Il 60% delle coppie che si sono presentate al centro romano ha chiesto consulenza per trattamenti di fecondazione in vitro con diagnosi pre-impianto, il 40% per l’eterologa.

Il gruppo Ivi (Instituto Valenciano de Infertilidad) ha aperto i battenti della sua prima sede italiana a fine giugno a Roma, e in poco più di 3 mesi di attività ha già ricevuto 530 coppie di aspiranti genitori da tutta Italia che si sono sottoposti a prime visite nella Capitale. L’idea è quella di espandersi e aprire le cliniche spagnole della fertilità anche al nord e al sud Italia. Il gruppo Ivi fondato 25 anni fa da Antonio Pellicer – che con quello romano conta più di 40 centri di riproduzione assistita in 10 Paesi fra Europa, America e Asia – punta a dar vita a una clinica, accreditata, in cui si possa offrire tutto il ciclo di prestazioni e seguire i genitori dal primo consulto fino al parto.

Quello di Roma è un ambulatorio privato nel quartiere Parioli dove si eseguono visite finalizzate alla diagnosi e all’individuazione delle tecniche di Pma più idonee alla coppia, oltre a tutte le analisi complementari. Il viaggio in Spagna si fa solo per la parte di trattamenti clinici. E’ infatti questa la strategia che il gruppo spiega di aver scelto: affidarsi a specialisti italiani e creare realtà capillari nel Paese in cui si avviano le attività, tanto che l’apertura degli altri centri dovrebbe avvenire a breve termine.

Lo spiega Daniela Galliano, Ginecologa esperta di medicina della procreazione, alla quale Ivi ha affidato la gestione dei servizi di diagnosi e consulenza in materia di riproduzione medicalmente assistita nella Capitale. Dal 2004 a oggi sono stati 11.137 i pazienti italiani che sono stati in cura nei suoi centri spagnoli, la stragrande maggioranza a Barcellona e a Valencia (oltre 10 mila). Si è passati da un ritmo di poche centinaia di coppie l’anno fino al 2006 ai 1.300 casi annui di oggi. Il 2013 è stato da record, con 1.627 aspiranti genitori trattati. Gli italiani sono quasi un terzo del totale dei pazienti stranieri.

«Le donatrici – racconta Galliano – sono studentesse o lavoratrici perlopiù sotto i 30 anni, vengono screenate con diversi esami (previsti per legge ed extra), non possono essere sottoposte a più di 6 stimolazioni e i loro ovuli possono essere usati fino a ottenere un massimo di 6 neonati. “Facciamo tanta ricerca – assicura Galliano – potendo contare su un’esperienza di 37 mila cicli l’anno (dato 2014) e stiamo puntando su campagne di sensibilizzazione per abbassare il tasso di gravidanze gemellari che soprattutto sull’eterologa è ancora alto, seppur in calo nel 2014”. (adnkronos)

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