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Interessante pronunzia resa dal Tribunale di Napoli (Sezione VIII, sentenza del 26.11.2018) circa un caso di lesione attribuibile in via diretta all’intervento chirurgico

La vicenda

Una donna chiama in giudizio l’Azienda Ospedaliera Federico II di Napoli al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti in seguito al ricovero ospedaliero presso il reparto di Oftalmologia.

La paziente veniva sottoposta a 2 interventi chirurgici all’occhio destro, il primo per l’asportazione di pterigio e il secondo per il ricoprimento congiuntivale. Dopo pochi giorni di distanza dal secondo intervento la donna veniva trasferita presso l’Ospedale dei Pellegrini di Napoli a causa della perforazione bulbare dell’occhio destro. In tale struttura la dona veniva sottoposta ad un terzo intervento chirurgico di patch sclerocorneale e ricoprimento congiuntivale.

Nelle more la donna proponeva ricorso per accertamento tecnico preventivo le cui risultanze venivano acquisite in giudizio.

Nel corso del giudizio veniva evidenziato che la donna già in precedenza si era sottoposta per 4 volte all’intervento di asportazione del pterigio presso altre strutture ospedaliere.

I risultati della consulenza tecnica

I periti chiamati a chiarimenti precisavano che il trattamento di scelta per lo pterigio è quindi una precoce asportazione chirurgica, anche se i risultati sono raramente risolutivi e scarsamente soddisfacenti per il paziente

E che la rimozione dello pterigio raramente elimina i sintomi irritativi e non è mai considerabile come trattamento definitivo; l’incidenza della recidiva varia dal 60% al 90% a seconda delle zone geografiche ed a seconda della storia del paziente, essendo molto più probabile negli occhi già operati, negli pterigi doppi (nasale e temporale nello stesso occhio), negli pterigi carnosi (che non consentono la visualizzazione della sclera sottostante), nei soggetti di razza asiatica, africana, sudamericana. Molto spesso la recidiva è più aggressiva della patologia primaria; praticamente tutte le recidive postoperatorie si presentano entro un anno dall’intervento.

Chiarito ciò gli stessi evidenziano la correttezza dell’indicazione chirurgica di rimozione dello pterigio e che il caso in questione ha investito il Chirurgo a risolvere un caso di particolare difficoltà alla luce della coesistenza di fattori importanti, quali pregresse chirurgie nella stessa sede e una condizione preesistente di sottigliezza della cornea. Quest’ultima in particolare ha reso l’intervento più complicato e difficoltoso.

Concludevano i Consulenti d’Ufficio che la lesione alla cornea, quale complicanza dell’intervento di pterigio può definirsi un evento avverso, o meglio, può definirsi una lesione iatrogena prevedibile che, stante la complessità del caso di specie, non era evitabile. Conseguentemente nessun errore può essere attribuito ai Chirurghi dell’Azienda ospedaliera Federico II.

Gestione pre-operatoria della paziente superficiale e negligente

Nonostante ciò veniva considerata la gestione pre-operatoria della paziente superficiale e negligente in quanto vi è stata “una sottostima delle complicazioni ad esso legate, nonostante l’elevata probabilità delle stesse di verificarsi”. Inoltre, la complicanza è stata affrontata eseguendo una sutura sclerale ma si “ritiene che sarebbe stato possibile, se non più corretto, procedere immediatamente ad un ricoprimento congiuntivale. Tecnica chirurgica più complicata, ma prevista e suggerita dall’odierna letteratura scientifica che nel caso di specie è stata effettuata a distanza di 4 giorni, purtroppo senza esito. Inoltre, nonostante tale tentativo si rendeva necessario trasferire la paziente presso altra struttura ove veniva apposto patch corneale” pag. 20 CTU laddove “in sola operatoria non erano presenti dispositivi atti a gestire un evento di tal genere, nonostante sia ormai consolidato dalla letteratura tutta, che un’eventuale lesione corneale avrebbe necessitato di un ricoprimento di congiuntiva autologa, di membrana amniotica, o di patch congiuntivale eterologo”.

Oltre a ciò è emersa anche lesione del consenso informato in quanto alla paziente non veniva fornito un consenso personalizzato relativo alla particolare complessità del caso e delle conseguenze che sarebbero insorte a seguito dell’intervento.

La decisione

La domanda della donna viene per tali ragioni accolta con liquidazione del danno biologico nella misura del 4% aumentato per personalizzazione e liquidazione di un ulteriore importo a titolo di lesione del consenso informato.

In definitiva il Tribunale di Napoli ritiene alla questione esaminata vada applicato l’art. 2236 c.c. secondo il quale se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il prestatore d’opera non risponde dei danni se non in caso di dolo o di colpa grave.

Tale norma è stata applicata in una lettura orientata ai dettami della Legge Gelli per cui “non sussiste la responsabilità del Medico in assenza di condotte improntate a colpa grave, e in presenza di problemi tecnici di particolare difficoltà” come quello trattato.

Avv. Emanuela Foligno

 

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epatite c

Il paziente, sottoposto a un intervento chirurgico, aveva contratto l’epatite C nel 1989 ed era deceduto dopo venti anni per un epatocarcinoma

Nel 1989 contrasse l’epatite C in seguito a una trasfusione di sangue infetto. Ora lo Stato dovrà versare ai suoi eredi una cifra complessivamente pari a 850mila euro. Lo ha stabilito una sentenza del Tribunale di Napoli che ha condannato il Ministero della Salute riconoscendone le responsabilità e determinando l’entità del risarcimento.

Sulla vicenda è intervenuto con parere positivo il Tribunale amministrativo regionale della Campania cha ha dato esecuzione al pagamento della quota spettante alla coniuge del malato, nel frattempo deceduto. La somma ammonta a 240 mila euro.

L’uomo, come ricostruisce il Mattino, era stato ricoverato presso l’ospedale di Maddaloni nel Casertano per essere sottoposto a un intervento chirurgico. Dopo l’operazione si era resa necessaria una trasfusione di sangue. Un trattamento che era costato al paziente il contagio da epatite virale di tipo C. Le complicazioni epatiche avevano condotto l’uomo al decesso nel 2009 a causa di un  epatocarcinoma.

Gli eredi avevano quindi deciso di agire legalmente nei confronti del dicastero di Lungotevere Ripa per la richiesta dei danni subiti in vita dal proprio congiunto oltre che per il danno da perdita del rapporto parentale.

Il Giudice partenopeo, nel 2017, a conclusione dell’ iter processuale, aveva emesso la sentenza di condanna: 850mila euro da ripartirsi tra la moglie ed i figli.

“Adesso – spiega il legale della famiglia – si spera che il ministero della Salute sia celere nel pagamento. Intanto attendiamo che il Tar si pronunci per le quote dei figli. E’ fondamentale, inoltre, che i familiari di soggetti deceduti che abbiano subito danni del genere possano agire in giudizio nel termine di dieci anni dalla morte”.

 

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reparto svuotato

Il medico, fresco di nomina la vertice della chirurgia vascolare dell’Ospedale del Mare, era stato sospeso dopo la scoperta del reparto svuotato in occasione della festa

Era finito alla ribalta delle cronache lo scorso luglio per aver dato una festa in occasione della quale il suo reparto all’Ospedale del Mare di Napoli era stato temporaneamente svuotato. Il tutto senza che la Direzione sanitaria ne fosse informata. L’ex primario di chirurgia vascolare del nosocomio partenopeo, nelle scorse ore, ha rinunciato al ricorso contro il provvedimento di sospensione dell’Asl Napoli 1 Centro.

La vicenda era emersa dopo la denuncia del consigliere regionale dei Verdi, Francesco Emilio Borrelli, componente della commissione Sanità. In particolare, secondo quanto emerso successivamente, alcuni pazienti erano stati trasferiti in altri reparti di altre strutture cittadine, in modo da consentire a medici e infermieri di partecipare all’evento. Addirittura un uomo che necessitava di essere ricoverato era stato dirottato sul nosocomio Loreto Mare, dove era stato operato d’urgenza.

Sull’episodio era intervenuta anche la Ministra della Salute, Giulia Grillo, che aveva parlato di “fatto assurdo” che gettava discredito verso “l’intera classe professionale dei medici”.

L’ormai ex primario, appena promosso al vertice del Reparto di chirurgia vascolare, era stato rimosso dal suo incarico. Il procedimento disciplinare avviato nei suoi confronti ne aveva decretato la sospensione dal servizio per sei mesi.

Inizialmente il professionista aveva proposto un ricorso d’urgenza contro il provvedimento presso la sezione lavoro del Tribunale di Napoli. Tuttavia, nel corso dell’udienza, dopo la richiesta di un primo rinvio, non concesso dai giudici per l’opposizione del legale dell’Azienda sanitaria, ha deciso di rinunciare al reclamo.

Il Collegio giudicante, quindi, ha dichiarato l’estinzione del giudizio condannando il professionista anche alle spese processuali. Con la chiusura del procedimento il medico perde quindi definitivamente la possibilità di essere reintegrato nel suo incarico.

 

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morto dopo un incidente in moto

Nessun momento di censura nella condotta dei camici bianchi che ebbero in cura il giovane centauro, morto dopo un incidente in moto la scorsa estate

“Non possono riconoscersi condotte dei sanitari, che ebbero in cura la persona durante le fasi del ricovero, aventi un ruolo causale o concausale del determinare l’esito fatale”. Sono le conclusioni del collegio peritale nominato per fare chiarezza sul decesso di un 23enne di Torre del Greco, morto dopo un incidente in moto lo scorso Agosto.

Il giovane, prima del  tragico epilogo, trascorse una notte di agonia tra due strutture ospedaliere dell’Asl Napoli 1. Ricoverato al Loreto Mare, venne successivamente trasferito al Pellegrini per effettuare una angiotac.

Secondo quanto appurato dai periti – un chirurgo d’urgenza, un anatomopatologo e uno specialista in medicina legale – il ragazzo non presentava patologie pregresse.  Tuttavia, prima del sinistro aveva assunto stupefacenti, rilevate nei prelievi effettuati in Ospedale anche dopo le numerose trasfusioni praticate. Queste avrebbero avuto “un ruolo concausale nel determinismo dell’evento”.

A causare la tragedia, quindi, fu uno choc traumatico in una persona che aveva assunto sostanze proibite.

Le lesioni riportate a seguito dell’incidente, in particolare, ebbero “un ruolo preponderante nel determinare il decesso”. E’ quanto si desume dalle ricostruzioni degli esperti incaricati dal Tribunale di Napoli, nonché dallo studio e dall’analisi di tutti gli atti disponibili.

Esclusa dunque la responsabilità da parte dei sanitari che ebbero in cura il paziente. Secondo quanto riportato dai consulenti nella relazione depositata in cancelleria, il personale dei due ospedali operò correttamente.

I medici del Loreto Mare praticarono esami di laboratorio e strumentali, suturarono le ferite e procedettero alla stabilizzazione dei parametri vitali mediante farmaci ed emotrasfusioni. Inoltre, procedettero al trasferimento del paziente presso il presidio ospedaliero Pellegrini al fine di sottoporlo a un’indagine arteriografica, risultata poi negativa per lesioni vascolari.

“Per cui riteniamo – conclude il collegio – che il comportamento degli stessi non presentò momenti di censura”.

 

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insidia stradale

Lo ha chiarito il Tribunale di Napoli respingendo la domanda di risarcimento di una cittadina caduta mentre passeggiava. Per il giudice una maggiore attenzione avrebbe impedito l’incidente

Passeggiando lungo una strada una cittadina di un Comune campano era finita, a suo dire, “in una buca apertasi improvvisamente nel manto stradale, non prevedibile e non segnalata”, cadendo rovinosamente a terra. Di qui la decisione di agire in giudizio nei confronti del Comune per ottenere il risarcimento del danno.

Il Tribunale di Napoli, tuttavia, con la sentenza n. 1736 del 13 febbraio 2017, ha rigettato in primo grado di giudizio la domanda proposta dal danneggiato in quanto le circostanze esposte escludevano la responsabilità del Comune nella causazione del sinistro.

Nel caso in esame non poteva trovare applicazione l’articolo 2051 del codice civile, in materia di cosa in custodia, dal momento che la buca, secondo il Giudice, non rappresentava una vera e propria “insidia”.

Secondo la norma, il custode di una cosa è responsabile per i danni arrecati dalla cosa custodita, a meno che non venga provato che il danno si sia verificato per un ‘caso fortuito’, ovvero in caso di “repentina e non prevedibile alterazione dello stato della cosa che non possa essere rimossa o segnalata per difetto del tempo necessario a provvedere”.

Il Tribunale ha ritenuto sussistente il caso fortuito. Dalla documentazione fotografica prodotta in corso di causa, infatti, si poteva evincere che la buca in cui era inciampata la danneggiata era “di pochi centimetri” e “posizionata quasi centralmente sulla strada e perfettamente visibile”. Appariva inverosimile che la buca si potesse essere aperta improvvisamente al passaggio dell’attrice e pertanto il Comune non poteva essere considerato responsabile.

Inoltre, secondo il Giudice, “una maggiore attenzione da parte dell’attrice avrebbe impedito la caduta ed i conseguenti danni i quali non trovano la loro efficienza causale nella cattiva manutenzione della strada ma nell’incauto comportamento del pedone”.

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L’uomo avvertiva forti dolori alla schiena ma il camice bianco che lo prese in cura al Pronto soccorso sbagliò la diagnosi dimettendolo con la raccomandazione di una visita dall’ortopedico

Un medico di 63 anni è stato condannato dal Tribunale di Napoli a un anno e quattro mesi di reclusione, con sospensione della pena. Era imputato con l’accusa di omicidio colposo per il decesso di un operaio di 48 anni di Frattamaggiore, morto a maggio del 2013 per una devastante emorragia interna e conseguente peritonite causate da un’ulcera al duodeno.

La vittima accusava da giorni forti dolori alla schiena. Secondo quanto ricostruito dal perito di parte si era recato in Pronto soccorso dove gli era stata diagnosticata una lombalgia e, dopo la somministrazione di una flebo, era stato dimesso con la raccomandazione di sottoporsi a visita ortopedica. A distanza di ventiquattro ore i dolori si erano ripresentati  con intensità tale da fargli perdere i sensi. Trasportato nuovamente in Ospedale fu sottoposto a ulteriori accertamenti e solo allora i medici si resero conto della gravità della situazione. Prima ancora di essere portato in sala operatoria il suo cuore cedette e i sanitari, nonostante i disperati tentativi di rianimazione, dovettero constatarne il decesso.

Il fascicolo aperto dalla Procura aveva portato all’iscrizione nel registro degli indagati e al rinvio a giudizio del medico che lo aveva preso in cura in occasione del primo accesso al Pronto soccorso. Dopo quasi tre anni è arrivata la sentenza di condanna. Il camice bianco è stato ritenuto colpevole di non aver indagato in maniera approfondita le cause del malessere del paziente, fornendo una diagnosi errata; con ulteriori accertamenti si sarebbe potuti intervenire in tempo nel tentativo di salvarlo.

Oltre  al medico è stata condannata anche l’Asl Napoli 2 Nord quale responsabile civile in solido con l’imputato. Il giudice ha anche stabilito una provvisionale di trentamila euro ciascuno, alla moglie e ai due figli dell’operaio rinviando al giudizio civile la quantificazione del danno. Nell’ambito dello stesso procedimento sono invece stati assolti per non aver commesso il fatto i medici componenti l’equipe chirurgica che prese in carico il paziente nel secondo accesso al pronto soccorso. Anche a loro carico l’ipotesi di reato era omicidio colposo.

Hai avuto un problema analogo e ti serve una consulenza gratuita? scrivi a redazione@responsabilecivile.it o telefona al numero 3927645623

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L’uomo avvertiva forti dolori alla schiena ma il camice bianco che lo prese in cura al Pronto soccorso sbagliò la diagnosi dimettendolo con la raccomandazione di una visita dall’ortopedico

Un medico di 63 anni è stato condannato dal Tribunale di Napoli a un anno e quattro mesi di reclusione, con sospensione della pena. Era imputato con l’accusa di omicidio colposo per il decesso di un operaio di 48 anni di Frattamaggiore, morto a maggio del 2013 per una devastante emorragia interna e conseguente peritonite causate da un’ulcera al duodeno.

La vittima accusava da giorni forti dolori alla schiena. Secondo quanto ricostruito dal perito di parte si era recato in Pronto soccorso dove gli era stata diagnosticata una lombalgia e, dopo la somministrazione di una flebo, era stato dimesso con la raccomandazione di sottoporsi a visita ortopedica. A distanza di ventiquattro ore i dolori si erano ripresentati  con intensità tale da fargli perdere i sensi. Trasportato nuovamente in Ospedale fu sottoposto a ulteriori accertamenti e solo allora i medici si resero conto della gravità della situazione. Prima ancora di essere portato in sala operatoria il suo cuore cedette e i sanitari, nonostante i disperati tentativi di rianimazione, dovettero constatarne il decesso.

Il fascicolo aperto dalla Procura aveva portato all’iscrizione nel registro degli indagati e al rinvio a giudizio del medico che lo aveva preso in cura in occasione del primo accesso al Pronto soccorso. Dopo quasi tre anni è arrivata la sentenza di condanna. Il camice bianco è stato ritenuto colpevole di non aver indagato in maniera approfondita le cause del malessere del paziente, fornendo una diagnosi errata; con ulteriori accertamenti si sarebbe potuti intervenire in tempo nel tentativo di salvarlo.

Oltre  al medico è stata condannata anche l’Asl Napoli 2 Nord quale responsabile civile in solido con l’imputato. Il giudice ha anche stabilito una provvisionale di trentamila euro ciascuno, alla moglie e ai due figli dell’operaio rinviando al giudizio civile la quantificazione del danno. Nell’ambito dello stesso procedimento sono invece stati assolti per non aver commesso il fatto i medici componenti l’equipe chirurgica che prese in carico il paziente nel secondo accesso al pronto soccorso. Anche a loro carico l’ipotesi di reato era omicidio colposo.

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Chirurgo e casa di cura condannati in solido al risarcimento del danno in assenza di prova circa l’inesistenza di colpa o di nesso causale tra prestazione e danno alla paziente

Due mesi e un mese di reclusione, con sospensione della pena. Questa la sentenza emessa lo scorso dicembre dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere nei confronti di due medici, un chirurgo e il suo aiuto, protagonisti, nel 2008, di una clamorosa ‘svista’ in sala operatoria’: lo scambio del ginocchio sano con quello che avrebbe dovuto essere oggetto dell’intervento.

La vicenda si è consumata in una clinica del Casertano, dove una paziente di 42 anni si era ricoverata per sottoporsi ad artroscopia chirurgica in regime di day surgery al fine di asportare il menisco cartilagineo interno del ginocchio sinistro. La donna soffriva di forti dolori che la tormentavano durante la deambulazione e non si placavano neppure a riposo. Di qui la decisione, dopo una serie di consulti, di tentare la soluzione chirurgica del problema. Ma una volta finita sotto ai ferri, le era stato operato in ginocchio sbagliato, il destro.

Alla sentenza penale si è affiancata, inoltre, la decisione del giudice civile. Il Tribunale di Napoli, infatti, ha condannato il chirurgo al risarcimento del danno, in solido con la struttura sanitaria, oltre che al pagamento delle spese legali. “Durante l’intervento – si legge nella sentenza – la signora (..) non si rese conto e, d’altronde non avrebbe potuto farlo, dell’errore che stava compiendo il chirurgo, operando un ginocchio in luogo dell’altro, in quanto dopo l’anestesia spinale (locale, ndr) non aveva più alcuna sensibilità ad entrambe le gambe”.

La sedazione, in base a quanto annotato in cartella clinica, avvenne “in anestesia locale, subaracnoidea in paziente ansioso”. La donna, infatti, particolarmente impressionabile, non guardò il monitor su cui si vedeva l’intervento per timore della vista del sangue. Solo una volta riportata in stanza di degenza e finiti gli effetti dell’anestesia si rese conto dello scambio. L’intervento era stato eseguito sul menisco mediale del ginocchio destro (perfettamente sano), anziché del ginocchio sinistro, effettivamente lesionato e traumatizzato.

La sentenza del Tribunale partenopeo ha chiarito che, anche se il chirurgo ortopedico non era dipendente della clinica ma ne utilizzava solo i servizi alberghieri e le strutture operatorie, la responsabilità della struttura nei confronti della paziente ha comunque natura contrattuale. L’inadempimento della prestazione medico-professionale, infatti, è svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario “e ciò anche in assenza di un rapporto di lavoro subordinato, comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale”.

Pertanto se da un  lato spetta al paziente la dimostrazione dell’aggravamento della situazione patologica derivante dall’errore del medico, dall’altro è a carico del medico o della Casa di cura l’onere di provare sia il grado di difficoltà della prestazione sia l’inesistenza di colpa o di nesso causale tra prestazione e danno alla paziente. Nel caso in esame, l’assenza di tale prova ha fatto evidentemente ricadere la responsabilità sul medico.

 

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La presunzione può essere superata solamente mediante la prova di un titolo contrario, che dimostri la proprietà esclusiva del bene in capo ad un soggetto diverso

Rivoltosi all’amministratore di condominio per conoscere i criteri per l’utilizzazione delle aree esterne che risultavano occupate da automobilisti in sosta, un condomino veniva a scoprire che atri condomini avevano concesso le porzioni di area esterna di loro competenza in locazione. I ‘locatari’, a fronte delle rimostranze del condomino, sostenevano di essere proprietari delle aree locate su cui pertanto non poteva essere avanzata alcuna pretesa.

Di qui l’approdo della vicenda in Tribunale, con la richiesta che il contratto di locazione venisse dichiarato nullo o invalido in quanto stipulato senza il consenso del condomino attore, anch’egli comproprietario delle aree interessate. L’attore, inoltre, chiedeva il risarcimento del danno subito per l’uso del bene comune e per l’illecito atto di disposizione del bene stesso.

Il Tribunale di Napoli aveva rigettato in primo grado la domanda del condomino attore, condannandolo al pagamento delle spese di giudizio; la decisione era stata confermata anche in appello  in quanto l’attore non avrebbe dimostrato il diritto di cui affermava essere titolare. Il caso è quindi approdato davanti alla Corte di Cassazione.

Il condomino aveva impugnato la sentenza di secondo grado lamentando la violazione dell’art. 1117 del codice civile relativo alle parti comuni dell’edificio. La Corte d’appello, infatti, aveva ritenuto che l’area scoperta destinata a verde non risultasse nell’elencazione dei beni comuni e/o di uso comune previsti dalla normativa e pertanto non avrebbe tenuto conto che, secondo la giurisprudenza, nell’espressione “cortile” di cui all’art. 1117 del codice civile sarebbero ricompresi “gli spazi liberi esterni al fabbricato e tra essi le aree scoperte annesse destinate a verde”.

La Suprema Corte, con la sentenza n. 2532/2017, ha ritenuto di aderire a tale argomentazione accogliendo il ricorso e rinviando la causa alla Corte di merito per un nuovo giudizio. I giudici del Palazzaccio hanno osservato che, effettivamente, il termine cortile, in considerazione della sua funzione di dare aria e luce agli ambienti che vi prospettano, deve intendersi in senso ampio.

Gli Ermellini, richiamando la giurisprudenza della stessa Cassazione (sentenza n. 7889/2000) hanno chiarito che tale parola ricomprende anche “i vari spazi liberi disposti esternamente alle facciate dell’edificio – quali gli spazi verdi, le zone di rispetto, le intercapedini, i parcheggi – che, sebbene non menzionati espressamente nell’art. 1117 del codice civile, vanno ritenute comuni a norma della suddetta disposizione”.

Inoltre, per i giudici di Piazza Cavour, la comunione condominiale dei beni di cui all’art. 1117 del codice civile deve ritenersi ‘presunta’ e tale presunzione può essere superata solamente mediante la prova di un di un titolo contrario, che dimostri la proprietà esclusiva del bene in capo ad un soggetto diverso. La Corte d’appello pertanto avrebbe dovuto accertare “l’eventuale sussistenza di un titolo contrario che escludesse la natura condominiale del bene di cui si dice e/o attributiva della proprietà dello stesso bene ad uno a più soggetti”.

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Danno biologico e consenso informato

Con la sentenza in commento, il Tribunale di Napoli (22 luglio 2014, n. 11044) si riapre il dibattito sull’autonomia del danno da mancata informazione al paziente.

Come è noto, e come più volte evidenziato dalle colonne di questo quotidiano, quello del consenso informato sembra essere un nodo difficilissimo da sciogliere.

Più volte, infatti, gli Ermellini hanno espresso su questo tema opinioni difformi e differenti che passano dalla non obbligatorietà del consenso in determinati casi, alla assoluta necessità dello stesso anche in situazioni di emergenza con il paziente già sul tavolo operatorio.

Le sentenze, nel tempo, si sono orientate in maniera così restrittiva da far assurgere al rango di danno a sé stante qualsivoglia imperfezione del procedimento informazione-consenso, danno che, molto spesso, veniva sommato al danno biologico accertato giudizialmente in seguito a casi di malpractice medica.

Ebbene, nel mare dell’incertezza interviene, come detto, il Tribunale di Napoli con una sentenza che sembra, finalmente, ricondurre al buon senso la “verve” risarcitoria in tema di responsabilità medica.

Nel caso di specie, una signora fu sottoposta ad intervento di tiroidectomia a seguito di diagnosi di nodulo alla tiroide di sospetta origine cancerosa. A seguito dell’intervento, eseguito non a regola d’arte a quanto pare, la signora lamentava problemi di ipotiroidismo e di paraipotiroidismo derivanti, a suo dire, dalla errata esecuzione dell’intervento. Di più! Secondo la attrice, come confermato poi dai CTU, l’intervento fu eseguito frettolosamente poiché un approfondimento diagnostico avrebbe permesso di accertare la natura benigna della lesione e, quindi, l’inutilità di intervenire. Da ultimo, veniva richiesto il risarcimento del danno da incompleto o mancato consenso informato in aggiunta al danno biologico.

Orbene, secondo il giudice di merito tale ultima categoria di danno non è risarcibile come voce distinta dal danno biologico. Nello specifico, dice il giudicante, la lesione del diritto costituzionalmente garantito, alla autodeterminazione in riferimento alla scelta di sottoporsi all’intervento va sempre rispettato dal sanitario, salvo che non vi siano ragioni di urgenza, ovvero, condizioni tali da mettere in pericolo grave la persona. Per poter trovare ristoro, quindi, la parte istante deve fornire prova di aver subito un danno che superi la soglia minima di tollerabilità consistente, quindi, in disagi reali e seri (non futili) che, però, devono essere esplicitati con precisione e, soprattutto, allegati in via istruttoria dall’istante.

Tuttavia, in caso di liquidazione del danno biologico, ammettere la liquidazione del danno da mancato consenso, significherebbe duplicare una tutela risarcitoria, e questo poiché nella valutazione del danno è già ricompreso il ristoro di ogni tipo di disagio patito.

Una sentenza semplice e chiara che si spera trovi conferma e conforto in altre decisioni analoghe. Queste pronunce, che paiono animate da equità e buonsenso, costituiscono, più di mille disegni di legge e decreti vari, delle ottime basi per ricondurre nell’alveo della normalità il contenzioso giudiziario sulla responsabilità medica che, complici anche le numerose ed eterogenee opinioni delle Corti superiori, ha da tempo preso una deriva che lentamente, ma inesorabilmente, sta intaccando le fondamenta della professione medica.

                                                                                                                                             Avv. Gianluca Mari

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