Una vita in comunità: quando la funzione genitoriale fallisce

Una vita in comunità: quando la funzione genitoriale fallisce

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Parafrasando la famosa massima potremmo dire che “laddove la funzione genitoriale fallisce, la sana crescita del bambino perisce…”.

Nell’ambito di un procedimento penale, in qualità di Consulente Tecnico del Pubblico Ministero vengo nominata quale ausiliario di PG per escutere una minore e contestualmente incaricata – previa lettura di tutti gli atti presenti nel fascicolo del PM – di redigere approfondita relazione sullo stato psicofisico della stessa al fine di valutare la sua capacità a rendere testimonianza.

La minore, che chiameremo Erminia, viene ascoltata all’interno di un percorso giudiziario che la vede protagonista e vittima di un episodio di abuso sessuale ad opera di un sedicente “amico” di età molto superiore alla sua che la avvicina pian piano al mondo dell’alcool e della droga.

Erminia, di anni 13 e 6 mesi, viene dapprima escussa presso gli uffici della Questura e successivamente presso la Comunità alloggio nella quale è ospite.

Ma procediamo per gradi.

Erminia, ultimo-genita di quattro figli, rimane a vivere con la madre quando questa si separa dal padre, insieme agli altri fratelli più grandi.

Nel corso della sua esistenza si ritrova a cambiare spesso diverse città di residenza a causa di gravi motivi economici nonché delle cicliche frequentazioni affettive della madre.

Spesso rimane a vivere dai nonni, molto più spesso, si ritrova a vivere in Comunità quando, l’attivazione dei Servizi Sociali diviene imprescindibile viste le precarie condizioni di vita di Erminia e dei fratelli che li relegano ai margini della strada esponendoli a situazioni estremamente pregiudizievoli per un minore di età.

Crescendo, Erminia inizia una lunga trafila con i Servizi Sociali, le Comunità, le Forze dell’Ordine, il Tribunale per i Minorenni.

Nel vuoto affettivo e abbandonico della famiglia, priva di punti di riferimento stabili e sicuri, si rifugia nella strada, relazionandosi con soggetti quanto mai improbabili e sinceri nei suoi riguardi, assume troppo presto sostanze che la adultizzano precocemente, dandole la finta parvenza di sicurezza e autonomia.

Erminia inizia a viaggiare da sola, crogiolandosi nelle moine affettive offerte dai viandanti incontrati lungo la strada, che le offrono cibo, riparo o sostanze in cambio di esperienze inadeguate alla sua età e, soprattutto, al suo livello di consapevolezza e discernimento.

Appare come una nomade in cerca della terra promessa, laddove la “terra promessa” è tra tutti la madre, simbolo di famiglia, luogo sicuro, affetto, identità.

Erminia la cerca e la rincorre, ogni volta in un luogo diverso, ogni volta in un tempo diverso, per ritrovarsi sempre, una madre “diversa” nell’umore, nell’affettività, nella disponibilità nei suoi confronti.

Il dolore e la sofferenza di Erminia sono grandi e divengono insopportabili al punto da rifugiarsi in esperienze virtuali o reali che le offrano il benché minimo senso di continuità del Sè, anche solo patologico.

Le condotte devianti e aggressive divengono quasi “il” modo per realizzare se stessa, per sperimentarsi capace, forte, sicura di sè.

Oggi Erminia si trova inserita nell’ennesima Comunità della sua breve ma intensa vita, attorno a lei il vuoto relazionale ed affettivo: madre assente, padre conosciuto ma che l’ha rinnegata, fratelli dispersi per il mondo.

Sogna di sposarsi con il ragazzo attuale molto più grande di lei, appena compiuti “diciotto anni e un giorno” come ennesima fuga dalla realtà terribile alla quale è stata esposta finora.

Difficile diviene il progetto educativo nei suoi riguardi, ogni proposta che preveda l’attivazione delle sue risorse interne viene rifiutata, perché concepita come una perdita di tempo a fronte dell’ideazione molto più entusiasmante del convolare a nozze con il suo amato.

Lo stesso inserimento in Comunità risulta, agli occhi di Erminia, scevro di buoni propositi e tutele nei suoi confronti, ma solamente come un’imposizione paranoidea di volerla tenere lontano da casa.

“Casa” che nella realtà non esiste e non è mai esistita, se per questo si intende un rifugio di sane ed autentiche relazioni affettive in cui crescere e sperimentarsi.

Il rischio più elevato per Erminia è ad oggi quello di non riuscire a fare “ponte” tra le sue esperienze affettive e relazionali, con il pericolo di ripetere i medesimi fallimenti di cui purtroppo ha già fatto precocemente esperienza.

Parafrasando la famosa massima potremmo dire che “laddove la funzione genitoriale fallisce, la sana crescita del bambino perisce…”.

Dott.ssa Maria Cristina Passanante

Psicologa, Specialista in Psicologia Giuridica

Referente Regione Sicilia Associazione Italiana di Psicologia Giuridica – AIPG

 

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