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negata

E’ necessario che la domanda di assegnazione della casa familiare sia proposta in sede di giudizio di divorzio anche da parte di chi risulti già assegnatario della stessa, altrimenti gli sarà negata, non potendo il giudice provvedervi officiosamente

In caso di figli maggiorenni l’istanza di assegnazione della casa familiare deve essere espressamente formulata in giudizio dalla parte interessata, pena la perdita di tale diritto.

La vicenda

All’esito del giudizio di separazione tra due coniugi, il Tribunale aveva assegnato la casa familiare alla moglie e al figlio con lei convivente e, all’epoca, già maggiorenne, disponendo altresì in favore di quest’ultimo un assegno di mantenimento a carico del padre.

Con la dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio la donna risultava già beneficiaria della casa familiare; perciò, ritenne di non essere obbligata a reiterare la richiesta nel successivo giudizio di divorzio.

Ed infatti in primo grado la causa di divorzio si concludeva con l’affermazione delle medesime statuizioni già pronunciate dal giudice della separazione; ma in appello, la corte territoriale, revocava all’ex moglie e al figlio l’assegnazione della casa familiare, posto che al riguardo non era stata formulata alcuna specifica istanza; ed anzi la decisione del giudice di prime cure era stata assunta extra petita.

In effetti, i giudici della corte di merito, avevano rilevato che nel giudizio per il divorzio degli ex coniugi, se da una parte era stata presentata espressa domanda di revoca dell’assegnazione della casa familiare in favore della moglie e del figlio, dall’altra parte non vi era stata alcuna richiesta di conferma della corrispondente statuizione assunta nel giudizio di separazione.

Ebbene, giunti in Cassazione su ricorso formulato dall’ex moglie, la decisione della corte d’appello è stata definitivamente confermata.

Correttamente, la corte territoriale, aveva rilevato il vizio di extrapetizione. Tuttavia, siffatta valutazione non escludeva – a detta degli Ermellini – la necessità di esaminare in concreto la funzione del provvedimento di assegnazione della casa familiare, così come voluto dal legislatore e dalla giurisprudenza, in correlazione alla peculiare condizione giuridica del figlio maggiorenne non ancora autosufficiente.

La legge sull’assegnazione della casa familiare

L’art. 6, comma 6 della L. n. 898/1970 stabilisce il criterio in base al quale il giudice deve provvedere all’assegnazione della casa coniugale.

La norma contiene una disciplina analoga a quella prevista nell’art. 337 sexies c.c. La giurisprudenza di legittimità, ha poi, integrato il parametro legislativo ancorando il godimento della casa familiare esclusivamente al regime di affidamento e collocamento dei figli minori.

Per quelli maggiorenni non autosufficienti, è necessaria la prosecuzione della coabitazione del genitore assegnatario del predetto immobile.

Ma nessuna delle due norme contiene indicazioni utili in relazione alla necessità che la situazione sull’assegnazione della casa familiare debba essere fondata sulla formulazione di una domanda, in ossequio al principio dispositivo, o possa essere adottata anche officiosamente in funzione del rilievo pubblicistico dei diritti in gioco.

La traduzione letterale delle norme e l’elaborazione giurisprudenziale postulano soltanto l’indisponibilità e l’irrinunciabilità del diritto al godimento della casa familiare in capo al genitore affidatario in relazione ai figli minori.

Ne consegue che il giudice, ove sia identificabile un immobile destinato al nucleo familiare e si ponga, concretamente, la questione dell’assegnazione, in funzione dell’interesse dei minori è tenuto a sollevare officiosamente la questione relativa al provvedimento da adottare.

L’assegnazione della casa familiare in caso di figli maggiorenni

Con riguardo invece, ai figli maggiorenni, l’art. 337 septies c.c. prevede che il giudice possa disporre, valutate le circostanze, in favore di questi ultimi, qualora siano non indipendenti economicamente, il pagamento di un assegno periodico.

Ma tale diritto è condizionato alla proposizione di una domanda, da parte di uno dei genitori verso l’altro, o in via concorrente, del figlio stesso, in quanto con il raggiungimento della maggiore età, l’obbligo di mantenimento dei figli non costituisce più un effetto automatico conseguente al vincolo di genitorialità, ma risulta condizionato all’accertamento della peculiare condizione di non indipendenza economica dello stesso, accompagnato dall’intento di impegnarsi al raggiungimento di un preciso obiettivo professionale, ben potendo, in caso contrario, tale condizione essere fatta valere in giudizio dal genitore che si oppone al versamento dell’assegno.

L’esigenza di preservare la continuità dell’habitat domestico

Parimenti, il collegamento tra affidamento, contributo al mantenimento e assegnazione della casa familiare è attenuato con il raggiungimento della maggiore età. L’esigenza di preservare la continuità dell’habitat domestico in funzione dell’equilibrato sviluppo psico-fisico del minore perde di centralità con il raggiungimento della maggiore età, per lasciare spazio alle esigenze concrete di vita del figlio che non abbia ancora completato il proprio percorso di autonomia economico-patrimoniale.

«In questo contesto – chiariscono i giudici della Suprema Corte – non può prescindersi dalla formulazione delle domande relative al mantenimento e all’assegnazione della casa familiare, sia perché fondate su presupposti fattuali parzialmente diversi da quelli relativi ai figli minori, sia perché l’obbligo di contribuzione e quello relativo al sacrificio nel godimento dell’abitazione sono condizionati dall’accertamento della situazione di non indipendente economica del figlio maggiorenne, dal giudizio prognostico sui suoi progetti lavorativi e professionali ed, infine, anche dalla verifica della coabitazione con uno dei genitori».

In altre parole, è necessario che la domanda di assegnazione della casa familiare venga proposta in sede di giudizio di divorzio anche da parte di chi risulti già assegnatario della stessa come da statuizioni assunte in sede separativa, non potendo il giudice provvedervi officiosamente proprio in ragione della diversa connotazione giuridica che caratterizza il figlio maggiorenne, soprattutto in termini di autodeterminazione individuale rispetto al minore.

Per tali motivi la richiesta della madre e del suo figlio è stata definitivamente rigettata.

La redazione giuridica

 

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RICONOSCIUTO L’ASSEGNO DI DIVORZIO AL CONIUGE CHE SVOLGE ATTIVITA’ LOGORANTI

frequentazione

La Cassazione ha accolto il ricorso di un padre avverso la sentenza dei giudici dell’appello che avevano vietato, senza idonea motivazione, la frequentazione infrasettimanale con la sua figlia minore

Per garantire il superiore interesse del minore non è sufficiente che le autorità giudiziarie prevedano la possibilità per il bambino di incontrare il proprio genitore o avere contatti con lui, ma includono l’insieme delle misure preparatorie che in concreto permettono di raggiungere questo risultato, quali la frequentazione assidua tra genitore e figlio”.

La vicenda

A seguito della separazione giudiziale tra due coniugi, il Tribunale di primo grado affidava la figlia minore, ad entrambi i genitori, con collocamento presso la madre, stabilendo che il padre potesse vederla e tenerla con sé, salvo diverso accordo con l’ex coniuge, a fine settimana, ossia ogni quindici giorni, e prevendendo un assegno di mantenimento a carico di quest’ultimo in favore della figlia di 600 euro.

In secondo grado, la corte d’appello confermava le modalità di visita del genitore e riduceva l’importo del predetto assegno di mantenimento ad euro 450.

Ma la vicenda giungeva in Cassazione, su ricorso del padre, il quale si doleva del fatto che il provvedimento impugnato non prevedesse tempi di permanenza infrasettimanali tra lui e la figlia, e quindi di frequentazione con la minore in misura tendenzialmente paritetica rispetto a quelli di permanenza presso il genitore collocatario, sì da consentire, nell’ottica di una congrua assiduità dei rapporti, anche l’esercizio della comune responsabilità genitoriale.

La tenera età della figlia, nata nel 2014 non sarebbe stata, poi, di ostacolo all’incremento del tempo di frequentazione tra padre e figlia; al riguardo, da tempo, la giurisprudenza ha riconosciuto che certamente il tempo di permanenza tra genitore e figlio influisce sull’instaurarsi di un solido legame tra i due.

La Corte d’appello aveva inoltre, omesso di motivare sulla presunta inidoneità genitoriale del ricorrente tale da giustificare i ristretti tempi di visita con la minore.

Il principio di bigenitorialità secondo la giurisprudenza

E’ principio ormai noto che nell’interesse superiore del minore deve sempre essere assicurato il rispetto del principio della bigenitorialità, da intendersi quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, nel dovere dei primi di cooperare nell’assistenza, educazione ed istruzione.

L’orientamento è confortato anche dalla giurisprudenza di fonte convenzionale, laddove la Corte Edu, chiamata a pronunciarsi sul rispetto della vita familiare (di cui all’art. 8 CEDU) e, pur riconoscendo all’autorità giudiziaria ampia libertà in materia di diritto di affidamento, ha evidenziato la necessità di un più rigoroso controllo sulle “restrizioni supplementari”, tali intendendo quelle apportare dalle autorità al diritto di visita dei genitori, e sulle garanzie destinate ad assicurare la protezione effettiva del diritto dei genitori e dei figli al rispetto della loro vita familiare.

Le restrizioni supplementari

Le “restrizioni supplementari” comportano, invero, il rischio di troncare le relazioni familiari tra un figlio in tenera età e uno dei genitori o entrambi, pregiudicando il preminente interesse del minore.

«Per un genitore e suo figlio, stare insieme costituisce un elemento fondamentale della vita famigliare»: è quanto ha ribadito dalla Corte Edu, in una recente pronuncia del 2015; con l’ulteriore precisazione che per garantire effettività della vita familiare o privata nei termini di cui all’art. 8 CEDU non è sufficiente che gli Stati membri prevedano la possibilità per il bambino di incontrare il proprio genitore o avere contatti con lui, ma includono l’insieme delle misure preparatorie che, non automatiche e stereotipate, permettono di raggiungere questo risultato.

In tale ordine di misure, vi è la preliminare esigenza di ravvicinare il genitore al figlio, perché il trascorre del tempo può avere delle conseguenze irrimediabili sulle relazioni tra il fanciullo e quello dei genitori che non vive con lui (Core Edu Lombardo c/ Italia).

Ebbene, in siffatto contesto interpretativo, i giudici della Cassazione non hanno potuto evitare di censurare la sentenza impugnata, dal momento che con motivazione del tutto assente e solo alla luce della esistente conflittualità tra i due coniugi, aveva escluso una frequentazione infrasettimanale con il padre; in tal modo, violando il principio della bigenitorialità, nei termini anzidetti.

Il ricorso per tali motivi, è stato accolto con rinvio alla corte d’appello per un nuovo esame della fattispecie.

La redazione giuridica

 

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AFFIDO CONDIVISO: AMMESSO ANCHE SE I GENITORI VIVONO IN NAZIONI DIVERSE

accusa

Ostacola i rapporti dell’ex coniuge con le figlie e lo accusa falsamente di abusi sessuali nei confronti delle minori: la Cassazione conferma la sanzione già disposta a suo carico, del pagamento di 2.500 euro in favore della Cassa delle ammende

La vicenda

Nel 2015 il Tribunale di Catania pronunciava la separazione personale tra due coniugi e affidava le figlie minori alla madre, ponendo a carico del marito un assegno per il mantenimento della moglie e delle figlie di 600 euro mensili.

Ma in appello, l’ex moglie veniva condannata al pagamento di una sanzione di 2.500 euro in favore della Cassa delle ammende per aver posto in essere una condotta ostruzionistica ai danni del marito.

Seguiva pertanto il ricorso per Cassazione, su proposta del difensore di quest’ultima che denunciava l’omesso esame di un fatto decisivo ai fini del giudizio, ossia la condotta di abuso sessuale posta in essere dal padre nei confronti delle figlie minori.

Ma il ricorso non è stato accolto.

Invero, la Corte d’appello aveva già ampiamente esaminato il fatto, rilevando che i numerosi procedimenti giudiziari, incardinati sia in sede civile che penale, questi ultimi per le ipotesi di presunti abusi sessuali, si erano tutti conclusi con l’affermazione della totale infondatezza delle accuse mosse dalla moglie.

A tal proposito, erano state valorizzate le conclusioni cui era pervenuto il CTU, nominato dal giudice di primo grado, che aveva escluso la sussistenza di abusi, evidenziando al contrario, l’esistenza di un rapporto di affetto e di fiducia delle minori nei confronti del padre.

Nella motivazione della sentenza impugnata era anche emersa la valutazione dell’atteggiamento della madre che, “seppure scevro da intenti vendicativi nei confronti del marito, era apparso sostenuto da possibili difficoltà della donna nell’area della sessualità, a causa di una patologia mentale da definire quanto al tipo e all’intensità”.

La sentenza d’appello aveva inoltre, accertato sulla scorta dei precedenti giudiziari e della CTU espletata, che la donna con la sua condotta ispirata dall’ossessiva convinzione delle violenze perpetrate dal padre sulle figlie, aveva di fatto ostacolato o reso più difficili i rapporti tra il primo e le seconde.

Ebbene, anche sul punto i giudici della Suprema Corte sembrano condividere la decisione impugnata posto che la corte territoriale aveva adeguatamente rilevato che la donna aveva agito con colpa grave, essendo ella ben consapevole della infondatezza delle sue accuse, già escluse in diverse sedi giudiziarie, proponendo in tal modo, un giudizio di gravame assolutamente inutile, quanto inutili erano le sue richieste.

Per tutti questi motivi il ricorso è stato respinto e confermata la sanzione a carico della donna, in via definitiva.

La redazione giuridica

 

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PROFILO FACEBOOK VIOLATO: TRA MOGLIE E MARITO … OGNUNO LE SUE PASSWORD

riconosciuto

Disoccupata e da sempre impegnata in attività logoranti, quali i servizi di pulizia domestica, il Tribunale di Roma le ha riconosciuto il diritto all’assegno divorzile, anche in assenza di oggettiva o insuperabile impossibilità di svolgere altri impieghi

La vicenda

Nel 2015 il Tribunale ordinario di Roma aveva dichiarato la cessazione degli effetti civili del matrimonio tra due coniugi. Restavano da definire le questioni conseguenziali attinenti cioè al mantenimento della figlia (ormai maggiorenne) e alla domanda di assegno divorzile proposta dall’ex moglie.

Gli accordi della separazione prevedevano l’affido condiviso della figlia con collocamento prevalente presso la madre, cui era assegnata la casa coniugale (della quale era proprietaria) e l’obbligo in capo al marito di contribuire al mantenimento della figlia con 350 euro mensili, oltre al 50% delle spese scolastiche, sportive e mediche, nonché al mantenimento della moglie con 150 euro mensili.

In giudizio veniva confermato l’obbligo del padre di provvedere in via diretta ed integrale alle esigenze della figlia convivente, ma rideterminato in 500 euro mensili considerata la sua giovane età e la precarietà delle attività lavorative della madre.

Quanto invece alla domanda di riconoscimento di assegno divorziale in favore di quest’ultima, il Tribunale di Roma ha chiarito che:

“il riconoscimento dell’assegno divorzile è indipendente dalle statuizioni patrimoniali operanti, per accordo tra le parti o in virtù di decisione giudiziale, in vigenza di separazione dei coniugi, poiché, data la diversità delle discipline sostanziali, della natura, struttura e finalità dei relativi trattamenti, l’assegno divorzile, presupponendo lo scioglimento del matrimonio, prescinde dagli obblighi di mantenimento e di alimenti, operanti nel regime di convivenza e di separazione e costituisce effetto diretto della pronuncia di divorzio”.

La Cassazione ha spesso chiarito che: “sussiste profonda differenza tra il dovere di assistenza materiale fra i coniugi nell’ambito della separazione personale e gli obblighi correlati alla cd. “solidarietà post coniugale” divorzile: nel primo caso, il rapporto coniugale non viene meno, determinandosi soltanto una sospensione dei doveri di natura personale, quali la convivenza, la fedeltà e la collaborazione; al contrario, gli aspetti di natura patrimoniale – in ipotesi di non addebitabilità della separazione stessa – non vengono meno, pur assumendo forme confacenti alla nuova condizione”.

La quantificazione dell’assegno e i criteri di valutazione

In materia di riconoscimento dell’assegno divorzile al coniuge richiedente, è ormai noto che, a tal fine il giudice deve tener conto della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, alla luce del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto.

Nel caso in esame, era stato accertato che la richiedente, seppur proprietaria dell’immobile in cui viveva, ed impegnata in lavori di pulizia domestica, alla data del ricorso, era rimasta priva di attività lavorativa, percependo esclusivamente l’indennità di disoccupazione di 200 euro mensili.

Certamente la documentazione versata in atti non provava la sua impossibilità oggettiva o insuperabile di svolgere altri impieghi lavorativi, ma in ogni caso, visto che l’assegno in questione ha anche natura assistenziale, il Tribunale capitolino ha deciso di riconoscerle il diritto all’assegno divorzile, che ha quantificato in 200 euro mensili, tenuto conto della durata della convivenza matrimoniale (18 anni), dell’età della richiedente (52 anni), della sua capacità lavorativa generica, la quale nel corso degli anni aveva svolto esclusivamente attività nel settore dei servizi di pulizia e del fatto che in ragione dell’avanzare dell’età, tale capacità non avrebbe potuto che ridursi via via, attesa la sua natura particolarmente logorante, e considerato che al momento, ella non era in grado di sostenersi integralmente in via autonoma.

La redazione giuridica

 

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ASSEGNO DIVORZILE: VA RICONOSCIUTO IL TEMPO CHE LA MADRE DEDICA AI FIGLI

animali domestici

Chi l’ha detto che in caso di separazione tra i coniugi o ex conviventi, l’affidamento condiviso possa essere disposto soltanto per i figli minorenni? In attesa di un intervento legislativo che superi la lacuna, sempre più giudici di merito stanno applicando l’istituto anche agli animali domestici

Il Tribunale ordinario di Sciacca, nella persona del suo Presidente, in data 19 febbraio 2019, ha pronunciato un singolare decreto all’esito della causa di separazione tra due coniugi. Dopo l’esito negativo del tentativo di conciliazione tra le parti, dal quale era emersa l’insanabile rottura del loro legame coniugale e dopo aver disposto in favore della moglie un assegno di mantenimento a carico del marito, tenuto conto della durata del matrimonio, dell’età delle parti, della loro capacità lavorativa e dei loro redditi, si è trovato a dover decidere dell’affidamento dei loro animali domestici.

Ed in vero, in assenza di accordi condivisi e partendo dal presupposto che il sentimento per gli animali costituisce un valore meritevole di tutela anche in relazione al benessere dell’animale stesso, ha deciso per l’assegnazione del gatto al coniuge che, dalla sommaria istruttoria, era apparso più idoneo ad assicurare il miglior sviluppo possibile dell’identità dell’animale stesso e, il cane, indipendentemente dall’intestazione risultante nel microchip ad entrambe le parti, è stato affidato a settimane alterne ad entrambi gli ex conviventi, con spese veterinarie e straordinarie pure divise al 50%.

La sentenza non si pone certamente come unica nel suo genere.

Sono diverse le pronunce di merito che hanno disposto l’affidamento condiviso di animali domestici. Ciò in quanto sono “sempre più frequenti i casi in cui i coniugi o, comunque, le persone che in regime di convivenza hanno posseduto un animale domestico si rivolgono al giudice” (Trib. Roma, 8.11.2016).

Ebbene, in assenza di diversa pattuizione tra le parti, non spetta che al giudice definire a chi vada affidato l’animale domestico.

Il regime giuridico in grado di tutelare l’interesse materiale, morale e affettivo del cane o del gatto e di contemperarlo al tempo stesso con l’interesse affettivo dei due coniugi o ex conviventi, è soltanto l’affidamento condiviso.

Ciò non deve meravigliare soprattutto se si considera che l’animale, come recita il Trattato di Lisbona entrato in vigore il 13 dicembre 2017 è un “essere senziente”.

La redazione giuridica

 

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CONDOMINO CONDANNATO PER AVER LASCIATO CIRCOLARE IL PROPRIO CANE IN CORTILE

obblighi

L’acquisto di viveri e prodotti di genere alimentare per i propri figli non risparmia l’imputato dalla condanna per il delitto di violazione degli obblighi di assistenza famigliare di cui all’art. 570 c.p.

I giudici della Cassazione hanno confermato la sentenza di condanna per l’uomo che per alcuni mesi dopo la separazione si era limitato ad acquistare prodotti alimentari per i propri figli contravvenendo ai suoi obblighi di mantenimento.

Per tale reato l’uomo era stato già condannato alla pena di 4 mesi di reclusione e 400 euro di multa.

L’uomo aveva fatto più volte appello alla clemenza dei giudici di merito, adducendo a sua difesa di trovarsi in difficoltà economiche tanto da dover ricorrere all’aiuto di enti assistenziali e che comunque dopo la separazione aveva provveduto a mantenere i suoi figli, tutti di età inferiore ai diciotto, comprando lori dei viveri.

Ma anche per i giudici della Cassazione tali argomentazioni non erano sufficienti ad escludere il reato.

Ed invero – come già rilevato dai giudici di merito  – la minore età dei discendenti, destinatari dei mezzi di sussistenza, rappresenta “in re ipsa” una condizione soggettiva dello stato di bisogno, che obbliga entrambi i genitori a contribuire al loro mantenimento, assicurando loro i mezzi di sussistenza (Sez. VI n. 53607/2014).

Senonché nel corso del giudizio di merito era stato accertato che anche l’ex coniuge fosse in evidente stato di indigenza e perciò, costretta a fare lavori saltuari e a ricorrere all’aiuto di terzi per provvedere alle esigenze dei propri figli.

I doveri dei genitori verso i propri figli

L’art. 147 del codice civile disciplina i doveri dei genitori verso i propri figli, prevedendo espressamente che “il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni”.

Ne deriva che l’obbligo di mantenimento dei figli non si esaurisce in un obbligo meramente alimentare, avendo una portata assai più ampia.

Peraltro i giudici della Cassazione in più occasioni hanno ribadito il principio per cui neppure lo stato di disoccupazione del genitore separato lo esonera da tale obbligo di contribuzione.

In questo senso si pone anche la pronuncia in commento che ha confermato la condanna i via definitiva a carico del ricorrente.

La redazione giuridica

 

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FIGLIA MAGGIORENNE RIFIUTA DI VEDERE IL PADRE: IL MANTENIMENTO NON SI TOCCA

pari dignità

È essenziale dare concreta applicazione al principio di pari dignità dei coniugi e di pieno riconoscimento del lavoro domestico prestato all’interno della famiglia; in mancanza il principio di pari dignità dei coniugi resterebbe una formula vuota

Esiste un rapporto di equi ordinazione e di pari dignità tra il lavoro domestico, di cura e di accudimento dell’altro e della casa familiare sebbene, allo stato sia privo di concreto riconoscimento reddituale e il lavoro prestato all’estero del nucleo familiare”.

La vicenda

Nel 2015, con ricorso depositato presso il Tribunale di Roma, il ricorrente aveva chiesto il divorzio dalla propria moglie, dalla quale aveva avuto quattro figli.

I due erano già separati con provvedimento omologato nel 2014 dal giudice della separazione e mai, nel frattempo vi era stato tentativo di riconciliazione.

Nel giudizio per il divorzio, l’uomo aveva esposto di essere un imprenditore nel settore del commercio delle automobili e di aver dovuto sostenere un tenore di vita molto elevato nel corso del matrimonio, a causa del desiderio della moglie di acquisti lussuosi, di spese per abiti e gioielli di lusso, e di aver deciso, insieme con la stessa di trasferire, nel 2012, la propria residenza famigliare negli USA, a Miami, acquistando un immobile da destinare a casa familiare, nella prospettiva di diversificare l’attività imprenditoriale, con successivo trasferimento negli Stati Uniti.

Ma a causa del peggioramento della situazione economica tale progetto non si era mai potuto realizzare e perciò, avevano deciso di fare rientro a Roma.

L’uomo aveva anche esposto che durante la permanenza della famiglia a Miami era stato costretto a locare, per 3.000 euro mensili, la lussuosa casa di famiglia di sua proprietà, per trasferirsi in un immobile di proprietà di una delle società del gruppo, e riuscire a far fronte ai numerosi costi sostenuti dalla famiglia.

A tal proposito egli aveva più volte invitato sua moglie a ridimensionare il tenore di vita familiare; ma dopo aver visto che tale richiesta non era stata accolta, aveva deciso di chiedere la separazione.

Gli accordi di separazione

In sede di separazione i due coniugi avevano deciso di affidare i figli minori ad entrambi, ma con collocamento prevalente presso l’abitazione materna. Egli, invece, avrebbe continuato ad alloggiare presso un’altra abitazione presa in locazione. Avrebbe inoltre, corrisposto alla moglie un contributo di mantenimento di 1.000 euro e 2.000 euro per i figli, oltre al 100% delle spese straordinarie.

Dall’altra parte vi era la moglie, che senza opporsi alla richiesta di divorzio, aveva avanzato a sua volta alternative alle pronunce accessorie.

La stessa aveva dichiarato di non aver mai violato i doveri coniugali e che anzi, su richiesta del coniuge, aveva abbandonato la precedente attività lavorativa per dedicarsi pienamente all’accudimento della prole.

Non aveva mai smentito di aver tenuto un elevatissimo tenore di vita ma che ciò era in linea con le effettive disponibilità dell’ex coniuge e che, anzi, non era vero che questi stava attraversando un periodo di crisi economica.

Domandava, pertanto, le fosse riconosciuto un assegno divorzile di 8.000 euro tenuto conto del fatto che ella era priva di occupazione e di propri redditi, che non aveva mezzi adeguati per provvedere al proprio sostentamento e che fosse nell’impossibilità di trovare un impiego, in ragione dell’età (44 anni) e della mancanza di una pregressa esperienza lavorativa specifica.

La decisione del Tribunale di Roma

Prima di analizzare la vicenda nel merito, il Tribunale di Roma ha fatto subito ricorso al più recente orientamento espresso dalle Sezioni Unite della Cassazione (n. 18287/2018) in materia di natura e presupposti dell’assegno divorzile.

In tale pronuncia è stata definitivamente abbandonata la vecchia nozione di assegno di divorzio, quale strumento avente natura esclusivamente assistenziale, per dare accoglimento ad un nuovo concetto avente natura assistenziale (fondata sui parametri delle “condizioni dei coniugi” e del “reddito di entrambi”) ma anche compensativa-perequativa (considerando il contributo personale ed economico dato da ciascun coniuge alla condizione della famiglia e alla formazione del patrimonio di entrambi i partner) ed infine risarcitoria (rilevando le ragioni della decisione) dell’assegno in questione.

Ebbene, alla luce di tale nuova impostazione il giudice capitolino ha emesso la propria decisione facendo un’attenta disamina del caso in esame, senza trascurare concetti importanti quali la pari dignità tra i coniugi, il cd. squilibrio di genere e l’importanza del lavoro domestico.

L’accertamento giudiziale nella determinazione dell’assegno di divorzio

Nella determinazione dell’assegno divorzile il giudice di merito deve prendere come punto di partenza, l’analisi dell’attuale situazione economico reddituale delle parti (comprensiva delle potenziali dell’ex coniuge richiedente assegno di avere adeguati mezzi propri o di essere capaci di procurarli), per poi compararla e verificare l’esistenza di un eventuale squilibrio tra i due.

Compiuto tale accertamento egli deve valutare se la disparità economico reddituale o, lo squilibrio rilevato, sia frutto delle scelte condivise assunte in costanza di matrimonio, tenuto conto del contributo dato da ciascun coniuge alla formazione del patrimonio comune e all’evolversi della situazione reddituale e patrimoniale dell’altro.

Per fare tale operazione egli dovrà tenere in debita considerazione il contributo dato da ciascun coniuge alla formazione del patrimonio comune e all’evolversi della situazione reddituale e patrimoniale dell’altro, ma soprattutto la durata del vincolo coniugale che rappresenta la chiave di lettura di tutti gli altri criteri di valutazione e che, perciò, assume una rilevanza pregnante.

La durata del vincolo coniugale e i ruoli all’interno della coppia

“È infatti di immediata evidenza che maggiore sarà stata la durata del matrimonio, più sarà stato rilevante l’apporto di ciascuno alla formazione delle sostanze comuni e allo sviluppo delle capacità reddituali dell’altro coniuge, in una valutazione che impone la piena equi ordinazione tra il lavoro domestico, di cura e di accudimento dell’altro e della casa familiare, allo stato privo di concreto riconoscimento reddituale e il lavoro prestato all’estero del nucleo familiare”.

Nella citata sentenza delle Sezioni Unite si è detto anche che: “i ruoli all’interno della relazione matrimoniale costituiscono un fattore, molto di frequente, decisivo nella definizione dei singoli profili economico-patrimoniali e post matrimoniali e sono frutto di scelte comuni fondate sull’autodeterminazione e sull’autoresponsabilità di entrambi i coniugi all’inizio e nella continuazione della relazione matrimoniale”.

Lo squilibrio di genere

Neppure può trascurarsi il cd squilibrio di genere “che si sostanzia in un elevatissimo tasso di disoccupazione femminile, nell’oggettivo divario retributivo a parità di occupazioni; ed è condizione sociale che inevitabilmente incide sulle scelte individuali, inducendo i coniugi, nella maggior parte dei casi, a preferire che sia la moglie a dedicarsi in via esclusiva o, comunque, prevalente ai compiti di cura e accudimento della famiglia”.

Ebbene queste scelte assumono rilevanza, se provate, “anche con ricorso a presunzioni, nella fase dissolutiva del rapporto coniugale al fine di dare concreta applicazione al principio di pari dignità dei coniugi e di pieno riconoscimento del lavoro domestico prestato all’interno della famiglia; in mancanza il principio di pari dignità dei coniugi resterebbe una formula vuota”.

Alla luce di tali argomentazioni il Tribunale di Roma ha confermato l’obbligo di versamento in capo all’ex coniuge di un assegno di divorzio quantificato in euro 1000 mensili in favore della moglie, con rivalutazione annuale ISTAT, tenuto conto dell’assenza di redditi in capo a quest’ultima, delle oggettive difficoltà di procurarseli e della circostanza che la stessa avesse interrotto l’attività lavorativa con le maternità riducendo in tal modo le proprie competenze lavorative specifiche.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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NULLITA’ DEL MATRIMONIO: PUO’ ESSERE DICHIARATA ANCHE DOPO ANNI

addebito

La Corte di appello di Venezia aveva pronunciato la separazione con addebito al marito in ragione del suo “unilaterale” abbandono del domicilio coniugale, accompagnato dall’interruzione della erogazione dei contributi economici per la famiglia

In ragione dell’addebito, l’uomo veniva condannato al versamento di un assegno di mantenimento in favore della moglie di euro 400,00 mensili e di 800,00 euro per le due figlie, oltre la partecipazione al 50% delle spese straordinarie per queste ultime.

L’uomo, perciò, decideva di ricorrere ai giudici della Cassazione.

Tra gli altri motivi, lamentava l’errata valutazione del nesso di causalità tra l’abbandono del tetto coniugale e l’irreversibile crisi coniugale che, a suo a dir,e sarebbe stata effetto, e non già causa, della preesistente intollerabilità della vita coniugale.

Ma l’assunto difensivo non ha convinto i giudici della Cassazione i quali, hanno confermato la decisione pronunciata in appello.

L’abbandono del tetto coniugale

L’abbandono del tetto coniugale, domicilio della coppia, contravviene a uno dei doveri derivanti dal matrimonio indicati nell’art. 413 c.c. (il dovere di coabitazione).

Attualmente esso non è più configurato come reato ma può comportare, in taluni casi, l’addebito della separazione. Ad esempio, qualora, l’abbandono da parte di uno dei due coniugi sia privo di giustificazioni.

Ma perché ciò accada non è sufficiente asserire il mero fatto dell’abbandono; occorre che il giudice valuti, alla stregua delle circostanze del caso concreto, la presenza di un nesso causale con il fatto che esso abbia determinato la crisi della coppia e, dunque, la sopraggiunta intollerabilità a proseguire la convivenza.

Se al contrario la parte interessata riesce a dimostrare in giudizio che il suo abbandono sia stato non la causa ma la conseguenza di una crisi coniugale già in atto o di un comportamento intollerabile dell’altro partner, vengono meno i presupposti per ottenere o subire l’addebito della separazione.

Vale la pena ricordare che è sempre su istanza di parte che il giudice può pronunciarsi in materia di addebito e che tale richiesta è possibile solo in caso di separazione giudiziale, non anche in quella consensuale.

La redazione giuridica

 

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rideterminazione

In materia di rideterminazione degli obblighi di mantenimento dei figli minori, il giudice della separazione non è tenuto a rispettare il principio della corrispondenza tra chiesto e pronunciato

La Cassazione ha confermato la sentenza di rideterminazione della somma disposta a carico dell’ex coniuge dopo la morte del suocero.

La vicenda

Il giudice della separazione aveva disposto l’affidamento della figlia alla madre e l’obbligo di versamento a suo carico di un assegno mensile di 2.000 euro, di cui 800 a titolo di mantenimento della moglie e 1.200 quale contributo per il mantenimento della figlia minore, oltre alle spese straordinarie da sostenere nel suo interesse nella misura del 70%.

Il giudice adito aveva anche disposto una serie di interventi programmati con i Servizi sociali del Comune di residenza, al fine di fornire supporto psicologico al nucleo familiare e soprattutto, per consentire alla figlia un buon reinserimento nelle attività extrascolastiche e nel rapporto con i coetanei.

Ma l’uomo, padre della piccola e marito della donna convenuta in giudizio, presentava appello contro il predetto decreto chiedendo la conferma delle statuizioni economiche già concordate fra le parti in sede di separazione consensuale omologata.

Secondo gli accordi, infatti, egli avrebbe dovuto corrispondere un assegno perequativo destinato al mantenimento della figlia di 300 euro mensili oltre alle spese straordinarie; nessun versamento in favore della moglie; la conferma dell’affidamento condiviso ad entrambi i genitori con previsione del diritto del padre di vedere la figlia senza la madre, salvo diverso accordi, durante la settimana e durante i periodi festivi in giorni prefissati.

Inoltre chiedeva la condanna al risarcimento dei danni per la violazione, da parte della madre, degli obblighi concernenti l’esercizio del suo diritto di visita e in caso di opposizione di quest’ultima, che il giudice disponesse il collocamento della figlia presso di sé.

Ebbene, i giudici della corte d’appello adita hanno respinto il reclamo proposto dall’uomo e confermato le statuizioni economiche già previste a suo carico dal primo giudice.

In effetti – rilevava la corte giudicante – dopo la morte del suocero le condizioni economiche della moglie erano di gran lunga peggiorate, non potendo ella più fare affidamento sul consistente aiuto economico che il padre elargiva in favore della figlia, nonché sua nipote.

D’altra parte, sebbene ella fosse in possesso di titoli di studio (laurea e abilitazione alla attività di giornalista), che in astratto potevano garantirle un reddito sufficiente alle sue esigenze di vita, la realtà era ben altra … ed in effetti, ella all’età di cinquanta anni non aveva mai maturato alcuna esperienza lavorativa.

Il ricorso per Cassazione

La vicenda dei due coniugi separati e della loro figlia giungeva dunque sino ai giudici di Piazza Cavour.

A contestare la sentenza pronunciata dai giudici dell’appello era, ancora una volta, il coniuge obbligato all’assegno di mantenimento.

Ma anche in ultima istanza, i giudici della Cassazione hanno confermato la decisione impugnata, adducendo che, in effetti, la morte del suocero aveva rappresentato una circostanza sopravvenuta che ben giustificava il mutamento delle statuizioni civili in favore della moglie e della figlia, dal momento che il suo decesso aveva portato ad un rilevante cambiamento delle loro condizioni economiche, venendo meno la loro principale fonte di sostentamento economico.

Un aspetto interessante che il ricorrente fa oggetto di impugnazione è la commessa violazione del principio di corrispondenza tra domanda di parte e statuizione del giudice della separazione. Ed in effetti, col ricorso introduttivo (ex art. 710 c.p.c.), la donna aveva chiesto che le fosse corrisposta la somma di 1.800 euro mensili, mentre il tribunale di primo grado l’aveva liquidata in 2.000 euro mensili.

Ebbene, la Cassazione ricorda che in materia di determinazione degli obblighi di mantenimento dei figli minorenni, vale il principio di diritto per cui il giudice non è soggetto al principio della domanda di parte (Cass. n. 3908/2009; n. 10780/1996).

La redazione giuridica

 

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Ancora una controversia concernente l’addebito di separazione tra due coniugi, risolta dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 1715/2019

L’uomo, obbligato dal giudice di primo grado a versare gli alimenti alla ex moglie, deduceva dinanzi ai giudici dell’appello l’illegittimità di tale statuizione dal momento che quest’ultima aveva intrattenuto una relazione sentimentale con un altro uomo in costanza di matrimonio. Meritava pertanto, l’addebito della separazione.

Ma i giudici della corte territoriale non erano per nulla d’accordo; al contrario a loro detta, doveva ritenersi del tutto inesistente il nesso causale tra la separazione e la relazione extraconiugale della donna, posto che tale rapporto era cominciato quando già tra i due, era in atto una irreversibile crisi coniugale.

La corte d’appello aveva, perciò, deciso di disporre comunque in favore della donna il diritto a percepire l’assegno di mantenimento gravante sul marito, in considerazione del fatto che la stessa non percepiva altri redditi per la sussistenza.

Si instaurava così il giudizio dinanzi al Supremo Collegio.

I giudici della Cassazione non possono fare a meno di rilevare che i motivi di ricorso addotti dal ricorrente circa l’inesistenza dei presupposti per cui l’ex coniuge avrebbe avuto diritto all’assegno di mantenimento, vista la sua relazione extraconiugale, sono inammissibili. La relazione era nata quando già i due avevano cominciato a parlare di separazione vista la loro incompatibilità caratteriale e il solo protrarsi della convivenza non aveva certo consentito di superare quel clima di tensione.

Secondo i giudici di merito, la crisi del matrimonio era da addebitare unicamente alla incompatibilità caratteriale dei due coniugi, che nel tempo aveva reso irreversibile la rottura del rapporto.

Tale decisione, insindacabile in sede di legittimità, non poteva che essere condivisa anche perché del tutto coerente con la giurisprudenza della Cassazione secondo cui la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto rende irrilevante la successiva inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale ai fini della dichiarazione di addebito della separazione (Cass. sent. n. 16859/2015).

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