Pena patteggiata comprensiva di un reato prescritto: decisione “illegale”?

Pena patteggiata comprensiva di un reato prescritto: decisione “illegale”?

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La pena applicata per il reato prescritto è in sé legale, mentre illegale è l’effetto dell’errato preliminare accertamento che attiene all’insussistenza di cause di proscioglimento

Il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Benevento, all’esito del procedimento penale celebrato col rito del patteggiamento, aveva applicato a carico dell’imputato la pena concordata dalle parti di ventidue mesi di reclusione ed Euro 3.800,00 di multa.

Ma quest’ultimo proponeva, a mezzo del proprio difensore di fiducia, ricorso per cassazione, stante la mancata applicazione dell’art. 129 cod. proc. pen. (obbligo della immediata declaratoria di determinate cause di non punibilità), in relazione a uno dei delitti oggetto di imputazione, relativamente al quale era maturato il termine di prescrizione in data anteriore alla pronuncia della sentenza.

Si può parlare in questo caso di illegalità della pena, posto che la stessa era stata determinata per effetto della continuazione con gli altri delitti, sebbene uno di questi fosse già prescritto?

È questo il tema dell’impugnazione presentata dinanzi alla Corte di legittimità.

Ma per i giudici della Cassazione il ricorso è inammissibile.

Si ricorda che contro le sentenze emesse ai sensi dell’art. 444 c.p.p., il ricorso per cassazione può essere proposto per i soli motivi elencati dall’art. 448, comma 2-bis tra cui vi rientra quello attinente all’illegalità della pena.

L’articolo 448 è stato modificato a seguito dell’entrata in vigore, dal 3 agosto 2017, della L. 23 giugno 2017, n. 103, art. 1, comma 50, il quale impone di valutare se il mancato rilievo della prescrizione già maturata in sede di applicazione della pena ex art. 444 cod. proc. Pen, si risolva o meno in un vizio di legittimità che investe la legalità della pena.

Ciò si verifica nel caso in cui quest’ultima sia stata determinata sulla base di un accordo che include il computo della pena per un reato già prescritto.

La riforma dell’art. 448 bis c.p.p.

Prima della riforma, l’omesso controllo della insussistenza di cause di proscioglimento a norma dell’art. 129 cod. proc. pen. ed il conseguente erroneo esercizio del relativo potere integrava, per pacifica acquisizione giurisprudenziale, vizio di legittimità deducibile in cassazione.

Vigeva, infatti, l’orientamento affermato dalle Sezioni Unite (Sez. U, n. 5 del 28/05/1997) secondo cui “il paradigma procedimentale che regola la cognizione del giudice investito da una richiesta di applicazione della pena concordata tra le parti, assegna priorità alla verifica dell’insussistenza delle cause di non punibilità previste dall’art. 129 cod. proc. pen., da compiersi aliunde, e precisamente sulla base degli atti del fascicolo del pubblico ministero. Soltanto in caso di negativa delibazione il giudice può procedere alla valutazione degli altri profili di accoglibilità dell’accordo, relativi alla correttezza della qualificazione giuridica, dell’applicazione e comparazione delle circostanze, ed alla congruità della pena concordata“.

Tale principio è tuttora valido, non essendo stata modificata la disciplina del patteggiamento.

Perciò si deve ritenere che il giudice adito è tenuto a rilevare in via preliminare la sussistenza di eventuali cause di proscioglimento di cui all’art. 129 cod. proc. pen., tra cui rientra sicuramente anche la intervenuta prescrizione del reato, ove non rinunciata espressamente dall’imputato ai sensi dell’art. 157 c.p., comma 7.

Su quest’ultimo punto vale la pena ricordare che per la validità della rinuncia alla prescrizione è necessaria la forma espressa. Al contrario si esclude la possibilità di ravvisare, nella richiesta o nel consenso espresso dall’imputato all’applicazione della pena, una forma legale di rinuncia espressa alla prescrizione maturata.

L’illegalità della pena

Ci si può allora domandare: quando ricorre l’illegalità della pena? E ancora, la pena che tiene conto di un reato già prescritto può considerarsi illegale?

Secondo il consolidato orientamento di legittimità, l’illegalità della pena ricorre solo quando essa non è conforme a quella stabilita in astratto dalla norma penale (ad es. superiore al massimo o inferiore al minimo edittale; pena relativa ad un reato depenalizzato, per abolitio criminis o per effetto della dichiarazione di incostituzionalità della norma penale, anche se relativa al solo trattamento sanzionatorio), mentre nel caso di specie la pena è pur sempre conforme alla legge perché il vizio di legge non la riguarda direttamente ma investe, piuttosto, un accertamento preliminare, quello cioè del proscioglimento ex art. 129 c.p.p. che andava disposto per uno dei reati patteggiati, perché estinto per prescrizione.

La pena applicata per il reato prescritto è in sé legale, mentre illegale è l’effetto dell’errato preliminare accertamento del presupposto sostanziale che attiene all’insussistenza di cause di proscioglimento, la cui errata o omessa valutazione si ripercuote, per l’appunto, sulla sua determinazione.

Si tratta pertanto di un vizio che non può integrare un motivo ammissibile di ricorso per cassazione perché non riconducibile ai motivi tassativamente previsti dall’art. 448 c.p.p., comma 2 bis.

Il principio è stato anche ribadito in una recente sentenza della Cassazione, pronunciata con riguardo a un ricorso per cassazione proposto contro una sentenza di patteggiamento in tema di recidiva; ebbene in quell’occasione si è detto che per pena illegale deve intendersi solo quella che costituisca il risultato finale delle operazioni intermedie con cui viene determinata e, in sé e rispetto ai passaggi intermedi ritenuti dalla decisione contingente, fuoriesca dall’”ambito dello schema legale” (Sez.6, n. 25273 del 23/05/2018, Zidane, Rv. 273392).

Una diversa e più estensiva interpretazione di illegalità della pena non potrebbe essere accolta perché sarebbe in contrasto con il principio di tassatività relativo ai motivi per i quali è consentito il ricorso per cassazione stabiliti dalla legge penale.

La decisione e il principio di diritto

In conclusione, per i giudici del Supremo collegio, ove la prescrizione non sia stata eccepita in sede di accordo delle parti e neppure sia stata rilevata di ufficio, la pena concordata non può essere considerata pena illegale perché conforme all’accordo delle parti, rispondente alla volontà dell’imputato ed alla pena prevista dalla legge in relazione alla corretta qualificazione giuridica del fatto.

Viene così affermato il seguente principio di diritto: il mancato rilievo della prescrizione già maturata non investe la legalità della pena, perché la pena, determinata sulla base di un accordo che includa il computo anche della frazione di pena disposta per un reato prescritto tra quelli considerati unitariamente ai fini dell’aumento per la continuazione, è comunque conforme alla volontà delle parti ed alla pena prevista dalla legge penale, poiché il vizio di legge non investe la pena ma un diverso presupposto dell’accordo negoziale ratificato dalla sentenza. A tale affermazione di principio consegue che la prescrizione del reato nel patteggiamento, non potendo essere dedotta come motivo valido di impugnazione diversamente da quanto previsto per la sentenza di condanna, quandanche la sentenza fosse stata emessa dopo che sia maturato il termine di prescrizione, neppure può essere rilevata di ufficio in difetto dell’instaurazione di un valido rapporto impugnatorio.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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