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Non sono invece esenti dai tagli alle pensioni previsti dalla Legge di Bilancio, i trattamenti Inps dei medici che superano i 100mila euro lordi annui

La legge di Bilancio 2019 ha introdotto tagli alle pensioni che possono arrivare fino al 40 per cento.
In particolare, l’articolo 1, comma 261, prevede una riduzione dei trattamenti pensionistici i cui importi complessivamente considerati superino 100.000 euro lordi su base annua. La misura avrà la durata di cinque anni.

Il taglio, tuttavia, non si applicherà agli assegni pagati dall’Enpam a medici e dentisti. Lo chiarisce lo stesso Ente pensionistico in un articolo pubblicato sul proprio sito. Da una lettura attenta della disposizione di legge si evince infatti – sottolinea la Fondazione – che i tagli riguarderanno le pensioni Inps dei dipendenti pubblici e privati, degli autonomi (commercianti, artigiani e coltivatori diretti), degli iscritti ad alcune gestioni particolari (es: i lavoratori dello spettacolo) e dei contribuenti alla gestione separata.

“I tagli certamente non si applicano alle Casse dei professionisti” ha precisato il presidente dell’Enpam e dell’Adepp Alberto Oliveti.

“A questa conclusione si arriva sia con un’analisi strettamente testuale sia con una lettura costituzionalmente orientata della norma. Infatti, poiché questi accantonamenti sono destinati a creare una provvista per fronteggiare i maggiori costi dovuti a Quota 100, che è di esclusiva competenza Inps, non si vede come si potrebbero prendere legittimamente delle risorse da altre parti, alla luce della sentenza 7/2017 della Corte costituzionale.”

In generale, dunque, le decurtazioni colpiranno gli assegni Inps sopra i 100mila euro lordi annui, ad eccezione di quelli calcolati interamente con il contributivo. Restano salve anche le pensioni di invalidità e quelle riconosciute alle vittime del terrorismo.

Non sono quindi indenni dal taglio delle pensioni i camici bianchi dipendenti pubblici e privati, se superano la soglia dei 100mila euro. Nel computo della soglia dei 100mila euro, inoltre, rientreranno probabilmente anche gli assegni liquidati dalla gestione separata dell’Inps, cioè quella a cui versano gli specializzandi.

 

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Scontro Governo Regione sugli specializzandi

Si è quasi allo scontro Governo Regione sugli specializzandi in Lombardia: la causa è la scelta di impugnare l’articolo 34 della legge regionale 33

Si sta giungendo all’inevitabile scontro Governo Regione sugli specializzandi, in Lombardia, e l’assessore al Welfare, Giulio Gallera, è su tutte le furie.

Oggetto del contendere è la decisione di impugnare l’articolo 34 della legge regionale 33.

Gallera, infatti, ha fortemente condannato la scelta del Consiglio dei ministri di impugnare l’articolo in questione della legge del 2017. Questo introduceva la possibilità per gli specializzandi di partecipare alle attività assistenziali.

La scelta del Consiglio dei Ministri è stata però ampiamente motivata.

“Alcune norme sulla formazione specialistica dei medici – afferma il CdM – sono ritenute dal Governo contrastanti con i principi fondamentali della legislazione statale in materia di professioni e tutela della salute”.

Una motivazione che ha mandato su tutte le furie l’Assessore Gallera.

“Ancora una volta – ha dichiarato – il Governo nazionale impedisce lo sviluppo della sanità lombarda e penalizza i nostri e tutti gli specializzandi italiani”. Per Gallera, di fatto, in questo modo si vieta il libero esercizio della professione. “A differenza – aggiunge – di quanto accade nella maggior parte dei Paesi europei dove un laureato di medicina generale abilitato può farlo”.

Ma l’assessore è andato avanti. Gallera ha voluto motivare il perché dell’articolo 34, accendendo lo scontro Governo Regione sugli specializzandi.

“L’introduzione dell’articolo 34 – spiega Gallera – era nata da un lavoro corale di Giunta e Consiglio regionale con tutte le Università lombarde che avevano sollecitato l’esigenza di consentire una graduale autonomia degli specializzandi per evitare il passaggio a chirurgo strutturato da un giorno all’altro”.

Non solo.

“Si contemplava, quindi, per loro, una graduale assunzione di responsabilità, non la comparazione immediata alle funzioni di uno strutturato”.

Infatti, dalla regione specificano che lo specializzando “sarebbe stato sempre e comunque vincolato all’osservanza delle direttive ricevute dal tutor che sarebbe stato sempre disponibile per la consultazione e l’eventuale tempestivo intervento”.

Una situazione che per Gallera “rimarca con forza la necessità di una maggiore autonomia in materia di salute per la nostra Regione”.

Non è un caso in effetti, che la Lombardia abbia inserito nel testo dell’Intesa che Governo e Regione dovranno firmare una richiesta ben precisa.

Quella, cioè, “di una maggiore autonomia in merito alla determinazione del numero dei posti dei corsi di formazione per i Medici di Medicina Generale’ e di accesso alle scuole di specializzazione”.

Oltre a questo, ha concluso l’Assessore al Welfare, si è avanzata una richiesta di maggiore autonomia sulla programmazione delle borse di studio per i medici specializzandi “e la loro integrazione operativa con il sistema aziendale”.

 

 

 

 

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SPECIALIZZANDI NELLO STUDIO PRIVATO DEL PRIMARIO: INTERVENGONO I NAS

L’Associazione specifica che gli Specializzandi dovranno integrare ma non sostituire gli Specialisti

L’AAROI-EMAC apprezza il lavoro svolto dal Ministero della Salute, che nell’incontro del 15 Giugno con i Sindacati Medici, i Rappresentanti delle Regioni, del MIUR e del MEF ha presentato una nuova Bozza di testo inerente l’articolo 22 del Patto per la Salute. L’Associazione, tuttavia, torna a sottolineare alcuni punti dai quali ribadisce che non è disposta a prescindere.

“Il Lavoro degli Specialisti in Anestesia e Rianimazione ha caratteristiche di assoluta peculiarità rispetto a tutte le altre discipline specialistiche mediche”, afferma Alessandro Vergallo, Presidente Nazionale AAROI-EMAC anche a nome della Società Scientifica SIARED, che condivide pienamente tale posizione con SIAARTI e CPAR (Collegio dei Professori di Anestesia e Rianimazione), organi che rappresentano quindi tutti gli Specialisti (ospedalieri e universitari) italiani della Disciplina.

A differenza di tutti gli altri Medici, spiega l’AAROI, ogni Anestesista Rianimatore interviene sui pazienti affidati alle sue competenze da solo, e perciò è inaccettabile la sostituzione degli Anestesisti Rianimatori Specialisti con Specializzandi in sala operatoria, nelle ‘Non Operating Room’ o nei turni di guardia comunque siano organizzati. Uno Specializzando in una sala operatoria o in un turno di guardia affiancato da uno Specialista impegnato in un’altra attività non è e non sarà ammissibile. Il fatto che in certe Università e in certe aziende miste ospedaliero-universitarie purtroppo siano avvenuti e continuino a verificarsi abusi non legittima le illiceità che finora abbiamo contestato in modo fermo ma fin troppo pacato. Per l’Associazione “è ora di smascherare uno per uno tutti coloro i quali affermano a parole di essere contrari all’utilizzo degli specializzandi in attività autonome, salvo poi sfruttarli come ghost specialists”.

“Intendiamo cogliere l’occasione – sottolinea Vergallo – per confermare le nostre proposte di iniziative concrete e trasparenti a beneficio dell’efficienza dell’intera organizzazione ospedaliera finalizzate ad implementare l’efficienza delle Sale Operatorie e delle Rianimazioni attraverso gli Specializzandi impiegati in attività di minor impegno e responsabilità, come per esempio quelle di assistenza nelle Recovery Room e di supporto nelle Rianimazioni. Questo intendiamo debba essere inderogabilmente il significato, per la disciplina di Anestesia e Rianimazione, di quanto prevede il testo in questione nel prevedere l’affiancamento del professionista specializzando e formando, per tutta la durata della formazione specialistica, da parte di un medico specialista nella medesima disciplina, o di un medico di medicina generale appositamente formato, o di un medico veterinario o di un dirigente sanitario specialista nella medesima disciplina con incarico di tutor, in servizio attivo”.

Nel corso dell’incontro, considerando la concertazione sull’art. 22 del Patto per la Salute prodromica al rinnovo del CCNL, l’AAROI-EMAC non ha mancato di denunciare per l’ennesima volta alcune assurdità che continuano ad esistere nel SSN. La prima riguarda il Sistema di Emergenza-Urgenza. “E’ paradossale – afferma il Presidente AAROI-EMAC – che la Disciplina di Anestesia e Rianimazione, in alcune realtà, sia esclusa da tale sistema solo perchè non è “equipollente” a quella di “Medicina e Chirurgia d’accettazione e Urgenza”, mentre lo sono, vergognosamente, discipline specialistiche come la “Metodologia Clinica”: siamo stati i primi a sottolineare queste assurdità e non cesseremo di denunciarle. Nei fatti, da sempre, veniamo chiamati a soccorrere altri Colleghi in difficoltà nel trattamento dei pazienti critici, perché solo la nostra disciplina consente di acquisire, mantenere ed implementare le competenze necessarie a prestare a questi pazienti le migliori cure possibili. Ma sia ben chiaro che per il Sistema di Emergenza-Urgenza non ci interessano equipollenze di carta, le cui responsabilità ricadono su chi le ha stabilite in un modo che ha trasformato questo sistema in un ufficio di collocamento, e lo ha peggiorato istituendo un’altra disciplina specialistica, la Medicina d’Urgenza, i cui impalpabili risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il modello da seguire, per quanto ci riguarda, è quello dell’AREU Lombardia, con le assunzioni di personale medico inquadrato nel CCNL ospedaliero, in primis di estrazione anestesiologico-rianimatoria, che svolga il suo orario di lavoro sia in ospedale sia nell’emergenza-urgenza territoriale, in un’integrazione di attività che sono entrambe ben diverse da quelle proprie della continuità assistenziale. Per il Sistema di Emergenza-Urgenza non servono medici con patentini conseguiti al termine di corsi formativi di poche ore, ad esclusivo uso e consumo dei quali in certe Regioni come la Puglia è stato organizzato tale sistema.

Un’altra assurdità è il ricorso da parte delle Aziende Sanitarie a contratti atipici  o addirittura ad appalti a Cooperative. “Gli ACN (Accordi Collettivi Nazionali) della Medicina Convenzionata continuano a sconfinare illecitamente, delegittimandolo subdolamente, nel settore del CCNL Ospedaliero. Inoltre, anche grazie alle segnalazioni degli Iscritti all’Associazione – conclude Vergallo – veniamo a conoscenza di situazioni spesso simili a caporalato, che in certi casi, addirittura, retribuiscono medici reclutati ad hoc con rimborsi spese fittizi. L’accesso all’attività ospedaliera pubblica del SSN deve avvenire solo attraverso Concorso Pubblico nel rispetto del CCNL del pubblico impiego”.

Filippo Taddei, responsabile economico del Partito Democratico, apre al superamento dell’attuale sistema contributivo, diviso fra Inps e Enpam, con la possibilità per i medici di recuperare contributi che fino a oggi molto spesso andavano persi

Una buona notizia in chiave previdenziale potrebbe arrivare dal Governo per medici e professionisti privati, specialisti e specializzandi, con la possibilità di ricongiungere i versamenti Inps senza dover attendere onerosi procedimenti al momento della pensione.

La possibilità concreta per i medici di poter recuperare contributi che fino a oggi andavano spesso persi è stata ventilata dal responsabile economico del PD, Filippo Taddei, nel corso di un incontro tenutosi a Napoli in occasione della Giornata nazionale della previdenza.

Specialisti e specializzandi, dal 2006, contribuiscono sia alla gestione separata dell’Inps, per il 24% della retribuzione, che all’Enpam, partecipando al Fondo generale di quota A. I contributi versati all’istituto pubblico, però, vengono considerati in chiave pensionistica unicamente dopo sei anni di versamenti. Situazione del tutto differente da quanto avviene per i tirocinanti del triennio in Medicina generale, che possono destinare i contributi della propria borsa di studio unicamente all’Enpam in quota A e quelli derivanti dalla libera professione in quota B, con la possibilità in questo caso di una contribuzione ridotta al 2%.

Sull’argomento è intervenuto l’Osservatorio Giovani dell’Assemblea generale Enpam, realtà nata lo scorso anno in occasione delle elezioni dell’ente previdenziale dei medici con l’obiettivo di far sentire maggiormente la voce delle nuove generazioni di “camici bianchi”.

I cinque componenti dell’Osservatorio – Camilla Russo, Francesca Manzieri, Stefano De Gregoriis, Concetta D’Ambrosio ed Enrico Peterle – hanno commentato le parole di Taddei, sottolineando ancora una volta la propria contrarietà alla divisione della contribuzione in enti diversi.

«L’apertura ad affrontare un problema che avevamo segnalato nei mesi scorsi – hanno evidenziato – mostra che probabilmente ci si sta rendendo conto di come sia stato insensato inserire nella gestione separata Inps una posizione contributiva anomala rispetto all’intera storia lavorativa che attende uno specializzando. Serve un’azione rapida, anche per evitare che gli specializzandi subiscano l’ennesima erosione della propria borsa di studio a causa del prossimo aumento dell’aliquota, che è passata in cinque anni dal 17 al 24 per cento».

contratto sanità

Proseguono le riunioni del tavolo per la delega lavoro in sanità, in corso presso il Ministero della Salute, in ossequio all’art. 22 del Patto per la Salute. Durante l’ultimo incontro è stato il turno delle Regioni, che hanno presentato le loro proposte.

Diversi i temi lanciati con forza dagli enti regionali: anzitutto, è stato proposto di confermare la possibilità di accesso dei medici senza specializzazione al Ssn a tempo indeterminato, eventualmente individuando un contingente massimo. Una posizione successivamente integrata dal Coordinatore della commissione Salute della Conferenza delle Regioni, Antonio Saitta, che ha aperto alla possibilità del tempo determinato auspicato da parte dei sindacati per non favorire la nascita di medici di “serie B”.

Le Regioni hanno invece espresso parere contrario alla proposta, avanzata il mese scorso dalle organizzazioni sindacali, di assegnare un tutor a ciascuno specializzando.

Ancora, le Regioni hanno ribadito di voler “in via preliminare, di continuare ad affrontare solo le tematiche afferenti alla professione del medico, esclusi veterinari e altre professioni sanitarie non mediche, in quanto  medici sono gli unici, ai sensi del Dlgs 368/99, a godere durante gli anni di formazione di contratti remunerati e perché ai sensi del DM 68/2015 non tutti gli ordinamenti didattici delle Scuole di specializzazione riservate ai non medici sono stati definiti”.

Infine, è stata proposta una profonda rivisitazione della formazione in medicina generale – che dovrebbe a tutti gli effetti tramutarsi in una specializzazione tout court – ed è stato richiesto di “mantenere l’attuale periodo di cinque anni riferito alla durata dell’incarico professionale di base rispetto ai tre proposti”.

Le reazioni dei sindacati sono state tiepide, soprattutto a causa di un temuto allungamento dei tempi, mentre Miur e Ministero della Salute per ora non hanno preso una posizione netta. Prossimo appuntamento previsto per l’8 giugno, quando i sindacati porteranno ulteriori osservazioni alle proposte regionali.

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Per il segretario Troise è un “passo verso doppio canale formativo e duemila specialisti/anno in più”

L’associazione dei medici e dirigenti del SSN promuove il disegno di legge che è stato approvato all’unanimità in Commissione Sanità al Senato; per il segretario Costantino Troise, infatti, è positiva la proposta secondo cui, regioni e ministeri di Salute e Istruzione possono contrattare nuove modalità per inserire specializzandi negli ospedali del servizio sanitario inclusi nella rete formativa.

“L’articolo 7 del disegno di legge Lorenzin è un passo avanti nella formazione dei futuri specialisti. Apre la strada a una soluzione del nodo tutto italiano del monopolio universitario sulle specializzazioni e, in prospettiva, prova a disinnescare la bomba sociale dei medici laureati che restano fuori dalle scuole di specializzazione. Ma richiede investimenti alle regioni, da contrattare al tavolo per la valorizzazione delle risorse”.

Il nodo dell’avviamento al lavoro e dell’introduzione nelle strutture sanitarie degli specializzandi è cruciale e, solo qualche settimana fa l’intersindacale medica aveva inoltrato una proposta in base alla quale si prevede la costituzione di una rete paritaria atenei-ospedali che attende, però, risposta dalle regioni.

L’Anaao, dunque, riconosce che l’articolo 7 del ddl valorizzi questa proposta, anche se – e questo è il suo limite – non prevede nuovi oneri per il Ssn: “Si tenta di migliorare la qualità dei percorsi formativi ma nulla si dice sui numeri, né si potrebbe dire. Il governo cerca peraltro di rendere cogenti regole approvate nel 1998 ma mai applicate, riconoscendo un ruolo paritario per i percorsi formativi dei professionisti sia che avvengano in strutture universitarie sia che avvengano in strutture Ssn e di incrementare il peso delle attività professionalizzanti nella retribuzione istituendo un rapporto più stretto tra facoltà mediche e strutture Ssn. Ma sui numeri, sulle risorse, sui contratti che servono al Ssn la partita si gioca con le regioni sulla riscrittura dell’articolo 22 del Patto salute che, implicando una legge delega, potrebbe dare soluzioni a breve se si trovasse una volontà comune”.

L’intervento, però, deve essere il più rapido possibile: “In Italia – ha spiegato ancora Troise – abbiamo 10 mila matricole l’anno a fronte di 6 mila ammessi a specialità, cui si aggiungono 11 mila accessi decisi d’ufficio dai Tar negli ultimi 2 anni che hanno portato gli atenei italiani ad avere tra 2013-14 e 2014-15 ben 31 mila iscritti al primo biennio di medicina. Se si laurea l’85%, il tasso attuale, nel 2019-20 e nel 2020-21 avremo 25 mila laureati cui vanno aggiunti i laureati di precedenti annualità che non sono riusciti ad entrare nelle scuole di specializzazione: una marea di medici senza possibilità di passare ai ruoli Ssn, a meno che – oltre a chiudere gli accessi alle facoltà definendo un tetto di 7 mila immatricolati – non si porti a 9-10 mila il numero degli ammessi alle scuole di specialità e al tirocinio di medicina generale per i prossimi 5-6 anni”.

Aumentare i posti per gli specializzandi è possibile: “Se immaginiamo che le Regioni paghino parte del lavoro insito nei processi formativi, lo Stato potrà indirizzare risorse che oggi investe per i contratti di formazione a nuovi contratti di specializzazione. Con 140 milioni si istituirebbero circa 2 mila contratti in più, ogni anno, avvicinando il numero dei futuri specialisti a quello degli attuali laureati abilitati. Si consideri che in tutta Europa i medici che si formano sono dipendenti della sanità. In Italia invece si immagina un periodo formativo propedeutico che toglie prospettive, anche previdenziali, al medico e chance ai servizi sanitari che invece si gioverebbero del trasferimento di competenze ai giovani”.

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La portavoce nazionale del Coordinamento Mondo Medico spiega le perplessità e i dubbi rispetto al nuovo sistema di H16 per la medicina convenzionata

“Responsabile Civile” continua a seguire la rivoluzione dell’assitenza H16 che interesserà i medici di base e le sorti del servizio di continuità assistenziale dando voce ai protagonisti del mondo medico. Questa volta a parlare è Maja Fedeli, portavoce nazionale del Coordinamento Mondo Medico, che sull’approvazione del nuovo atto di indirizzo per la medicina convenzionata ha espresso forti perplessità: “Quello che vediamo e che come Coordinamento abbiamo sollevato è che sostanzialmente si sta tagliando fuori il sistema sanitario nazionale inteso così come lo conosciamo noi oggi (cioè una forma di assistenza pressoché democratica che si dà a tutti), facilitando, invece, quello che è un percorso di privatizzazione del sistema. Questo sta avvenendo in maniera non tanto pubblicizzata, ma i tentativi sono forti e anche abbastanza lampanti a chi è un po’ addentro”.

La dott.ssa Fedeli spiega che, contrariamente a quello che potrebbe sembrare a uno sguardo superficiale o inesperto, come può essere quello di un comune cittadino, la riforma in atto non favorirà i pazienti che, comunque, già allo stato attuale nel momento delle urgenze non si rivolgono al medico di base (al quale ci si rivolge per questioni differenti).

Tra l’altro, continua ancora l’esponente del Coordinamento Mondo Medico, “non si avrà il proprio medico di base in servizio H16; si troverà, piuttosto, uno studio di aggregati, dove si potranno trovare dei medici per 16 ore al giorno, ma ci si dovrà comunque rivolgere a un medico che non è quello personale”.

Non è tutto: “la riforma avvantaggerà solo i titolari di uno studio perché chi non è già assegnato non avrà alcun nuovo beneficio”. Insomma, togliendo otto ore di copertura, che fine farà il personale che attualmente svolge quell’incarico? Come verrà utilizzato, dal momento che non si possono spostare i medici di continuità assistenziale sul servizio del 118, visto che la formazione è diversa? E proprio il 118, sul quale ricadrà l’assistenza nelle ore notturne, rappresenta una ulteriore criticità per le problematiche che già conosciamo legate alle ambulanze non medicalizzate, e alla gestione spesso convulsa dei pronto soccorso.

“Il servizio di continuità assistenziale si poteva mantenere benissimo e, tra l’altro, era particolarmente proficuo, dal momento che chi ci lavora, solitamente, ha contratto di libero professionista (sono pochi i medici con contratto di continuità assistenziale che non dà alcuna garanzia e neanche copertura assicurativa che è comunque in carico al medico)”. Una situazione che, paradossalmente, avrebbe dovuto già essere meglio regolamentata o canonizzata, ma che, comunque, dava sbocco a quella folta schiera di medici neo abilitati che non hanno accesso alle scuole di specializzazione: “conosciamo benissimo i numeri: attualmente” spiega Maja Fedeli, “ci sono due generazioni universitarie fuori da ogni percorso formativo post laurea e quello della continuità assistenziale per loro è l’unico sbocco, perché per lavorare all’interno del SSN viene richiesto obbligatoriamente il titolo specialistico, ma sappiamo che l’accesso è chiuso”. A fronte di un oggettivo problema di carenza di personale all’interno delle strutture pubbliche e di una programmazione non efficace rispetto al fabbisogno (dal momento che viene calcolato non in base alle reali esigenze, ma alla disponibilità economica).

E proprio sul tema della formazione degli specializzandi, insomma, si apre un altro fronte problematico che il Coordinamento evidenzia, come già hanno fatto dalle colonne di “Responsabile Civile” altre realtà del mondo medico: “Va benissimo aprire la rete interregionale, e quindi non universitaria, alla formazione, ma questa deve essere garantita! La proposta dell’intersindacale di contrattualizzare gli specializzandi con contratti che sono a tutti gli effetti lavorativi a partire dal terzo anno è un suicidio: dopo due anni non si può essere formati secondo i criteri delle specialità che impongono, invece, tempi di formazione più lunghi. Delle due l’una”.

Il problema, in conclusione, è che le diverse questioni riguardanti l’assistenza (incluse le eventuali riforme) si stanno affrontando sotto profili separati. Siamo in un cul de sac, ma “finché non verranno trovati nuovi fondi, il problema non si sbloccherà” ribadiscono con forza dal Coordinamento Mondo Medico, che ha già sollevato la questione anche al tavolo di confronto con il Ministero al quale sono state proposte, però, delle soluzioni (vedi documento allegato) che sono rimaste inascoltate.

Per approfondire:

Art. 22 del Patto della Salute: inviate al Ministero le proposte per la formazione post-lauream

 

delega lavoro pina onotri

Sul ruolo e l’utilizzo degli specializzandi nel SSN anche il segretario generale del Sindacato Medici Italiani esprime le sue perplessità in una intervista a «Responsabile Civile»: no all’accesso senza specializzazione in sostituzione del personale necessario

«Possiamo essere d’accordo con maggiori mansioni e maggiore autonomia negli ultimi anni del corso di specializzazione che possono essere anche retribuiti rispetto, ad esempio, a una borsa di studio. Però, sicuramente, gli specializzandi in corsia non possono essere utilizzati per andare a saturare gli organici». Così Pina Onotri, segretario generale SMI – sindacato medici italiani – interviene sulla questione della formazione specialistica e dell’accesso al mondo del lavoro, nodo cruciale del Patto per la Salute.

Parlando con «Responsabile Civile» la Onotri delinea la «triste realtà» italiana: «con il blocco del turnover, il personale che è uscito dal mondo del lavoro non viene rimpiazzato e ci troviamo, già ad oggi e soprattutto nelle strutture ospedaliere, in carenza di organico». Questa situazione è così grave, ci spiega ancora, «che non riusciamo a rispettare i turni di riposo così come li ha definiti l’Europa, proprio perché non abbiamo personale».

Ecco allora che entrano in gioco gli specializzandi che, «immessi in questi ruoli, potrebbero poi di fatto andare a saturare una carenza strutturale». Tuttavia, è bene ricordare  che «una cosa è un percorso formativo, e una cosa è un percorso assistenziale. Formazione e assistenza sono due cose completamente separate e noi rischiamo di creare medici di serie a e medici di serie b». Insomma, secondo lo SMI, se si stabilisce che il percorso formativo sia completo con 6 anni di diploma di laurea di base più quattro anni di specializzazione, solo al termine del percorso si potrà entrare a pieno titolo nel panorama del lavoro. La realtà, tuttavia, è complicata da un’errata programmazione: «ogni anno laureiamo circa 9mila medici, per farne specializzare 5mila perché, per questioni economiche, è quello il numero di borse di studio che abbiamo a disposizione. Creiamo, così, una sorta di imbuto e una platea di medici solo abilitati che, però, nel Sistema Sanitario Nazionale non possono lavorare. Nel contempo, tuttavia, ci troviamo in situazioni grottesche di carenza di personale che è destinata ad aumentare nei prossimi anni».

La precisazione del segretario generale dello SMI è molto chiara: «Non si possono creare due percorsi per l’accesso al mondo del lavoro. Si dovrebbe programmare il fabbisogno tenendo conto di dati reali e incrementare il numero di borse di studio: se a noi servono, non possiamo su questo essere condizionati da vincoli economici».

Eppure, quello dei vincoli economici, sembra essere un problema che si riflette poi anche a livello regionale, dove i piani di rientro impongono tagli che spesso impediscono alle strutture pubbliche di garantire i LEA (livelli assenziali di assistenza). «È un po’ un cane che si morde la coda» spiega ancora la dottoressa Onotri a Responsabile Civile. «Ad oggi la situazione è questa: abbiamo molti laureati che non riescono a specializzarsi e c’è una platea di persone solo abilitate che vengono sfruttate al di fuori del sistema sanitario nazionale anche da strutture private con paghe molto basse; di contro, nel pubblico si può avere l’accesso solo con la specializzazione, però non abbiamo un numero adeguato di borse di studio». Per sopperire a questa carenza di personale dunque, si ricorre agli specializzandi, ma, ci ricorda Onotri, «è un utilizzo improprio, perché si tratta di colleghi che stanno completando la formazione e andrebbero sempre affiancati da un tutor fino alla fine del loro percorso. Anche laddove è giusto che lo specializzando abbia maggiore autonomia, non si devono comunque confondere i due piani, quello assistenziale e quello formativo».

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Formazione specialistica: ecco cosa chiedono atenei, sindacati e medici specializzandi

Delega lavoro in sanità, Silenzi (Sigm): «Specializzandi usati come tappabuchi»

formazione specialistica medici

La questione della formazione specialistica dei giovani medici è uno dei nodi cruciali del patto salute (articolo 22): si discute sul ruolo degli specializzandi e del loro accesso al mondo del lavoro

È ancora contesa tra atenei e sindacati medici sull’articolo 22 del patto salute: nel documento dell’intersindacale con il quale si vuole valorizzare il ruolo degli specializzandi, infatti, è stata prevista la formazione anche in strutture del Sistema Sanitario Nazionale (private o pubbliche, con assistenza da parte di un tutor e il rispetto di obiettivi imposti dagli ordinamenti didattici) e non solo in quelle universitarie, ma gli atenei temono una uscita progressiva della formazione specialistica dal sistema universitario.

In particolare, il presidente del Consiglio Universitario Nazionale Andrea Lenzi ha scritto al Ministro dell’Università Stefania Giannini spiegando che già esiste una riforma universitaria delle specialità che è in fase di collaudo, per questo, l’apertura del doppio canale formativo creerebbe non solo difficoltà, ma, verosimilmente, anche differenze nei percorsi formativi. Il rischio sarebbe quello di creare medici di serie A e medici di serie B. Per evitare questo rischio, andrebbero interpellate rappresentanze di docenti e studenti e andrebbe fatta informazione nelle scuole.

È Riccardo Cassi, presidente del Cimo, a rassicurare al riguardo: “La proposta mantiene all’università la formazione e il rilascio del titolo di specialista ma vuole consentire ai giovani medici di usufruire delle strutture e degli specialisti Ssn che niente hanno da invidiare, in termini di qualità professionali e di dotazioni tecnologiche, alle strutture a disposizione dei colleghi universitari”.

I sindacati, infatti, dal canto loro, hanno individuato in questa strategia un incremento delle prospettive di accesso, oltre che un migliore sfruttamento delle strutture del Ssn senza tagliare fuori gli atenei che, comunque, sarebbero incaricati di valutare la formazione finale degli studenti.

In questo qaudro si inserisce, poi, la posizione degli specializzandi, a loro volta preoccupati di finire per diventare dei “tappabuchi” come ha spiegato a “Responsabile Civile”  Andrea Silenzi del Sigm (Il Segretariato italiano Giovani Medici che ha rilanciato la campagna #NotFairNotSafe).

medici specializzandi

Per il presidente del Segretariato Italiano dei Giovani Medici, gestire gli specializzandi senza prima mettere a punto cruciali aspetti organizzativi è «ennesimo tentativo di sacrificare la formazione all’altare della sostenibilità economica di situazioni che non sono più tollerabili»

Il Segretariato Italiano Giovani Medici, però, si è espresso in maniera molto negativa rispetto alla proposta dell’Intersindacale, puntando il dito sulla situazione degli specializzandi usati come “merce di scambio”, spostati da una parte all’altra come tappabuchi senza tener conto della formazione.

A fare il punto con «Responsabile Civile» è Andrea Silenzi, presidente nazionale del SIGM, che ci ricorda come «Purtroppo in sanità c’è il grosso problema della pianificazione e programmazione delle risorse umane che riguarda non solo i giovani medici ma, più in generale, tutti i professionisti sanitari: in un contesto fortemente organizzato, con una sanità moderna e un sistema complesso che dipende da tanti fattori, non può non esserci una pianificazione e un’idea di quali saranno i professionisti che serviranno di qui a dieci anni per rispondere a specifici bisogni della popolazione».

Ma la programmazione, in Italia, «è assente da tempo ed è una grossa problematica sulla quale si sta iniziando a lavorare solo ora». È da questo presupposto, insomma, che bisogna partire per capire i vari ambiti e le problematiche della formazione e dell’accesso al lavoro in ambito medico e sanitario.

Il problema esistente  soprattutto nel campo della specializzazione è contingente: «Se laureo un determinato numero di medici in un anno, dovrei poter garantire loro una prosecuzione di formazione post laurea, altrimenti, quegli stessi medici non sono utili al sistema». Questa formazione, nello specifico può essere assicurata o con scuole di specializzazione o con  un corso specifico triennale regionale per diventare abilitato al convenzionamento in medicina generale (dal momento che l’Italia è l’unico paese dell’Ue, assieme al Lussemburgo in cui non esiste una scuola di specializzazione in medicina generale, ovvero primary health care). Va da sé, spiega Silenzi, che i numeri messi così a disposizione a livello di formazione «dovrebbero avere una comunicazione diretta con i numeri dei neo laureati, altrimenti il sistema collassa…».

Ed è in questo contesto che si delineano le criticità nell’iter di chi entra nelle scuole di specializzazione (criticità che non riguarda tutti, ma percentuali alte, che si aggirano attorno alla metà più uno come ci spiega ancora il presidente Sigm): il problema fondamentale è che gli specializzandi «si trovano a non avere un programma didattico professionalizzante ben presente e, soprattutto, i colleghi sono utilizzati come tappabuchi delle attività assistenziali dei vari policlinici universitari e delle aziende ospedaliere universitarie della rete formativa nella quale operano».

Attenzione, però, quello di “rete formativa” non è un concetto nuovo, ed è lo stesso Silenzi a ricordarlo: «è presente dal 1999 nel nostro regolamento in cui si parla della necessità e dell’obbligo di creare delle reti formative in cui distinguere le strutture di sede e le strutture complementari aggregate, che devono rappresentare, però, il meglio che la sanità può offrire e che dovrebbero essere integrate, mettendo a disposizione degli specializzandi spazi e turnazioni, cioè un percorso didattico professionalizzante che segue dei criteri di formazione precisi». Obiettivi comprensibili e che sono stati rivisti lo scorso anno dal decreto interministeriale, ci spiega Silenzi, ma «si fatica ad avere un reale percorso e quindi una reale attività formativa».

Le ragioni di questa “fatica”? «Molto spesso – poiché mancano medici strutturati, e a maggior ragione ora a causa del problema non affrontato da molti anni del monte orario – gli specializzandi, a causa di carenze di organico, finiscono per venir meno al percorso ideale di progressione formativa» andando piuttosto a inserirsi in contesti dove vengono “riutilizzati” per coprire magari situazioni di emergenza dal punto di vista del personale.

Una realtà di per sé già confusionaria, che si ingigantisce se non si procede «con una messa a sistema delle criticità strutturali». Un primo passo sarebbe già «l’identificazione attraverso indicatori di performance del volume di attività di quello che è il meglio delle realtà universitarie che devono essere inserite nella rete formativa regionale» e che potrebbero essere accreditate «secondo una logica abbastanza semplice e che sarebbe anche facilmente disponibile attraverso il piano nazionale esiti».

Gestire gli specializzandi senza prima mettere a punto questi aspetti organizzativi «non sarebbe altro che l’ennesimo tentativo di sacrificare la formazione all’altare della sostenibilità economica di situazioni che non sono più tollerabili». Il timore del SIGM, insomma, è che «in una situazione in cui c’è il blocco del turnover e già un grandissimo precariato dei neo-specialisti, lo specializzando – in base all’idea dell’Intersindacale che ciclicamente ritorna – finisca per cadere dalla padella alla brace, senza che si mantenga nessun riguardo alla qualità della formazione: gli specializzandi, così, diventano i tappabuchi, non solo dei policlinici universitari dei quali risolvono i problemi di organico, ma anche delle strutture ospedaliere che non vengono identificate attraverso indicatori di performance e selezionate di conseguenza, ma in cui viene utilizzata la formazione perché in quel momento costa meno».

Con conseguenze negative sulla qualità della formazione e sulla costruzione della rete: perché è giusto costruire una rete tra università, ospedali e territorio (quindi asl e varie realtà), ma solo secondo un criterio ben definito per quel che riguarda il programma didattico formalizzante. E, soprattutto, la rete deve essere della maggior qualità possibile, quindi bisogna prima accreditare il meglio possibile, affrontando strutture che rispondano a diverse casistiche. Su questo si deve costruire la rete e non viceversa, ottemperando solo a esigenze dettate da carenze di organico.

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