Terapia inadeguata, risarcimento da 880mila ai familiari della vittima

Terapia inadeguata, risarcimento da 880mila ai familiari della vittima

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Entrò in Ospedale con un’infezione alla gola ma i medici praticarono una terapia inadeguata e il paziente morì in seguito a uno choc settico

Gli era stata diagnosticata una semplice infezione alla gola, un “processo flogistico infettivo tonsillare” che, secondo i periti, “non poteva prescindere dalla terapia chirurgica”. Ma l’intervento chirurgico non ebbe luogo e il paziente, un sessantenne delle provincia di Palermo, perse la vita a causa di una terapia inadeguata.

La vicenda risale all’estate del 2006. A distanza di 12 anni dalla tragedia, il Tribunale civile di Termini Imerese ha riconosciuto ai familiari un risarcimento complessivo pari a circa 880mila euro.

A liquidare tale cifra sarà l’Ospedale di Cefalù, dove l’uomo venne ricoverato. Ne beneficeranno la moglie (€ 212.198,57), la figlia, (€ 193.324,67), gli altri due figli (rispettivamente € 200.409,74 e € 206.304,15) e il fratello (€ 29.472,01).

L’ uomo, secondo le testimonianze dei parenti, a fine giugno accusò un persistente dolore alla mandibola destra. L’acutizzarsi del dolore lo aveva costretto, dopo qualche giorno, a rivolgersi al pronto soccorso del nosocomio di Cefalù.  Qui, a pochi giorni da ricovero, le sue condizioni si aggravarono.

In seguito a una crisi respiratoria venne trasferito al Civico di Palermo, per una consulenza specialistica presso il reparto di otorinolaringoiatria, dove tuttavia morì a causa delle complicanze dell’infezione.

Il fatto è stato già al centro di un processo penale e molti degli atti sono stati riversati in quello civile. Tra questi l’esito dell’autopsia e di una perizia che metteva in evidenza le presunte responsabilità dei camici bianchi dell’Ospedale di Cefalù in relazione a una terapia inadeguata.

In particolare, secondo gli esperti incaricati dalla Procura, le complicanze dell’infezione erano “prevedibili e prevenibili”.

Lo dimostrerebbe, tra l’altro, anche un’ecografia effettuata presso il Pronto Soccorso della struttura.

I medici, a detta dei consulenti “avrebbero dovuto sottoporre il paziente ad incisione della raccolta ascessuale e a drenaggio della stessa”. La omissione di tale intervento “cagionò il peggioramento del quadro clinico iniziale”. La operazione avrebbe invece evitato che il paziente “andasse incontro a choc settico e poi alla morte”.

Peraltro, sempre stando al parere degli esperti, “non esisteva alcuna controindicazione all’intervento chirurgico”. I sanitari, tuttavia, si limitarono a continuare la terapia medica con antibiotici e antinfiammatori. Ciò, “nonostante svariati segni clinico strumentali avrebbero dovuto indicare che dall’atteggiamento terapeutico intrapreso il paziente non traeva beneficio”.

La struttura ospedaliera da parte sua si era difesa respingendo ogni addebito. Ma le argomentazioni secondo cui i medici del nosocomio si erano rivolti a un otorinolaringoiatra esterno non sono state accolte. Lo specialista del Civico di Palermo, peraltro, era già stato assolto in sede penale.

 

 

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