Procurato aborto, condanna a sedici mesi per un ginecologo calabrese

Procurato aborto, condanna a sedici mesi per un ginecologo calabrese

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Il medico era accusato di procurato aborto per non aver provveduto all’immediata predisposizione di un taglio cesareo, pur avendo riconosciuto una grave sofferenza fetale

Un anno e quatto mesi, con sospensione della pena. Questa la condanna inflitta dal Tribunale monocratico di Vibo Valentia a un ginecologo 57enne ritenuto colpevole di procurato aborto.

Il medico era di turno presso l’ospedale del capoluogo di provincia calabrese il 2 giugno del 2014. Secondo l’accusa avrebbe posto in essere una condotta negligente in contrasto con le linee guida, in relazione al parto di una donna di Tropea.

Il professionista non avrebbe provveduto all’immediata predisposizione di quanto occorrente per l’espletamento in somma urgenza del taglio cesareo. Il tutto pur avendo riconosciuto la situazione di grave sofferenza fetale che avrebbe imposto di ricorrere all’intervento chirurgico non oltre i trenta minuti dalla diagnosi.

In quel momento, tra le 8.30 e le 8.55, in sala operatoria era già presente un’altra puerpera. Il ginecologo avrebbe quindi omesso di allertare il secondo medico reperibile, nonché il primario del reparto, come tale sempre reperibile.

Con la sua condotta, quindi, l’imputato non avrebbe impedito l’interruzione della gravidanza per morte del feto.

Un epilogo verificatosi in un lasso di tempo intercorrente fra le ore 9:08 – orario dell’ultimo tracciato cardiografico – e le ore 10:10, momento dell’estrazione del corpicino senza vita.

A causare il decesso, secondo quanto emerso dall’autopsia eseguita dall’anatomopatologa e dai consulenti nominati dalla Procura, sarebbe stata una ‘asfissia acuta intrauterina da verosimile ipoafflusso pre-placentare’. Una tragedia di cui non si era presentata alcuna avvisaglia. La gravidanza, infatti, sino a quel momento era proceduta senza intoppi.

Il Giudice ha anche riconosciuto una provvisionale a favore dei genitori del piccolo. Si conclude così il primo grado di giudizio di una vicenda processuale passata nel 2016 attraverso un clamoroso intoppo: in occasione di una delle prime udienze dibattimentali in cui dovevano deporre dei testimoni chiave, il procedimento si era infatti bloccato a causa dello smarrimento del faldone da parte della Cancelleria del Tribunale.

 

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