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Il ragazzo si era sottoposto a un intervento per curare un’ernia inguinale, ma le manovre chirurgiche avrebbero provocato una ischemia al testicolo destro, divenuto atrofico

Il Tribunale civile di Lecce ha condannato un medico chirurgo e una casa di cura del capoluogo di provincia pugliese a risarcire, in solido, un giovane salentino per i danni biologici e esistenziali subiti in seguito a un’operazione per curare un’ernia inguinale. In particolare, secondo quanto appurato successivamente dai periti, le manovre chirurgiche avevano causato al paziente un’ischemia al testicolo destro, determinata da una interruzione del flusso sanguigno.
L’episodio, riportato sulle pagine del Nuovo Quotidiano di Puglia, risale al 2010. Il giovane, dopo una visita, aveva scoperto di soffrire di ernia inguinale. Era stato immediatamente operato, ma al risveglio dall’anestesia aveva scoperto di aver subito l’asportazione del testicolo, divenuto atrofico. Da li la necessità di ricorrere a un intervento estetico per la sostituzione dell’abbozzo testicolare con una protesi in silicone.

Nel 2012, aveva citato in giudizio il medico, per negligenza e imperizia, e la casa di cura, che avrebbe dovuto controllarne l’operato.

Quest’ultima si era difesa sostenendo che il medico aveva eseguito l’intervento in regime di attività libero professionale e non fosse un dipendente della struttura. Tale impostazione, tuttavia, era stata contestata dallo stesso camice bianco.
A conclusione del rito, il Giudice monocratico ha deciso di accogliere la pretesa risarcitoria del paziente, per un importo di 40mila euro, oltre le spese legali. Il Tribunale, basandosi sugli esiti delle consulenze affidate agli esperti, ha infatti riconosciuto il rapporto causale tra la condotta del professionista e le lesioni riportate dal giovane.
 
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La bambina era caduta in casa. Portata in Pronto soccorso aveva subito una ferita a un occhio mentre le venivano applicati dei punti di sutura al mento riportando – secondo il perito della Procura – lesioni irreversibili

Il Tribunale di Lecce ha condannato a cinque mesi un medico in servizio nel luglio del 2014 presso un ospedale della provincia salentina. Il professionista, che potrà beneficiare della sospensione della pena e della non menzione nel casellario giudiziale, è ritenuto responsabile di lesioni colpose. La vittima è una bimba di sei anni, rimasta ferita a un occhio mentre veniva medicata al mento.
La piccola, come ricostruisce Lecceprima, era caduta in casa. La madre l’aveva portata in Pronto soccorso, dove il medico le aveva applicato dei punti di sutura. A un certo punto la bambina aveva cominciato a piangere sostenendo di avere qualcosa nell’occhio e di non riuscire più ad aprirlo.
Il medico avrebbe riferito alla mamma di averle forse sfiorato l’occhio col filo da sutura, provocandole così una leggera irritazione. Nonostante le rassicurazioni del camice bianco, che aveva consigliato l’applicazione di un collirio, la bambina continuava a lamentarsi affermando di non vedere bene.

Dopo una serie di ulteriori visite, la famiglia si era rivolta privatamente a uno specialista.

Quest’ultimo aveva accertato che l’occhio aveva subito un grave trauma e che quindi occorreva procedere d’urgenza. Da lì il ricovero al Policlinico di Bari per un delicato intervento chirurgico, andato a buon fine.
I genitori hanno quindi deciso di denunciare l’accaduto all’Autorità giudiziaria dando il via a un’inchiesta che ha portato al rinvio a giudizio del medico del Pronto soccorso.
Nel corso del processo è stato sentito il consulente incaricato dalla Procura di condurre gli accertamenti medico legali durante la fase investigativa. In base alle conclusioni del perito la bambina avrebbe riportato lesioni di carattere irreversibile. La gravità delle stesse ha richiesto un intervento con impianto di protesi, che “attualmente ha ridato un buon recupero ma con limitazioni funzionali” quali assenza di accomodazione e stereopsi. “Nel futuro – sottolinea l’esperto – “non si preclude la possibilità di peggioramento clinico per lo sviluppo di cataratta secondaria, sindrome dell’interfaccia v/r, strabismo”.
Il Giudice, quindi, ha ritenuto di procedere alla condanna. Nella sentenza, inoltre,  ha imposto all’imputato e alla Asl di Lecce il pagamento di una provvisionale di 70 mila euro alle parti civili, ovvero la piccola e i suoi genitori. L’entità del risarcimento sarà poi definita in separata sede. La richiesta della famiglia ammonta complessivamente a 600mila euro.
 
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Il camice bianco è finito a giudizio per lesioni in quanto avrebbe omesso di comunicare a una paziente gli esiti dell’esame istologico dopo un intervento per la rimozione di un tumore

Lesioni e falso materiale. Questi i reati per i quali un medico 59enne in servizio a Galatina è stato condannato rispettivamente a uno e dodici mesi. La richiesta avanzata dal vice procuratore onorario di Lecce era di un anno e 9 mesi. Il camice bianco potrà beneficiare della sospensione della pena e della non menzione.

Il professionista era accusato di aver operato una donna salentina, ma di non averle comunicato, per oltre un anno, gli esiti dell’esame istologico e di non averle prescritto alcuna terapia. In tal modo, come riporta il Corriere Salentino, avrebbe contribuito ad aggravarne, di fatto, le condizioni di salute.

La paziente, che nel frattempo è deceduta, era stata sottoposta nel 2010 a un intervento per la rimozione di una neoplasia del colon discendente.

Il dottore però avrebbe omesso di comunicarle i risultati sino al marzo del 2011 senza avviare, di conseguenza, alcun trattamento terapeutico. Stando all’ipotesi accusatoria, in virtù dell’elevato rischio di recidiva della donna, la terapia avrebbe dovuto essere iniziata entro 6-8 settimane dall’intervento. Il trattamento, inoltre, avrebbe dovuto protrarsi per 6-12 settimane.

Inoltre, in base a quanto emerso dal processo, il chirurgo avrebbe alterato il cartellino di dimissione della paziente apponendovi la dizione “adenocarcinoma metastasi linfonodale margini indenni”. Da qui la condanna del Tribunale per falso, nonostante nel corso del giudizio la difesa abbia presentato una perizia calligrafica in base alla quale la firma sul documento non sarebbe appartenuta all’imputato.

I legali del camice bianco, ora – riferisce il Corriere Salentino – attenderanno il deposito delle motivazioni della sentenza per proporre appello.

 

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LECCE, CINQUE CONDANNE E DUE ASSOLUZIONI PER LA MORTE DI UN SEDICENNE

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Il Giudice monocratico di Lecce ha riconosciuto le responsabilità di cinque medici in servizio presso un nosocomio della provincia salentina

Due anni di reclusione, con sospensione della pena. E’ il verdetto emesso dal giudice monocratico di Lecce nei confronti di cinque medici accusati della morte di un sedicenne. Nello specifico si tratta di un operatore del pronto soccorso; due rianimatori, un internista e un neurologo di una struttura sanitaria salentina.

La tragedia risale all’ottobre del 2014. Il ragazzo, affetto fin dal primo anno da una stenosi dell’acquedotto di Silvio, era stato colto, secondo quanto ricostruito nel dibattimento, da un malore a scuola. Rientrato presso la propria abitazione era stato visitato dal medico di famiglia che gli avrebbe prescritto alcuni accertamenti, senza specificarne la priorità e l’urgenza. Anche il medico di guardia, intervenuto poco dopo la mezzanotte del giorno successivo, avrebbe sottovalutato alcuni segnali, tra cui nausea, cefalea e tremore, limitandosi ad un’iniezione di Plasil e a “raccomandare” l’assunzione di molta acqua.

Al peggiorare delle condizioni del sedicenne, tuttavia, i familiari avevano chiamato il 118.

Il medico accorso però, a detta dell’accusa, avrebbe sbagliato diagnosi, ordinando il ricovero presso un ospedale di provincia anziché al “Fazzi” di Lecce, dotato del reparto di Neurochirurgia.

Anche gli altri camici bianchi che lo ebbero successivamente in cura presso la struttura di destinazione non avrebbero agito nella giusta direzione. Il ragazzo sarebbe stato sottoposto a una puntura lombare presso il reparto di Rianimazione, ma il suo quadro clinico sarebbe ulteriormente peggiorato. Inoltre, secondo la Procura, la risonanza magnetica sarebbe stata eseguita con grave ritardo. Poche ore dopo sarebbe sopraggiunto il decesso.

Il Giudice ha disposto a favore dei genitori e del fratello della vittima, costituitisi parte civile nel procedimento, una provvisionale di 60mila euro. L’entità del risarcimento dovrà essere quantificata in separata sede.

Assolti invece altri due imputati, ovvero un medico dell’ambulanza e una guardia medica. Si attendono ora le motivazioni della sentenza. Nel corso dell’udienza preliminare, invece, il gup aveva già disposto il non luogo a procedere per il medico curante.

 

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MORTO PER PRESUNTE RESPONSABILITÀ MEDICHE, CHIESTE 7 CONDANNE

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Il piccolo era deceduto a causa di una broncopolmonite bilaterale. Per il Tribunale di Lecce il fatto non costituisce reato

Il fatto non costituisce reato. Con questa formula il Tribunale di Lecce ha assolto due medici dell’ospedale di Galatina, in Salento. I professionisti, in servizio presso il reparto di ginecologia e ostetricia, erano finiti a processo per la morte di un neonato nel giugno del 2011. L’ipotesi di reato a loro carico era di omicidio colposo.

Il piccolo, come ricostruisce il Corriere Salentino, aveva appena cinque mesi di vita. Era deceduto a causa di una broncopolmonite bilaterale, dopo un decorso clinico causato da gravissime conseguenze di encefalopatia ipossico ischemica.

Il pubblico ministero aveva chiesto una condanna di due anni per entrambi gli imputati. Secondo l’ipotesi accusatoria, infatti, i medici avrebbero agito con negligenza, imprudenza e imperizia. In particolare, al momento del parto, durante la fase espulsiva, avrebbero proceduto in maniera non corretta ad applicare per due volte la ventosa ostetrica con manovre di kristeller provocando al neonato un’ipossia asfittica. Il tutto in assenza di un corretto monitoraggio del benessere fetale.

Il Giudice monocratico, tuttavia, ha ritenuto di non aderire alle ipotesi accusatorie escludendo qualsiasi responsabilità da parte dei sanitari per il tragico evento.

Accolte quindi le tesi della difesa. I legali dei camici bianchi, nello specifico, hanno evidenziato che non poteva essere considerata un errore l’applicazione per due volte della ventosa ostetrica, come sostenuto nel capo d’imputazione, in quanto il limite previsto sarebbe di tre. Inoltre non sarebbe stato necessario un monitoraggio continuo poiché non si trattava di una gravidanza a rischio.

Peraltro, secondo i difensori, la sofferenza fetale era da attribuire al fatto che il cordone fosse troppo breve e sottile. Ciò avrebbe costretto la placenta a sopperire alla carenza di ossigeno recando danni al bambino. Una circostanza, confermata dagli esami istologici, che non era preventivamente verificabile da parte dei sanitari. Da qui la sentenza di assoluzione, di cui ora si attendono le motivazioni.

 

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stroncata da una meningite

Al via il processo che vede imputati due professionisti della provincia di Lecce in relazione al decesso di una giovane diciottenne stroncata da una meningite nel 2015

Due camici bianchi sono stati rinviati a giudizio per il decesso di una studentessa diciottenne di origini brasiliane, stroncata da una meningite nel 2015. Si tratta di una guardia medica e un dottore del 118, rispettivamente di 60 e 49 anni, entrambi originari del Salento. Nelle scorse ore ha preso il via il processo davanti alla seconda sezione penale del Tribunale di Lecce. I Giudici dovranno decidere se, come ipotizzato dal pubblico ministero, vi siano responsabilità sanitarie per la morte della giovane.

Secondo quanto ricostruisce Lecceprima, la notte del 2 aprile la madre della ragazza avrebbe contattato la guardia medica riferendo che la figlia aveva febbre alta e conati di vomito. Il professionista, tuttavia, non avrebbe valutato necessaria una visita domiciliare limitandosi a prescrivere l’assunzione di farmaci analgesici e antipiretici. Per tale motivo il camice bianco è accusato anche di rifiuto e omissione di atti di ufficio.

Poco dopo venne richiesto l’intervento del 118.

Ma i sanitari, giunti sul posto all’1.15, non avrebbero ritenuto di predisporre il ricovero nonostante i sintomi presentati dalla diciottenne. Anche in occasione del secondo intervento, sollecitato alle 5.52, il medico finito a processo non avrebbe valutato correttamente il quadro clinico dell’assistita. A fronte del manifestarsi di macchie rosse sull’addome e sulle gambe, riferite anche telefonicamente, alla ragazza era stato attribuito un codice verde.

La paziente à riferisce Lecceprima – era stata accompagnata al pronto soccorso dell’ospedale di Galatina. Da li era stata trasferita d’urgenza prima presso il nosocomio di Scorrano e poi al Vito Fazzi di Lecce. Dopo circa 10 giorni, il 13 aprile, era sopraggiunto il decesso. I familiari della vittima si sono costituiti parte civile.

 

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MORTA DOPO UN RICOVERO D’URGENZA, APERTA UN’INCHIESTA

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Una condanna a nove mesi di carcere e 8000 euro di spese e danni stabiliti dal tribunale di Lecce. E’ quanto è costato scrivere recensioni false su TripAdvisor

Scrivere recensioni false su TripAdvisor potrebbe costare molto caro.

A stabilirlo è stato il Tribunale di Lecce, che ha condannato a 9 mesi di carcere e al pagamento di circa 8000 euro, il proprietario di un’agenzia che vendeva pacchetti di recensioni false su Tripadvisor a titolari di ristoranti e hotel in Italia.

Qualche esempio? Scrivere recensioni su piatti che non erano nel menù da anni, oppure datate in giorni in cui i locali erano chiusi, o ancora voti assegnati senza mai avere visitato i posti e che, però, in positivo o in negativo, falsavano la classifica di TripAdvisor, possono costare sanzioni.

Pertanto, il Tribunale penale di Lecce ha stabilito che scrivere recensioni false su TripAdvisor, nascondendosi dietro false identità, è reato. E, come tale, si rischia una condanna.

Nel caso di specie, TripAdvisor si è costituita parte civile nel processo contro l’agenzia ed ha condiviso le prove raccolte dal suo team interno di investigazione frodi.

La stessa società ha infatti dichiarato che dal 2015 sono state più di 60 le aziende di recensioni a pagamento bloccate nel mondo.

Un lavoro non semplice da portare avanti, che va organizzato di concerto con le autorità competenti e le forze dell’ordine dei singoli Paesi per supportarne i procedimenti penali.

La decisione del tribunale leccese ha raccolto i riscontri positivi di Federalberghi.

Per la federazione, infatti, “va nella giusta direzione la sentenza del Tribunale penale di Lecce, che ha inflitto una pena esemplare (nove mesi di carcere) a uno “spacciatore” di fake reviews, che scriveva e vendeva recensioni false utilizzando un’identità falsa”.

Il problema delle recensioni false, però, è molto vasto.

La soluzione, secondo Federalberghi, potrebbe “risiedere in una robusta affermazione del principio di responsabilità”. Insomma, il primo passo per i portali “è un deciso stop alle recensioni anonime e ai nickname di comodo”.

Un modo per accertare l’identità di chi scrive ed evitare fenomeni di questo tipo.

Secondo Giorgio Palmucci, Presidente di Associazione Italiana Confindustria Alberghi la sentenza è un segnale molto importante. “In questi anni – prosegue – abbiamo collaborato con TripAdvisor segnalando tutte le situazioni in cui venivano offerte recensioni a pagamento”.

La sentenza del Tribunale di Lecce, dunque, “fa giustizia per tanti operatori che lavorano con impegno e correttezza. Un precedente importante che potrà dissuadere quanti abbiano pensato di utilizzare le opportunità della rete in modo distorto”.

 

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LA DIFFAMAZIONE PER MEZZO DEL SOCIAL NETWORK FACEBOOK

imprenditore colto da infarto

Condannato a due anni e due mesi per calunnia e diffamazione. Aveva accusato ingiustamente un medico di condotte deontologicamente scorrette, oltre che di turpiloquio

Aveva accusato ingiustamente un medico di non aver assistito degnamente il padre malato. Il giudice monocratico del Tribunale di Lecce ha condannato a due anni e due mesi un 60enne della Provincia di Lecce per il reato di calunnia e diffamazione. Assolti, invece, dalla stessa ipotesi di reato, il fratello e la sorella del condannato.

La vicenda, secondo quanto riportato dal Corriere Salentino, risale al gennaio del 2012. Secondo l’accusa gli imputati avevano segnalato una serie di presunte condotte deontologicamente scorrette da parte del medico. Il tutto mediante una missiva indirizzata a vari organi, tra cui l’Azienda sanitaria locale del capoluogo di provincia salentino.

Più specificamente i tre fratelli contestavano al camice bianco il fatto di non aver svolto adeguate visite al padre, successivamente defunto. Il medico, inoltre, avrebbe usato il turpiloquio rivolgendosi sia al paziente che ai parenti. Questi, quindi, chiedevano l’adozione di provvedimenti disciplinari da parte degli organi sanitari competenti nei confronti del professionista.

Ma il medico, all’epoca Dirigente del Reparto di Geriatria dell’Ospedale di Copertino, ritenendo di aver sempre operato correttamente, decise di denunciarli per calunnia e diffamazione.

Anch’egli, tuttavia, finì sotto processo. I familiari del paziente decisero di denunciarlo, a loro volta, per utilizzo indebito della cartella clinica del padre. Questa infatti era stata allegata alla querela nei loro confronti. Il camice bianco rispondeva quindi di trattamento illecito di dati personali. Anche’egli è stato assolto “perché il fatto non costituisce reato”.

 

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FALSE ATTESTAZIONI PER PARTECIPARE AL CONCORSO: MEDICO ASSOLTO

ASSOLTO UN MEDICO FISIATRA: ERA ACCUSATO DI AVER TRUFFATO L’ASL

BIMBO DI 9 ANNI MORTO GIOCANDO A CALCIO: MEDICO DEL 118 ASSOLTO

Il giudice ha calcolato la somma da liquidare tenendo conto della perdita di chance e del danno curriculare arrecato all’impresa

Se un’impresa viene esclusa da una gara a causa del ritardo della raccomandata contenente l’offerta, può far valere la responsabilità contrattuale della società postale. Lo ha stabilito il Tribunale di Lecce, seconda sezione civile, con la sentenza n. 399/2017.

L’azienda postale, nel caso in questione Poste s.p.a, non aveva rispettato i tempi di recapito indicati nelle condizioni generali; il giudice, pertanto, ha ritenuto di condannarla al risarcimento del danno derivante dalla perdita di chance, oltre al danno curriculare e alle spese di spedizione, per un totale di 5.500 euro.

Secondo il Tribunale, infatti, l’impresa partecipando alla gara avrebbe avuto elevate possibilità di vincita in virtù della percentuale di ribasso prevista in offerta economica, che sarebbe stata maggiore rispetto all’impresa risultata poi aggiudicataria della commessa. Inoltre, aveva già lavorato con l’appaltante ed era in possesso dei requisiti di natura tecnica ed economica previsti dal bando di gara.

Nel calcolo del risarcimento dovuto, in particolare,  il giudice ha preso in considerazione sia il danno emergente, sia il lucro cessante. Più specificamente il 20 per cento dell’offerta, ovvero cinquemila euro, sono stati riconosciuti in virtù del vantaggio economico perduto, ovvero gli utili che l’aggiudicazione dell’appalto avrebbe fatto conseguire all’impresa; Poste s.p.a, inoltre, è stata condannata al pagamento di ulteriori 500 euro per il danno derivante dal non aver potuto implementare il proprio curriculum di servizi svolti per la P.A.

L’unico modo con cui l’azienda postale avrebbe potuto evitare la condanna sarebbe stata la dimostrazione che il ritardo nella consegna derivava da una causa non imputabile alla gestione del servizio.

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Il condomino non può ricorrere all’autorità giudiziaria senza prima aver interpellato l’organo assembleare per le decisioni relative alle parti comuni dell’edificio

Una richiesta di risarcimento pari a 15mila euro per eliminare lo stato di degrado e di pericolo in cui versava lo stabile in cui abitavano. E’ la richiesta avanzata da alcuni condomini nei confronti di un Comune della provincia di Lecce, titolare di un fabbricato in un contesto di Edilizia Residenziale Pubblica, presso cui gli attori della causa avevano riscattato un appartamento che gli era stato assegnato come alloggio. I condomini sostenevano che l’immobile avesse subito dei danneggiamenti e che questi fossero di responsabilità esclusiva del Comune, che non aveva effettuato la manutenzione straordinaria del fabbricato.

La municipalità si era costituita in giudizio controbattendo di non essere in realtà proprietaria di alcun immobile, dal momento che le sei unità abitative che ne facevano parte erano state vendute ad altri soggetti privati. Tali soggetti, pertanto, erano stati chiamati in causa e avevano anch’essi chiesto il rigetto delle domande degli attori, in quanto infondate. L’Amministrazione comunale, inoltre,  non riteneva di essere responsabile per i reati previsti dagli articoli 2051 (danno cagionato da cosa in custodia) e 2043 (risarcimento per fatto illecito) del codice civile poiché tali fatti sarebbero stati in realtà addebitabili al comportamento negligente degli attori che avevano omesso gli ordinari interventi manutentivi. Semmai era ipotizzabile un concorso colposo ex art. 1227 del codice civile (concorso del fatto colposo del creditore).

Il Tribunale di Lecce, nel pronunciarsi sulla vicenda con sentenza n. 4925 del 18 novembre 2016, ha evidenziato che, in materia condominiale, il singolo condomino non può adire l’autorità giudiziaria senza prima aver interpellato l’assemblea. In base alla normativa vigente, infatti, l’assemblea di condominio è “autorità sovrana a decidere delle questioni relative alle opere di straordinaria manutenzione delle parti comuni dell’edificio”. Ricorrendo all’assemblea si garantisce il diritto di tutti i partecipanti all’amministrazione della cosa comune consentendo ai condomini di partecipare alle scelte in materia di opere straordinarie.

Anche la Corte di Cassazione si era espressa in tal precisando, con sentenza n. 4213/1982 che in tema di comunione, non sono proponibili azioni giudiziarie relativamente alle spese ed all’amministrazione delle cose comuni prima che venga sollecitata e provocata una deliberazione dell’assemblea dei comproprietari cui spetta ogni determinazione al riguardo. Secondo il giudice, quindi, poiché nel caso in esame gli attori non si erano nemmeno rivolti all’assemblea, prima di rivolgersi al giudice, la domanda doveva essere considerata inammissibile. Peraltro, i promotori della causa non potevano lamentare danni all’alloggio di loro proprietà e alla salute, in quanto avrebbero potuto evitarli attivandosi per tempo e sollecitando il condominio alla gestione della cosa comune, secondo l’iter previsto dalla legge in materia.

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