Malattia incurabile non diagnosticata: medico condannato

Malattia incurabile non diagnosticata: medico condannato

Malattia incurabile non diagnosticata

Anche in caso di malattia incurabile non diagnosticata la responsabilità del medico è piena e non può essere assolto. Lo stabilisce la Corte di Cassazione.

La Corte di Cassazione, IV sezione penale, con la sentenza sentenza 50975/2017 condannato un medico per non aver diagnosticato in tempo una gravissima forma tumorale.

Secondo la Suprema Corte, infatti, anche prolungare la vita di settimane o di anni è un elemento da prendere in considerazione per la valutazione della responsabilità medica.

Il fatto

Il medico imputato era finito sotto processo per omicidio colposo per aver scambiato un tumore al pancreas per un’ernia iatale. Il medico era poi arrivato alla corretta diagnosi solo quando la malattia era ormai in fase troppo avanzata per qualsiasi intervento.

La Corte d’Appello aveva assolto il medico perché la patologia pancreatica, era a “esito infausto inevitabile” e solo questa è stata la causa della morte, mentre l’azione del medico non poteva evitarla.

Per la Corte d’appello, inoltre, “se una diversa diagnostica, più tempestiva, avrebbe potuto ritardare o meno l’esito infausto resta al di fuori della tipicità penale”.

La sentenza della Corte di Cassazione

La Suprema Corte invece ha annullato la sentenza della Corte di Appello che scagionava il medico. Secondo gli Ermellini,  la scelta della Corte di Appello di Bari di definire il caso “al di fuori della tipicità penale” è “inspiegabile”.

Secondo la Cassazione, infatti, nella valutazione della responsabilità del sanitario, sia civile che penale, non può non essere preso in considerazione il mancato prolungamento della vita di settimane o addirittura di anni derivante dall’errore.

E questo, al di là dell’esito infausto e inevitabile della patologia.

Responsabilità medica in caso di malattia incurabile non diagnosticata

In campo oncologico, secondo la Corte, la diagnosi precoce è un fattore di assoluto rilievo per due motivi. Il primo è “per sottoporre il paziente a terapie salvifiche”. Il secondo, per apprestare “delle terapie che” possano “quanto meno comportare un allungamento significativo della vita residua del paziente”.

Di conseguenza, posto che “se la morte deriva da un errore diagnostico la sua causa è sempre la patologia”, non è possibile evitare gli opportuni accertamenti diagnostici “né può essere esclusa la responsabilità del medico che, con il proprio errore diagnostico, lascia il paziente nell’inconsapevolezza di una malattia tumorale dal momento che il ricorso ad altri rimedi terapeutici, o all’intervento chirurgico, avrebbe determinato un allungamento della vita”.

 

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