in particolare rivolto all’esame svolto dai giudici dell’appello.

Che fine aveva fatto la consulenza tecnica che avevano disposto?

Nel testo della sentenza non se ne faceva alcuna menzione, eppure dagli atti di causa risultava affidato l’incarico ad un perito d’ufficio.

La sentenza impugnata, infatti, si limitava ad enunciare, dopo una sintetica ricostruzione della disciplina della responsabilità del produttore, l’obbligo esistente in capo al danneggiato di provare il difetto, il danno e la connessione causale tra difetto e danno, residuando invece in capo al produttore l’onere di provare i fatti escludenti la sua responsabilità. Con ciò, senza per nulla fare riferimento alla consulenza tecnica espletata.

E allora i giudici della Cassazione hanno deciso di accogliere il ricorso presentato dall’attore affermando quanto segue:

E’ ben vero che il giudizio sulla necessità ed utilità di fare ricorso allo strumento della consulenza tecnica d’ufficio rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, la cui decisione è di regola, incensurabile nel giudizio di legittimità.

Tuttavia, qualora il giudice dell’appello, andando di diverso avviso rispetto al giudice di primo grado, abbia ritenuto di esercitare la facoltà discrezionale di richiedere un approfondimento tecnico, ammettendo la consulenza tecnica richiesta della parte, con ciò implicitamente ritenendo di aver necessità di un ausilio tecnico per definire la controversia su un punto decisivo (nel caso di specie, la difettosità o meno di un prodotto dal quale era derivato un danno), dall’impianto logico della sentenza deve emergere o quanto meno non deve essere negato che la consulenza, come fatto processuale storicamente verificatosi, sia stata espletata”

E non solo.

Un conto è, infatti, ignorare gli esiti di una CTU perché implicitamente ritenuti non convincenti. A tal proposito è facoltà del giudice richiamare in sentenza soltanto i dati che ritiene di porre a fondamento del proprio convincimento. Altra cosa è smentire il fatto storico dell’essere stata espletata la consulenza stessa. Ciò mina la solidità della motivazione perché vuol dire negare un dato storico ossia che la stessa consulenza tecnica sia stata espletata e non, semplicemente, che essa non sia stata ritenuta convincente.

Si trattava pur sempre di un elemento attraverso il quale, unitamente alle altre risultanze istruttorie, il danneggiato intendeva provare la difettosità del prodotto utilizzato.

Ebbene, può pertanto concludersi che ignorare o negare la consulenza come fatto storico processuale, principale o secondario la cui esistenza risulti dagli atti processuali comporta omesso esame di un fatto decisivo del giudizio censurabile in sede di legittimità.

La sentenza meritava, perciò, di essere annullata.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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sentenza

In primo grado il Tribunale aveva pronunciato sentenza di cessazione degli effetti civili del matrimonio e, contestualmente, aveva rimesso la causa in istruttoria per la soluzione delle questioni patrimoniali ad essa collegate (quantificazione assegno di divorzio)

Nel frattempo, il marito aveva proposto appello contro la predetta sentenza, denunciando, tra l’altro, la mancata sospensione del processo in pendenza di quello ecclesiastico volto ad ottenere la dichiarazione di nullità del matrimonio.

Nelle more, terminati gli accertamenti effettuati dalla Guardia di Finanza, il Tribunale riconosceva il diritto della ex moglie all’assegno divorzile, che quantificava in euro 1.000,00, decisione che peraltro, veniva anche confermata in appello.

Il giudizio della corte d’appello

Il fatto che fosse stato instaurato un giudizio ecclesiastico volto ad ottenere l’annullamento di matrimonio, non incideva sulla statuizione relativa alle questioni patrimoniali della vicenda dal momento che la sentenza di cessazione degli effetti civili del matrimonio era già passata in giudicato, con conseguente validità per lo Stato italiano del vincolo coniugale; ed inoltre, l’ammontare dell’assegno determinato dai primi giudici era congruo, in relazione ai redditi dell’obbligato, alla durata del matrimonio e al presunto tenore di vita condotto dalla coppia.

Avverso tale sentenza proponeva ricorso per cassazione l’obbligato, riproponendo i predetti motivi di doglianza e, in particolar modo, denunciando la violazione e falsa applicazione dell’art. 324 c.p.c., art. 2909 c.c.; art. 8, comma 2, dell’Accordo del 18 febbraio 1984, reso esecutivo con L. n. 121 del 1985, circa la relazione tra gli effetti della sentenza passata in giudicato che aveva delibato quella ecclesiastica di nullità del matrimonio religioso, con quelli della sentenza non definitiva passata in giudicato che aveva pronunciato solo sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio, senza nulla statuire in ordine alle relative conseguenze economiche.

La decisione dei giudici della Cassazione

Anche per gli i giudici della Cassazione le ragioni addotte dall’ex marito erano prove di fondamento.

La conclusione cui sono pervenuti i giudici circa il rapporto tra la sentenza di nullità del matrimonio e quella di divorzio – afferma, è, infatti, coerente con la condivisibile giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 21331 del 2013, ed in precedenza n. 4202 del 2001; n. 4795 del 2005; n. 3186 del 2008; n. 12989 del 2012, vedi pure n. 11553 del 2018), che non si è limitata ad affermare il principio secondo cui il giudicato sulla spettanza di un assegno di divorzio resta intangibile, in ipotesi di successiva delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio, ma ha, a monte, rilevato che non sussiste un rapporto di primazia della pronuncia di nullità, secondo il diritto canonico, del matrimonio concordatario sulla pronuncia di cessazione degli effetti civili dello stesso matrimonio, trattandosi di procedimenti autonomi, aventi finalità e presupposti diversi.

E, soprattutto, ha aggiunto che, nel diritto italiano, il titolo giuridico dell’obbligo del mantenimento dell’ex coniuge si fonda sull’accertamento dell’impossibilità della continuazione della comunione spirituale e morale fra i coniugi stessi che è conseguente allo scioglimento del vincolo matrimoniale civile o alla dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario, e non è costituito dalla validità del matrimonio, oggetto della sentenza ecclesiastica, tenuto conto che la declaratoria di nullità ex tunc del vincolo matrimoniale non fa cessare alcuno status di divorziato, che è uno status inesistente, determinando, piuttosto, la pronuncia di divorzio la riacquisizione dello stato libero.

Ne deriva che la questione della spettanza e liquidazione dell’assegno divorzile non è preclusa quando l’accertamento inerente all’impossibilità della prosecuzione della comunione spirituale e morale fra i coniugi – che, come si è detto, costituisce il titolo giuridico dell’obbligo qui in discussione – sia passato in giudicato prima della delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del medesimo matrimonio, come si verifica nell’ipotesi in cui nell’ambito di un unico giudizio la statuizione relativa allo stato sia stata emessa disgiuntamente da quelle inerenti ai risvolti economici.

E, nella specie, tanto è accaduto: l’accertamento inerente all’impossibilità della continuazione della comunione spirituale e morale fra i coniugi era passato in giudicato prima della delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità, sicché la valutazione di spettanza e quantificazione dell’assegno divorzile doveva considerarsi pienamente ammissibile.

La quantificazione dell’assegno divorzile

La corte di merito, per giunta, si era attenuta anche ai parametri relativi alla quantificazione dell’assegno di mantenimento, applicando i seguenti principi di diritto:

a) all’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge deve attribuirsi, oltre alla natura assistenziale, anche natura perequativo-compensativa, che discende direttamente dalla declinazione del principio costituzionale di solidarietà, e conduce al riconoscimento di un contributo volto a consentire al coniuge richiedente non il conseguimento dell’autosufficienza economica sulla base di un parametro astratto, bensì il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali sacrificate;
b) la funzione equilibratrice del reddito degli ex coniugi, anch’essa assegnata dal legislatore all’assegno divorzile, non è finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita endoconiugale, ma al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi;
c) il riconoscimento dell’assegno di divorzio in favore dell’ex coniuge, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante, e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive (…) Il giudizio dovrà essere espresso, in particolare, alla luce di una valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio comune, nonché di quello personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio ed all’età dell’avente diritto.

La redazione giuridica

 

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Prestazioni assistenziali: ecco cosa rischia chi dichiara il falso

Cosa rischia chi dichiara il falso per ottenere prestazioni assistenziali? Ecco una panoramica delle sentenze della Corte di Cassazione a riguardo

Dichiarare il falso per ottenere prestazioni assistenziali è un reato punibile ai sensi degli artt. 316 ter, 640 e 640 bis del codice penale.

Nello specifico, l’art. 316 ter cp, al comma 1 punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni chi dichiara il falso per ottenere prestazioni assistenziali. “Salvo che il fatto – si legge – costituisca il reato previsto dall’articolo 640 bis, chiunque mediante l’utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere, ovvero mediante l’omissione di informazioni dovute, consegue indebitamente, per sé o per altri, contributi, finanziamenti, mutui agevolati o altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati dallo Stato, da altri enti pubblici o dalle Comunità europee.”

In merito a tale fattispecie di reato la Cassazione, con la sentenza n. 25364/2015 precisa quanto segue.

“In tema di indebita percezione di erogazioni pubbliche, la produzione all’ente erogatore di una falsa autocertificazione finalizzata a conseguire indebitamente contributi previdenziali integra il reato di cui all’art. 316-ter cod. pen., anziché quello di truffa aggravata, qualora l’ente assistenziale non venga indotto in errore, in quanto chiamato solo a prendere atto dell’esistenza dei requisiti autocertificati e non a compiere una autonoma attività di accertamento (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 49642 del 17/10/2014).”

C’è poi il reato di truffa ai danni dello Stato. Quest’ultimo si differenza dalla fattispecie prevista dall’art. 316 ter cp per l’adozione di artifizi o raggiri tesi a indurre in errore lo Stato al fine di ottenere indebitamente le erogazioni pubbliche, è invece disciplinato dall’art. 640 cp. Questa norma dispone che: “Chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da cinquantuno euro a milletrentadue euro. La pena è della reclusione da uno a cinque anni e della multa da trecentonove euro a millecinquecentoquarantanove euro :1) se il fatto è commesso a danno dello Stato o di un altro ente pubblico (…)”.

Un’altra sentenza della Corte di Cassazione, la n. 4226/2015, sancisce che il reato di truffa di cui all’art 640 cp è integrato con la produzione di una falsa attestazione circa le proprie condizioni personali corredata dalle false dichiarazioni di asseriti precedenti datori di lavoro.

Ciò in quanto la condotta è certamente “truffaldina” e determinante al fine di indurre in errore i funzionari dell’ente che hanno liquidato l’indennità di disoccupazione.

Infine, per quel che concerne la terza fattispecie di cui all’art 640 bis cp”Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, si precisa quanto segue.

“La pena è della reclusione da due a sette anni e si procede d’ufficio se il fatto di cui all’articolo 640 riguarda contributi, finanziamenti, mutui agevolati ovvero altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati da parte dello Stato, di altri enti pubblici o delle Comunità europee.”

Con la sentenza n. 53650/2026, la Corte di Cassazione ha ravvisato il reato di truffa aggravata di cui all’art 640 bis cp.

Ciò in quanto, nel caso di specie, il soggetto “per ottenere un contributo dall’Unione europea, allegava all’istanza un contratto di affitto con due firme false riferite a persone decedute. Tale documento condizionava l’erogazione del contributo”.

Pertanto, ricordano i giudici, “la sua allegazione integra una condotta fraudolenta inquadrabile nella fattispecie astratta prevista dall’art. 640 bis cod. pen., dato che, come correttamente ritenuto dalla collegio territoriale, la falsificazione è una condotta artificiosa idonea a ingannare l’Autorità concedente circa l’esistenza delle condizioni per l’erogazione del contributo”.

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ciclista danneggiato

L’azione risarcitoria non può essere proposta se il ciclista danneggiato viola i principi di correttezza e buona fede, impedendo la formulazione di una congrua offerta da parte dell’assicurazione

Lamentava di essere stato investito da un’auto mentre circolava con la propria bicicletta. Aveva quindi chiamato in giudizio il conducente della vettura e la relativa assicurazione per ottenere il risarcimento dei danni subiti. La pretesa del ciclista danneggiato , tuttavia, era stata respinta sia dal Giudice di Pace che in secondo grado. Il Tribunale, in particolare, aveva evidenziato come l’attore “non avesse messo la propria bicicletta a disposizione della compagnia assicuratrice per un’ispezione anteriore all’inizio della lite”.

La vicenda era quindi approdata davanti alla Suprema Corte. In sede di legittimità, il ricorrente sottolineava come le prove raccolte in corso di causa dimostrassero un dato inequivocabile: “l’assicurazione disponeva di tutti gli elementi necessari per formulare un’offerta conciliativa”. Inoltre, affermava  di aver trasmesso alla stessa “una comunicazione con cui espressamente si indicava il luogo in cui il veicolo poteva essere esaminato”.

La Cassazione, con sentenza n. 1829/2018, non ha ritenuto, tuttavia, di non condividere le argomentazioni del ciclista, rigettando la sua impugnazione.

Secondo i Giudici Ermellini, gli accertamenti effettuati in corso di causa avevano dimostrato l’inerzia e il rifiuto del danneggiato di mettere a disposizione la bicicletta. Il tutto a fronte della richiesta presentata dalla compagnia assicuratrice, che intendeva  ricostruire l’accaduto confrontando i segni del sinistro con quelli sulla vettura assicurata.

L’Assicurazione non aveva avuto la possibilità di operare le sue valutazioni, che risultavano tanto più necessarie “nel contesto di un sinistro senza testimoni diretti”. Un incidente il cui quadro “si è rivelato nel successivo giudizio quantomai incerto, quantomeno nella sua effettiva dinamica”.

La Suprema Corte ha quindi concluso che in tema di assicurazione obbligatoria della responsabilità civile derivante dalla circolazione di veicoli a motore, l’azione per il risarcimento non può essere proposta se il danneggiato, violando i principi di correttezza e buona fede, impedisce all’assicuratore “di compiere le attività volte alla formulazione di una congrua offerta ai sensi dell’art. 148 del Codice delle assicurazioni private”.
Per un approfondimento sul tema si invita a leggere l’articolo “Correttezza e buona fede: necessari nella domanda risarcitoria in RCA” dell’avv. Francesco Carraro

 

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violenza sessuale

Corte di Cassazione, III Sezione Penale, n. 9921/2016.

Rientra nella libertà di autodeterminazione di uno dei partner quello di concludere il rapporto sessuale senza l’eiaculazione interna (…) la libertà sessuale va intesa come libertà di espressione e di autodeterminazione afferente alla sfera esistenziale della persona – e dunque inviolabile – è del pari innegabile che tale libertà non è indisponibile, occorrendo una forma di collaborazione reciproca tra i soggetti che avvengono in relazione (sessuale) tra loro: collaborazione che deve permanere senza soluzioni di continuità e incertezze comportamentali per l’intera durata del rapporto”.

La vicenda giudiziaria si colloca in un contesto di rapporto conflittuale tra due fidanzati, progressivamente deterioratosi fino ad essere troncato per volontà della ragazza a causa della morbosa e pressante gelosia del giovane. Questi, in risposta alla volontà della ex fidanzata, aveva iniziato a farla oggetto di ripetute pressioni e continue minacce seguite da messaggi telefonici di tenore minaccioso che avevano determinato la ragazza a mutare le proprie abitudini di vita.

In occasione, poi, di un incontro “chiarificatore” richiesto dal ragazzo, a cui la ragazza aveva aderito, il primo approfittava delle circostanze di tempo e luogo per costringere la giovane, dopo una vivace colluttazione, a subire un rapporto sessuale completo all’interno della parte posteriore dell’autovettuara ove i due giovani si trovavano seduti.

I fatti così accaduti, e sottoposti all’attenzione del giudice di primo grado, venivano ritenuti inidonei sotto il profilo della necessaria gravità indiziaria per giustificare il provvedimento cautelare richiesto dal Pubblico Ministero.

Il Tribunale, infatti, per quanto riguarda il reato di cui all’art. 609 bis c.p., aveva ritenuto che una serie di dati non collidevano con la tesi della violenza sessuale; in particolare, che l’eiaculazione del giovane all’interno della vagina, al termine del rapporto, aveva suscitato nella ragazza un senso di rammarico rispetto a quel modo di completamento dell’atto sessuale. Ma ad ogni modo, il consenso iniziale al rapporto sessuale, ritenuto dal Tribunale, non poteva dirsi venuto meno solo per effetto di quella particolare conclusione dell’amplesso.

La Cassazione, pare, tuttavia non essere della stessa opinione.

“(…) Un congiungimento sessuale tra due persone aventi opposte finalità (la ragazza quella di non riprendere in alcun modo la relazione sentimentale ed il ragazzo determinato a riprenderla a qualunque costo anche attraverso gesti eclatanti che suonavano come una sorta di ricatto compromissivo della libertà della ragazza agli occhi degli altri) è ben diverso da qualsiasi rapporto sessuale tra due persone desiderose di averlo e di viverlo congiuntamente”.

“(…) Ora se nelle relazioni sentimentali caratterizzate da stabilità e normalità può accadere qualcosa che turbi momentaneamente l’equilibrio di coppia, facendo scattare meccanismi di autodifesa da parte di chi, in quel momento, non desidera il rapporto sessuale, nel caso in cui il contesto è decisamente conflittuale da tempo e caratterizzato, per un verso, dalla decisione di un partner di interrompere la relazione e, per altro verso, dalla decisione dell’altro partner di proseguire ad ogni costo il rapporto interrotto, l’eventuale congiungimento sessuale va riguardato in modo più prudente sotto l’aspetto del consenso”.

Appare, pertanto, “assolutamente arbitraria e persino mortificante per la libertà di autodeterminazione della persona offesa, affermare che l’eiaculazione interna avrebbe provocato solo un senso di rammarico nella ragazza, quasi che il rapporto sessuale non tenesse conto anche del modo di conclusione: non può negarsi che rientri nella libertà di autodeterminazione di uno dei partner quello di concludere il rapporto sessuale senza l’eiaculazione interna, pur desiderando l’amplesso, sicché è evidente che laddove l’eiaculazione avvenga contro la volontà del partner dissenziente, questo caratterizza in negativo il rapporto sessuale che il partner aveva accettato (o anche desiderato) a determinate condizioni. Ammettere il contrario, e dunque ricondurre un rapporto sessuale di tal fatta nell’alveo della normalità significa vanificare la libertà di autodeterminazione del partner, laddove è proprio il bene della libertà della persona a costituire, rispetto al passato, il bene giuridico protetto dalla norma”.

Come, (…) “è noto, le relazioni sessuali, per la loro variegabilità costituiscono uno degli essenziali modo di espressione della persona umana, rientranti tra i diritti inviolabili tutelabili costituzionalmente. Se da un lato la libertà sessuale va intesa come libertà di espressione e di autodeterminazione afferente alla sfera esistenziale della persona – e dunque inviolabile – è del pari innegabile che tale libertà non è indisponibile, occorrendo una forma di collaborzione reciproca tra i soggetti che avvengono in relazione (sessuale) tra loro: collaborazione che deve però permanere senza soluzioni di continuità e incertezze comportamentali per l’intera durata del rapporto (in termini oltre a Sez. III, 11.12.2007, n. 4532; Sez. III, 21.9.2007, n. 39428; Sez. III, 10.5.1996, n. 6214).

L’eiaculazione interna rappresenta, peraltro, una delle tante modalità di conclusione di un rapporto sessuale che può incidere sulla sua spontaneità e libertà reciproca fino a trasformarlo in atto sessuale contrario alla volontà di uno dei due protagonisti. (…) Esso può senza dubbio, assumere un significato invasivo tale da incidere sulla iniziale libertà di autodeterminazione del partner. Si pensi, come nel caso di specie, all’atteggiamento prevaricatore di un soggetto che intende legare a sé la donna magari prospettandole il rischio di una gravidanza, inducendo quest’ultima a ripensare alla definitiva interruzione del rapporto, riprendendolo.

Tutto ciò fa sì che anche una conclusione del rapporto sessuale, magari inizalmente voluto, ma proseguito con modalità sgradite o comunque non accettate dal partner, rientri a pieno titolo nel delitto di violenza sessuale.

Avv. Sabrina Caporale

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Commento a Cassazione Civile, Sezione Terza, Sentenza n°24220/2015.

Nel mio peregrinare fra convegni e tavole rotonde, dove sono spesso invitato a parlare, l’argomento che più mi si chiede di trattare è il “consenso informato”. In una delle ultime occasioni, un dottore si avvicinò sbruffando dicendomi: “ma possibile avvocato che in ogni corso o convegno ci deve stare il consenso informato?”. Io risposi dicendo che evidentemente è un argomento che crea insicurezza e che, purtroppo, nel nostro paese proprio il consenso rappresenta una croce per i medici e una delizia per giudici e pazienti.

La sentenza oggi in commento rappresenta l’ennesima conferma a questa verità. Il caso di specie è tanto semplice quanto umanamente difficile. Alla Suprema Corte è giunto il ricorso di una coppia che ha disconosciuto il proprio figlio, affetto dalla sindrome di down, perché nato malato, e che pretendeva un ristoro dal proprio ginecologo per responsabilità medica, consistita nell’avere omesso di effettuare tutti gli esami diagnostici utili al fine di scoprire eventuali tare del feto, così come pure di aver effettuato “in ritardo” la fatidica ecografia “morfologica” e nell’averla male eseguita o interpretata.

Inoltre, la coppia avanzava ricorso per il riconoscimento del danno da mancata informazione per non aver prescritto, il medico citato in giudizio, la amniocentesi o la villocentesi (così come il cariotipo) ma solo il bi-test in considerazione della assenza di familiarità per la sindrome di down e della giovane età della madre e del padre del nascituro e non aver informato la paziente sulla possibilità di sottoporsi ad esami ultronei e più approfonditi e certi, quanto pure, più invasivi e rischiosi.

Nei primi due gradi di giudizio, il medico venne ritenuto esente da ogni colpa e, in riferimento alla correttezza della informazione, lo stesso non venne ritenuto manchevole per aver illustrato i risultati del bi-test  e aver messo al corrente la coppia del fatto che tale risultato era statistico e, quindi, non in grado di escludere completamente il rischio che il feto fosse portatore di patologie genetiche seppure indicativo di una certa tranquillità, così come pure, stante il fatto che gli ulteriori esami diagnostici non erano consigliati dai protocolli e da condizioni particolari, non poteva essere ritenuto responsabile di non aver rescritto o informato su esami che si ritenevano non necessari.

Gli ermellini, nell’analizzare i motivi di ricorso, pongono alcune precisazioni molto importanti in tema di responsabilità medica, così come pure in tema di obbligo di informazione. Da un lato, infatti, essi confermano le sentenze di merito che non rilevano responsabilità del medico dal punto di vista sia della condotta che della appropriatezza dell’operato dello stesso. Dall’altro, ed è qui che la sentenza diventa interessante, rilevano una colpa per lo stesso medico sotto il profilo del dovere di informazione.

A parere dei Supremi Giudici, infatti, il dovere di informazione incombe sempre e comunque sul medico, al di là della ritenuta utilità scientifica della informazione fornita. In virtù del rapporto di natura contrattuale che lega medico e paziente, il dovere di informazione, quindi, si traduce in una fondamentale clausola contrattuale che deve essere adempiuta al fine di porre il paziente in grado di scegliere non solo il se e come curarsi (rectius sottoporsi alle cure proposte), ma anche in grado di valutare se, secondo la propria personale opinione, considerati pro e contro, sottoporsi o meno ad un esame diagnostico.

Un simile giudizio che appare “prima facie salomonico, in realtà è foriero di fondamentali chiarimenti in merito al dovere di informazione e, estendendo il concetto in senso pratico, all’acquisizione del consenso informato. Specifica la Cassazione, infatti, che tale obbligo è diversamente graduabile a seconda che le informazioni riguardino aspetti legati alla salute del paziente, ovvero a scelte personali dello stesso.

Cerchiamo di meglio capire: se il paziente versa esso stesso in una situazione di salute precaria per la quale alcune cure si impongono come altamente consigliabili o necessarie, il medico dovrà informare tenendo sempre presente il più alto valore del diritto alla salute che mitiga, secondo la Corte, gli effetti dell’agire del medico stesso. Così come pure, le informazioni riguardanti l’acquisizione di un consenso inerente un atto medico con finalità curative e di salvaguardia della salute, dovranno e potranno essere circostanziate a ciò che riguarda quello specifico atto medico e non dovranno estendersi ad ipotetiche altre vie non necessarie e non consigliate per il caso di specie.

Diversamente, quando il diritto da tutelare è il diritto all’autodeterminazione, in questo caso rispetto alla esecuzione di alcuni esami ed alla scelta conseguente di interrompere la gravidanza, il dovere di informazione assume la sua massima valenza e forza ed il medico dovrà informare il paziente di tutte le possibilità diagnostiche e gli esami eseguibili anche al di là di quelli che sono i riscontri ottenuti con le prime indagini e la previsione o meno dei successivi step diagnostici in protocolli o linee guida. Come si vede, stante il fatto che il consenso informato occupa almeno una volta la settimana il lavoro degli Ermellini, l’argomento è sempre e comunque attuale e la ricerca dell’informazione perfetta continua a rimanere, ahinoi, una chimera.

Avv. Gianluca Mari

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