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Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di Giovanbattista Ricci, Responsabile Regionale 118 SMI Marche sulla determina ASUR relativa ai medici 118 convenzionati

Alla fine l’ASUR Marche ha partorito un mostro. La recente determina ASUR infatti ha messo nero su bianco che il medico del 118 convenzionato ( in rapporto di convenzione quasi il 50% del totale dei medici 118 della regione, l’altro 50% invece in un più adeguato rapporto di dipendenza), nei momenti in cui non sia impegnato in interventi con l’ambulanza sul territorio, possa ( il convenzionato, da contratto, ha la possibilità di concordare attività che vadano oltre il soccorso in ambulanza) occuparsi della visita dei pazienti con basso codice di gravità al Pronto Soccorso, con il compenso di 5 euro a pezzo ( inizio visita ed eventuale chiusura della pratica).

La bruttura del fatto genera  in un paio di conseguenze.

Una è quella che la maggior parte dei medici del 118 convenzionati, iscritti al Sindacato Medici Italiani (S.M.I.), che disapprova la nuova modalità di retribuzione, da questo momento in poi si asterrà dal continuare a fare tale attività nei Pronto Soccorso della regione. Si tratta di medici che fanno questa attività da anni, oltre che, in molte occasioni, fare anche turni del tutto dedicati a supporto dei colleghi di Pronto Soccorso che altrimenti non riuscirebbero a coprire del tutto la turnazione. Ne è intuibile la ricaduta negativa nelle liste d’attesa dei Pronto Soccorso, già fino ad ora spesso lunghe. Se questa determina doveva essere d’aiuto nella soluzione del problema è andata ad ottenere l’esatto contrario.

La seconda conseguenza è che quella minoranza di medici del 118 che accetterà di operare con questa modalità, si troverà combattuto tra priorità su base clinica ed opportunità di guadagno. Perchè se ogni “pezzo” (apertura e chiusura della pratica) viene 5 euro, non è che si tenta il professionista verso pratiche più veloci rispetto a quelle più complesse? Paradossalmente potrebbero essere visitati in Pronto Soccorso sempre di più I pazienti con problemi più lievi e veloci rispetto a quelli con problemi più importanti e indaginosi.

Che in un ambito lavorativo pubblico possa essere adottata una simile modalità lavorativa/remunerativa appare allo Sindacato Medici Italiani qualcosa di inaccettabile e troppo distante da quello che dovrebbe essere un modello efficace per I pazienti e dignitoso per I medici.

Questo modello ASUR sembra così, invece, creare discordia nei confronti sia dei pazienti, che avendo un prezzo a singola prestazione, possono vedere distorte le priorità con cui dovrebbero accedere alla visita, sia dei medici, che potrebbero dover rincorrere qualche euro sgomitando con i colleghi, perdendo in dignità professionale, che almeno finora rimane uno degli ultimi baluardi resistenti ai tempi bui che ci troviamo ad attraversare.

Eppure basterebbe tanto poco. Basterebbe eliminare la sacca inadeguata e antistorica del rapporto contrattuale di convenzione dei medici del 118 col passaggio al contratto di dipendenza e tutto sarebbe più semplice e funzionale!

 

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Santina Catanese, medico 118 responsabile SMI medici convenzionati 118 Marche sulla carenza di personale medico nei pronto soccorso

Gentile Direttore,

la carenza di personale medico nei pronto soccorso di tutta Italia è cronica dovuta all’incapacità dei gestori politici di prevedere la programmazione, ad anni e anni di blocco di assunzione e alle normative in base alle quali nei pronto soccorso può lavorare soltanto personale medico con la specializzazione in medicina d’urgenza, o con specializzazione equipollente, ovvero medici introvabili.

Dati reali nella mano attualmente nei pronto soccorsi italiani lavora soprattutto personale medico precario non specializzato e collaborano anche i medici del 118; in particolare nella Regione Marche una determina Asur di fine dicembre 2015(915/2015) ha previsto l’utilizzo dei medici del 118 nei pronto soccorsi in stand-by, ovvero quando non impegnati sul territorio, al fine di erogare attività per i codici minori ,i bianchi e i verdi. Alcuni medici del 118 della Regione Marche si sono appellati contro questa determina, anche perché’ si tratta di un vero e proprio secondo lavoro, all’interno già del proprio lavoro istituzionale, ovvero quello del soccorso extra ospedaliero, con il rischio di creare disservizi agli utenti che accedono al pronto soccorso ovvero di ritardare la partenza per un codice rosso sul territorio essendo i tempi di soccorso molto ristretti, meno di un minuto dal ricevimento della chiamata.

Quindi il problema è riguardevole se si considera che un ritardo anche di un solo minuto potrebbe fare la differenza tra la vita e la morte di un potenziale paziente in quanto il cervello non tollera una sofferenza anossica, cioè senza ossigeno, superiore agli otto minuti, e nello stesso tempo il paziente visto dal medico del 118 in ambulatorio si potrebbe trovare da un momento all’altro di dover ritornare in sala d’attesa per essere visto da un nuovo medico. Il 50% circa dei medici del 118 marchigiani, essendo convenzionato, non può essere soggetto ad ulteriori aggravi di lavoro e disposizioni senza che ci sia dietro un accordo sindacale. La sentenza del giudice del lavoro numero 360/ 2017 è stata chiara: “ seppur non si nasconde che il contemporaneo esercizio di due attività diverse possa creare degli inconvenienti ,eventualmente anche gravi, ma ciò è un profilo che attiene all’organizzazione del servizio sanitario” ,e anche se la doppia attività  potrebbe risultare  stresso gena per il lavoratore dipendente, dovendo dividersi tra l’uscita sul territorio e la visita del paziente in ambulatorio, per il lavoratore convenzionato, invece, una” mansione aggiuntiva dà diritto ad un compenso aggiuntivo “.

L’organizzazione del servizio deve essere quella che prevede la presenza di un infermiere che collabori con il medico del 118 e che sia dedicato all’ambulatorio dei verdi/bianchi  e una procedura concordata con la centrale operativa per evitare un intervento con partenza ritardata .Già’ nelle diverse aree vaste della Regione Marche i vari direttori di zona ,avevano stipulato  con le O.S.S. vari accordi in base ai quali il medico del 118  collabora in standby nelle attività di pronto soccorso, permettendo così di aiutare i medici interni al pronto soccorso. Ma l’Asur ha deciso di produrre un accordo unico valevole per tutti i medici del 118 della Regione, e firmato solo da due sigle sindacali (Film e Snami) che poco rappresentano i medici del 118 convenzionati delle Marche, essendo circa il 90%dei medici stessi iscritti al sindacato Smi, non firmatario di tale accordo. La cosa più grave che i medici Si convenzionati denunciano è il dover constatare che i cittadini   rappresentano per l’ASUR un costo da dover liquidare con un prezzo: da 10 euro a cartella chiusa, ai 5 euro a cartella aperta! Pazienti di codice minori visti dall’Asur come una sorta di “salvadanaio”, in cui il medico del 118 butterà la sua moneta di 5, o, di 10 euro. Ma stiamo scherzando! Così si espongono i professionisti a contenziosi medico-legali, mettendo a rischio la salute di quei cittadini che seppure di codice minore sono sempre pazienti, senza considerare che spesso dietro ad un codice minore si può ‘sempre nascondere una patologia insidiosa. Infatti un medico deve poter visitare in tutta tranquillità è importante la qualità del servizio reso, ovvero la correttezza nell’inquadramento diagnostico e il corretto profilo assistenziale che ne consegue.

In realtà  il medico del 118 può dare solo un supporto alle attività del pronto soccorso e non può risolvere il problema  del sovraffollamento del pronto soccorso e  ne’ tantomeno può sostituirsi all’unità mancate; la sua collaborazione può essere solo sporadica e condizionata dalla  disponibilità dopo aver concluso la  “missione” alla quale è prioritariamente chiamato, basti pensare , in modo particolare a tutte quelle patologie tempo-dipendenti , che  se trattate adeguatamente sul territorio e i pazienti trasportati all’ospedale competente per patologia ,risolvono già in parte i problemi del pronto soccorso. Infatti quando al pronto soccorso giusto arrivano i pazienti giusti già è risolto il problema di dover “reindirizzare” i pazienti.

I medici del 118 del Sindacato Medici Italiani della Regione Marche si dichiarano costernati dalla determina Asur perché’ il paziente, non è un prezzo da pagare, ma una persona bisognosa di attenzione e di cura.

La maggior parte dei medici del 118 della Regione Marche cesserà la  collaborazione in stand-by nei pronto soccorsi, e ciò potrebbe comportare dei disagi  per il cittadino , chiedono di essere ascoltati urgentemente dall’Assessore/Presidente della sanità della Regione, proponendo  un’unica e saggia risoluzione della problematica : il passaggio alla dipendenza per tutti i medici del 118, con l’integrazione definitiva del 118 con il pronto soccorso, e il riconoscimento del medico di ruolo unico, affinché’ la collaborazione del pronto soccorso possa iniziare direttamente a letto del paziente.

Santina Catanese

Responsabile SMI medici convenzionati 118 Marche

 

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Per il Sindacato Medici  Italiani il Dl Calabria rappresenta un primo passo per fare fronte alla carenza di medici. Onotri: occorre una politica chiara sulla formazione post-laurea

“Il DL Calabria è un primo passo avanti per ovviare alla carenza di medici risultante da 10 anni di errata o nulla programmazione. Condividiamo la necessità di assicurare i servizi essenziali alla cittadinanza e nel contempo dare una risposta anche a quei colleghi che, pur in assenza dei requisiti, hanno ricoperti incarichi precari, spesso esternalizzati e mal pagati, soprattutto nell’aree della medicina di urgenza- emergenza”. Così il Segretario Generale dello SMI, Pina Onotri, sul provvedimento legislativo in discussione presso la Commissione Affari Sociali della Camera.

Per la rappresentante del Sindacato Medici Italiani, da questo momento in poi, però, deve essere superata la fase emergenziale. È necessaria una politica chiara sulla formazione post-laurea con l’istituzione di un concorso unico nazionale per specializzazioni che devono necessariamente ricomprendere anche la medicina generale.

Onotri plaude poi alla nascita di un dipartimento misto Università-medici di famiglia in Liguria, progetto che ha visto partecipe anche lo SMI.

Si tratta – commenta – di “una pietra miliare verso la specializzazione in Medicina Generale” che “vede, in modo positivo, coinvolto il territorio”.

“C’è necessità che i giovani specializzandi possano formarsi anche in strutture ospedaliere, come avveniva un tempo per gli assistenti in formazione”.

“È necessario – aggiunge ancora la rappresentante dello SMI – mettere in atto tutte le strategie possibili per evitare soluzioni fantasiose come richiamare medici pensionati in servizio o importarli da altri paesi, mentre abbiamo centinaia di giovani colleghi, imbrigliati nell’ imbuto formativo, che vivono la condizione d’ inoccupati o sottoccupati o peggio, ancora, che abbandonano il nostro paese”

“La professione medica va tutelata e rilanciata nel nostro Paese. Anche la discussione, in corso, sull’ACN (Accordo Collettivo Nazionale) deve essere un punto di svolta. L’ultima riunione alla SISAC non è stata di aiuto, in questo senso, perché non vi sono state garanzie nazionali sulle risorse per la categoria medica”. Per Onotri, le trattative in SISAC non sarebbero incoraggianti per chi vuol intraprendere la carriera di medico di medicina generale. Infatti, “la retribuzione è sempre al palo e con il Regionalismo Differenziato, che incombe, si complica il quadro delle tutele per la salute in Italia”.

“Ci auguriamo – conclude il Segretario Generale del Sindacato – che il Decreto Calabria, oltre a rispondere all’emergenza della carenza dei medici in Italia, sappia dare risposte e tutele ai medici e ai pazienti calabresi”.

 

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Onotri: il 52 % dei medici emigrati in Europa è italiano. Le retribuzioni basse in Italia determinano la fuga dal pubblico verso il privato

“Le retribuzioni basse non riguardano solo il personale medico straniero ma anche i medici italiani del nostro Paese, che sono i più sottopagati in Europa”. Così il segretario generale del Sindacato Medici Italiani, Pina Onotri, commentando i dati pubblicati dall’ AMSI. L’Associazione Medici di origine Straniera in Italia ha infatti riportato le segnalazioni di diversi medici in servizio presso strutture sanitarie private che riferiscono di essere sottopagati rispetto ai minimi contrattuali.

“Le basse retribuzioni in Italia – prosegue Onotri –  determinano la fuga dal pubblico verso il privato dei soggetti più meritevoli. Il 52 % dei medici emigrati in Europa è italiano. Per questo, il prossimo contratto del comparto medico dovrà vedere da parte dello Stato, delle Regioni e delle Aziende Sanitarie una destinazione di risorse certe, tali da recuperare il gap delle retribuzioni, che sono ferme da più di dieci anni, in modo scandaloso”.

Secondo la rappresentante dello SMI, per contrastare l’impiego nel nostro Paese di professionisti medici stranieri, molto spesso sottopagati, vanno sbloccate le assunzioni. Vanno inoltre intraprese misure per il ricambio generazionale per tutte le specializzazioni mediche.

“Occorre superare l’attutale l’imbuto formativo, con un concorso nazionale unico per specializzazione e formazione in MG”. Una prova “che tenga conto dei reali fabbisogni di salute del Paese”. Il riferimento è alla trasformazione del corso di formazione in specializzazione con equiparazione delle relative borse di studio. Una graduatoria unica nazionale, dunque, che permetta una migrazione interna al Paese.

“Per sopperire alla carenza di medici, bloccare l’esodo all’estero dei nostri medici –conclude Onotri – occorre fermare gli attacchi contro l’unicità e l’universalità del Servizio Sanitario Nazionale e togliere dall’agenda politica il regionalismo differenziato, che rappresenta un vero e proprio de profundis per il diritto alla salute nel nostro paese”.

 

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A conclusione dell’ultima riunione in Sisac il Sindacato Medici Italiani espone i nodi legati alla trattativa per il rinnovo dell’Accordo nazionale per i mmg. Per l’organizzazione occorre soprattutto chiarezza dal punti di vista economico 

La discussione  per il rinnovo dell’accordo nazionale per i medici di medicina generale ha avuto una carattere di frammentario. Nello specifico, non è riuscita ad avviare un vero e proprio negoziato  sull’insieme del contratto, che è fermo da più di dieci anni. Questo il commento dello SMI a conclusione dell’ultima riunione che si è in Sisac (Struttura interregionale sanitari convenzionati), nella sede di Piazza Barberini a Roma.
Il Sindacato Medici Italiani era presente  all’incontro con una delegazione composta dal segretario  generale Pina Onotri, dal responsabile area convenzionata Enzo Scafuro, e dal responsabile assistenza primaria Gian Massimo Gioria.
“Lo SMI – si legge in una nota dell’organizzazione sindacale – ha sostenuto la necessità di prevedere un tavolo tecnico ad hoc per il 118, per la medicina servizi e quella penitenziaria, mentre ha richiesto regole certe per l’accesso alla professione. Provvedimenti chiari devono essere contenuti nell’accordo collettivo nazionale di MMG e che integrino le misure previste dal decreto Semplificazioni, che in via transitoria fino al 2021 ha previsto la possibilità di assegnare incarichi a medici iscritti al corso di formazione specialistica”.
Per il Sindacato va chiarita, inoltre, la questione irrisolta della quota che l’INAIL dovrà investire nella quota capitaria della Medicina Generale.
“Lo SMI – conclude l’Associazione – non è disposto in nessun caso a chiudere l’accordo in mancanza soprattutto di chiarezza economica. Questo contestato Accordo Collettivo Nazionale di MMG dovrà sostenere con decisione l’aumento delle borse di studio a favore della formazione dei giovani medici nell’ambito della medicina generale e delle specializzazioni”.
 
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Per il Sindacato il Progetto di Consulenza Specialistica Pediatrica causerebbe un aumento di spese e creerebbe una disparità salariale tra i medici

La regione Campania con un suo decreto dirigenziale n. 70 del 9 aprile del 2019 ha dato corso al Progetto di Consulenza Specialistica Pediatrica. L’obiettivo – si legge in una nota dell’Ente – è quello di ridurre attraverso il potenziamento delle cure pediatriche territoriali il ricorso ai Pronto Soccorso  in uno dei periodi più a rischio dal punto di vista influenzale e di maggior carico per le strutture sanitarie. Le Asl hanno quindi iniziato la raccolta delle adesioni dei pediatri chiamati a partecipare su base volontaria.
Tale misura – denuncia lo SMI – “è ai limiti del paradosso”. Infatti, secondo il Sindacato Medici Italiani, causerebbe un aumento di spese per il servizio sanitario pubblico e creerebbe una disparità salariale tra i medici.
“Occorre ricordare – dichiara il segretario regionale dello SMI campano Luigi De Lucia – che l’attività pediatrica è svolta regolarmente durante i giorni feriali dai Pediatri di Libera Scelta mentre la medesima attività è svolta nei giorni festivi, prefestivi e notturni dai medici di Continuità Assistenziale”.
Il Sindacato spiega che nel progetto di consulenza si offrono 60 euro ad ora. Ciò significa, aggiungendo i contributi, un compenso di quasi 800 euro  per un  turno di 12 ore. Per lo SMI il costo “sembra spropositato” in quanto per la medesima prestazione viene erogato un compenso di 29 euro lordi ai medici di Specialistica Ambulatoriale. Per di più, evidenzia De Lucia – “quest’attività può essere svolta molto bene dai medici della Continuità Assistenziale con circa 23 euro lordi all’ora. Secondo il rappresentante sindacale “siamo al libero arbitrio”.
“Il decreto deve essere ritirato – conclude il segretario regionale  – per il bene dei pazienti e per il rispetto della professione medica. Lo SMI si riserva la possibilità di presentare un esposto alla Corte dei Conti contro questo decreto della Giunta Regionale della Campania”.
 
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Il Sindacato Medici Italiani non condivide le soluzioni proposte per fare fronte alla carenza di organici ricorrendo a medici non specialisti o a camici bianchi in pensione

“In Italia ci sono ospedali che non riescono a trovare medici per coprire alcuni settori, soprattutto pronto soccorso e chirurgie. Sono anni che le organizzazioni sindacali e le rappresentanze istituzionali della professione lanciano l’allarme”. Così il segretario Generale dello SMI (Sindacato Medici Italiani), Pina Onotri sulla carenza di organici nelle strutture sanitarie del nostro Paese
È paradossale – continua – che “c’è di parla di importare medici dall’estero o, peggio, di richiamare, dopo aver approvato quota 100, i medici dalla pensione”. Il tutto mentre ci sono centinaia di medici laureati, sottooccupati o inoccupati perché rimasti intrappolati nell’imbuto formativo.
Per Onotri la causa della carenza di specialisti si può riassumere in un’errata programmazione, in un’emigrazione forzata di migliaia di giovani medici verso Regno Unito, Germania, Francia, Svizzera, fenomeno iniziato da più di dieci anni; in un massiccio esodo di medici dal settore pubblico al settore privato.

“I medici scappano dal pubblico perché in Italia vengono pagati troppo poco”.

“Lo stipendio è fermo da 10 anni, e i 10.000 medici ospedalieri, a causa della carenza di personale, sono costretti ogni anno a fare 15 milioni di ore di straordinario non retribuite. Ieri l’ennesima fumata nera al tavolo di contrattazione della dirigenza medica, per il recupero della Ria, perché mancava il MEF”.
Secondo la rappresentante dello SMI, la scelta miope di questi ultimi anni sarebbe stata di appaltare al privato, la diagnostica e le visite ambulatoriali e riservare   al settore pubblico le attività più costose e rischiose come l’emergenza e l’alta intensità. A questa condizione si è arrivati perché la classe politica del nostro paese disinveste da 20 anni nella sanità pubblica.  “Si ha la sensazione – evidenzia – che lavorare nel pubblico significa non avere un futuro professionale”.
“Il governo deve adottare misure affinché i medici rientrino in Italia e nel sistema pubblico, premiando il merito. Si deve rendere più efficiente la programmazione, aumentando i posti e la qualità formativa per le specializzazioni carenti e garantendo l’accesso ai giovani laureati”.
Le soluzioni che vengono proposte oggi di sostituire medici con altri non ancora specialisti, o già in pensione o provenienti da altri paesi conclude il segretario generale dello SMI, non faranno che abbassare la qualità dell’assistenza. “Tuteliamo, invece, i giovani professionisti, valorizzando meriti, competenze e cercando di stabilizzare i medici precari che, da anni, garantiscono i servizi essenziali”.
 
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Onotri: per fare fronte alla carenza di medici si avvii un piano di assunzioni di camici bianchi anche in concomitanza con il rinnovo dei contratti nazionali di lavoro

“Non si può credere che ancora oggi vi siano medici nei nostri ospedali che lavorano a gettone o su chiamata. Così come per il 118 vi sarebbero professionisti medici che non hanno tutti i titoli per assolvere le mansioni richieste”. Così il Segretario Generale dello SMI Pina Onotri. “Siamo d’accordo con la ministra della salute, Giulia  Grillo – ha sottolineato – sono pratiche da vietare”. Secondo la rappresentante del Sindacato Medici Italiani, la carenza di medici e specialisti nei nostri ospedali e nei servizi della medicina di urgenza – emergenza  rappresentano, di frequente, l’alibi per le  aziende sanitarie per potere utilizzare cooperative o professionisti singoli che a chiamata coprono i turni e le guardie notturne.

“I medici a gettone – aggiunge Onotri –  vengono pagati dai 60 ai 90 euro l’ora. Spesso si tratta di giovani con poca esperienza che lavorano per anche per molti  turni al mese, sottoponendosi a ritmi massacranti”.

“Un medico ospedaliero assunto regolarmente – continua il segretario – si sente parte di un’equipe ed è dentro una rete di relazioni professionali. Un medico a ‘gettone’ fa il suo turno e poi va via. Con queste modalità si potrebbe mettere a rischio la sicurezza delle cure”.
“Lo SMI lo sostiene da tempo: mandare in pensione chi ha maturato i requisiti, assumere giovani medici, aumentare le borse di studio. Bisogna, per questo, superare il problema del precariato attraverso la stabilizzazione del personale con contratti atipici e la disincentivazione dell’utilizzo di personale gestito da organizzazioni esterne”.
Dunque, conclude Onotri, “si avvii un piano di assunzioni di medici anche in concomitanza con il rinnovo dei contratti nazionali di lavoro”.
 
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Abbaticchio: regionalismo differenziato non può rappresentare il grimaldello per privatizzare il rapporto di lavoro dei medici

“Gli accordi riguardanti il regionalismo differenziato tra il Governo e le Regioni Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna possono mettere  in discussione l’universalismo del Servizio Sanitario Nazionale e penalizzare il Mezzogiorno”. A dichiararlo, nel corso di un incontro presso il Policlinico di Bari, il Presidente nazionale dello SMI, Ludovico Abbaticchio.

“Il regionalismo differenziato – ha evidenziato il rappresentante del Sindacato Medici Italiani – prevede che ulteriori materie legislative (sanità, istruzione, tutela dell’ambiente, ecc.)  siano date in esclusiva gestione alle regioni, sottraendole alla gestione congiunta dello Stato. La decisione di destinare la quasi totalità dei proventi dei residui fiscali alle Regioni del Nord metterebbe in grave crisi il sistema perequativo dello Stato, che con la fiscalità generale, finanzia lo stato sociale, le infrastrutture, l’istruzione e la sanità  di tutto il Paese”.

“Prendendo a riferimento l’accordo Governo e Regione Veneto, in tema di sanità, viene fuori – ha sottolineato Abbaticchio – che si attribuisce una maggiore autonomia alla Regione, finalizzata a rimuovere i vincoli di spesa a riguardo delle politiche di gestione del personale dipendente convenzionato o accreditato. La Regione avrà mano libera in materia di accesso alle scuole di specializzazione e potrà stipulare specifici accordi con le università presenti sul territorio regionale. Il Veneto, inoltre, potrà redigere contratti a tempo determinato di specializzazione lavoro per medici, alternativi al percorso delle scuole di specializzazione, solo per restare alle questioni riguardanti i medici.

Per lo SMI vi è dunque “il rischio concreto che si voglia cambiare il rapporto di lavoro del medico di medicina generale con il SSN, che oggi è di tipo parasubordinato, ossia  con la compresenza di subordinazione e autonomia, con un rapporto di tipo privatistico”.

In tal modo si aprirebbe  il Servizio Sanitario Nazionale ad organizzazioni private di professionisti sanitari.

“Ci opporremo, con forza, contro un  regionalismo differenziato che non può rappresentare il grimaldello per privatizzare il rapporto di lavoro dei medici, così come  non accetteremo l’ipotesi che la   formazione sia devoluta alle regioni perché si correrebbe il rischio della nascita di sistemi universitari diversificati in giro per il Paese”.

“Grandi perplessità esprimiamo, inoltre – aggiunge il presidente dello SMI – sul ruolo che le assicurazioni private potrebbero assumere per la coperture di servizi di assistenza sanitaria e di prestazioni  mediche oggi erogate dal servizio pubblico.

“Per queste ragioni, ribadiamo che  il Servizio Sanitario Nazionale debba mantenere il suo carattere omogeneo e non debba essere trasformato in una somma di servizi sanitari regionali, con l’aggravante dell’aumento dei cosiddetti ‘viaggi della speranza’ (pazienti che dalle regioni del Sud si vanno a curare nelle regioni del Nord)”.

“Si apra, in Italia, da subito, un dibattito partecipato con le professioni mediche, con quelle sanitarie, con le associazioni dei malati, con le forze politiche, con le istituzioni, per continuare ad assicurare il carattere di universalità all’assistenza medica e sanitaria in tutto il Paese e – conclude Abbaticchio – per non penalizzare il Mezzogiorno”.

 

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Due settimane fa la prima riunione interlocutoria  per la ripresa delle trattative per il rinnovo dell’ACN per la medicina generale. Una riapertura accolta positivamente dalle organizzazioni sindacali, in particolare dallo SMI, Sindacato Medici Italiani, che si era detta disponibile a rivalutare attentamente” i contenuti della trattativa e le proposte” della Struttura Interregionale Sanitari Convenzionati. L’obiettivo? Far recuperare ai medici il gap salariale di questi anni, nonché garantire il miglioramento economico e la creazione di adeguate condizioni di tutela.

Nel corso della seconda riunione, svoltasi ieri, tuttavia, sono emersi subito i principali nodi della discussione, con specifico riferimento alle risorse disponibili.

Alla fine – si legge in una nota dello SMI –  la trattativa è stata sospesa in base alle indicazioni delle organizzazioni sindacali presenti.

Per il Sindacato Medici Italiani erano presenti il vice segretario nazionale vicario, Luigi De Lucia, il Responsabile Area Convenzionata, Enzo Scafuro e il responsabile Assistenza Primaria, Gian Massimo Gioria.

“Vi è stato il tentativo di mortificare economicamente la classe medica non essendo stato chiarito quanto sia il riparto delle risorse nazionali e regionali messe a disposizione per la stipula dell’accordo. La SISAC – evidenzia il sindacato – sta portando avanti il progetto del regionalismo differenziato, così come voluto dalle regioni Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna”. Ciò “a scapito della medicina generale, non chiarendo quali siano gli stanziamenti per gli accordi regionali”.

Lo SMI chiede quindi l’intervento del ministro della Salute, Giulia Grillo, perché sommando le questioni inerenti la carenza dei medici, quella dei prepensionamenti a questo pessimo accordo collettivo nazionale per i MMG, si correrà il rischio di assestare un colpo mortale all’assistenza primaria nel nostro Paese.

 

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