Gimbe: stop alle contrapposizioni tra Stato e Regioni. È necessario un nuovo patto per rendere virtuoso il federalismo sanitario.
Come rendere virtuoso il federalismo sanitario? E’ questa la prima sfida che il nuovo esecutivo è chiamato ad affrontare secondo la Winter School 2018 di Motore Sanità, che si è tenuta nei giorni scorsi a Como.
Nino Cartabellotta – presidente della Fondazione Gimbe – dalla tavola rotonda lancia un appello: si superi la contrapposizione tra Stato e Regioni e si stipuli un nuovo patto “che abbia realmente al centro la salute delle persone”.
Il federalismo sanitario dà oggi i suoi peggior frutti non riuscendo a garantire a tutti i cittadini il diritto inalienabile alla salute. Se è vero che non si può pretendere la stessa prestazione sanitaria, in quanto la variabile umana è di fondamentale importanza nel campo dell’assistenza, è pur vero che è necessaria un’organizzazione nazionale atta a garantire la salute pubblica.
La capacità di programmazione, organizzazione e gestione della sanità non deve infatti risentire degli indirizzi regionali.
La sfida per il nuovo esecutivo
Il nuovo esecutivo è chiamato a occuparsi di tutto ciò, ma come potrà gestire il federalismo sanitario in chiave virtuosa? Motore Sanità stila a tal proposito un vademecum. Risollevare il Ssn è possibile e soprattutto doveroso.
Secondo le indicazioni degli esperti è necessario innanzitutto instaurare una politica nazionale integrata, che tenga conto delle priorità industriali del Paese oltre che dell’offerta del comparto.
La strategia proposta è centralista versus il federalismo sanitario. In questa prospettiva assumono un ruolo principale le Asl chiamate ad una collaborazione in rete e i Dipartimenti interaziendali diffusi sul territorio.
Come salvare il Sistema Sanitario Nazionale?
Il piano di salvataggio del Ssn si basa sul principio della health in all policies, che presuppone un’attenzione globale al tema della sanità.
Tra le iniziative necessarie: definizione chiara dei finanziamenti da destinare al comparto sanità, rimodulare il perimetro dei Lea.
Si deve avviare anche un piano nazionale di prevenzione e riduzione degli sprechi, attuare un riordino legislativo della sanità integrativa.
Per dare nuova linfa al Ssn è necessario inoltre rilanciare le politiche per il personale: rinnovi contrattuali, assunzioni, stabilizzazioni e destinare almeno l’1% del Fondo sanitario nazionale alla ricerca comparativa indipendente.
Un piano da attuare a patto che la Conferenza Stato-Regioni sia considerata come lo strumento di raccordo tra Stato ed enti territoriali e non come un terreno di scontro.
Alle raccomandazioni degli esperti della Winter School, si associa l’appello di Cittadinanzattiva che ricorda come sia necessario aumentare la capacità di controllo e verifica del Ministero della Salute nei confronti delle regioni e di applicare gli strumenti di intervento nei casi di inadempienza, come previsto dall’art. 120 Costituzione.
Il federalismo sanitario si può quindi considerare come un fallimento ma perché allora è stato realizzato?
Il Servizio Sanitario Nazionale presuppone una gestione (organizzativa e monetaria) in cui entrano in gioco i tre differenti livelli istituzionali: Stato, Regioni, ed Enti locali/USL.
Lo Stato determina indirizzi e obiettivi generali e le risorse per attuarli.
Le Regioni stabiliscono i Piani Regionali sanitari e regolamentano le diverse funzioni dell’assistenza ospedaliera, extra–ospedaliera, di prevenzione erogata.
Le Asl gestiscono invece in maniera operativa le strutture e i servizi presenti sul territorio.
La mancanza di responsabilizzazione da parte delle regioni e l’impossibilità di controllare e verificare le spese sostenute dalle Usl, per l’assenza di vincoli perentori centralizzati, ha messo in moto un piano di riorganizzazione della sanità nazionale che si è tramutato nel federalismo sanitario.
Avviato nel 1999 con il Decreto Legislativo n.229 e consolidato nel 2001 con la Riforma del titolo V della Costituzione italiana.
Oggi il federalismo sanitario è a pieno regime con la richiesta di molte Regioni di piena autonomia in materia sanitaria.
Un espediente che affida l’intera governace e l’assetto del sistema sanitario locale alle Regioni. Soluzione che a lungo andare non ha però dato i frutti sperati.
“Siamo, infatti, di fronte a 21 sistemi sanitari regionali – osserva Cartabellotta – liberi di declinare in maniera eterogenea l’offerta di servizi e prestazioni.
Lo Stato si limita ad assegnare le risorse e verifica l’adempimento dei Lea con una ‘griglia’ capace di catturare solo macro-diseguaglianze.
I Piani di rientro per le Regioni sono inadempienti. Guidati più da esigenze finanziarie che dalla necessità di riorganizzare i servizi, hanno scaricato sui cittadini servizi sanitari peggiori con nefaste conseguenze sull’aspettativa di vita, addizionali Irpef più elevate per risanare i conti regionali e necessità di curarsi altrove”.
Una situazione inaccettabile che è necessario al più presto modificare per garantire la piena attuazione dell’articolo 32.
Barbara Zampini
Leggi anche:
DEFINANZIAMENTO DEL SSN: A RISCHIO L’ACCESSO ALLE CURE E LA QUALITÀ DELLA VITA




