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Non era mera incuria nella gestione dei propri animali; per i giudici si trattava di veri e propri atti persecutori ai danni della persona offesa, molesta dalle continue deiezioni, nelle parti comuni dell’edificio, dei gatti dell’imputata

Si è soliti associare il delitto di stalking o atti persecutori alla condotta di minacce e molestie da parte di ex compagni o compagne o da azioni comunque perpetrate da persone legate da una precedente relazione affettiva con la vittima.

Ma in realtà l’art. 612 bis c.p.p. punisce “chiunque con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumita’ propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita ”.

Il legislatore ha introdotto tale norma allo scopo di apprestare una tutela alle vittime di minacce o molestie che si presentino in modo reiterato, per questo particolarmente lesive della libertà psichica e morale del soggetto.

La condotta criminosa può perciò assumere i connotati più disparati purché sia idonea ad arrecare nella vittima uno sei seguenti stati alternativi: il perdurante e grave stato di ansia o paure della vittima;  il fondato timore per la propria incolumità o per quella di persona legata affettivamente; la costrizione ad alterare le proprie abitudini di vita e che si tratti di azioni ripetute e non meramente occasionali.

La vicenda

Ebbene la vicenda oggetto della pronuncia in commento è alquanto singolare o, forse non troppo …

Una donna era stata condannata in primo e secondo grado di giudizio alla pena di giustizia per il delitto di atti persecutori ai danni dei vicini.

Secondo l’accusa l’imputata era solita lasciare i propri gatti circolare liberamente nelle parti comuni dell’edificio abitato anche dalla parte offesa arrecando molestia e disturbo.

Secondo la difesa la qualificazione giuridica del fatto contestato sotto l’alveo degli atti persecutori era del tutto errata.

Ed infatti- a detta della imputata – gli episodi relativi alle deiezioni dei suoi gatti erano stati occasionali e comunque dovuti ad incuria nella loro custodia, difettando dunque, tanto il requisito dell’abitualità della condotta, quanto il dolo richiesto per la sussistenza del reato.

Ma per i giudici della corte d’appello di Trento, non si trattava di mera incuria colposa nel governo dei propri animali, evidenziando invece come, nonostante le ripetute lamentele, la donna avesse volontariamente continuato a liberarli nelle parti comuni dell’edificio abitato anche dalla persona offesa, nell’evidente consapevolezza delle conseguenze sul piano igienico che ciò comportava e della molestia che in tal modo arrecava alla propria vicina.

Ebbene, anche per i giudici della Suprema Corte di Cassazione la condotta della imputata era senz’altro riconducibile a quella tipizzata dall’art. 612-bis c.p., tanto più sotto il profilo dell’elemento soggettivo del reato e dell’abitualità della condotta, requisiti entrambi motivatamente ritenuti sussistenti dalla Corte territoriale.

Il ricorso è stato perciò respinto e confermata in via definitiva la sentenza di condanna.

La redazione giuridica

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ORDINANZA COMUNALE PER FAR ALLONTANARE I SUOI CANI DAL VICINATO. IL CASO

padre

La condotta del padre, già affidatario esclusivo del figlio, che tenta, con telefonate, appostamenti a scuola, di far valere i propri diritti e riallacciare i rapporti con quest’ultimo, non integra il reato di atti persecutori

La vicenda

L’indagato e la parte offesa erano coniugi prima separati poi divorziati.

Ebbene, la denunciante lamentava il fatto che il suo ex compagno tenesse un comportamento assillante e persecutorio nei confronti del figlio, presentandosi a scuola o fermandolo per strada, telefonandogli o citofonando a casa.

Aperto un fascicolo d’indagine e giunti dinanzi al giudice per le indagini preliminari, il Pubblico Ministero formulava richiesta di archiviazione. Ed invero, quegli episodi denunciati dalla donna non erano stati confermati dalla polizia giudiziaria né dai testimoni indicati dalla parte lesa.

In sede di separazione era stato disposto che il figlio fosse affidato al padre in via esclusiva, affidamento che tuttavia, non si era mai potuto concretizzare in quanto la madre aveva, di fatto, continuato a tenere il figlio presso di sé.

La situazione era andata avanti fino alla sentenza di divorzio ove il giudice, aderendo alle indicazioni fornite dal c.t.u., che aveva ritenuto opportuno lasciare la situazione così com’era e cioè che la madre continuasse a tenere il figlio presso di sé, per evitare un ulteriore aggravio della conflittualità fra i due ex coniugi.

La decisione

Stando così le cose, lo stesso Giudice per le indagini preliminari di La Spezia, ha inteso accogliere la richiesta di archiviazione in favore dell’indagato, dal momento che quest’ultimo non aveva fatto altro che rivendicare e far valere i propri diritti, poter vedere e mantenere rapporti con il figlio, che era stato già a lui affidato in via esclusiva.

Senz’altro, dunque, la condotta contestata non integrava alcuna fattispecie di reato, ivi compresa quella di atti persecutori.

La redazione giuridica

 

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STALKING: CONDANNA ANCHE SE E’ RISTRETTO L’ARCO TEMPORALE DELLE CONDOTTE

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In primo grado, il Tribunale di Reggio Calabria, aveva condannato un uomo per il delitto di atti persecutori (o stalking) commessi ai danni della donna con la quale aveva intrattenuto una relazione sentimentale

L’azione delittuosa si era verificata nel periodo compreso tra il 20 giugno 2014 e l’8 luglio dello stesso anno. E, tanto è bastato al giudice di primo grado per condannare l’uomo alla pena di otto mesi di reclusione con sentenza confermata anche in appello.

Ma per l’imputato si trattava di una vera e propria ingiustizia dal momento che la corte territoriale nel confermare la decisione di primo grado, non aveva tenuto conto del ristretto lasso temporale in cui erano maturate le condotte.

Del pari, riteneva errato l’inquadramento della sequenza di sms inviati alla persona offesa nel reato di stalking, piuttosto che nello schema legale della contravvenzione di molestia o disturbo alle persone.

Il giudizio di legittimità

Per i giudici della Cassazione, la Corte di Appello aveva dato adeguatamente conto del proprio convincimento in ordine a tutte le doglianze difensive ed in particolare alla censura della errata qualificazione giuridica del fatto, valorizzando le modalità della condotta, assillante, implacabile e morbosa dell’imputato, perpetrata in un arco temporale niente affatto insignificante, che perdurava fin dall’inizio della relazione sentimentale e tale da ingenerare nella vittima uno stato d’ansia ed indurla a cambiare le proprie abitudini di vita quotidiana.

Infondata era anche, la censura relativa alla inidoneità dei suoi comportamenti a realizzare la condotta di stalking sol perché concentrati in un arco temporale molto breve, – a sua detta – insufficiente a realizzare il carattere persecutorio che connota il reato contestato.

Ed invero, secondo l’insegnamento ormai consolidato della giurisprudenza di legittimità, ai fini della configurabilità del reato di stalking, non è necessario che la reiterazione delle condotte, per risultare persecutorie, si dipani in un arco temporale apprezzabilmente lungo, poiché ciò che rileva è che esse, considerate unitariamente, risultino idonee a ingenerare nella vittima un progressivo stato di disagio e di prostrazione psicologica, tale da dare luogo a uno degli eventi delineati dalla norma incriminatrice.

Ebbene, ancora una volta, i giudici Ermellini hanno ritenuto dover dar seguito a tale orientamento, ribadendo che il reato di atti persecutori è integrato anche da singole condotte reiterate in un arco temporale ristretto, a condizione che si tratti di atti autonomi e che la reiterazione di essi, benché temporalmente concentrata, sia eziologicamente connessa con uno degli eventi considerati dall’art. 612 bis c.p.

Ad ogni modo, nel caso in esame, i (plurimi) fatti persecutori denunciati dalla vittima, e accertati in dibattimento, si erano registrati in un arco temporale ben più ampio, tali da rendere indubbio il collegamento funzionale di essi con lo stato d’ansia, registrato dai medici, e con il cambiamento delle abitudini di vita della vittima, confermato dai testi.

Stalking o molestie?

Altrettanto infondato era l’argomento difensivo volto ad inquadrare la condotta del ricorrente nello schema della contravvenzione di cui all’art. 660 c.p..

Tale fattispecie, che configura la molestia o il disturbo alle persone, mira a prevenire il turbamento della pubblica tranquillità attuato mediante l’offesa alla quiete privata, è fattispecie del tutto autonoma e distinta da quella di atti persecutori, rispetto alla quale non vi è assorbimento, per la diversità dei beni giuridici tutelati (l’una la libertà individuale, l’altra la quiete privata e l’ordine pubblico), e per la diversa struttura del reato – configurandosi l’uno come delitto necessariamente abituale di danno, e l’altro come reato di pericolo, non necessariamente abituale.

In sostanza, sebbene le due fattispecie possano essere connotate dalla molestia, che può costituire un nucleo strutturale comune, esse presidiano beni giuridici diversi, e, soprattutto, la molestia, nel delitto di stalking, si deve inserire in una sequenza ripetitiva idonea a produrre uno degli eventi di danno descritti dalla norma.

Nel caso di specie, la molestia telefonica, pure perpetrata dall’imputato ai danni della persona offesa, aveva costituito solo una delle forme in cui si è manifestata la complessiva condotta persecutoria attuata ai danni della persona offesa.

Per tutti questi motivi il ricorso è stato respinto e dichiarato inammissibile

La redazione giuridica

 

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VIOLENZA FINALIZZATA A SCOPI EDUCATIVI: INAMMISSIBILE. INSEGNANTE SOSPESA

ammonimento

Il nostro ordinamento riconosce alle vittime di stalking diverse forme di tutela sia in materia penale che civile. Tra queste vi rientrano alcuni strumenti di prevenzione, quali l’ammonimento del Questore

Esso è finalizzato a dissuadere il presunto autore di atti persecutori dal compiere ulteriori azioni delittuose nei confronti della vittima e, in tempi più veloci rispetto al procedimento penale ai sensi dell’art. 612 bis c.p.

Ci si chiede tuttavia, se per tale provvedimento discrezionale sia previsto l’obbligo di motivazione anche qualora l’autorità amministrativa intenda negare la misura preventiva per insussistenza dei presupposti.

L’ammonimento del questore per i reati di stalking

L’ammonimento della Questura per il reato di stalking è un provvedimento discrezionale, ove il questore è chiamato ad effettuare una delicata valutazione delle condotte poste in essere dallo stalker in funzione preventiva e dissuasiva, e deve essere adeguatamente motivato ai sensi dell’art. 3 della l. n. 241 del 1990.

Mai come per i provvedimenti aventi natura preventiva e anticipatoria l’obbligo di motivazione è essenziale nel nostro ordinamento ad evitare che tali provvedimenti, fondati su fattispecie di pericolo, sanzionino in realtà, arbitrariamente, una colpa d’autore e integrino, così, altrettante “pene del sospetto”.

Correlativamente, però, l’obbligo di adeguata motivazione sussiste anche qualora l’autorità amministrativa, discrezionalmente, ritenga insussistenti i presupposti per l’emissione delle misure preventive, affinché non siano immotivatamente frustrate le esigenze di tutela della collettività e, nel caso delle misure di cui all’art. 8 del d.l. n. 11 del 2009, dei singoli.

La motivazione del provvedimento amministrativo, costituisce il presupposto, il fondamento, il baricentro e l’essenza stessa del legittimo esercizio del potere amministrativo (art. 3 della legge n. 241 del 1990) e, per questo, un presidio di legalità sostanziale insostituibile.

La vicenda

Nel caso in esame, la Questura di Ferrara si era limitata, in modo apodittico, ad affermare che le condotte lamentate dai ricorrenti non integravano il delitto di stalking di cui all’art. 612-bis, facendo mancare a detto provvedimento del suo contenuto essenziale (la motivazione), quale presidio di legalità sostanziale insostituibile.

A questo totale difetto di motivazione aveva inteso sostituire il proprio apprezzamento, con argomenti che però, a detta del Consiglio di Stato non potevano neppure dirsi convincenti sul piano giuridico in quanto: anche un mera modificazione delle abitudini di vita, può integrare le condotte tipizzate dall’art. 612-bisc.p., estrinsecandosi tale fattispecie delittuosa, sul piano materiale, nella “reiterazione di condotte, costituenti minaccia o molestie, etiologicamente connesse alla determinazione, nel soggetto passivo del reato, di un perdurante e grave stato d’ansia o di paura ovvero di un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona legata affettivamente ovvero di una costrizione a modificare le proprie abitudini di vita”.

La sentenza impugnata, dunque, non solo aveva errato nel sostituire le proprie motivazioni a quelle inespresse dall’autorità amministrativa, venuta meno al proprio obbligo di motivazione, ma aveva altresì, addotto delle ragioni non condivisibili sul piano giuridico

Per tali motivi il Consiglio di Stato ha disposto l’integrale riforma della decisione impugnata.

La redazione giuridica

 

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STALKING NEI CONFRONTI DI UNA DOTTORESSA, 52 CONDANNATO A SEI MESI

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Tra le misure previste dal ddl Codice rosso aumentano le pene per i reati di maltrattamenti in famiglia e stalking. Introdotto il reato di sfregio e un emendamento sul revenge porn

Con 380 voti favorevoli, nessun contrario e 92 astenuti è stato approvato alla Camera il ddl “Codice Rosso”. Ora il testo passerà all’esame del Senato. Il disegno di legge introduce una sorta di “corsia preferenziale” per le indagini riguardanti i reati di violenza domestica e di genere. La vittima sarà sentita entro poche ore, così da poter applicare subito, se è necessario, una misura cautelare nei confronti dell’indagato. L’obiettivo, tra l’altro, è quello di evitare che ipotesi di violenza sfocino in omicidi.
Il provvedimento prevede un aumento delle pene per i reati di maltrattamenti in famiglia e stalking, con misure cautelari che dureranno più a lungo, allo scopo di proteggere il più possibile la vittima. Per il reato di maltrattamenti, così come già per lo stalking, sarà inoltre possibile applicare le misure di controllo e prevenzione previste dal Codice Antimafia. Tra queste, ad esempio, la “sorveglianza speciale”.

In caso di omicidio, prevista l’applicazione dell’ergastolo sia se il colpevole conviveva con la vittima, sia se aveva solo una relazione stabile.

Inoltre, l’omicidio in questi casi sarà considerato comunque aggravato anche se il rapporto con la vittima era terminato nel frattempo.
Il ddl prevede poi l’introduzione del nuovo reato di deformazione del volto con l’acido o un qualsiasi altro sfregio permanente al viso di una donna con pene da 8 a 14 anni di carcere. Inoltre, se la vittima della deformazione viene uccisa, si applicherà sempre la pena dell’ergastolo.
Tra le altre novità, la nuova normativa stabilisce che eventuali provvedimenti di scarcerazione del condannato o del termine della misura cautelare debbano essere comunicati sempre alla persona offesa, anche quando questa non lo abbia richiesto.

Infine, è stato approvato all’unanimità un emendamento che introduce un nuovo articolo nel codice penale, il 613 ter, subito dopo il reato di stalking. Nello specifico, si introduce il reato di “Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”.

L’articolo prevede che chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e la multa da 5 mila a 15 mila euro. La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro nocumento.
La pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche se separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici. Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la querela è di sei mesi. La remissione della querela può’ essere soltanto processuale.
 
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donne medico

L’uomo, inizialmente accusato anche di violenza sessuale, era finito a giudizio per stalking nei confronti di una dottoressa in servizio presso un ambulatorio di guardia medica

Sei mesi di reclusione. E’ la pena inflitta dal giudice monocratico del Tribunale di Bari a un 52enne della provincia di Bari finito a giudizio per stalking nei confronti di una dottoressa in servizio presso un ambulatorio di guardia medica.
L’uomo inizialmente era stato posto agli arresti con l’accusa  di violenza sessuale. Tuttavia, in seguito alla dichiarazione di improcedibilità del reato da parte del Tribunale del Riesame per querela tardiva, era stato scarcerato nel novembre del 2017. La dottoressa, infatti, aveva denunciato la violenza a nove mesi di distanza dal fatto, quindi oltre i se mesi previsti per legge. All’indagato, quindi gli erano stati concessi prima i domiciliari e poi la misura alternativa del divieto di avvicinamento alla vittima.
Gli atti persecutori denunciati dalla vittima e accertati dagli inquirenti sarebbero iniziati a ottobre 2016 e avrebbero costretto il medico a cambiare tre diverse sedi di lavoro. L’uomo si recava spesso in ambulatorio per farsi misurare la pressione, ma soprattutto, in base a quanto raccontato dalla vittima,  per “chiacchierare”.

La disponibilità all’ascolto sarebbe stata travisata dall’imputato, il quale, come sostenuto dall’accusa, “in modo pressante e vessatorio, iniziava a perseguitare insistentemente” la donna.

Il tutto attraverso “una serie continua e reiterata di telefonate, di messaggi telefonici e di azioni moleste e minacciose”. Una condotta che finiva per ingenerare nella persona offesa “un sentimento crescente di ansia e di paura per la propria incolumità”.
Secondo il Pubblico ministero titolare del fascicolo, la professionista sarebbe stata vittima di “un’opera di lenta e crescente persecuzione”. L’indagato, infatti, in base a quanto scritto nel capo d’imputazione, avrebbe maturato “una vera e propria ossessione” nei suoi confronti.
Il giudice, nel determinare la pena, ha tenuto in considerazione solamente per gli episodi relativi agli ultimi mesi. In tale periodo l’uomo era arrivato a minacciare il medico di far “saltare il palazzo” o di far “scoppiare la bombola del gas” se non lo avesse ascoltato. La donna, inoltre, era stata perseguitata con continue telefonate, anche notturne.
Il legale difensore ha fatto sapere che la vicenda giudiziaria non terminerà qui. “Sebbene la sentenza abbia riconosciuto la colpevolezza del mio cliente solo per l’ultimo periodo in contestazione – ha dichiarato –  preannuncio appello”.
 
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irrevocabilità

La Quinta Sezione Penale della Cassazione ha confermato il regime di irrevocabilità della querela per il delitto di stalking integrato da minacce gravi e reiterate

Qualcuno sostiene che la modifica legislativa che ha interessato il reato di minaccia grave (di cui all’art. 612 bis, comma secondo), che ha visto mutare il regime di procedibilità d’ufficio in querela di parte, abbia comportato una disparità di trattamento col delitto di stalking (art. 612 bis ultimo comma) per il quale rimane ferma, invece, l’irrevocabilità della querela

La vicenda

L’imputato era stato condannato alla pena di legge per aver posto in essere atti persecutori ai danni dell’ex fidanzata, delle sorelle e della madre di quest’ultima.

In secondo grado, la pena era stata rimodulata in bonam partem in vista della concessione delle circostanze attenuanti generiche.

Ma per la difesa dell’imputato la decisione di secondo grado era viziata in punto di diritto, non avendo adeguatamente valorizzato la rimessione della querela proveniente dalle persone offese dal reato.

Il ricorso è stato tuttavia, dichiarato inammissibile dai giudici della Suprema Corte di Cassazione.

Ed invero, la corte d’appello di Firenze, del tutto logicamente e con percorso argomentativo immune da vizi, aveva fatto discendere l’irrevocabilità della querela ai sensi dell’art. 612 bis c.p., ultimo comma.

Tale giudizio era derivato non solo dalla circostanza che le minacce rivolte dall’imputato alle persone offese ed accertate processualmente, fossero gravi, in quanto prospettavano la morte delle destinatarie e reiterate, ma anche della caratura delinquenziale dello stesso soggetto autore del reato, un pregiudicato per reati contro la persona ed in materia di armi.

I giudici della Cassazione hanno, perciò, chiarito che l’intervenuta modifica normativa che ha interessato il reato di minaccia grave ex art. 612 c.p., comma 2, che ha visto mutare il proprio regime di procedibilità – da ufficio a querela di parte – a seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 10 aprile 2018, n. 36, non ha avuto alcuna implicazione sul delitto di stalking.

Stalking o minacce?

Da una parte, infatti, lo stalking è condotta diversa e più grave rispetto alla minaccia, giacché si tratta di un insieme di condotte reiterate che non esauriscono il loro disvalore penale in relazione a ciascun episodio, ma che, combinate e ripetute, determinano un quid pluris rispetto ai segmenti comportamentali che le sostanziano. Vale a dire uno degli eventi previsti dalla fattispecie incriminatrice (un perdurante stato d’ansia o di paura, un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona legata affettivamente ovvero, ancora, un’alterazione delle abitudini di vita della vittima).

È pienamente ragionevole, allora, e non determina alcuna asimmetria ingiustificata, che il regime di procedibilità resti strutturato sulla querela irrevocabile per lo stalking integrato da minacce reiterate e gravi ancorché per queste ultime, isolatamente considerate, si sia passati da quella di ufficio alla perseguibilità a querela.

D’altra parte ciò trova giustificazione nella ratio stessa che è alla base delle limitazioni alla revocabilità della querela in caso di atti persecutori strutturati su minacce gravi e reiterate.

Le vittime di atti persecutori nella Convenzione di Istanbul

Tale previsione è evidentemente dettata dall’esigenza di prevenire le situazioni – frequenti nella pratica, per la prostrazione e l’assoggettamento che caratterizza le vittime di stalking – in cui la remissione non sia volontaria e libera proprio in rapporto alla coartazione determinata dall’invasività delle condotte.

La scelta è in linea con quanto stabilito dall’art. 55 della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne che recita “Le Parti si accertano che le indagini e i procedimenti penali per i reati stabiliti ai sensi degli artt. 35, 36, 37, 38 e 39, della presente Convenzione non dipendano interamente da una segnalazione o da una denuncia da parte della vittima quando il reato è stato commesso in parte o in totalità sul loro territorio, e che il procedimento possa continuare anche se la vittima dovesse ritrattare l’accusa o ritirare la denuncia“.

Per tali motivi il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 

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STALKING AI DANNI DI UNA DOTTORESSA, 51ENNE RISCHIA PENA DI OTTO MESI

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stalking ai danni di una dottoressa

Chiesta la condanna di un uomo della provincia di Bari accusato di stalking ai danni di una dottoressa di guardia medica. Il camice bianco aveva denunciato anche un episodio di violenza sessuale ma il reato era stato dichiarato improcedibile

La Procura di Bari ha chiesto la condanna a otto mesi di reclusione, con sospensione della pena sospesa, per un 52enne accusato di stalking ai danni di una dottoressa di guardia medica. I fatti risalgono all’autunno del 2016. Gli atti persecutori denunciati dalla vittima e accertati dagli inquirenti sarebbero iniziati nel mese di ottobre di quell’anno e avrebbero costretto il medico, nei mesi successivi, a cambiare tre diverse sedi di lavoro.

La professionista, secondo il Pubblico ministero titolare del fascicolo, sarebbe stata vittima di “un’opera di lenta e crescente persecuzione”. L’indagato, infatti, in base a quanto scritto nel capo d’imputazione, avrebbe maturato “una vera e propria ossessione” nei suoi confronti.

L’uomo era paziente del medico fin dal maggio 2016. Si recava spesso in ambulatorio, in provincia di Bari, per farsi misurare la pressione, ma soprattutto, in base a quanto raccontato dalla vittima,  per “chiacchierare”. La disponibilità all’ascolto sarebbe stata travisata dall’imputato, il quale, “in modo pressante e vessatorio, iniziava a perseguitare insistentemente” la donna. Il tutto attraverso “una serie continua e reiterata di telefonate, di messaggi telefonici e di azioni moleste e minacciose”. Una condotta che finiva per ingenerare nella persona offesa “un sentimento crescente di ansia e di paura per la propria incolumità”.

Il camice bianco, nel settembre del 2017, aveva deciso di sporgere denuncia

Oltre a riportare le minacce subite, aveva riferito anche di essere stata stuprata all’interno dell’ambulatorio. Il reato di violenza sessuale, tuttavia, era stato dichiarato improcedibile dal Tribunale del Riesame per querela tardiva. La denuncia, infatti, era arrivata tre mesi dopo la scadenza dei termini previsti dalla legge. L’uomo, pertanto, era stato scarcerato, con concessione prima dei domiciliari e poi della misura alternativa del divieto di avvicinamento alla vittima.

Nei mesi scorsi, come riporta la Gazzetta del Mezzogiorno, il difensore dell’imputato ha chiesto e ottenuto per il suo assistito l’esecuzione di una perizia psichiatrica. L’esame ha evidenziato che l’uomo sarebbe affetto da un “vizio parziale di mente”. Un “disturbo bipolare cronico con caratteristiche psicotiche” che, tuttavia, gli consente di essere ritenuto capace di intendere e volere e quindi di essere giudicato. La sentenza, è attesa per il prossimo aprile.

 

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condannato

Il Tribunale di Verbania lo aveva condannato alla pena di sei mesi di reclusione in relazione al reato di stalking (di cui all’art. 612-bis cod. pen.), rilevando che il reato doveva intendersi aggravato dalla circostanza dell’uso del mezzo informatico, in ragione cioè dell’impiego di WhatsApp

Ed infatti, l’imputato era stato accusato (e quindi condannato) di aver inviato messaggi WhatsApp a raffica alla persona offesa.

Nel suo interesse veniva proposto ricorso per Cassazione contestando l’esistenza di tale circostanza.

Ma i giudici della Cassazione hanno confermato la sentenza impugnata affermando che l’impiego dell’uso della messaggistica WhatsApp configura circostanza aggravante del reato.

Di recente la Suprema Corte di Cassazione ha ribadito che, indipendentemente dall’incontro fisico tra vittima e imputato, il reato di stalking si configura nel momento in cui la condotta minacciosa del reo destabilizzi l’equilibrio psichico della persona offesa.

Ebbene anche l’invio ripetuto di messaggi (come nel caso di specie, attraverso il social di messaggistica più famoso) può assurgere a elemento costituivo del reato, laddove la condotta dell’agente costituisca “intrusione illecita” nella vita della persona offesa.

Non soltanto. Deve anche tenersi a mente che ai fini della rilevanza penale della condotta posta in essere dallo stalker, quello che conta non è tanto il numero o l’arco temporale nel quale i messaggi siano stati inviati, quanto piuttosto l’intensità del loro contenuto.

A tal proposito è necessario che il giudice accerti, caso per caso, il significato di tali comunicazioni al fine di stabilire se ad esse possa essere attribuito carattere minaccioso o intimidatorio.

Il reato di stalking

Il reato di atti persecutori o stalking richiede infatti che le condotte siano reiterate, anche in tempi e contesti differenti (e in tal senso, si distingue dal reato di minaccia o molestia), e che siano idonee a cagionare alla vittima, alternativamente, un perdurante e grave stato di ansia o di paura, oppure un fondato timore per l’incolumità propria, di un prossimo congiunto o di persona ad essa legata da una relazione affettiva, o ancora l’alterazione delle sue abitudini di vita.

Si tratta di principi che sempre più spesso si leggono nelle sentenze dei Tribunali.

Interessante, invece, è la sentenza in commento che in maniera netta compie un passo in avanti affermando che l’utilizzo di sistemi di messaggistica quali, WhatsApp, rendono il reato di stalking “più grave”. Ciò giustifica una sanzione proporzionalmente più severa.

La redazione giuridica

 

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STALKING: ESISTE IL REATO A PRESCINDERE DALL’ESISTENZA DI UN MOVENTE

divieto di avvicinamento

Il divieto di avvicinamento alla persona offesa non ha affatto un contenuto generico o indeterminato, perché rimanda ad un comportamento specifico, chiaramente individuabile: (…) insomma, di non fare tutto ciò che lo “stalker” è solito fare e che i soggetti appartenenti alla detta categoria comprendono benissimo

Il Giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Treviso, con ordinanza confermata dal Tribunale del riesame di Venezia, aveva applicato ad un soggetto indagato per il reato di atti persecutori, lesioni personali e violazione di domicilio, la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa.

Tale decisione era stata giustificata dalla presenza di un quadro di gravità indiziaria inequivocabile. La stessa vittima aveva dichiarato di essere stata oggetto di una serie continuativa di atti molesti, costituiti da messaggi, telefonate ingiuriose e minacciose, di pedinamenti e appostamenti, oltre che di un atto di violenza fisica da parte del suo aggressore. Anche i testimoni ascoltati, avevano confermato di essere stati spettatori della selvaggia aggressione subita dalla vittima.

Il ricorso per Cassazione

Avverso tale provvedimento, l’uomo proponeva, per il tramite del proprio difensore, ricorso per Cassazione, denunciando, tra gli altri, l’assenza del fumus commissi delicti in ordine alla necessità di disporre la misura cautelare restrittiva della sua libertà personale.

Sul punto si sono espressi i giudici della Suprema Corte.

Il motivo di ricorso è infondato – affermano.

Senza dubbio, il reato contestato nell’imputazione (di atti persecutori di cui all’art. 612-bis) era integrato da una serie ripetuta di atti minacciosi o molesti che avevano comportato nella vittima un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero avevano ingenerato un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva e l’avevano costretta, perciò, ad alterare le proprie abitudini di vita.

Tali circostanze, come emerso anche dalle dichiarazioni della donna, attentamente valutate, oltre a quelle dei numerosi testi che assistettero all’episodio di selvaggia aggressione subito dalla vittima, erano ben note all’uomo, che perciò doveva dirsi pienamente consapevole di tutti gli elementi che connotato l’ipotesi delittuosa contestata (sia il grave stato di ansia e di paura, sia il mutamento delle abitudini di vita e così via).

Poco importa, dunque, come sostiene il ricorrente che, in relazione all’episodio dell’aggressione, la donna non avesse sporto querela, giacché – aggiungono gli Ermellini – nel fuoco dell’indagine giudiziale sono entrati comportamenti durati mesi e idonei, da soli, a integrare l’elemento oggettivo del reato.

La misura cautela del divieto di avvicinamento

Sul punto il discorso si fa più complesso.

Ebbene, il Supremo collegio ha parzialmente accolto il motivo di gravame dal ricorrente.

Com’è noto, l’art. 282-ter cod. proc. pen. – introdotto dal D. L. 23 febbraio 2009, n. 11, conv., con mod., dalla legge 23 aprile 2009, n. 38 – ha tipizzato una nuova figura di misura cautelare al fine di contrastare, prevalentemente, il fenomeno degli atti persecutori, costituito dal divieto di avvicinamento dell’imputato o dell’indagato “a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa”, nonché dall’imposizione dell’obbligo di “mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.

È vivo nella giurisprudenza di legittimità – ma non contraddittorio – il dibattito sui caratteri che devono avere le misure suddette, affinché le esigenze di cautela sottese alla norma siano conciliabili con i diritti e le necessità della persona cui le misure sono imposte, sotto un duplice profilo: a) quello di determinare una compressione della libertà di movimento dell’onerato nella misura strettamente necessaria alla tutela della vittima; b) quella di assicurare una sufficiente determinatezza della misura, affinché sia ben chiaro all’obbligato quali comportamenti deve tenere e sia eseguibile il controllo sulla corretta osservanza delle prescrizioni a lui imposte.

È compito del giudice, pertanto, riempire la misura di contenuti adeguati agli obiettivi da raggiungere e rendere la misura sufficientemente determinata, per evitare elusioni o problematiche applicative.
Ebbene, l’art. 282-ter prevede – innanzitutto – il divieto di avvicinamento “a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa” e l’obbligo di “mantenere una determinata distanza da tali luoghi”, al fine – evidente – di assicurare alla vittima uno spazio fisico libero dalla presenza del soggetto che si è reso autore di reati in suo danno.

La norma ricalca l’analoga previsione contenuta nell’art. 282-bis cod. proc. pen., introdotto per analoghe ragioni, dalla legge 4 aprile 2001, n. 154, secondo cui il giudice, qualora sussistano esigenze di tutela dell’incolumità della persona offesa o dei suoi prossimi congiunti, può ordinare all’imputato o all’indagato, oltre che di lasciare immediatamente la casa familiare, “di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa, in particolare il luogo di lavoro, il domicilio della famiglia di origine o dei prossimi congiunti”.

In entrambe le disposizioni è contenuta, quindi, l’avvertenza di riempire la prescrizione di un contenuto specifico: quello della individuazione (“determinazione”) del luogo a cui l’autore del reato non si deve avvicinare.

Tale previsione corrisponde a una esigenza pratica e una esigenza di giustizia: l’esigenza pratica è quella di rendere noto all’obbligato quali sono i luoghi da evitare, alla cui determinatezza è collegata la stessa praticabilità della misura; l’esigenza di giustizia è quella di contenere le limitazioni imposte all’indagato nei limiti strettamente necessari alla tutela della vittima e di assicurare a quest’ultima la certezza di uno spazio libero dalla presenza del prevenuto.

A questa categoria è da ascrivere – ad avviso del Collegio – anche il divieto “di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa”, sia perché l’obbligato non può sapere quali siano i luoghi suddetti – peraltro normalmente destinati a variare a seconda delle esigenze e delle abitudini della persona – sia perché la misura assumerebbe una elasticità dipendente dalle decisioni (o anche dal capriccio) dell’offeso, a cui verrebbe rimesso, sostanzialmente, di stabilire il contenuto della misura.

Come è stato, infatti, rilevato l’art. 282-ter cod. proc. pen. è stato introdotto contestualmente alla previsione del reato di “atti persecutori”, di cui all’art. 612-bis cod. pen., che ha tra le sue manifestazioni tipiche il costante pedinamento della vittima, da parte del soggetto agente, anche in luoghi nei quali la prima si trovi occasionalmente, e l’espressione di atteggiamenti intimidatori o molesti anche in assenza di contatto fisico diretto con la persona offesa e purtuttavia dalla stessa percepibili.

Proprio per ovviare a questo tipo di “persecuzione” sono state previste, dal legislatore, le particolari misure del divieto di “avvicinamento” alla persona offesa, nonché quello di mantenere una determinata distanza dalla persona suddetta e il divieto di comunicazione.

La norma viene incontro all’esigenza di consentire alla persona offesa il completo svolgimento della propria vita lavorativa e sociale in condizioni di serenità e di sicurezza, anche laddove la condotta dell’autore del reato assuma connotazioni di persistenza persecutoria slegata da particolari ambiti territoriali; con la conseguenza che è rispetto a tale esigenza che deve modellarsi il contenuto concreto di una misura la quale, non lo si dimentichi, ha comunque natura inevitabilmente coercitiva rispetto a libertà anche fondamentali dell’indagato (in questo senso si è già espressa la sez. quinta di questa Corte, con le sentenze nn. 13568 del 16/1/2012; n. 36887 del 16/1/2013; n. 19552 del 26/3/2013).

Il contenuto “specifico” del divieto di avvicinamento

Peraltro, il divieto di avvicinamento alla persona offesa non ha affatto un contenuto generico o indeterminato, perché rimanda a un comportamento specifico, chiaramente individuabile: quello di non ricercare contatti, di qualsiasi natura, con la persona offesa; e quindi di non avvicinarsi fisicamente alla persona suddetta, di non rivolgersi a lei con la parola o con lo scritto, di non telefonarle, di non inviarle SMS, di non guardarla (quando lo sguardo assume la funzione di esprimere sentimenti e stati d’animo): insomma, di non fare tutto ciò che lo “stalker” è solito fare e che i soggetti appartenenti alla detta categoria comprendono benissimo.

Cosicché nel caso in esame, l’ordinanza che prescriveva a carico dell’indagato il solo divieto di avvicinarsi ai luoghi frequentati dalla vittima doveva ritenersi eccessivamente generica e perciò doveva essere annullata con rinvio per nuovo esame.

La redazione giuridica

 

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