Menu vegano a mensa: multe salate per chi non lo prevede

Menu vegano a mensa: multe salate per chi non lo prevede

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menu vegano

È stato assegnato alle commissioni competenti al Senato il ddl che tutela vegeteriani e vegani: per chi non prevede il menu vegano nelle mense ci saranno multe.

In arrivo multe fino a 18 mila euro per chi non prevede il menu vegano nelle mense. La novità arriva da un ddl appena assegnato alle commissioni competenti al Senato e finalizzato a tutelare le scelte alimentari vegetariana e vegana.

Ma vediamo cosa prevede.

Dinanzi a una crescita vertiginosa delle scelte vegetariane e vegane, si parla ormai di un vero e proprio fenomeno che ha modificato lo stile di vita dei consumatori e, di conseguenza, il mercato.

Come confermato da una ricerca Mintel che ha analizzato i mercati internazionali, nell’ultimo anno tra tutti gli alimentari e le bevande lanciati sui mercati, ben l’11% erano vegetariani e il 5% vegani.

In particolare, i cibi vegani sono quasi triplicati negli ultimi cinque anni con una crescita del +175%.

Nel nostro Paese la situazione non è troppo diversa. Secondo il Rapporto Eurispes 2018, in Italia il 6,2% del campione analizzato si dichiara vegetariano, valore in crescita rispetto alla rilevazione del 2017 di 1,6 punti percentuali.

Non è quindi una sorpresa la richiesta del ddl che vorrebbe introdurre il menu vegano nelle mense, pena multe salate per chi non lo prevede.

Il ddl recante “Norme per la tutela delle scelte alimentari vegetariana e vegana” d’iniziativa della senatrice Gabriella Giammanco (FI-BP), è stato assegnato alle competenti commissioni al Senato per l’esame.

“Scegliere l’alimentazione vegetariana o vegana – si legge – rappresenta un importante passo per bandire dalla nostra vita la violenza verso miliardi di animali e verso l’ecosistema”.

Prevedere un menu vegano a mensa, dunque, non è solo una scelta di civiltà e di rispetto. Per la senatrice Giammarco, non farlo contrasterebbe con i princìpi di uguaglianza sanciti nella Costituzione.

Pricipi secondo cui lo Stato e la pubblica amministrazione devono garantire un medesimo trattamento a tutti i cittadini, indipendentemente dal sesso, dalla religione e da ogni diverso tipo di orientamento.

Lo scopo del ddl, dunque, è proprio questo. Promuovere “la tutela della libertà di scelta relativa alla propria alimentazione”, progetto sostenuto da migliaia di cittadini che avevano già firmato una petizione promossa e depositata nella XV legislatura sia al Senato che alla Camera.

Come è strutturato il ddl che introduce l’obbligo del menu vegano nelle mense

Il provvedimento si compone di 8 articoli che si occupano di illustrare le finalità della legge e di definire i termini “vegetariano e vegano”. In esso, sono indicati i luoghi che devono sempre assicurare l’offerta di almeno un’opzione vegetariana e vegana.

L’art. 3, in particolare, elenca una serie di luoghi nei quali dovrà essere sempre assicurata e pubblicizzata l’offerta di almeno un menu vegano e vegetariano. Proposte che siano alternative alle pietanze contenenti prodotti di origine animale previste dal menu convenzionale.

I luoghi indicati dal ddl sono mense pubbliche, convenzionate, private o che svolgono in qualsiasi modo servizio pubblico. Ancora, le mense scolastiche e universitarie. E, infine, i luoghi in cui i lavoratori consumano i propri pasti a causa dell’impossibilità di fare rientro per il pasto al proprio domicilio.

Ma non solo.

Il ddl prevede anche che nei programmi didattici destinati agli istituti professionali alberghieri debbano essere insegnate nozioni di nutrizione, gastronomia e ristorazione vegetariane e vegane.

Qualora poi vi siano studenti contrari alla violenza sugli esseri viventi, questi potranno essere esonerati dalle lezioni didattiche pratiche su alimenti di origine animale.

Le sanzioni per chi non prevede il menu vegano

In caso di violazioni delle disposizioni del ddl, le sanzioni ipotizzate saranno molto salate.

Oltre a una sanzione amministrativa pecuniaria da 3.000 a 18.000 euro, il trasgressore potrebbe vedersi sospesa la licenza di esercizio per la durata di trenta giorni lavorativi.

In caso di recidiva, la sanzione amministrativa pecuniaria sarebbe aumentata di un terzo e la licenza di esercizio revocata.

 

 

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