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divorzio accordo figli

Nel caso di sostanziale parità nei tempi di visita di entrambi i genitori con il proprio figlio, essi provvederanno al mantenimento del minore ognuno per conto proprio, ferma restando la ripartizione delle spese straordinarie al 50% ciascuno

È quanto ha deciso il Tribunale di Catania (sentenza n. 2651/2019) in ordine alla richiesta di cessazione degli effetti civili del matrimonio di due coniugi già separati legalmente..

I coniugi avevano concordato le seguenti condizioni: “ il minore trascorrerà con la madre dal lunedì al giovedì mattina; trascorrerà col padre dal giovedì al lunedì mattina; nonché ad anni alterni durante le festività natalizie il figlio trascorrerà una settimana con l’un genitore, in concomitanza del Natale, e una settimana con l’altro, in concomitanza col Capodanno; durante le vacanze pasquali, ad anni alterni, tre giorni con l’un genitore, in concomitanza con la Pasqua e tre giorni con l’altro, in concomitanza del Lunedì dell’Angelo; durante le ferie estive il diritto di entrambi in genitori di tenere con sì il figlio per un periodo, anche non continuativo, non inferiore a 30 giorni, da concordare entro l’inizio del periodo estivo; il diritto di entrambi i genitori di tenere per almeno 4 ore con sé il figlio nel giorno de suo compleanno.

Ebbene l’adito tribunale siciliano ha accolto l’accordo formulato dai due coniugi e “attesa la sostanziale parità nei tempi di visita di entrambi i genitori – ha disposto che essi – provvederanno al mantenimento del minore ognuno per conto proprio, ferma restando la ripartizione delle spese straordinarie al 50% ciascuno”.

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EX CONIUGE RICCO, LEGITTIMO AUMENTARE L’ASSEGNO DI MANTENIMENTO

minaccia ex coniuge

Denunciato per aver pronunciato nei confronti dell’ex coniuge l’espressione: “ti toglierò i bambini, stai attenta e copriti le spalle da ora in avanti”.

La Corte d’appello di Lecce, in integrale riforma della sentenza di primo grado, aveva pronunciato sentenza di condanna nei confronti dell’imputato, per il delitto di minaccia commesso ai danni dell’ex coniuge.

A detta dei giudici salentini, le frasi pronunciate dall’imputato nei confronti della persona offesa erano state tali da “intimorirla gravemente, andando a toccare profili delicati della sua vita personale”.

Ma la Corte di Cassazione non ha confermato la sentenza di condanna, accogliendo, invece, il ricorso formulato dal difensore dell’imputato, il quale lamentava il vizio di applicazione dell’art. 612 c.p., dovendosi “escludere l’intimidazione allorché il male ingiusto paventato dipenda da soggetti diversi dall’autore dell’intimidazione, il cui agire sia influenzabile da quest’ultimo”; nonché del fatto che la sentenza impugnata avesse comunque, ribaltato la pronuncia assolutoria di primo grado senza rinnovare l’istruttoria dibattimentale in appello, onde consentire l’esame della persona offesa, sulla cui parola, peraltro, si era fondata la sentenza di condanna.

Il giudizio di legittimità

“Deve stigmatizzarsi la motivazione resa dal Tribunale in ordine alla presunta valenza intimidatoria delle espressioni utilizzate dall’imputato nei riguardi della persona offesa”. È quanto si legge in sentenza.

A detta degli Ermellini, « il tenore dell’argomentazione spesa sul punto (“si trattava di frasi fortemente lesive della dignità personale della signora ed in grado di intimidirla gravemente, andando a toccare profili delicati della vita personale”) non giustificavano il carattere di concreta offensività delle espressioni evocate, tanto più che i fatti profilatoicome forieri di conseguenze pregiudizievoli per la donna non erano dipendenti dalla sola volontà dell’imputato».

Per tali motivi, la sentenza impugnata è stata annullata senza rinvio, con conseguente eliminazione della pena irrogata e delle statuizioni civili a carico dell’uomo.

Nella stessa sentenza i giudici della Quinta Sezione Penale della Cassazione hanno anche ricordato che il giudice di appello ha l’obbligo di rinnovare l’istruttoria solo nel caso in cui intenda riformare in pejus la sentenza impugnata basandosi esclusivamente su una diversa valutazione- rispetto a quella effettuata dal primo giudice – della prova dichiarativa che abbia carattere di decisività (Sezioni Unite n. 27620/2016).

La redazione giuridica

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L’OBBLIGO DI CORRISPONDERE I MEZZI ECONOMICI IN CASO DI SEPARAZIONE

assegno di mantenimento

La Corte d’appello di Napoli nell’agosto del 2017, ha dichiarato non dovuto l’assegno di mantenimento in favore dell’ex compagna perché economicamente autosufficiente

La donna si è pertanto rivolta ai giudici della Cassazione al fine di sentir dichiarare la nullità della sentenza impugnata e ottenere il riconoscimento del diritto al predetto contributo economico.

Ma i giudici della Suprema Corte hanno respinto il ricorso confermando quanto già assunto dai giudici di merito.

Ed invero, nel caso in esame, «il tessuto motivazionale dell’impugnata sentenza risultava puntuale, coerente e perfettamente conforme ai principi giuridici elaborati dalla giurisprudenza di legittimità»

Nel negare al coniuge l’assegno di mantenimento, la corte d’appello aveva infatti tenuto conto della effettiva capacità di produrre reddito della ricorrente (la quale verosimilmente svolgeva attività lavorativa ed era di giovane età); del tenore di vita goduto dai coniugi durante la convivenza familiare (restando indimostrato il suo carattere elevato), nonché della oggettivamente breve durata della coabitazione.

La conferma della decisione impugnata

Che per tali motivi, nessuna censura poteva essere mossa all’impugnata sentenza, avendo la corte fatto corretta applicazione dei principi giuridici elaborati in materia.

Secondo il più recente orientamento giurisprudenziale in tema di presupposti per il riconoscimento dell’assegno di mantenimento al coniuge più debole, ciò che rileva non è più il “precedente tenore di vita”, quanto piuttosto, la sua “indipendenza o autosufficienza economica”.

Ciò significa che a determinare la corresponsione o meno del contributo in questione sarà il reddito che il richiedente ha o è in grado di procurarsi in base alle propria formazione, all’età, alla propria esperienza lavorativa.

Il principio, cristallizzato nella sentenza n. 11504/17 della Cassazione, ricorda quanto già l’ordinamento prevede in relazione ai figli maggiorenni. L’aiuto economico in favore di questi ultimi dipende dalla loro effettiva capacità di indipendenza economica.

La redazione giuridica

 

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L’OBBLIGO DI CORRISPONDERE I MEZZI ECONOMICI IN CASO DI SEPARAZIONE

genitori in conflitto

Sempre più minori contesi dai loro genitori in conflitto. Esiste tuttavia, il diritto di “usufruire in modo equilibrato, serenamente, di entrambe le figure genitoriali “. È quanto risulta da una recente pronuncia del Tribunale di Verona, n. 379/2019

La vicenda

Con ricorso presentato ai sensi dell’art. 709 ter, comma secondo, c.p.c., il padre di due minori contestava il perdurante comportamento ostruzionistico della madre volto ad impedire, a seguito della pronuncia di separazione giudiziale tra i due, i rapporti tra questi ultimi e il loro genitore.

Nella specie, il ricorrente lamentava che la madre dei minori, pur dopo l’affidamento ai Servizi sociali dei figli, avesse continuato ad ostacolare le proprie visite “frapponendo pretestuosi quanto insussistenti improvvisi impedimenti e/o motivazioni meramente apparenti per negare ai figli gli incontri settimanali con il medesimo”, rifiutandosi di consegnarli i minori nei giorni ad esso accordato e durante le vacanze estive.

A tali ripetuti ostacoli, il ricorrente aveva dapprima contattato i Carabinieri senza tuttavia riuscire nell’intento finale di portali con se in vacanza.

La decisione

Ebbene, secondo l’adito tribunale, siffatto contegno contestato alla parte convenuta, era da intendersi contrario sia alla corretta esplicazione delle modalità di affidamento dei figli, nonché idoneo a pregiudicare il diritto di questi ultimi ad usufruire in modo equilibrato, serenamente, di entrambe le figure genitoriali.

Per tali motivi il Tribunale di Verona, con la sentenza in commento, ha deciso di accogliere il ricorso formulato ai sensi del citato articolo 709 ter, comma secondo n. 3 c.p.c., e condannare la convenuta al pagamento della somma complessiva di 1.500,00 euro a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale nei confronti dell’ex marito.

Nella stessa sentenza ha altresì ammonito la predetta ad astenersi dal porre in essere condotte future idonee ad ostacolare il diritto dei minori di poter coltivare un rapporto continuativo ed equilibrato con il padre.

La redazione giuridica

 

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REVRSIBILITA’ PER L’EX CONIUGE E ASSEGNO DI DIVORZIO: CHIARIMENTI

padre

La condotta del padre, già affidatario esclusivo del figlio, che tenta, con telefonate, appostamenti a scuola, di far valere i propri diritti e riallacciare i rapporti con quest’ultimo, non integra il reato di atti persecutori

La vicenda

L’indagato e la parte offesa erano coniugi prima separati poi divorziati.

Ebbene, la denunciante lamentava il fatto che il suo ex compagno tenesse un comportamento assillante e persecutorio nei confronti del figlio, presentandosi a scuola o fermandolo per strada, telefonandogli o citofonando a casa.

Aperto un fascicolo d’indagine e giunti dinanzi al giudice per le indagini preliminari, il Pubblico Ministero formulava richiesta di archiviazione. Ed invero, quegli episodi denunciati dalla donna non erano stati confermati dalla polizia giudiziaria né dai testimoni indicati dalla parte lesa.

In sede di separazione era stato disposto che il figlio fosse affidato al padre in via esclusiva, affidamento che tuttavia, non si era mai potuto concretizzare in quanto la madre aveva, di fatto, continuato a tenere il figlio presso di sé.

La situazione era andata avanti fino alla sentenza di divorzio ove il giudice, aderendo alle indicazioni fornite dal c.t.u., che aveva ritenuto opportuno lasciare la situazione così com’era e cioè che la madre continuasse a tenere il figlio presso di sé, per evitare un ulteriore aggravio della conflittualità fra i due ex coniugi.

La decisione

Stando così le cose, lo stesso Giudice per le indagini preliminari di La Spezia, ha inteso accogliere la richiesta di archiviazione in favore dell’indagato, dal momento che quest’ultimo non aveva fatto altro che rivendicare e far valere i propri diritti, poter vedere e mantenere rapporti con il figlio, che era stato già a lui affidato in via esclusiva.

Senz’altro, dunque, la condotta contestata non integrava alcuna fattispecie di reato, ivi compresa quella di atti persecutori.

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STALKING: CONDANNA ANCHE SE E’ RISTRETTO L’ARCO TEMPORALE DELLE CONDOTTE

alienazione parentale

Qualora un genitore denunci comportamenti dell’altro genitore, affidatario o collocatario, di alienazione parentale, il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità in fatto dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova, comprese le presunzioni

La vicenda

A seguito della separazione giudiziale tra due coniugi, la corte d’appello di Venezia aveva confermato la decisione primo grado che aveva disposto l’affidamento del minore in via esclusiva al padre, previo immediato allentamento dalla casa ove viveva con la madre e collocazione dello stesso, per un semestre, presso una comunità dedita alla cura e al sostegno dei minori in Treviso, stabilendo per il periodo successivo la collazione esclusiva presso l’abitazione paterna.

La ragione di siffatta decisione derivava dal giudizio, condiviso dai giudici di merito, espresso dal c.t.u. riguardo alla madre del minore, definita un “soggetto anelastico, scarsamente propensa a mettersi in discussione, … caratterizzato da un atteggiamento preconcetto”, e scarsamente collaborativo.

Tale atteggiamento aveva inciso nella determinazione della c.d. alienazione parentale del figlio nei confronti del padre.

La donna –si legge nella sentenza impugnata – aveva attuato un preciso «progetto di esclusione del genitore alienato, mediante la sostituzione del padre biologico con il nonno materno». Ed infatti nel minore era stato riscontrato un atteggiamento di completo rifiuto nei confronti del padre.

In tale contesto, la corte d’appello aveva ritenuto il rischio si incorresse in una violazione del principio di bigenitorialità, venendo privato il minore, al di fuori di cause giustificatrici, dell’apporto affettivo e culturale che l’altro genitore poteva recare al figlio; cosicché il provvedimento temporaneo, di affidamento del minore in via esclusiva al padre risultava necessario al fine di porre le condizioni per la concreta attuazione del principio di bigenitorialità come pure la temporanea interposizione di un soggetto terzo, quale la struttura residenziale dedicata alla cura ed al sostegno del minore.

Il giudizio sull’alienazione parentale

I giudici della Cassazione hanno ribadito che, in tema di affidamento dei figli minori, il giudizio prognostico che il giudice, nell’esclusivo interesse morale e materiale della prole, deve operare circa le capacità dei genitori di crescere ed educare il figlio nella nuova situazione determinata dalla disgregazione dell’unione, va formulato tenendo conto, in base ad elementi concreti, del modo in cui i genitori hanno precedentemente svolto i propri compiti, delle rispettive capacità di relazione affettiva, nonché della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell’ambiente sociale e familiare che è in grado di offrire al minore, fermo restando in ogni caso, il rispetto del principio della bigenitorialità, da intendersi quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, i quali hanno il dovere d cooperare nella sua assistenza, educazione e istruzione (Cass. n. 18817/2015; n. 22744/2017).

In una recente pronuncia, peraltro, la Cassazione (Cass. n. 6919/2016), ha affermato, con riguardo ad un’ipotesi di alienazione parentale, il seguente principio di diritto: «in tema di affidamento di figli minori, qualora un genitore denunci comportamenti dell’altro genitore, affidatario o collocatario, di allontanamento morale e materiale del figlio da sè, indicati come significativi di una PAS (sindrome di alienazione parentale), ai fini della modifica delle modalità di affidamento, il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità in fatto dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova, tipici e specifici della materia, incluse le presunzioni, ed a motivare adeguatamente, a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della suddetta patologia, tenuto conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena» .

Il giudice di merito, a tal fine, può utilizzare i comuni mezzi di prova tipici e specifici della materia (incluso l’ascolto del minore) e anche le presunzioni (desumendo eventualmente elementi anche dalla presenza, laddove esistente, di un legame simbiotico e patologico tra il figlio e uno dei genitori).

La decisione

Ebbene, nel caso in esame, la corte d’appello aveva motivato sulle ragioni del rifiuto del padre da parte del figlio ed avevano dato rilevo ad alcuni comportamenti della madre, ritenuti come unicamente volti all’allontanamento fisico e morale del figlio minore dall’altro genitore; ma non avevano tuttavia, spiegato per quale ragione l’affidamento in via esclusiva al padre, previo collocamento temporaneo dello stesso in una comunità o casa – famiglia, fosse l’unico strumento utile ad evitare al minore un più grave pregiudizio ed ad assicurare al medesimo assistenza e stabilità affettiva, sempre nell’ottica di assicurare l’esercizio del diritto del minore ad una effettiva bigenitorialità.

La decisione di escludere, per un semestre, la madre dalla vita del figlio non è stata perciò, condivisa.

La redazione giuridica

 

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MATERNITA’ SURROGATA: GENITORIALITA’ NEGATA AD UNA COPPIA OMOSESSUALE

minore

Legittimo il rifiuto del giudice della separazione di ascoltare il minore qualora le sue volontà risultino fortemente condizionate dalle scelte dei genitori

Nell’ambito del procedimento di separazione tra due coniugi, la Corte d’appello di Venezia aveva confermato la collocazione del minore presso la madre nella città di Treviso; aveva, invece, rigettato la richiesta di trasferimento presso la casa paterna sita a Milano.

Ebbene, con ricorso per Cassazione il genitore lamentava la nullità della pronuncia per violazione di legge. Ed invero, la corte territoriale, di fronte alla sua richiesta di ascolto diretto del minore e di rinnovazione della CTU, non solo non vi aveva provveduto, ma non aveva neppure illustrato le ragioni per le quali non aveva inteso dare seguito a tale richiesta.

In altre parole, il ricorrente si doleva del fatto che la Corte di merito avesse omesso di prendere in considerazione la volontà del figlio, favorevole ad un rientro a Milano per vivere con il padre e la sua nuova famiglia, già manifestata nel corso della CTU, e di motivare le ragioni della non condivisione nell’adozione del provvedimento impugnato.

L’audizione del minore

Come noto «L’audizione dei minori, è divenuta un adempimento necessario, nelle procedure giudiziarie che li riguardino, ed in particolare in quelle relative al loro affidamento ai genitori. (…) Costituisce pertanto violazione del principio del contraddittorio e dei principi del giusto processo il mancato ascolto che non sia sorretto da espressa motivazione sull’assenza di discernimento che ne possa giustificare l’omissione, in quanto il minore è portatore di interessi contrapposti e diversi da quelli del genitore, in sede di affidamento e diritto di visita, e per tale profilo, è qualificabile come parte in senso sostanziale». (Cass. Sez. U. n. 22238/2009) e che l’audizione del minore infradodicenne capace di discernimento può avvenire direttamente da parte del giudice ovvero, su mandato di questi, di un consulente o del personale dei servizi sociali, salvo che il giudice non ritenga, con specifica e circostanziata motivazione, l’esame manifestamente superfluo o in contrasto con l’interesse del minore medesimo.

Come è stato chiarito … «l’ascolto del minore di almeno dodici anni, e anche di età minore, ove capace di discernimento, costituisce una modalità, tra le più rilevanti, di riconoscimento del suo diritto fondamentale ad essere informato e ad esprimere le proprie opinioni nei procedimenti che lo riguardano, nonché elemento di primaria importanza nella valutazione del suo interesse», anche se le sue dichiarazioni non vincolano il giudice nell’adozione dei provvedimenti nel superiore interesse del minore.

Ebbene, per i giudici della Cassazione la decisione impugnata aveva fatto corretta applicazione dei principi sopra enunciati.

Il minore era stato già ascoltato in primo grado a cura del CTU e le sue dichiarazioni erano state poste a fondamento dei provvedimenti adottati, insieme alle altre risultanze istruttorie.

Inoltre, risultavano espresse le ragioni per cui la Corte d’appello aveva disatteso il desiderio manifestato dal figlio di rientrare a Milano dal padre: segnatamente, era stato evidenziato che tale desiderio appariva conseguire al comportamento tenuto dal primo in opposizione alla madre, comportamento tale da indurre il minore «a schierarsi nel conflitto tra i genitori a favore del padre» ed a «manifestare l’insistente desiderio del suo rientro a Milano e la sua impossibilità di inserirsi nell’ambiente materno e da coinvolgerlo in un ruolo ed in scelte e decisioni che competono agli adulti».

Per tali motivi, i giudici della Cassazione hanno ritenuto prive di pregio le doglianze difensive.

La redazione giuridica

 

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IL TRATTAMENTO COGNITIVO-COMPORTAMENTALE AL MINORE LO PAGA L’ASL

percorso di supporto alla genitorialità

Legittimo il provvedimento del giudice che dispone l’obbligo per i genitori di seguire un percorso di supporto alla genitorialità nel preminente interesse del minore

La vicenda

Contro la sentenza del Tribunale di Trieste che aveva disposto a seguito della separazione giudiziale di due coniugi, l’affidamento della loro figlia minore ad entrambi e il conseguente obbligo di seguire un percorso di supporto alla gentorialità e di sostegno per la minore, presso il consultorio familiare territorialmente competente, questi ultimi proponevano ricorso prima in appello e poi in Cassazione.

Ma il motivo non è stato accolto, in quanto manifestamente infondato, dal momento che il giudice di merito si era limitato a ritenere opportuno che i genitori provvedessero ad una mediazione familiare per superare le difficoltà riscontrate, disponendo l’obbligo dei « genitori di sottoporsi ad un percorso psicoterapeutico individuale».

Del resto, in tema di provvedimenti riguardo ai figli nella separazione personale dei coniugi, in merito all’art. 155 c.c., la Suprema Corte di Cassazione ha già chiarito che è permesso al «giudice di fissare le modalità della loro presenza presso ciascun genitore e di adottare ogni altro provvedimento ad essi relativo, attenendosi al criterio fondamentale rappresentato dal superiore interesse della prole, che assume rilievo sistematico centrale nell’ordinamento dei rapporti di filiazione, fondato sull’art. 30 Cost. L’esercizio, in concreto, di tale potere, dunque, deve costituire espressione di conveniente protezione (art. 31 Cost.) del preminente diritto dei figli alla salute e ad una crescita serena ed equilibrata e può assumere anche profili contenitivi dei rubricati diritti e libertà fondamentali individuali, ove le relative esteriorizzazioni determinino conseguenze pregiudizievoli per la prole che vi presenzi, compromettendone la salute psico-fisica e lo sviluppo»; e come aggiunge tale decisione, «tali conseguenze, infatti, oltre a legittimare le previste limitazioni ai richiamati diritti e libertà fondamentali contemplati in testi sovranazionali, implicano in ambito nazionale il non consentito superamento dei limiti di compatibilità con i pari diritti e libertà altrui e con i concorrenti doveri di genitore fissati nell’art. 30 Cost., comma 1, e nell’art. 147 c.c.» (Cass. n. 9546/2012).

La decisione

Tali principi sono stati più volte confermati dalla giurisprudenza di legittimità. Del resto anche l’art. 12, comma 4, della legge 4 maggio 1983, n. 184 sull’adozione autorizza prescrizioni penetranti ai «genitori ed ai parenti», per assicurare l’assistenza al minore, proprio quale c.d. sostegno alla genitorialità, al fine di rimediare alle situazioni di probabile abbandono ed anzi superare le medesime: ciò palesando la piena compatibilità di tali disposizioni con il rispetto dell’altrui diritto soggettivo genitoriale, in questa materia subordinato al preminente interesse del minore.

Pertanto, non è illegittima la decisione del giudice della separazione che disponga l’obbligo per i genitori di intraprendere un percorso di sostegno alla genitorialità e di supporto alla minore, avendo assunto a parametro di riferimento l’interesse preminente del minore, interesse che, “all’esito dell’insindacabile valutazione discrezionale delle risultanze istruttorie compiuta dai giudici di merito, è stato ritenuto a rischio di pregiudizio per la conflittualità genitoriale, sulla quale è possibile positivamente incidere, prevendendo altri gravi danni al minore”.

La redazione giuridica

 

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PUBBLICAZIONE DI FOTO DI MINORI: SOLO I GENITORI POSSONO DARE IL CONSENSO

E’ necessario che la domanda di assegnazione della casa familiare sia proposta in sede di giudizio di divorzio anche da parte di chi risulti già assegnatario della stessa, altrimenti gli sarà negata, non potendo il giudice provvedervi officiosamente

In caso di figli maggiorenni l’istanza di assegnazione della casa familiare deve essere espressamente formulata in giudizio dalla parte interessata, pena la perdita di tale diritto.

La vicenda

All’esito del giudizio di separazione tra due coniugi, il Tribunale aveva assegnato la casa familiare alla moglie e al figlio con lei convivente e, all’epoca, già maggiorenne, disponendo altresì in favore di quest’ultimo un assegno di mantenimento a carico del padre.
Con la dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio la donna risultava già beneficiaria della casa familiare; perciò, ritenne di non essere obbligata a reiterare la richiesta nel successivo giudizio di divorzio.
Ed infatti in primo grado la causa di divorzio si concludeva con l’affermazione delle medesime statuizioni già pronunciate dal giudice della separazione; ma in appello, la corte territoriale, revocava all’ex moglie e al figlio l’assegnazione della casa familiare, posto che al riguardo non era stata formulata alcuna specifica istanza; ed anzi la decisione del giudice di prime cure era stata assunta extra petita.
In effetti, i giudici della corte di merito, avevano rilevato che nel giudizio per il divorzio degli ex coniugi, se da una parte era stata presentata espressa domanda di revoca dell’assegnazione della casa familiare in favore della moglie e del figlio, dall’altra parte non vi era stata alcuna richiesta di conferma della corrispondente statuizione assunta nel giudizio di separazione.
Ebbene, giunti in Cassazione su ricorso formulato dall’ex moglie, la decisione della corte d’appello è stata definitivamente confermata.
Correttamente, la corte territoriale, aveva rilevato il vizio di extrapetizione. Tuttavia, siffatta valutazione non escludeva – a detta degli Ermellini – la necessità di esaminare in concreto la funzione del provvedimento di assegnazione della casa familiare, così come voluto dal legislatore e dalla giurisprudenza, in correlazione alla peculiare condizione giuridica del figlio maggiorenne non ancora autosufficiente.

La legge sull’assegnazione della casa familiare

L’art. 6, comma 6 della L. n. 898/1970 stabilisce il criterio in base al quale il giudice deve provvedere all’assegnazione della casa coniugale.
La norma contiene una disciplina analoga a quella prevista nell’art. 337 sexies c.c. La giurisprudenza di legittimità, ha poi, integrato il parametro legislativo ancorando il godimento della casa familiare esclusivamente al regime di affidamento e collocamento dei figli minori.
Per quelli maggiorenni non autosufficienti, è necessaria la prosecuzione della coabitazione del genitore assegnatario del predetto immobile.
Ma nessuna delle due norme contiene indicazioni utili in relazione alla necessità che la situazione sull’assegnazione della casa familiare debba essere fondata sulla formulazione di una domanda, in ossequio al principio dispositivo, o possa essere adottata anche officiosamente in funzione del rilievo pubblicistico dei diritti in gioco.
La traduzione letterale delle norme e l’elaborazione giurisprudenziale postulano soltanto l’indisponibilità e l’irrinunciabilità del diritto al godimento della casa familiare in capo al genitore affidatario in relazione ai figli minori.
Ne consegue che il giudice, ove sia identificabile un immobile destinato al nucleo familiare e si ponga, concretamente, la questione dell’assegnazione, in funzione dell’interesse dei minori è tenuto a sollevare officiosamente la questione relativa al provvedimento da adottare.

L’assegnazione della casa familiare in caso di figli maggiorenni

Con riguardo invece, ai figli maggiorenni, l’art. 337 septies c.c. prevede che il giudice possa disporre, valutate le circostanze, in favore di questi ultimi, qualora siano non indipendenti economicamente, il pagamento di un assegno periodico.
Ma tale diritto è condizionato alla proposizione di una domanda, da parte di uno dei genitori verso l’altro, o in via concorrente, del figlio stesso, in quanto con il raggiungimento della maggiore età, l’obbligo di mantenimento dei figli non costituisce più un effetto automatico conseguente al vincolo di genitorialità, ma risulta condizionato all’accertamento della peculiare condizione di non indipendenza economica dello stesso, accompagnato dall’intento di impegnarsi al raggiungimento di un preciso obiettivo professionale, ben potendo, in caso contrario, tale condizione essere fatta valere in giudizio dal genitore che si oppone al versamento dell’assegno.

L’esigenza di preservare la continuità dell’habitat domestico

Parimenti, il collegamento tra affidamento, contributo al mantenimento e assegnazione della casa familiare è attenuato con il raggiungimento della maggiore età. L’esigenza di preservare la continuità dell’habitat domestico in funzione dell’equilibrato sviluppo psico-fisico del minore perde di centralità con il raggiungimento della maggiore età, per lasciare spazio alle esigenze concrete di vita del figlio che non abbia ancora completato il proprio percorso di autonomia economico-patrimoniale.
«In questo contesto – chiariscono i giudici della Suprema Corte – non può prescindersi dalla formulazione delle domande relative al mantenimento e all’assegnazione della casa familiare, sia perché fondate su presupposti fattuali parzialmente diversi da quelli relativi ai figli minori, sia perché l’obbligo di contribuzione e quello relativo al sacrificio nel godimento dell’abitazione sono condizionati dall’accertamento della situazione di non indipendente economica del figlio maggiorenne, dal giudizio prognostico sui suoi progetti lavorativi e professionali ed, infine, anche dalla verifica della coabitazione con uno dei genitori».
In altre parole, è necessario che la domanda di assegnazione della casa familiare venga proposta in sede di giudizio di divorzio anche da parte di chi risulti già assegnatario della stessa come da statuizioni assunte in sede separativa, non potendo il giudice provvedervi officiosamente proprio in ragione della diversa connotazione giuridica che caratterizza il figlio maggiorenne, soprattutto in termini di autodeterminazione individuale rispetto al minore.
Per tali motivi la richiesta della madre e del suo figlio è stata definitivamente rigettata.

La redazione giuridica

 
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RICONOSCIUTO L’ASSEGNO DI DIVORZIO AL CONIUGE CHE SVOLGE ATTIVITA’ LOGORANTI

La Cassazione ha accolto il ricorso di un padre avverso la sentenza dei giudici dell’appello che avevano vietato, senza idonea motivazione, la frequentazione infrasettimanale con la sua figlia minore

Per garantire il superiore interesse del minore non è sufficiente che le autorità giudiziarie prevedano la possibilità per il bambino di incontrare il proprio genitore o avere contatti con lui, ma includono l’insieme delle misure preparatorie che in concreto permettono di raggiungere questo risultato, quali la frequentazione assidua tra genitore e figlio”.

La vicenda

A seguito della separazione giudiziale tra due coniugi, il Tribunale di primo grado affidava la figlia minore, ad entrambi i genitori, con collocamento presso la madre, stabilendo che il padre potesse vederla e tenerla con sé, salvo diverso accordo con l’ex coniuge, a fine settimana, ossia ogni quindici giorni, e prevendendo un assegno di mantenimento a carico di quest’ultimo in favore della figlia di 600 euro.
In secondo grado, la corte d’appello confermava le modalità di visita del genitore e riduceva l’importo del predetto assegno di mantenimento ad euro 450.
Ma la vicenda giungeva in Cassazione, su ricorso del padre, il quale si doleva del fatto che il provvedimento impugnato non prevedesse tempi di permanenza infrasettimanali tra lui e la figlia, e quindi di frequentazione con la minore in misura tendenzialmente paritetica rispetto a quelli di permanenza presso il genitore collocatario, sì da consentire, nell’ottica di una congrua assiduità dei rapporti, anche l’esercizio della comune responsabilità genitoriale.
La tenera età della figlia, nata nel 2014 non sarebbe stata, poi, di ostacolo all’incremento del tempo di frequentazione tra padre e figlia; al riguardo, da tempo, la giurisprudenza ha riconosciuto che certamente il tempo di permanenza tra genitore e figlio influisce sull’instaurarsi di un solido legame tra i due.
La Corte d’appello aveva inoltre, omesso di motivare sulla presunta inidoneità genitoriale del ricorrente tale da giustificare i ristretti tempi di visita con la minore.

Il principio di bigenitorialità secondo la giurisprudenza

E’ principio ormai noto che nell’interesse superiore del minore deve sempre essere assicurato il rispetto del principio della bigenitorialità, da intendersi quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, nel dovere dei primi di cooperare nell’assistenza, educazione ed istruzione.
L’orientamento è confortato anche dalla giurisprudenza di fonte convenzionale, laddove la Corte Edu, chiamata a pronunciarsi sul rispetto della vita familiare (di cui all’art. 8 CEDU) e, pur riconoscendo all’autorità giudiziaria ampia libertà in materia di diritto di affidamento, ha evidenziato la necessità di un più rigoroso controllo sulle “restrizioni supplementari”, tali intendendo quelle apportare dalle autorità al diritto di visita dei genitori, e sulle garanzie destinate ad assicurare la protezione effettiva del diritto dei genitori e dei figli al rispetto della loro vita familiare.

Le restrizioni supplementari

Le “restrizioni supplementari” comportano, invero, il rischio di troncare le relazioni familiari tra un figlio in tenera età e uno dei genitori o entrambi, pregiudicando il preminente interesse del minore.
«Per un genitore e suo figlio, stare insieme costituisce un elemento fondamentale della vita famigliare»: è quanto ha ribadito dalla Corte Edu, in una recente pronuncia del 2015; con l’ulteriore precisazione che per garantire effettività della vita familiare o privata nei termini di cui all’art. 8 CEDU non è sufficiente che gli Stati membri prevedano la possibilità per il bambino di incontrare il proprio genitore o avere contatti con lui, ma includono l’insieme delle misure preparatorie che, non automatiche e stereotipate, permettono di raggiungere questo risultato.
In tale ordine di misure, vi è la preliminare esigenza di ravvicinare il genitore al figlio, perché il trascorre del tempo può avere delle conseguenze irrimediabili sulle relazioni tra il fanciullo e quello dei genitori che non vive con lui (Core Edu Lombardo c/ Italia).
Ebbene, in siffatto contesto interpretativo, i giudici della Cassazione non hanno potuto evitare di censurare la sentenza impugnata, dal momento che con motivazione del tutto assente e solo alla luce della esistente conflittualità tra i due coniugi, aveva escluso una frequentazione infrasettimanale con il padre; in tal modo, violando il principio della bigenitorialità, nei termini anzidetti.
Il ricorso per tali motivi, è stato accolto con rinvio alla corte d’appello per un nuovo esame della fattispecie.

La redazione giuridica

 
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