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tribunale di milano

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ricettazione di farmaci

Tra i reati contestati, il furto e la ricettazione di farmaci attraverso la contraffazione dei bollini farmaceutici. Eseguite 11 misure di custodia cautelare

Associazione per delinquere finalizzata al furto e alla ricettazione di farmaci, alla truffa ai danni di privati e Enti pubblici, falsificazione, riciclaggio di specialità medicinali e autoriciclaggio. Sono i reati contestati, a vario titolo, a undici soggetti destinatari di altrettante misure cautelari. I provvedimenti, emessi dal Tribunale di Milano, sono stati eseguiti dai carabinieri del Nas.

Le indagini sono tate avviate nell’autunno 2017. L’operazione, denominata convenzionalmente “Partenope”,  ha consentito di effettuare già 10 sequestri di farmaci e dispositivi medici presso depositi all’ingrosso e Farmacie nelle province di Milano, Genova, Padova, Matera, Napoli.  Ma soprattutto ha permesso di individuare e neutralizzare due distinte organizzazioni criminali.

La prima, operante a Milano e nell’hinterland, ma anche in Emilia Romagna, era dedita al furto di farmaci. I medicinali venivano poi ricettati e riciclati nel circuito commerciale lecito, utilizzando società di comodo e la collusione di altro distributore. Quest’ultimo provvedeva alla consegna ad altri grossisti farmaceutici o farmacie per la successiva dispensazione al pubblico, su tutto il territorio della Regione Lombardia.

La seconda, invece, molto più strutturata e articolata in 10 diverse province, poteva contare sulla complicità di alcune case farmaceutiche o distributori all’ingrosso di specialità medicinali.

Il modus operandi prevedeva l’acquisto di grossi quantitativi di specialità medicinali destinate a strutture ospedaliere che poi venivano rivendute al pubblico a prezzi maggiorati. Il tutto, falsificando i relativi bollini farmaceutici al fine di dissimularne l’originaria destinazione esclusiva.

Questo sistema gli consentiva di intascare indebitamente ingenti somme di denaro lucrando sulla differenza tra il prezzo di acquisto dei farmaci in confezione ospedaliera ex factori  e il prezzo di vendita effettuato dopo la contraffazione del bollino farmaceutico, come farmaco destinato al pubblico. Uno stratagemma  gli avrebbe consentito di percepire un ingiusto profitto valutato in circa € 5.000.000 all’anno.

 

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autismo infantile

Archiviazione definitiva delle denunce per lesioni e abuso di ufficio presentate dai genitori di una bambina con autismo infantile

Non sono “sindacabili in sede penale” le “direttive ministeriali fondate sulle risultanze dei più recenti studi epidemiologici” che hanno escluso il nesso vaccino-autismo. Così la Corte di Cassazione in una recente sentenza con la quale è stata confermata l’archiviazione, pronunciata dal Gip di Milano lo scorso settembre, delle denunce per lesioni e abuso d’ufficio presentate dai genitori di una bimba con autismo infantile. Una condizione che, secondo il padre e la madre, si sarebbe sviluppata a causa delle vaccinazioni obbligatorie.

La Commissione medico ospedaliera di Milano, come riporta l’Ansa, aveva inizialmente accolto la richiesta di indennizzo per danni alla salute avanzata dalla famiglia. Era il febbraio del 2016. Nell’ottobre dello stesso anno, però, il provvedimento era stato revocato, dopo che l’organo si era adeguato “alle indicazioni provenienti dal Ministero della Salute”. Queste, sulla base dei più recenti studi escludevano il nesso tra vaccini e autismo. Da qui il ricorso dei genitori al Tribunale di Milano.

Secondo i Giudici Ermellini, tuttavia, il Giudice per le indagini preliminari ha correttamente archiviato le denunce.

Peraltro, quella per lesioni era anche tardiva “in quanto l’annullamento in autotutela del primo provvedimento era stato adottato in conformità alle direttive ministeriali, fondate sulle risultanze dei più recenti studi epidemiologici, quindi, nell’ambito di una valutazione discrezionale, di natura tecnica, non sindacabile in sede penale”.

Per la Cassazione altrettanto “correttamente” il magistrato “ha ritenuto che la base valutativa, costituita da dati scientifici, e l’allineamento agli stessi in sede di revisione del precedente giudizio espresso escludevano l’ingiustizia del danno”. Inoltre, “anche a voler ritenere sussistente una violazione di legge, mancava un qualsiasi indizio che potesse far prospettare che la pretesa condotta irregolare si inserisse in un contesto di obiettiva volontà di ‘abuso’, consistente nel voler intenzionalmente provocare un danno ingiusto”.

La Suprema Corte, con il verdetto n. 2983/2018, ha quindi dichiarato “inammissibili per manifesta infondatezza” i ricorsi presentati dai genitori. I Giudici del Palazzaccio, hanno inoltre ricordato che “in assenza di un reato è inutile parlare di pertinenza e rilevanza delle prove integrative a fronte di un decreto di archiviazione emesso ‘de plano’ dopo la presentazione di un’opposizione”.

 

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ristrutturazione aziendale

Qualora il progetto di ristrutturazione aziendale si riferisca in modo esclusivo ad un’unità produttiva o ad uno specifico settore dell’azienda (…) non può essere ritenuta legittima la scelta di licenziare quei lavoratori solo perché impiegati nel reparto operativo soppresso o ridotto, trascurando il possesso di professionalità equivalente a quella di addetti ad altre realtà organizzative

Il Tribunale di Milano (sent. n. 2005/2018) ha dichiarato l’illegittimità dei licenziamenti intimati ad alcuni dipendenti da parte di una società operante nel settore delle costruzioni stradali ed autostradali, all’esito della procedura di licenziamento collettivo avviata in data 21 luglio 2016 in virtù di una ristrutturazione aziendale.

Con verbale di intesa stipulato tra la società e le organizzazioni sindacali, si era dato atto di avere esperito positivamente la procedura di licenziamento ex artt. 4 e 24 della L. n. 223/91, nella quale, era stato, peraltro, precisato che la scelta dei lavoratori da collocare in mobilità non fosse limitata ai dipendenti operanti nel reparto aziendale soppresso, ma andava effettuata sulla base di una comparazione tra i lavoratori dell’intero complesso aziendale, al fine di verificare l’eventuale idoneità dei dipendenti ad una loro ricollocazione presso altre unità produttive ovvero di Gruppo.

Ebbene, la predetta comparazione fu proprio condotta valutando le professionalità dei lavoratori e l’eventuale pregresso svolgimento di attività in altre articolazioni aziendali, con l’obiettivo di individuare l’esistenza di lavoratori in possesso di professionalità equivalenti a quelle degli addetti in servizio presso altre realtà produttive.

All’esito della comparazione condotta secondo i criteri indicati ed esaminate le posizioni lavorative presso tutte le unità produttive dell’azienda, le parti avevano convenuto di licenziare i lavoratori occupati nel reparto/settore oggetto di ristrutturazione/soppressione aziendale.

I criteri per il licenziamento

Ma ben presto ci si rese conto che l’applicazione del criterio di una rotazione del personale tra le diverse unità produttive aziendali avrebbe creato un grave sconvolgimento delle attività e dell’organizzazione delle singole unità produttive. Sarebbe stata perciò, impraticabile.

Cosicché si decise che i criteri da seguire per l’individuazione dei lavoratori da licenziare, in relazione alle esigenze tecnico-produttive ed organizzative del complesso aziendale e, nel rispetto dei criteri previsti da contratti collettivi stipulati con i sindacati sarebbero stati i seguenti:

a) carichi di famiglia;

b) anzianità;

c) esigenze tecnico-produttive ed organizzative.

A seguito della protesta dei lavoratori licenziati, la decisione circa la legittimità dei criteri enunciati, venne rimessa al vaglio del giudice milanese.

La decisione di merito

Viene immediatamente invocato il consolidato insegnamento giurisprudenziale secondo il quale “qualora il progetto di ristrutturazione aziendale si riferisca in modo esclusivo ad un’unità produttiva o ad uno specifico settore dell’azienda, la platea dei lavoratori interessati può essere limitata agli addetti ad un determinato reparto o settore solo sulla base di oggettive esigenze aziendali, in relazione al progetto di ristrutturazione aziendale. Tuttavia poiché ai fini della corretta applicazione del criterio delle esigenze tecnico- produttive dell’azienda, previsto dalla L. n. 223 del 1991, art. 5, per l’individuazione dei lavoratori da licenziare, la comparazione delle diverse posizioni dei lavoratori deve essere effettuata nel rispetto del principio di buona fede e correttezza di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c., il datore di lavoro non può limitare la scelta dei lavoratori da porre in mobilità ai soli dipendenti addetti a tale reparto se detti lavoratori sono idonei – per pregresso svolgimento della propria attività in altri reparti dell’azienda – ad occupare le posizioni lavorative di colleghi addetti ad altri reparti con la conseguenza che non può essere ritenuta legittima la scelta di lavoratori solo perché impiegati nel reparto operativo soppresso o ridotto, trascurando il possesso di professionalità equivalente a quella di addetti ad altre realtà organizzative (V. sostanzialmente in tal senso per tutte Cass. 13783/2006, 22824/2009, 22825/2009, 9711/2011)” (così Cass. 12 gennaio 2015 n. 2013; in termini cfr. Cass. 6 ottobre 2016 n. 20062; Cass. 1 agosto 2017 n. 19105; Cass. 18 luglio 2017 n. 17724).

Alla luce dei principi enunciati dalla Suprema Corte, il Tribunale ha ritenuto che, tramite accordo sindacale, possano essere legittimamente determinati criteri di scelta dei lavoratori diversi da quelli stabiliti per legge, e, in particolare, possa anche darsi rilievo esclusivo alle esigenze tecnico-produttive ed organizzative, senza considerare i criteri del carico di famiglia e dell’anzianità di servizio.

All’accordo sindacale, in altri termini, è rimessa piena facoltà di individuare criteri di selezione dei lavoratori da licenziare diversi da quelli legali (sempre che, come ovvio, si tratti di criteri non discriminatori e non confliggenti con norme e principi dell’ordinamento).

Ma deve aggiungersi che, in ogni caso, l’accordo sindacale non può delimitare arbitrariamente il perimetro entro il quale applicare i criteri anzidetti, dovendo comunque sussistere, anche in presenza di un accordo sindacale in ordine ai criteri di scelta, esigenze oggettive che giustifichino, a monte, l’eventuale limitazione – rispetto all’intero complesso aziendale – della platea dei lavoratori tra cui operare la selezione.

 

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Caduta

Un comune lombardo era stato citato a giudizio per il risarcimento dei danni subiti da un passante in conseguenza di una caduta causata da una buca sul marciapiede

Nel corso del processo di merito, instaurato dinanzi al Tribunale di Milano (sent. n. 1144/18) , era emerso, grazie anche alle dichiarazioni di un testimone, che la caduta era stata causata da un’anomalia del marciapiede, peraltro non segnalata.

L’Ente convenuto in giudizio, si difendeva adducendo che l’attore frequentava abitualmente i luoghi ove era avvenuto il fatto; quasi cioè, a voler dire che poteva presumersi che egli conoscesse bene l’esistenza della buca che aveva cagionato il sinistro.

Ma per il giudice del capoluogo lombardo tale asserzione è del tutto fuorviante.

Non è questo il caso del Condominio – afferma – luogo circoscritto e che può essere conosciuto, dagli abituali frequentatori. Siamo, invece, in una strada aperta al pubblico transito; non sembra esigibile che il cittadino conservi memoria di tutte le anomalie del manto stradale, tanto più quando si tratti di modesti dislivelli, quindi, scarsamente visibili, ma proprio perciò altamente pericolosi; per altro verso l’utente della strada nutre un’ovvia aspettativa in ordine alla regolarità di un manto stradale non indicato come dissestato da un apposito segnale di pericolo e l’ora diurna non necessariamente rende percepibile un dissesto (per tali rilievi si veda Cass., 22604/09).

Fatte queste premesse il Tribunale meneghino ricorda che la questione del risarcimento dei danni richiesto ai Comuni per gli incidenti che si verificano a causa dei dissesti delle strade è differente in base alla disposizione del codice civile invocata: l’art. 2043 (Risarcimento per fatto illecito. Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno. (Cod. Pen. 185), ovvero l’art. 2051 (Danno cagionato da cosa in custodia. Ciascuno e responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito).

E la differenza è sostanziale!

L’applicazione dell’art. 2043 fa sì che sia il danneggiato a dover provare la colpa del Comune, allegando in causa che la buca o la disconnessione rappresentava un pericolo occulto (definito anche insidia o trabocchetto), caratterizzato dalla coesistenza dell’elemento oggettivo della non visibilità e dell’elemento soggettivo della imprevedibilità.

L’applicazione dell’art. 2051 consente una inversione della prova: il comune è obbligato a custodire le strade, con la conseguenza che è responsabile dei danni cagionati alle persone e cose, nei limiti in cui non vi sia l’impossibilità di governo del territorio. L’obbligo di custodia sussiste se vi è: a) il potere di controllare la cosa; b) il potere di modificare la situazione di pericolo insita nella cosa o che in essa si è determinata; c) il potere di escludere qualsiasi terzo dall’ingerenza sulla cosa nel momento in cui si è prodotto il danno; se anche il danneggiato ha avuto un ruolo causale nella determinazione dell’evento dannoso troverà applicazione l’art. 1227 c.c. (Casa., 27 marzo 2007 n. 7403).

Nella giurisprudenza di legittimità è costante il principio secondo cui la responsabilità ex art. 2051 cod. civ. sussiste in relazione a tutti i danni da essa cagionati, sia per la sua intrinseca natura, sia per l’insorgenza in essa di agenti dannosi, essendo esclusa solo dal caso fortuito, che può essere rappresentato – con effetto liberatorio totale o parziale – anche dal fatto del danneggiato, avente un’efficacia causale tale da interrompere del tutto il nesso eziologico tra la cosa e l’evento dannoso o da affiancarsi come ulteriore contributo utile nella produzione del danno (da ultimo Cass. 7 aprile 2010 n 8229).

Rispetto alle strade aperte al pubblico la stessa Cassazione ha ritenuto che la disciplina di cui all’art. 2051 cod. civ. è applicabile in riferimento alle situazioni di pericolo connesse alla struttura o alle pertinenze della strada, essendo configurabile il caso fortuito in relazione a quelle situazioni provocate dagli stessi utenti, ovvero da una repentina e non specificamente prevedibile alterazione dello stato della cosa che, nonostante l’attività di controllo e la diligenza impiegata allo scopo di garantire un intervento tempestivo, non possa essere rimossa o segnalata, per difetto del tempo strettamente necessario a provvedere.

La responsabilità del Comune

Deve, perciò, affermarsi che il danneggiato che invochi la responsabilità di cui all’art, 2051 c.c. contro una P.A. (o il gestore), in relazione a danno originatosi da bene demaniale o patrimoniale soggetto ad uso generale e diretto della collettività, non è onerato della dimostrazione della verificazione del danno in conseguenza dell’esistenza di una situazione qualificabile come insidia o trabocchetto, dovendo esclusivamente provare – come avviene di regola per le ipotesi di responsabilità per i danni cagionati da una cosa in custodia – l’evento dannoso e l’esistenza del rapporto eziologico tra la cosa e l’evento suddetto. Trattandosi di un’ipotesi di responsabilità aggravata e non di responsabilità oggettiva, la P.A., per liberarsi dalla presunzione gravante su di essa, deve dare la prova del fortuito e quindi dimostrare mancanza di colpa, che emerge sul piano del raffronto tra lo sforzo diligente necessario per prevenire ed evitare l’evento e la condotta mantenuta (cfr. Cass. 20 febbraio 2006, 3651).

La presunzione di responsabilità per il danno cagionato dalle cose che si hanno in custodia, stabilita dall’art. 2051 c.c., è applicabile nei confronti dei comuni, quali proprietari delle strade del demanio comunale, pur se tali beni siano oggetto di un uso generale e diretto da parte dei cittadini, qualora la loro estensione sia tale da consentire l’esercizio di un continuo ed efficace controllo che sia idoneo ad impedire l’insorgenza di cause di pericolo per i terzi.

Il fattore decisivo per l’applicabilità della disciplina ex art. 2051 c.c. deve individuarsi nella possibilità o meno di esercitare un potere di controllo e di vigilanza sui beni demaniali, tenendo conto non soltanto con riguardo all’estensione della strada, ma anche alle sue caratteristiche, alla posizione, alle dotazioni, ai sistemi di assistenza che lo connotano, agli strumenti che il progressi tecnologico appresta, in quanto tali caratteristiche acquistano rilievo condizionante anche delle aspettative degli utenti, rilevando ancora, quanto alle strade comunali, come figura sintomatica della possibilità del loro effettivo controllo, la circostanza che le stesse si trovino all’interno della perimetrazione del centro abitato.

Ebbene, nel caso di specie, doveva affermarsi la responsabilità del Comune ai sensi dell’art. 2051 c.c..

Nel caso in esame era sussistente l’anomalia della cosa non segnalata, vi era poi, la prova del nesso di causa, mentre da parte sua il Comune non ha provato il fortuito, ma si è limitato a congetture e illazioni sul comportamento del pedone.

Si deve pertanto dichiarare la sussistenza del diritto della parte attrice al risarcimento dei danni subiti, tenuto conto della quantificazione dei danni quale risulta dalla documentazione e dall’esperita consulenza medica.

 

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ospedale

In materia di responsabilità medica, non ha alcun rilievo il fatto che l’ospedale, per adempiere le sue prestazioni, si avvalga dell’opera di suoi dipendenti o di suoi collaboratori esterni e che la condotta dannosa sia materialmente posta in essere dagli ausiliari, poiché, a norma dell’art. 1228 c.c., il debitore che per adempiere si avvale dell’opera di terzi risponde anche dei fatti dolosi o colposi di questi

Il principio è estratto dalla motivazione contenuta in una recente sentenza nella quale il Tribunale di Milano (Sez. I, n. 10798/2018) si è pronunciato ancora su un caso di responsabilità medica per i danni cagionati ad un paziente a seguito di un intervento chirurgico eseguito in ospedale.

La vicenda

A causa di una caduta accidentale avvenuta in casa, il ricorrente, un promotore commerciale, riportava un trauma al ginocchio sinistro, nello specifico si trattava di una frattura.

Veniva pertanto, visitato presso la struttura ospedaliera convenuta in giudizio e successivamente presso lo studio privato di un medico specialista che gli suggeriva l’esecuzione di un intervento in artroscopia con anestesia spinale.

L’intervento veniva eseguito e il giorno successivo all’operazione l’attore veniva dimesso, nonostante lamentasse la mancata sensibilità a tutta la gamba e l’impossibilità di muovere il piede.

A distanza di una settimana, visto il permanere delle problematiche al piede e la sostanziale permanenza dell’anestesia laterale alla tibia anteriore, l’uomo si rivolgeva nuovamente presso la struttura, sottoponendosi anche a molteplici visite di controllo presso lo studio medico dello specialista, senza che tuttavia, nessuna problematica fosse rilavata.

La vicenda non si concluse. Perché a distanza di due anni dall’intervento eseguito, il ricorrente continuava a lamentare “disturbi trofici sensitivi e motori al piede sinistro che ne limitavano fortemente le normali attività non solo della vita quotidiana ma anche di quella lavorativa”.

Il deficit motorio dovuto alla condotta imperita del medico che aveva eseguito l’operazione, gli aveva impedito peraltro, di ottenere la corresponsione di un bonus lavorativo che gli sarebbe stato liquidato in caso di raggiungimento di particolari obiettivi professionali, preclusi, per l’appunto, dall’impossibilità di adoperare l’autovettura per eseguire gli spostamenti necessari allo svolgimento della propria attività.

Dopo un tentativo di mediazione, la vicenda finiva dinanzi al giudice ordinario.

Il processo

Si costituiva il medico, autore dell’intervento, il quale eccepiva che nessun errore tecnico fosse a lui imputabile e che dunque, nessuna responsabilità fosse al lui ascrivibile.

Compariva in giudizio anche la struttura sanitaria, associandosi alle difese del medico. E aggiungeva, altresì che il paziente non aveva in alcun modo individuato i profili di inadempimento imputabili ad essa senza perciò assolvere all’onere probatorio di cui era gravato.

Dall’esame della CTU espletata nel corso del giudizio di primo grado, era emerso (e pertanto, poteva dirsi provato) che il danno patito dal ricorrente, nei termini di compromissione della integrità psicofisica, fosse riconducibile materialmente ed eziologicamente alla attività sanitaria posta in essere all’interno della struttura sanitaria convenuta.

La responsabilità dell’ospedale

Ebbene, pur non essendo stata individuata la condotta specifica, il rapporto di assistenza e cura che si instaura tra paziente e struttura sanitaria consente di far operare il meccanismo di riparto dell’onere probatorio della responsabilità contrattuale che porta, come conseguenza, che spetta alla struttura sanitaria convenuta dimostrare che il danno, avvenuto all’interno della struttura, è stato provocato da fatto imprevedibile e da causa a sé non imputabile, prova che nella specie non è stata raggiunta.

Secondo l’insegnamento consolidato della giurisprudenza di legittimità, la responsabilità risarcitoria della struttura sanitaria, per l’inadempimento e/o per l’inesatto adempimento delle prestazioni dovute in base al contratto di spedalità, va infatti inquadrata nella responsabilità da inadempimento ex art. 1218 c.c. (cfr. Cass. n. 9556/2002, n. 577/2008 e più recentemente Sez. 3 sentenza n. 18392 del 26/07/2017).

I suddetti principi sono stati da ultimo recepiti dalla Legge 24/2017 (entrata in vigore in data 1 aprile 2017), il cui art. 7, primo comma, recita testualmente: “La struttura sanitaria o sociosanitaria pubblica o privata che, nell’adempimento della propria obbligazione, si avvalga dell’opera di esercenti la professione sanitaria, anche se scelti dal paziente e ancorché non dipendenti della struttura stessa, risponde, ai sensi degli articoli 1218 e 1228 del codice civile, delle loro condotte dolose o colpose.”

Fra la struttura sanitaria ed il paziente, per effetto della mera accettazione del paziente, sorge infatti un rapporto di natura contrattuale atipico denominato di “spedalità” o di “assistenza sanitaria”, per effetto del quale la struttura assume l’obbligo di adempiere sia prestazioni principali di carattere strettamente sanitario sia prestazioni secondarie ed accessorie – fra cui prestare assistenza al malato, fornire vitto e alloggio in caso di ricovero – (cfr. Cass. n. 8826/2007).

Ma vi è di più.

Ai fini della diretta riferibilità ex artt. 1218-1228 c.c. delle conseguenze risarcitorie dell’illecito non assume particolare rilevo che il contraente/debitore nell’adempimento delle sue obbligazioni si avvalga – per l’esecuzione delle prestazioni strettamente sanitarie di particolari figure professionali abilitate – necessariamente di propri dipendenti o di collaboratori esterni. Ne deriva che la struttura sanitaria per essere esonerata dalla responsabilità risarcitoria verso il paziente è tenuta a fornire la prova positiva che le conseguenze dannose di tale condotta non le sono imputabili a titolo di inadempimento delle obbligazioni oggetto del contratto di spedalità. Nel caso di specie la consulenza d’ufficio ha fornito la prova dell’inesatto adempimento della prestazione principale (la prestazione sanitaria) da parte dell’Ospedale, che è quindi tenuto ex artt. 1218-1228 c.c. a risarcire integralmente i danni (non patrimoniali e patrimoniali emergenti) derivati dalla condotta colposa dei propri dipendenti e collaboratori.

Detto in altri termini, non ha alcun rilievo il fatto che la struttura per adempiere le sue prestazioni si avvalga dell’opera di suoi dipendenti o di suoi collaboratori esterni e che la condotta dannosa sia materialmente posta in essere dagli ausiliari, poiché, a norma dell’art. 1228 c.c., il debitore che per adempiere si avvale dell’opera di terzi risponde anche dei fatti dolosi o colposi di questi.

Il terzo comma del medesimo art. 7, legge n. 24/2017, statuisce infatti che l’esercente la professione sanitaria presso la struttura – ancorché non dipendente della medesima- “risponde del proprio operato ai sensi dell’art. 2043 del codice civile, salvo che abbia agito nell’adempimento di obbligazione contrattuale assunta con il paziente.” Tale ultima disposizione comporta il definitivo superamento dell’orientamento giurisprudenziale secondo cui la responsabilità del medico nei confronti del paziente che accede ad una struttura ospedaliera è di tipo contrattuale e conferma l’orientamento giurisprudenziale espresso dal Tribunale di Milano a seguito della legge Balduzzi con riguardo alla natura extra contrattuale della responsabilità del medico operante all’interno della struttura ospedaliera.

In ogni caso, è pacifico che quando nello stesso giudizio sono convenuti sia la struttura sanitaria che il medico operante, la sussistenza di un unico fatto dannoso, seppur imputabile a titolo diverso all’ospedale ed al sanitario, comporterà sempre la condanna in solido dei convenuti al risarcimento del danno causato, ai sensi dell’art. 2055 c.c.(cfr. Cass. n. 27713/2005).

È per tali ragioni che il Tribunale meneghino ha condannato la struttura sanitaria convenuta in giudizio al risarcimento del danno patito in occasione dell’intervento oggetto di causa.

 

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DOPPIO CICLO DEL NESSO CAUSALE NEI GIUDIZI DI RESPONSABILITA’ MEDICA

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danno iatrogeno incrementativo

Trattasi di una valutazione equitativa su un danno iatrogeno incrementativo: ossia come danneggiare un cittadino già danneggiato sottraendogli 45mila euro!

Una sentenza del Tribunale di Milano che certamente non è equa con il danneggiato “sfortunato” che, per fatto illecito altrui, ai suoi problemi fisici ne aggiunge altri (danno iatrogeno incrementativo).

In questa sentenza il giudice considera più giusto che il danneggiante non si faccia carico dei problemi preesistenti del danneggiato il quale, però, deve, con rispettosa dignità, sopportare il “deprezzamento” fisico causato dal fatto ingiusto altrui!

Insomma, parliamo di un caso dove il ctu specifica motivatamente il maggior danno legato alla infezione della protesi del ginocchio, e dove il giudice, tale maggior danno (10%) lo conteggia alla stregua di un NON maggior danno. Ma leggiamo, nel seguente stralcio della sentenza, la modalità del calcolo economico di questo maggior danno del 10%:

“…Per quanto concerne i postumi di carattere permanente, il quadro menomativo attualmente residuato a carico dell’arto inferiore sinistro della sig.ra C. (ormai stabilizzato) è complessivamente quantificabile, in termini di danno biologico permanente, nella misura del 30% (trenta per cento), comprensivo delle limitazioni funzionali articolari e degli esiti cicatriziali e meiopragici muscolo-ligamentosi post chirurgici e post-infettivi”

Tale proposta valutativa indica il complessivo danno residuato dagli esiti chirurgici delle cruentazioni al ginocchio sinistro in un quadro di pregressa gonartrosi necessitante di iniziale intervento di sostituzione protesica e di successiva ri-protesizzazione, al cui interno è stata differenziata la quota ascrivibile alle complicanze settiche (c.d. danno iatrogeno).

Secondo le risultanze peritali, “il ‘plus’ menomativo anatomo-funzionale ascrivibile alle complicanze settiche del sito chirurgico, inteso come ‘maggior danno’ o ‘danno differenziale iatrogeno’ può essere equamente individuato nella misura del 10% (DIECI per cento), con ‘delta’ compreso tra il 20 (VENTI) %, indicativo della percentuale dei postumi che sarebbero residuati in caso di decorso esente da manifestazioni infettive, e il 30 (TRENTA) % rappresentante l’attuale quota menomativa posseduta dalla Signora I.C.”.

Non vi sono ragioni per discostarsi dalla valutazione dei consulenti, che tiene in debito conto tanto le pregresse condizioni dell’attrice, quanto le inevitabili ripercussioni disfunzionali dell’intervento di reimpianto protesico – danni che non possono certamente ascriversi alla condotta dei sanitari del P. – identificando il punto di invalidità effettivamente riconducibile alla negligenza e all’imperizia degli stessi. Nel caso di specie, viste le conclusioni dei periti, il danno iatrogeno è da identificarsi nella misura del 10%, con calcolo differenziale tra gli esiti menomanti che sarebbero comunque conseguiti a un corretto trattamento (20%) e quelli effettivamente imputabili al convenuto (30%).

Si deve quindi procedere ad un addebito risarcitorio per quei soli danni che hanno aggravato una condizione già pregiudicata per fattori indipendenti, poiché una menomazione biologica permanente sarebbe comunque residuata anche senza complicanza, senza tuttavia ignorare la maggiore capacità afflittiva che un aggravamento delle condizioni di salute comporta rispetto ad una lesione di pari entità che incide su un soggetto “sano”….

…Il Tribunale di Milano ha già avuto modo di affrontare la questione relativa all’imputabilità risarcitoria del danno iatrogeno incrementativo sottolineando -con argomentazioni totalmente condivise da questo giudice- come si ponga “la necessità di procedere, sotto il profilo della causalità giuridica, ad una selezione, nell’ambito della complessiva situazione di invalidità della parte lesa, delle conseguenze per individuare il danno alla persona oggetto dell’obbligo risarcitorio a carico del medico operante.

Principio che inevitabilmente deve riflettersi anche sui criteri liquidatori di esso che non possono prescindere dal rilievo che assume la situazione preesistente sotto due principali profili:

a) non può farsi gravare sul medico, in via automatica, una misura del danno da risarcirsi incrementata da fattori estranei alla sua condotta, così come verrebbe a determinarsi attraverso una automatica applicazione di tabelle con punto progressivo, computato a partire, in ogni caso, dal livello di invalidità preesistente;

b) la liquidazione va necessariamente rapportata ad una concreta verifica, secondo le allegazione delle parti, delle conseguenze negative “incrementative” subite dalla parte lesa.” (Tribunale Milano, giudice Bichi, sent. 30.10.2013).

Alla luce dei sopra richiamati principi, al convenuto va addebitato esclusivamente il danno dallo stesso provocato, che ha inciso sull’integrità psico-fisica globale dell’attrice nella misura del 10%, senza tuttavia trascurare che il danno iatrogeno di natura infettiva rappresenta un’infermità funzionalmente invalidante che ha concretamente inciso sulla complessiva infermità della signora C..

Vanno dunque considerate, da un lato, la imputabilità del solo maggior danno derivato dalla condotta negligente e imperita dei sanitari della struttura convenuta, dall’altro, la più pesante incidenza del danno iatrogeno patito dall’attrice rispetto ad altra persona priva di ulteriori menomazioni.

Di questa maggiore afflittività deve tenersi conto nella liquidazione unitaria del danno non patrimoniale, mediante adeguata personalizzazione….

…Richiamati quindi i principi consolidatisi a partire delle pronunce della Suprema Corte nn.26972, 26973, 26074 e 26075 del 2008; considerati tutti gli aspetti di danno rientranti nella categoria del danno non patrimoniale, anche sotto il profilo del danno morale; assunte le ultime tabelle elaborate da questo Tribunale quale criterio generale di valutazione (Cass. n.12464/2012); considerate altresì l’età dell’attrice al momento della stabilizzazione dei postumi, la complessiva vicenda, le sue condizioni personali, la complessiva gravità delle conseguenze pregiudizievoli di carattere permanente ed il loro rilievo funzionale; si perviene, secondo un necessario criterio equitativo ed operata una congrua personalizzazione, ad un risarcimento complessivo del danno non patrimoniale di natura permanente di Euro 25.000,00…”.

Adesso leggete attentamente questo stralcio di sentenza e focalizzatevi sulla motivazione della valutazione equitativa del danno iatrogeno incrementativo.

Il sottoscritto lo ha fatto più volte e ha compreso sempre la stessa cosa: al danneggiato è stato fatto un secondo danno incrementativo, ossia i 50mila euro sottratti “equitativamente”!

Il giudice è partito dal concetto giusto che il danneggiante deve pagare solo ciò che ha causato e la giurisprudenza di Cassazione ne dà conferma.

Il giudice quindi afferma che “la liquidazione va necessariamente rapportata ad una concreta verifica, secondo le allegazione delle parti, delle conseguenze negative “incrementative” subite dalla parte lesa“.

Anche questo concetto non fa una grinza!

Ma come arriva alla liquidazione equitativa? Con quale motivazione logico-razionale?

Nessuna, in quanto il Giudice afferma che “…si perviene, secondo un necessario criterio equitativo ed operata una congrua personalizzazione, ad un risarcimento complessivo del danno non patrimoniale di natura permanente di Euro 25.000,00“.

Vediamo quale logica equitativa sottende la valutazione dei 25mila euro liquidati per il danno iatrogeno incrementativo del 10%

Partiamo dal semplice concetto espresso dal ctu: “...Secondo le risultanze peritali, “il ‘plus’ menomativo anatomo-funzionale ascrivibile alle complicanze settiche del sito chirurgico, inteso come ‘maggior danno’ o ‘danno differenziale iatrogeno’ può essere equamente individuato nella misura del 10% (DIECI per cento), con ‘delta’ compreso tra il 20 (VENTI) %, indicativo della percentuale dei postumi che sarebbero residuati in caso di decorso esente da manifestazioni infettive, e il 30 (TRENTA) % rappresentante l’attuale quota menomativa posseduta dalla Signora I.C.“.

La cosa più semplice e giusta da farsi era di valutare il “prezzo” del 30% e sottrarre da esso il “prezzo” del 20%, ossia da 131.000€ (valore del 30%) sottrarre 62.000€ (valore del 20%). Il risultato sarebbe stato circa 70mila euro.

Qualcuno potrebbe chiedersi il perché di tale metodologia di calcolo del danno iatrogeno incrementativo.

La risposta è semplice e immediata: se supponiamo che un “ginocchio” sano vale 131000€ (corrispondente al 30% di funzionalità) e tale validità economica viene meno a seguito di una patologia per un valore di 62000€ (corrispondente alla perdita del 20% di funzionalità), quanto varrà la parte ancora efficiente di questo ginocchio? Evidentemente 69.000€!

Quindi, perché se un fatto illecito elimina la restante parte di funzionalità (del 10%) con valore di 69.000€, una “mistica” valutazione equitativa deve svalutare quella residua funzionalità del 60%, ossia di 45.000€?

Volete sapere da quale cilindro viene fuori la valutazione dei 25mila euro del Giudice?

Udite, udite. Il danno iatrogeno incrementativo del 10% che tenga conto delle conseguenze negative “incrementative” subite dalla parte lesa è rappresentato dal valore economico del 10% delle tabelle del tribunale di Milano con una personalizzazione del 25%.

Certo questa valutazione equitativa è stata veramente meditata e comparata effettivamente a tutto il maggior danno non patrimoniale sopportato dal danneggiato!

Ma come si fa a valutare equitativamente un fatto oggettivo (danno biologico) che ha un “prezzo” ben determinato?

Il ragionamento fatto dal giudice se trasportato su un altro soggetto con diversa patologia e diverso fatto illecito, come potrebbe essere un soggetto monocolo che per fatto illecito altrui perde anche l’occhio residuo, che risultati darebbe?

Se pensiamo che quel poverino del danneggiante deve pagare solo le conseguenze del proprio fatto illecito e non di tutta la cecità del soggetto danneggiato, il Giudice quanto pagherebbe, il 28% o il 57%?

E questo 57% varrebbe il prezzo del 57% delle tabelle di Milano o quello dato dalla differenza del valore economico dell’85% (cecità totale) con quello del 28% (perdita del visus di un occhio)?

Certo, mettendomi nei panni del danneggiante potrei domandarmi: ma che colpa ho se ho accecato un occhio a chi ne aveva uno solo e non due?

Cari lettori cosa rispondereste a tale domanda? E qual è il vostro giudizio sulla valutazione del danno iatrogeno incrementativo fatto dal Giudice di Milano?

Dr. Carmelo Galipò

Pres. Accademia della Medicina Legale

 

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Fondo cassa per le morosità dei condomini: si può istituire?

Il Tribunale di Milano ha fornito chiarimenti sulla possibilità di istituire un fondo cassa per le morosità dei condomini

Il Tribunale di Milano, con la sentenza del 18 settembre 2017, ha affrontato il tema relativo all’istituzione di un fondo cassa per le morosità dei condomini, fornendo alcuni interessanti chiarimenti a riguardo.

Secondo i giudici meneghini, infatti, l’assemblea di condominio ha la facoltà di istituire un fondo cassa per le morosità di alcuni condomini. Tuttavia, precisano, la relativa delibera deve essere adottata all’unanimità.

La vicenda

Nel caso di specie, un condomino aveva impugnato una delibera dell’assemblea di condominio, relativamente alla parte in cui era stata approvata la ripartizione delle spese condominiali.

Tali spese, in particolare, erano comprensive di un fondo cassa per le morosità istituito proprio allo scopo di suddividere tra i condomini le morosità di alcuni di loro.

Ebbene, il Tribunale, nel decidere sulla controversia, ha specificato quanto segue.

L’assemblea può legittimamente istituire un “fondo cassa per le spese di ordinaria manutenzione e conservazione dei beni comuni”.

Tuttavia, vanno ritenuti vietati “comportamenti vessatori” da parte dell’assemblea.

Essa infatti non può, attraverso questo strumento, aumentare le spese da richiedersi ai condomini. Magari anche allo scopo di “creare intenzionalmente difficoltà a questo o quel condomino, a corto di liquidità”.

Questo tipo di comportamenti, infatti, possono configurare un’ipotesi di “eccesso di potere”.

Ma non è tutto.

L’assemblea, secondo i giudici di Milano, laddove deliberi l’istituzione di tale “fondo cassa”, deve, ai sensi dell’art. 1135 c.c., “deciderne la destinazione”.

Ne consegue pertanto che la stessa non può “semplicemente decidere di tenere queste somme senza destinazione, a titolo di previdenza su future esigenze di spesa”.

Infine, il Tribunale ha specificato che, in mancanza di una decisione unanime dell’assemblea, la ripartizione delle spese deve avvenire solo “secondo i criteri di proporzionalità fissati nell’art. 1123 c.c.”.

Pertanto, dunque, “non è consentito all’assemblea condominiale, deliberando a maggioranza, di ripartire tra i condomini non morosi il debito delle quote condominiali dei condomini morosi”.

Nel caso in esame, i giudici hanno ricordato che il fondo cassa per le morosità e i servizi comuni, oggetto della controversia, era stato proprio “istituito per far fronte al debito delle quote condominiali dei condomini morosi ripartendo lo stesso tra tutti gli altri condomini”.

Per tale ragione, il condominio aveva determinato “una ripartizione di fatto tra i condomini non morosi del debito determinato dalle morosità, senza il consenso unanime di tutti i condomini”.

Dunque, secondo il Tribunale, la relativa delibera assembleare doveva essere annullata, in quanto illegittima.

Alla luce di tali considerazioni, il Tribunale di Milano ha accolto l’impugnazione della delibera assembleare proposta dal condomino, accertandone la illegittimità.

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giustizia

Utili osservazioni sulla giustizia civile del tribunale di Milano riguardo alle tabelle di risarcimento dei danni non patrimoniali ai prossimi congiunti di soggetti deceduti.

In data 05.07.2018, l’Osservatorio sulla giustizia civile del Tribunale di Milano ha pubblicato una integrazione alle nuove ‘tabelle’ per il calcolo del danno non patrimoniale così come risultanti dalla recentissima edizione dell’aprile del corrente anno.

L’iniziativa si è resa necessaria per fugare alcuni seri dubbi insorti tra gli operatori del settore rispetto alle schede riepilogative dei valori del risarcimento spettanti ai prossimi congiunti di soggetti deceduti ovvero macro-lesi. In effetti, nelle precedenti edizioni, tali valori erano ricompresi all’interno di cosiddette ‘forbici’ oscillanti da una soglia più bassa a una soglia più elevata. O, per meglio dire – se l’italiano ha ancora un senso – da un minimo a un massimo. In altri termini, tale pregevole strumento per la monetizzazione di un danno di natura eminentemente immateriale veniva, di prassi, interpretato da tutti i principali protagonisti del ramo risarcitorio (giudici, avvocati, patrocinatori e liquidatori) in un modo ben preciso: il soggetto danneggiato poteva ottenere un risarcimento ricompreso all’interno delle ‘forchette’ di cui sopra ma, in linea di principio, non inferiore alla soglia minima e non superiore alla soglia massima; salvo che tale esigenza non scaturisse dalle circostanze del caso concreto che dovevano comunque essere congruamente esposte dalla parte richiedente, in sede di trattativa, o congruamente motivate dal giudice, in caso di sentenza.

La grande novità della nuova edizione delle tabelle 2018 è che le colonne in cui sono inseriti i valori di riferimento non sono più contrassegnate con le preposizioni ‘da’ e ‘a’, bensì come ‘valore monetario medio’ e ‘aumento personalizzato (fino a max)’.

Ebbene, con la nota di cui al presente commento, l’Osservatorio precisa, che – a dispetto della lettura critica di tale modifica di molti commentatori – non vi è mai stata alcuna intenzione (da parte dell’Osservatorio) di “modificare la tabella del risarcimento del danno da perdita–grave lesione del rapporto parentale”.

E già a tal proposito vi sarebbe di che eccepire. Se, infatti, non vi era alcuna intenzione di modificare i criteri previgenti, non si vede per quale motivo si sia cambiata il nomen deputato a designare le due ‘colonne d’Ercole’ perimetrali del valore risarcitorio (rispettivamente minimo e massimo) riconoscibile alle vittime.

In secundis, agli autori delle nuove tabelle è evidentemente sfuggito l’impatto potenzialmente rivoluzionario che la loro scelta grammaticale può comportare nell’ambito assai prosaico, ma non per questo meno importante, delle trattative stragiudiziali tra i difensori dei danneggiati e i responsabili delle compagnie di assicurazione. Se, infatti, in precedenza si consideravano come valori medi ordinariamente liquidabili quelli assestantisi nell’ambito di un range mediano (appunto) tra le cifre riportate nella prima e quelle riportate nella seconda colonna, oggi (stando alla inequivocabile rivoluzione lessicale patrocinata dall’Osservatorio) la prima colonna non sarà più vista come un punto di partenza sotto il quale non scendere ma, semmai, come una linea di mezzo dalla quale è possibile tranquillamente discostarsi; al ribasso.

Peraltro, gli estensori del documento ‘chiarificatore’ del 5 luglio, precisano che è vero il contrario (rispetto a quanto testè affermato dagli scriventi); e cioè che la risalente interpretazione (volta a interpretare le ‘colonne’, di cui anzi si diceva, come i marcatori dei minimi e dei massimi) non deve reputarsi corrispondente al tenore della tabella e ai criteri che la ispirano.

Ne prendiamo rispettosamente atto, ma non possiamo condividere giacchè – dagli stessi lavori preparatori e dalle stesse relazioni introduttive alle tabelle di cui trattasi – si ricavava, in modo indubitabile, che la ratio di tale strumento era proprio quella di offrire a chi volesse applicarla uno ‘spread’ di valori ricompreso tra un minimo e un massimo.

Evidentemente, noi (e moltissimi altri), avevamo capito male, ma il fatto stesso che si sia resa necessaria questa sorta di interpretazione autentica delle tabelle da parte dei loro estensori dimostra come non vi fosse punto chiarezza nella loro originaria formulazione. Peraltro, un antico adagio insegnato nelle scuole di comunicazione recita che – nel caso di fraintendimenti tra il soggetto comunicante e il soggetto ricevente – il problema risiede sempre in colui che veicola il messaggio e non in colui che lo recepisce.

Anche a prescindere da ciò, non vi è chi non veda come la innovazione introdotta nell’aprile 2018 vada a tutto beneficio dei soggetti abitualmente tenuti a erogare i risarcimenti (assicuratori in testa) più che non a favore dei danneggiati destinatari delle eventuali liquidazioni.

In ogni caso, la nota integrativa del 5 luglio, se non altro, fa giustizia di ogni possibile dubbio modificando di nuovo i titoletti della prima colonna (che già erano stati rivisitati, rispetto alla loro originaria designazione, nell’aprile di quest’anno) come segue: da ‘valore monetario medio’ a ‘valore monetario base’. La stessa nota, inoltre, ribadisce l’inequivocabile monito contenuto nella relazione introduttiva alle tabelle 2018: “non esiste un minimo garantito da liquidarsi in ogni caso”.

Che dire? Se si è fatta giustizia di ogni incertezza semantica, ci chiediamo se si sia fatta giustizia anche nel senso più alto e nobile del termine. Abbiamo seri dubbi in proposito.

Avv. Francesco Carraro

Dr. Carmelo Galipò 

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paralizzata

Nel 2015 il Tribunale di Milano aveva dato torto alla famiglia, accogliendo le ragioni dell’ospedale. Una contro-perizia riconduceva infatti la complicanza della bolla d’aria alla base del danno a una fatalità.

La drammatica vicenda di A.M. inizia nel 2013, quando dopo un intervento alla valvola mitralica,  resta paralizzata.

Dopo l’operazione, infatti, va in coma per 17 giorni: al risveglio non riesce più a sostenere il peso del proprio busto, né a muovere gli arti.

La drammatica vicenda, raccontata dalle pagine del Fatto Quotidiano, sembra essere ora giunta al suo capitolo conclusivo.

L’ultima speranza di ottenere giustizia, per la donna rimasta paralizzata dopo l’operazione, è la Cassazione.

Infatti, secondo il Tribunale di Milano, l’anossia cerebrale diffusa che l’ha colpita è stata una fatalità.

Ma non è tutto. In Cassazione la famiglia della donna chiederà conto di omissioni ed errori, come quei cinque elettrodi lasciati nel cuore dopo l’intervento e scoperti 4 anni dopo per un principio di infezione.

A maggio scorso, la signora M. era in aula per la causa intentata contro l’ospedale San Raffaele di Milano. L’obiettivo era vedere riconosciuta la responsabilità della struttura, anche per colpa professionale dei chirurghi che nel 2003 eseguirono l’intervento di routine cui si era sottoposta.

Non le fu, infatti, prospettato alcun rischio di complicanze all’epoca. Invece, purtroppo, le cose andarono molto diversamente, lasciandola paralizzata dopo giorni di coma. Eppure, per questo danno biologico permanente, nessuno finora ha pagato perché per i giudici di primo grado nessuno ha colpa.

Già nel 2015, infatti, i giudici del Tribunale di Milano avevano dato torto alla famiglia, grazie anche a una controperizia dell’ospedale.

Questa attribuiva la complicanza della bolla d’aria alla base del danno a un’occorrenza statistica dall’1,5% al 5,2% dei pazienti sottoposti a intervento a cuore aperto.

Nessuna imperizia, dunque, ma solo una fatalità.

Adesso la famiglia fa ricorso in Corte di Cassazione assistita dall’avvocato Ugo Ruffolo e non si arrende.

Ruffolo ha valutato come giuridicamente e logicamente erronee le pronunce di merito impugnate. Anche perché definivano quanto accaduto alla donna come un evento “prevedibile ma non prevenibile”. Una complicanza  “nota alla paziente, e per la quale aveva prestato consenso”.

Ma, specifica il legale, così non è.

Perché era mancata sia quella consapevolezza che solo una adeguata informazione avrebbe permesso, sia la prova della corretta esecuzione dell’intervento. Due circostanze soltanto in presenza delle quali soltanto si sarebbe potuto parlare di una “complicanza non prevenibile”.

A mettere poi in discussione la buona riuscita dell’intervento e l’assenza di imperizia, ci sono poi quei 5 elettrodi “dimenticati” nell’addome della paziente. Scoperti quattro anni dopo, solo 4 sono potuti essere asportati.

Sarà adesso la Cassazione a fare chiarezza su una vicenda in cui, finora, non ci sono colpevoli.

 

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dimesso con un antinfiammatorio

L’uomo, portato in Pronto soccorso con forti dolori al torace, venne dimesso con un antinfiammatorio. Morì dopo pochi giorni per un arresto cardiaco

Una “grave sottovalutazione” che sarebbe costata la vita al paziente. Questa la motivazione alla base del risarcimento disposto dal Tribunale civile di Milano in favore dei parenti della vittima . L’uomo venne portato in Pronto soccorso all’Istituto Sant’Ambrogio del capuluogo lombardo, a bordo di un’ambulanza, per un improvviso e fortissimo dolore al torace. Il medico di turno, dopo averlo visitato e sottoposto ad alcuni accertamenti, lo aveva dimesso con un antinfiammatorio da assumere in caso di dolore.

La vicenda, riportata da Repubblica, risale all’ultimo dell’anno del 2013. Il 4 gennaio, nonostante l’assunzione del medicinale per il perdurare del malessere, il malcapitato, 45enne padre di famiglia, viene colto da un arresto cardiaco.  Il tutto sotto gli occhi di uno dei figli, che si trova con lui in casa e che da quella tragedia rimarrà profondamente segnato. Nonostante i tentativi di rianimazione da parte del personale sanitario, viene constatato il decesso. A causare la morte – chiarirà una perizia medico legale – la dissecazione dell’aorta.

La famiglia decide quindi di fare causa alla struttura sanitaria.

Ne scaturisce una battaglia legale di tre anni che si è conclusa lo scorso marzo con la sentenza di condanna dell’Istituto. Secondo il magistrato “la patologia era già in corso all’epoca dell’accesso al pronto soccorso”. Tuttavia, non venne correttamente diagnosticata, “pur presentando il paziente segnali clinici che avrebbero dovuto porre in allarme il personale medico”. Il Giudice ha tenuto conto delle conclusioni di una perizia super partes in base alla quale “un diverso  e più attento approccio avrebbe garantito la sopravvivenza del paziente”.

Il Tribunale, quindi, ha quantificato l’entità del risarcimento tenendo conto del danno morale, ma anche di quello biologico e di natura psichica. I figli hanno subito pesanti conseguenze psicologiche dalla perdita del padre. La moglie, a sua volta, è stata costretta anche a doppi turni lavorativi per pagare le terapie necessarie ai due ragazzi. Di qui la disposizione di 300mila euro in favore della donna e 328mila per ciascuno ai due giovani. A questi sia aggiungono ulteriori indennizzi per la madre e il fratello della vittima. La cifra totale supera quindi il milione e 300mila euro.

Una liquidazione congrua, secondo i legali della famiglia. Gli avvocati, peraltro, sottolineano il merito della sentenza “di tratteggiare in modo chiaro i contorni dell’orientamento giurisprudenziale più recente, in un ambito particolarmente dibattuto e controverso come quello della medical malpractice”.

 

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