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setticemia

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peritonite

I familiari di una donna di 69 anni deceduta lo scorso febbraio per una “peritonite con grave forma di setticemia” ipotizzano responsabilità mediche per la morte della loro cara

Morta per una peritonite non diagnosticata. E’ l’ipotesi contenuta nella denuncia presentata presso la Procura di Foggia dai familiari di una donna di 59 anni, deceduta lo scorso 6 febbraio.

In base a quanto ricostruito dal quotidiano online Foggiatoday, il 10 gennaio la signora era arrivata in ospedale a Cerignola a bordo di un’ambulanza. Qui, per 5 giorni, sarebbe stata sottoposta a cure per “bronchite asmatica” e “difficoltà respiratorie”.

Il 15 gennaio, dato l’aggravarsi delle sue condizioni, era stata trasferita ad Andria dove sarebbe stata trattenuta per dieci giorni con una diagnosi di bronchite.

Il 25 gennaio, dopo un ulteriore peggioramento del quadro clinico, la corsa presso il reparto di rianimazione degli Ospedali Riuniti di Foggia, dove la paziente era stata operata d’urgenza.

I medici del capoluogo di provincia pugliese, infatti, le avrebbero diagnosticato una peritonite con grave forma di setticemia.

Nello specifico, come riporta Foggiatoday, le sarebbe stato riscontrato un grosso foro nell’intestino, causato quasi sicuramente da un’appendicite di cui, secondo l’ipotesi della famiglia, nessuno si sarebbe accorto. Il 6 febbraio, nonostante le cure, era sopraggiunto il decesso.

I parenti, dopo aver acquisito tutta la documentazione sanitaria, hanno deciso di denunciare l’accaduto in Procura per fare piena luce sulla vicenda. A detta del loro legale vi sarebbero delle responsabilità gravissime, in particolare da parte del personale sanitario che ebbe in cura la donna a  Cerignola e Andria. I camici bianchi, nello specifico, non si sarebbero accorti dell’appendicite, curandola invece per una bronchite asmatica.

 

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ascesso dentale

Chiuse le indagini sul decesso di un uomo di 48 anni, scomparso nel 2017 a Palermo. Il fratello: non si può morire per un banale ascesso dentale

Morì il 10 aprile del 2017 all’ospedale Civico di Palermo per una grave setticemia. Una tragedia giunta a conclusione di un calvario iniziato il 24 marzo, quando l’uomo si presentò al Pronto soccorso di Marsala per un ascesso dentale.

Il paziente, 48enne e padre di un ragazzo di 14 anni, venne visitato e dimesso  con la prescrizione di una terapia medica. In quella sede gli venne inoltre fissato un ulteriore controllo per il 29 marzo. Dopo appena due giorni, tuttavia, tornò in ospedale accusando  febbre a 39 e una tumefazione sotto la mandibola. Anche in quel caso però, dopo gli accertamenti del caso, venne rimandato a casa. “Parlai con i medici – racconta il fratello all’Adnkronos – e mi accorsi di essere in mano a nessuno, lo dimisero dicendo di continuare a prendere le pillole”.

Trascorsi altri due giorni, dopo un nuovo accesso al Pronto soccorso di Marsala, l’uomo venne dirottato per ulteriori esami all’ospedale di Trapani. Qui sarebbe arrivato sempre più debole, con difficoltà respiratorie e la febbre altissima. Aveva anche un edema. I medici si accorsero che le piastrine erano bassissime. L’otorino, secondo il racconto del fratello,  si rese conto che la situazione era “bruttissima” disponendo ulteriori cure antibiotiche.

L’indomani mattina il 48enne fu trasferito in terapia intensiva e poi trasportato in elisoccorso all’ospedale Civico. Era già in  setticemia e choc settico.

A Palermo venne ricoverato in Rianimazione e sottoposto a due chirurgici. Dopo una settimana di sofferenze e febbre alta sopraggiunse il decesso. La causa del decesso fu una “fascite necrotizzante odontogena con mediastinite”.

In seguito alla denuncia querela presentata dai familiari la Procura di Palermo aprì un’inchiesta sul caso. A due anni di distanza il Pubblico ministero ha chiuso le indagini a carico di alcuni sanitari che presero in cura il paziente. Il magistrato, secondo quanto riporta l’Adnkronos,  si appresta a chiedere il rinvio a giudizio degli indagati con l’accusa di omicidio colposo.

“Non si può morire a soli 48 anni per un banale ascesso dentale. Voglio giustizia per questa morte assurda – afferma ancora il fratello della vittima -. Io ho fiducia nella giustizia, ma non posso accettare che mio fratello sia morto per un ascesso. E se qualcuno ha sbagliato, deve pagare. Mio fratello ha lasciato un vuoto incolmabile in tutti noi, dal figlio che oggi ha 16 anni a mia madre che non riesce a superare questo grande dolore”.

 

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EMORRAGIA INTESTINALE NON DIAGNOSTICATA, QUATTRO MEDICI A GIUDIZIO

 

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operaio morto

Si indaga sul decesso di un operaio morto per una setticemia dopo un intervento per i calcoli renali. L’uomo aveva 61 anni ed è stato operato al Careggi.

Si indaga sul decesso di un operaio morto per una setticemia dopo un intervento di routine per asportare dei calcoli renali.

L’uomo, 61 anni, di Prato, è morto il 22 ottobre scorso nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Careggi.

L’operazione, che riguardava anche l’asportazione di alcuni diverticoli, è stata eseguita venerdì mattina, ma pare che qualcosa non sia andato nel verso giusto.

Secondo le prime indiscrezioni, sembra che nel corso dell’intervento sia stata riscontrata la perforazione della sacca biliare. Questo ha innescato una setticemia poi rivelatasi letale per l’ operaio.

Martedì i familiari del 61enne hanno presentato un esposto alla magistratura fiorentina.

Lo scopo è quello di fare luce su quanto accaduto all’ operaio morto per una setticemia. Ma, soprattutto, capire se vi siano stati errori o negligenze.

Intanto, è stata disposta l’autopsia sul cadavere del 61enne. Le parti attendono il conferimento dell’incarico.

I sanitari che hanno eseguito l’intervento sono stati già identificati, ammettendo sostanzialmente l’errore medico.

Sembra che il paziente avesse da subito lamentato forti dolori all’addome, ma solo nella notte tra sabato e domenica sarebbe stato sottoposto a una Tac. L’esame ha poi evidenziato la perforazione della sacca biliare.

L’ospedale ha annunciato di aver avviato “un approfondimento nell’ambito delle attività del rischio clinico”.

“Il caso – si legge ancora nella nota del nosocomio – particolarmente complesso per la compresenza di varie problematiche per le quali era necessario intervenire chirurgicamente in modo coordinato, ha comportato condizioni avverse che possono essere considerate compatibili con una complicanza chirurgica statisticamente possibile”.

Sarà ora l’inchiesta a far luce sull’accaduto.

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DECEDUTO PER UN INFARTO NON DIAGNOSTICATO: UN MEDICO CONDANNATO

 

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infezione periprotesica

L’uomo aveva subito un intervento al ginocchio, ma una setticemia determinata da un’ infezione periprotesica lo aveva condotto negli anni alla cecità

Sarebbe stata un’ infezione periprotesica nosocomiale la causa di una setticemia che ha condotto un pensionato ligure alla perdita della vista. L’uomo si era sottoposto nel 2006 a un intervento di protesi al ginocchio presso una clinica in provincia di Lucca.

Per un anno non ebbe postumi pesanti, fino alla comparsa dei primi sintomi dell’infezione: “ingravescenti e non rimediabili difficoltà di deambulazione, astenia, iperpiressia, calo ponderale”.

Due anni dopo il pensionato si sottopose a un nuovo intervento chirurgico per sostituire la protesi infetta e posizionarne una temporanea, poi rimossa l’anno successivo. Con il tempo, tuttavia, la setticemia continuò ad aggravarsi, fino a condurlo alla sostanziale cecità. Il tutto nonostante un susseguirsi di cure e di ricoveri.

L’uomo morì a marzo del 2013, dopo anni di calvario, ma per cause naturali indipendenti dalle patologie legate all’intervento.

Nelle scorse ore il Tribunale di Lucca ha condannato la clinica toscana, portata in Giudizio dagli eredi del pensionato.

La vicenda processuale era iniziata nel 2012.

L’uomo aveva depositato un ricorso per accertamento tecnico preventivo che aveva fatto emergere la piena responsabilità della struttura sanitaria. La Clinica tuttavia non aveva riconosciuto i risultati della consulenza e gli eredi, in seguito al decesso del loro caro, si erano rivolti ai Giudici.

Il CTU incaricato dal Tribunale, secondo quanto riferisce La Nazione, ha quantificato il danno biologico permanente corrispondente al ‘maggior danno’ a carico dell’arto inferiore, causato dal peggior risultato funzionale della protesi e dalla setticemia mai risolta. Il consulente, inoltre, ha valutato la cecità in occhio destro causata dall’uveite settica.

Sulla base di tale perizia il Tribunale ha quindi riconosciuto agli eredi un risarcimento pari a circa 360mila euro.

 

 

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TERAPIA INADEGUATA, RISARCIMENTO DA 880MILA AI FAMILIARI DELLA VITTIMA

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La donna aveva scoperto da poco il decesso del secondo figlio, di cui stava programmando la nascita con parto cesareo

Sarà l’autopsia a fare luce sulla tragica vicenda di una giovane 24enne di Senigallia, deceduta mercoledì scorso, poche ore dopo aver scoperto che il bambino che portava in grembo era morto già da diverse ore, forse due giorni.

La ragazza, alla 39esima settimana di gestazione, si era recata all’Ospedale di Fano per programmare il taglio cesareo da cui sarebbe dovuto nascere il secondogenito. Solo due settimane prima una visita svolta presso il nosocomio di Senigallia non aveva evidenziato particolari problemi, al di là di una forte anemia.

Durante il monitoraggio presso la struttura sanitaria fanese la drammatica scoperta della morte del nascituro e l’immediato ricovero per l’espulsione del feto. Secondo quanto denunciato dal marito della donna, i sanitari avrebbero deciso di indurre l’espulsione in maniera naturale con l’aiuto di alcuni farmaci, riservandosi l’opzione del cesareo solo in caso di complicazioni. La donna tuttavia avrebbe iniziato ad accusare dolori sempre più insistenti, per poi iniziare a vomitare, rannicchiandosi su un lato e assumendo un colore violaceo in volto, fino a perdere i sensi. I medici avrebbero tentato di rianimarla per circa 75 minuti, senza riuscire a evitare il decesso.

Il coniuge, che ha assistito impotente al decesso della moglie ha deciso di sporgere denuncia. La Procura ha aperto un fascicolo, disponendo il sequestro della cartella clinica e iscrivendo i sanitari coinvolti nella vicenda nel registro degli indagati; un atto dovuto che consentirà loro di nominare dei propri consulenti per assistere all’esame autoptico, in programma nelle prossime ore.

Per i familiari della vittima la morte sarebbe riconducibile a una complicazione derivante dall’aborto indotto, forse un’embolia. I sanitari ritengono invece che il decesso sia dovuto a una setticemia causata dalla presenza del feto morto.

La direzione dell’Ospedale ha, in ogni caso, nominato una Commissione interna per accertare i fatti e ricostruire nel dettaglio le procedure adottate che, secondo quanto fatto sapere in una nota, sarebbero quelle in applicazione alle linee guida internazionali esistenti in considerazione delle condizioni della paziente e dei dati delle indagini eseguite.

Sul caso ha aperto una procedura anche il Ministero della Salute; il Ministro Lorenzin ha reso noto di aver inviato a Fano una task force, ai sensi dell’art. 4 del Regolamento di funzionamento dell’Unità di crisi di cui al D.M. 27 marzo 2015.

 

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Nel 2008 una donna di Foiano della Chiana, in provincia di Arezzo, venne ricoverata per un intervento per risolvere dei problemi nefrologici all’Ospedale Scotte di Siena. Dopo pochi giorni dall’operazione la signora, che aveva 59 anni, morì di setticemia. Dopo 5 anni, il Giudice del Tribunale di Siena ha stabilito che alla famiglia della vittima spetteranno circa 600 mila euro come risarcimento per la morte della donna. Secondo il Giudice, la sepsi fu scaturita perché dopo l’intervento la donna non fu sottoposta a terapia antibiotica.
Questo non è un caso isolato.

Febbraio scorso.
Massimo Cenedese, 44 anni, di Sant’Anna a Marriubiu, muore dopo essersi sottoposto ad un intervento di routine: una colecistectomia. Dopo l’intervento (eseguito in laparoscopia), eseguito nella clinica Madonna del Rimedio di Oristano, l’uomo si è sente male e muore poco dopo. Sulla morte di Cenedese, su segnalazione dei medici del Santissima Annunziata che hanno provato a salvargli la vita, la Procura di Sassari ha avviato un’inchiesta. Nel frattempo, la famiglia della vittima si è affidata ad uno studio di specialisti in risarcimenti.

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