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mascolina

Fa discutere una sentenza della Corte d’appello di Ancona, annullata dalla Corte di Cassazione, che assolve due giovani accusati di stupro evidenziando come la presunta vittima sia ‘piuttosto mascolina’

Poco credibile che sia stata stuprata in quanto piuttosto mascolina. Più probabile che si sia inventata tutto. Questo, secondo quanto riporta Repubblica, il ragionamento di tre giudici, peraltro tutte donne, della Corte di appello di Ancona, nell’ambito di un procedimento per stupro.

La sentenza è stata annullata con rinvio dalla Suprema Corte di Cassazione, che ha ravvisato alcune congruenze e vizi di legittimità. Tuttavia, la decisione di secondo grado sta facendo discutere. Nello specifico la Corte territoriale aveva assolto due giovani che erano stati condannati in Tribunale rispettivamente a 5 e 3 anni per violenza sessuale.

Ad accusarli era stata una ragazza di origini peruviane di 22 anni. La donna, nel 2015, si era presentata in ospedale con la madre. Aveva riferito di aver subito una violenza sessuale alcuni giorni prima da parte di un coetaneo, mentre un amico di lui faceva da palo.

In base alla testimonianza della donna i tre frequentavano una scuola serale e il giorno del presunto stupro dopo le lezioni avevano deciso di bere una birra insieme.

Il tasso di alcol nel corso delle serata si era alzato e la ragazza aveva avuto rapporti sessuali con uno dei due giovani. Secondo i due uomini sarebbero stati consensuali, secondo la parte offesa, invece, a un certo punto vi sarebbe stata una esplicita manifestazione di dissenso.

I medici oltre ad aver verificato la presenza di lesioni compatibili con una violenza sessuale, hanno anche riscontrato un’elevata quantità di benzodiazepine nel sangue della presunta vittima. Sostanza che quest’ultima non ricorda di aver mai assunto.

In primo grado, gli imputati erano stati dunque condannati. Ma in appello la pronuncia era stata ribaltata. La ricostruzione della parte offesa non era stata infatti ritenuta credibile.  Nelle motivazioni, in particolare, i magistrati avevano scritto che all’imputato principale “la ragazza neppure piaceva”.  Ne aveva addirittura registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo “Vikingo” con allusione a una personalità piuttosto mascolina. Circostanza, affermano le tre togate, che “la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare”.

 

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INERZIA COLPEVOLE NEL REPERIRE UN’OCCUPAZIONE, NEGATO IL MANTENIMENTO

lesioni personali

Aveva abusato sessualmente di una giovane donna e quando il fratello di costei aveva cercato di fermarlo, l’imputato lo aveva colpito procurandogli lesioni personali

In primo e secondo grado di giudizio, l’uomo era stato ritenuto responsabile del reato di lesioni personali e violenza sessuale aggravata dal cd. fine teleologico.

Dalla ricostruzione accusatoria era emerso, infatti, che la volontà dell’aggressore era stata quella di commettere il reato di violenza sessuale sulla donna e che, a tale scopo, egli si era servito del reato-mezzo di cui all’art. 582 c.p., ossia delle lesioni nei confronti del fratello. Quest’ultimo era intervenuto in difesa della sorella che aveva appena subito le violenze da parte di quell’uomo.

E perciò era evidente che l’azione in danno di quest’ultimo era stata, anche se di poco, successiva rispetto alla violenza e posta in essere non già allo scopo di realizzare la violenza sessuale, che si era già consumata, quanto piuttosto di assicurarsi l’impunità, situazione parimenti contemplata dall’art. 61 c.p., n. 2 tra le circostanze aggravanti.

Il ricorso per Cassazione

A ricorrere per Cassazione era stata la difesa, denunciando l’assenza dei presupposti strutturali per l’applicazione dell’aggravante del nesso teleologico.

Ma i giudici della Suprema Corte, nel respingere il ricorso, hanno affermato il seguente principio di diritto: “sussiste la circostanza aggravante del nesso teleologico (art. 61 c.p., comma 1, n. 2) nel caso in cui l’agente, subito dopo aver commesso il delitto di cui all’art. 609 bis c.p., per procurarsi l’impunità provochi lesioni personali in danno di chi sia intervenuto in difesa della vittima della violenza sessuale”.

L’aggravante della connessione teleologica tra reati

Le tre ipotesi previste dall’art. 61 n. 2 c.p. che danno luogo alla cosiddetta connessione teleologica o consequenziale di reati sono le seguenti:

– un reato-mezzo è commesso per eseguire un reato-fine;

– un reato è commesso per conseguire o assicurare a sé o ad altri il prodotto e, quindi, il risultato, il profitto e, dunque, il vantaggio economico, o il prezzo, ossia il corrispettivo atteso, di altro reato;

– un reato è commesso per occultarne un altro oppure per conseguire o assicurare a sé o ad altri l’impunità.

Ebbene, per la sussistenza dell’aggravante, è sufficiente che l’agente commetta il reato per uno dei fini specificati, anche se non pone in essere il reato-fine; in tali casi, l’aumento di pena è giustificato dall’esistenza di una maggiore volontà criminosa del soggetto agente che non cede di fronte a niente pur di commettere il reato presupposto.

La redazione giuridica

 

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LA RICHIESTA DEL PRESERVATIVO NON ESCLUDE IL REATO DI VIOLENZA SESSUALE

la richiesta del preservativo

Può escludere l’esistenza di un rapporto violento e indurre l’agente a ritenere sussistente il consenso della vittima, la richiesta del preservativo da parte di quest’ultima prima del rapporto?

In una recente sentenza (n. 727/2019) i giudici della Suprema Corte di Cassazione si sono  interrogati sul punto affermando il seguente principio di diritto: “Non può avere fondamento la tesi difensiva del consenso putativo: la richiesta del preservativo da parte della ragazza aveva avuto il senso di elidere o ridurre le conseguenze negative dell’atto non voluto”.

Il caso

Era stato giudicato responsabile del delitto di violenza sessuale; accusato di aver costretto una giovane ragazza di 14 anni a subire atti sessuali abusando delle sue condizioni di inferiorità psichica e fisica, in considerazione della sua giovane età e della mancanza di esperienza.

In particolare, secondo la ricostruzione dell’accusa, l’uomo le aveva fatto credere di essere un pubblico ufficiale. Le aveva, a tal proposito, mostrato un finto tesserino di poliziotto e l’aveva così invitata ad entrare nella sua autovettura. Giunti in una zona di campagna, in un terreno di sua proprietà, l’aveva inizialmente fatta sdraiare su un sedile previamente abbassato, le aveva sfilato i leggings e le mutande e nonostante la vittima gli avesse chiesto ripetutamente di non farlo, aveva brutalmente abusato di lei.

Alla sentenza di condanna l’imputato rispondeva con un ricorso per cassazione, lamentando l’erronea valutazione dei fatti operata dai giudici di merito.

Nella specie la difesa asseriva che il rapporto sessuale non era stato per nulla violento, né imposto, ma al contrario consensuale. Non vi era stata nessuna strumentalizzazione dell’inferiorità della ragazza. Come anche era risultato dagli accertamenti peritali, la quattordicenne presentava una maturità emotiva, cognitiva e relazionale adeguata all’età che le permetteva di agire e reagire in modo adeguato.

La stessa non aveva provato alcun disagio o sottomissione ed anzi aveva chiesto al finto poliziotto di utilizzare il preservativo.

Ebbene, la richiesta dell’uso del preservativo era un dato che i giudici di merito non potevano ignorare, posto che in esso vi era l’indubbia valenza dimostrativa della convinzione di agire con il consenso della ragazza.

Ma è proprio così? E cosa dice, a tal riguardo la giurisprudenza?

Secondo l’orientamento giurisprudenziale prevalente, in tema di atti sessuali commessi con persona in stato di inferiorità fisica o psichica, perché sussista il reato di cui all’art. 609-bis, secondo comma n. 1 c.p. è necessario che il giudice accerti: 1) la condizione di inferiorità sussista al momento del fatto; 2) il consenso dell’atto sia viziato dalla condizione di inferiorità; 3) il vizio sia accertato caso per caso e non può essere presunto, né desunto esclusivamente dalla condizione patologia in cui si trovi la persona quando non sia di per sé tale da escludere radicalmente, in base ad un accertamento se necessario fondato su basi scientifiche, la capacità stessa di autodeterminarsi; 4) il consenso sia frutto dell’induzione; 5) l’induzione, a sua volta, sia stata posta in essere al fine si sfruttare la (e approfittare della) condizione di inferiorità per carpire un consenso che altrimenti non sarebbe stato dato; 6) l’induzione e la sua natura abusiva non si identifichino con l’atto sessuale, ma lo precedano (Sez. 3, sent. n. 18513/2015).

Il caso in esame

Quanto al caso in esame, i giudici di merito – affermano i  giudici della Cassazione – hanno puntualmente verificato tutte tali condizioni perché hanno valorizzato la notevole differenza d’età (trent’anni, l’uomo e quattordici la ragazza), l’inganno sull’età e sulla professione esercitata, l’inesperienza ed immaturità della ragazza, la ripetuta insistenza nel cercare il rapporto sessuale pur a fronte delle resistenze della persona offesa, il contesto creato per raggiungere lo scopo, ovvero l’auto condotta in zona appartata e la coazione fisica sulla ragazza che era rimasta impietrita. In questa situazione, anche un eventuale consenso risulta viziato perché strumentalizzato dall’induzione.

La richiesta del preservativo

Non può avere alcun fondamento- aggiungono i giudici della Corte –  la tesi difensiva del consenso putativo desumibile dalla richiesta dell’uso del preservativo, avendo ben spiegato il senso dell’invito da parte della ragazza che aveva pensato di elidere o ridurre le conseguenze negative dell’atto non voluto.

Il ricorso deve pertanto essere dichiarato infondato e confermata la sentenza di condanna a carico dell’imputato.

La redazione giuridica

 

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FALSA ACCUSA DI ABUSI SESSUALI SULLA FIGLIA, E’ CAUSA DI ADDEBITO

violenza sessuale

In assenza di altre circostanze dell’azione, la mera circostanza di tempo (tarda sera) non consente, da sola, di ritenere sussistente la circostanza aggravante di cui all’art. 61 c.p., n. 5, che deve, pertanto, essere esclusa anche in relazione al reato di violenza sessuale

L’imputato era stato ritenuto responsabile del reato di violenza sessuale perpetrato ai danni della vittima. Secondo la ricostruzione accusatoria, l’uomo, approfittando dell’assenza degli altri coinquilini, aveva costretto la persona offesa a subire atti di violenza: l’aveva afferrata per le braccia e seguita fino in camera da letto; poi l’aveva sollevata di peso, buttata sul letto e costretta a subire atti sessuali, con l’aggravante di aver commesso il fatto approfittando delle circostanze di tempo (sera) e di luogo (assenza dei coinquilini dell’appartamento) tali da ostacolare la privata difesa, oltre che con abuso di coabitazione.

La sentenza di primo grado, veniva confermata anche dai giudici dell’appello che avevano condiviso appieno la ricostruzione dei fatti e la valutazione delle prove operate del Tribunale, confermando altresì la solidità del compendio probatorio costituito, in primis, dalle dichiarazioni rese dalla persona offesa da quelle rese nel corso delle sommarie informazioni testimoniali.

La corte d’appello aveva però, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ridotto la pena inflitta all’imputato ad anni uno e mesi quattro di reclusione, con il riconoscimento della circostanza di cui all’art. 609 bis c.p., comma 3 (“nei casi in cui il fatto è di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi”) e delle circostanze attenuanti generiche in misura prevalente alle contestate aggravanti. Con la medesima sentenza, aveva altresì concesso il beneficio della non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale, oltre al già concesso beneficio della sospensione condizionale della pena.

Il ricorso per Cassazione

Avverso la predetta sentenza presentava ricorso per Cassazione l’imputato, a mezzo del proprio difensore di fiducia, chiedendone l’annullamento.

Nella specie, lamentava la ricostruzione dei fatti operata dalla vittima e la sua stessa attendibilità.

Ma la Cassazione rigetta il ricorso, posto che l’asserito vizio di motivazione della sentenza non era stato specificato nell’atto di impugnazione.

Il vizio di motivazione, che risulti dal testo del provvedimento impugnato o da altri atti del processo specificamente indicati, in tanto sussiste se ed in quanto si dimostri che il testo del provvedimento sia manifestamente carente di motivazione e/o di logica, e non invece quando si opponga alla logica valutazione degli atti effettuata dal giudice di merito una diversa ricostruzione, magari altrettanto logica (Sez. U, n. 16 del 19/06/1996).

Non c’è, in altri termini, come richiesto nel ricorso presentato dall’imputato, la possibilità per i giudici della Cassazione di andare a verificare se la motivazione corrisponda alle acquisizioni processuali. Infatti, il giudice di legittimità non può procedere ad una rinnovata valutazione dei fatti ovvero ad una rivalutazione del contenuto delle prove acquisite, trattandosi di apprezzamenti riservati in via esclusiva al giudice del merito.

La minorata difesa

Nel ricorso, il difensore dell’imputato aveva dedotto il vizio della motivazione anche in relazione alla asserita sussistenza della circostanza aggravante della minorata difesa della vittima.

La Corte d’appello aveva confermato la sussistenza della menzionata aggravante, sul presupposto che i fatti si erano verificati “in orario notturno e in un contesto di coabitazione che avrebbe, a sua volta, agevolato la realizzazione della condotta di reato”.

Ma cosa dice a tal proposito, la giurisprudenza di legittimità?

Ebbene, secondo i più recenti approdi giurisprudenziali, ai fini della configurabilità della circostanza aggravante della minorata difesa, il tempo di notte, di per sé solo, non realizza automaticamente tale aggravante, dovendo con esso concorrere altre condizioni che consentono, attraverso una complessiva valutazione, di ritenere in concreto realizzata una diminuita capacità di difesa sia pubblica che privata, non essendo necessario che tale difesa si presenti impossibile ed essendo sufficiente che essa sia stata soltanto ostacolata.

Il richiamato indirizzo giurisprudenziale si è formato principalmente in tema di reato di furto in tempo di notte, nel quale è stato affermato che ai fini della applicazione della suddetta circostanza aggravante è necessario valutare in concreto le condizioni che hanno consentito di facilitare l’azione criminosa, non rilevando l’idoneità astratta di una situazione, quale il tempo di notte.

Il tempo di notte avrà rilievo, secondo questa impostazione interpretativa, qualora concorrano ulteriori condizioni che abbiano effettivamente annullato o sminuito i poteri di difesa pubblica o privata (Sez. 4, n. 53570 del 05/10/2017; Sez. 4, n. 53343 del 30/11/2016).

Detto in altri termini, è sempre richiesto accertare in concreto, piuttosto che sulla base di una condizione astrattamente considerata, se le circostanze in cui si è verificato il fatto abbiano effettivamente favorito la commissione del reato, per cui è necessario individuare ed indicare in motivazione tutte quelle ragioni che consentano di ritenere che in una determinata situazione si sia in concreto realizzata una diminuita capacità di difesa sia pubblica che privata.

Tali considerazioni dovevano trovare applicazione anche nel caso in esame, con riferimento al reato contestato di violenza sessuale.

In tal caso, in assenza di altre circostanze dell’azione, la mera circostanza di tempo (tarda sera) non consentiva, da sola, di ritenere sussistente la circostanza aggravante di cui all’art. 61 c.p., n. 5, circostanza aggravante che deve, pertanto, essere esclusa.

 La redazione giuridica

 

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violenza sessuale

In manette un professionista di 56 anni accusato di violenza sessuale da una paziente che aveva in cura nel 2010

Ripetutamente abusata dal medico che l’aveva in cura. E’ l’accusa mossa da una trentenne nei confronti di un camice bianco di 56 anni specializzato in psicologia clinica, arrestato nelle scorse ore per violenza sessuale e pedopornografia.

La vicenda, come riporta il Resto del Carlino, risale al 2011. La giovane si era rivolta a una clinica privata di Forlì per dei disturbi alimentari. Vi si era recata tre volte a settimana per tre mesi. Nel corso di tali sedute, secondo gli inquirenti, la paziente sarebbe stata “costretta a subire atti sessuali contro la sua volontà”.

La vittima, successivamente, aveva infatti trovato il coraggio di denunciare l’accaduto ed era stata ritenuta attendibile dagli investigatori.

Gli uomini della Squadra Mobile avevano quindi condotto una perquisizione domiciliare presso l’abitazione del professionista indagato. Sul suo computer erano stati stato rinvenuti immagini e video a contenuto pedopornografico.

Il medico era stato condannato dal Tribunale di Forlì nel marzo del 2014 a quattro anni di reclusione. I successivi gradi di giudizio avevano confermato la responsabilità penale. Era cambiata solamente l’entità della pena: da quattro anni a tre anni e due mesi. Intanto la clinica aveva interrotto ogni rapporto con il dottore, che tuttavia aveva continuato a lavorare privatamente.

Poco prima di Natale, dopo il rigetto dell’ultimo ricorso da parte della Corte di Cassazione, l’uomo è stato arrestato su disposizione della Procura del capoluogo di provincia romagnolo. Ora si trova in carcere e non potrà chiedere misure alternative prima di un anno.

Nel corso dell’operazione sono state denunciate per resistenza anche la madre e la convivente del camice bianco. La prima, secondo la ricostruzione del Resto del Carlino, avrebbe infatti negato di sapere dove si trovasse il compagno. La seconda, si sarebbe rifiutata in un promo momento di aprire ai poliziotti, sostenendo di essere sola in casa. Gli agenti, tuttavia, insospettiti dall’atteggiamento della donna, sarebbero poi riusciti a entrare in casa trovando il medico nascosto in una stanza al buio.

 

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Medico fiscale condannato: durante le visite molestava pazienti

Violenza sessuale: questa l’accusa per il medico fiscale condannato a Bergamo per aver molestato sessualmente delle pazienti nel corso delle visite

E’ iscritto nelle liste speciali alla direzione provinciale Inps di Bergamo il medico fiscale condannato per violenza sessuale.

L’uomo, nel corso delle visite, palpeggiava in modo improprio le pazienti valicando i confini deontologici della professione.

Il medico, 71 anni, era finito a processo per violenza sessuale ed è stato condannato ieri in primo grado a 4 anni e sei mesi.

Il pubblico ministero Carmen Santoro, ne aveva chiesti quattro.

Oltre a questo, il medico fiscale condannato dovrà scontare l’interdizione dai pubblici uffici per due anni e sei mesi e l’interdizione dalla professione per lo stesso periodo.

È stato inoltre stabilito un risarcimento danni per 12mila euro, e anche nei confronti dell ‘Erario per 2.400 ciascuno delle parti offese.

L’avvocato Martina Palma, difensore del medico, non ha voluto commentare la sentenza, rinviando il tutto a dopo la lettura delle motivazioni.

Il medico fiscale condannato, inoltre, aveva un precedente per fatti analoghi risalenti al 2012-2013, ma in quella circostanza era stato assolto.

I fatti

Secondo le denunce presentate dalle donne, l’imputato quando effettuava le visite fiscali palpeggiava le pazienti. Durante il processo il medico ha presentato una consulenza in cui si asserisce che per certe patologie a volte capita di dover chiedere alla paziente di svestirsi. Ma non era sempre così, come è emerso. Infatti, dai racconti delle vittime emerge uno spaccato di molestie e palpeggiamenti fuori luogo.

Ecco alcuni esempi. In un’occasione, visitando una donna con un trauma contusivo al sacro coccigeo, conseguente a una caduta, il medico l’avrebbe costretta a subire atti sessuali. Dopo averle abbassato i pantaloni e gli slip, le avrebbe scoperto una parte delle natiche, toccando anche le parti intime.

In un’altra circostanza, nel corso di una visita a domicilio a una signora a casa dalla lavoro per una piccola ernia discale mediale e paramediale destra, il medico fiscale condannato prima avrebbe costretto la paziente a svestirsi restando in reggiseno.

Le testimonianze delle donne hanno quindi portato il pm ad emettere la sentenza di condanna.

 

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100 chili

Per la difesa non era conciliabile con la violenza il fatto che la donna, in virtù del peso di 100 chili, si fosse calata da sola i pantaloni sul sedile anteriore destro dell’automobile

Nella vicenda oggetto di questa breve disamina (violenza sessuale su donna di 100 chili), commenteremo la pronuncia della Suprema Corte di Cass. Pen. (n° 38746/2018), emessa dell’ambito del procedimento cautelare, all’esito dell’applicazione all’indagato della misura degli arresti domiciliari.

In particolare, nel caso di specie, nei confronti dell’indagato veniva applicata la misura cautelare degli arresti domiciliari, la cui ordinanza veniva peraltro confermata dal Tribunale del Riesame, per il delitto previsto e punito dall’art. 609 bis c.p., perché, secondo l’ottica accusatoria, “minacciando di morte la persona offesa, dandole un morso sul mento, successivamente bloccandola con il corpo e tenendole ferme le braccia, l’aveva denudata, costringendola a subire toccamenti degli organi sessuali ed un rapporto sessuale completo”.

Ebbene, la difesa dell’indagato riteneva il rapporto fosse stato consensuale. Erano infatti emerse discrasie difficilmente superabili. In particolare non era conciliabile con la violenza “il fatto che la donna si era calata da sola i pantaloni per consentire all’uomo la congiunzione sul sedile anteriore destro dell’automobile, considerato che ella pesava oltre 100 chili”. La difesa faceva riferimento, peraltro, anche a quanto scritto nella consulenza eseguita sullo schienale dell’autovettura.

Inoltre, si riteneva che le immediate vicinanze di un campo sportivo e la circostanza che la vittima avesse comunicato tramite sms con la cugina, fossero elementi che consentivano di escludere il delitto di violenza sessuale a carico dell’indagato e dunque la misura cautelare personale applicata nei suoi confronti.

Ebbene, la Suprema Corte ha dichiarato manifestamente infondato il ricorso per cassazione, ritenendo infatti pienamente attendibile la dichiarazione della persona offesa dal reato nonché quelle rese dalla cugina e da una sua amica, “giacché, ciò che era emerso dagli atti era stato un atteggiamento persistente e subdolo nei confronti della donna, dettagliatamente esaminato nel provvedimento impugnato”.

Infine, per quanto riguarda la misura in concreto applicata all’indagato, ossia quella degli arresti domiciliari, il Collegio di Legittimità, tenendo conto anche della circostanza che l’indagato in passato era evaso dai domiciliari e aveva assunto, di tal guisa, un atteggiamento “trasgressivo ed inaffidabile”, riteneva pienamente congrua al caso in esame il vincolo cautelare personale all’indagato ed è per tale motivo che dichiarava manifestamente infondato il ricorso, condannando altresì il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Avv. Aldo Antonio Montella
(Foro di Napoli)
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Bacio sulle labbra: può configurare la violenza sessuale?

La Corte di Cassazione ha fornito dei chiarimenti in merito alla possibilità in cui il bacio sulle labbra possa configurare il reato di violenza sessuale

Con la sentenza n. 43553/2018, la Cassazione ha chiarito come anche il semplice bacio sulle labbra possa configurare il reato di violenza sessuale, nel momento in cui – secondo i contesti sociali, culturali o familiari – tale atto rivesta una valenza erotica.

Come affermato dai giudici, “Ai fini della configurabilità del reato di violenza sessuale, va qualificato come “atto sessuale” anche il bacio sulla bocca che sia limitato al semplice contatto delle labbra, potendosi detta connotazione escludere solo in presenza di particolari contesti sociali, culturali o familiari nei quali l’atto risulti privo di valenza erotica”.

La vicenda

Nel caso di specie, due persone – che si conoscevano da alcuni mesi ed erano amici – si trovano al centro della vicenda giudiziaria in questione proprio per un bacio sulle labbra “imposto” dall’uomo alla donna.

A seguito del disinteresse di quest’ultima verso qualsiasi relazione sentimentale in quanto sposata, l’imputato l’ha attesa all’uscita del luogo di lavoro aggredendola e trattenendola per il collo e per il braccio, tentando di baciarla, mentre questa cercava di divincolarsi.

La circostanza è stata confermata sia dalla vittima che dall’agente di polizia giudiziaria accorso a seguito della colluttazione.

La Corte di appello ha confermato la statuizione del Tribunale. Esso ha riconosciuto  l’imputato responsabile del reato di violenza sessuale. Tuttavia, nella forma attenuata di cui al terzo comma.

Questo per il bacio sulle labbra dato alla donna contro la sua volontà.

La Corte territoriale ha confutato la versione dell’imputato, in base alla quale l’uomo aveva baciato la donna sulla fronte, osservando che, se così fosse stato, la persona offesa non avrebbe avuto motivo di tentare di divincolarsi da un’azione di presa violenta e di allontanare il suo aggressore.

La difesa ha fatto ricorso ij cassazione, denunciando la violazione dell’art. 609 bis c.p., ritenendo infatti che la condotta contestata fosse sussumibile al più nella fattispecie di violenza privata di cui all’art. 610 c.p..

Questo “in quanto l’azione dell’imputato non era diretta al soddisfacimento della propria concupiscenza, bensì all’esternazione del sentimento amoroso, sebbene non corrisposto”. In sostanza, si riteneva il tentativo di baciare non un atto sessuale, bensì la manifestazione di un sentimento amoroso.

La difesa, poi, ha sostenuto che un tale gesto nella cultura indiana non ha una connotazione sessuale.

La Suprema Corte ha ribadito che il bene giuridico è rappresentato dalla “Libertà personale dell’individuo, che deve poter compiere atti sessuali in assoluta autonomia e libertà, contro ogni possibile condizionamento, fisico o morale, e contro ogni non consentita e non voluta intrusione nella propria sfera intima, anche se attuata con l’inganno”.

La connotazione “sessuale” dell’atto, per gli Ermellini, è definita dalle scienze mediche e umane e dalla cultura di una data comunità in un dato momento storico.

Bisogna dunque tenere conto della indebita compromissione della libera determinazione della sessualità del soggetto passivo che sia oggettivamente e socialmente percepibile come tale.

Nel farlo, vanno considerati questi aspetti:

– il particolare contesto in cui si inserisce la condotta;

– la natura dei rapporti che intercorrono tra l’autore e la condotta stessa;

– l’oggetto dei toccamenti;

– il contesto in cui l’azione si svolge;

– i rapporti intercorrenti tra le persone coinvolte.

Pertanto, anche il bacio sulla bocca rileva ai fini della violenza sessuale, sebbene limitato al semplice contatto delle labbra, in quanto solo in particolari contesti culturali tali gesti non hanno valenza erotica.

Nel caso di specie, vi è stata un’indebita interferenza nella sfera sessuale della vittima, così come accertata dalla Corte territoriale, che ha correttamente escluso l’ipotesi di violenza privata.

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