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morte di un congiunto danno biologico

La morte di un prossimo congiunto può causare nei familiari superstiti oltre al danno parentale, anche un danno biologico vero e proprio, in presenza di un’effettiva compromissione dello stato di salute fisica o psichica di chi lo invoca

L’uno e l’altro devono essere oggetto di separata considerazione come elementi del danno non patrimoniale, ma nondimeno suscettibili – in virtù del principio della “onnicomprensività” della liquidazione – di liquidazione unitaria.

La vicenda

I ricorrenti erano gli eredi di un uomo, vittima di un attentato mafioso. In primo grado il Tribunale di Ragusa aveva condannato i convenuti in solido al risarcimento del danno non patrimoniale. Stesso esito in appello, ove la corte d’appello di Catania sebbene in parziale riforma, confermava la decisione di primo grado.

La vicenda è finita in Cassazione ed è stata decisa dalla Terza Sezione Civile, con la sentenza in commento, n. 16909/2019.

Osservavano i ricorrenti che, tanto il giudice di appello quanto il Tribunale avessero fatto riferimento alle Tabelle del Tribunale di Milano, aggiornate al 2014, relative al danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale, senza applicare le contestuali Tabelle aventi ad oggetto il danno biologico iure proprio ed omettendo quindi di riconoscere siffatta voce di danno.

Ebbene, il ricorso è stato accolto perché fondato.

L’accertamento del giudice di appello – affermano gli Ermellini – è limitato al danno non patrimoniale da perdita del legame parentale, come si desume dall’esclusivo riferimento alla relativa voce contemplata dalle Tabelle del Tribunale di Milano al fine della liquidazione del danno non patrimoniale.

Ma come già chiarito dalla Corte di Cassazione, con la sentenza 13 aprile 2018 n. 9196, “gli aspetti o voci di danno non patrimoniale non rientranti nell’ambito del danno biologico, in quanto non conseguenti a lesione psico-fisica, ben possono essere definiti come danno parentale, attenendo alla sfera relazionale della persona, autonomamente e specificamente configurabile allorquando la sofferenza e il dolore non rimangano più allo stato intimo ma evolvano, seppure non in “degenerazioni patologiche” integranti il danno biologico, in pregiudizi concernenti aspetti relazionali della vita, ovvero lo sconvolgimento della vita familiare provocato dalla perdita di un congiunto, poichè il pregiudizio di tipo esistenziale consegue alla lesione dei diritti inviolabili della famiglia (artt. 2, 29 e 30 Cost.)”.

Ai fini dunque, della onnicomprensiva liquidazione del danno non patrimoniale, che tenga conto di tutte le sue modalità di manifestazione, deve tenersi conto non solo del danno parentale, ma anche del danno biologico vero e proprio.

Erroneamente la corte territoriale aveva limitato il giudizio di fatto al piano del danno parentale; cosicché la sentenza impugnata è stata cassata con rinvio, ove il giudice dovrà attenersi al richiamato principio di diritto.

La redazione giuridica

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DANNO BIOLOGICO PERMANENTE: RISARCITA LA MADRE DELL’INFORTUNATO

infortunio sul lavoro

In materia di azione per il risarcimento del danno da infortunio sul lavoro, il raffronto tra risarcimento del danno civilistico e l’indennizzo erogato dall’INAIL va effettuato secondo un computo per poste omogenee

La vicenda

A seguito dell’infortunio sul lavoro occorso ad un dipendente di una società di grandi opere, il Tribunale di Ascoli Piceno riconosceva in favore del danneggiato il risarcimento delle lesioni riportate durante l’esecuzione di alcuni lavori in una galleria in costruzione.

La sentenza trovava conferma anche in appello, specie nella parte in cui accertava la responsabilità della società, poiché la caduta del lavoratore dalla c.d. “muretta” della galleria in costruzione, era avvenuta per mancanza di adeguate protezioni, avuto riguardo alla situazione dei luoghi.

La direzione dei lavori era, infatti, rimasta inottemperante al dovere di approntare cautele atte a prevenire le cadute accidentali mediante apposito corrimano ovvero parapetto di protezione.

Tale omissione integrava il reato di lesioni colpose, da cui la permanenza della responsabilità civile in capo alla datrice di lavoro.

In ordine alla liquidazione del c.d. danno differenziale, la Corte d’appello aveva ravvisato la necessità di procedere alla cd. personalizzazione, “dovuta sia alla penosità che alla lunghezza della inabilità temporanea assoluta e parziale, protrattasi per circa 432 giorni, sia alla necessità del duplice intervento chirurgico, sia infine, alla notevole gravità della lesione al gomito sinistro per gli esiti invalidanti di rilevante portata”.

A tal fine, aveva proceduto prendendo a parametro di riferimento le Tabelle elaborate dal Tribunale di Milano, in uso su tutto il territorio nazionale.

Il ricorso per Cassazione

Ma la vicenda è giunta ugualmente dinanzi ai giudici della Cassazione, a seguito di ricorso ritualmente formulato dal lavoratore danneggiato.

Con l’unico motivo di impugnazione questi lamentava l’errata applicazione della legge in ordine al calcolo del cd. differenziale.

Ed invero, la corte territoriale aveva detratto dall’ammontare del risarcimento complessivamente calcolato, anche l’importo versato dall’INAIL a titolo di indennizzo giornaliero per invalidità temporanea. Cosi facendo, a detta del ricorrente –  “sarebbe stato detratto dal complesso del danno biologico dovuto per le lesioni subite, non soltanto quanto al medesimo titolo viene corrisposto dall’INAIL, ma anche quanto ricevuto dal danneggiato a diverso titolo e cioè a titolo assistenziale o retributivo”.

Al contrario, sosteneva che da una lettura costituzionalmente orientata del D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 10, comma 7, alla luce del D.Lgs. n. 209 del 2005, e delle sentenze delle Sezioni Unite del 2008 avrebbe dovuto escludersi che, ai fini del calcolo del danno differenziale, potessero essere detratte le voci che sono estranee al danno biologico e che hanno natura e funzione del tutto differente.

La pronuncia della Cassazione sul calcolo del danno differenziale

I giudici del Supremo Collegio hanno accolto la tesi sostenuta dal ricorrente: la Corte di appello aveva sostanzialmente disatteso il criterio del calcolo del c.d. danno differenziale per voci distinte ed omogenee ritenendo di fare applicazione del criterio di calcolo per voci complessive, ovvero per sommatoria.

Era emerso, infatti che, una volta quantificato il danno civilistico, aveva detratto tutto quanto liquidato al lavoratore dall’INAIL a qualsiasi titolo, nell’ambito della tutela riservata al lavoratore infortunato, ivi comprese le somme erogate per indennità giornaliera da inabilità temporanea ex art. 66, comma 1, n. 1, dello stesso decreto.

Il danno differenziale: definizione e calcolo

Secondo il più recente indirizzo giurisprudenziale, il danno differenziale (c.d. quantitativo per distinguerlo da quello qualitativo o complementare, cfr. Cass. n. 9166 del 2017), è costituito dal surplus di risarcimento dei medesimi pregiudizi oggetto di tutela indennitaria INAIL e in presenza dei presupposti di esclusione dell’esonero del datore di lavoro (“permane la responsabilità civile a carico di coloro che hanno riportato condanna penale per il fatto dal quale l’infortunio è derivato…”, D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 10, comma 2).

«Tale danno, coerentemente alla struttura bipolare del danno-conseguenza, è determinato secondo un computo per poste omogenee, vale a dire che dalle singole componenti, patrimoniale e biologico, di danno civilistico spettante al lavoratore devono essere detratte distintamente le indennità erogate dall’INAIL per ciascuno dei suddetti pregiudizi».

È stato affermato, ad esempio, come dall’ammontare complessivo del danno biologico deve detrarsi non già il valore capitale dell’intera rendita costituita dall’INAIL, ma solo il valore capitale della quota di essa destinata a ristorare, in forza del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13, il danno biologico, con esclusione, invece, della quota rapportata (per menomazioni di grado pari o superiore al 16%) alla retribuzione ed alla capacità lavorativa dell’assicurato, volta all’indennizzo del danno patrimoniale (Cass. n. 20807 del 2016, n. 13222 del 2015).

La valutazione del giudice di merito

«In altre parole, una volta stabilito che, in relazione all’evento lesivo, ricorrono le condizioni soggettive ed oggettive per la tutela obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali stabilite dal D.P.R. n. 1124 del 1965, ai fini della determinazione del risarcimento del danno, in sede giudiziale occorrerà procedere, anche di ufficio, alla verifica dell’applicabilità dell’art. 10, del decreto citato, ossia all’individuazione dei danni richiesti che non siano riconducibili alla copertura assicurativa (c.d. “danni complementari”), da risarcire secondo le comuni regole della responsabilità civile.

Ove poi siano dedotte in fatto dal lavoratore anche circostanze integranti gli estremi di un reato perseguibile di ufficio, il giudice potrà pervenire alla determinazione dell’eventuale danno differenziale, valutando il complessivo valore monetario del danno civilistico secondo i criteri comuni, con le indispensabili personalizzazioni, dal quale detrarre quanto indennizzabile dall’INAIL, in base ai parametri legali, in relazione alle medesime componenti del danno, distinguendo, altresì, tra danno patrimoniale e danno non patrimoniale, ed a tale ultimo accertamento procederà pure dove non sia specificata la superiorità del danno civilistico in confronto all’indennizzo, ed anche se l’Istituto non abbia in concreto provveduto all’indennizzo stesso» (Cass. n. 9166 del 2017).

Il raffronto risarcimento del danno civilistico e indennizzo erogato dall’INAIL

In sintesi, «il raffronto tra risarcimento del danno civilistico e indennizzo erogato dall’INAIL va effettuato secondo un computo per poste omogenee, occorrendo dapprima distinguere le due categorie di danno (patrimoniale e non patrimoniale).

Il danno patrimoniale, calcolato secondo i criteri civilistici, va comparato alla quota INAIL rapportata alla retribuzione ed alla capacità lavorativa specifica dell’assicurato (volta all’indennizzo del danno patrimoniale).

Dal danno non patrimoniale, effettuato il calcolo secondo i criteri civilistici, vanno dapprima espunte le voci escluse dalla copertura assicurativa (danno morale e danno biologico temporaneo) e poi, dall’ammontare complessivo del danno non patrimoniale così ricavato (corrispondente al danno biologico), va detratto non già il valore capitale dell’intera rendita costituita dall’INAIL, ma solo il valore capitale della quota della rendita INAIL destinata a ristorale, in forza del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13, il danno biologico stesso».

La redazione giuridica

 

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LEGITTIMO REGISTRARE LE CONVERSAZIONI DEI COLLEGHI A LORO INSAPUTA

I giudici della Cassazione hanno accolto la richiesta dei figli della vittima di un incidente stradale, al risarcimento del danno corrispondente alla loro sofferenza interna e al peggioramento delle abitudini di vita quotidiana

La vicenda

I congiunti della vittima di un incidente stradale avevano citato in giudizio, il responsabile del sinistro e la sua assicurazione, al fine di conseguire il ristoro dei danni derivati all’interno del nucleo familiare, a causa di tale evento.
La vittima aveva dichiarato di essere stato travolto dall’autovettura condotta dal convenuto, il quale nell’eseguire una manovra di conversione a sinistra, ometteva di dargli la precedenza, mentre stava sopraggiungendo a bordo del suo ciclomotore, nell’opposto senso di marcia.
Nel corso del giudizio di primo grado, interveniva volontariamente l’INAIL, rilevando di aver erogato, a favore dei ricorrenti, le prestazioni di legge, essendo l’infortunio avvenuto “in itinere” .

Il processo di merito

Il Tribunale di primo grado, aveva ritenuto il danneggiante responsabile al 70% nella causazione del sinistro e perciò aveva riconosciuto alla vittima, un danno biologico permanente del 67% che liquidava secondo le tabelle milanesi, operandone una personalizzazione nella misura del 25% e una ulteriore del 30%, ai sensi dell’art. 138 cod. assicurazioni, e ciò per l’accertata rilevante incidenza delle gravi lesioni sugli aspetti dinamico-relazionali personali.
Il Tribunale gli aveva riconosciuto anche il danno patrimoniale per perdita delle indennità specifiche connesse alla mansione di infermiere di corsia, precedentemente svolte, nonché di quello derivante per le spese di acquisito di un’autovettura nuova con comandi speciali e, per le prestazioni mediche eseguite, liquidando complessivamente, un danno differenziale pari a 559.149 euro, detratto già quanto erogato dall’INAIL.
Alla moglie era, invece, stato riconosciuto il danno retributivo e pensionistico nella somma di 627.000 euro circa, posto che la stessa, a causa del grave infortunio riportato dal marito, era stata costretta a trasformare il proprio rapporto di lavoro da “full time” a “part time”, in ragione della necessità di attendere alla gestione della propria famiglia composta da tre figli.
Alla medesima e ai figli, era stato inoltre, liquidato il danno non patrimoniale, stimato rispettivamente nella misura di 21.043 euro alla prima e 10.000 euro, per ciascuno dei figli.
Tuttavia, all’esito del giudizio d’appello, proposto dalle parti soccombenti, la corte territoriale, escludeva l’aumento del 30% del danno biologico liquidato dal giudice di primo grado, negando l’applicazione dell’art. 138 cod. assicurazione e, comunque ritenendo già esaustiva la personalizzazione del 25%.
Disconosceva, inoltre, sulla voce del danno patrimoniale quella relativa alle perdite delle indennità speciali tipiche delle mansioni di infermiere di corsia. Rideterminava l’ammontare del danno patrimoniale in 10.000 euro, mentre escludeva tale voce di danno per i figli minori, sul presupposto che le menomazioni subite dal genitore non avessero determinato la compromissione della relazione dello stesso intrattenuta con i figli.

Il punto è stato oggetto, tra gli altri, di pronuncia della Cassazione.

In via preliminare i giudici della Suprema Corte hanno ribadito che “in presenza di un danno alla salute, non costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione d’una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno biologico, e d’una ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi che non hanno fondamento medico-legale, perché non aventi base organica ed estranei dalla determinazione del gradi percentuale di invalidità permanente, rappresentati dalla sofferenza interiore (quali, ad esempio, il dolore dell’animo, la vergogna, la disistima di sé la paura, la disperazione)”, perciò, “ove sia correttamente dedotta ed adeguatamente provata l’esistenza d’uno di tali pregiudizi non aventi base medico-legale, essi dovranno formare oggetti di separata valutazione e liquidazione”.
Il presupposto di tale affermazione è la constatazione che “la lesione della salute risarcibile” si indentifica “nella compromissione delle abilità della vittima nello svolgimento delle attività quotidiane tutte, nessuna esclusa: dal fare, all’essere, all’apparire; sicché, lungi dal potersi affermare “che il danno alla salute comprenda il pregiudizio dinamico-relazionali” dovrà dirsi “piuttosto che il danno alla salute è un danno dinamico relazionale”, giacché, se “non avesse conseguenze dinamico relazionali, la lesione alla salute non sarebbe nemmeno un danno medico legalmente apprezzabile e giuridicamente risarcibile.
Ne deriva che “l’incidenza d’una menomazione permanente sulle quotidiane attività «dinamico-relazionali» della vittima non è affatto un danno diverso dal danno biologico, restando, però, inteso che, in presenza di una lesione alla salute, potranno sì aversi le “conseguenze dannose più diverse ma tutte inquadrabili in due gruppi, cioè: a) conseguenze necessariamente comuni a tutte le persone che dovessero patire quel particolare tipo di invalidità; b) conseguenze peculiari del caso concreto, che abbiano reso il pregiudizio patito dalla vittima diverso e maggiore rispetto a casi consimili”.
Ebbene, entrambe costituiscono un danno non patrimoniale, ma se la liquidazione del primo presuppone la mera dimostrazione dell’esistenza dell’invalidità; la liquidazione delle seconde esige la priva concreta dell’effettivo (e maggiore) pregiudizio sofferto.
Anche la perduta possibilità di continuare a svolgere qualsiasi attività, in conseguenza di una lesione alla salute, non sfugge a questo schema e pertanto o è una conseguenza “normale” e allora si terrà per pagata con la liquidazione del danno biologico; o è una conseguenza peculiare e allora, dovrà essere risarcita, adeguatamente, aumentando la stima del danno biologico, attraverso la sua “personalizzazione”.
Sul punto, i giudici della Cassazione hanno ritenuto corretta le decisioni della corte di merito di escludere la doppia personalizzazione del danno biologico, già aumentata del 25%.

Il danno futuro

A causa del grave incidente, il danneggiato era stato costretto ad abbandonare l’attività di infermiere di corsia, precedentemente svolta.
Ebbene, la Cassazione ha più volte ribadito che “chi causa un danno futuro è in mora dal giorno del fatto illecito, ai sensi dell’art. 1219 c.c, per il pagamento del relativo risarcimento; tale mora andrà calcolata sul credito risarcitorio scontato e reso attuale, ma andrà pur sempre calcolata con decorrenza dalla data dell’illecito.
Si tratta di un credito di valore come tale soggetto a “cumulo” di rivalutazione ed interessi che dovranno essere calcolati con rivalutazione annua sino alla data della decisione.
Ed invero, ai fini di “un integrale risarcimento del danno conseguente al fatto illecito sono dovuti sia la rivalutazione della somma liquidata ai valori attuali, al fine di rendere effettiva la reintegrazione patrimoniale del danneggiato, che deve essere adeguata al mutato valore del denaro nel momento in cui è emanata la pronuncia giudiziale, sia gli interessi compensativi sulla predetta somma, che sono rivolti a compensare il pregiudizio derivante al creditore dal ritardato conseguimento dell’equivalente pecuniario del danno subito.”

Il danno non patrimoniale ai figli della vittima

La corte d’appello, all’esito del giudizio di secondo grado aveva escluso l’ulteriore pregiudizio subito dai figli della vittima, affermando che essi non avrebbero “subito alcun pregiudizio relazionale nel rapporto con il padre, giacché costui “seppure con modalità diverse, avrebbe continuato ad interagire e a condividere con loro le attività scolastiche ed extrascolastiche, oltre a quelle più prettamente famigliari”.
Ma per i giudici della Cassazione, tale affermazione non è corretta. Ed in effetti, essa trascurava di dare spazio al riconoscimento del danno non patrimoniale visto nella sua dimensione di “sofferenza interna”.
Del resto, la stessa giurisprudenza di legittimità ha più volte affermato che: “in tema di risarcimento del danno ai prossimi congiunti di persona che abbia subito, a causa di fatto illecito costituente reato, lesioni personali, spetta a costoro anche il risarcimento del danno morale concretamente accertato in relazione ad una particolare situazione affettiva della vittima”. A tal proposito, il giudice di merito deve rigorosamente valutare, sul piano della prova, tanto l’aspetto interiore del danno (danno morale), quanto il suo impatto modificativo in pejus con la vita quotidiana (danno esistenziale), atteso che in questo caso, oggetto dell’accertamento e della quantificazione del danno risarcibile è la sofferenza umana conseguente alla lesione di un diritto costituzionalmente protetto.
Ebbene tale accertamento, la corte di merito l’aveva completamente omesso, concentrandosi sugli aspetti dinamico-relazionali del più ampio pregiudizio non patrimoniale lamentato dai figli della vittima.
Per tali motivi, la sentenza impugnata è stata parzialmente cassata con rinvio alla corte territoriale per un nuovo esame di merito.

La redazione giuridica

 
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Risarcimento del danno differenziale? Il giudice deve scorporare il danno biologico dal danno patrimoniale da perdita della capacità lavorativa dell’infortunato

E’ noto che con il termine danno differenziale si intenda la differenza tra la somma erogata dall’INAIL a titolo di indennizzo e la somma che spetterebbe al lavoratore, vittima di infortunio sul lavoro, in base alle tabelle normalmente applicate in tema di liquidazione del danno biologico. Tale voce di danno è a carico del datore di lavoro.
Viene facile comprendere come le due entità siano sostanzialmente diverse, posto che diversa è la loro natura. L’importo erogato dall’INAIL ha natura indennitaria e, in quanto tale, ha come scopo non il ristoro tout court del danno ma quello di garantire un sostegno sociale all’infortunato. La somma erogata a titolo di responsabilità civile risponde, invece, all’esigenza di risarcire integralmente il danneggiato e riportarlo allo status quo ante l’infortunio.

La vicenda

Quasi 65.000 euro, il risarcimento riconosciuto ad un dipendente della società convenuta in giudizio, per i danni riportati a seguito dell’infortunio occorso sul lavoro.
La sentenza, pronunciata dalla corte di Appello di Roma, aveva riconosciuto al lavoratore, anche il diritto al danno non patrimoniale, determinato in applicazione delle tabelle milanesi, tenuto conto del grado di invalidità, quantificato dal CTU, e dell’età del ricorrente (45 anni al momento dell’incidente); e personalizzata (in aumento) in vista della gravità del sinistro e dei postumi permanenti riportati.
Da tale somma, la corte territoriale aveva detratto l’importo della rendita capitalizzata corrisposta dall’INAIL.
Ebbene, proprio su questo punto si snoda il ricorso per Cassazione presentato dal lavoratore infortunato contro la decisione di merito.
Nella specie, Corte territoriale aveva provveduto a decurtare l’intera rendita erogata dall’INAIL dall’ammontare del danno civilistico, rendita che, in quanto corrispondente ad una menomazione stimata dall’Istituto nella misura del 29%, era comprensiva per legge sia dell’indennità per il danno biologico sia dell’indennità per il danno patrimoniale, per cui – a detta del ricorrente –  il mancato distinguo tra i due valori, non omogenei, avrebbe determinato una “illegittima e ingiustificata erosione del risarcimento a lui spettante a titolo di danno non patrimoniale differenziale”, con violazione dell’art. 2059 c.c. e del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13.

La pronuncia della Cassazione

In tema di liquidazione del danno biologico cd. differenziale, di cui il datore di lavoro è chiamato a rispondere nei casi in cui opera la copertura assicurativa INAIL in termini coerenti con la struttura bipolare del danno-conseguenza, va operato un computo per poste omogenee, sicché, dall’ammontare complessivo del danno biologico, va detratto non già il valore capitale dell’intera rendita costituita dall’INAIL, ma solo il valore capitale della quota di essa destinata a ristorare, in forza del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13, il danno biologico stesso, con esclusione, invece, della quota rapportata alla retribuzione ed alla capacità lavorativa specifica dell’assicurato, volta all’indennizzo del danno patrimoniale“.
Laddove quindi, come nel caso in esame, l’INAIL abbia erogato in relazione all’infortunio una rendita mensile vitalizia per un danno superiore al 16%, l’indennizzo, per espressa previsione legislativa, assume necessariamente un duplice contenuto perché quell’importo è destinato a compensare sia il danno biologico, sia il danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro e di guadagno.
Di conseguenza, il giudice deve scorporare tali somme dal danno differenziale anche nel caso in cui INAIL non abbia ancora in concreto, provveduto ad erogare il citato ristoro (cfr. Cass. n. 9166 del 2017).
La sentenza impugnata, tuttavia, non si era attenuta a tale principio di diritto, avendo determinato il credito residuo del danneggiato nei confronti del datore di lavoro responsabile senza indicare il valore capitale della sola quota di rendita erogata dall’INAIL per indennizzare il danno biologico.
Per queste ragioni, la decisione impugnata è stata cassata con rinvio al giudice di merito per un nuovo esame, conformemente al principio di diritto sopra citato.

Lo ius superveniens

Peraltro, chiariscono i giudici della Suprema Corte, su tale conclusione non spiega effetti lo ius superveniens rappresentato dalla L. n. 145 del 2018, art. 1, comma 1126, che ha modificato il D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 10, avendo la stessa giurisprudenza di legittimità già sancito il principio secondo cui dette modifiche “non possono trovare applicazione in riferimento agli infortuni sul lavoro verificatisi e alle malattie professionali denunciate prima dell’1.1.2019″.

La redazione giuridica

 
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RISCHIO ELETTIVO DEL LAVORATORE: E’ INDENNIZZABILE L’INFORTUNIO?

Cardiopatico muore dopo otto mesi dall’incidente nel quale era rimasto coinvolto, ma a detta del CTU tale evento aveva certamente aumentato la possibilità del suo decesso; tale possibilità ha dato il diritto agli eredi di ottenere il risarcimento del danno da perdita di chance

Ma come si calcola tale voce di danno, considerato che la vittima era un soggetto cardiopatico e con svariate patologie pregresse all’incidente? La risposta è contenuta nella sentenza in commento (Tribunale di Vicenza n. 107/2019).

La vicenda

Con atto di citazione gli attori agivano in giudizio al fine di ottenere il ristoro di tutti i danni, ivi compreso quelli da perdita di chances, patiti in proprio e in qualità di eredi del proprio congiunto, deceduto a seguito di un sinistro stradale.
Gli attori dichiaravano che la vittima, rispettivamente padre e marito, all’epoca dei fatti 59enne, si trovava in sella al proprio motociclo, transitando per le vie cittadine, quando all’improvviso veniva colpito al fianco destro dalla banna, tenuta alzata ad altezza d’uomo, de una macchina operatrice, di proprietà della ditta convenuta in giudizio e guidata da un suo dipendente.
La ricostruzione degli eventi era stata confermata anche dall’autore del sinistro, il quale aveva dichiarato che nell’effettuare una manovra di immissione su una via con svolta a sinistra, aveva colposamente omesso di concedere la dovuta precedenza al ciclomotore, per poi colpirlo.
Attesa la gravità delle lesioni, la vittima fu costretta in Ospedale per circa quattro mesi, proseguendo poi le terapie in day hospital, fino alla morte improvvisa, sopravvenuta mentre si trovava nella propria abitazione.
Nel giudizio di primo grado davanti al Tribunale di Vicenza era stato possibile ricostruire la dinamica del sinistro e accertare la responsabilità del conducente del mezzo.
Quanto ai danni lamentati dagli attori, il CTU aveva evidenziato che il danneggiato soffriva di svariate patologie preesistenti, quali la cardiopatia ischemica ipertesiva, l’ipertensione arteriosa da 20 anni (in terapia farmacologica), il diabete in terapia e l’obesità in pregresso intervento di bendaggio gastrico.
A seguito dell’incidente aveva subito un trauma toracico con lacerazione polmonare; insufficienza respiratoria, fratture costali, shock settico e fu sottoposto a molteplici interventi chirurgici.

La morte, improvvisa, tuttavia si era verificata otto mesi dopo l’incidente.

Doveva perciò, escludersi il fattore causale del sinistro rispetto al decesso; eppure nella relazione del consulente tecnico si leggeva che “tenuto conto della rilevante entità del trauma riportato a seguito del sinistro, con correlata lunga degenza (protrattasi per quasi 5 mesi) che hanno certamente avuto effetti negativi sul sistema cardio-vascolare del soggetto, già particolarmente compromesso dalle concorrenti patologie, risulta prospettabile la sussistenza di danno sostanziato dall’ipotesi di perdita di chances di sopravvivenza, di difficile quantificazione a fronte delle importanti pre-esistenze patologiche e dal lungo intervallo di tempo tra sinistro e decessi (circa 8 mesi, di cui quasi 4 mesi  tra ultima dimissione ospedaliera e decesso), collocandosi pertanto in un range compreso tra il 20 e il 40%”.
In altre parole, a venire in rilevo non era tanto l’incidenza causale tra il sinistro e il decesso, quanto tra l’impatto e la possibilità che la vittima subisse un infarto.
Si tratta cioè, di un bene giuridico ontologicamente diverso dal bene vita e dal bene salute, ma neppure di un danno da perdita anticipata della vita e conseguentemente del rapporto parentale.
Infatti il perito non accenna mai al fatto che, a causa del sinistro, vi sia stata una anticipazione dell’evento morte, bensì solo che lo stesso abbia posto le basi per un aumento di possibilità che il decesso, per morte improvvisa, avvenisse.

La perdita di chance

Come noto, la Cassazione ha ammesso la risarcibilità della perdita di chance, intesa quale «concreta ed effettiva occasione favorevole di conseguire un determinato bene», enunciando che «non è una mera aspettativa di fatto ma un’entità patrimoniale a sé stante, giuridicamente ed economicamente suscettibile d’autonoma valutazione, onde della sua perdita deve essere provata la sussistenza» (Cass. civ. Sez. II. n. 3999/2003).
Di maggiore interesse, ai fini della soluzione al caso in esame, risulta la risarcibilità del danno da perdita di chance con riferimento a interessi di natura non patrimoniale, quali la salute, l’integrità fisica e la vita del paziente.
In materia di responsabilità medica è stato affermato che è ammissibile il risarcimento del danno da perdita di chance quando “in presenza di fattori di rischio, l’inadempimento della prestazione sanitaria, aggrava la possibilità che l’esito negativo si produca”.
Ebbene, nel caso in esame, pur non trattandosi di responsabilità medica, l’evento dannoso costituito dal sinistro, aveva apprestato un fattore di rischio ulteriore nella causazione del decesso, ma non nel senso di aver causato una perdita anticipata della vita, bensì solo che lo stesso abbia aumentato il rischio di verificazione dell’evento mortale.

La quantificazione del danno

Per tali ragioni, per il Tribunale vicentino, il risarcimento non può essere proporzionale al “risultato perduto” ma commisurato, in via equitativa, alla “possibilità perduta” di realizzarlo (intesa quale evento di danno rappresentato in via diretta ed immediata dalla minore durata della vita e/o dalla peggiore qualità della stessa).
Ebbene, tale possibilità per integrare gli estremi del danno risarcibile, deve necessariamente attingere ai parametri della apprezzabilità, serietà e consistenza, oltre all’analisi del caso concreto.
E’ così il l’adito giudice ha condiviso la soluzione prospettata dal CTU, posto che l’individuato range del 20-40% costituisce una base fondata per ritenere sussistente un collegamento causale, alla stregua del più probabile che non.
D’altra parte, il valore complessivo (100%) del benessere fisio-psichico di un uomo di 59 anni (età della vittima al momento del sinistro) è stimato dalle tabelle milanesi per il risarcimento del danno alla salute, in €865.742, 00.
E se il range individuato dal perito è quello del 20-40% è equo liquidare il danno nella misura di 173.148,40, ossia il 20% dell’importo totale
Il Tribunale vicentino, ha ritenuto opportuno applicare la misura del 20% posto che la vittima, al momento del sinistro, era affetta da un quadro clinico piuttosto critico.

La redazione giuridica

 
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CASALINGA VITTIMA DI UN INCIDENTE: RICONOSCIUTO IL DANNO DA PERDITA DI CHANCE

511.404,79 euro, oltre rivalutazione monetaria, interessi e spese di lite, la somma richiesta, a titolo di risarcimento danni, dal paziente costretto a vivere per otto anni, con tre clips metalliche “dimenticate” nell’addome a seguito di un intervento chirurgico

La vicenda

Una radiografia aveva confermato l’esistenza di oggetti metallici all’altezza della III vertebra lombare. Nel 2006 fu sottoposto ad intervento per la rimozione dell’ultima delle tre clips.
Si trattava di graffette al titanio, aperte in regione pelvica che gli provocavano costanti dolori.
Dopo un periodo di discreto benessere post operatorio, in cui l’attore poté riprendere la propria attività lavorativa, a partire dalla fine di luglio 2007, ricomparvero forti sensazioni dolorose.
A detta del paziente esse erano senz’altro riconducili alla presenza, per ben otto anni, di quei corpi estranei nel proprio addome.
Nonostante le molteplici cure e le diverse indagini da parte di medici specialisti i dolori, dal 2007, non erano più cessati, con progressiva compromissione della capacità di svolgere la propria attività lavorativa di artigiano muratore, intrapresa nel 1982, e poi abbandonata per ragioni di salute nel 2006.

Di qui il ricorso dinanzi al Tribunale di Monza al fine di ottenere il risarcimento di tutti i danni psico-fisici conseguenti a tale evento.

Quanto all’insorgenza dei danni di natura psichica, l’adito tribunale ha ritenuto non sufficientemente assolto da parte del ricorrente, l’onere della prova, su di lui incombente, relativo alla sussistenza di un nesso di causalità fra le sue attuali condizioni di minorata salute e la pregressa presenza di clips aperte. Oltre al dato temporale, che aveva avuto un peso certamente significativo, il CTU aveva fornito ulteriori indicazioni nel senso dell’assenza di prova che la sintomatologia dolorosa lamentata, fosse causalmente correlata alla passata presenza delle clips: tra queste vi era senz’altro il fatto che le sedi ove il paziente avvertiva il dolore non coincidevano con le sedi di dislocazione delle clips né con sedi da cui il dolore avrebbe potuto irradiarsi per il tramite di irritazione nervosa.

E’ stata, invece, riconosciuta la lesione di natura fisica.

A tal proposito, il Tribunale di Monza ha riconosciuto il danno permanente di natura biologica valutato complessivamente (nella sua componente prettamente fisica e in quella psichica) nella misura del 5% e liquidato, utilizzando come Tabella di riferimento, quella elaborata dall’Osservatorio Civile presso il Tribunale di Milano del 2018.
Per tale operazione sono stati utilizzati i seguenti criteri: età del danneggiato alla data del sinistro, la percentuale di invalidità permanente, per un complessivo danno risarcibile di 7.529,00 euro aumentato del 50% (per un totale di Euro 11.294,00).
Per il giudice adito, la personalizzazione del danno nella misura massima del 50% era certamente congrua considerate le seguenti circostanze: il dolore percepito dall’attore era stato assimilato a coliche renali o lesioni vertebrali, notoriamente patologie molto dolorose, o all’esistenza di una neoplasia (il cui sospetto è indubbiamente preoccupante per il paziente), ovvero ad una patologia di tipo androgino (con riflessi anche sulla vita sessuale).
D’altra parte lo stesso CTU aveva descritto l’iter seguito dal paziente dopo il primo intervento del 1998, come un “calvario”; per cui l’aver attuato la personalizzazione nella misura massima risultava la scelta più congrua.

Sul danno biologico di natura temporanea

Il giudice di primo grado ha anche riconosciuto la sussistenza di un danno da invalidità temporanea per tutto il periodo di permanenza delle clips nel corpo del paziente, sin dall’operazione chirurgica eseguita nel 1998, alla rimozione dell’ultima clips intervenuta nel 2006, per un totale di 2871 giorni.
A questo titolo è stata liquidata la somma di Euro 34.452.
«Che tale quantificazione sia del tutto inusuale, il Tribunale ne è ben consapevole» – così si legge in sentenza.
«Nondimeno, ha aggiunto l’adito giudice – la stessa appare l’unica soluzione che consenta di risarcire realmente il danno verificatosi in questo caso, altrettanto inusuale, nel lungo periodo in cui il paziente abbia sofferto per ben otto anni, la presenza di corpi estranei appuntiti “in migrazione” in varie sedi di organi interni – nonostante si sia rivolto a plurimi specialisti anche della stessa struttura convenuta e si sia sottoposto a plurime indagini diagnostiche ed abbia in modo coerente ricercato una soluzione al dolore sentito nell’area addominale. In altri termini, per otto anni le sue condizioni fisiche non si sono stabilizzate, né potevano stabilizzarsi, perché erano dovute non ad una malattia bensì alla presenza di corpi estranei; sarebbe perciò, paradossale addebitare al ricorrente il fatto che il danno di natura temporanea si sia protratto per una durata abnorme, quando ha fatto il possibile per limitarla”.
Non appare giustificato non riconoscergli l’esistenza di una sofferenza fisica perdurante per otto anni, in nome di una “prassi liquidatoria” non codificata».
«Paradossale e non aderente alla fattispecie concreta in quanto è proprio l’abnorme protrarsi di una situazione di dolore che ha poi causato il danno permanente di natura psichica constato dal CTU. In altri termini, se la struttura convenuta avesse riscontrato la presenza delle Clips entro pochi mesi dalla loro presenza e le avesse rimosse, è verosimile che il ricorrente ormai sarebbe pienamente guarito ed avrebbe dimenticato tutta la vicenda».

L’insegnamento delle sentenze di San Martino

A tal proposito, le Sezioni Unite della Cassazione nelle note sentenze cd. di San Martino, hanno proprio richiamato i giudici di merito alla necessità di risarcire tutto il danno e non effettuare duplicazioni, quindi alla necessità di aderire strettamente alla fattispecie concreta.
Riconoscere un lungo periodo di inabilità temporanea è certamente un criterio inusuale di liquidazione ma il Tribunale di Monza ha ritenuto che esso fosse l’unico criterio possibile, realmente aderente alle circostanze concrete del caso in esame, decisamente fuori dal comune.
E’ stato anche liquidato il danno da temporanea diminuita integrità fisica, quantificato nella misura di 120 euro al giorno, nonché il non lieve disagio psicologico derivato dalla mancata diagnosi e dalla continua variazione di prospettive e cure mediche per quasi dieci anni.
In definitiva, il paziente ha ottenuto un risarcimento del danno di natura non patrimoniale (biologico permanente, cd. personalizzazione, biologico temporaneo) pari ad euro 48.915,50.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 
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danno terminale

Secondo recente giurisprudenza, il danno terminale catastrofale o catastrofico è il danno consistente nella sofferenza patita dalla vittima, che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita

Pertanto, la liquidazione della componente del danno catastrofico non può avvenire mediante “la meccanica applicazione dei criteri contenuti nelle tabelle milanesi che, per quanto dettagliate, nella generalità dei casi, sono predisposte per la liquidazione del danno biologico o delle invalidità, temporanee o permanenti, di soggetti che sopravvivono all’evento dannoso”.

La vicenda

La Corte d’appello di Ancona aveva accertato l’esposizione alle polveri di amianto e la sussistenza del nesso causale tra l’attività lavorativa di quattro lavoratori, poi deceduti, e il mesotelioma pleurico che ne aveva provocato la morte.

In particolare, aveva rilevato quale elemento presuntivo ai fini del nesso causale, la circostanza che nel medesimo complesso produttivo si fossero verificati numerosi altri decessi per la medesima patologia, in relazione ai quali erano in corso procedimenti penali.

Ed invero, la società convenuta non aveva dimostrato, ai sensi dell’art. 2087 c.c., di aver adottato tutte le misure necessarie, secondo la particolarità del lavoro svolto a tutelare l’integrità fisica dei dipendenti; ma si era, piuttosto limitata ad asserire l’assenza di una condotta colposa ad essa imputabile, e del nesso causale tra la malattia e il decesso dei dipendenti.

Seguiva, pertanto, il legittimo riconoscimento del diritto al risarcimento del danno jure hereditatis ai congiunti delle vittime che tuttavia, la Corte d’appello aveva liquidato in maniera identica per tutti e quattro i lavoratori deceduti.

Il ricorso per Cassazione

Cosicché gli originari ricorrenti decidevano di ricorrere ai giudici della Suprema Corte di Cassazione.

La decisione impugnata, a loro detta, sarebbe stata viziata in punto di quantificazione del danno iure hereditatis, per due ragioni: la prima perché avrebbe fatto applicazione delle tabelle del Tribunale di Roma, anziché quelle del Tribunale di Milano, da loro espressamente richieste, risultando le prime in fatto penalizzanti e, in secondo luogo per aver disposto un risarcimento assolutamente identico per tutte e quattro le vittime.

E il motivo è stato accolto per le ragioni che seguono.

Alcuni chiarimenti in materia di risarcimento del danno iure hereditatis

Con la sentenza n. 15350 del 2015 le Sezioni Unite della Cassazione, sulla base della premessa che, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente è costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, hanno stabilito che deve escludersi la risarcibilità iure hereditatis di tale pregiudizio, in ragione dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio.

Detto in altri termini, la perdita del bene vita, non può tradursi nel contestuale acquisto al patrimonio della vittima di un corrispondente diritto al risarcimento, trasferibile agli eredi.

E’ invece, trasmissibile iure hereditatis il danno non patrimoniale nelle due componenti del danno biologico “terminale”, cioè di danno biologico da invalidità temporanea assoluta, configurabile in capo alla vittima, nell’ipotesi in cui la morte sopravvenga dopo apprezzabile lasso di tempo dall’evento lesivo e il danno morale “terminale o catastrofale o catastrofico”, ossia il danno consistente nella sofferenza patita dalla vittima, che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita, quando vi sia la prova della sussistenza di un suo stato di coscienza nell’intervallo tra l’evento lesivo e la morte, con conseguente acquisizione di una pretesa risarcitoria trasmissibile agli eredi.

La liquidazione del danno catastrofico

Mentre per la componente del danno biologico la liquidazione ben può essere effettuata sulla base delle tabelle relative all’invalidità temporanea, per la seconda componente, avente natura affatto peculiare, la liquidazione deve affidarsi ad un criterio equitativo puro, che sappia cioè, tener conto della enormità del pregiudizio arrecato.

Il danno alla salute- affermano i giudici della Cassazione – se pure temporaneo, deve considerarsi massimo nella sua entità quando la relativa lesione è talmente elevata da non essere suscettibile di recupero e da esitare nella morte.

Di tale esito infausto, deve tenersi conto e non può certo ritenersi sufficiente, per la liquidazione della componente del danno catastrofico, la meccanica applicazione di criteri contenuti in tabelle che, per quanto dettagliate, nella generalità dei casi sono predisposte per la liquidazione del danno biologico o delle invalidità, temporanee o permanenti, di soggetti che sopravvivono all’evento dannoso.

La censura degli eredi delle vittime di amianto ha, pertanto, colto nel segno.

La Corte d’appello aveva fatto cattiva applicazione dei principi di diritto poc’anzi richiamati, avendo liquidato il danno spettante iure hereditatis definendolo come danno da morte o da perdita della vita ed avendo, perciò, rapportato tale danno non alla menomazione temporanea dell’integrità psicofisica patita dai lavoratori poi deceduti, per il periodo di tempo dalla diagnosi al decesso, bensì alla invalidità permanente totale dei medesimi, come se essi fossero sopravvissuti alla malattia per il tempo corrispondente alla loro ordinaria speranza di vita.

Non solo, ma la sentenza impugnata aveva operato una quantificazione del danno identica per tutti e quattro i lavoratori deceduti, senza calibrare il risarcimento in base alle caratteristiche dei singoli casi concreti, tenendo conto, ad esempio, dell’età di ciascuno, della durata della malattia che ha condotto al decesso della concreta gravità e penosità della stessa.

Insomma, errori che andavano censurati.

Cosicché i giudici della Cassazione hanno chiuso il giudizio, ricordando che “l’esigenza di uniformità di trattamento nella liquidazione del danno non patrimoniale, che la giurisprudenza di legittimità, ritiene garantita dal riferimento alle tabelle milanesi, non esclude ma anzi presuppone che la misura del risarcimento sia adeguata alle variabili dei singoli casi concreti, come deve esigersi in applicazione del principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost”.

La redazione giuridica

 

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danno terminale

Secondo recente giurisprudenza, il danno terminale catastrofale o catastrofico è il danno consistente nella sofferenza patita dalla vittima, che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita

Pertanto, la liquidazione della componente del danno catastrofico non può avvenire mediante “la meccanica applicazione dei criteri contenuti nelle tabelle milanesi che, per quanto dettagliate, nella generalità dei casi, sono predisposte per la liquidazione del danno biologico o delle invalidità, temporanee o permanenti, di soggetti che sopravvivono all’evento dannoso”.

La vicenda

La Corte d’appello di Ancona aveva accertato l’esposizione alle polveri di amianto e la sussistenza del nesso causale tra l’attività lavorativa di quattro lavoratori, poi deceduti, e il mesotelioma pleurico che ne aveva provocato la morte.
In particolare, aveva rilevato quale elemento presuntivo ai fini del nesso causale, la circostanza che nel medesimo complesso produttivo si fossero verificati numerosi altri decessi per la medesima patologia, in relazione ai quali erano in corso procedimenti penali.
Ed invero, la società convenuta non aveva dimostrato, ai sensi dell’art. 2087 c.c., di aver adottato tutte le misure necessarie, secondo la particolarità del lavoro svolto a tutelare l’integrità fisica dei dipendenti; ma si era, piuttosto limitata ad asserire l’assenza di una condotta colposa ad essa imputabile, e del nesso causale tra la malattia e il decesso dei dipendenti.
Seguiva, pertanto, il legittimo riconoscimento del diritto al risarcimento del danno jure hereditatis ai congiunti delle vittime che tuttavia, la Corte d’appello aveva liquidato in maniera identica per tutti e quattro i lavoratori deceduti.

Il ricorso per Cassazione

Cosicché gli originari ricorrenti decidevano di ricorrere ai giudici della Suprema Corte di Cassazione.
La decisione impugnata, a loro detta, sarebbe stata viziata in punto di quantificazione del danno iure hereditatis, per due ragioni: la prima perché avrebbe fatto applicazione delle tabelle del Tribunale di Roma, anziché quelle del Tribunale di Milano, da loro espressamente richieste, risultando le prime in fatto penalizzanti e, in secondo luogo per aver disposto un risarcimento assolutamente identico per tutte e quattro le vittime.
E il motivo è stato accolto per le ragioni che seguono.

Alcuni chiarimenti in materia di risarcimento del danno iure hereditatis

Con la sentenza n. 15350 del 2015 le Sezioni Unite della Cassazione, sulla base della premessa che, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente è costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, hanno stabilito che deve escludersi la risarcibilità iure hereditatis di tale pregiudizio, in ragione dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio.
Detto in altri termini, la perdita del bene vita, non può tradursi nel contestuale acquisto al patrimonio della vittima di un corrispondente diritto al risarcimento, trasferibile agli eredi.
E’ invece, trasmissibile iure hereditatis il danno non patrimoniale nelle due componenti del danno biologico “terminale”, cioè di danno biologico da invalidità temporanea assoluta, configurabile in capo alla vittima, nell’ipotesi in cui la morte sopravvenga dopo apprezzabile lasso di tempo dall’evento lesivo e il danno morale “terminale o catastrofale o catastrofico”, ossia il danno consistente nella sofferenza patita dalla vittima, che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita, quando vi sia la prova della sussistenza di un suo stato di coscienza nell’intervallo tra l’evento lesivo e la morte, con conseguente acquisizione di una pretesa risarcitoria trasmissibile agli eredi.

La liquidazione del danno catastrofico

Mentre per la componente del danno biologico la liquidazione ben può essere effettuata sulla base delle tabelle relative all’invalidità temporanea, per la seconda componente, avente natura affatto peculiare, la liquidazione deve affidarsi ad un criterio equitativo puro, che sappia cioè, tener conto della enormità del pregiudizio arrecato.
Il danno alla salute- affermano i giudici della Cassazione – se pure temporaneo, deve considerarsi massimo nella sua entità quando la relativa lesione è talmente elevata da non essere suscettibile di recupero e da esitare nella morte.
Di tale esito infausto, deve tenersi conto e non può certo ritenersi sufficiente, per la liquidazione della componente del danno catastrofico, la meccanica applicazione di criteri contenuti in tabelle che, per quanto dettagliate, nella generalità dei casi sono predisposte per la liquidazione del danno biologico o delle invalidità, temporanee o permanenti, di soggetti che sopravvivono all’evento dannoso.

La censura degli eredi delle vittime di amianto ha, pertanto, colto nel segno.

La Corte d’appello aveva fatto cattiva applicazione dei principi di diritto poc’anzi richiamati, avendo liquidato il danno spettante iure hereditatis definendolo come danno da morte o da perdita della vita ed avendo, perciò, rapportato tale danno non alla menomazione temporanea dell’integrità psicofisica patita dai lavoratori poi deceduti, per il periodo di tempo dalla diagnosi al decesso, bensì alla invalidità permanente totale dei medesimi, come se essi fossero sopravvissuti alla malattia per il tempo corrispondente alla loro ordinaria speranza di vita.
Non solo, ma la sentenza impugnata aveva operato una quantificazione del danno identica per tutti e quattro i lavoratori deceduti, senza calibrare il risarcimento in base alle caratteristiche dei singoli casi concreti, tenendo conto, ad esempio, dell’età di ciascuno, della durata della malattia che ha condotto al decesso della concreta gravità e penosità della stessa.

Insomma, errori che andavano censurati.

Cosicché i giudici della Cassazione hanno chiuso il giudizio, ricordando che “l’esigenza di uniformità di trattamento nella liquidazione del danno non patrimoniale, che la giurisprudenza di legittimità, ritiene garantita dal riferimento alle tabelle milanesi, non esclude ma anzi presuppone che la misura del risarcimento sia adeguata alle variabili dei singoli casi concreti, come deve esigersi in applicazione del principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost”.

La redazione giuridica

 
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avvocato

Il cliente aveva citato in giudizio contro il proprio avvocato difensore, al fine di sentirlo condannare, al risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non, patiti, per inadempimento colpevole al proprio mandato professionale

Nella specie, il difensore “infedele” aveva omesso del tutto, di esercitare un’azione civile per il risarcimento del danno subito dall’attore, in occasione di un sinistro verificatosi all’interno di un campo di calcetto; e come se non bastasse, per circa dieci anni, lo aveva ingannato, fornendogli false notizie riguardanti l’instaurazione e l’andamento del medesimo giudizio.

Il processo veniva instaurato dinanzi al Tribunale di Taranto e deciso con la sentenza n. 465/2019 in commento.

Per il Tribunale tarantino non vi erano dubbi circa la grave responsabilità professionale dell’avvocato convenuto in giudizio, il quale in interrogatorio formale, aveva confessato di aver lasciato decorrere il relativo termine di prescrizione quinquennale, senza alcun successivo atto interruttivo. Né aveva dedotto circostanze utili a giustificazione del proprio contegno omissivo e negligente.

Soltanto successivamente, egli si era difeso adducendo le scarse possibilità di successo dell’azione giudiziaria desiderata dal cliente, che appunto, lo avevano fatto desistere dall’intraprendere il giudizio: tali argomenti, però, a detta del giudicante, erano stati prospettati in maniera talmente generica da non riuscire a comprenderne le effettive ragioni né coglierne la eventuale fondatezza.

A confermare invece, la tesi del cliente erano stati proprio gli atti difensivi, già predisposti e sottoscritti dal legale, che il ricorrente aveva versato in atti: essi erano la prova inequivocabile che quest’ultimo, non solo non fosse stato informato e scoraggiato in ordine all’iniziativa giudiziaria desiderata, ma che avesse persino avuto rassicurazioni in ordine al suo regolare andamento.

L’originaria domanda di risarcimento del danno: il sinistro nel campetto di calcio

Cos’era accaduto realmente al ricorrente danneggiato?

Ebbene, il cliente danneggiato aveva raccontato che dopo aver disputato una partita di calcetto, ed essersi recato nello spogliatoio ivi presente, nel mentre cercava di chiudere una finestra, questa si rompeva procurandogli una profonda ferita.

Senza dubbio, si tratta di una fattispecie che, a dispetto di quanto sostenuto dal legale, con elevata probabilità, sarebbe stata sussunta sotto l’egida dell’art. 2051 c.c., norma che configura in capo al proprietario-custode del campetto di calcio, una vera e propria responsabilità oggettiva per i danni derivanti dalle cose in custodia.

Di qui la ragionevole e assolutamente probabile fondatezza, in punto di an debeatur, della domanda di ristoro che il cliente intendeva proporre.

Anche per quanto concerne l’entità del risarcimento cui il danneggiato avrebbe avuto accesso, i danni fisici riportati in conseguenza del sinistro e descritti nella relativa perizia prevedevano 5 giorni di inabilità temporanea totale, 15 di inabilità temporanea parziale al 75% e 15 giorni di inabilità temporanea parziale al 50 %, nonché il danno biologico permanente pari al 5%.

In punto di diritto, le Sezioni Unite della Cassazione hanno chiarito che il danno non patrimoniale deve essere considerato quale categoria generale non suscettiva di suddivisione in sottocategorie variamente etichettate. E, il riferimento a determinati tipi di pregiudizio, in vario modo denominati (danno morale, danno biologico, danno da perdita del rapporto parentale, danno esistenziale), risponde ad esigenze descrittive, ma non implica il riconoscimento di distinte categorie di danno.

È compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e provvedendo alla loro integrale riparazione.

Un risarcimento …. mancato

Al riguardo, il giudice pugliese ha ritenuto di particolare utilità e pregio la nuova tabella redatta dall’Osservatorio sulla giustizia civile del Tribunale di Milano, che conformemente alle statuizioni delle Sezioni Unite, ha previsto valori monetari unitari e personalizzabili ricomprendenti quelli già riconosciuti precedentemente a titolo sia di danno biologico sia di danno morale.

In tal modo la tabella milanese effettua una liquidazione congiunta delle voci un tempo liquidate a diverso titolo come danno biologico e danno morale; oltre alla previsione, in termini percentuali, di un margine di risarcimento lasciato alla discrezionalità del giudice per personalizzare, in aumento, il quantum, ma solo nei caso in cui siano allegate e dimostrate, peculiarità di carattere straordinario, legale ad aspetti funzionali e relazionali (es. incidenza sulla capacità lavorativa generica), ovvero ad aspetti di sofferenza soggettiva (es. specifica modalità del fatto lesivo, peculiare dolore nocicettivo).

Ebbene, per il Tribunale di Taranto non vi erano dubbi, in quanto realistico e altamente probabile, che il danno sofferto dall’attore, ove l’azione risarcitoria fosse stata tempestivamente intrapresa dal difensore negligente, sarebbe stato liquidato, proprio facendo ricorso alle suddette tabelle milanesi e quantificato in 14.195,09 euro complessivi.

Oltre il danno, la beffa!

Ma oltre al danno sofferto dal ricorrente per non aver conseguito il risarcimento predetto, il Tribunale di Taranto ha ritenuto dover riconoscere un ulteriore profilo di danno, quello relativo cioè al fatto che il predetto difensore per tredici anni lo avrebbe, tenuto sospeso, facendogli credere di aver dato prontamente atto al mandato professionale ricevuto e di aver instaurato un giudizio civile per il risarcimento dei danni.

L’attore aveva infatti, descritto di aver vissuto per oltre dieci anni in uno stato di ansia e di frustrazione, attendendo invano una risposta di giustizia per una domanda, che a sua insaputa non era mai neanche stata proposta.

Per tali ragioni, pur in assenza di una prova puntuale dello stato emotivo descritto, esso è stato ugualmente riconosciuto alla stregua della regola di esperienza e dell’id quod plerumque accidit. Si tratta di una valutazione di carattere presuntivo che trova il suo fondamento nella conoscenza, degli effetti che la pendenza di un processo civile, penale amministrativo, provoca nell’uomo medio (Cass. n. 18719/2007).

Il diritto al (giusto) processo

Tale situazione, d’altra parte, osserva il Tribunale pugliese – è assimilabile a quella di un soggetto che, ai sensi della legge n. 89/2001 (Legge Pinto) invochi un’equa riparazione in ipotesi di mancato rispetto del termine ragionevole di durata del processo, evento di per sé lesivo del diritto alla persona ad un giusto processo e alla sua pronta definizione.

Per tutte queste ragioni, l’avvocato è stato condannato a risarcire al suo cliente tutti i danni sofferti in conseguenza del grave inadempimento al mandato professionale ricevuto e calcolati nella somma complessiva di 20.195,09 euro.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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neonato

La vicenda è quella di un neonato deceduto 29 ore dopo il parto per insufficienza respiratoria. I genitori fanno causa all’ospedale, dichiarato responsabile insieme ai sanitari per non aver posto in essere gli accorgimenti necessari a tenerlo in vita

Il caso è interessante perché offre lo spunto per riflettere su alcune questioni giuridiche in materia di risarcimento del danno. In particolare, ci si può sin da subito interrogare sui seguenti temi: nel caso di accertata responsabilità dei medici per la morte di un neonato deceduto subito dopo la nascita, quali sono le voci di danno risarcibili? E soprattutto, nel disporre la liquidazione del danno, il giudice deve tener conto sia del fatto che per ben nove mesi il piccolo è stato nel grembo della madre e nella mente del padre e sia dell’affetto che deriva non appena si ha notizia della gravidanza?

La vicenda

La CTU medico legale espletata nel corso del giudizio di primo grado aveva accertato che la morte del “piccolo avvenuta circa 29 ore dopo il parto, era stata causata, oltre che da eventi naturali, dalla inadeguata condotta tenuta dai sanitari dell’Ospedale, tra le 18/19 ore dopo la nascita”.

Il piccolo era infatti deceduto per una insufficienza respiratoria che i medici dell’ospedale avevano cercato di alleviare con antibiotici ed una cannula, peraltro mal posizionata, anziché disporre l’immediato trasferimento presso una struttura specializzata e dotata di “CPAP” (unica terapia applicabile).

Cosicché il giudice di primo grado aveva riconosciuto a ciascuno dei genitori il risarcimento del danno da sofferenza soggettiva iure proprio che, in base alle circostanze del caso concreto, aveva liquidato in complessivi euro 209.999 in favore della madre ed euro 193.530 al padre, prendendo a parametro di riferimento le tabelle milanesi del 2011.

Allo stesso tempo, però, aveva escluso il risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale, sia sotto il profilo della voce di danno da sofferenza soggettiva subita dalla vittima (non ricollegabile, secondo quanto accertato alla responsabilità dei sanitari) sia del danno biologico iure proprio, per la mancata allegazione e prova sul punto.

Ecco rinvenuto il principale motivo di ricorso in appello.

Perché il giudice adito avrebbe escluso quest’ultima voce di danno pur avendo riconosciuto la responsabilità dei sanitari per non aver usato accorgimenti idonei a tenere in vita il neonato?

E dunque, a detta dei ricorrenti il danno iure hereditatis, per la sofferenza subita dal neonato, doveva essergli riconosciuto e come!

A supporto di tale assunto è stata richiamata una sentenza della Cassazione (n. 1361/2014) nella quale è stato affermato il principio secondo cui il risarcimento del danno da perdita della vita deve essere sempre riconosciuto quale bene supremo di ogni singolo individuo.

Ma non è tutto.

Nello stesso ricorso in appello, i due genitori hanno sollevato un’altra questione, anch’essa meritevole di attenzione. Questa volta il riferimento è al quantum previsto a titolo di ristoro del danno jure proprio.

La somma disposta in liquidazione dal giudice di primo grado si avvicinava al valore più basso della forbice delle tabelle milanesi. Il giudice l’aveva giustificata in ragione della brevità della vita del piccolo, della mancanza obiettiva del tempo necessario per la consolidazione del rapporto effettivo – dimenticando – “che per ben nove mesi il piccolo è stato nel grembo della madre e nella mente del padre e che non va trascurato l’affetto che nasce non appena si ha notizia della gravidanza”.

La decisione della Corte d’appello

I giudici della Corte d’Appello di Ancona, investiti della vicenda, hanno deciso di confermare la pronuncia del giudice di primo grado ed in particolar modo hanno affermato che non è possibile ottenere il risarcimento del danno iure hereditatis quando la morte sia immediata o segua entro un brevissimo lasso di tempo le lesioni, per l’assenza di un soggetto legittimato a far valere il credito risarcitorio.

Il principio non è nuovo, ma è stato espresso dalle Sezioni Unite della Cassazione (n. 15350/2015) laddove hanno affermato che “nel caso di morte immediata o che segua entro un brevissimo lasso di tempo alle lesioni, non può essere invocato un diritto al risarcimento del danno iure hereditatis, in mancanza di un soggetto che sia legittimato a far valere il credito risarcitorio: in tali situazioni la irrisarcibilità deriva non dalla natura personalissima del diritto leso, ma dalla assenza di un soggetto al quale, nel momento in cui si verifica, sia collegabile la perdita stessa e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito, ovvero dalla mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo”.

Ciò detto, la domanda presentata dagli attori, diretta ad ottenere il risarcimento del danno da perdita della vita del neonato, deceduto dopo appena 29 ore dal parto, non poteva trovare accoglimento.

Il quantum del risarcimento

Quanto poi, alle contestazioni sollevate in ordine alla entità della somma liquidata a titolo di risarcimento del danno iure proprio per la morte del figlio e basate sul fatto che il Tribunale si fosse avvicinato ai valori più bassi della forbisce prevista dalle tabelle milanesi del 2011, anch’esse sono infondate.

Secondo l’insegnamento giurisprudenziale “per determinare l’importo dovuto tra il minimo e il massimo si deve tenere conto soprattutto dei seguenti criteri: intensità del rapporto affettivo tra vittima e superstite; età della vittima; età del superstite; convivenza o meno con la vittima; composizione del nucleo familiare”.

Ebbene, il primo giudice aveva correttamente individuato la somma da liquidare ai ricorrenti, tenuto conto della brevità della vita del piccolo deceduto dopo appena 29 ore dal parto; la mancanza obiettiva del tempo per la consolidazione di un rapporto affettivo, nonché la giovane età dei genitori.

Senza considerare che un riconoscimento alla vicinanza “corporea” intrattenuta dalla madre con il figlio nascituro nel periodo di gravidanza era stata già riconosciuta a quest’ultima: nei suoi confronti era stato infatti, disposto un importo maggiore rispetto a quello liquidato al padre del bambino.

Dott. ssa Sabrina Caporale

 

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