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stalking ai danni di una dottoressa

Chiesta la condanna di un uomo della provincia di Bari accusato di stalking ai danni di una dottoressa di guardia medica. Il camice bianco aveva denunciato anche un episodio di violenza sessuale ma il reato era stato dichiarato improcedibile

La Procura di Bari ha chiesto la condanna a otto mesi di reclusione, con sospensione della pena sospesa, per un 52enne accusato di stalking ai danni di una dottoressa di guardia medica. I fatti risalgono all’autunno del 2016. Gli atti persecutori denunciati dalla vittima e accertati dagli inquirenti sarebbero iniziati nel mese di ottobre di quell’anno e avrebbero costretto il medico, nei mesi successivi, a cambiare tre diverse sedi di lavoro.

La professionista, secondo il Pubblico ministero titolare del fascicolo, sarebbe stata vittima di “un’opera di lenta e crescente persecuzione”. L’indagato, infatti, in base a quanto scritto nel capo d’imputazione, avrebbe maturato “una vera e propria ossessione” nei suoi confronti.

L’uomo era paziente del medico fin dal maggio 2016. Si recava spesso in ambulatorio, in provincia di Bari, per farsi misurare la pressione, ma soprattutto, in base a quanto raccontato dalla vittima,  per “chiacchierare”. La disponibilità all’ascolto sarebbe stata travisata dall’imputato, il quale, “in modo pressante e vessatorio, iniziava a perseguitare insistentemente” la donna. Il tutto attraverso “una serie continua e reiterata di telefonate, di messaggi telefonici e di azioni moleste e minacciose”. Una condotta che finiva per ingenerare nella persona offesa “un sentimento crescente di ansia e di paura per la propria incolumità”.

Il camice bianco, nel settembre del 2017, aveva deciso di sporgere denuncia

Oltre a riportare le minacce subite, aveva riferito anche di essere stata stuprata all’interno dell’ambulatorio. Il reato di violenza sessuale, tuttavia, era stato dichiarato improcedibile dal Tribunale del Riesame per querela tardiva. La denuncia, infatti, era arrivata tre mesi dopo la scadenza dei termini previsti dalla legge. L’uomo, pertanto, era stato scarcerato, con concessione prima dei domiciliari e poi della misura alternativa del divieto di avvicinamento alla vittima.

Nei mesi scorsi, come riporta la Gazzetta del Mezzogiorno, il difensore dell’imputato ha chiesto e ottenuto per il suo assistito l’esecuzione di una perizia psichiatrica. L’esame ha evidenziato che l’uomo sarebbe affetto da un “vizio parziale di mente”. Un “disturbo bipolare cronico con caratteristiche psicotiche” che, tuttavia, gli consente di essere ritenuto capace di intendere e volere e quindi di essere giudicato. La sentenza, è attesa per il prossimo aprile.

 

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condannato

Il Tribunale di Verbania lo aveva condannato alla pena di sei mesi di reclusione in relazione al reato di stalking (di cui all’art. 612-bis cod. pen.), rilevando che il reato doveva intendersi aggravato dalla circostanza dell’uso del mezzo informatico, in ragione cioè dell’impiego di WhatsApp

Ed infatti, l’imputato era stato accusato (e quindi condannato) di aver inviato messaggi WhatsApp a raffica alla persona offesa.

Nel suo interesse veniva proposto ricorso per Cassazione contestando l’esistenza di tale circostanza.

Ma i giudici della Cassazione hanno confermato la sentenza impugnata affermando che l’impiego dell’uso della messaggistica WhatsApp configura circostanza aggravante del reato.

Di recente la Suprema Corte di Cassazione ha ribadito che, indipendentemente dall’incontro fisico tra vittima e imputato, il reato di stalking si configura nel momento in cui la condotta minacciosa del reo destabilizzi l’equilibrio psichico della persona offesa.

Ebbene anche l’invio ripetuto di messaggi (come nel caso di specie, attraverso il social di messaggistica più famoso) può assurgere a elemento costituivo del reato, laddove la condotta dell’agente costituisca “intrusione illecita” nella vita della persona offesa.

Non soltanto. Deve anche tenersi a mente che ai fini della rilevanza penale della condotta posta in essere dallo stalker, quello che conta non è tanto il numero o l’arco temporale nel quale i messaggi siano stati inviati, quanto piuttosto l’intensità del loro contenuto.

A tal proposito è necessario che il giudice accerti, caso per caso, il significato di tali comunicazioni al fine di stabilire se ad esse possa essere attribuito carattere minaccioso o intimidatorio.

Il reato di stalking

Il reato di atti persecutori o stalking richiede infatti che le condotte siano reiterate, anche in tempi e contesti differenti (e in tal senso, si distingue dal reato di minaccia o molestia), e che siano idonee a cagionare alla vittima, alternativamente, un perdurante e grave stato di ansia o di paura, oppure un fondato timore per l’incolumità propria, di un prossimo congiunto o di persona ad essa legata da una relazione affettiva, o ancora l’alterazione delle sue abitudini di vita.

Si tratta di principi che sempre più spesso si leggono nelle sentenze dei Tribunali.

Interessante, invece, è la sentenza in commento che in maniera netta compie un passo in avanti affermando che l’utilizzo di sistemi di messaggistica quali, WhatsApp, rendono il reato di stalking “più grave”. Ciò giustifica una sanzione proporzionalmente più severa.

La redazione giuridica

 

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STALKING: ESISTE IL REATO A PRESCINDERE DALL’ESISTENZA DI UN MOVENTE

divieto di avvicinamento

Il divieto di avvicinamento alla persona offesa non ha affatto un contenuto generico o indeterminato, perché rimanda ad un comportamento specifico, chiaramente individuabile: (…) insomma, di non fare tutto ciò che lo “stalker” è solito fare e che i soggetti appartenenti alla detta categoria comprendono benissimo

Il Giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Treviso, con ordinanza confermata dal Tribunale del riesame di Venezia, aveva applicato ad un soggetto indagato per il reato di atti persecutori, lesioni personali e violazione di domicilio, la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa.

Tale decisione era stata giustificata dalla presenza di un quadro di gravità indiziaria inequivocabile. La stessa vittima aveva dichiarato di essere stata oggetto di una serie continuativa di atti molesti, costituiti da messaggi, telefonate ingiuriose e minacciose, di pedinamenti e appostamenti, oltre che di un atto di violenza fisica da parte del suo aggressore. Anche i testimoni ascoltati, avevano confermato di essere stati spettatori della selvaggia aggressione subita dalla vittima.

Il ricorso per Cassazione

Avverso tale provvedimento, l’uomo proponeva, per il tramite del proprio difensore, ricorso per Cassazione, denunciando, tra gli altri, l’assenza del fumus commissi delicti in ordine alla necessità di disporre la misura cautelare restrittiva della sua libertà personale.

Sul punto si sono espressi i giudici della Suprema Corte.

Il motivo di ricorso è infondato – affermano.

Senza dubbio, il reato contestato nell’imputazione (di atti persecutori di cui all’art. 612-bis) era integrato da una serie ripetuta di atti minacciosi o molesti che avevano comportato nella vittima un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero avevano ingenerato un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva e l’avevano costretta, perciò, ad alterare le proprie abitudini di vita.

Tali circostanze, come emerso anche dalle dichiarazioni della donna, attentamente valutate, oltre a quelle dei numerosi testi che assistettero all’episodio di selvaggia aggressione subito dalla vittima, erano ben note all’uomo, che perciò doveva dirsi pienamente consapevole di tutti gli elementi che connotato l’ipotesi delittuosa contestata (sia il grave stato di ansia e di paura, sia il mutamento delle abitudini di vita e così via).

Poco importa, dunque, come sostiene il ricorrente che, in relazione all’episodio dell’aggressione, la donna non avesse sporto querela, giacché – aggiungono gli Ermellini – nel fuoco dell’indagine giudiziale sono entrati comportamenti durati mesi e idonei, da soli, a integrare l’elemento oggettivo del reato.

La misura cautela del divieto di avvicinamento

Sul punto il discorso si fa più complesso.

Ebbene, il Supremo collegio ha parzialmente accolto il motivo di gravame dal ricorrente.

Com’è noto, l’art. 282-ter cod. proc. pen. – introdotto dal D. L. 23 febbraio 2009, n. 11, conv., con mod., dalla legge 23 aprile 2009, n. 38 – ha tipizzato una nuova figura di misura cautelare al fine di contrastare, prevalentemente, il fenomeno degli atti persecutori, costituito dal divieto di avvicinamento dell’imputato o dell’indagato “a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa”, nonché dall’imposizione dell’obbligo di “mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.

È vivo nella giurisprudenza di legittimità – ma non contraddittorio – il dibattito sui caratteri che devono avere le misure suddette, affinché le esigenze di cautela sottese alla norma siano conciliabili con i diritti e le necessità della persona cui le misure sono imposte, sotto un duplice profilo: a) quello di determinare una compressione della libertà di movimento dell’onerato nella misura strettamente necessaria alla tutela della vittima; b) quella di assicurare una sufficiente determinatezza della misura, affinché sia ben chiaro all’obbligato quali comportamenti deve tenere e sia eseguibile il controllo sulla corretta osservanza delle prescrizioni a lui imposte.

È compito del giudice, pertanto, riempire la misura di contenuti adeguati agli obiettivi da raggiungere e rendere la misura sufficientemente determinata, per evitare elusioni o problematiche applicative.
Ebbene, l’art. 282-ter prevede – innanzitutto – il divieto di avvicinamento “a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa” e l’obbligo di “mantenere una determinata distanza da tali luoghi”, al fine – evidente – di assicurare alla vittima uno spazio fisico libero dalla presenza del soggetto che si è reso autore di reati in suo danno.

La norma ricalca l’analoga previsione contenuta nell’art. 282-bis cod. proc. pen., introdotto per analoghe ragioni, dalla legge 4 aprile 2001, n. 154, secondo cui il giudice, qualora sussistano esigenze di tutela dell’incolumità della persona offesa o dei suoi prossimi congiunti, può ordinare all’imputato o all’indagato, oltre che di lasciare immediatamente la casa familiare, “di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa, in particolare il luogo di lavoro, il domicilio della famiglia di origine o dei prossimi congiunti”.

In entrambe le disposizioni è contenuta, quindi, l’avvertenza di riempire la prescrizione di un contenuto specifico: quello della individuazione (“determinazione”) del luogo a cui l’autore del reato non si deve avvicinare.

Tale previsione corrisponde a una esigenza pratica e una esigenza di giustizia: l’esigenza pratica è quella di rendere noto all’obbligato quali sono i luoghi da evitare, alla cui determinatezza è collegata la stessa praticabilità della misura; l’esigenza di giustizia è quella di contenere le limitazioni imposte all’indagato nei limiti strettamente necessari alla tutela della vittima e di assicurare a quest’ultima la certezza di uno spazio libero dalla presenza del prevenuto.

A questa categoria è da ascrivere – ad avviso del Collegio – anche il divieto “di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa”, sia perché l’obbligato non può sapere quali siano i luoghi suddetti – peraltro normalmente destinati a variare a seconda delle esigenze e delle abitudini della persona – sia perché la misura assumerebbe una elasticità dipendente dalle decisioni (o anche dal capriccio) dell’offeso, a cui verrebbe rimesso, sostanzialmente, di stabilire il contenuto della misura.

Come è stato, infatti, rilevato l’art. 282-ter cod. proc. pen. è stato introdotto contestualmente alla previsione del reato di “atti persecutori”, di cui all’art. 612-bis cod. pen., che ha tra le sue manifestazioni tipiche il costante pedinamento della vittima, da parte del soggetto agente, anche in luoghi nei quali la prima si trovi occasionalmente, e l’espressione di atteggiamenti intimidatori o molesti anche in assenza di contatto fisico diretto con la persona offesa e purtuttavia dalla stessa percepibili.

Proprio per ovviare a questo tipo di “persecuzione” sono state previste, dal legislatore, le particolari misure del divieto di “avvicinamento” alla persona offesa, nonché quello di mantenere una determinata distanza dalla persona suddetta e il divieto di comunicazione.

La norma viene incontro all’esigenza di consentire alla persona offesa il completo svolgimento della propria vita lavorativa e sociale in condizioni di serenità e di sicurezza, anche laddove la condotta dell’autore del reato assuma connotazioni di persistenza persecutoria slegata da particolari ambiti territoriali; con la conseguenza che è rispetto a tale esigenza che deve modellarsi il contenuto concreto di una misura la quale, non lo si dimentichi, ha comunque natura inevitabilmente coercitiva rispetto a libertà anche fondamentali dell’indagato (in questo senso si è già espressa la sez. quinta di questa Corte, con le sentenze nn. 13568 del 16/1/2012; n. 36887 del 16/1/2013; n. 19552 del 26/3/2013).

Il contenuto “specifico” del divieto di avvicinamento

Peraltro, il divieto di avvicinamento alla persona offesa non ha affatto un contenuto generico o indeterminato, perché rimanda a un comportamento specifico, chiaramente individuabile: quello di non ricercare contatti, di qualsiasi natura, con la persona offesa; e quindi di non avvicinarsi fisicamente alla persona suddetta, di non rivolgersi a lei con la parola o con lo scritto, di non telefonarle, di non inviarle SMS, di non guardarla (quando lo sguardo assume la funzione di esprimere sentimenti e stati d’animo): insomma, di non fare tutto ciò che lo “stalker” è solito fare e che i soggetti appartenenti alla detta categoria comprendono benissimo.

Cosicché nel caso in esame, l’ordinanza che prescriveva a carico dell’indagato il solo divieto di avvicinarsi ai luoghi frequentati dalla vittima doveva ritenersi eccessivamente generica e perciò doveva essere annullata con rinvio per nuovo esame.

La redazione giuridica

 

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DODICI MESSAGGI INVIATI ALLA VITTIMA VIA WATSAPP: CONDANNATO PER STALKING

dodici messaggi

È stato condannato l’uomo che aveva inviato dodici messaggi via whatsapp a una dottoressa. La Cassazione ha confermato il reato di stalking

La Corte d’appello di Milano ha confermato la decisione di primo grado, con la quale era stato condannato un uomo accusato del reato di atti persecutori di cui all’art. 612-bis cod. pen. Nella specie, l’imputato aveva perseguitato la vittima, inviandole dodici messaggi via whatsapp (dodici per l’esattezza) e rivolto a quest’ultima continue telefonate.

Per la difesa si trattava di fatti privi di qualsivoglia idoneità lesiva dell’altrui integrità e soprattutto, non integranti la fattispecie penale a lui ascritta.

In verità, dopo aver ricevuto due denuncia dalla persona offesa, lo stesso era già stato sottoposto alla misura degli arresti domiciliari.

Secondo i giudici di merito, infatti, al di là del limitato arco temporale nel quale le condotte illecite erano state perpetrate ai danni della vittima quel che rilevava era l’intensità del loro contenuto.

In particolare, venivano in questione, due telefonate: una da parte dell’utenza dell’imputato, rimasta senza risposta, cui aveva fatto seguito la telefonata della persona offesa per capire chi fosse il suo interlocutore; un’altra effettuata da parte di soggetto rimasto non identificato, ma, secondo quanto emerso dalle indagini effettuata su ordine dello stesso, di contenuto chiaramente minaccioso.

Vi erano poi, vari sms concentrati nel tempo, ben dodici, con sei fotografie e tre video che riprendevano la persona offesa mentre si trovava presso i carabinieri per formalizzare la querela.

Sono queste – a detta dei giudici della Cassazionele gravi intrusioni alle quali la sentenza di primo grado aggiunge l’attributo della fisicità, per sottolinearne la penetrante invasione della sfera intima della persona offesa e non certo per attribuire al ricorrente condotte di carattere fisico. (Cass. sent. n. 61/2019).

E l’intensità di sviluppo dell’azione criminosa rende del tutto ragionevole il giudizio di attendibilità espresso dai giudici di merito, quanto alle dichiarazioni della persona offesa, la quale aveva riferito di avere provvisoriamente pernottato in altra abitazione, sospendendo la propria attività professionale, nel timore che l’imputato potesse raggiungerla presso il suo studio professionale.

Ciò integra con sicurezza l’evento di danno richiesto dalla norma.

Va, peraltro, osservato che nel delitto di atti persecutori, l’elemento soggettivo è integrato dal dolo generico, che consiste nella volontà di porre in essere le condotte di minaccia e molestia nella consapevolezza della idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice; esso, avendo ad oggetto un reato abituale di evento, deve essere unitario, esprimendo un’intenzione criminosa che travalica i singoli atti che compongono la condotta tipica, anche se può realizzarsi in modo graduale, non essendo necessario che l’agente si rappresenti e voglia fin dal principio la realizzazione della serie degli episodi (Sez. 5, n. 18999 del 19/02/2014).

Senza alcun dubbio, il ricorso è stato rigettato.

Il numero dei messaggi

La questione che, nella fattispecie in esame, viene in rilievo è la seguente: dopo quanti messaggi o telefonate può dirsi integrato il delitto di stalking?

Ebbene, la Cassazione ha sempre posto in evidenza due aspetti: il numero dei messaggi, e l’arco temporale che deve essere “relativamente ampio”. Ciò vuol dire che non basta inviare un numero sufficientemente ampio di messaggi per poter essere incriminati per atti persecutori, posto che tale condotta deve essere perpetrata ai danni della vittima in un arco temporale pressoché prolungato.

Se così fosse vero, pero, si finirebbe per escludere atteggiamenti verosimilmente rientranti sotto la fattispecie penale, di rilevanza non trascurabile. Si pensi al caso di un gran numero di messaggi inviati in pochi giorni o in un sol giorno.

Cosicché in una recente sentenza la Cassazione (Cass. n. 52585/2017) ha avuto modo di affermare che perché si verifichi il reato di stalking perché si configuri il reato è pur sempre necessaria una significativa intrusione nell’altrui sfera personale che assurga al livello di molestia o disturbo ingenerato dall’attività di comunicazione di per sé, a prescindere dal suo contenuto, che non può prescindere da una dimensione temporale del fenomeno che raggiunga una certa consistenza. In una sola ora, del resto, è difficile pensare che la vittima abbia potuto subire uno stato di ansia o un timore per la propria incolumità.

Non va neppure dimenticata un altro precedente arresto giurisprudenziale, analogo al caso in esame, ove il Consiglio di Stato, ha condannato una donna per l’invio di circa 19 messaggio, nell’arco temporale di circa un mese. (Cons. Stato n. 4241/2016)

Sabrina Caporale

 

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STALKING: ESISTE IL REATO A PRESCINDERE DALL’ESISTENZA DI UN MOVENTE

stalking

Il reato di stalking, di cui all’articolo 612-bis del Cp, è configurabile anche in caso di comportamenti reiterati di minaccia e molestia posti in essere nei confronti dei vicini di casa. Gli elementi dello stalking vanno esaminati a prescindere dalla valutazione dell’effettiva esistenza di un movente

Il caso

Era stato assolto in primo grado dal reato a lui ascritto di atti persecutori c.d. stalking, per aver con condotte reiterate, minacciato e molestato i vicini di casa.

Secondo la ricostruzione accusatoria, l’imputato creava disturbo collegando al telefono della sua abitazione una campana elettrica, installata all’esterno, attivando quotidianamente, ogni mattina, un impianto di allarme, o ancora tenendo il motore del camion acceso anche per diverse ore sotto le finestre dei vicini o custodendo degli asini con adiacente letamaio a pochi metri dall’abitazione degli stessi e, lanciando nel loro giardino sassi e mozziconi di sigaro o ancora.

Anche in appello l’uomo veniva assolto dal reato a lui ascritto, ritenendo che le condotte contestate integrassero una mera inosservanza di norme civilistiche che regolano il diritto di proprietà, ma che comunque non rendevano dolosi gli atti posti in essere, nè conferiva loro carattere penale e neppure poteva dirsi ravvisabile una finalità persecutoria delle singole azioni.

Il ricorso per Cassazione

Il punto di diritto sul quale i giudici della Suprema Corte sono stati chiamati a pronunciarsi è il seguente: se le condotte denunciate dalle persone offese potessero integrare la mera violazione delle norme civilistiche che governano i rapporti di “buon vicinato” oppure, se le stesse, potessero assumere autonomo rilievo penale.

Per la cassazione della sentenza agiva in giudizio il procuratore presso la corte d’appello, il quale lamentava l’errore commesso dai giudici della corte territoriale nell’aver negato la natura volontaria degli atti posti in essere, e che gli eventuali scopi perseguiti dall’imputato (quali l’affermazione del diritto di proprietà, le esigenze lavorative o l’amore per gli animali) seppure connotassero il movente della condotta, non incidevano anche sul dolo (generico) del reato.

Ebbene, i giudici della Suprema Corte hanno accolto i motivi di impugnazione presentati dalla pubblica accusa, affermando che l’eventuale finalità alternativa perseguita dall’imputato non poteva escludere il rilievo penale della molestia.

Al riguardo, è stato già affermato che l’esclusione di “finalità persecutorie” delle condotte poste in essere, in quanto integrerebbero mera “inosservanza di norme civili che regolano il diritto di proprietà” dall’imputato, prescinde dalla considerazione che l’elemento soggettivo del reato di atti persecutori è il dolo generico, che è integrato dalla volontà di porre in essere le condotte di minaccia e molestia nella consapevolezza della idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice (Sez. 5, n. 20993 del 27/11/2012; Sez. 5, n. 43085 del 24/09/2015), e non è escluso da eventuali scopi asseritamente perseguiti dall’autore (quali l’affermazione del diritto di proprietà, o le esigenze lavorative).

La decisione

In altri termini, l’esclusione della connotazione persecutoria delle condotte sarebbe fondata sulla deduzione di “finalità” non “persecutorie”, ma legate all’esercizio del diritto di proprietà o ad esigenze lavorative, sarebbe stato il frutto di una erronea sovrapposizione concettuale tra la nozione di dolo e quella di mero movente dell’azione ossia la causa psichica della condotta umana, lo stimolo che ha indotto l’autore ad agire, facendo scattare la volontà.

Al riguardo, pur prescindendo dalla valutazione dell’effettiva esistenza di un movente connesso ad esigenze lavorative o all’esercizio del diritto di proprietà, è pacifico che il movente dell’azione, pur potendo contribuire all’accertamento del dolo, costituendo una potenziale circostanza inferenziale, non coincide con la coscienza e volontà del fatto, della quale può rappresentare, invece, il presupposto (Sez. 1, n. 466/1993: “Il movente è la causa psichica della condotta umana e costituisce lo stimolo che ha indotto l’individuo ad agire; esso va distinto dal dolo, che è l’elemento costitutivo del reato e riguarda la sfera della rappresentazione e volizione dell’evento“; Sez. 5, n. 25936/2017; Sez. 3, n. 14742/2016).

Ne è così conseguito l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello per nuovo esame della fattispecie.

 

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custodia cautelare in carcere

Deve confermarsi la misura della custodia cautelare in carcere per chi rivolge alle vittime messaggi vocali minacciosi e messaggi dai contenuti infamanti pubblicati su Facebook. Questi ultimi costituiscono documenti e mezzo invasivo di comunicazione, che oltrepassa la vicinanza fisica con la vittima e permane come atteggiamento inquietante ancor più presente nella sfera di libertà ed autonomia del destinatario

Il Tribunale per il riesame di Messina, in accoglimento dell’appello del Pubblico Ministero, applicava all’indagato, la misura della custodia cautelare in carcere in relazione al reato di maltrattamenti in famiglia (di cui all’art. 572 cod. pen.) ai danni della donna con la quale aveva intrattenuto un rapporto di convivenza ed a cui aveva rivolto reiterate e gravi offese, minacce di morte anche a mezzo di telefono. Molti dei messaggi (vocali) erano stati indirizzati anche al legale della donna, quale ritorsione per avere preso le difese della stessa; l’indagato, inoltre aveva anche pubblicato sui social network messaggi dal contenuto infamante nei confronti della vittima.

Per gli stessi fatti l’uomo era stato già sottoposto alla misura cautelare del divieto di dimora con divieto, altresì, di comunicazione a carattere telefonico e telematico nei confronti della persona offesa e della figlia di entrambi; successivamente, esteso anche all’utilizzo dei social network. Divieto che tuttavia, era stato trasgredito; indi, la richiesta di custodia cautelare in carcere.

Contro l’ordinanza di applicazione della misura cautelare predetta, l’indagato presentava, per il tramite del proprio difensore, ricorso per Cassazione, deducendo l’illogicità e l’inadeguatezza del provvedimento.

Il punto della Cassazione

La Cassazione rigetta il ricorso perché inammissibile e aspecifico.

A detta dei giudici Ermellini, la trasgressione al divieto di comunicazione con le persone offese, inglobato nel provvedimento di divieto di dimora, che concreta la fattispecie addebitata, in una delle sue modalità attuative, autorizza la configurazione di una delle manifestazioni dei maltrattamenti aggravati, potendo la prova di esse desumersi dal complesso degli elementi fattuali altrimenti acquisiti e dalla condotta stessa dell’agente, che ha rivolto alle vittime messaggi vocali minacciosi, e messaggi dai contenuti infamanti pubblicati su Facebook. Questi ultimi costituiscono documenti e mezzo invasivo di comunicazione, che oltrepassa la vicinanza fisica con la vittima e permane come atteggiamento inquietante ancor più presente nella sfera di libertà ed autonomia del destinatario. Si caratterizza sul piano della interazione tra il mittente e il destinatario – in relazione al profilo saliente dell’oggetto giuridico della norma incriminatrice – per la incontrollata possibilità di intrusione, immediata e diretta, del primo nella sfera delle attività del secondo (Sez. 5, n. 47195 del 06/10/2015; Sez. 3, n. 38681 del 26/04/2017).

Dunque, a nulla vale eccepire, come accaduto nel caso in esame, la circostanza che l’indagato non avrebbe mai violato, nel merito, le prescrizioni imposte, per non per non avere mai intrattenuto contatti fisici con i propri familiari, dal momento che gli strumenti informatici, se utilizzati con finalità di minaccia grave, vista anche la loro intrinseca potenziale diffusività, presentano carattere fortemente invasivo nella vittima, posto che quest’ultima non vi si può sottrarre se non disattivando la connessione (con conseguente lesione, in tale evenienza, della libertà di comunicazione e corrispondente alterazione della quiete e tranquillità psichica, comprensibilmente turbate da esasperazione e spavento).

 

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atti persecutori

Gli atti persecutori e gli episodi di vessazione e maltrattamenti nei confronti dell’ex partner giustificano la risposta cautelare massimamente restrittiva della libertà personale

In un Paese dove circa un quarto degli omicidi volontari riguarda casi di femminicidio – evento terminale spesso preceduto da atti persecutori posti in essere dall’agente violento- e dove il 77 % delle vittime del delitto di atti persecutori risultano essere di sesso femminile 1, non appare certamente irragionevole o irrazionale, su un piano di lettura costituzionale, l’avere introdotto da parte del legislatore un ulteriore strumento di tutela sociale per il contenimento di forme di pericolosità diffusa da accertare secondo i parametri probatori sopra indicati.

Ad affermarlo è il Tribunale di Milano col decreto del 9 ottobre 2018.

Il caso

L’indagato si era reso responsabile del delitto di atti persecutori (ai sensi dell’art. 612 bis c.p) perpetrati ai danni della sua ex compagna già durante la loro convivenza e proseguiti al termine del loro rapporto.

L’uomo, in più occasioni, aveva mostrato nei confronti dell’ex partner un’indole violenta e prevaricatrice, rendendosi anche autore di gravi episodi di vessazione e maltrattamenti, per cui erano stati effettuati molteplici interventi da parte delle Forze di Polizia.

Per gli stessi fatti, l’uomo era stato arrestato pur non essendo ancora giunta una condanna penale.

I gravi indizi di colpevolezza che erano emersi a suo carico lasciavano inequivocabilmente trasparire i suoi intenti prevaricatori e la sua pericolosità sociale.

L’episodio che scatenò il perpetrarsi delle molestie e dei soprusi nei confronti dell’ex compagna fu il momento in cui quest’ultima decise di porre fine alla loro tormentata relazione amorosa. Da quel giorno, l’uomo mise in atto tutta una serie di comportamenti finalizzati a punirla con atti di violenza sia fisica che psicologica, quest’ultimi con finalità manipolatorie, con l’intenzione di confinarla nella sua sfera di controllo.

La donna aveva già denunciato questi fatti.

Nell’ordinanza di convalida dell’arresto, in particolare, si raccontava di un episodio, a sua volta riportato dalla vittima, in sede di verbalizzazione della querela, in cui l’uomo, preso dall’ira aveva danneggiato la porta d’ingresso della sua abitazione prendendola a calci e così, riuscendo ad entrarvi; dopodiché percosse brutalmente la donna e le sottrasse le chiavi di casa.

Nonostante le denunce e i continui interventi delle forze dell’ordine, gli episodi di molestia non cessarono, al contrario, nel corso del tempo, ebbero un crescendo di brutalità. Le percosse furono sostituite dalle minacce di morte rese ancor più oppressive dall’utilizzo di armi da punta e taglio; fino agli episodi di vera e propria violenza sessuale, perpetrati anche alla presenza del loro figlio minore (vittima a sua volta di “violenza assistita”).

Ebbene, non vi erano dubbi: si trattava di un soggetto con indole manifestamente violenta, possessiva ed ossessiva, e sintomatica di una spiccata pericolosità, visto anche l’utilizzo di armi, idonee ad arrecare gravi pregiudizi per beni giuridici primari, come la vita e l’incolumità individuale.

La tesi difensiva e la decisione del Tribunale

Il difensore dell’indagato, di fronte all’ordinanza di applicazione della misura della custodia cautelare in carcere, emessa a seguito di convalida dell’arresto in flagranza a carico del suo assistito, ne aveva eccepito l’illegittimità.

Com’è possibile arrivare ad una decisione così drasticamente limitativa della libertà di circolazione del sottoposto a procedimento penale, in presenza di una fattispecie procedibile a querela di parte?

La domanda, così come formulata, non può certo trovare fondamento né sotto il profilo giuridico né, tanto meno sotto il profilo fattuale.

Di fronte ad atti di violenza e di minaccia grave perché commessi con un coltello non si può parlare di fatti a querela di parte. E, in ogni caso, le azioni poste in essere dall’indagato erano indicative di una pericolosità tale da giustificare la misura della custodia cautelare in carcere (trattasi del “concreto pericolo che questi commetta altra delitti della stessa specie di quelli per cui si procede, o comunque gravi delitti con uso di violenza personale specie nei confronti della persona offesa”).

Il Tribunale meneghino ricorda che i fini dell’applicazione della misura la pericolosità deve attualmente essere sussistente al momento della formulazione del relativo giudizio. E, il venir meno dell’attualità della pericolosità consegue non tanto al semplice decorso del tempo o allo stato di detenzione, quanto piuttosto al compimento di atti volontari positivi, indicativi in modo inequivoco ed incontrovertibile che il soggetto abbia mutato condotta di vita; atti di cui l’indagato, nel caso di specie, non si era mai reso esecutore.

Per tali ragioni, deve ritenersi legittimamente applicata la misura custodiale disposta a suo carico.

 

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Reciprocità dei comportamenti molesti

Respinto il ricorso di un uomo, accusato di stalking nei confronti dell’ex fidanzata, che eccepiva la reciprocità dei comportamenti molesti

Aveva ripetutamente contattato l’ex fidanzata con continue telefonate e messaggi di posta attraverso i social network, cagionandole un perdurante e grave stato d’ansia o paura. Aveva inoltre ingenerato nella vittima un fondato timore per la propria incolumità costringendola ad alterare le proprie abitudini di vita. Il tutto con l’aggravante di aver commesso il fatto dopo esserle stato legato da relazione affettiva. L’uomo era stato condannato in sede di merito per il reato di stalking ai sensi dell’articolo 612 bis del codice penale. Nel ricorrere per cassazione, l’imputato eccepiva la reciprocità dei comportamenti molesti.

In particolare, evidenziava come la persona offesa fosse stata condannata per il reato di minacce ai suoi danni. Né, a suo avviso, poteva non ritenersi rilevante la remissione di querela del principale testimone dell’accusa. Questi aveva giustificato la sua decisione sostenendo che le circostanze di cui in denuncia erano state riportate in modo esagerato. Si sarebbe quindi trattato “dell’ammissione postuma di una condotta calunniatoria che incideva sulla credibilità dei testi, tra cui la persona offesa”.

Inoltre, nonostante la reciprocità degli insulti e delle aggressioni fisiche e verbali, i due avevano continuato a frequentarsi anche dopo la fine della relazione sentimentale. Le prove documentali e testimoniali, quindi, consentivano di concludere che non era stato arrecato alcun cambiamento nelle abitudini di vita della presunta vittima.

La Cassazione, tuttavia, con la sentenza n. 53630/2018 ha ritenuto di non aderire alle argomentazioni proposte dal ricorrente, respingendone l’impugnazione in quanto infondata.

Secondo i Giudici Ermellini, la condanna per minacce non valeva di per sé a minare la credibilità della donna. A detta dei Giudici del Palazzaccio, la Corte territoriale aveva vagliato criticamente i fatti. Aveva altresì valorizzato le minacce, gli insulti, le recriminazioni alternate ad ammissioni di colpa e richieste di perdono o pietà. Nonché il perdurante e grave stato di ansia e paura in cui era stata ridotta la persona offesa. Le dichiarazioni della vittima peraltro erano state ritenute attendibili perché caratterizzate da pacatezza e precisione.

 

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dichiarazioni

La Cassazione fa il punto in merito all’accertamento del reato di stalking laddove si utilizzino solo le dichiarazioni della persona offesa

La Corte di Cassazione penale, con la sentenza n. 33280/2017, ha fornito alcune precisazioni in tema di onere della prova in un processo per “stalking” e sul peso delle dichiarazioni della persona offesa.

Secondo gli Ermellini, infatti, le dichiarazioni della persona offesa possono essere poste da sole a fondamento dell’affermazione della penale responsabilità di un imputato per stalking.

Ma ciò può avvenire solo se viene verificata la credibilità soggettiva della persona offesa e l’attendibilità intrinseca del suo racconto.

La vicenda

Nel caso di specie, il Tribunale di Monza aveva condannato un imputato per il reato di “stalking” (art. 612 bis c.p.). Questo era stato commesso nei confronti di una donna, alla quale era stato legato da una relazione sentimentale.

Il Tribunale era giunto alla conclusione di dover affermare la penale responsabilità dell’imputato.

Ciò proprio in base alle dichiarazioni rese dalla persona offesa, le quali erano state confermate dai genitori della vittima.

Ebbene, la decisione era stata confermata in sede di appello, con la conseguenza che l’imputato aveva deciso di rivolgersi alla Corte di Cassazione.

Secondo il ricorrente, i giudici dei precedenti gradi di giudizio avrebbero commesso un errore nel valutare come attendibili le dichiarazioni della persona offesa.

Non solo.

A suo avviso, i giudici non avevano tenuto in considerazione le prove a discarico dell’imputato, ignorando le contraddizioni che erano emerse nel racconto della persona offesa.

Infine, aveva trascurato il fatto che tra l’imputato e la persona offesa erano pendenti delle altre controversie giudiziarie.

Per il ricorrente, inoltre, i giudici avevano erroneamente considerato “una valida conferma alla tesi accusatoria il narrato dei genitori della vittima”, i quali, tuttavia, erano indubbiamente ostili all’imputato stesso.

Gli Ermellini hanno quindi accolto il ricorso dell’uomo.

Le dichiarazioni della persona offesa, difatti, possono essere poste da sole a fondamento dell’affermazione della penale responsabilità di un imputato solo se viene attentamente verificata la “credibilità soggettiva” della persona offesa e la “attendibilità intrinseca” del suo racconto.

Questo importante controllo di attendibilità del dichiarante deve essere ancora più rigoroso rispetto a quello cui vengono sottoposte le dichiarazioni di un qualsiasi testimone.

Nel caso di specie, affermano gli Ermellini, “a fronte di una così evidente conflittualità tra l’imputato e la persona offesa”, la Corte d’appello non avrebbe dovuto semplicemente richiamare la motivazione della sentenza di primo grado.

Essa avrebbe dovuto verificare nuovamente l’attendibilità delle dichiarazioni della persona offesa.

Ma poiché ciò non era avvenuto, la relativa sentenza, secondo la Cassazione, avrebbe dovuto essere annullata. Ciò considerato, la Cassazione ha accolto il ricorso proposto dall’imputato, rinviando la causa alla Corte d’appello, affinché decidesse nuovamente sulla questione.

 

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perseguitata

Subisce stalking la donna che viene perseguitata dal proprio amante che la minaccia di rivelare al marito la relazione e rovinarle la famiglia

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 38377/2018 ha fornito chiarimenti sul reato di stalking ai danni di una donna perseguitata dal proprio amante.

Per gli Ermellini, il reato è integrato nonostante la donna inviasse messaggi apparentemente affettuosi all’ex. Ma questo unicamente allo scopo di “tenerlo calmo”

La vicenda

La Cassazione si è pronunciata su ricorso di un uomo condannato per stalking nei confronti dell’ex amante. Gli Ermellini, in realtà, si erano già trovati ad analizzare la vicenda e, su istanza del condannato, avevano annullato la sentenza che con cui i giudici di appello lo avevano ritenuto colpevole.

Nel corso della sentenza di annullamento, i giudici di Cassazione avevano richiesto una nuova analisi. Lo scopo era quello di di accertare se gli eventi previsti dalla norma fossero diretta conseguenza della condotta persecutoria dell’agente.

Secondo il ricorrente, i giudici di merito non avevano motivato sulla condotta ambivalente della donna, da lui censurata. A suo avviso, infatti, il fatto che la donna talora lo contattasse non era stato preso in considerazione dai giudici.

In sede di rinvio, tuttavia, la condanna è stata confermata.

Per la Corte territoriale, infatti, tutti i contatti ricercati ossessivamente dall’imputato nei confronti della donna – così perseguitata dal proprio amante – erano stati univocamente rifiutati e osteggiati dalla vittima.

E così, anche i giudici, nuovamente chiamati a pronunciarsi sulla vicenda, hanno rigettato l’impugnazione.

Secondo l’imputato, i giudici a quo non si erano attenuti alla regola di giudizio posta dalla sentenza di annullamento.

Questa infatti richiedeva maggior ponderatezza da parte dell’organo giudicante.

Invece, secondo la Cassazione, questa non può muoversi alcuna censura alla decisione di condanna che, pertanto, assume carattere definitivo.

Come si legge in sentenza, non viola l’obbligo del c.d. giudicato interno il giudice di rinvio che, dopo l’annullamento per vizio di motivazione, pervenga nuovamente all’affermazione di responsabilità dell’imputato sulla scorta di un percorso argomentativo in parte diverso e in parte arricchito rispetto a quello censurato in sede di legittimità.

Nella sentenza emessa in fase di rinvio la Corte d’Appello ha rimarcato un aspetto importante.

Dall’elenco dei messaggi ai quali aveva fatto riferimento proprio la difesa, era emerso che già dall’11 dicembre 2014 la donna perseguitata dal proprio amante avesse deciso di non cercare più l’imputato.

Non solo. Dal 16 febbraio 2015, erano definitivamente cessati i messaggi dal tenore apparentemente affettuoso provenienti dalla donna.

In merito invece al tenore ambivalente dei messaggi della donna, i giudici d’appello hanno loro attribuito il valore di “estremo tentativo della donna di tenere calmo l’ex amante che a partire dal mese di dicembre 2014 aveva iniziato a inviarle frequenti messaggi in cui minacciava di rivelare la relazione al marito e di rovinare lei e la sua famiglia, pedinandola e appostandosi presso la sua casa e sul luogo di lavoro”.

Inoltre era stato appurato che la donna si trovasse in stato di gravissima soggezione nei confronti dell’amante. Questi infatti era stato condannato in via definitiva per episodi di violenza carnale consumata e tentata.

In conclusione, la motivazione fornita dal giudice d’appello dopo il rinvio rispetta la traccia argomentativa imposta dalla sentenza della sezione penale.

Quest’ultima aveva richiesto di riesaminare il nesso di causa tra condotta dell’imputato e il cambiamento di umore e abitudini della vittima.

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