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È stato condannato l’uomo che aveva inviato dodici messaggi via whatsapp a una dottoressa. La Cassazione ha confermato il reato di stalking

La Corte d’appello di Milano ha confermato la decisione di primo grado, con la quale era stato condannato un uomo accusato del reato di atti persecutori di cui all’art. 612-bis cod. pen. Nella specie, l’imputato aveva perseguitato la vittima, inviandole dodici messaggi via whatsapp (dodici per l’esattezza) e rivolto a quest’ultima continue telefonate.

Per la difesa si trattava di fatti privi di qualsivoglia idoneità lesiva dell’altrui integrità e soprattutto, non integranti la fattispecie penale a lui ascritta.

In verità, dopo aver ricevuto due denuncia dalla persona offesa, lo stesso era già stato sottoposto alla misura degli arresti domiciliari.

Secondo i giudici di merito, infatti, al di là del limitato arco temporale nel quale le condotte illecite erano state perpetrate ai danni della vittima quel che rilevava era l’intensità del loro contenuto.

In particolare, venivano in questione, due telefonate: una da parte dell’utenza dell’imputato, rimasta senza risposta, cui aveva fatto seguito la telefonata della persona offesa per capire chi fosse il suo interlocutore; un’altra effettuata da parte di soggetto rimasto non identificato, ma, secondo quanto emerso dalle indagini effettuata su ordine dello stesso, di contenuto chiaramente minaccioso.

Vi erano poi, vari sms concentrati nel tempo, ben dodici, con sei fotografie e tre video che riprendevano la persona offesa mentre si trovava presso i carabinieri per formalizzare la querela.

Sono queste – a detta dei giudici della Cassazionele gravi intrusioni alle quali la sentenza di primo grado aggiunge l’attributo della fisicità, per sottolinearne la penetrante invasione della sfera intima della persona offesa e non certo per attribuire al ricorrente condotte di carattere fisico. (Cass. sent. n. 61/2019).

E l’intensità di sviluppo dell’azione criminosa rende del tutto ragionevole il giudizio di attendibilità espresso dai giudici di merito, quanto alle dichiarazioni della persona offesa, la quale aveva riferito di avere provvisoriamente pernottato in altra abitazione, sospendendo la propria attività professionale, nel timore che l’imputato potesse raggiungerla presso il suo studio professionale.

Ciò integra con sicurezza l’evento di danno richiesto dalla norma.

Va, peraltro, osservato che nel delitto di atti persecutori, l’elemento soggettivo è integrato dal dolo generico, che consiste nella volontà di porre in essere le condotte di minaccia e molestia nella consapevolezza della idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice; esso, avendo ad oggetto un reato abituale di evento, deve essere unitario, esprimendo un’intenzione criminosa che travalica i singoli atti che compongono la condotta tipica, anche se può realizzarsi in modo graduale, non essendo necessario che l’agente si rappresenti e voglia fin dal principio la realizzazione della serie degli episodi (Sez. 5, n. 18999 del 19/02/2014).

Senza alcun dubbio, il ricorso è stato rigettato.

Il numero dei messaggi

La questione che, nella fattispecie in esame, viene in rilievo è la seguente: dopo quanti messaggi o telefonate può dirsi integrato il delitto di stalking?

Ebbene, la Cassazione ha sempre posto in evidenza due aspetti: il numero dei messaggi, e l’arco temporale che deve essere “relativamente ampio”. Ciò vuol dire che non basta inviare un numero sufficientemente ampio di messaggi per poter essere incriminati per atti persecutori, posto che tale condotta deve essere perpetrata ai danni della vittima in un arco temporale pressoché prolungato.

Se così fosse vero, pero, si finirebbe per escludere atteggiamenti verosimilmente rientranti sotto la fattispecie penale, di rilevanza non trascurabile. Si pensi al caso di un gran numero di messaggi inviati in pochi giorni o in un sol giorno.

Cosicché in una recente sentenza la Cassazione (Cass. n. 52585/2017) ha avuto modo di affermare che perché si verifichi il reato di stalking perché si configuri il reato è pur sempre necessaria una significativa intrusione nell’altrui sfera personale che assurga al livello di molestia o disturbo ingenerato dall’attività di comunicazione di per sé, a prescindere dal suo contenuto, che non può prescindere da una dimensione temporale del fenomeno che raggiunga una certa consistenza. In una sola ora, del resto, è difficile pensare che la vittima abbia potuto subire uno stato di ansia o un timore per la propria incolumità.

Non va neppure dimenticata un altro precedente arresto giurisprudenziale, analogo al caso in esame, ove il Consiglio di Stato, ha condannato una donna per l’invio di circa 19 messaggio, nell’arco temporale di circa un mese. (Cons. Stato n. 4241/2016)

Sabrina Caporale

 

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STALKING: ESISTE IL REATO A PRESCINDERE DALL’ESISTENZA DI UN MOVENTE

stalking

Il reato di stalking, di cui all’articolo 612-bis del Cp, è configurabile anche in caso di comportamenti reiterati di minaccia e molestia posti in essere nei confronti dei vicini di casa. Gli elementi dello stalking vanno esaminati a prescindere dalla valutazione dell’effettiva esistenza di un movente

Il caso

Era stato assolto in primo grado dal reato a lui ascritto di atti persecutori c.d. stalking, per aver con condotte reiterate, minacciato e molestato i vicini di casa.

Secondo la ricostruzione accusatoria, l’imputato creava disturbo collegando al telefono della sua abitazione una campana elettrica, installata all’esterno, attivando quotidianamente, ogni mattina, un impianto di allarme, o ancora tenendo il motore del camion acceso anche per diverse ore sotto le finestre dei vicini o custodendo degli asini con adiacente letamaio a pochi metri dall’abitazione degli stessi e, lanciando nel loro giardino sassi e mozziconi di sigaro o ancora.

Anche in appello l’uomo veniva assolto dal reato a lui ascritto, ritenendo che le condotte contestate integrassero una mera inosservanza di norme civilistiche che regolano il diritto di proprietà, ma che comunque non rendevano dolosi gli atti posti in essere, nè conferiva loro carattere penale e neppure poteva dirsi ravvisabile una finalità persecutoria delle singole azioni.

Il ricorso per Cassazione

Il punto di diritto sul quale i giudici della Suprema Corte sono stati chiamati a pronunciarsi è il seguente: se le condotte denunciate dalle persone offese potessero integrare la mera violazione delle norme civilistiche che governano i rapporti di “buon vicinato” oppure, se le stesse, potessero assumere autonomo rilievo penale.

Per la cassazione della sentenza agiva in giudizio il procuratore presso la corte d’appello, il quale lamentava l’errore commesso dai giudici della corte territoriale nell’aver negato la natura volontaria degli atti posti in essere, e che gli eventuali scopi perseguiti dall’imputato (quali l’affermazione del diritto di proprietà, le esigenze lavorative o l’amore per gli animali) seppure connotassero il movente della condotta, non incidevano anche sul dolo (generico) del reato.

Ebbene, i giudici della Suprema Corte hanno accolto i motivi di impugnazione presentati dalla pubblica accusa, affermando che l’eventuale finalità alternativa perseguita dall’imputato non poteva escludere il rilievo penale della molestia.

Al riguardo, è stato già affermato che l’esclusione di “finalità persecutorie” delle condotte poste in essere, in quanto integrerebbero mera “inosservanza di norme civili che regolano il diritto di proprietà” dall’imputato, prescinde dalla considerazione che l’elemento soggettivo del reato di atti persecutori è il dolo generico, che è integrato dalla volontà di porre in essere le condotte di minaccia e molestia nella consapevolezza della idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice (Sez. 5, n. 20993 del 27/11/2012; Sez. 5, n. 43085 del 24/09/2015), e non è escluso da eventuali scopi asseritamente perseguiti dall’autore (quali l’affermazione del diritto di proprietà, o le esigenze lavorative).

La decisione

In altri termini, l’esclusione della connotazione persecutoria delle condotte sarebbe fondata sulla deduzione di “finalità” non “persecutorie”, ma legate all’esercizio del diritto di proprietà o ad esigenze lavorative, sarebbe stato il frutto di una erronea sovrapposizione concettuale tra la nozione di dolo e quella di mero movente dell’azione ossia la causa psichica della condotta umana, lo stimolo che ha indotto l’autore ad agire, facendo scattare la volontà.

Al riguardo, pur prescindendo dalla valutazione dell’effettiva esistenza di un movente connesso ad esigenze lavorative o all’esercizio del diritto di proprietà, è pacifico che il movente dell’azione, pur potendo contribuire all’accertamento del dolo, costituendo una potenziale circostanza inferenziale, non coincide con la coscienza e volontà del fatto, della quale può rappresentare, invece, il presupposto (Sez. 1, n. 466/1993: “Il movente è la causa psichica della condotta umana e costituisce lo stimolo che ha indotto l’individuo ad agire; esso va distinto dal dolo, che è l’elemento costitutivo del reato e riguarda la sfera della rappresentazione e volizione dell’evento“; Sez. 5, n. 25936/2017; Sez. 3, n. 14742/2016).

Ne è così conseguito l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello per nuovo esame della fattispecie.

 

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custodia cautelare in carcere

Deve confermarsi la misura della custodia cautelare in carcere per chi rivolge alle vittime messaggi vocali minacciosi e messaggi dai contenuti infamanti pubblicati su Facebook. Questi ultimi costituiscono documenti e mezzo invasivo di comunicazione, che oltrepassa la vicinanza fisica con la vittima e permane come atteggiamento inquietante ancor più presente nella sfera di libertà ed autonomia del destinatario

Il Tribunale per il riesame di Messina, in accoglimento dell’appello del Pubblico Ministero, applicava all’indagato, la misura della custodia cautelare in carcere in relazione al reato di maltrattamenti in famiglia (di cui all’art. 572 cod. pen.) ai danni della donna con la quale aveva intrattenuto un rapporto di convivenza ed a cui aveva rivolto reiterate e gravi offese, minacce di morte anche a mezzo di telefono. Molti dei messaggi (vocali) erano stati indirizzati anche al legale della donna, quale ritorsione per avere preso le difese della stessa; l’indagato, inoltre aveva anche pubblicato sui social network messaggi dal contenuto infamante nei confronti della vittima.

Per gli stessi fatti l’uomo era stato già sottoposto alla misura cautelare del divieto di dimora con divieto, altresì, di comunicazione a carattere telefonico e telematico nei confronti della persona offesa e della figlia di entrambi; successivamente, esteso anche all’utilizzo dei social network. Divieto che tuttavia, era stato trasgredito; indi, la richiesta di custodia cautelare in carcere.

Contro l’ordinanza di applicazione della misura cautelare predetta, l’indagato presentava, per il tramite del proprio difensore, ricorso per Cassazione, deducendo l’illogicità e l’inadeguatezza del provvedimento.

Il punto della Cassazione

La Cassazione rigetta il ricorso perché inammissibile e aspecifico.

A detta dei giudici Ermellini, la trasgressione al divieto di comunicazione con le persone offese, inglobato nel provvedimento di divieto di dimora, che concreta la fattispecie addebitata, in una delle sue modalità attuative, autorizza la configurazione di una delle manifestazioni dei maltrattamenti aggravati, potendo la prova di esse desumersi dal complesso degli elementi fattuali altrimenti acquisiti e dalla condotta stessa dell’agente, che ha rivolto alle vittime messaggi vocali minacciosi, e messaggi dai contenuti infamanti pubblicati su Facebook. Questi ultimi costituiscono documenti e mezzo invasivo di comunicazione, che oltrepassa la vicinanza fisica con la vittima e permane come atteggiamento inquietante ancor più presente nella sfera di libertà ed autonomia del destinatario. Si caratterizza sul piano della interazione tra il mittente e il destinatario – in relazione al profilo saliente dell’oggetto giuridico della norma incriminatrice – per la incontrollata possibilità di intrusione, immediata e diretta, del primo nella sfera delle attività del secondo (Sez. 5, n. 47195 del 06/10/2015; Sez. 3, n. 38681 del 26/04/2017).

Dunque, a nulla vale eccepire, come accaduto nel caso in esame, la circostanza che l’indagato non avrebbe mai violato, nel merito, le prescrizioni imposte, per non per non avere mai intrattenuto contatti fisici con i propri familiari, dal momento che gli strumenti informatici, se utilizzati con finalità di minaccia grave, vista anche la loro intrinseca potenziale diffusività, presentano carattere fortemente invasivo nella vittima, posto che quest’ultima non vi si può sottrarre se non disattivando la connessione (con conseguente lesione, in tale evenienza, della libertà di comunicazione e corrispondente alterazione della quiete e tranquillità psichica, comprensibilmente turbate da esasperazione e spavento).

 

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atti persecutori

Gli atti persecutori e gli episodi di vessazione e maltrattamenti nei confronti dell’ex partner giustificano la risposta cautelare massimamente restrittiva della libertà personale

In un Paese dove circa un quarto degli omicidi volontari riguarda casi di femminicidio – evento terminale spesso preceduto da atti persecutori posti in essere dall’agente violento- e dove il 77 % delle vittime del delitto di atti persecutori risultano essere di sesso femminile 1, non appare certamente irragionevole o irrazionale, su un piano di lettura costituzionale, l’avere introdotto da parte del legislatore un ulteriore strumento di tutela sociale per il contenimento di forme di pericolosità diffusa da accertare secondo i parametri probatori sopra indicati.

Ad affermarlo è il Tribunale di Milano col decreto del 9 ottobre 2018.

Il caso

L’indagato si era reso responsabile del delitto di atti persecutori (ai sensi dell’art. 612 bis c.p) perpetrati ai danni della sua ex compagna già durante la loro convivenza e proseguiti al termine del loro rapporto.

L’uomo, in più occasioni, aveva mostrato nei confronti dell’ex partner un’indole violenta e prevaricatrice, rendendosi anche autore di gravi episodi di vessazione e maltrattamenti, per cui erano stati effettuati molteplici interventi da parte delle Forze di Polizia.

Per gli stessi fatti, l’uomo era stato arrestato pur non essendo ancora giunta una condanna penale.

I gravi indizi di colpevolezza che erano emersi a suo carico lasciavano inequivocabilmente trasparire i suoi intenti prevaricatori e la sua pericolosità sociale.

L’episodio che scatenò il perpetrarsi delle molestie e dei soprusi nei confronti dell’ex compagna fu il momento in cui quest’ultima decise di porre fine alla loro tormentata relazione amorosa. Da quel giorno, l’uomo mise in atto tutta una serie di comportamenti finalizzati a punirla con atti di violenza sia fisica che psicologica, quest’ultimi con finalità manipolatorie, con l’intenzione di confinarla nella sua sfera di controllo.

La donna aveva già denunciato questi fatti.

Nell’ordinanza di convalida dell’arresto, in particolare, si raccontava di un episodio, a sua volta riportato dalla vittima, in sede di verbalizzazione della querela, in cui l’uomo, preso dall’ira aveva danneggiato la porta d’ingresso della sua abitazione prendendola a calci e così, riuscendo ad entrarvi; dopodiché percosse brutalmente la donna e le sottrasse le chiavi di casa.

Nonostante le denunce e i continui interventi delle forze dell’ordine, gli episodi di molestia non cessarono, al contrario, nel corso del tempo, ebbero un crescendo di brutalità. Le percosse furono sostituite dalle minacce di morte rese ancor più oppressive dall’utilizzo di armi da punta e taglio; fino agli episodi di vera e propria violenza sessuale, perpetrati anche alla presenza del loro figlio minore (vittima a sua volta di “violenza assistita”).

Ebbene, non vi erano dubbi: si trattava di un soggetto con indole manifestamente violenta, possessiva ed ossessiva, e sintomatica di una spiccata pericolosità, visto anche l’utilizzo di armi, idonee ad arrecare gravi pregiudizi per beni giuridici primari, come la vita e l’incolumità individuale.

La tesi difensiva e la decisione del Tribunale

Il difensore dell’indagato, di fronte all’ordinanza di applicazione della misura della custodia cautelare in carcere, emessa a seguito di convalida dell’arresto in flagranza a carico del suo assistito, ne aveva eccepito l’illegittimità.

Com’è possibile arrivare ad una decisione così drasticamente limitativa della libertà di circolazione del sottoposto a procedimento penale, in presenza di una fattispecie procedibile a querela di parte?

La domanda, così come formulata, non può certo trovare fondamento né sotto il profilo giuridico né, tanto meno sotto il profilo fattuale.

Di fronte ad atti di violenza e di minaccia grave perché commessi con un coltello non si può parlare di fatti a querela di parte. E, in ogni caso, le azioni poste in essere dall’indagato erano indicative di una pericolosità tale da giustificare la misura della custodia cautelare in carcere (trattasi del “concreto pericolo che questi commetta altra delitti della stessa specie di quelli per cui si procede, o comunque gravi delitti con uso di violenza personale specie nei confronti della persona offesa”).

Il Tribunale meneghino ricorda che i fini dell’applicazione della misura la pericolosità deve attualmente essere sussistente al momento della formulazione del relativo giudizio. E, il venir meno dell’attualità della pericolosità consegue non tanto al semplice decorso del tempo o allo stato di detenzione, quanto piuttosto al compimento di atti volontari positivi, indicativi in modo inequivoco ed incontrovertibile che il soggetto abbia mutato condotta di vita; atti di cui l’indagato, nel caso di specie, non si era mai reso esecutore.

Per tali ragioni, deve ritenersi legittimamente applicata la misura custodiale disposta a suo carico.

 

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Reciprocità dei comportamenti molesti

Respinto il ricorso di un uomo, accusato di stalking nei confronti dell’ex fidanzata, che eccepiva la reciprocità dei comportamenti molesti

Aveva ripetutamente contattato l’ex fidanzata con continue telefonate e messaggi di posta attraverso i social network, cagionandole un perdurante e grave stato d’ansia o paura. Aveva inoltre ingenerato nella vittima un fondato timore per la propria incolumità costringendola ad alterare le proprie abitudini di vita. Il tutto con l’aggravante di aver commesso il fatto dopo esserle stato legato da relazione affettiva. L’uomo era stato condannato in sede di merito per il reato di stalking ai sensi dell’articolo 612 bis del codice penale. Nel ricorrere per cassazione, l’imputato eccepiva la reciprocità dei comportamenti molesti.

In particolare, evidenziava come la persona offesa fosse stata condannata per il reato di minacce ai suoi danni. Né, a suo avviso, poteva non ritenersi rilevante la remissione di querela del principale testimone dell’accusa. Questi aveva giustificato la sua decisione sostenendo che le circostanze di cui in denuncia erano state riportate in modo esagerato. Si sarebbe quindi trattato “dell’ammissione postuma di una condotta calunniatoria che incideva sulla credibilità dei testi, tra cui la persona offesa”.

Inoltre, nonostante la reciprocità degli insulti e delle aggressioni fisiche e verbali, i due avevano continuato a frequentarsi anche dopo la fine della relazione sentimentale. Le prove documentali e testimoniali, quindi, consentivano di concludere che non era stato arrecato alcun cambiamento nelle abitudini di vita della presunta vittima.

La Cassazione, tuttavia, con la sentenza n. 53630/2018 ha ritenuto di non aderire alle argomentazioni proposte dal ricorrente, respingendone l’impugnazione in quanto infondata.

Secondo i Giudici Ermellini, la condanna per minacce non valeva di per sé a minare la credibilità della donna. A detta dei Giudici del Palazzaccio, la Corte territoriale aveva vagliato criticamente i fatti. Aveva altresì valorizzato le minacce, gli insulti, le recriminazioni alternate ad ammissioni di colpa e richieste di perdono o pietà. Nonché il perdurante e grave stato di ansia e paura in cui era stata ridotta la persona offesa. Le dichiarazioni della vittima peraltro erano state ritenute attendibili perché caratterizzate da pacatezza e precisione.

 

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dichiarazioni

La Cassazione fa il punto in merito all’accertamento del reato di stalking laddove si utilizzino solo le dichiarazioni della persona offesa

La Corte di Cassazione penale, con la sentenza n. 33280/2017, ha fornito alcune precisazioni in tema di onere della prova in un processo per “stalking” e sul peso delle dichiarazioni della persona offesa.

Secondo gli Ermellini, infatti, le dichiarazioni della persona offesa possono essere poste da sole a fondamento dell’affermazione della penale responsabilità di un imputato per stalking.

Ma ciò può avvenire solo se viene verificata la credibilità soggettiva della persona offesa e l’attendibilità intrinseca del suo racconto.

La vicenda

Nel caso di specie, il Tribunale di Monza aveva condannato un imputato per il reato di “stalking” (art. 612 bis c.p.). Questo era stato commesso nei confronti di una donna, alla quale era stato legato da una relazione sentimentale.

Il Tribunale era giunto alla conclusione di dover affermare la penale responsabilità dell’imputato.

Ciò proprio in base alle dichiarazioni rese dalla persona offesa, le quali erano state confermate dai genitori della vittima.

Ebbene, la decisione era stata confermata in sede di appello, con la conseguenza che l’imputato aveva deciso di rivolgersi alla Corte di Cassazione.

Secondo il ricorrente, i giudici dei precedenti gradi di giudizio avrebbero commesso un errore nel valutare come attendibili le dichiarazioni della persona offesa.

Non solo.

A suo avviso, i giudici non avevano tenuto in considerazione le prove a discarico dell’imputato, ignorando le contraddizioni che erano emerse nel racconto della persona offesa.

Infine, aveva trascurato il fatto che tra l’imputato e la persona offesa erano pendenti delle altre controversie giudiziarie.

Per il ricorrente, inoltre, i giudici avevano erroneamente considerato “una valida conferma alla tesi accusatoria il narrato dei genitori della vittima”, i quali, tuttavia, erano indubbiamente ostili all’imputato stesso.

Gli Ermellini hanno quindi accolto il ricorso dell’uomo.

Le dichiarazioni della persona offesa, difatti, possono essere poste da sole a fondamento dell’affermazione della penale responsabilità di un imputato solo se viene attentamente verificata la “credibilità soggettiva” della persona offesa e la “attendibilità intrinseca” del suo racconto.

Questo importante controllo di attendibilità del dichiarante deve essere ancora più rigoroso rispetto a quello cui vengono sottoposte le dichiarazioni di un qualsiasi testimone.

Nel caso di specie, affermano gli Ermellini, “a fronte di una così evidente conflittualità tra l’imputato e la persona offesa”, la Corte d’appello non avrebbe dovuto semplicemente richiamare la motivazione della sentenza di primo grado.

Essa avrebbe dovuto verificare nuovamente l’attendibilità delle dichiarazioni della persona offesa.

Ma poiché ciò non era avvenuto, la relativa sentenza, secondo la Cassazione, avrebbe dovuto essere annullata. Ciò considerato, la Cassazione ha accolto il ricorso proposto dall’imputato, rinviando la causa alla Corte d’appello, affinché decidesse nuovamente sulla questione.

 

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perseguitata

Subisce stalking la donna che viene perseguitata dal proprio amante che la minaccia di rivelare al marito la relazione e rovinarle la famiglia

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 38377/2018 ha fornito chiarimenti sul reato di stalking ai danni di una donna perseguitata dal proprio amante.

Per gli Ermellini, il reato è integrato nonostante la donna inviasse messaggi apparentemente affettuosi all’ex. Ma questo unicamente allo scopo di “tenerlo calmo”

La vicenda

La Cassazione si è pronunciata su ricorso di un uomo condannato per stalking nei confronti dell’ex amante. Gli Ermellini, in realtà, si erano già trovati ad analizzare la vicenda e, su istanza del condannato, avevano annullato la sentenza che con cui i giudici di appello lo avevano ritenuto colpevole.

Nel corso della sentenza di annullamento, i giudici di Cassazione avevano richiesto una nuova analisi. Lo scopo era quello di di accertare se gli eventi previsti dalla norma fossero diretta conseguenza della condotta persecutoria dell’agente.

Secondo il ricorrente, i giudici di merito non avevano motivato sulla condotta ambivalente della donna, da lui censurata. A suo avviso, infatti, il fatto che la donna talora lo contattasse non era stato preso in considerazione dai giudici.

In sede di rinvio, tuttavia, la condanna è stata confermata.

Per la Corte territoriale, infatti, tutti i contatti ricercati ossessivamente dall’imputato nei confronti della donna – così perseguitata dal proprio amante – erano stati univocamente rifiutati e osteggiati dalla vittima.

E così, anche i giudici, nuovamente chiamati a pronunciarsi sulla vicenda, hanno rigettato l’impugnazione.

Secondo l’imputato, i giudici a quo non si erano attenuti alla regola di giudizio posta dalla sentenza di annullamento.

Questa infatti richiedeva maggior ponderatezza da parte dell’organo giudicante.

Invece, secondo la Cassazione, questa non può muoversi alcuna censura alla decisione di condanna che, pertanto, assume carattere definitivo.

Come si legge in sentenza, non viola l’obbligo del c.d. giudicato interno il giudice di rinvio che, dopo l’annullamento per vizio di motivazione, pervenga nuovamente all’affermazione di responsabilità dell’imputato sulla scorta di un percorso argomentativo in parte diverso e in parte arricchito rispetto a quello censurato in sede di legittimità.

Nella sentenza emessa in fase di rinvio la Corte d’Appello ha rimarcato un aspetto importante.

Dall’elenco dei messaggi ai quali aveva fatto riferimento proprio la difesa, era emerso che già dall’11 dicembre 2014 la donna perseguitata dal proprio amante avesse deciso di non cercare più l’imputato.

Non solo. Dal 16 febbraio 2015, erano definitivamente cessati i messaggi dal tenore apparentemente affettuoso provenienti dalla donna.

In merito invece al tenore ambivalente dei messaggi della donna, i giudici d’appello hanno loro attribuito il valore di “estremo tentativo della donna di tenere calmo l’ex amante che a partire dal mese di dicembre 2014 aveva iniziato a inviarle frequenti messaggi in cui minacciava di rivelare la relazione al marito e di rovinare lei e la sua famiglia, pedinandola e appostandosi presso la sua casa e sul luogo di lavoro”.

Inoltre era stato appurato che la donna si trovasse in stato di gravissima soggezione nei confronti dell’amante. Questi infatti era stato condannato in via definitiva per episodi di violenza carnale consumata e tentata.

In conclusione, la motivazione fornita dal giudice d’appello dopo il rinvio rispetta la traccia argomentativa imposta dalla sentenza della sezione penale.

Quest’ultima aveva richiesto di riesaminare il nesso di causa tra condotta dell’imputato e il cambiamento di umore e abitudini della vittima.

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Perseguitava i suoi psichiatri: disposta misura cautelare per un uomo

Era diventato lo stalker dei suoi psichiatri un uomo in cura da tempo per problemi mentali: nei suoi confronti il gip del Tribunale di Lucca ha disposto la misura cautelare

Era arrivato a denunciare i suoi medici, a inventare accuse false come sequestri di persona e maltrattamenti, l’uomo che perseguitava i suoi psichiatri e, nei confronti del quale, il gip del Tribunale di Lucca ha disposto una misura cautelare.

Una vicenda di stalking dai contorni drammatici, per fortuna senza gravi conseguenze per il personale medico coinvolto, gli psichiatri dell’ospedale Versilia di Lido di Camaiore (Lucca).

L’uomo ha alle spalle una lunga storia di disturbi e problemi mentali che inizia dal 2011, quando è iniziata la fase degenerativa della sua malattia.

Nel corso di questi anni, lo stalker che perseguitava i suoi psichiatra è giunto a inventare di sana pianta accuse di ogni genere.

Addirittura ha denunciato i medici di tentato omicidio.

Inoltre, l’uomo avrebbe molestato, secondo gli inquirenti, personale medico e paramedico dell’ospedale con minacce reiterate nel tempo. Sono almeno 10 le vittime che nel suo delirio psichico dovevano essere denunciate e punite.

I giudici, nei suoi confronti, hanno quindi disposto il divieto di avvicinamento a meno di 100 metri dal reparto medico del nosocomio di Lido di Camaiore.

Non solo. Se dovessero verificarsi ulteriori violazioni, l’uomo rischia misure cautelare ben più coercitive, fino al carcere.

L’uomo in passato aveva avuto anche comportamenti aggressivi che erano andati ben oltre le semplici denunce.

Nel 2012, durante un convegno, aveva aggredito anche un medico. In quell’occasione gli aveva rotto il naso procurandogli anche una ferita da taglio piuttosto seria.

In seguito il primario del Versilia aveva deciso di denunciarlo per le continue minacce alla sua persona e all’intero staff dell’ospedale.

Ora, con la misura cautelate disposta dal gip, l’uomo anche per curarsi dovrà rivolgersi altrove.

 

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divieto di avvicinamento

La Corte di Cassazione ha confermato il divieto di avvicinamento dell’ex marito indagato per stalking nei confronti della moglie

Minacce reiterate, con continue e asfissianti comunicazioni a mezzo telefono, facebook e whatsapp. Per tale condotta il Gup aveva applicato a un uomo la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla ex moglie.

Dopo la conferma del provvedimento da parte del Tribunale del riesame, l’uomo si era rivolto alla Corte di Cassazione denunciando vizi di motivazione. A suo avviso le  minacce che gli venivano imputate non si erano mai consumate. Inoltre si sarebbe trattato di un solo episodio risalente a un anno e sette mesi prima dell’adozione della misura cautelare. L’uomo sottolineava poi come prima della separazione non vi fosse stato alcun comportamento negativo da parte sua.

La Suprema Corte, tuttavia, con la sentenza n.21693/2018 ha ritenuto inammissibile il ricorso proposto. L’ordinanza impugnata, infatti, aveva accertato i plurimi messaggi offensivi molesti e minacciosi indirizzati dall’indagato alla persona offesa nel considerevole periodo indicato in querela.

Il Giudice del riesame aveva ritenuto credibile il racconto della donna relativo a due messaggi minacciosi che le erano stati inviati dall’ex marito. Messaggi che avevano causato nella stessa persona offesa un evidente stato di timore. La deduzione secondo cui le minacce non si erano concretizzate era dunque da ritenere manifestamente infondata.

Il riferimento all’epoca delle minacce, secondo gli Ermellini, poteva venire in rilievo sul piano del presupposto cautelare.

Tuttavia non inficiava la tenuta del provvedimento impugnato sotto il profilo degli indizi ex art. 273 del codice di procedura penale (Riunione di procedimenti relativi alla stessa causa). Il Tribunale del riesame, infatti, aveva argomentato circa l’aggravamento della condotta persecutoria successivamente alla conoscenza, da parte dell’indagato, della relazione allacciata dalla persona offesa.

Quanto allo stato d’ansia o di timore della persona offesa, invece, l’ordinanza impugnata lo aveva dedotto dalla natura dei comportamenti tenuti dall’agente. Condotte ritenute idonee a determinare in una persona comune tale effetto destabilizzante.

La Cassazione ha poi ritenuto manifestamente infondate anche le censure relative al presupposto cautelare. L’ordinanza impugnata, infatti, dava conto dell’attualità del periculum, in termini coerenti ai dati indiziari richiamati e immuni da vizi logici.

 

 

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mytutela

Lo strumento MyTutela consente di archiviare telefonate, messaggi, foto, chat e video per proteggersi da molestie e bullismo

Si chiama MyTutela ed è una nuova app italiana di sicurezza personale gratuita che permette di raccogliere le evidenze digitali di reati di cybercriminalità. Telefonate, messaggi, chat, foto, video. Ogni informazione viene archiviata e registrata per proteggersi dagli stalker, anche e soprattutto durante un processo.

Lo strumento, pensato per la tutela delle vittime di stalking, molestie, bullismo, applica algoritmi di calcolo che garantiscono autenticità e provenienza delle fonti di prova. E’ il frutto del lavoro di un team composto da: un ingegnere elettronico con master in cybercrime e informatica forense, consulente di diverse procure; un consulente tecnico forense di numerose procure e tribunali in tutta Italia, esperto nel contrasto dei reati di violenza di genere e contro i minori di 18 anni; una collaboratrice con un fondo di investimenti in start up innovative negli Stati Uniti.

“Mytutela – si legge sul sito internet dedicato– vuole rendere semplice il processo di denuncia per stalking”. Essa intende “agire da deterrente” per chi tenta di recare violenza ad un’altra persona.

Un volta effettuta l’installazione dell’app, si potrà registrare numero e indirizzo mail della persona che si vuole mettere sotto osservazione.

L’elenco delle chiamate (e relative registrazioni), quello dei messaggi, delle foto, delle mail e dei video ricevuti dal numero predefinito saranno archiviati, diventando incancellabili.

L’archivio, in sede di un’eventuale denuncia o in caso di processo, avrà lo stesso esatto valore dei file originali. L’app, infatti, permette di stampare dei report standard, studiati per essere pronti da portare direttamente alle autorità, in fase di denuncia. Il tutto senza dover ricorrere a un perito informatico e a costose perizie tecniche. Un aiuto vero e concreto, dunque, alle vittime di stalking o molestie, prima dell’intervento, sempre necessario, delle autorità.

 

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