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sicurezza sul lavoro

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In occasione della Giornata mondiale sulla sicurezza sul lavoro presentati i dati di un’indagine dell’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro

Nel biennio 2017-2018 il maggior numero di infortuni mortali di lavoratori si registra nella provincia di Crotone (6,3 ogni mille). Seguono le province di Isernia (5,9‰) e Campobasso (4,7‰). Sul fronte delle malattie professionali tumorali, invece, nel solo 2018 è la provincia di Gorizia che fa registrare il tasso più alto (22,5%). Al secondo e al terzo posto si collocano le province di Torino (18,5%), Novara e Milano (18,4%).

A causare patologie cancerogene nei lavoratori sono soprattutto le fibre di amianto (oltre il 70% dei casi), in particolare nell’industria metalmeccanica.

La maglia nera, però, per il numero assoluto di malattie cancerogene imputabili all’attività lavorativa spetta a Taranto, seguita da Torino, Napoli, Milano, Genova e Venezia.

Nel tarantino il 70% dei tumori denunciati è correlato al settore metalmeccanico: quota che supera l’80% nelle province di Genova (83%), Venezia (87%), Brescia (85%)e Gorizia (93%).

È quanto emerge da un’indagine dell’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro. Il lavoro è stato presentato in occasione della Giornata mondiale per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.

L’Osservatorio, in particolare ha disegnato una mappa delle province italiane e dei settori produttivi in cui si è verificato il maggior numero di episodi. Il tutto analizzando gli open data Inail in materia di infortuni sul lavoro e malattie professionali.

Nel 2018 circa 641mila lavoratori (il 3,8% degli assicurati INAIL) hanno subito un incidente sul lavoro. L’84,6% di questi sono avvenuti durante l’attività lavorativa, mentre il 15,4% durante il tragitto casa-lavoro, facendo registrare un aumento delle denunce di infortunio dello 0,9% rispetto al 2017.

Ma l’aumento più significativo è quello che riguarda gli incidenti con esito mortale (+10,1%), soprattutto quando si utilizzano mezzi di trasporto per lavorare. I decessi registrati dall’INAIL nel 2018 sono 1.133 (786 in occasione di lavoro).  Per cui ogni 1.000 eventi di infortunio, 1,8 hanno comportato la morte del lavoratore.

Il rischio di morte coinvolge soprattutto gli uomini (2 incidenti mortali ogni 1000 rispetto allo 0,3% delle femmine) e i lavoratori over 54 (3,5‰).

La percentuale è in crescita per quanto riguarda cittadini di origine straniera (+6,7% rispetto al 2017) e giovani (+5%).

Se si osservano i settori produttivi nel biennio 2017-2018 l’incidenza di infortuni mortali è massima in agricoltura (3,5‰). Il settore delle costruzioni (3.4‰), l’industria mineraria (3,3‰) e il settore del trasporti e magazzinaggio (3,3‰) fanno registrare un rischio di morte più che doppio rispetto alla media generale (1,4‰).

“Anche se l’attenzione delle imprese sul tema è cresciuta negli ultimi anni, la sicurezza sul lavoro resta una scommessa da vincere al Sud come al Nord”. Lo ha dichiarato il Presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, Rosario De Luca, commentando gli esiti dell’indagine.

“Il taglio del 32% delle tariffe Inail, introdotto dalla legge di bilancio va nella direzione – giusta – di ridurre il cuneo fiscale sulle imprese senza andare a discapito della sicurezza. Ma a questo bisognerebbe aggiungere incentivi e misure che accrescano la prevenzione degli infortuni sul lavoro; ma anche l’ineludibile rivisitazione del Testo Unico con la semplificazione degli oneri burocratici e formali a carico delle piccole e micro aziende, fermo restando – conclude – le garanzie di sicurezza unite a un adeguato quadro sanzionatorio”.

 

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Anche in caso di condotta “eccentrica” del lavoratore infortunato, la responsabilità del datore di lavoro non è esclusa se il sistema di scurezza da lui approntato presenta delle criticità

La vicenda

Nel settembre del 2010 in un cantiere dedicato alla realizzazione di un parcheggio sotterraneo, si verificava un grave incidente a seguito del quale un dipendente della società esecutrice dei lavori, riportava lesioni personali guaribili in 170 giorni.
L’infortunio si era verificato mentre si stavano effettuando i lavori di scavo per la realizzazione delle fondamenta; quando a causa di un guasto ad una perforatrice veniva richiesto l’intervento di un manutentore che, su disposizione del direttore di cantiere veniva affiancato da un altro operaio, il cui compito era quello di reperire una tavola di legno per facilitare le operazioni di riparazione.
Giunto nei pressi della perforatrice e posizionatosi sul lato opposto a quello in cui manovrava il manutentore, con la schiena appoggiata al gruppo morse, l’operario veniva investito al torace da un peso di 500 kg, che, liberato da una delle catene rotte, gli scivolava addosso per forza di gravità.
Nell’istruttoria dibattimentale era emerso che siffatte operazioni erano avvenute in violazione delle disposizioni contenute del manuale d’suo e di manutenzione della macchina.

Le imputazioni

Seguiva pertanto, l’imputazione per lesioni personali colpose aggravate, a carico del responsabile del cantiere e del manutentore.
Al primo era contestato di aver omesso di sovraintendere e vigilare sulla corretta conduzione da parte del manutentore dell’intervento di riparazione della perforatrice, nonché di aver disposto l’accesso all’impianto, nel corso della manutenzione e in ausilio della stessa, del danneggiato che non era stato informato sui rischi né formato per le procedure di intervento sicure;
Al secondo, di non aver adottato le misure tecniche ed organizzative necessarie ad assicurare il fermo e il blocco assoluto degli elementi pericolosi, passibili di entrare in movimento a causa dell’intervento di manutenzione, secondo quanto indicato nel manuale d’uso e manutenzione della macchina.
Condannati in primo grado alla pena di sei mesi di reclusione, con sentenza confermata in appello, i due imputati presentavano ricorso per Cassazione.
Ebbene i giudici Ermellini hanno respinto i due ricorsi perché inammissibili.
Si discute in ordine all’eventuale esclusione di responsabilità del capo cantiere, nonché datore di lavoro, in caso di condotta imprudente del lavoratore.
Si è già detto che perché vi sia interruzione del nesso causale, non solo è necessario che il comportamento del danneggiato sia da solo sufficiente a determinare l’evento ma anche, che esso si collochi in qualche guisa al di fuori dell’area di rischio definita dalla lavorazione in corso.
Tale comportamento è “interruttivo” non perché “eccezionale” ma perché eccentrico rispetto al rischio lavorativo che il garante è chiamato a governare.

Le criticità del sistema sicurezza

Ed invero, la giurisprudenza di legittimità è da sempre ferma nel sostenere che non possa discutersi di responsabilità (o anche solo di corresponsabilità) del lavoratore per l’infortunio quando il sistema della sicurezza approntato dal datore di lavoro presenti delle criticità.
Le disposizioni antinfortunistiche perseguono, infatti, il fine di tutelare il lavoratore anche dagli infortuni derivanti da sua colpa, onde l’area di rischio da gestire include il rispetto della normativa prevenzionale che si impone ai lavoratori, dovendo il datore di lavoro dominare ed evitare l’instaurarsi, da parte degli stessi destinatari delle direttive di sicurezza, di prassi di lavoro non corrette e per tale ragione foriere di pericoli.
A tal proposito, la Corte territoriale aveva fatto corretta e coerente applicazione dei principi di diritto sopra richiamati, ritendo che la condotta del danneggiato, in base ai fatti ricostruiti nel corso del processo, non fosse né imprevedibile né esorbitante e non poteva perciò fornire alcuna giustificazione né al direttore di cantiere né al manutentore i quali, titolari delle rispettive posizioni di garanzia, avevano omesso di svolgere i compiti connessi all’adeguata osservanza delle misure di sicurezza, di vigilanza e formazione oltre che di verifica puntuale del rispetto delle norme di prevenzioni degli infortuni.
Tanto più che il predetto operaio non aveva mai svolto quel compito, non avendo alcuna formazione in materia di macchine operatrici e riparazione. Pertanto, non avrebbe dovuto essere adibito come assistente o coadiuvante alle operazioni di manutenzione che lo avrebbero comunque messo in contatto con un macchinario così potenzialmente rischioso e complesso non avendo il bagaglio tecnico adeguato per apprezzarne i pericoli insiti.
Il ricorso è stato perciò rigettato e condannato i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 
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DANNO DIFFERENZIALE: CRITERI PER IL CALCOLO IN CASO DI INFORTUNIO

Il difetto di informazione circa l’andamento dei lavori non può essere rimproverato al datore di lavoro per la sua assenza fisica dal cantiere o per non aver interloquito con il preposto, vittima di infortunio mortale

La vicenda

La pronuncia trae origine da un infortunio mortale occorso in un cantiere, ai danni di un dipendente della ditta che stava eseguendo i lavori edili.
L’incidente si era verificato allorquando un manufatto in cemento prefabbricato, denominato bocca di lupo, aveva ceduto negli ancoraggi alla autogru che lo stava movimentando, cadendo in modo incontrollato e così investendo e schiacciando la povera vittima, che si trovava proprio sul fondo dello scavo ove il manufatto sarebbe stato posizionato.
Di qui l’imputazione per concorso in omicidio colposo al titolare della ditta esecutrice dei lavori. L’accusa era quella di aver violato gli obblighi di vigilanza sul rispetto delle norme in materia di sicurezza nei cantieri.
Ritenuto responsabile e condannato alla pena di legge, l’imputato presentava ricorso per Cassazione al fine di ottenere l’assoluzione.

La responsabilità colposa del datore di lavoro

In tema di reati colposi, la giurisprudenza di legittimità ha precisato che l’obbligo di prevenzione gravante sul datore di lavoro non è limitato al solo rispetto delle norme tecniche, ma richiede anche l’adozione di ogni ulteriore accortezza necessaria ad evitare i rischi di nocumento per i lavoratori, purché ciò sia concretamente specificato in regole che descrivono con precisione il comportamento da tenere per evitare il verificarsi dell’evento.
La responsabilità per colpa, infatti, non si fonda unicamente sulla titolarità di una posizione gestoria del rischio ma presuppone l’esistenza – e la necessità di dare applicazione nel caso concreto a – delle regole aventi specifica funzione cautelare, perché esse indicano quali misure devono essere adottate per impedire che l’evento temuto si verifichi.
Dovere di diligenza e regola cautelare si integrano definendo nel dettaglio il concreto e specifico comportamento doveroso; ciò assicura che non si venga chiamati a rispondere penalmente per il sol fatto di rivestire quella posizione di garanzia, perché in tal modo si configurerebbe una ipotesi di responsabilità oggettiva.

Il dovere di vigilanza

In altre parole il datore di lavoro deve controllare che il preposto, nell’esercizio dei compiti di vigilanza affidatigli, si attenga alle disposizioni di legge e a quelle, eventualmente in aggiunta, impartitegli (tanto che, qualora nell’esercizio dell’attività lavorativa si instauri, con il consenso del preposto, una prassi “contra legem“, foriera di pericoli per gli addetti, in caso di infortunio del dipendente, la condotta del datore di lavoro che sia venuto meno ai doveri di formazione e informazione del lavoratore e che abbia omesso ogni forma di sorveglianza circa la pericolosa prassi operativa instauratasi, integra il reato di omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme antinfortunistiche.
Ma quanto alle concrete modalità di adempimento dell’obbligo di vigilanza esse non potranno essere quelle stesse riferibili al preposto ma avranno un contenuto essenzialmente procedurale, tanto più complesso quanto più elevata è la complessità dell’organizzazione aziendale (e viceversa).
L’assunto può essere sintetizzato nel seguente principio di diritto: “l’obbligo datoriale di vigilare sull’osservanza delle misure prevenzionistiche adottate può essere assolto attraverso la preposizione di soggetti a ciò deputati e la previsione di procedure che assicurino la conoscenza del datore di lavoro delle attività lavorative effettivamente compiute e delle loro concrete modalità esecutive, in modo da garantire la persistente efficacia delle misure di prevenzione adottate a seguito della valutazione dei rischi“.

La decisione

Nel caso in esame, chiariscono gli Ermellini, il difetto di informazione circa l’andamento dei lavori non poteva essere certo, rimproverato al datore di lavoro per una sua assenza fisica dal cantiere o per non aver interloquito con il preposto.
In realtà il dato rilevante è se e quali misure fossero state previste ed adottate per assicurare che quanto previsto nella valutazione dei rischi fosse osservato.
Sotto tale profilo la corte territoriale avrebbe dovuto indagare sulle direttive impartire al preposto per l’assicurazione dell’osservanza delle misure previste dal documento di valutazione e sulle modalità definite per l’assolvimento dell’obbligo di vigilanza del medesimo.
Ma di siffatta valutazione, nella sentenza impugnata non v’era traccia.
Per questi motivi, i giudici della Cassazione hanno ritento di dover annullare la sentenza di condanna e disporne il rinvio alla corte d’appello per un nuovo esame, da compiersi alla luce di quanto stabilito.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 
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direttore dei lavori

Non risponde del delitto di omicidio colposo il direttore dei lavori se l’incidente mortale si è verificato in un’area pubblica estranea al cantiere e costituita da componenti della viabilità quali marciapiedi e carreggiate, non rientranti nella sua disponibilità

Non basta asserire l’esistenza di una posizione di garanzia in capo ai ricorrenti e della violazione di talune norme prevenzionistiche per condannare il direttore dei lavori di un cantiere. Occorre piuttosto verificare se in presenza di specifica cartellonistica, l’investimento del pedone si sarebbe comunque, verificato o meno.

La vicenda

In primo grado il Tribunale di Vasto aveva giudicato responsabili per il delitto di omicidio colposo, commesso in violazione delle norme in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, il direttore dei lavori di un cantiere e il legale rappresentante dell’impresa esecutrice delle opere, per la morte di un passante.

I fatti risalivano al 2007. La vittima stava transitando a piedi sul marciapiede attiguo al cancello dell’entrata secondaria di una scuola superiore della città di Vasto, quando veniva improvvisamente colpita da un mezzo pesante che ivi stava eseguendo dei lavori di edilizia.

A causa dell’investimento la donna riportava trami gravissimi che la conducevano alla morte.

Il conducente del mezzo fu subito tratto a giudizio per rispondere del delitto di omicidio colposo, commesso con violazione delle norme in materia di circolazione stradale. Questi definiva la sua posizione con sentenza di patteggiamento.

Nello stesso giudizio furono processati anche il legale rappresentate dell’impresa appaltatrice dei lavori di costruzione dell’edificio, nonché il direttore tecnico e responsabile della sicurezza del cantiere.

Entrambi, furono condannati per lo stesso reato di omicidio colposo.

Sul caso si sono pronunciati anche in giudici della Suprema Corte di Cassazione, con ricorso presentato da questi ultimi due imputati.

Ripercorrendo le fasi processuali della vicenda era emerso che la corte d’appello aveva condannato i due ricorrenti sul presupposto che gli stessi, per le qualità da loro assunte, avrebbero dovuto interdire il passaggio pedonale nella zona dove transitavano i mezzi pesanti diretti al cantiere; ovvero dare una adeguata informazione ai pedoni dal transito di veicoli in arrivo e in uscita dal cantiere.

Tali obblighi sono espressamente previsti dall’art. 96 del D.lgs. n. 81/2008 che impone al datore di lavoro di predisporre l’accesso e la recinzione del cantiere con modalità chiaramente visibili e individuabili.

Ma i giudici della Cassazione, chiamati a pronunciarsi sulla vicenda, hanno deciso di sgomberare il campo da equivoci e porre alcuni punti fermi.

Primo tra tutti: delimitare le aree di accesso ai cantieri.

«La zona di accesso al cantiere – affermano gli Ermellini – è da un verso facilmente individuabile, almeno nei cantieri che risultano recintati, come quello del caso in esame, ove l’accesso coincide con il varco che permette il transito verso e dal cantiere; mentre meno agevole è delimitare lo spazio fisico che pertiene all’accesso; operazione, tuttavia, necessaria per non giungere al paradosso di considerare tale zona anche la via pubblica che deve essere percorsa per giungere in prossimità di quel varco».

«E allora il criterio che deve guidare la ricerca della soluzione interpretativa della vicenda in esame, va ricercato – continuano i giudici della Suprema Corte – nel principio che sottostà all’attribuzione di compiti doverosi, ovvero quello della titolarità di poteri che consentono l’assolvimenti dei correlati doveri».

Detto in altri termini, non possono rientrare nell’area di accesso al cantiere zone sulle quali il soggetto gravato di obblighi che pertengono alla stessa non abbia poteri dispositivi; ma allo stesso tempo non si possono riferire al titolare del potere dispositivo obblighi comportamentali che eccedono quel potere.

Il marciapiede rientra nell’area di accesso al cantiere?

Ciò vuol dire che non può rientrare nella zona di accesso al cantiere, secondo l’accezione che rileva ai fini dell’applicazione delle norme in materia di sicurezza del lavoro, il marciapiede esterno al varco se di proprietà pubblica o comunque, non nella disponibilità del datore di lavoro, chiamato a gestore i rischi derivanti dal transito dei mezzi d’opera.

Sul punto allora, la corte di merito aveva errato nell’aver posto a carico dei due imputati il fatto di non aver limitato il transito dei pedoni su un’area che era certamente estranea al cantiere e costituita da componenti della viabilità pubblica (marciapiedi e carreggiate) e che non erano nella loro “disponibilità” (giuridica).

È vero anche che tale affermazione non esclude che sul datore di lavoro gravi, pur sempre, l’obbligo di predisporre l’accesso e la recinzione del cantiere con modalità chiaramente visibili e individuabili, come prescritto dall’art. 96 citato.

Era necessario, in altre parole, rendere percepibile la via di circolazione ai passanti per l’accesso al cantiere. E secondo quanto emerso in giudizio, tale specifica cartellonistica era assente.

Ma in ogni caso, tale giudizio da solo non è sufficiente.

La corte di merito avrebbe dovuto accertare anche la cd. causalità della colpa, ossia verificare che la condotta doverosa, qualora posta in essere, avrebbe evitato l’evento illecito, piuttosto che limitarsi ad affermare lapidariamente che l’infortunio era dipeso “proprio dalla mancata predisposizione di limitazioni all’accesso al cantiere”.

La corte, in altre parole, si sarebbe dovuta chiedere e, quindi verificare, se in presenza di detta cartellonistica l’investimento del pedone si sarebbe comunque verificato o meno.

Non basta dunque, concludono i giudici della Suprema Corte addurre come motivo principale della decisione l’esistenza di una posizione di garanzia in capo ai ricorrenti e della violazione di talune norme prevenzionistiche. Per tali ragioni, la sentenza impugnata è stata annullata con rinvio per un nuovo esame di merito.

La redazione giuridica

 

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rischio elettivo

I giudici della Cassazione hanno confermato la sentenza della corte d’appello di Torino che aveva ritenuto indennizzabile, attraverso assegno sociale a carico dell’Inail, l’infortunio occorso ad un lavoratore nonostante il rischio elettivo

Sembra di capire che il tema su cui si discorre è quello del rischio elettivo del lavoratore e, a tal proposito, i giudici della Suprema Corte hanno chiarito che il suo scopo è quello di “di proteggere il lavoratore da ogni infortunio sul lavoro, anche da quelli derivanti da colpa, e di garantirgli i mezzi adeguati allo stato di bisogno discendente dalle conseguenze che ne sono derivate”.

La vicenda

La società datrice di lavoro, aveva presentato ricorso al fine di ottenere la declaratoria di nullità del provvedimento dell’Inail con il quale, a seguito dell’infortunio occorso ad un suo dipendente, erano stati rideterminati i tassi premio, all’uopo applicati.

Ma l’istanza veniva rigettata sia in primo che in secondo grado di giudizio.

All’esito del giudizio d’appello, la corte territoriale aveva confermato la valutazione già compiuta dal primo giudice che, a sua volta, aveva ritenuto insussistente il rischio elettivo del dipendente, idoneo ad interrompere il nesso di causalità tra l’infortunio e lo svolgimento dell’attività lavorativa e, quindi, tale da impedirne l’indennizzabilità.

L’incidente si era verificato mentre il predetto dipendente era intento ad ispezionare delle valvole e i relativi rubinetti di chiusura di alcune vasche di decantaggio presenti in azienda. Senonché, questi, anziché seguire il percorso usuale, si era introdotto all’interno del cantiere, allestito dall’impresa che stava svolgendo delle opere di manutenzione straordinaria delle cisterne di raccolta rifiuti. Tale area era delimitata da bancali e da un nastro bianco e rosso, da cui le valvole potevano comunque essere viste; quando all’improvviso cadeva rovinosamente nella cisterna sottostante.

La decisione della Corte d’appello era fondata sul rilievo che la condotta dell’infortunato, sebbene imprudente, non era estranea alle attività produttive dell’azienda.

in altri termini, l’incidente si era verificato mentre egli stava eseguendo un compito affidatogli e comunque rientrante nelle sue mansioni e non stava ponendo in essere un comportamento estraneo alle finalità produttive per soddisfare un suo interesse.

Il ricorso per Cassazione del datore di lavoro

La società ricorrente impugnava la decisione della corte di merito rimettendo la decisione ai giudici della Corte di Cassazione che si sono pronunciati con la sentenza in commento (n. 7649/2019).

Il datore di lavoro insisteva per la non indennizzabilità del proprio dipendente posto che la caduta era avvenuta per fatti estranei all’attività lavorativa. E secondo l’art. 2 del TU n. 1124/1965 l’inail copre tutti i casi di infortunio avvenuto per causa violenta “in occasione di lavoro” che cagionino un’inabilità al lavoro superiore a tre giorni; intendendosi per “occasione di lavoro” tutti quei fatti, anche straordinari ed imprevedibili, inerenti all’ambiente, alle macchine, alle persone, al comportamento stesso del lavoratore, purché attinenti alle condizioni di svolgimento della prestazione, ivi compresi gli spostamenti spaziali funzionali allo svolgimento della prestazione con l’unico limite del rischio elettivo.

Cosa si intende, dunque, per rischio elettivo del lavoratore?

Il concetto che, delimita l’ambito della tutela assicurativa, è riferito al comportamento del lavoratore e risulta inteso come tutto ciò che sia estraneo e non attinente all’attività lavorativa e dovuto a una scelta arbitraria di questi, nel senso che esso sia la conseguenza di un rischio collegato ad un comportamento volontario, volto a soddisfare esigenze meramente personali e, comunque, indipendente dall’attività lavorativa, cioè di rischio generato da un’attività che non abbia rapporto con lo svolgimento dell’attività lavorativa o che esorbiti in modo irrazionale dai limiti di essa (Cass. n. 17917/2017).

Nel 2007 la Corte di Cassazione nella nota sentenza n. 1504/2007 ne ha configurato gli elementi caratteristici, i quali devono essere presenti tutti simultaneamente.

Si tratta:

a)       della presenza di un atto volontario ed arbitrario, ossia illogico ed estraneo alle finalità produttive;

b)      la direzione di tale atto alla soddisfazione di impulsi meramente personali;

c)       la mancanza di nesso di derivazione con lo svolgimento dell’attività lavorativa.

Tale comportamento colposo del lavoratore può ridurre oppure esimere la responsabilità dell’imprenditore, escludendo il diritto dell’infortunato al risarcimento del danno nei confronti del datore di lavoro, così come il diritto dell’Inail di esercitare l’azione di regresso nei confronti del datore.

Esso non comporta, invece, di per sé, l’esclusione dell’operatività dell’indennizzo sociale previsto dall’assicurazione gestita dall’Inail, che ha finalità, in armonia con gli artt. 32 e 38 della Cost., di proteggere il lavoratore da ogni infortunio sul lavoro (appunto anche da quelli derivanti da colpa) e di garantirgli i mezzi adeguati allo stato di bisogno discendente dalle conseguenze che ne sono derivate.

Ne deriva che la corte territoriale aveva fatto buon governo dei principi regolatori della materia, correttamente escludendo che nella fattispecie in esame, l’elemento non fosse indennizzabile in ragione della sussistenza di un rischio elettivo del lavoratore.

La redazione giuridica

 

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INL

Con una circolare del 14 gennaio 2019 (circolare n. 2 del 14/01/2019), l’INL – Ispettorato nazionale del lavoro – ha reso note le maggiorazioni previste dall’art. 1, comma 445 lett. d) e f) della L. n. 145/2018 (legge di bilancio), degli importi sanzionatori in materia di violazione delle norme sulla tutela degli interessi e della dignità dei lavoratori

In particolare, l’INL ha comunicato:

– l’aumento del 20% dell’importo della maxi sanzione per lavoro nero (art. 3 d.l. n. 12/2002);
– l’aumento del 20% delle sanzioni per le condotte interpositorie (art. 18 d.lgs. n. 276/2003);
– l’aumento del 20% delle sanzioni per violazioni degli obblighi amministrativi per le procedure di distacco transnazionale (art. 12 d.lgs. n. 136/2016);
– l’aumento del 20% delle sanzioni per violazioni degli obblighi in materia di orario di lavoro, riposo settimanale e giornaliero e ferie (art. 18-bis, comma 3 e 4, d.lgs. n. 66/2003);
– l’aumento del 10% degli importi dovuti per la violazione delle disposizioni in materia di infortuni e sicurezza sul lavoro (d.lgs. n. 81/2008).

L’Ispettorato del lavoro ha fatto anche sapere che ulteriori maggiorazioni del 20% potranno essere previste per gli importi dovuti per la violazione delle altre disposizioni in materia di lavoro e legislazione sociale, individuate con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali.

E, in ogni caso, le predette maggiorazioni saranno raddoppiate laddove, nei tre anni precedenti, il datore di lavoro sia stato destinatario di sanzioni amministrative o penali per i medesimi illeciti.

Inoltre sono stati chiariti i seguenti principi:

– in forza del noto principio del tempus regit actum, trovano applicazione in relazione a condotte che si realizzano a partire dal 2019, dovendosi in proposito tener presente che – come più volte evidenziato dalla giurisprudenza – la collocazione temporale di condotte a carattere permanente va individuata nel momento in cui cessa la condotta stessa (ad es. il mantenimento di un lavoratore “in nero” a cavallo tra il 2018 e il 2019 sarà soggetto ai nuovi importi sanzionatori);

– nel limite di 15 milioni di € annui (lett. g) del medesimo comma 445) “….saranno versate al bilancio dello Stato per essere riassegnate, con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze e saranno destinate all’incremento del Fondo risorse decentrate dell’Ispettorato nazionale del lavoro per la valorizzazione del personale del medesimo Ispettorato, secondo criteri da definire mediante la contrattazione collettiva integrativa nel rispetto di quanto previsto dal decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150”;  fatte salve le somme che l’art. 13, comma 6, del D.Lgs. n. 81/2008 destina all’apposito capitolo regionale per finanziare le attività di prevenzione nei luoghi di lavoro, svolte dai dipartimenti di prevenzione delle AA.SS.LL..

La redazione giuridica

 

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DIRIGENTE DEMANSIONATO: CONDANNATO IL DATORE DI LAVORO

sicurezza sul lavoro

L’Ispettorato Nazionale del Lavoro ha reso noti gli aumenti riguardanti le ammende e sanzioni pecuniarie per chi contravviene alla normativa su igiene, salute e sicurezza sul lavoro.

Il decreto direttoriale n. 12 del 6 giugno 2018 del Capo dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro e riguardante la “Rivalutazione sanzioni concernenti violazioni in materia di salute e sicurezza” ha sancito delle modifiche in merito alle sanzioni per la sicurezza sul lavoro.

A partire dal 1° luglio, infatti, le ammende previste con riferimento alle contravvenzioni in materia di igiene, salute e sicurezza sul lavoro e le sanzioni amministrative pecuniarie previste dal d.lgs. n. 81/2000 nonché da atti aventi forza di legge, saranno rivalutate nella misura dell’1,9%.

A partire da luglio, quindi, ci saranno delle sanzioni più salate laddove si accertino inadempimenti in materia di sicurezza sul lavoro.

È, questo, il secondo aumento quinquennale stante la previsioni del menzionato decreto n. 81/2008, come modificato dal d.l. n. 76/2013 (il c.d. pacchetto lavoro) che ha previsto la novità.

Come noto, infatti, a seguito delle modifiche introdotte da tale decreto legge, convertito dalla legge n. 99/2013, il comma 4-bis dell’art. 306 del T.U. sulla sicurezza stabilisce quanto segue.

“Le ammende previste con riferimento alle contravvenzioni in materia di igiene salute e sicurezza sul lavoro e le sanzioni amministrative pecuniarie previste dal presente decreto nonché da atti aventi forza di legge sono rivalutate ogni cinque anni con decreto del direttore generale della direzione generale per l’attività ispettiva del ministero del lavoro e delle politiche sociali, in misura pari all’indice Istat dei prezzi al consumo previo arrotondamento delle cifre al decimale superiore”.

Questa medesima norma aveva aggiunto che la rivalutazione sarebbe avvenuta, a decorrere dal 1° luglio 2013, nella misura del 9,6%.

Invece, delle successive rivalutazioni quinquennali si sarebbe occupato un decreto direttoriale.

In una nota dello scorso 19 aprile è stato invece il Ministero del Lavoro a individuare nell’Ispettorato nazionale del lavoro l’organo che si sarebbe occupato di tali rivalutazioni.

Da questo è nato il provvedimento in questione che, dal 1° luglio di quest’anno, prevede una rivalutazione pari all’1,9%.

Come conseguenza di tale modifica, il datore di lavoro che non compie la valutazione dei rischi o omette di nominare il responsabile del servizio di prevenzione e protezione  potrà incorrere in un’ammenda.

Questa andrà da 2.792,06 a 7.147,67 euro in luogo della forbice attuale. Questa, invigore fino al 30 giugno, va da 2.740 a 7.014,40.

Gli importi rivalutati delle sanzioni si applicheranno alle violazioni commesse esclusivamente dal 1° luglio 2018 fino al 30 giugno 2023.

Questi ultimi non riguarderanno però gli accertamenti commessi in precedenza.

Infine, la rivalutazione si avrà “automaticamente” tenendo a riferimento il momento di commissione della violazione e senza applicazione di alcun arrotondamento.

 

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ponteggio

L’interesse pubblicistico alla sicurezza sul lavoro non consente l’assoluzione per tenuità del fatto, come nel caso di un ponteggio montato male.

Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui il tribunale aveva prosciolto l’imputato, datore di lavoro, dalla contravvenzione contestatagli di non aver esteso adeguatamente, al fine di garantire la sicurezza contro i rischi di caduta dall’alto, il ponteggio montato per effettuare i lavori di ripassatura del tetto su un edificio a due piani, la Corte di Cassazione (sentenza 23 febbraio 2018, n. 8854) – nell’accogliere la tesi del PM secondo cui il tribunale non aveva svolto accertamenti in merito all’(in)offensività della condotta, limitandosi ad esprimere una valutazione in ordine ad un profilo del tutto estraneo alla tipicità del fatto contestato – ha, ribadito il principio secondo cui ai fini della tenuità è necessario esprimere una valutazione ex ante in ordine al pericolo, ad esempio accertando che il rischio di caduta dall’alto sia bassissimo, che la parte di ponteggio non montata sia esigua, che i lavori senza ponteggio siano durati pochissimo.

Sembra necessario, a fini meramente esplicativi, sottolineare come la norma di cui all’art. 131 bis rappresenti una delle addende più recenti alla normativa penale vigente.

L’art. 131 bis cod. pen. (introdotto dal Dlgs 16 marzo 2015 n. 28 art. 1 comma 2) ha infatti introdotto nel codice penale per i soli reati con pena non superiore nel massimo a cinque anni, l’istituto della esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto che consente di pervenire alla conclusione del processo mediante sentenza di assoluzione, dando corpo alla volontà del legislatore di realizzare attraverso l’opera interpretativa del giudice la depenalizzazione di un fatto tipico e pertanto costitutivo di reato.

Ovverosia il reato sussiste ma è da ritenere non punibile in ragione dei principi generalissimi di proporzione ed economia processuale (sul punto e sulle differenze con altri istituti di simile effetto si veda Cass. SU 28.11.2017 n. 53683).

Nella fattispecie concreta oggetto della sentenza in commento, gli ermellini hanno ritenuto non applicabile la scriminante in parola in base ad una serie di considerazioni, sia processuali che fattuali. Queste ultime sembrano di maggior interesse, ai fini del presente commento perché consentono di aprire un discorso – minimamente ampio vista la sede – circa l’evoluzione storica della sicurezza sul lavoro fino al decreto 81/2008.

Ragione della maggiore rilevanza riteniamo debba essere anche la natura contravvenzionale del reato tipicamente connesso a situazioni di pericolo e per ribadire la rilevanza pubblicistica che permea l’intero comparto della sicurezza sul lavoro.

Occorre considerare che la normativa in materia costituisce – secondo dottrina autorevole – il settore più importante del diritto penale del lavoro, come si conferma anche nell’impianto generale della riforma che si prefiggeva nelle intenzioni una complessiva razionalizzazione degli interventi sanzionatori in materia di lavoro.

Fulcro fondamentale della normativa fin dalla 626 è la previsione e prevenzione dei rischi, elemento in base al quale si considera che una lacunosa rilevazione o un’errata valutazione dei rischi effettivamente esistenti si concreta nella vanificazione dell’intero impianto normativo, indipendentemente dalla eventuale responsabilità di tipo contravvenzionale ed alle eventuali conseguenze sia per inadempienze ulteriori che per esiti lesivi che si accertino collegati ad una difettosa programmazione della sicurezza.

La non delegabilità del dovere di elaborazione del documento di valutazione dei rischi (DVR) ci conferma come esso dovere costituisca il nucleo essenziale della programmazione della sicurezza che deve essere assunto al massimo livello gerarchico possibile, anche ai sensi dell’art. 2087 cod. civ.

Da questa semplice considerazione discende – a mente della sentenza in commento – l’inapplicabilità nel caso di specie della scriminante per particolare tenuità del fatto proprio per la particolare rilevanza pubblicistica che l’ordinamento giuridico nel suo complesso riconosce alla sicurezza sul lavoro e – parallelamente al ruolo ed alla funzione, nello specifico campo, del datore di lavoro.

Irrilevante per il medesimo motivo anche sembra l’eventuale comportamento riparatorio tenuto dall’imputato, che non può essere tale da eliminare il prevalente interesse pubblicistico in materia.

Ancora non può darsi rilievo alla scarsa dimestichezza dell’originario imputato con l’impianto burocratico e sanzionatorio connesso al suo essere datore di lavoro e che le modalità del fatto per come ricostruite potessero definirsi ingenue e basilari, al limite del grossolano.

Quanto sopra a prescindere dalla valutazione – estremamente negativa – che gli Ermellini esprimono circa la motivazione resa nei giudizi di merito che non avevano valutato la natura di reato contravvenzionale della fattispecie addebitata all’imputato – casi nei quali si giudica in base alla colpa e non al dolo trattandosi di reato in cui si vuole –con tutta evidenza – prevenire il pericolo anche e soprattutto di ordine sociale derivante da danni da lavoro, natura che porta ad escludere l’applicabilità di cause di non punibilità.

Per la natura del reato, quindi, risulta irrilevante che l’evento lesivo si sia verificato o che sia stata in concreto messa in pericolo la sicurezza del lavoratore, trattandosi di fattispecie che consuma il reato in base alla semplice potenzialità del danno, proprio in ragione dell’interesse primario alla salvaguardia dell’incolumità psicofisica del prestatore di lavoro.

 

 

Avv. Silvia Assennato

(Foro di Roma)

 

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Il testo, a prima firma del senatore Giovanni Barozzino (SI), prevede pene severissime per i datori che non rispettino le leggi in tema di sicurezza sul lavoro

Sono 641, nel 2016, le persone che, secondo i dati dell’Osservatorio Indipendente di Bologna, hanno perso la vita sul posto di lavoro. Il 31 % delle cosiddette ‘morti bianche’ riguardano il settore agricolo; seguono l’edilizia (19,6%) e l’autotrasporto (9,3%). A livello territoriale la Regione con il maggior numero di vittime sul lavoro e la Campania, seguita da Emilia Romagna e Veneto.

Per contrastare tale fenomeno  è stato presentato nei giorni scorsi in Senato un disegno di legge per l’introduzione nel nostro ordinamento giuridico del reato di omicidio sul lavoro e di lesioni personali sul lavoro gravi o gravissime. Primo firmatario del ddl è il senatore è il capogruppo di Sinistra Italiana in Commissione lavoro, Giovanni Barozzino, che, nel presentare il ddl, ha fortemente criticato le politiche sul lavoro fatte dai Governi che si sono susseguiti in questi anni. “Non è mai accaduto che il livello culturale che attiene alle politiche del lavoro – ha affermato Barozzino –  si sia abbassato a tal punto da lanciare un vero attacco ai diritti dei lavoratori svilendo la loro dignità e quindi calpestando la nostra Costituzione che recita, già nel primo articolo, che questo Paese si fonda sul lavoro”.

Il ddl prevede l’integrazione nel codice penale degli articoli 589 (omicidio colposo) e 590 (lesioni personali colpose). Gli articoli 589-quater e 589-quinquies, nello specifico, hanno come oggetto rispettivamente il reato di omicidio sul lavoro, con le diverse graduazioni a seconda delle norme violate in tema di sicurezza sul lavoro, e il reato di omicidio sul lavoro aggravato nell’eventualità di sfruttamento sul lavoro;  gli articoli  590 quinquies  e 590-sexies, disciplinano invece il reato di lesioni personali sul lavoro gravi o gravissime e il reato di lesioni gravi e gravissime sul lavoro aggravato dal concorso con lo sfruttamento sul lavoro.

Le misure punitive previste dai nuovi articoli variano a seconda della tipologia di reato e delle aggravanti; si va dalla reclusione da due a sette anni per l’omicidio commesso in violazione delle norme sugli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, fino a pene che posso arrivare, nei casi più gravi, a 18 anni di reclusione. “La precarizzazione selvaggia,  introdotta dal Jobs Act – ha sottolineato Barozzino –  ha isolato i lavoratori e indebolito ulteriormente la loro capacità contrattuale. Con questo ddl vogliamo introdurre un elemento di giustizia nel devastante mosaico che caratterizza la sicurezza negli ambienti di lavoro, mettendo fine alla dilagante impunità ora concessa ai datori di lavoro che non rispettano le leggi”.

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Manifestazioni in tutta Italia per la giornata mondiale per la sicurezza sul lavoro. Rilanciata dai sindacati la proposta della patente a punti per le imprese edili.

“Basta morti sul lavoro!”. Si celebra oggi il “Safe day”, la giornata mondiale per la sicurezza sui luoghi di lavoro, e i sindacati dell’edilizia – Fillea Cgil, Filca Cisl e Feneal Uil – si sono dati appuntamento nelle piazze italiane per richiamare, attraverso manifestazioni, sit-in e flash mob, l’attenzione su una problematica che nel nostro Paese continua a mietere quotidianamente nuove vittime. Il Safe day coincide, inoltre, con la giornata di sciopero generale del settore del marmo, indetta a due settimane di distanza dalla morte dei due operai rimasti uccisi a causa di una frana nella cava di Colonnata, in provincia di Carrara. Obiettivo della protesta la richiesta di interventi straordinari in materia di sicurezza nelle cave, primo fra tutti la revoca delle concessioni alle imprese che non rispettano le norme di sicurezza.

“Carrara, Vicenza, Palermo, Salerno, Nola sono solo i più recenti episodi di infortuni mortali” – si legge in una nota congiunta delle sigle sindacali, secondo le quali “nei primi quattro mesi del 2016 abbiamo assistito a un’escalation di incidenti che ha causato già 184 morti, dei quali 37 nei cantieri”. Una situazione che impone una riflessione seria ed un’azione immediata per riportare al centro dell’attenzione il diritto alla salute e alla sicurezza del lavoro. “Occorre rafforzare controlli e sanzioni, intervenire sul sistema delle pensioni, perché non è possibile che lavorare a dieci metri di altezza o sollevare quintali di materiale ogni giorno al freddo o sotto il sole non sia considerato un lavoro usurante. Tra l’altro registriamo un aumento preoccupante di morti over 55 nei cantieri.”

Se è vero, come sottolineano i sindacati, che “la sicurezza inizia dalla qualità e regolarità delle imprese”, è necessario prevedere degli strumenti concreti volti a responsabilizzare le imprese e a segnare un’inversione di tendenza nel triste bollettino quotidiano di incidenti e morti bianche. In tal senso torna alla ribalta l’idea della patente a punti per le imprese del settore edile, una proposta nata nel 2011 a cui non è stato dato seguito, che viene rilanciata in occasione del “Safe Day”. Rilasciata dalle Camere di Commercio e gestita dagli enti bilaterali, la patente prevederebbe una base di partenza di 20 punti, che aumenterebbero o si ridurrebbero in base a una serie di meccanismi di premialità per comportamenti virtuosi o di penalizzazione in caso contrario (10 punti in meno, ad esempio, in caso di incidente mortale). Le aziende scorrette, inoltre, verrebbero punite anche con un rincaro dei premi assicurativi Inail e con l’esclusione dalle gare da parte degli enti appaltanti.

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