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tutela

Il tema della rappresentanza legale dei figli minori negli atti civili e dell’amministrazione dei loro beni è disciplinato, principalmente, dall’art. 320 del codice civile. La rappresentanza permette al genitore di compiere atti civili che coinvolgono il minore esprimendo la propria volontà e senza che ci sia una contemplatio domini del minore rappresentato[1]. Nell’amministrazione dei beni del figlio, il codice distingue tra atti di ordinaria amministrazione, che possono compiersi liberamente e anche disgiuntamente da ciascun genitore, e quelli che eccedono tale livello i quali, invece, devono essere autorizzati dal giudice tutelare dopo che sia stata accertata la loro utilità. La classificazione degli atti dipende dalla loro funzione e dalla reale incidenza sul patrimonio del minore. Sono, dunque, atti di ordinaria amministrazione quelli finalizzati alla conservazione, garanzia di fruttificazione e miglioramento del patrimonio del minore, compiuti allo scopo di ottenere, cioè, un vantaggio o per evitare un danno economico senza che ciò implichi l’assunzione di uno specifico rischio; sono considerati atti di straordinaria amministrazione quelli che, seppure destinati all’incremento del patrimonio del figlio, comportino un rischio concreto[2]. La Cassazione ha voluto precisare che “per atti di ordinaria amministrazione devono intendersi quelli che presentino tutte e tre le seguenti caratteristiche: 1. Siano oggettivamente utili alla conservazione del valore e dei caratteri oggettivi essenziali del patrimonio del minore; 2. Abbiano un valore economico non particolarmente elevato in senso assoluto e soprattutto in relazione al valore totale del patrimonio medesimo; 3. Comportino un margine di rischio modesto in relazione alle caratteristiche del patrimonio predetto. Sono atti di straordinaria amministrazione quelli che, invece, non presentino tutte e tre queste caratteristiche”[3]. Pur dovendo contestualizzare questi elementi di tipicità, sarà richiesta, quindi, la valutazione del giudice per gli atti di alienazione dei beni immobili, attraverso vendita, cessione o permuta, o di beni mobili quando l’operazione abbia un valore rilevante; sono ricompresi gli atti di costituzione di diritti reali sul bene e la stipulazione di un contratto preliminare rispetto ad un atto che ecceda l’ordinaria amministrazione, la locazione ultra – novennale[4], la alienazione di un bene che costituisca o faccia parte di un fondo patrimoniale vincolato, nella destinazione, fino al raggiungimento della maggiore età del figlio[5], l’accettazione di eredità, donazioni e legati[6], seppure l’art. 471 c.c. già preveda la possibilità per il minore di accettare l’eredità solo con beneficio di inventario, altre operazioni, anche se finalizzate all’accrescimento del patrimonio, come riscossione di somme per la vendita di beni o a titolo di risarcimento del danno. In quest’ultimo caso il legislatore ritiene necessario verificare se le somme riscosse siano congrue rispetto all’operazione ma è necessario anche un controllo sul successivo utilizzo di tali somme e sue finalità[7].

Dal punto di vista astratto, la Cassazione aveva precisato già nel 1997[8] che la controversia relativa al risarcimento del danno subito dal minore, assume profili di straordinaria amministrazione quando la natura e l’entità del danno che ne è oggetto sono destinati ad incidere profondamente sulla vita presente e futura del danneggiato. Più concretamente, si specificava che l’atto straordinario è rappresentato dall’eventuale transazione, insita nella controversia per il risarcimento del danno, la quale prevede reciproche concessioni e rinunce delle parti, quindi nel caso di postumi permanenti del minore occorre una giusta valutazione di convenienza del ristoro economico proposto. Nella sentenza n.8720 del 2010 la Suprema Corte sottolinea la necessità di una attenta analisi della situazione concreta anche in relazione all’attività transattiva[9].

La verifica dell’esistenza dell’autorizzazione del giudice al genitore che debba ricevere un pagamento nell’interesse del figlio minore giova anche allo stesso debitore, l’art. 1188 c.c., infatti, specifica che il pagamento fatto a chi non era legittimato a riceverlo non libera il debitore.

Il codice prevede l’incapacità testamentaria del minore (art. 591 n.1 c.c.) ma riconosce la capacità a succedere per tutti coloro che sono nati o concepiti al tempo dell’apertura della successione (art. 462 c.c.) seppure esclusivamente col beneficio di inventario, altrimenti rimanendo nello status di “chiamato all’eredità”. Nell’ordinanza del 27 luglio 2012, la Cassazione ha chiarito che la competenza ad autorizzare la vendita di immobili ereditari del minore, soggetto alla responsabilità dei genitori, appartiene al giudice tutelare del luogo di residenza del minore a norma dell’art. 320 comma 3 c.c. unicamente per quei beni che, provenendo da una successione ereditaria, possono considerarsi acquisiti definitivamente al patrimonio del minore. L’autorizzazione spetta, invece, sentito il giudice tutelare, al Tribunale del luogo di apertura della successione, in virtù dell’art. 747 comma 1 c.p.c., tutte le volte in cui il procedimento dell’acquisto iure ereditario non sia ancora esaurito; ciò perché in tal caso l’indagine del giudice non è limitata alla tutela del minore, alla quale soltanto è circoscritta dall’art.320 c.c., ma si estende a quella degli altri soggetti interessati alla liquidazione dell’eredità.

Ispirandosi al principio della parità tra i coniugi, la decisione di compiere un atto di amministrazione deve essere sempre assunta di comune accordo[10]. Dottrina e giurisprudenza ritengono che l’accordo sia necessario al momento della scelta del compimento dell’atto mentre la concreta attuazione, almeno quando si tratti di ordinaria amministrazione, può essere realizzata autonomamente da ciascun genitore. La richiesta di autorizzazione per il compimento di atti di straordinaria gestione deve essere presentata al giudice tutelare dal genitore esercente la responsabilità ma buona parte della dottrina ritiene che debba essere sottoscritta anche dall’altro genitore secondo quanto previsto dall’art. 337 ter c.c. che impone l’adozione congiunta di decisioni di maggiore interesse per i figli. Il genitore che sia in disaccordo con la decisione dell’altro ha, quindi il potere – dovere di rivolgersi, ex art. 316 c.c., al giudice per risolvere il contrasto e se l’atto rientra nell’amministrazione straordinaria è previsto un duplice controllo: del giudice tutelare sull’utilità dell’operazione e del Tribunale specializzato sul contrasto.

Il genitore naturale, privo dell’esercizio della responsabilità, ha il potere di “vigilare sull’istruzione, educazione e condizioni di vita del figlio minore” seppure senza l’attribuzione di un potere automatico di inficiare la validità dell’atto compiuto dall’altro genitore che, però, è riconosciuto dalla dottrina.

Può accadere che tra rappresentante e rappresentato ci sia un conflitto di interessi e cioè che l’interesse del primo sia obiettivamente incompatibile con quello dell’altro, anche soltanto potenzialmente[11].

Altro aspetto problematico è il caso in cui il genitore che ha la responsabilità esclusiva (o entrambi) non voglia o non possa compiere atti di interesse del figlio, in questa evenienza l’art. 321 c.c. dispone che il figlio stesso, il P.M., un parente possano chiedere al giudice la nomina di un curatore speciale, anche solo limitatamente alle situazioni nelle quali il minore potrebbe trovarsi in posizione di conflitto o ricevere pregiudizio dalla semplice inerzia[12].

Dott. Angelo Argese
patrocinatore legale


Note al testo

[1] Accogliendo il ricorso, la Cassazione, con sentenza n. 3393 del 5 marzo 2012, dichiarava la madre non legittimata alla riscossione dei buoni fruttiferi della figlia anche se sul titolo era presente il nome della rappresentante e nonostante la diversa disciplina prevista dall’art. 159 del regolamento di Poste italiane, che non può derogare le norme del codice civile.

[2] La Cassazione, con sentenza n. 7546 del 2003 ha precisato che sono da considerarsi atti di straordinaria amministrazione quelli che, seppure non elencati espressamente come tali nell’articolo, “intaccano il patrimonio del minore riducendone le dimensioni o alterandone la struttura e la consistenza”. Rientrano, invece, nell’amministrazione ordinaria quelli finalizzati alla conservazione o incremento del patrimonio ed in quanto tale capacità sia espressa da elementi oggettivi, cioè indipendentemente dalla volontà soggettiva dell’agente, oltre che per l’esiguità del valore e del rischio economico dell’operazione.

[3] Cassazione, 15 maggio 2003, n. 7546.

[4] In questo caso si guarderà alla durata complessiva come risultante da eventuali clausole che prevedono un rinnovo automatico del contratto.

[5] La Suprema Corte, con sentenza n. 15859 del 20 settembre 2012, ha precisato che l’autorizzazione in tal senso, quando venga meno il vincolo di coniugio dei genitori, spetta al Tribunale per i Minorenni, nell’esclusivo interesse del minore.

[6] Secondo la Cassazione, sentenza 1107 del 1998 e 3715 del 1993, la competenza è del T.O. quando il procedimento di successione non si è ancora concluso e quindi i beni non sono ancora entrati nel patrimonio del minore; secondo la dottrina, invece, la competenza dovrebbe sempre essere attribuita al giudice tutelare. Si veda, sul punto, Di Mauro, Competenza ed autorizzazione per la vendita di beni immobili ereditari del minore in potestà, in Giustizia civile, 1992, I, p.182.

[7]Si veda Cass. Sent. n. 3795 del 2003. Secondo parte della giurisprudenza, l’azione per il risarcimento del danno non richiede autorizzazione preventiva; sul punto, si veda Tr. Cassino, 8 febbraio 2002 e Tr. di Trani, 14 febbraio 2001.

[8] Sentenza del 22 maggio 1997, n. 4562.

[9] Nello specifico i giudici d’appello non avevano tenuto conto del divario tra l’accertamento dell’incidenza dei postumi di natura invalidante sul minore, vittima di incidente automobilistico, nell’ordine del 4 – 5%, secondo il consulente di parte e del 45 – 55% per il consulente tecnico d’ufficio. Il padre aveva accettato, nel giudizio d’appello, la somma di 5 milioni di lire in luogo di 62 milioni stabiliti in primo grado.

[10] Si intende nei casi di esercizio congiunto della responsabilità genitoriale, con genitori conviventi, capaci e senza impedimenti ovvero quando sia disposto l’affidamento congiunto, nei casi di cessazione della convivenza.

[11] La Cassazione con sentenza n. 13507 del 2002 ha specificato che deve ritenersi esistente un conflitto di interessi anche quando l’incompatibilità sia solo potenziale e non effettiva e questo comporta la necessità di una verifica in astratto ed ex ante.

[12] In questo senso si esprime il Tr. di Monza, sez. IV, il 18 marzo 2002.

responsabilità medica

Il mese di maggio è per molti giovani colleghi un importante momento di passaggio: molti di loro concludono il loro percorso universitario, acquisendo il titolo di “Specialista”. Con difficoltà che già sono note ai professionisti più “anziani”, dovranno trovare un lavoro e la propria strada e, con un po’ di fortuna, potranno crescere nell’ambito medico che hanno scelto confrontandosi con colleghi con i quali condividono le medesime basi medico-scientifiche.

Ma per il giovane specialista in Medicina Legale e delle Assicurazioni la situazione è differente.

Chi ha scelto la nostra disciplina si trova immesso in un mondo del lavoro che purtroppo, in larghissima parte, trova le possibilità lavorative già “occupate” da specialisti in altre branche i quali, senza nulla togliere all’esperienza che alcuni di loro possono aver acquisito nel tempo, sono del tutto privi delle basi scientifiche proprie di chi ha intrapreso uno specifico percorso formativo e di studio.

Mi riferisco a medici che, senza avere alcuna estrazione specialistica medico-legale, si cimentano nell’attività del consulente tecnico in ambito civilistico (d’ufficio ovvero di parte), quando non in ambito penalistico.

Nei primi anni del mio percorso professionale, mi sono trovato a confrontarmi con colleghi con cui non è stato possibile parlare “la stessa lingua”, gli stessi sconoscendo tutto ciò che fonda il nostro lavoro nonché le implicazioni che esso comporta.

Invito chiunque a immaginare lo stato d’animo di chi ha fatto del porre il fatto medico sub specie juris il proprio lavoro e il fine delle sue energie, nell’ascoltare consulenti tecnici d’ufficio esprimere: “credevo bastasse leggere le tabelle e applicare il buon senso”; “ho trovato una sentenza del 2004!”; “io la penso diversamente dalla legge”; “ho smesso di fare il C.T.U.: è proprio un lavoro”; “siccome non c’è lavoro, mi sono messa a fare perizie e studio qua e là”.

Credo che gli esempi sopra riportati suggeriscano in maniera efficace come la nostra disciplina venga vista dai nostri colleghi non specialisti: tutto questo molto probabilmente è alla base della leggerezza con cui gli stessi affrontano questo compito senza considerare che le loro valutazioni si ripercuotono sulla vita sociale e lavorativa dei cittadini nonché sul denaro pubblico (basti pensare al costo delle prestazioni previdenziali o assistenziali erogate a seguito di una consulenza tecnica benevola) ovvero sul portafoglio dei privati cittadini (incremento dei premi di polizza assicurativa a seguito di incidente stradale).

Effetti così importanti sono molto spesso affidati a elaborati peritali a volte redatti – probabilmente per dare una patina di importanza e valore – con un lessico burocratico e ricco di avverbi ridondanti, altre volte redatti in modo assai lontano dalla lingua italiana, comunque quasi sempre del tutto privi di motivate considerazioni circa il nesso di causalità e di adeguato supporto evidenziale alle valutazioni conclusive.

Non ultimo, non si può nascondere che l’attività di consulente tecnico sia vista come fonte di arrotondamento da praticare nel tempo libero dal reparto ospedaliero quando non esercizio mentale post-pensionamento.

Forse è il caso di sottolineare che il professionista in Medicina Legale pone la propria professione al centro di tutta la sua attività lavorativa, dedicandovi i propri studi, la propria esperienza e il proprio costante aggiornamento scientifico e giuridico.

Ritengo che se ci fosse maggiore sensibilizzazione su questi aspetti, a partire dagli uffici di Presidenza dei Tribunali fino ad arrivare a chiunque abbia bisogno di una consulenza tecnica qualificata, migliorerebbe di molto la qualità del nostro lavoro nonché la tutela dei diritti dei cittadini.

Dr. Umberto Gulletta
Specialista in Medicina Legale e delle Assicurazioni

 

responsabilità medica

Da anni mi occupo, e da ultimo in intesa con i professionisti del comitato scientifico dell’Accademia della Medicina Legale, di difesa giudiziale dei medici, in giudizi civili o penali che prendono le mosse da presunti episodi di “malpractice”. Dopo aver seguito da avvocato diversi casi, e da consulente di diversi professionisti e centri medici, mi rendo conto di avere una visuale privilegiata delle problematiche che affliggono la categoria dei medici e, in generale, delle problematiche connesse alla corretta prevenzione, gestione e riduzione del c.d. rischio clinico e rischio sanitario. Una delle problematiche più avvertite, in un universo costellato da mille risorse mediatiche e non che tendono alla “tutela” del paziente attraverso la persecuzione, a volte totalmente scriteriata, dei medici o delle strutture sanitarie, è la mancanza o il difficile reperimento di qualificate e obiettive fonti di informazione e o di “aiuto” in tutti quei casi nei quali si è coinvolti in un giudizio di responsabilità medica o sanitaria.
Ed è da questa necessità, sempre più pressante, che nasce l’idea di questa rubrica nella quale i medici o gli operatori sanitari in genere possono trovare una sorta di “porto sicuro” dal quale attingere notizie o presso il quale trovare quell’ “aiuto” estremamente qualificato che è più che necessario quando si viene investiti da una vicenda giudiziaria. Naturalmente, tale affermazione potrebbe apparire esagerata se non si tenesse conto dei dati reali riguardanti lo stato delle cause per responsabilità medica che ogni anno vengono iniziate in Italia. Il fenomeno delle controversie instaurate per sospetti casi di “malpractice” ha assunto, soprattutto negli ultimi tre/quattro anni, proporzioni mastodontiche. Non passa giorno senza che nelle cancellerie dei Tribunali italiani vengano depositate decine di citazioni che hanno come comune denominatore l’errore di qualche sanitario. L’ultimo dato pubblicato nel mese di maggio 2015 parla di una contenzione che si alimenta con ben 34.000 nuovi giudizi instaurati ogni anno, e il dato non fa che continuare a crescere. E’ naturale, quindi, che serva in un tale marasma tentare di offrire ai medici alcuni punti fermi, ad iniziare da una corretta informazione difensiva. Riflettendo sui dati citati, al fine di valutare l’assurdità del fenomeno “malpractice”, se tali sono le statistiche, supportate dalla lettura della maggior parte degli atti giudiziari o delle perizie di parte depositate nei detti giudizi, si potrebbe ben concludere che nel nostro Paese i medici sono null’altro che un insieme di impreparati! Ma, una simile riflessione oltre che estremamente pericolosa, non tiene conto dei dati reali che emergono dall’analisi dei risultati con i quali questa infinita serie di giudizi si concludono. Ebbene, recenti statistiche elaborate con la collaborazione della Procura di Roma dimostrano come su 100 giudizi penali iniziati, solo nell’ 1% dei casi viene accertato un errore in procedendo compiuto dalla struttura sanitaria o dal medico singolo mentre nel restante 99% dei casi non si accerta alcuna “malpractice” di rilevanza penale da parte dei medici ingiustamente accusati (fonte Università La Sapienza di Roma). Ciò dimostra come buona parte delle cause penali per responsabilità medico-sanitaria siano infondate. Ma, se per i pazienti il rischio è solo quello di pagare la parcella al proprio avvocato, per la collettività i costi di una simile situazione sono esorbitanti e l’effetto forse più evidente è il diffondersi sempre maggiore della c.d. Medicina Difensiva (in estrema sintesi il medico si astiene dall’intervenire nei casi più gravi, per non rischiare una causa in caso di insuccesso delle cure, oppure prescrive esami, ricoveri in strutture sanitarie, cure e visite specialistiche del tutto inutili, al solo scopo di evitare possibili future accuse di negligenza) che crea un danno al Sistema Sanitario Nazionale e, quindi, ad ogni singolo cittadino ad oggi quantificato in un costo aggiuntivo di €13/18.000.000.000,00 all’anno (stime ANIA e MINSALUTE). In coscienza, come testimoniato dalla mia netta scelta di specializzazione e di campo, ritengo che tale fenomeno vada arginato soprattutto in sede penale e tentare di offrire ai medici i giusti consigli, le giuste notizie, e la giusta difesa.
Ecco il perché del mio entusiasmo nel creare tale spazio di tutela. Un rubrica viva insomma, aperta agli interventi di tutti e che possa servire tutti, un punto di riferimento sicuro per coloro che nei diversi ruoli rivestiti, si occupano di responsabilità medica ma a tutela dei medici e delle strutture sanitarie.
Mi farebbe molto piacere, inoltre, se Colleghi avvocati volessero partecipare con propri interventi o domande, così come pure se Medici e operatori del settore sanitario volessero far pervenire le loro domande o osservazioni così come le loro richieste di tutela.

Avv. Gianluca Mari

Sei un avvocato che si occupa di difesa di medici e strutture sanitarie? Sei un medico coinvolto in un procedimento civile o penale e ti serve tutela o aiuto? Non esitare a contattarci scrivendo a redazione@responsabilecivile.it

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