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tempi di attesa

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prestazioni sanitarie

Un rapporto della Fp Cgil evidenzia come nella sanità pubblica per ottenere alcune prestazioni sanitarie si possa arrivare ad attendere fino a 112 giorni

Una media di due mesi di attesa per effettuare una visita medica nella sanità pubblica, a fronte di una sola settimana nel privato. E’ quanto emerge dal secondo Rapporto ‘Osservatorio sui tempi di attesa e sui costi delle prestazioni sanitarie nei Sistemi Sanitari Regionali’. Lo studio è promosso dalla Funzione Pubblica Cgil e dalla Fondazione Luoghi Comuni ed è elaborato da Crea.

Il lavoro prende in considerazione 11 prestazioni sanitarie (specialistiche e diagnostiche) erogate da 8 regioni e da 326 strutture sanitarie (195 private e 131 pubbliche).

Nel dettaglio delle prestazioni, i giorni di attesa della Sanità pubblica sono estremamente lunghi. Ad esempio, 112 giorni per una colonscopia (quasi quattro mesi di attesa), contro 11 giorni di attesa in intramoenia, 79 nel privato convenzionato e appena 11 nel privato. Attese medie che risultano aumentare rispetto allo scorso anno, tranne che per il privato che si mantiene stabile.

Per quanto riguarda i costi delle prestazioni sanitarie, dallo studio Fp Cgil emergerebbe un dato che il sindacato definisce sconcertante.

Circa la metà delle prestazioni mediche prese in considerazione ha un costo inferiore nel privato piuttosto che in intramoenia.

È il caso, per esempio, della ecocardiografia, che in intramoenia costa in media 109 euro, contro i 98 del privato. Si tratta quindi spesso di costi sovrapponibili o più economici dei costi sostenuti per il ticket. Questo spiegherebbe il sempre più frequente ricorso a spese ‘di tasca propria’ per effettuare visite mediche private. La spesa privata dei cittadini, infatti, arriva a quasi 35 miliardi di euro, di cui ben il 92% ‘out of pocket’.

Il rapporto evidenzia poi un forte divario intercorrente tra alcune regioni del paese.

La regione che eccelle, in termini di tempi di attesa per le prestazioni mediche, è l’Emilia Romagna con una media di 30 giorni di attesa.  Seguono Liguria, Campania, Veneto, Sicilia, Lombardia e Lazio. In coda alla classifica le Marche con una media di 110 giorni di attesa per una visita nella sanità pubblica.

Per la FP Cgil, in conclusione, “risulta evidente quanto sia urgente e non più rinviabile un investimento straordinario in termini di risorse, personale, professionalità e tecnologie in tutto il nostro Servizio Sanitario nazionale che mostra evidenti segni di collasso con gravi e profonde ripercussioni sulle sue caratteristiche di universalità”.

Allo stato attuale il Servizio Sanitario Nazionale spesso non sarebbe in grado di garantire servizi adeguati. “Il progressivo definanziamento del Servizio Sanitario nazionale – si legge in una nota – ha creato inefficienze che portano ad allungare le liste di attesa e incentivano lo sviluppo di un’offerta privata spesso concorrenziale, tanto per il costo quanto per i tempi di risposta”.

 

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tempi di attesa

La Fondazione ha condotto uno studio indipendente sulla rendicontazione pubblica dei tempi di attesa da parte di regioni e aziende sanitarie

Il Piano Nazionale di Governo delle Liste d’attesa (Pngla) 2010-2012 aveva previsto, a garanzia della trasparenza e dell’accesso alle informazioni su liste e tempi di attesa, il monitoraggio annuale sistematico dei siti web di Regioni e Province Autonome e di Aziende sanitarie. Tali informazioni, peraltro, secondo il successivo “decreto trasparenza”, dovrebbero essere disponibili a tutti i cittadini con l’obiettivo di favorire il controllo diffuso sull’operato delle Istituzioni e sull’utilizzo delle risorse pubbliche.

“L’Osservatorio Gimbe – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione Gimbe– ha rilevato che il Ministero della Salute non ha mai pubblicato i risultati del monitoraggio previsto dal Pngla 2010-2012. In particolare, non è disponibile alcun report sui recepimenti regionali del Pngla e sulla redazione dei piani attuativi regionali e aziendali, né tantomeno sulla rendicontazione pubblica dei tempi di attesa. Al fine di colmare tale vuoto istituzionale abbiamo finanziato una ricerca indipendente con la borsa di studio ‘Gioacchino Cartabellotta’”.

L’obiettivo generale dello studio – spiega la Fondazione – era di valutare il livello di trasparenza e il dettaglio delle informazioni fornite sulle liste di attesa dai siti web di Regioni e Aziende sanitarie, verificando sia la disponibilità dei piani attuativi regionali e aziendali, sia la rendicontazione pubblica sui siti web regionali e aziendali dei tempi di attesa relativi alle 43 prestazioni ambulatoriali oggetto di monitoraggio del Pngla 2010-2012.

La ricerca delle informazioni è stata effettuata consultando i siti web di Regioni, Province autonome e Aziende sanitarie, oltre che tramite ricerche Google utilizzando specifiche parole chiave.

I dati relativi ai siti di Regioni e Province autonome sono aggiornati al 6 maggio 2019, mentre quelli relativi ai siti delle Aziende sanitarie si riferiscono a dicembre 2018.

In base a quanto emerso tutte le Regioni e Province autonome rendono disponibili sia le delibere di recepimento del Pngla 2010-2012 sia i Piani Regionali per il governo delle liste di attesa che nel periodo 2010-2018 sono stati aggiornati e/o integrati in misura molto variabile.

La rendicontazione pubblica relativa alle 43 prestazioni ambulatoriali previste dal Pngla 2010-2012 è ancora lontana da standard ottimali ed estremamente variabile tra le diverse Regioni, nonostante il netto miglioramento rispetto ai risultati preliminari dello studio pubblicati a luglio 2018.

Solo 49 aziende sanitarie su 269 (18%) rendono disponibile il piano attuativo aziendale, mentre l’83% effettua una rendicontazione pubblica sui tempi di attesa sul proprio sito o rimandando a quello della Regione; tuttavia, le informazioni disponibili sono frammentate e notevolmente eterogenee rispetto alla potenziale utilità per gli utenti.

“Durante la conduzione dello studio il tema delle liste di attesa – conclude e precisa la Fondazione – è finalmente tornato al centro dell’agenda politica: per il triennio 2019-2021 il Governo ha stanziato complessivi € 400 milioni per ‘l’implementazione e l’ammodernamento delle infrastrutture tecnologiche legate ai sistemi di prenotazione elettronica per l’accesso alle strutture sanitarie’ e lo scorso 21 febbraio 2019 la Conferenza Stato-Regioni ha approvato il Pngla 2019-2021 che apporta diverse novità rispetto al piano precedente”.

“Con il Pngla 2019-2021 ai nastri di partenza – conclude Cartabellotta – l’auspicio è che i risultati del nostro studio vengano utilizzati a livello istituzionale per informare il riallineamento dei sistemi informativi regionali e aziendali, fornendo così una base univoca di dati per confrontare le performance regionali con il fine ultimo di includere il rispetto dei tempi di attesa negli adempimenti dei livelli essenziali di assistenza”.

 

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ustione sul volto

La paziente, arrivata all’ospedale Cardarelli di Napoli per un’ustione sul volto causata da un infortunio domestico, alla fine ha deciso di firmare le dimissioni senza essere visitata dallo specialista

“Sono stata un giorno e mezzo in barella in un corridoio in attesa che venisse un oculista a visitarmi. Alla fine l’oculista non è arrivato e ho dovuto firmare le dimissioni per potermi far visitare privatamente all’occhio”. E’ la denuncia di una paziente napoletana di 28 anni, ricoverata mercoledì notte all’ospedale Cardarelli in seguito a una ustione sul volto di secondo grado provocata da un incidente domestico.

Il marito della donna ha chiamato il 118 e, nel giro di pochi minuti, un’ambulanza l’avrebbe prelevata e portata in pronto soccorso. Al triage le sarebbe stato assegnato un Codice Giallo, il secondo in ordine di gravità dopo il Rosso. Tale classificazione si applica in presenza di una “compromissione parziale delle funzioni dell’apparato circolatorio o respiratorio” o una condizione di grande sofferenza. Il paziente, anche in assenza di “un apparente pericolo di vita immediato, deve essere comunque visitato dal medico entro 15 minuti”.

La ragazza, tuttavia, sarebbe stata visitata solo dopo un giorno e mezzo di attesa da un chirurgo plastico e non da un oculista

Appena arrivata al pronto soccorso – spiega all’Adnkronos – “mi hanno dato la morfina visto che avvertivo un bruciore fortissimo sia al viso che all’occhio destro”. Questo si era gonfiato molto e le faceva male. “Non vedevo bene dall’occhio ustionato ma visto che non stavo morendo, sono stata parcheggiata su una barella per tutta la notte. Mi hanno detto che mi avrebbero visitata il giorno dopo sia il chirurgo plastico che l’oculista per stabilire i danni avuti sia alla pelle che all’occhio. Ma così non è stato”.

“Continuavo a chiedere ai medici e agli infermieri quando sarebbe arrivato l’oculista per vedere come stava il mio occhio – continua la 28enne -. Mi rispondevano che doveva arrivare nel pomeriggio e che ce n’era uno solo. Io, intanto, avevo dolore forte all’occhio e non potevo nemmeno chiuderlo. Temevo di avere dei danni permanenti e di non riuscire più a vedere bene ma nessuno ha saputo darmi una risposta sulle condizioni del mio occhio”.

Infine, venerdì mattina, avvisata dell’assenza dell’oculista la ragazza avrebbe deciso di firmare le dimissioni e farsi visitare privatamente.

“Non voglio buttare la croce addosso a medici e infermieri dell’ospedale Cardarelli – conclude la paziente – perché loro fanno il loro lavoro e lo fanno bene. Ma è assurdo che non si sappia se c’è oppure no un oculista. Ho avuto la sensazione di essere stata dimenticata sulla barella e poi ho atteso un giorno e mezzo inutilmente per una visita oculistica perdendo tempo prezioso per avere una diagnosi dello stato di salute dell’occhio. Se me lo avessero detto subito che non c’era l’oculista, avrei firmato le dimissioni immediatamente invece di attendere inutilmente per più di 24 ore”.

Sulla vicenda l’Adnkronos ha interpellato il direttore del nosocomio, Ciro Verdoliva.

“Quando c’è la necessita di una consulenza oculistica ci attiviamo – spiega Verdoliva -. Ma non sempre questa avviene nel giro di 24 ore perché il carico di lavoro che ha il Cardarelli è molto elevato”. “L’Unità complessa di Oculistica del Cardarelli – continua il direttore – fa fronte sia alle attività di elezione sia a quelle di emergenza. Per cui compatibilmente con la disponibilità dei medici di turno si cerca di far fronte alle richieste che ci sono. La signora in questione è andata via ma è stata comunque visitata dal chirurgo plastico ed ha ricevuto tutte le cure necessarie. Tranne l’oculista che, ripeto, non sempre può essere disponibile nel giro di 24 ore”.

 

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bilancio di previsione

Approvato il bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e il bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021. Fabbisogno sanitario standard a 114.439 milioni

La Camera ha approvato il disegno di legge: Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021. Il testo, che ha ottenuto 313 voti favorevoli e 70 contrari, è stato firmato nella serata di ieri dal Capo dello Stato.

In tema di sanità il disegno di legge determina in 114.439 milioni di euro il livello del fabbisogno sanitario nazionale standard per il 2019. La cifra è incrementata di 2.000 milioni per il 2020 e di ulteriori 1.500 milioni per il 2021. Tuttavia, l’accesso delle regioni a tale incremento è subordinato, dal 2020 (e non più dal 2019), al raggiungimento di una specifica intesa in Conferenza Stato-regioni . Tale accordo dovrà aggiornare – entro il 31 marzo 2019 – il Patto per la salute per il triennio 2019-2021, definendone le specifiche misure.

Viene poi disposto l’incremento di 10 milioni, come limite di spesa, dal 2019, delle disponibilità vincolate sul fondo sanitario nazionale, dirette all’attivazione di ulteriori borse di studio per la formazione specifica di medici di medicina generale. Il testo dispone poi l’incremento degli stanziamenti per la definizione del numero dei contratti di formazione specialistica dei medici, allo scopo di prevederne un aumento.

L’incremento riguarda la più recente autorizzazione di spesa destinata alla formazione di nuovi medici e dovrebbe determinare un aumento annuo stimato di 900 nuovi contratti.

E’ stata inoltre prevista un’autorizzazione di spesa per l’implementazione e l’ammodernamento delle infrastrutture tecnologiche relative ai sistemi di prenotazione elettronica per l’accesso alle strutture sanitarie. Il finanziamento ammonta  a 150 milioni per il 2019 e a 100 milioni per ciascuno degli anni 2020 e 2021. Lo scopo è la riduzione dei tempi di attesa nell’erogazione delle prestazioni sanitarie.

Tra le altre novità, recependo alcune disposizioni inserite al Senato, è stata disciplinata la posizione di taluni professionisti in ambito sanitario. A questi ultimi è consentito, anche in assenza del titolo idoneo all’iscrizione ai rispettivi albi professionali, di continuare a svolgere la loro attività. Il tutto purché abbiano svolto la stessa, in regime di lavoro dipendente ovvero libero-professionale, per almeno 36 mesi, anche non continuativi, negli ultimi 10 anni.

Altre disposizioni di interesse sanitario  – si legge nel quadro di sintesi dell’intervento – sono state introdotte con riferimento al trattamento economico stabilito dalla contrattazione collettiva per dirigenti medici, veterinari e sanitari con rapporto di lavoro esclusivo. E ancora,  al passaggio di quote del fabbisogno sanitario del SSN dall’ammontare vincolato alla parte indistinta e a nuove modalità per l’accesso del ruolo sanitario per i medici in formazione specialistica iscritti all’ultimo anno di corso. Infine, alla possibilità, per le regioni, di applicare, anche congiuntamente, misure alternative alla quota fissa di compartecipazione al ticket per la specialistica ambulatoriale, per raggiungere l’equilibrio economico finanziario e l’appropriatezza nell’erogazione dei LEA .

 

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Autore della violenza un uomo in attesa al Pronto soccorso dell’ospedale ‘Pugliese-Ciaccio” di Catanzaro dopo essere stato sottoposto a un esame

Un infermiere e un addetto del pronto soccorso sono stati aggrediti la venerdì notte da un paziente all’ospedale “Pugliese-Ciaccio” di Catanzaro. L’uomo, secondo quanto riportano gli organi di informazione locale,  era stato sottoposto ad un esame per un dolore addominale.

Forse a causa dell’attesa, il paziente ha prima cominciato a manifestare segni di nervosismo, poi è passato ai fatti spintonando un operatore sanitario. A quel punto è intervenuto un infermiere, nel tentativo di  riportare la calma. Anche il paramedico, tuttavia, è stato  preso a pugni, riportando la frattura del setto nasale e altre contusioni. Per entrambe le vittime dell’aggressione è stata effettuata una prognosi di 30 giorni.

Sul posto sono successivamente intervenute le forze dell’ordine che hanno acquisito i verbali del Pronto soccorso per poter ricostruire i fatti

“E’ preoccupante, oltre che spiacevole apprendere dell’ennesima aggressione nei confronti del personale in servizio nel pronto soccorso del Pugliese-Ciaccio”. E’ quanto affermato dal sindaco di Catanzaro, Sergio Abramo. Il Primo cittadino ha invitato il Direttore generale a valutare l’istituzione di un servizio di vigilanza armata fisso all’interno della struttura. “Sarebbe la misura più immediata – ha proseguito – per tutelare la professionalità e l’incolumità di medici, infermieri e operatori. Ma pure la serenità e l’incolumità dell’utenza che si rivolge al nosocomio e che per fortuna riconosce, nella stragrande maggioranza dei casi, l’impegno instancabile del personale sanitario”.

La vicenda di Catanzaro giunge a pochi giorni di distanza dall’aggressione di un altro medico a Monopoli, in Puglia. Con riferimento a quest’ultimo episodio il presidente dell’Ordine dei medici di Bari, Filippo Anelli, ha presentato un esposto. L’obiettivo è verificare “se siano ravvisabili condotte penalmente rilevanti e se procedere nei confronti degli eventuali responsabili di condotte omissive e commissive”.

Secondo l’Ordine sarebbero infatti ravvisabili reati di interruzione di pubblico servizio, violenza privata e omissione di atti di ufficio relativamente alla predisposizione di un ambiente di lavoro sicuro ed idoneo all’esercizio della professione sanitaria in ambito di SSN.

“Non è ammissibile – afferma Anelli – che in un paese industrializzato e civilizzato come dovrebbe essere il nostro si continui ad esercitare la professione medica esponendo i professionisti ad ogni rischio e confidando solo nella buona sorte”.

 

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Diffusi dall’Ente regionale i dati relativi ai tempi di attesa per i ricoveri chirurgici programmati. L’Assessore Venturi: imboccata strada giusta

Si riducono sensibilmente, in Emilia-Romagna, i tempi di attesa per i ricoveri chirurgici programmati. A ottobre 2018, l’84,9% era garantito entro i tempi previsti a livello nazionale, con un +10% rispetto all’anno precedente. Prosegue anche lo smaltimento delle liste di attesa pregresse, già eliminate per l’80% a livello regionale. Le rimanenti riguardano comunque solo casi di medio-bassa criticità. E resta garantito l’intervento immediato nelle situazioni d’urgenza.

Per le patologie neoplastiche, l’87,9% degli interventi è assicurato entro 30 giorni dalla prenotazione. Risultati oltre la soglia di quanto richiede la normativa nazionale (90%) si registrano per il tumore della mammella, per il tumore al colon retto, all’utero e per il tumore al polmone.

Inoltre, un’importante novità riguarda i cittadini dell’Emilia-Romagna che devono sottoporsi a un intervento chirurgico programmato. Entro il 2019, tramite il Fascicolo sanitario elettronico, potranno verificare la propria posizione in lista d’attesa.

“Occorre fare ancora meglio e continuare a lavorare assieme alle Aziende sanitarie – afferma l’Assessore regionale alla Sanità, Sergio Venturi -. Ma i dati dimostrano che la strada imboccata è quella giusta”.

Per il conseguimento di questi risultati, a inizio 2018 la Regione ha avviato un nuovo sistema regionale di controllo informatizzato delle liste di attesa dei ricoveri.

Il Sistema integrato di gestione delle liste di attesa (Sigla) rende possibile garantire un censimento e un monitoraggio sempre aggiornato della maggior parte degli interventi chirurgici. Informazioni che permetteranno alle Asl e alla Regione di valutare in modo tempestivo le criticità per avviare da subito azioni di potenziamento o rimodulazione dell’attività. Il tutto per un pieno conseguimento dell’equità dell’accesso e della trasparenza verso il cittadino.

Inoltre, sono stati fatti consistenti investimenti mirati al reclutamento di professionisti (oltre 5.000, nell’ultimo biennio) e altri strumenti definiti dal Piano regionale. Tra questi, la creazione, da parte di ogni Azienda sanitaria, del Responsabile Unico Aziendale, garante della corretta gestione delle liste di attesa. Ma cnche l’utilizzo delle sale operatorie, tramite l’integrazione delle procedure di prenotazione con quelle di programmazione delle attività chirurgiche. E ancora, la gestione delle prenotazioni totalmente informatizzata con criteri di priorità per l’accesso definiti in modo chiaro e coerente.

 

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Una ricerca condotta dal centro C.R.E.A. Sanità evidenzia confronta i tempi di attesa e i costi nell’arco di tre anni per le prestazioni svolte in nel pubblico, nel privato e in intramoenia

I tempi di attesa per una visita nella sanità pubblica sono in medi di 65 giorni. Il termine di riduce a 7 giorni per il privato e a 6 in intramoenia. Il dato emerge dall’Osservatorio sui tempi di attesa e sui costi delle prestazioni sanitarie nei Sistemi Sanitari Regionali. La ricerca è stata commissionata dalla Funzione Pubblica Cgil e condotta dal centro C.R.E.A. Sanità.

Si tratta della prima indagine che confronta tempi e costi nell’arco di 3 anni (2014-2017). La ricerca è stata svolta su un campione di oltre 26 milioni di cittadini (44% della popolazione) in Lombardia, Veneto, Lazio e Campania.

Secondo lo studio, le cose sono peggiorate nel tempo. I tempi di attesa per una visita specialistica o un esame nella sanità pubblica sono aumentati in media tra 20 e 27 giorni in 3 anni.

L’attesa per una visita oculistica nel pubblico è aumentata da 61 giorni a 88 (+ 26 giorni) e quella per una visita ortopedica da 36 giorni a 56 (+20 giorni). Infine per una colonscopia nel pubblico nel 2014 avremmo dovuto attendere 69 giorni, oggi 96 (+27 giorni); guardando allo scorso anno per la stessa prestazione nel privato a pagamento l’attesa era di 10 giorni, in intramoenia 7 e nell’accreditato 46.

I giorni di attesa della Sanità pubblica sono estremamente lunghi: si va da 22,6 giorni per una Rx articolare a 96,2 per una Colonscopia. Le stesse prestazioni registrano attese invece in intramoenia di 4,4 giorni (Rx articolare) e 6,7 (Colonscopia), privato convenzionato rispettivamente di 8,6 e 46,5; infine, privato a pagamento di 3,3 e 10,2.

Dallo studio, che prende a riferimento un arco temporale che va dal 2014 al 2017, “emerge con evidenza come il privato riduca drasticamente i tempi di attesa per prestazioni mediche”; anche il privato convenzionato garantisce un servizio notevolmente più rapido a quello del sistema pubblico degli ultimi anni.

Per quanto riguarda i costi sostenuti dai pazienti, rilevati solo per intramoenia e privato a pagamento, dallo studio emerge che “essi risultano mediamente abbastanza consistenti”. Un aspetto da notare è che i costi del privato talvolta sono persino inferiori a quelli dell’intramoenia. Per una visita oculistica in sanità privata, lo studio rileva come nel 2017 si siano spesi circa 97 euro a fronte dei 98 euro dell’intramoenia. Lo stesso vale per la visita ortopedica che nel privato ha un costo di circa 103 euro contro i 106 euro dell’intramoenia.

 

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Uno studio dimostra il grande interesse per l’ informazione sanitaria da parte della popolazione

L’informazione sanitaria è fondamentali per molti italiani. Il report “I bisogni informativi dei cittadini: verso il portale della trasparenza dei servizi per la salute” promosso dal Ministero della Salute dimostra che circa l’80% della popolazione è interessata ai temi della salute. Il 62,5% della popolazione si reputa molto e abbastanza informato sui temi sanitari, in particolare il 56,4% si giudica abbastanza informato mentre il 6,1% molto informato. Gli argomenti di maggior interesse sono: i tempi di attesa per singola prestazione, le modalità di prenotazione, la qualità di servizi e delle prestazioni offerte, i costi e i programmi di screening.

La fonte primaria per l’informazione sanitaria, sia sulla propria salute che sull’accesso al Sistema Sanitario Nazionale, rimane il medico di famiglia per 72,3% degli intervistati. Tra le altre fonti troviamo familiari, parenti e amici per il 20/30%, la televisione per il 25,7%, il medico specialista per il 22% e il farmacista per il 9,9%.

Internet non è sicuramente per la maggior parte degli italiani la fonte primaria di informazione sanitaria ma il 32,3% degli intervistati dichiara di far abitualmente uso di internet per questioni di salute. Il consulto digitale da parte dei cittadini non si limita a ricercare informazioni sulle patologie, terapie, vaccinazioni (73,5%) ma anche informazioni su medici e strutture cui rivolgersi in caso di malattia (42,7%). Il 25,3% dichiara inoltre di utilizzare internet per aspetti pratici, come prenotare visite o comunicare con il proprio medico. Sporadico l’utilizzo per acquistare farmaci (6,5%). Solo il 16,8% degli intervistati frequenta forum e community per lo scambio di informazioni tra pazienti e il 10,6% per consultare i professionisti

L’informazione sanitaria in versione digitale riscontra una buona partecipazione da parte del pubblico. Il 54,6% reperisce informazioni sulla rete consultando principalmente siti specializzati e scientifici. Il 23,9% tende a cercare informazioni in prevalenza su siti istituzionali (come i siti del Ministero della salute o dell’Istituto Superiore di Sanità). Percentuali più ridotte negli utenti che consultano i social network (9,9%), la sezione salute dei quotidiani online (8,3%) e i siti di associazioni di pazienti (3,3%).

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Presentato dalla Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia (Favo) il IX Rapporto sulla condizione assistenziale dei pazienti oncologici

E’ di oltre due anni e due mesi – 806 giorni per la precisione – l’attesa media dei pazienti oncologici italiani per accedere a un farmaco anticancro innovativo. Ma i tempi, che intercorrono fra il deposito del dossier di autorizzazione e valutazione presso l’Agenzia europea dei medicinali (Ema) e l’effettiva disponibilità di una nuova terapia – possono dilatarsi fino a circa 3 anni (1.074 giorni), se si considera l’ultima Regione in cui il farmaco viene messo a disposizione.

E’ quanto emerge dal IX Rapporto sulla condizione assistenziale dei pazienti oncologici, presentato oggi al Senato nel corso della XII Giornata del malato oncologico, organizzata dalla Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia (Favo).

“La spesa per i farmaci oncologici è passata da poco più di un miliardo di euro nel 2007 a oltre 3 miliardi nel 2014 – ha spiegato il Presidente Favo, Francesco De Lorenzo – Nel suo complesso l’oncologia rappresenta una delle voci più rilevanti per il Servizio sanitario nazionale. Ma la realtà mal si concilia con le attuali politiche sanitarie di definanziamento del Ssn. Pur crescendo in valori assoluti, le risorse a disposizione risultano sempre più insufficienti per dare risposte alla domanda di assistenza”.

Le valutazioni in Ema richiedono mediamente 383 giorni per l’esame delle caratteristiche farmacologiche, cliniche e di sicurezza. A questi si aggiungono i tempi nazionali e regionali. Il successivo processo di rimborsabilità da parte dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) dura in media 260 giorni. Inoltre, vanno aggiunti ancora dai 31 ai 293 giorni, necessari alle Regioni per rendere queste terapie disponibili e gratuite presso ospedali e Asl.

“Il rischio – ha affermato De Lorenzo – è che il processo, particolarmente lento, possa tradursi in una forma di razionamento che penalizza i malati, soprattutto nel caso di farmaci innovativi salvavita. Dunque è fondamentale individuare al più presto un metodo condiviso e integrato per la valutazione dell’innovazione, che tenga conto non solo dell’efficacia clinica del farmaco ma anche del suo costo-efficacia in termini di qualità della vita”.

Lo studio evidenzia inoltre come ai lunghi tempi di attesa spesso si accompagni la crisi economica individuale conseguente al cancro e alle sue cure, una condizione che riguarda il 22,5% dei pazienti italiani, che presentano anche un rischio di morte del 20% più alto rispetto ai malati di cancro senza problemi economici.

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